Miracolo Cecchinato al Roland Garros: l'Italia in semifinale dopo 40 anni

Italiani

Miracolo Cecchinato al Roland Garros: l’Italia in semifinale dopo 40 anni

PARIGI – Impresa incredibile di Marco Cecchinato che batte Novak Djokovic e riporta l’Italia al 1978. Il palermitano ha giocato un tie-break indimenticabile

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[PODCAST] Alla Conquista della Terra Ep 24 – Marco delle meraviglie

Le parole di Cecchinato: “È scattato un clic nella testa, sono un nuovo Ceck”

È tutto vero, Marco Cecchinato è in semifinale al Roland Garros e riporta un italiano tra i primi quattro di un major quaranta anni dopo la semifinale qui di Barazzutti. Lo fa al termine di una partita incredibile, emozionante, palpitante che ci ha fatto abbracciare in tribuna alla fine come fosse un mundial. Avanti di due set, Marco subiva il ritorno di Djokovic nel terzo set ed anche nel quarto scivolava subito dietro. Quando il quinto set sembrava inevitabile, Marco risaliva dal 1-4 salvando tre palle del doppio break riuscendo a raggiungere il tie-break. Che è destinato a rimanere nella storia del tennis italiano con Marco che annullava tre set point a Djokovic chiudendo 13-11 al quarto match point nel delirio italiano del Lenglen. Splendido e commovente l’abbraccio finale di Novak Djokovic, ancora una volta grandissimo campione nella sconfitta ancor più che nella vittoria. Più in campo che fuori, se è vero che il serbo si è rifiutato di svolgere la conferenza nella sala principale e ha ripiegato su un ‘rito ridotto’ in una sala più piccola, rivolgendo ai presenti solo poche parole. “Marco ha giocato alla grande, merito a lui. Io ho faticato fin dall’inizio, ho dovuto anche lottare con un piccolo infortunio. Quando sono rientrato in partita è andata un po’ meglio, ma non sono riuscito a capitalizzare le mie occasioni“.

 

Cecchinato è l’ottavo italiano a raggiungere una semifinale Slam (De Morpurgo, De Stefani, Merlo, Sirola e Pietrangeli prima del ’68, Panatta e Barazzutti nell’Era Open), il più basso di ranking in assoluto a raggiungere la semifinale del Roland Garros dai tempi di Anrei Medvedev che nel 1999 vi riuscì da numero 100 del mondo, perdendo da Agassi in finale dopo un vantaggio di due set. Con questo risultato Marco sale fino al numero 27 del ranking.

M. Cecchinato b. [20] N. Djokovic 6-3 7-6(4) 1-6 7-6 (da Parigi, il nostro inviato)

CHE PARTENZA CECK – È un Cecchinato spettacolare quello che mette pressione a Nole sin dal primo punto del match, come se non fosse lui a giocare il primo quarto di finale slam in carriera. In verità la versione di Djokovic è una delle peggiori, falloso ogni oltre misura, incapace di trovare un filo logico in ogni giocata. Marco è bravissimo ad aprirsi il campo con il rovescio e a sfondare con il diritto alternando precise smorzate che destabilizzano il serbo. Il break arriva nel quarto gioco orribile di Novak – due doppi falli, errore di rovescio ed errore di diritto – e Marco è esemplare nel capitalizzarlo senza soffrire mai fino al 6-3 finale condito da due ace nell’ultimo turno di partita. Dopo trentaquattro minuti l’azzurro è in vantaggio avendo perso solo cinque punti in cinque turni di battuta ed al cambio campo Novak chiede l’intervento del fisioterapista per un trattamento al collo.

MERAVIGLIA CECCHINATO – L’inizio del secondo set sembra la prosecuzione del primo con Nole che si inabissa sotto tanti errori e Cecchinato in spinta che si porta subito avanti 2-0 e 0-30 sul servizio del serbo. Qui arriva il primo passaggio a vuoto dell’azzurro con Djokovic che entra finalmente in partita con un parziale di 12 punti a 0 che lo rimette in carreggiata. Marco ha due chance di riportarsi avanti nel settimo gioco ma una la salva Nole con lo smash e l’altra la getta alle ortiche lui col rovescio. Dopo un warning per Coaching per parte il momento cruciale arriva sul 6-5 Nole con Marco al servizio. Il serbo ha tre set point sulla racchetta per portarsi in parità: il primo lo sciupa malamente con un errore di diritto a campo aperto, sugli altri due è bravissimo Ceck con il servizio. Si arriva così al tiebreak dove Marco va sotto 3-4 con un brutto smash in rete che sembra condannarlo e invece porta a casa i successivi quattro punti con straordinaria autorità e due regali gravissimi di Nole (palla corta in rete e erroraccio di diritto). Dopo un’ora e trentanove l’azzurro è clamorosamente ma meritatamente due set a zero. La ragazza mora che siede in tribuna e che suscita le attenzioni del collega è tutta presa dal suo cellulare, ignara della storia che si rischia di scrivere sul Lenglen.

CECK RIFIATA E NOLE VA – Come ampiamente prevedibile però, Cecchinato ha un calo più di testa che di gambe all’inizio del terzo. Djokovic restituisce il break preso in apertura ma inizia a trovare profondità e fiducia, limando il numero degli errori. Marco pare in affanno ed il set scivola via rapidamente mentre sul Lenglen arriva una cappa di calore ed umidità a complicare le cose. A fine set l’azzurro esce dal campo per un toilet-break per chiarirsi le idee, ma un cambio di scarpe ‘galeotto’, in occasione del quale il coach avrebbe dato dei suggerimenti a Marco, gli costa un penalty point. Marco non riesce a fermare l’emorragia e Djokovic non è un dodici volte campione slam per caso, e dunque versa sale sulla ferita approfittando dello scoramento dell’azzurro. Sul 4-1 Nole arriva il game che cambia la storia. Il serbo ha tre palle del doppio break con Marco che sembra alle corde. Resiste strenuamente e rimane in scia mandando Nole a servire per il set sul 5-3. Sul 30-0 il quinto set sembra inevitabile e invece Marco si supera con quattro punti di fila che lo rimettono in corsa. Anzi, il siciliano ha anche una palla che lo manderebbe a servire per il match sul 5-5 ma il forcing di Nole è vincente. Si arriva così al tiebreak che passerà alla storia.

IL TIEBREAK DA RACCONTARE AI NIPOTINI – Un giorno racconteremo “noi c’eravamo sul Lenglen quel 5 giugno 2018”. Quando in ventiquattro punti si è riscritta la storia del tennis italiano. In un crescendo di emozioni rossiniano con il Lenglen impazzito. Marco vola 3-0, Nole gli ricaccia indietro la gioia e si porta 4-3 con due errori del siciliano. È una battaglia punto a punto e l’azzurro ha il match point sul 6-5 dopo tre ore e quattordici minuti: scambio lungo concluso da una volèe sulla riga di Djokovic per la disperazione del clan tricolore. Arriva un’altra volée vincente di Nole per il primo set point mentre parte il “Popopopopopopo” del mondiale 2006 ma il rovescio lungo di Djokovic vale il 7-7. Arrivano altre due palle set per il serbo, la prima salvata con coraggio da Marco (schiaffo al volo di diritto), la seconda vola via con una stecca del serbo.

Un incredibile contropiede di diritto di Cecchinato lo riporta a match point dopo tre ore e ventidue: niente da fare, bravo Nole con il suo pressing. E siamo 10 pari. Un dritto sul nastro (azzurrissimo!) riporta Marco ad un punto dal sogno dopo due minuti, ma il pressing da fondo del serbo lo costringe all’errore. Si soffre per Marco ma vorremmo che questo match con queste emozioni non finisse mai. Un errore di Nole però offre a Marco la quarta chiave per il Paradiso: il passante dell’azzurro con Djokovic incredibilmente a rete dietro il servizio regalano a Marco Cecchinato la gioia più grande della carriera.

Abbiamo aspettato quaranta anni per rivedere un italiano in semifinale in uno Slam. Capita di nuovo a Parigi, dove c’è qualche nuvola, ma il cielo è tornato un po’ azzurro.

Il tabellone maschile

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Seppi: “Nel 2010 mi sono ritirato da un match senza motivo”

L’azzurro racconta a Behind The Racquet i momenti bui della propria carriera

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Andreas Seppi (via Instagram, @behindtheracquet)

Il portale Behind The Racquet (con annesso account Instagram), ideato da Noah Rubin come canale per permettere a tennisti e tenniste di dar voce alla propria storia ha ospitato Andreas Seppi, che ha raccontato i momenti più difficili della propria carriera.

Il mio periodo più difficile è stato l’anno dopo che sono entrato nella Top 100. Nel 2005, avevo 21 anni e sono esploso sul tour. Ho iniziato l’anno come numero 140 e quattro mesi dopo ero nella Top 75. Inizi ad avere aspettative più alte e metti più pressione su te stesso. L’anno successivo ho avuto difficoltà a difendere i punti dell’anno precedente e sono uscito fuori dalla Top 100 per diverse settimane. Questa è stata l’unica volta che ho lasciato la Top 100 per altri 12 anni.

Nel 2010 mi sono ritirato da una partita senza nessun motivo (l’incontro dal quale Seppi si ritira, ufficialmente per un problema al ginocchio, è l’ottavo di finale del Challenger di Torino giocato contro Bolelli nel giugno 2010, ndr). Avevo vinto il primo set e perso il secondo al tiebreak. Stavo perdendo nel terzo set e mi sono semplicemente ritirato. Sono sempre stato un giocatore a cui piace lottare fino alla fine di una partita quindi ritirarmi dal nulla è stato davvero strano per me. Durante un cambio di campo, ho detto al mio allenatore: ‘Se perdo il prossimo game, ho finito’. E così è andata. Mi sono ritirato e basta. Ho detto all’arbitro che la gamba mi faceva male, quindi non potevo più giocare. Dopo la partita sono entrato negli spogliatoi ed è entrato il mio allenatore. Pensavo si sarebbe arrabbiato ma era calmo e ha detto che capiva la situazione. Non ho incolpato quella partita. Ero sul tour da otto anni, gareggiando ai massimi livelli con costante adrenalina. Ero arrivato a un momento in cui non ne potevo più e avevo bisogno di una pausa. Il mio allenatore ha detto che avrei potuto prendere tutto il tempo di cui avevo bisogno. Ero sorpreso di sentirlo parlare così dopo un match in cui avevo deliberatamente mollato.

 

Stavo perdendo molte partite durante quel periodo. Quando perdi molte partite, vuoi giocare ancora più tornei perché devi guadagnare punti. Quindi voli ovunque per giocare, giocare e giocare, ma giocare molti tornei durante quel periodo non è stata la decisione giusta per me. A volte è meglio fermarsi per un paio di settimane e allenarsi prima di tornare sul tour. È stato un errore giocare così tanti tornei senza prendersi una pausa ma dagli errori si impara. Dopo quella partita, non ho giocato per quattro settimane e ho ricominciato. Ho subito ottenuto buoni risultati e sono arrivato in semifinale in due tornei ATP (al rientro a metà luglio raggiunge i quarti di finale a Bastad, la semi ad Amburgo e Umago, e vince il Challenger di Kitzbuhel in settimane consecutive, ndr).

Quando avevo 14 anni, ho dovuto prendere decisioni. Sciavo, giocavo a calcio e giocavo a tennis. I miei genitori non avevano i soldi per permettersi tutti questi sport, quindi ho smesso di sciare e di giocare a calcio. I miei amici andavano in vacanza mentre io giocavo a tennis. I miei genitori dicevano: ‘Se vuoi andare in vacanza, non puoi più giocare a tennis’. Dai 14 ai 16 anni è stata davvero dura perché non ho avuto buoni risultati. Sono sempre stato uno dei migliori in Italia ma perdevo nei primi turni a livello internazionale. Non ero sicuro di continuare a giocare a tennis, ma ho tenuto duro per due anni e quegli anni si sono rivelati importanti. A 16 anni ho iniziato a vincere e tutto è diventato più facile. Ho guadagnato i primi punti ATP che mi hanno aiutato a rimanere nel mondo del tennis. Mi piace molto questo sport perché mi piace la competizione e ho la possibilità di viaggiare e vedere posti diversi. Bisogna dare tutto per rimanere ad alto livello per molto tempo“.

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“My toughest time was the year after I broke into the Top 100. In 2005, I was 21 years old and had a breakthrough on tour. I started the year as number 140 and four months later, I was in the Top 75. You have higher expectations and put more pressure on yourself. The next year, I struggled to defend the points from the previous year and fell outside the Top 100 for several weeks. This was the only time I left the Top 100 for another 12 years.⁣⁣ ⁣⁣ In 2010, I retired from a match because of nothing. I won the first set and lost the second set in a tiebreaker. I was losing in the third set and just retired. I was always a player who liked fighting until the end of a match so to retire out of nothing was really strange for me. During a changeover, I told my coach, "If I lose the next game, I'm done." Then it happened. I just retired. I told the umpire that my leg hurt so I couldn’t play anymore. After the match, I went into the locker room and my coach came in. I thought he would be angry but he was calm and said that he understood the situation. I did not blame that match. I had been on tour for eight years, competing at the highest level with constant adrenaline. I reached a moment where you just can't anymore and need time off. My coach said I could take as much time as I needed. I was surprised he talked to me like that after a match I just tanked.⁣⁣ ⁣⁣ I was losing a lot during this time. When you're losing a lot of matches, you want to play even more tournaments because you need to earn points. So you fly everywhere to play, and play, and play. But playing a lot of tournaments during this time was not the right decision for me. Sometimes it is better to stop for a couple of weeks and just practice before going back on tour. It was a mistake to play so many tournaments without taking a break but you learn from mistakes. After this match, I didn't play for four weeks and started over. I immediately had good results and reached the semifinals of two ATP events.”⁣ @andyseppio #BTR⁣ ⁣⁣ Go to behindtheracquet.com for extended stories, podcasts, and merch.⁣

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Italiani a New York: Berrettini guida un gruppo da record

Facciamo il punto sui nove azzurri che scenderanno in campo nel tabellone maschile dello US Open

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

Lo US Open della semi-bolla è sempre più vicino, ed è quindi tempo di ricominciare a parlare di tennis giocato, soprattutto perché il tennis italiano (maschile) sarà uno dei più presenti al via. Infatti, con il cut-off per ora al N.127 ATP, sono nove gli uomini italiani sicuri di un posto in tabellone a Flushing Meadows: Berrettini, Sonego, Sinner, Mager, Travaglia, Seppi, Caruso, Cecchinato e Lorenzi – come noto, Fabio Fognini si sta riprendendo dall’operazione alle caviglie e con ogni probabilità rientrerà sulla terra, mentre Federico Gaio potrebbe entrare in caso di una nuova defezione, essendo fuori di un solo posto.

La cifra, un record per il nostro Paese in termini di ingressi diretti (negli ultimi due anni è stata toccata quattro volte fra qualificati e lucky loser), vedrà l’Italia al terzo posto nel tabellone maschile di New York dietro a USA (20 con otto wildcard) e Spagna (dieci). Una tale cornucopia di azzurri non è casuale, e anzi certifica la salute del movimento negli ultimi anni. Se si guarda alla Top 300 di marzo (che poi è la stessa di oggi), il dato sulla continuità del nostro movimento è incontrovertibile: 21 azzurri sono presenti nello scorcio di classifica, quarto Paese dopo la Spagna (22), la Francia e gli Stati Uniti (27 ciascuno) – questi quattro rappresentano, assieme a Germania, Australia (18 a testa) e Argentina (15) praticamente la metà dei migliori tennisti ATP.

Fra i giocatori automaticamente presenti nello Slam americano, Berrettini è al momento l’unico già presente nel main draw del prodromo newyorchese che sarà il torneo di Cincinnati 2020; Sonego è il primo degli esclusi e dovrebbe giocare le qualificazioni, ma potrebbe entrare direttamente in caso di abbastanza probabili forfait, mentre Sinner, Mager, Travaglia e Seppi dovranno per forza passare dalla porta sul retro (gli ultimi tre al momento dovrebbero dotarsi del potere dell’ubiquità, essendo iscritti anche al Challenger di Todi).

 

Per la verità, è quasi impossibile fare delle previsioni credibili, date la lunga pausa del circuito e l’inattendibilità delle esibizioni, vuoi per una questione di stress competitivo, vuoi per il basso numero di partite giocate, vuoi per il livello degli avversari. Anche le valutazioni durante i tornei saranno improbe, poiché gli addetti ai lavori, accasati, potranno basarsi esclusivamente su quanto visto in partita, privati della possibilità di seguire gli allenamenti e parlare con i team. Perciò, quello che segue non sarà un vero pronostico, ma solo una panoramica.

D’altro canto, però, per la prima volta si potranno saggiare le condizioni dei giocatori sugli stessi campi dello Slam, una sorta di anteprima: il 1000 di Cincinnati, infatti, si giocherà nel complesso del Billie Jean King Tennis Center, seppur non sui campi principali. Grazie a questo preludio sarà quindi possibile fare una stima (incompleta e distante) dell’adattamento dei giocatori alla superficie, quantomeno sul due su tre e quantomeno per i 56 che scenderanno in campo nel main draw.

Questo tema è ancora più interessante se si pensa a un aspetto di cui non si è parlato molto, per ovvi motivi: questo US Open sarà il primo ad utilizzare Laykold come superficie, abbandonando lo storico binomio con il DecoTurf. Non si può sapere ancora sapere che tipo di impatto avrà la decisione, visto che i due tornei che già utilizzano Laykold hanno dati estremamente diversi fra loro, vale a dire Miami e Long Island, ma, nonostante la vicinanza geografica del secondo con Flushing Meadows, è ragionevole pensare che le condizioni si avvicineranno a quelle dell’Hard Rock Stadium in Florida (campo storicamente fra i più lenti del circuito), trattandosi di eventi outdoor con notevoli tassi di umidità, mentre Long Island è un torneo al chiuso peraltro assiduamente frequentato dai big server, cosa che potrebbe sballare il dato relativo alla velocità del campo. Sarà quindi interessante vedere che tipo di condizioni di gioco ci saranno.

Per quanto riguarda la logistica del torneo, l’aspetto più pressante per i giocatori, vale a dire il numero di membri del team da cui potranno essere accompagnati, non sembra più essere un problema: che si risieda in albergo o in un’abitazione privata, ci si potrà portare fino a tre persone (cifra ampiamente sufficiente per la maggior parte dei giocatori), anche se solo uno potrà poi seguire il giocatore durante le partite. La cancellazione dell’aspetto più mondano del soggiorno nella Grande Mela, invece, non dovrebbe essere un problema: nell’epoca dell’iper-professionismo, i giocatori hanno routine talmente rigide che l’impossibilità di muoversi per la città sarà sicuramente accettata dalla maggior parte dei giocatori, anzi, per molti le abitudini saranno praticamente invariate.

Ma passiamo agli italiani, iniziando, ça va sans dire, con Matteo Berrettini. Il capitolino ha detto a La Stampa di essere ancora “indeciso” sulla partecipazione, ma sarebbe una grossa sorpresa se alla fine non andasse a New York. Certo, il tema presenta segnali contrastanti: da un lato, il braccio di ferro sotterraneo dei Top 20 (con tanto di paventato boicottaggio) per non dover fare la quarantena una volta tornati dagli States, a cui si aggiunge una liberatoria non proprio incoraggiante dal punto di vista legale; dall’altro, il DPCM che consentirà ai giocatori di venire in Italia (e per Berrettini il rientro a Roma è più rilevante che per chiunque altro) con l’unica condizione di un tampone da fare due giorni prima del loro arrivo – non va dimenticato, inoltre, che il taglio del prize money per il singolare è stato tutto sommato trascurabile, e questo conta parecchio. Non ci può dunque essere certezza, ma al momento Berrettini risulta iscritto e va trattato come tale, e lo stesso vale per tutti i giocatori italiani.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Per certi versi, le condizioni psicologiche lo favoriscono: tornerà sui campi dove l’anno scorso si è mostrato al mondo (seppur senza pubblico) raggiungendo la semifinale, ma senza la pressione di dover difendere quei 720 punti – è bene ricordare che, con la nuova classifica marzo 2019/novembre 2020, solo il risultato migliore in un dato torneo verrà tenuto in considerazione. Matteo sarà la tds N.6, con la possibilità di salire ulteriormente nell’eventualità di rinunce (per la verità poco probabili al momento, a parte il Fedal gli altri top sembrano intenzionati a giocare) – fra l’altro, se queste dovessero avvenire, il romano si avvicinerebbe al concittadino Panatta come seed italiano più alto in uno Slam maschile, visto che Adriano fu al massimo N.4 allo US Open del 1976, e subito prima N.5 a Wimbledon.

Come detto, fare una valutazione è estremamente complicato (bisognerà aspettare “Cincinnati” per farsi un’idea più precisa), ma di sicuro le prestazioni dell’azzurro lasciano ben sperare: all’UTS di Mouratoglou, Berrettini ha vinto il torneo, l’unico giocato sul cemento finora, e, nonostante le regole ludicizzate, ha raccolto il plauso dell’organizzatore, che ha detto a UbiTennis di essere rimasto colpito dalla sua determinazione e dal suo rovescio. Proprio il colpo bimane, spesso attaccato dagli avversari in passato, è stato un tema ricorrente della quarantena berrettiniana, perché lui stesso ha affermato in una chat con Chris Evert di averci lavorato assieme a Tomljanovic – il mood della conversazione era certamente giocoso, ma il riferimento al lavoro su un colpo successivamente apprezzato per i suoi miglioramenti non può essere casuale.

L’aspetto che potrebbe condizionare maggiormente Berrettini è la tenuta fisica. La sua costituzione belluina (1,96×95) l’ha portato a farsi male più volte nel corso dell’ultimo anno; prima dello stop del tour, aveva giocato solo due partite nel 2020. Per certi versi, quindi, Berrettini è stato uno dei maggiori beneficiari della pausa, che gli ha permesso di rimettersi in sesto completamente, cosa che di solito non si può fare, dovendo viaggiare da un torneo all’altro. Va detto, inoltre, che i precedenti del 2019 depongono a suo favore: quando raggiunse la semifinale a Flushing Meadows, aveva giocato un solo match, perdendolo, nelle sei settimane precedenti al torneo, mentre nei due Slam precedenti era arrivato con tanti match sulle spalle, e si era arreso rapidamente a Casper Ruud a Parigi e a Roger Federer a Londra. Insomma, se non dovesse incorrere in infortuni, è lecito aspettarsi un torneo di alto livello da parte sua, anche perché sarà l’unico della coorte a non dover sperare in un sorteggio favorevole in virtù del suo status.

Passando agli altri italiani, non può che esserci curiosità per Jannik Sinner. Lo scorso anno si era fatto notare giocando un grande match contro Stan Wawrinka, e la sua crescita dei mesi successivi lo ha trasformato in uno dei giovani più in vista del circuito. Come Berrettini, si è detto incerto sulla trasferta newyorchese, ma dovrebbe essere della festa. Prima di giocare le due esibizioni berlinesi (sconfitto entrambe le volte da Thiem, la seconda in finale sul cemento), Sinner aveva mantenuto un basso profilo durante il lockdown, un periodo in cui, stando alle parole di Riccardo Piatti, ha continuato ad allenarsi assiduamente.

Jannik Sinner – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Le uniche immagini del campione NextGen provenivano da Montecarlo, dove si è allenato con Zverev e Wawrinka, fra gli altri, una scelta fatta per metterlo a confronto con i più forti su una base costante. Sempre secondo il coach comasco, il mentore ideale per lui sembra essere Rafa Nadal: “Ho parlato con Carlos Moyà e appena potremo faremo altri incontri con Rafa. La sua tenacia, il suo modo di affrontare le difficoltà in campo, la forza mentale sono rare forse più del suo gancio mancino. Voglio che Jannik lo veda, ci parli, vada a mangiare con lui, chieda e si confronti”. Sinner giocherà le qualificazioni a Cincinnati, dove il livello sarà già molto alto, e se dovesse riuscire ad accumulare match potrebbe diventare uno degli avversari meno desiderabili al primo turno.

Lorenzo Sonego si è preso l’estate umbra, vincendo a Todi e Perugia, e con delle condizioni particolarmente lente potrebbe riuscire a far valere le sue sbracciate di dritto. Di sicuro il torinese non sarà stato felice dello stop al circuito nel momento in cui era riuscito a sbloccarsi dopo mesi di sconfitte, raggiungendo i quarti a Rio de Janeiro. Ancorché vicino ad entrare in tabellone al Western & Southern Open, come Sinner potrebbe in realtà beneficiare da un paio di match di qualificazione, che gli permetterebbero di arrivare a Flushing Meadows (metaforicamente, visto che sarà già lì) con un tennis più rodato.

A proposito di giocatori fermati dalla pandemia, Gianluca Mager avrebbe dei buoni motivi per ritenersi in credito con la sorte. Al momento del fermi tutti, il ligure stava giocando il miglior tennis della carriera, con la finale a Rio che l’aveva sospinto fra i Top 100 e un ottimo esordio in Davis contro la Corea del Sud nel tie che a posteriori ha anticipato la gestalt del tennis attuale, e probabilmente di quello a breve e medio termine. La sfida principale per lui sarà cercare di ritrovare l’ispirazione, sperando che il treno non sia già passato. La sua problematica principale è che avrà pochi mesi per cercare di incrementare il proprio punteggio, cercando di limitare l’impatto di quei 300 punti, e che la maggior parte dei tornei da qui a febbraio si giocheranno sul cemento, superficie che a livello ATP (due match giocati).

Abbiamo poi gli “americani”, Seppi e Lorenzi, che risiedono rispettivamente in Colorado e Florida (l’altoatesino vive ancora a Caldaro secondo il sito dell’ATP, ma ha una casa a Boulder e suo figlio è nato lì, a febbraio) e che sono i patriarchi del gruppo azzurro. Seppi è un altro che è stato fermato in un buon momento (aveva appena raggiunto la finale a Long Island) e non ha storicamente un buon feeling con la Grande Mela, dove i suoi colpi piatti non scorrono particolarmente bene, mentre il senese è un aficionado del torneo, con otto vinte e quattro perse nelle ultime quattro edizioni e con la ciliegina degli ottavi raggiunti nel 2017, ed è uno dei beneficiari del cutoff allargato a 120 giocatori. Entrambi spereranno in un buon sorteggio per sfruttare al meglio gli ultimi scampoli di carriera.

Fra i restanti (Caruso, Travaglia e Cecchinato), il secondo parrebbe quello con più chance di fare bene, avendo giocato dei buoni match sul duro nel 2020 (una gran ATP Cup con un bel primo set contro Khachanov e vittoria su Fritz, seguiti da una finale e una semi Challenger e da una sconfitta di misura a Marsiglia contro Aliassime dopo aver avuto match point nel secondo), mentre il semifinalista del Roland Garros sembrerebbe aver ritrovato un po’ di pace interiore grazie alla paternità e al rinnovato sodalizio con Sartori, di cui ha detto: “Max mi ha dato grande fiducia, ha rimesso insieme i pezzi del puzzle. Sartori ha visto cosa non andava in me prima ancora dei problemi tecnico-fisici. L’allenamento dà buone sensazioni, ora sto bene. Ripeto, sono tornato alle origini: ma, come dice il mio coach, non ho più tanto da imparare quanto da ripulire.

Come si può vedere, dunque, gli italiani al via dovrebbero essere numerosi e motivati a fare bene. Certo, la valutazione delle prestazioni di un giocatore segue troppo spesso dei parametri fenomenologici (e.g. ha perso al primo turno quindi è andato male), mentre, soprattutto nel caso di giocatori fuori dai primi 32, necessariamente dipendenti dal sorteggio (citofonare a Struff, J.-L., per delucidazioni a riguardo), il modo della sconfitta e la qualità dell’avversario dovrebbero essere fattori molto più che contingenti in fase di giudizio – tante volte, però, questo aspetto è dimenticato in favore delle fredde cifre, ed è un attimo passare dall’accusatorio all’inquisitorio. In sintesi: sarebbe una cosa buona vedere nove italiani su nove fuori al primo turno ma in cinque set combattuti? Certamente no, ma la presenza fisica e mentale dei giocatori, soprattutto in questo momento storico, sarebbe un indice assai più positivo di una vittoria occasionale a fronte di brutte sconfitte degli altri, ed è questo che bisognerebbe augurarsi alla vigilia del tennis 2.0.

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Italiani

WTA Praga: Giorgi sempre discontinua, Mertens la supera in due set

La solita valanga di colpi vincenti alternati a una ancora più grande di errori, porta Camila alla sconfitta contro la N.3 del seeding. Fuori la N.2 Martic

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L’ultima partita della giornata di Praga presenta due tenniste in momenti opposti di forma, Camila Giorgi ed Elise Mertens. La numero 23 del mondo Mertens è reduce dalla sconfitta al primo turno di Palermo contro Sasnovich. Giorgi ha mostrato una buona condizione dal ritorno in campo, spingendosi a Palermo fino alla semifinale persa contro Ferro e superando Kostyuk in rimonta nel primo turno di Praga.

L’inizio della tennista italiana rispecchia le attese. Domina sin da subito tutti gli scambi da fondocampo e trova il break alla prima occasione, sfruttando un rovescio a rete di Mertens. La tennista belga però è glaciale nel game successivo e capitalizza qualche indecisione di Camila per recuperare il break. La tennista italiana sembra calare di prestazione con il passare dei minuti. Giorgi continua a macinare metri di campo con il suo rovescio ma si trova sempre a soffrire durante i suoi turni di servizio, merito di una Mertens che non molla su ogni punto. La numero 23 del mondo ha il merito di mettere in difficoltà Giorgi con palle scariche e difese sempre profonde che fanno giocare all’italiana quel colpo in più che tanto la mette in difficoltà.

Un settimo game da ben otto deuce e più di 10 minuti vale il break per Mertens, che tiene senza problemi il servizio e chiude per 6-4 un primo set meritato.

Nel secondo set il gioco di Camila si sgretola diventando sempre più impreciso: alla prima palla break concessa nel terzo gioco l’azzurra cede il servizio. Nel sesto avrebbe l’opportunità di rientrare ma non riesce a sfruttare quattro palle del 3-4 di cui tre consecutive. A quel punto la partita è di fatto finita. Mertens chiude con un parziale di 11 punti a 1 e archivia la pratica in 1 ora e 44 minuti. Ora attende la vincente di Bouchard-Zidansek nei quarti di finale in programma venerdì.

 

L’altro quarto di finale della parte bassa è già formato e vedrà di fronte Kristyna Pliskova, vincitrice a sorpresa in due set su Petra Martic, e la rumena Bogdan che ha approfittato del walkover della sua avversaria Lesia Tsurenko. Giovedì in campo gli altri cinque ottavi di finale.

Risultati:

2° turno
[3] E. Mertens b. C. Giorgi 6-4 6-2
A. Bogdan b. [Q] L. Tsurenko W/O
Kr. Pliskova b. [2] P. Martic 6-1 7-5

1° turno
L. Siegemund b. [Q] M. Sherif 4-6 6-0 6-1
T. Zidansek b. K. Siniakova 6-3 3-6 6-0

Il tabellone completo

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