Djokovic gela Fucsovics. Fognini ok senza brillare (Lopes Pegna). Ceck, duro il cemento (Azzolini). Us Open, il dramma del baby-campione. Il cuore lo costringe a fermarsi (Semeraro). Rilancio Wozniacki: «Sempre meglio» (Zanni). Serena col tutù. A New York c’è in ballo il record (La Gazzetta dello Sport)

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Djokovic gela Fucsovics. Fognini ok senza brillare (Lopes Pegna). Ceck, duro il cemento (Azzolini). Us Open, il dramma del baby-campione. Il cuore lo costringe a fermarsi (Semeraro). Rilancio Wozniacki: «Sempre meglio» (Zanni). Serena col tutù. A New York c’è in ballo il record (La Gazzetta dello Sport)

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Djokovic gela Fucsovics. Fognini ok senza brillare (Massimo Lopes Pegna, La Gazzetta dello Sport)

Maledetto caldo! Come può capitare a New York a fine agosto: 35 gradi, ma sul cemento dei campi se ne percepiscono oltre 40. Sole a picco, e umidità che offusca la celebre skyline di Manhattan. Risultato: tanto lavoro per i fisioterapisti, crampi diffusi, pressione sanguigna che fa i capricci, tachicardia, visione doppia. Dopo le prime due ore di gioco, gli organizzatori comprendono il pericolo e concedono 10′ di sospensione fra il terzo e quarto set (le donne fra il 2° e 3°): qui non era mai accaduto. Già lunedì c’erano stati alcuni ritiri: Sam Querrey, che aveva consegnato a Seppi il passaggio al secondo turno. Ieri, hanno lasciato Copil contro Cilic; l’argentino Mayer contro il serbo Djere e il lituano Berankis contro il coreano Chung. E fra le vittime del sole c’è Stefano Travaglia, che lascia la partita sullo 0-3 al quarto set, quando è sotto per 2-1. Non si regge più in piedi. «Non mi era mai capitato prima: a fine terza frazione quando mi sono alzato dalla sedia ho cominciato a barcollare, ho iniziato a vedere quattro palline mentre battevo. Poi sono arrivati i crampi. Una sensazione spiacevole, mai sperimentata prima», spiega con un filo di voce, perché non si è ripreso. Aggiunge: «Sto ancora male. Mi hanno detto di bere, poi mi faranno delle flebo, ma per ora potrebbe essere pericoloso». Cecchinato intanto sciupa occasioni su occasioni con Benneteau e continua a litigare con il cemento (4 eliminazioni al primo turno su 4). Per fortuna ci pensa Fognini a salvare il bilancio giornaliero azzurro, battendo in quattro set Mmoh complicandosi un po’ la vita nel primo e nel quarto set. Soffrono pure i grandi, come Novak Djokovic, che comincia il suo match intorno all’ora cruciale delle 13. Vince il primo set in scioltezza per 6-3 contro il 26enne ungherese n° 41 del mondo Marton Fucsovics, ma potenza e corsa calano vistosamente. Soffre e chiede l’intervento medico per farsi misurare la pressione. Si fa riprendere sull’1-1 e superare di un break nel terzo set. Ma poi è il suo avversario ad affidarsi al soccorso medico e Nole risale la china conquistando il suo secondo set e infilando rapidamente gli spogliatoi per i 10′ di break. Intanto i ritiri costringono la Usta a convocare una conferenza stampa d’urgenza per chiarimenti. Il direttore della comunicazione, Chris Widmayer, spiega preoccupato: «Vista la situazione d’emergenza abbiamo deciso di istituire la extreme heat Policy, con l’interruzione dopo il terzo set, da ripetere eventualmente dopo il quarto. E mercoledì minaccia di essere una giornata persino più brutale. Valuteremo stanotte se chiudere i tetti degli stadi e creare un ambiente indoor per mercoledì». Suda freddo quando Nole va in crisi. Ma il serbo infila 10 giochi consecutivi e va al secondo round. Spiega: «Nei primi tre set ho sofferto molto come tanti altri». (…)


Ceck, duro il cemento (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Sul cemento è ancora alle prime armi, un ragazzino delle scuole elementari. Sta imparando, sta cercando di capire, ma qualche volta appare presuntuoso, qualche altra si lascia trascinare dalle sue origini, che certo non sono quelle di chi è cresciuto su questi campi duri e bollenti. Il più delle volte però commette errori di distrazione, e questi, per lo meno, dovrebbe tentare di correggerli appena Insomma, il ragazzo è intelligente, capace, si applica. Ma è un fatto, Marco Cecchinato potrebbe fare di più. È curioso dettare una pagella simile, per un tennista che ha raggiunto le semifinali del Roland Garros e si è elevato fino al numero 22 della classifica mondiale. Ma Cecchinato il suo tennis l’ha costruito sui campi in terra rossa, e su di essi ha continuato a insistere finché i risultati non hanno preso la piega che lui desiderava. E’ stato anche quello un lungo apprendistato,  ma condotto con convinzione, con l’abitudine tratta dai molti anni di tentativi, e alla fine le tessere del puzzle si sono composte nel modo giusto. Il resto del tennis che serve, invece, è rimasto indietro, e Marco ci sta lavorando da poco, ora che ha che ha la classifica per entrare nei tornei che contano dalla porta principale e può evitare di pagare dazio nelle qualificazioni. Si spiega cosi la sua estate americana, che lo ha visto battuto ovunque e sempre al primo turno, a Toronto da Tiafoe, a Cincinnati da Mannarino, a Winston-Salem da Struff, avversari che sulla terra rossa probabilmente avrebbe dominato, quanto meno avrebbe costretto a ingaggiare battaglie di ore. Julien Benneteau, francese non più di primo pelo, anzi, più volte a un passo dall’annunciare il ritiro, era il quarto tentativo di Marco e finalmente – al di là del risultato – qualche passo avanti si è visto. Restano evidenti alcune difficoltà di posizionamento sulla palla, dovute quasi sempre alla velocità dei colpi, che gli toglie il tempo, ma le geometrie poste in essere hanno dato l’impressione che i primi apprendimenti siano stati mandati a memoria. (…)


Us Open, il dramma del baby-campione. Il cuore lo costringe a fermarsi (Stefano Semeraro, La Stampa)

Gli Us Open sono soffocati dal caldo e dall’umido, fioccano i ritiri, e a colpire sono soprattutto quelli del Vecchio e del Bambino. Il veterano David Ferrer, 36 anni, che lunedì ha salutato il tennis abbracciando il suo antico compagno Rafa Nadal. E Felix Auger Aliassime, 18 anni l’8 agosto, il primo Millennial a giocare nel tabellone di uno Slam che la sua paura di dover finire la carriera prima ancora di iniziarla l’ha nascosta nelle braccia del suo amico Denis Shapovalov, mentre il cuore gli batteva troppo forte: uno degli attacchi tachicardia di cui soffre e che lo lasciano senza forze. Consolato dall’amico rivale Sul 7-5 5-7 4-1 per Shapovalov si è dovuto stendere a terra, è stato visitato da un medico, ha provato a tornare in campo. Niente, non ce la faceva. Quando il suo angolo gli ha detto di arrendersi, è scoppiato a piangere. Lui e Denis sono canadesi, amici da sempre. Shapo ha un anno in più, gli Us Open li hanno vinti insieme da juniores, in doppio. Uno mancino e uno destro, uno biondissimo nato a Tel Aviv, l’altro con la mamma del Quebec e il papà del Togo, tutti e due con un gran talento: potrebbero essere i Nadal e i Federer del futuro. «Ci conosciamo da quando avevamo 8 anni, ho passato la vita con Felix – ha spiegato Shapovalov, gli occhi cerchiati di rosso e di sudore -. Gli ho detto soltanto di non preoccuparsi, perché un giorno qui la finale la giocheremo noi due».


Rilancio Wozniacki: «Sempre meglio» (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Allora hanno ragione i bookmakers. Non c’entra il ranking, conta il nome. Se nel tabellone femminile Serena Williams (testa di serie n. 17 e 26 delle classifiche) era la prima favorita alla vigilia degli US Open, lo è a maggior ragione ora che Simona Halep, la numero 1 della Wta è stata eliminata al primo turno dalla Kanepi. Anche perché Caroline Wozniacki, partita bene ieri battendo la Stosur, pur essendo la 2 delle classifiche, al via degli US Open 2018 era data appena 25/1 (contro il 9/2 di Serena), decima nella graduatoria delle scommesse: non convince. Ma intanto vince, battendo anche il caldo soffocante, con una ricetta particolare. «Gli asciugamani con il ghiaccio, un po’ di ombra, certo hanno aiutato – ha detto a fine incontro dopo il 6-3, 6-2 con la Stosur -. Ma ad essere sinceri, ho immaginato si essere in spiaggia con un “margarita” in mano…». C’è anche da aggiungere che nonostante il 2 nel ranking, la Wozniacki è giunta a New York senza vincere nei tre tornei del Nord America che aveva in programma: ritiratasi a Washington prima di scendere in campo e sconfitta a Montreal e Cincinnati (anche qui un ritiro, ma dopo il primo set). Ma adesso è pronta per la grande sfida. «Mi sento bene – ha aggiunto – non sono arrivata qui nel modo ideale, ma fisicamente adesso devo dire che mi sento al meglio. E questo è stato davvero un ottimo test, sia per il caldo, sia per l’avversaria che avevo davanti. Ora spero solo di giocare sempre meglio». Di sicuro il tennis femminile non è più come prima: una volta, e non si deve pensare solo a Serena Williams, chi si trovava al comando del ranking era anche chi di solito gli Slam poteva vincerli. Adesso è completamente diverso. Per una conferma basta analizzare proprio il ranking attuale: le prime tre in graduatoria, Halep, Wozniacki e Stephens hanno conquistato appena uno Slam a testa e tra le Top Ten soltanto la Kerber è riuscita a ripetersi (ne ha vinti tre: Australia Open e US Open nel 2016, Wimbledon quest’anno). Ma delle prime dieci, sono sei le giocatrici che hanno trionfato in uno dei quattro grandi tornei e in totale ci sono stati appena otto successi (quasi un terzo di quelli vinti da Serena). Ecco perché, dopo essere diventata mamma, alla soglia dei 37 anni, se le condizioni fisiche la accompagneranno Serena ha ancora la grande possibilità di conquistare il suo 24° Slam, raggiungendo Margaret Court. (…)


Serena col tutù. A New York c’è in ballo il record (La Gazzetta dello Sport)

«Nella moda non ci si ripete mai», scherza Serena Williams ammiccando alla polemica, ormai archiviata, del presidente della Federtennis francese Bernard Giudicelli, che aveva dichiarato che la tutina nera attillata da Catwoman indossata al Roland Garros «mancasse di rispetto al gioco e al posto». Siamo già oltre. Lunedì sera, Serena si era infilata il tutù nero per le esibizioni serali dello stilista Virgil Abloh, che, se non fosse per la sua stazza imponente, la farebbe sembrare la ballerina del Cigno Nero. Un design speciale con spalla e braccio nudi e gli altri coperti. «È molto aerodinamico, facile giocarci con il braccio libero. E poi l’avevo già sperimentato in allenamento», spiega. Il vestito è più importante dell’aspetto tecnico, almeno fino a quando liquida le pratiche tennistiche, come quella della polacca Linette, in due set e poco più di un’ora di lavoro. È il suo «comeback» agli Us Open, che non vince dal 2014. Un anno fa (il 1° settembre) partoriva Alexis Olympia e ora intende recuperare lo scettro inevitabilmente sfuggitole di mano. Non sono stati mesi semplici. Un po’ di «depressione post partum» (confessata sui social per incoraggiare le altre mamme), anche perché la gravidanza era stata zeppa di complicazioni: un cesareo d’urgenza con rischio di morire per un’embolia che l’aveva inchiodata al letto per sei settimane. A Wimbledon si era spinta in finale, con la chance di raggiungere il record di Margaret Court (23 Slam) sfumata per mano della tedesca Kerber. Poco dopo a San José era incappata nella peggior sconfitta della carriera: un solo game raccolto con la britannica Konta. Rivelò di non essersi concentrata perché prima del match aveva appreso che l’assassino di sua sorella Yetunde Price nel 2003 era stato appena scarcerato. Ma ora in testa ha solo Olympia: pensieri belli. «Da quando è nata invece di rilassarmi ho ancora più fuoco dentro», ride. «Non festeggeremo il suo primo compleanno, perché siamo testimoni di Geova». Nessuna controindicazione, però, per celebrare l’eventuale 24° Slam.

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Alessandro Giannessi: “Sogno il Roland Garros” (Bertellino)

La rassegna stampa di giovedì 28 maggio 2020

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Intervista ad Alessandro Giannessi: “Sogno il Roland Garros” (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Alla scoperta di Alessandro Giannessi, classe 1990, spezzino e già top 100. La strada del professionismo è tortuosa: «Occorrono tantissime qualità. È un percorso lungo e fatto di sacrifici. Soffrire, accettare i momenti negativi è fondamentale. Ripartire anche dopo gli infortuni che purtroppo fanno parte del gioco. Io ne ho avuti diversi e penso di essermi sempre rialzato alla grande». Un’operazione al polso destro nello specifico è stato uno dei momenti più difficili. «Ho ripreso dopo 7-8 mesi con i futures, un altro ambiente. Ho fatto abbastanza presto a tornare nel circuito Challenger da cui ho preso slancio per arrivare al best ranking di n°84 al mondo». Tre in totale le vittorie Challenger. «Sono legato a tutte, anche se la prima, arrivata a Banja Luka in un 100 mila dollari, è un grande ricordo. Un torneo al quale ero arrivato in un momento difficile dopo diverse eliminazioni al 1° turno; non sapevo se partecipare fino all’ultimo minuto. Ci sono andato da solo e ho colto il massimo. Anche questo fa parte del tennis e delle sue variabili». Diverse le finali raggiunte, sempre a livello Challenger. «Tra i match decisivi quello che ricordo negativamente risale al torneo di Francavilla, con la sfida per il titolo persa contro il portoghese Sousa. Se l’avessi vinta sarei entrato in tabellone direttamente a Parigi e a Wimbledon. In entrambi quegli Slam rimasi invece fuori di uno». […] Ora Giannessi ai allena con Flavio Cipolla. «Siamo amici, quando ha smesso per un problema sapevo che voleva iniziare a lavorare come allenatore e mi sono proposto. Mi ha aiutato tantissimo in questi due anni. Ho trovato una stabilità mentale e di tennis che spero mi possano poi portare ai risultati sperati». La ripresa dopo il lockdown. «Vedo la situazione ancora complicata per tornare a giocare in tutto il mondo. Tutti i governi e tutti i Paesi dovranno dare il proprio ok». […] I prossimi obiettivi di Alessandro Giannessi? «Ottenere dei buoni risultati e superare il mio best ranking. La top 100 è il sogno di ogni tennista grazie alla quale acquisisci anche la tranquillità economica. Sono nato e cresciuto sulla terra rossa e il Roland Garros è l’appuntamento nel quale spero un giorno di fare un grande risultato. Crescendo mi sono adattato anche alle superfici veloci e specie sul cemento outdoor mi trovo bene».

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Renzo Furlan: “In Serbia a caccia dei nuovi Djokovic” (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 26 maggio 2020

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Intervista a Renzo Furlan: “In Serbia a caccia dei nuovi Djokovic” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Renzo Furlan da giocatore è stato numero 19 del mondo e a lungo una delle certezze della nostra squadra di Davis. Dopo l’esperienza da direttore del centro federale di Tirrena, ha iniziato una collaborazione con la federazione serba, incaricato da Novak Djokovic in persona di una missione a cui il numero 1 del mondo tiene molto: trovargli un erede, possibilmente anche più di uno. […] Conosciamo il Djokovic tennista. Ci racconta il suo lato di dirigente? «Quella prima volta parlammo due ore, e Djokovic mi impressionò per la chiarezza di pensiero e la concentrazione. Aveva in mente un progetto perfettamente definito, e non si rilassò un minuto. Quelle due ore mi sorpresero, e mi aiutarono a capire il Djokovic giocatore. Uno che sa darsi una disciplina ferrea e dispone di un’energia impressionante». Ultimamente ha fatto notizia per alcune opinioni molto controverse…. «Io conosco la sua grande etica lavorativa. Novak si interessa molto al futuro del pianeta, alle energie riciclabili, è molto rigoroso nell’alimentazione. E non credo che si metterebbe mai sulla maglietta uno sponsor di cui non condivide i principi». Come si è svolto il suo lavoro in questi anni? «Dal luglio del 2016 ci siamo concentrati sulla fascia 12-20 anni, compilando schede sui migliori e iniziando a lavorare sui sei campi che Djokovic mette a disposizione della federazione all’interno del suo Novak Tennis Center di Belgrado, ma muovendoci anche nelle quattro regioni in cui è diviso il Paese. […]». In che misura Djokovic finanzia l’attività della federazione? «Non so dirlo, ma sicuramente ha una grande influenza. È evidente il suo desiderio di restituire parte di quello che ha ricevuto dal tennis. Sa di avere il potere di cambiare le cose, e vuole impiegarlo al meglio. È molto preoccupato, ad esempio, che si possano perdere per strada potenziali talenti. Stesso discorso per Tipsarevic, che ha un’altra bellissima academy e sta facendo bene anche come promotore. Purtroppo allo sport non arrivano molti fondi dallo Stato, il tennis in questo è nelle stesse condizioni del calcio, della pallavolo che ottiene ottimi risultati, o del basket, che pure ha come presidente un altro mito dello sport come Sasha Danilovic». La figlia dell’ex giocatore della Virtus Bologna, Olga, fra l’altro gioca a tennis… «Un talento fenomenale. È nata nel 2001 e l’anno scorso a Mosca ha già vinto un torneo Wta. Ha un potenziale atletico e tecnico enorme, però è imprevedibile, nel bene e nel male, proprio come suo padre. Può arrivare in alto, ma deve trovare continuità». Chi sono gli eredi del Djoker? «La Serbia è un Paese di appena 7 milioni di persone e i tesserati del tennis restano pochi, nonostante il traino di Djokovic, Tipsarevic e Ana Ivanovic. Ma i talenti ci sono: penso a Hamad Medjedovic, un classe 2003 che ha fatto finale a Tarbes, nel torneo che ha un albo d’oro pieno di campioni; o a Branko Djuric, 2005, un montenegrino che si allena anche da Riccardo Piatti a Bordighera. Sta crescendo inoltre tutto un sottobosco di giovani che promette molto bene». Oltre all’impegno in Serbia per lei c’è anche il ruolo di allenatore di Jasmine Paolini, la nostra migliore azzurra insieme a Camila Giorgi… «Uscita da Tirrenia, Jasmine mi ha chiesto di darle una mano. Non posso seguirla sempre, ma lei è stata bravissima ad adeguarsi a una situazione non facile. Io l’alleno a Massa, il suo preparatore Michelangelo Manganello sta a Pisa, insomma non c’è una base fissa. Oggi è 90 del mondo, deve consolidarsi e salire ulteriormente. Jasmine, nonostante non sia altissima, ha grandi qualità tecniche e tattiche e molti margini di miglioramento. Il 29 giugno fra l’altro la accompagnerò in Serbia per la seconda tappa dei tornei che organizza Tipsarevic». La grande stagione del nostro tennis femminile non ha lasciato eredi all’altezza. Come mai? «Una generazione come quella, con quattro Top 10 che hanno tutte vinto o fatto finale in uno Slam, non la rivedremo facilmente. C’è molto da ricostruire, ma non è sempre facile avviare nuovi cicli. Insieme a Jasmine ora abbiamo Elisabetta Cocciaretto, altra giovane molto interessante, e se loro cresceranno potranno fare da traino ad altre giovanissime che iniziano a muoversi». Il settore maschile stava invece conoscendo una stagione eccezionale. Continuerà dopo la ripresa? «È il momento migliore degli ultimi 30 anni. Ci sono veterani di grande qualità come Fognini e giovani già fortissimi come Berrettini. Lorenzo Sonego a 25 anni è nei Top 50, Stefano Travaglia ha recuperato dopo tanti infortuni, e un giovanissimo come Sinner è stato capace di vincere le Next Gen Finals a 18 anni; un’impresa eccezionale. Lorenzo Musetti e Giulio Zeppieri hanno solo un anno meno di Jannik, dietro di loro troviamo un talento come Luca Nardi. C’è qualità in tutte le generazioni, e i successi di Sinner possono ispirare molti ragazzi».

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Gli anni di Fabio (Cocchi). Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Grilli). Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2020

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Gli anni di Fabio: «Mi manca la gara, ma adesso sono un esperto di Tom & Jerry» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Trentatré sono gli anni che compie oggi Fabio Fognini, mai come ora preso dal ruolo di padre e uomo di famiglia. Tre sono gli anni che ha compiuto Federico, il primogenito di Fabio e Flavia Pennetta, finalmente festeggiati senza una valigia in mano. Un’età importante. E tempo di bilanci per Fognini, genio e sregolatezza del tennis italiano, capace di far passare al tifoso medio tutto l’arco costituzionale delle emozioni, dall’esaltazione alla furia. Fabio, che sapore ha questa giornata? «Il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il “grande”, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto».

Lei e Flavia festeggerete quattro anni di matrimonio l’11 giugno. ma forse non avete mai passato tanto tempo insieme…

 

È proprio così, la quotidianità per così dire “prolungata” è una dimensione che ci mancava. E devo dire che non è stato sempre facile, soprattutto all’inizio. In 15 anni di carriera sono sempre stato abituato ad andare e venire, stare fermo e non sapere nulla del futuro mi rendeva un po’ nervoso. Ma pian piano ci siamo abituati. Abbiamo iniziato a collaborare di più, io ho cercato di aiutarla. Magari cucinando, o tenendo Federico quando è più occupata con Farah. E così abbiamo trovato il ritmo. E siamo anche riusciti a divertirci. […] Per una vita dopo il tennis c’è tempo, però mi sento cresciuto come padre e come marito. E ora ho pure una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io. […]

Finalmente è tornato ad allenarsi in campo. Quanto le mancano i tornei?

Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie.

Cosa ne pensa coach Barazzutti?

La pensa come me. Ci sentiamo ogni giorno, ma non mi dà grosse indicazioni. Non sono più un giovane che deve approfittare della pausa per cambiare il proprio gioco. Ci confrontiamo, ma restiamo in attesa di sapere che sarà della stagione. Ora le classifiche sono congelate, ma il ranking non mi interessa. Guardo chi c’è davanti a me, e a parte i tre fenomeni gli altri sono tutti giocatori che ho già battuto e so di poter battere di nuovo. Anche Berrettini, che ha fatto grandi cose, è ancora giovane e ha tanti punti da difendere. Vediamo cosa ci riserverà il futuro.

Riserverà distanziamento sociale e nuove abitudini. A proposito, l’abbiamo vista giocare col guanto: come si è trovato?

Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza.

Cosa porterà con sé da questo momento assurdo che stiamo vivendo?

Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini.

Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Paolo Grilli, La Nazione)

Prima giapponese a vincere uno Slam, l’Us Open del 2018, e prima tennista asiatica in grado di raggiungere la vetta della graduatoria Wta, Naomi Osaka può gioire anche per un altro record, certo meno evocativo ma di enorme conforto: è lei la sportiva più pagata al mondo, secondo Forbes, avendo guadagnato nel 2019 circa 34 milioni di euro (lordi) tra montepremi e contratti di sponsorizzazione. E la ciliegina sul primato, per la 22enne nipponica, è quella di aver superato di poco la rivale Serena Williams, che si era sempre piazzata sul gradino più alto del podio femminile degli introiti nei quattro anni precedenti. L’asiatica occupa la 29esima posizione dei guadagni tra gli sportivi di tutto il mondo, mentre l’eterna campionessa americana non va oltre la 33esima piazza. Si tratta comunque della prima volte nella storia in cui due donne riescono a entrare nella top 50 assoluta: un piccolo passo verso una reale e auspicata parità di genere dello sport. La Osaka, ironia della sorte, non è stata protagonista di un 2019 stellare. Ha vinto gli Australian Open in gennaio, facendo il bis negli Slam dopo la vittoria a New York dell’autunno precedente, ma poi ha conosciuto una lunga impasse, tra difficoltà tecniche e fisiche. E solo alla fine dell’anno scorso ha vinto due tornei (Pechino e… Osaka!) riscattando le figure non proprio eccelse rimediate negli altri Slam. Quest’anno, poi, proprio agli Australian Open ha incassato una secca sconfitta dall’astro nascente Usa Cori Gauff. E Naomi è arretrata cosi fino alla decima posizione Wta. Ma ormai lei è un fenomeno globale e gli sponsor fanno a gara per mettere i loro marchi accanto al suo sorriso. […]

Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Voglia di ricominciare. Il tennis, travolto come il resto del mondo dall’emergenza coronavirus, ricerca lentamente la sua normalità e anche se fino al 31 luglio sono sospese tutte le attività, i campioni hanno cominciato ad allenarsi e alcuni di loro si stanno pure muovendo per garantirsi una parvenza di agonismo attraverso match senza valore ufficiale. Così, mentre Nadal posta su Instagram le foto del primo giorno di preparazione nella sua Accademia (e un giornalista spagnolo lo propone come ministro degli Esteri in un eventuale governo tecnico per gestire il post-pandemia), Djokovic festeggia il compleanno (33 come Fognini, compiuti venerdì) lanciando l’Adria Tour, un mini circuito itinerante di partite di esibizione che coinvolgeranno quattro Paesi dell’ex Jugoslavia e che scatterà il 13 giugno. L’obiettivo dell’evento è la solidarietà a favore di vari progetti umanitari nei Balcani. Il numero uno del mondo sarà affiancato da alcuni top player, innanzitutto da quel Dominic Thiem che Nole ha sconfitto a fatica nella finale degli Australian Open di gennaio. Poi ci saranno Grigor Dimitrov nonché l’amico e connazionale Viktor Troicki, mentre non si conoscono ancora i nomi degli altri quattro tennisti che dovrebbero completare il parterre della manifestazione. Il mini circuito si svolgerà in quattro diversi fine settimana e quattro differenti località, con un match bonus tra Djokovic e Damir Dzumhur che chiuderà l’Adria Tour il 5 luglio. Il programma prevede la prima tappa a Belgrado (Serbia, 13-14 giugno), la seconda a Zagabria (Croazia, 20-21 giugno), la terza in Montenegro (27-28 giugno) e la quarta a Banja Luka (Bosnia, 3-4 luglio), con il bonus a Sarajevo il giorno dopo. Per ogni weekend, i partecipanti saranno ripartiti in due gruppi e si sfideranno secondo la formula del round robin. I vincitori di ciascun gruppo giocheranno la finale. Gli incontri seguiranno le regole del Fast 4: set ai quattro game e partite al meglio dei tre set. La speranza è che possa addirittura giocarsi con il pubblico, visto il basso tasso di contagiosità dei quattro Paesi. […] Chi sembra non avere nessuna fretta di ripartire è Roger Federer, che infatti ha dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo perché non ha stimoli sufficienti, considerando che resta forte l’incertezza sulla data di inizio dei tornei. In una chat con Kuerten, il Divino ha rivelato: «Al momento sono fermo, perché non vedo il motivo per preparami. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa. Quando avrò un obiettivo per cui allenarmi, sarò super motivato». Filosofia da Maestro.

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