US Open: incredibile Millman, Federer è fuori!

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US Open: incredibile Millman, Federer è fuori!

NEW YORK – Partita perfetta di Millman. Per Roger 77 errori. Tanta sofferenza per il caldo. Salta la super sfida con Djokovic ai quarti. Cilic stende Goffin

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J. Millman b. [2] R. Federer 3-6 7-5 7-6(7) 7-6(3) (da New York, Ferruccio Roberti)

 

CLAMOROSO A FLUSHING MEADOWS: LA CADUTA DEL RE – Sembrava impossibile e invece è successo: John Millman, 55 ATP, sulla carta non poteva rappresentare per Federer un banco di prova davvero impegnativo. Il 29enne australiano, mai vincente contro un top 10, aveva tolto un set allo svizzero a gennaio 2015, nel secondo turno di Brisbane, ma la differenza di valori in campo e le statistiche – che vedevano Roger agli US Open sempre vincente contro tennisti fuori dalla top 50 nelle quaranta volte che li aveva affrontati – sembravano scongiurare possibilità di sorpresa. Invece, il Federer brillante visto contro Kyrgios ha lasciato il passo a uno estremamente falloso (77  gratuiti, 65 vincenti, per Millman 47 vincenti e soli 28 errori, un partitone dell’australiano), lento negli spostamenti, goffo nei momenti importanti col rovescio e con percentuali mediocri al servizio (49% di prime, 48% di punti vinti con la seconda, ben 10 doppi falli). “Era veramente molto caldo stasera. Non riuscivo a respirare. È la prima volta che mi accade. Più il match andava avanti, più sudavo, sudavo, sudavo sempre di più. Alla fine ho perso energia, ammette Federer a fine match. Non vanno nemmeno nascosti i meriti di Millman, capace di correre dopo tre ore e mezza su ogni palla come se il match fosse iniziato da pochi minuti, sempre bravo tatticamente e con una predisposizione agonistica eccellente, che gli ha fatto superare anche il timore reverenziale verso un mito come Federer, cosi come verso i 23000 dell’Ashe, tutti uniti a sostenere sonoramente lo svizzero.

Serata nuovamente molto calda e umida, ma da sold- out sull’Arthur Ashe, tra le cui tribune vengono come al solito inquadrati i vip la cui presenza emoziona il pubblico. Tra di essi, l’ex presidente USA Bill Clinton, l’attrice Sophie Turner (Game of Thrones), l’ex campione di basket (5 titoli) e ora allenatore dei Golden state Warriors (altri tre campionati NBA vinti in tale veste), Steve Kerr. Il primo set viene deciso nei game iniziali: Roger annulla con un ace una palla break per Millman nel gioco iniziale, poi però allunga sul 2-0 giocando una gran accelerazione di dritto sulla palla break. L’allungo si rivela decisivo, sebbene Federer abbia occasioni per andare sul 4-0 prima e sul 5-1 poi. Tuttavia lo svizzero non gioca bene come sa: ha una percentuale di prime inferiore al cinquanta per cento e chiude il parziale, dopo 32 minuti di partita, con quindici vincenti, ma anche altrettanti errori gratuiti.

Millman, autore dell’eliminazione del nostro numero 1 Fognini, gioca come contro Fabio: si muove benissimo nel campo, non cerca vincenti, ma lotta su ogni palla, provando a rimandare colpi sempre profondi e angolati. Non è certamente dotato di un talento cristallino, ma gioca un tennis percentuale capace di mettere in risalto le giornate negative del proprio avversario. In carriera non ha mai sconfitto un top 10, quest’anno non ha fatto meglio di una finale (a Budapest) e un quarto (a Eastbourne) e in entrambi i casi è stato fermato dal nostro Cecchinato. Tuttavia, in partite come quelle in cui non ha nulla da perdere, un agonista come lui si esalta ed è quello che accade sull’Arthur Ashe. Le avvisaglie che qualcosa per lo svizzero non stia andando per il verso giusto si hanno già ad inizio del secondo parziale: nel corso del secondo gioco, durato 24 punti, Roger deve annullare ben sette palle break. Tuttavia, nei minuti successivi quelli appena vissuti appaiono solo falsi allarmi: nel terzo game Millman è bravo a sua volta a non far convertire a Roger due palle break in suo favore, ma quando nel quinto gioco Federer strappa servizio all’australiano, la partita sembra ormai ipotecata. Dopo i rischi corsi nel secondo game, il cinque volte campione del torneo non fa mai arrivare ai vantaggi il suo avversario: così, quando si arriva sul 5-4 40-15 a suo favore, il set sembra arrivato a concludere la sua durata. Accade invece l’imponderabile, con Roger che subisce statico due belle risposte di Millman, sbaglia volée e conclude la frittata con un esiziale doppio fallo. Roger è sotto choc per il set riapertosi e paga il conto due game dopo: sul 30 pari si fa sorprendere da un gran passante di un Millman oramai in fiducia. Sul set point a sfavore, Federer non riesce ad evitare di mandare lungo il rovescio, portando dopo nemmeno 100 minuti di partita in equilibrio il conteggio dei set.

Roger Federer – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

Il terzo parziale inizia con una palla break, non convertita, per Federer nel gioco iniziale: è l’unico momento da riportare di un set nel quale si arriva al tie-break dopo 2 ore e mezzo di partita senza sussulti ulteriori, con appena un gioco per parte, dopo quello iniziale, arrivato ai vantaggi. Roger va avanti 3-1, si fa rimontare, ma si ritrova comunque sul 6-5. In questo frangente, su una seconda debole di Millman, centrale e tirata a 160 kmh, lo svizzero affossa in rete goffamente la risposta. Con un bel dritto lungolinea, Federer annulla il primo set point sul 7-6 a sfavore, ma, quando Millman ha una seconda chance, pensa male di mandare dritto in corridoio e consegnare così il set all’australiano di Brisbane.

È mezzanotte passata quando inizia il quarto parziale: lo stadio si è parzialmente svuotato, la cappa di umidità, invece, sembra aumentata. Si arriva al sesto gioco, quando l’Arthur Ashe esulta con tutte le forze rimaste per il break operato da Federer, con Millman che affossa in rete il dritto sulla palla break. L’australiano però è giustamente deciso a non avere rimpianti in quella che è l’occasione per svoltare una carriera sin qui da onesto comprimario, e rimonta grazie a colpi che non gli si conoscevano, ma anche alla complicità di Federer, che nel settimo gioco restituisce il break, con una serie di ingenuità che inevitabilmente riequilibrano il set. Si arriva nuovamente al tie-break, giocato pessimamente dallo svizzero che non ne ha più e fa due doppi falli consecutivi nel momento decisivo, lanciando Millman sul 4-1 e servizio. Il successo arriva pochi punti dopo, dopo 3 ore e 35 minuti di una partita in molte fasi non bella, ma comunque appassionante.

Quando termina il match, si assiste a una scena surreale: John ottiene una vittoria che lo lancia nella storia di questo sport, ma non esulta, quasi mortificato di aver deluso il mondo del tennis. Complimenti a Millman, tornato nel circuito l’anno scorso dopo un difficile intervento all’inguine: probabilmente nemmeno lui avrebbe in quel momento immaginato di vivere una serata come questa. Affronterà Djokovic ai quarti, un precedente in favore del serbo, al Queens sull’erba quest’anno (6-2 6-1). “Dovrò migliorare molto rispetto all’ultima volta che ci siamo affrontati. Lui è un giocatore incredibile e penso che sia in ottima forma. Se posso batterlo? Perché no? Sarebbe una mancanza di rispetto verso me stesso se andassi là fuori senza credere di potercela fare”. Proverà quindi a mettere a segno un’altra impresa l’australiano, che su Federer ammette: È uno dei miei miti, lo ammiro molto. Mi sento un po’ in colpa perché oggi non era sicuramente nella sua giornata migliore. Ma per batterlo avevo bisogno proprio di questo: una brutta giornata da parte sua, e una grande giornata da parte mia. Ho tanto rispetto per lui e per quello che ha fatto per il nostro sport. Ricorderò questo giorno per tanto, tanto tempo”.

[7] M. Cilic b. [10] D. Goffin 7-6(6) 6-2 6-4 (da New York, Bruno Apicella)

CILIC SI SENTE A CASA  Marin Cilic inizia male il match. Soffre un set ma riesce a superare, in tre set, David Goffin (n. 10 ATP) e accede così ai quarti di finale degli US Open 2018. Nel prossimo match il croato affronterà Kei Nishikori (n. 19 ATP): proprio il giapponese era stato l’avversario battuto dall’attuale numero 7 del mondo nel suo primo e unico trionfo Slam (i precedenti tra Cilic e Nishikori sono di 8 a 6 in favore del giapponese).

Un Cilic molto falloso ha concesso in apertura di match il primo break dell’incontro. Il pubblico rumoreggia sul Louis Armostrong e fatica a trovare posto prima dell’inizio della partita. Mentre per Cilic forse la stanchezza delle quattro ore di partita dopo la bellissima vittoria in rimonta control’australiano Alex de Minaur hanno iniziato a pesare. E se il croato sin da subito commesso diversi errori, Goffin, ha provato ad essere il più solido possibile imponendo il suo tennis lineare ed efficace. Il belga, infatti, ha disegnato il campo sfruttando i lungolinea e cercando di muovere l’avversario. Cilic, non appena lo scambio tendeva ad allungarsi, commetteva subito un gratuito. In risposta il vincitore degli US Open 2014 non è riuscito ad incidere continuando a sbagliare in lunghezza, e Goffin è sembrato dominare per lunga parte del parziale. Proprio nel momento in cui il belga si è trovato a servire per chiudere il primo set, il croato ha alzato il livello del suo tennis, forzando i colpi e prendendosi i suoi rischi. Goffin non è riuscito a dare continuità al suo gioco lineare e il primo parziale è stato deciso dal tie break. È stato a questo punto che Cilic ha ritrovato l’incisività del dritto che era mancata all’inizio del match. Nonostante qualche errore di troppo il croato, approfittando anche delle incertezze di Goffin, ha portato a casa il tie break chiudendolo per 8 punti a 6.

Marin Cilic – US Open 2018 (credit USTA/Andrew Ong)

Break e contro break hanno aperto il secondo set; è stato il croato, però, il primo a tentare l’allungo. Cilic, rispetto al primo set, è stato più continuo e ha migliorato anche la quantità di punti ottenuti con la prima di servizio. Grazie ad una posizione più aggressiva in campo è stato capace di comandare lo scambio con il dritto e avere meno difficoltà rispetto ai game precedenti riuscendo a diminuire il numero dei gratuiti. La solidità del numero 10 del mondo è venuta meno e Cilic si è portato sul 5 a 2 avendo l’occasione di servire per chiudere anche il secondo parziale. Goffin ha avuto due occasioni per riaprire il set ma non è stato in grado di sfruttarle anche perché, grazie al servizio, il croato è uscito fuori dal momento di difficoltà e ha chiuso per 6 game a 2. Avanti due set Cilic ha potuto giocare in fiducia e, grazie alla pesantezza del suo dritto, ha potuto incidere da fondo campo e ottenere il break decisivo. Grazie al vantaggio conquistato Cilic si è trovato a servire per i quarti di finale: solo dopo aver annullato l’ultima palla break del match ha potuto chiudere l’incontro e accedere al turno successivo.

Risultati:

[7] M. Cilic b. [10] D. Goffin 7-6(6) 6-2 6-4
[21] K. Nishikori b. P. Kohlschreiber 6-3 6-2 7-5

[6] N. Djokovic b. J. Sousa 6-3 6-4 6-3
J. Millman b. [2] R. Federer 3-6 7-5 76(7) 7-6(3)

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US Open: il robot è tornato, finale senza storia. Djokovic aggancia Sampras

NEW YORK – Nole impeccabile, del Potro non può nulla. 14esimo Slam in carriera (come Pistol Pete), il secondo dell’anno dopo Wimbledon. 71esimo titolo totale. Tornerà n.3

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[6] N. Djokovic b. [3] J.M. del Potro 6-3 7-6(4) 6-3

 

Il robot da tennis inscalfibile, Novak Djokovic, è tornato: secondo Slam consecutivo, 14esimo in totale, terzo US Open, una regolarità insuperabile perfino per le bordate del volenteroso Juan Martin del Potro. Che paga, però, la poca incisività del rovescio, non compensata a sufficienza dai missili del suo fantastico dritto. Non sarà vario, o imprevedibile, o spettacolare in senso classico il gioco di Nole, ma la feroce efficacia nel macinare palleggio e recuperi fino allo sfinimento di qualsiasi avversario ha certamente il suo fascino. E sembra costruito apposta per il tennis di questi anni, per le superfici regolari e regolarizzate, con una tendenza generale all’uniformità verso la lentezza e i rimbalzi frenati e poco rapidi. Poco da dire, perfetto e pragmatico al massimo livello possibile ora.

Inizio a buon ritmo da parte di entrambi, tatticamente la partita si sviluppa da subito sul prevedibile binario delle accelerazioni appena possibile con il dritto da parte di Juan Martin, opposte alla manovra in difesa e al contrattacco dal lato del rovescio per Nole. L’uscita dalla diagonale sinistra è chiaramente la chiave per l’argentino, perché una volta che si trova nella posizione di poter scatenare le sue mazzate da destra, le cose si fanno difficili per il serbo. Per Djokovic, è evidente l’intenzione di non permetterglielo, tenendolo inchiodato lì con colpi profondi e angolati. Ne escono diversi scambi con schermaglie di slice tagliati in diagonale, di rovescio, da cui il primo a uscire di solito fa il punto, che sia Nole con il lungolinea bimane o Juan Martin con lo sventaglio a uscire e inside-in. Buon livello, la palla viaggia veloce, c’è il tutto esaurito sugli spalti, i tifosi argentini accennano i primi cori “Oleee, Delpo, Delpo”. I maxischermi inquadrano le consuete celebrità ospiti nei vip-box, l’applauso più forte se lo prende Jerry Seinfield, che qui a New York è una leggenda della TV e delle sit-com. L’equilibrio in campo è assoluto per oltre mezz’ora, va ai vantaggi sulla propria battuta solo Djokovic nel terzo game. E poi, sul 4-3, da 40-0 delPo si fa rimontare e brekkare a sorpresa. Bene Nole in risposta, certo, ma le colpe sono più dell’argentino, che fallisce almeno due colpi non complicati. Al servizio per il set, Djokovic chiude alla prima occasione, grazie al dritto in rete dell’argentino, 6-3. Ordinato e solido il serbo, un singolo passaggio a vuoto pagato carissimo per Juan Martin. Tennis non esattamente brillante, delPo prova a spingere di più, dall’altra parte Nole fa sempre e solamente la stessa cosa, corsa laterale, tenuta d’incontro, e occasionali contrattacchi, diciamo che ci si è divertiti di più, ma questo passa il convento.

Quasi a voler ricompensare chi ha speso centinaia di dollari per un biglietto anche per i posti più lontani, nel primo punto del secondo set Djokovic va a rete e chiude una spettacolare volée di rovescio, intercettando il gran passante lungolinea dell’avversario. Arriva il primo applauso vero e convinto del pubblico, che finora, “torcida” argentina compresa, era stato come anestetizzato dal bum-bum soporifero e regolare come un metronomo prodotto dal gioco. Sempre nel primo game, altro lampo di Nole con il passante di rovescio, che gli vale palla break, annullata, così come una successiva due punti dopo, deve stare attento delPo, se questo apparentemente perfetto Djokovic dovesse andargli via nel punteggio, riprenderlo sarebbe durissima. Ma tennis poco esaltante o meno, il serbo è impeccabile, sta lì, dà la sensazione costante di poter andare avanti a palleggiare in eterno (per fortuna non lo fa davvero), e giustamente alla fine viene premiato dagli errori di Juan Martin, brekkandolo al terzo game. Ancora applausi per il “celebrity spotting” dei maxischermi, stavolta con Meryl Streep e Gerard Butler, nel frattempo il serbo sale 3-1. Un timido coro di incoraggiamento degli argentini prova a scuotere delPo, e la cosa incredibilmente funziona: Juan Martin tiene il servizio, e poi a furia di mazzate arriva alla sua prima palla break, ma fallisce un passante. Due punti dopo, però, ne ha un’altra, scappa largo il dritto a Djokovic, ed è 3-3. Per la prima volta dall’inizio della partita, scatta un’ovazione assordante, Nole ha anche qualcosa da dire in serbo (che comprendo, ma non riferirò per decenza) a uno spettatore particolarmente chiassoso in tribuna. In generale, il match si sta “svegliando”, l’ace esterno che manda Juan Martin avanti 4-3, con una mini-striscia di 3 game consecutivi provoca un altro boato.

Con chi stia lo stadio è chiaro, ma come si sa, se c’è uno che di queste cose se ne frega altamente è Djokovic. Che però, al salire dell’intensità più emotiva che tecnica della partita, palesa le prime incertezze, subisce un bellissimo lungolinea di rovescio, e affronta ancora palla break. Per sua fortuna l’errore di delPo lo grazia, ma la sensazione è che il controllo assoluto del palleggio non sia più sua esclusiva. Un’ingenuità, con attacco dal lato sbagliato, costa al serbo la seconda palla break da affrontare in questo lottato ottavo game, ma c’è un nuovo errore in lunghezza di Juan Martin. Arriva anche il primo doppio fallo di Nole, e poi la terza occasione per delPo, ben annullata a rete dal serbo. Alison Hughes, l’espertissima arbitro di sedia, in questa fase è piuttosto larga di manica con gli sforamenti dello shot-clock, ma ci sta, gli spettatori sono molto rumorosi adesso. Finalmente, dopo 22 punti, Djokovic tiene la battuta, e siamo 4-4. Senza altri sussulti, si arriva al tie-break. Va avanti delPo di un minibreak, si fa riprendere sul 3-3, poi superare, e un dritto in corridoio gli costa due set-point contro consecutivi, 6-4. Basta il primo, concretizzato da Nole con una buona pressione da fondo, ed è due set a zero per il serbo.

Siamo a 2 ore e 16 minuti di match, le statistiche sono mediocri ma equilibrate (23 vincenti e 32 errori delPo, 22 vincenti e 27 errori Djokovic), però i punti importanti li ha fatti Nole, preciso e continuo, e il vantaggio è meritato. Nel terzo set, sul 2-1 per il serbo, Juan Martin annulla una palla break che rischia di essere definitiva con un bel servizio, poi uno scambio con difesa da alieno di Djokovic, che raccatta tutto dai teloni e alla fine incassa l’errore avversario, ne produce un’altra, e qui il rovescio lungo di delPo è gravissimo. 3-1 per Nole, potrebbe essere l’allungo decisivo. Reazione d’orgoglio dell’argentino, che si arrampica a una palla del contro-break, Djokovic si prende un warning per time violation alla battuta, viene poi battuto nello scambio ravvicinato a rete, e cede la battuta per la seconda volta nel match. Poco dopo, con i cori “Delpoo, Delpoo” che riprendono timido vigore, Juan Martin pareggia 3-3, rimettendo in carreggiata il parziale. Ma è l’ultimo colpo di coda per delPo: il break subìto due game dopo, male, con diversi errori, manda Djokovic al servizio per chiudere il match sul 5-3. Lo US open 2018 viene chiuso poco dopo da uno smash di Nole, che va a terra esultante, per poi abbracciare Juan Martin a rete. Grande torneo per Djokovic, grande stagione in generale con due titoli Major, raggiunto Pete Sampras a 14, sono 71 i tornei vinti in tutto. La classifica di lunedì lo vedrà al numero 3 ATP, il mondo del tennis lo vedrà come uno dei favoriti ovunque giocherà.

Del Potro è emozionato alla premiazione“Non è facile parlare ora, ma vi voglio bene ragazzi. Sono felice di aver giocato la finale con un avversario che è un idolo, mi dispiace aver perso, ma tanti complimenti a lui e al suo team. Non mi sono mai arreso durante i miei periodi da fermo per infortunio, con le operazioni ai polsi, lo US open è il mio torneo preferito. Grazie a tutta la gente argentina che mi ha sostenuto, grazie agli amici, uno può vincere o perdere un torneo, ma l’amore della gente che ti vuole bene vale più di qualsiasi coppa”.

Ovviamente leggerissimo Djokovic, che sta tornando alle sue vette: Il supporto di quelli che mi sono vicini, che c’erano anche quando le cose erano dure, con l’intervento al gomito, e per questo capisco bene Juan Martin, è stato fondamentale per i miei successi di quest’estate. Stare di fianco fianco a Sampras a 14 titoli, beh, posso dire Pete, ti adoro, sei il mio mito, mi sarebbe piaciuto che tu fossi qui! A Juan Martin dico che sicuramente lo rivedremo qui, con il trofeo in mano. A un certo punto, con i fan serbi e argentini, sembrava una partita di calcio, grazie ragazzi, è stata un’atmosfera fantastica per lui e per me. C’è John McEnroe? Adoro anche lui!”.

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US Open: Del Potro per il bis, Nole per raggiungere Rafa

I due non si affrontano dai quarti di finale di Roma dello scorso anno. In quell’occasione vinse Djokovic. Chi la spunterà questa volta?

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Questa sera (ore 22:00 italiane) l’Arthur Ashe Stadium sarà teatro del capitolo numero 19 della rivalità tra Novak Djokovic e Juan Martin Del Potro. Il bilancio degli scontri diretti vede il serbo in vantaggio: 14-4, ma l’argentino in più occasioni, anche quando è stato sconfitto, ha dimostrato di poter mettere in seria difficoltà Djokovic. Indimenticabile ad esempio la semifinale a Wimbledon 2013 quando Nole l’ha spuntata solo al quinto set, dopo essere stato costretto per ben due volte al tiebreak. A livello Slam Djokovic e Del Potro si sono affrontati in sole 4 occasioni e ha sempre vinto il serbo. Di queste sfide due si sono disputate proprio agli US Open: nel 2007, al terzo turno, con Nole che si impose in tre set (6-1, 6-3, 6-4) e nel 2012, nei quarti di finale, con il serbo ancora una volta vittorioso in tre parziali (6-2, 7-6, 6-4).

Sebbene i precedenti vedano Del Potro sfavorito, il tennista argentino ha già dimostrato in passato di potersi aggiudicare il torneo contro i favori del pronostico. Il pensiero di tutti va inevitabilmente all’edizione 2009, quando in una memorabile battaglia di cinque set superò il favorito della vigilia, nonché cinque volte campione a Flushing Meadows, Roger Federer. Anche in quell’occasione l’argentino superò Rafael Nadal in semifinale. Sarà solo una coincidenza?

 

Del Potro ha indubbiamente l’attitudine dei grandi campioni. Ha la forza mentale e fisica che gli permettono di giocare alla pari con avversari che almeno sulla carta sono più quotati. Senza i tanti infortuni, che purtroppo hanno caratterizzato la sua carriera, avrebbe certamente vinto di più soprattutto a livello di tornei dello Slam. A distanza di nove anni dall’ultima volta, il gigante di Tandil ci proverà ancora. Proverà a bissare il successo del 2009 e a scrivere una nuova pagina nella storia del nostro sport. In caso di vittoria, Del Potro raggiungerebbe nell’albo d’oro degli US Open Stefan Edberg, Andre Agassi e Patrick Rafter.

Dall’altra parte della rete, però, l’argentino troverà l’avversario in questo momento più difficile da battere. Dopo aver superato l’infortunio, che gli ha condizionato gran parte della scorsa stagione, Djokovic sembra essere infatti tornato grande. Probabilmente non sarà al livello del 2011 o del 2015 ma il trionfo a Wimbledon, battendo Rafael Nadal in semifinale, e quello a Cincinnati, superando Roger Federer in finale, sono una chiara conferma che il serbo ormai è tornato ad alti livelli.

Bisogna anche ammettere, però, che il cammino di Djokovic in questo torneo non è stato brillantissimo, in particolar modo nei primi turni. È stato costretto, infatti, al quarto set sia contro il modesto ungherese Fucsovics, sia contro l’americano Tennys Sandgren. È anche vero che il serbo ci ha abituato a situazioni del genere: piccole difficoltà nei primi turni e poi via dritto verso la vittoria. In ogni caso, appare evidente come il tabellone di Djokovic non sia stato troppo impegnativo, avendo affrontato comunque avversari che, anche in altre occasioni, non l’hanno mai messo particolarmente in difficoltà. Interessante notare che la testa di serie più alta che il serbo abbia affrontato prima della finale sia stato Kei Nishikori (numero 21). Diverso, invece, il discorso per Del Potro che, nel suo percorso verso la finale, ha dovuto comunque affrontare avversari più impegnativi: dal bombardiere John Isner, alla giovane promessa Borna Coric, fino al numero 1 del mondo, Rafael Nadal.

Qualora Djokovic dovesse vincere il torneo, con i suoi tre trionfi, eguaglierebbe proprio Nadal nell’albo d’oro degli US Open. Per il serbo sarebbe lo Slam numero 14, come Pete Sampras, a meno tre da Rafael Nadal e a meno sei da Roger Federer. Per Del Potro, invece, in caso di successo, come già detto precedenza, sarebbe il secondo trionfo in un torneo dello Slam. Si tratterebbe inoltre del suo 23° titolo in carriera su 34 finali disputate.

Djokovic e Del Potro si sono affrontati l’ultima volta nei quarti di finale degli Internazionali d’Italia del 2017. L’ultimo confronto sul cemento risale, invece, al torneo di Indian Wells dello stesso anno. Una curiosità statistica è che nei 18 precedenti tra i due solo in un’occasione si sono affrontati in finale: a Shanghai nel 2013 con Djokovic che la spuntò al tiebreak del terzo set. Alle Olimpiadi di Londra, invece, si affrontarono nella finale valevole per il 3° posto, con Del Potro che si impose in due set aggiudicandosi la medaglia di bronzo.

I precedenti

2017      Rome (QF) – Clay – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-1 6-4

2017      Indian Wells (R32) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 7-5 4-6 6-1

2017      Acapulco (R16) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 4-6 6-4 6-4

2016      Olympic Tennis (R64) – Hard – Juan Martin Del Potro vs. Novak Djokovic 7-6(4) 7-6(2)

2013      ATP World Tour Finals (RR) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-3 3-6 6-3

2013      Shanghai (F) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-1 3-6 7-6(3)

2013      Wimbledon (SF) – Grass – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 7-5 4-6 7-6 6-7 6-3

2013      Indian Wells (SF) – Hard – Juan Martin Del Potro vs. Novak Djokovic 4-6 6-4 6-4

2013      Dubai (SF) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-3 7-6(4)

2012      ATP World Tour Finals (SF) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 4-6 6-3 6-2

2012      US Open (QF) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-2 7-6(3) 6-4

2012      Cincinnati (SF) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-3 6-2

2012      Olympic Tennis (Bronze) – Grass – Juan Martin Del Potro vs. Novak Djokovic 7-5 6-4

2011      Serbia v Argentina WG – SF (RR) – Hard – Juan Martin Del Potro vs. Novak Djokovic 7-6(5) 3-0 Retired

2011      Roland Garros   (R32) – Clay – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro  6-3 3-6 6-3 6-2

2009      Rome (QF) – Clay – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-3 6-4

2008      Tennis Masters Cup (RR) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 7-5 6-3

2007      US Open (R32) – Hard – Novak Djokovic vs. Juan Martin Del Potro 6-1 6-3 6-4

Il 2018 di Juan Martin Del Potro

W (2): Acapulco (d Anderson); ATP Masters 1000 Indian Wells (d Federer)

F (3): Auckland (l Bautista Agut); Los Cabos (l Fognini); US Open

SF (2): ATP Masters 1000 Miami (l Isner); Roland Garros (l Nadal)

QF (2): Wimbledon (l Nadal); ATP Masters 1000 Cincinnati (l Goffin);

Il 2018 di Novak Djokovic

W (2): Wimbledon (d Anderson); ATP Masters 1000 Cincinnati (d Federer)

F (2): London/Queen’s Club (l Cilic); US Open

SF (1): ATP Masters 1000 Rome (l Nadal)

QF (1): Roland Garros (l Cecchinato)

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US Open: Osaka nuova regina, a Serena Williams saltano i nervi

Incredibile a New York: Naomi gioca un grande match e conquista il primo Slam. Serena perde la testa con l’arbitro Ramos. Gli dà del ladro, subisce “game penalty”, poi scoppia in lacrime

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[20] N. Osaka b. [17] S. Williams 6-2 6-4 (dal nostro inviato a New York)

 

Una partita bella, palpitante, purtroppo rovinata alla fine da una autentica crisi di nervi di Serena Williams, che ha subito addirittura un game di penalità per aver dato del ladro all’arbitro Ramos, infuriata per una chiamata di coaching precedente. Ma nulla di tutto questo deve sminuire la splendida prestazione della ventenne Naomi Osaka, e il suo fantastico torneo. Prima giapponese di sempre a vincere un titolo Slam, sarà numero 7 del mondo.  Abbiamo assistito contemporaneamente a qualcosa di incredibile in positivo, e anche in negativo.

Il primo set parte subito in modo frenetico. Un paio di errori in avvio per Serena, altrettanti vincenti, un servizio imprendibile ma anche un doppio fallo, poi un ace e una bella volée: già il primo game, tenuto da Williams ai vantaggi dopo 8 punti, è bello vivace. L’impressione è che la fuoriclasse statunitense voglia evitare le pericolose partenze “diesel” delle partite precedenti, e far capire da subito a Naomi chi è che comanda. Osaka, di contro, appare un minimo contratta rispetto al solito, ma è brava a tirare il dritto con due ottimi vincenti, e tiene a sua volta la battuta, 1-1. Picchia duro Serena, con tutti i copi a partire dal servizio, tiene botta però alla grande Naomi, e un drittaccio lungo di Williams, nel terzo game, le costa il 30-40: brutto doppio fallo, il secondo, ed è break, 2-1 Osaka. Le urla “C’mon Serenaaaa!” echeggiano dopo nemmeno un quarto d’ora di match, le ragazze se le suonano di santa ragione, ci stiamo dovertendo, il livello è molto alto. Naomi è entrata in ritmo alla grande, mena dritti e rovesci da ogni angolo del campo, e con un ace allunga 3-1, che personalità. Serena alterna belle accelerazioni ed errori banali, sta commettendo un doppio fallo a game di battuta (siamo a 3), e arriva una palla del doppio break. Errore di rovescio Williams (decimo, sono tanti in 5 game), e secondo servizio ceduto, 4-1 Osaka, è un allungo che potrebbe già essere decisivo per le sorti del set. Applausi dell’intero stadio, e di Serena, per un passante di dritto in cross della giapponese, e nel punto successivo, a sottolineare una botta vincente lungolinea, arriva un “C’mon!” di Williams urlato con tutta la cattiveria del mondo.

Sta cercando di scuotersi e fa bene Serena, si conquista una palla break (la prima in suo favore), cancellata dall’ace di Naomi, ne arriva una seconda, e qui è grave il rovescio messo in rete dalla statunitense. Bastonata esterna col servizio di Osaka, che tiene di nervi e grinta, e siamo 5-1. Doppio fallo numero 4 per Williams, che riesce lo stesso ad accorciare sul 2-5, ma la situazione è preoccupante per lei. Tra un punto e l’altro, Serena boccheggia, Naomi saltella, quella tesa delle due incredibilmente non è la ventenne alla prima esperienza in finale Slam. Coerente con il suo personaggio di svagata con la testa sempre tra le nuvole, Osaka appare davvero come una che non sta dando la minima importanza a dov’è, e a contro chi sta giocando. Che fenomeno. Senza problemi, in scioltezza, Naomi chiude il set 6-2. Ricordo pochi esordi all’atto conclusivo di un Major, contro una leggenda vivente poi, gestiti e vissuti con tanta entusiasmante leggerezza. Bravissima, se Williams non cambia marcia di brutto i guai si fanno seri per lei.

Sull’1-1 del secondo set, di nuovo a rischio la battuta di Serena. Dall’angolo di Mouratoglou arriva qualche consiglio troppo udibile, e il conseguente warning per coaching. Williams, molto seccata, va dall’arbitro e gli dice “capisco che tu possa pensare che quello sia coaching, ma io non imbroglio, voglio che tu lo sappia“. Nel frattempo, Naomi continua a essere solidissima in difesa, e a picchiare come un fabbro, e si conquista la palla break. Ci vuole la miglior Serena, prima in spinta, e poi di tocco (gran palla corta) per salvarsi e salire 2-1. I “C’mon!” arrivano in serie anche da Osaka ora, il momento di tensione agonistica è evidente, e tradisce la giapponese, che mette in rete un rovescio e affronta a sua volta una palla break (la terza in tutto). Grandissimo scambio, 19 missili a tutto braccio, concluso dal lungolinea di Naomi, che annulla, ma poi va ancora sotto di un punto: la seconda opportunità per Williams viene cancellata da un ace, questa è classe. Ma siamo nella fase in cui Serena sta dando tutto, c’è la terza palla break del game, sprecata da un errore, poi la quarta, e alla fine il rovescio lungo di Osaka manda l’avversaria avanti 3-1. Ci sono volute 6 palle break alla statunitense per ottenerne uno, vediamo se l’inerzia della partita cambia.

Il sesto doppio fallo di Serena, però, seguito da un gratuito di rovescio, restituisce subito il break a Naomi, Williams infuriata frantuma la racchetta, e si prende il secondo warning, con annesso penalty point, si partirà da 15-0 per l’avversaria nel sesto game. Protesta ancora Serena con l’arbitro portoghese Carlos Ramos: “Io non ho mai imbrogliato in vita mia, non era coaching quello di prima, ho una figlia, non imbroglio, mi devi delle scuse!“, lo sfogo è quasi una crisi di nervi. Serafica e indifferente al tutto, Naomi molla quattro bastonate e pareggia 3-3. Il dritto in cross di Osaka continua a far male a Williams, che non si allunga bene sul lato destro, si conquista un’ulteriore palla break, e la trasforma passando con il dritto, 4-3. Serena continua a dirne di tutti i colori Ramos al cambio campo: “Tu stai attaccando il mio carattere, dicendo che ho imbrogliato, sei tu il bugiardo, non mi arbitrerai mai più, mi devi delle scuse, sei tu il ladro, mi hai rubato un punto!“. Inevitabile “verbal abuse”, e a questo punto viene annunciato “game penalty”. Arriva il supervisor sul campo, Serena è sull’orlo delle lacrime. “Mi è successo troppe volte questo, non è giusto, lo so che non puoi cambiare questo, ma non è giusto!“, che dramma, roba mai vista. Nulla da fare però, 5-3 d’ufficio, e serve di nuovo Williams. Tiene a zero di rabbia Serena, 5-4, e continua a protestare con il supervisor, adesso sta apertamente piangendo, è una scena surreale e sinceramente triste, non in positivo. Ricorda la scenata del 2009 contro Kim Cljisters, con il litigo con la giudice di linea, e la conseguente squalifica.

Senza fare una piega, Naomi tiene il servizio a 30, e chiude lo US Open femminile con una battuta vincente esterna, conquistando il suo primo Slam in un’atmosfera purtroppo molto strana, che peccato. Fantastica Osaka a non scomporsi nella caciara che si è scatenata, una serenità mentale incredibile. Serena la abbraccia e si scusa con lei, ma poi va ancora a muso duro a chedere conto del suo operato a Ramos. Rimane una favolosa cavalcata di questa ragazza così fuori dagli schemi, solare, ma fortissima, la speranza è che questo primo grande trionfo non venga ricordato più per l’autentico “sbrocco” di Williams. Perchè stasera è definitivamente nata una stella, e brillerà a lungo.

Non voglio parlare di nulla, vi dico solo che lei ha giocato alla grande, ha vinto il suo primo Slam“, dice Serena in lacrime alla fine. “Siamo positivi, e festeggiamo Naomi, basta fischi, congratulazioni  a lei, se lo merita. Spero tanto di tornare qui a giocare l’anno prossimo“. Tanto istintiva ed emotiva in campo, altrettanto consapevole e sportiva nel voler subito smorzare i toni dopo il match per non rovinare la festa di Osaka, almeno questo a Williams va riconosciuto. “Mi dispiace che sia finita così, so che tutti facevano il tifo per lei“, dice quasi sottovoce una dolcissima Naomi.Grazie per aver guardato la partita. Significa molto per me che mia mamma sia venuta a vedermi, non lo fa spesso. Sognavo di giocare con Serena in una finale allo US Open, sono felice che sia potuto succedere, grazie”.

Resiste quindi il record di 24 Slam di Margaret Court, curiosamente conquistato qui allo US Open questo stesso giorno di 45 anni fa, l’8 settembre del 1973.

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