US Open: incredibile Millman, Federer è fuori!

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US Open: incredibile Millman, Federer è fuori!

NEW YORK – Partita perfetta di Millman. Per Roger 77 errori. Tanta sofferenza per il caldo. Salta la super sfida con Djokovic ai quarti. Cilic stende Goffin

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J. Millman b. [2] R. Federer 3-6 7-5 7-6(7) 7-6(3) (da New York, Ferruccio Roberti)

CLAMOROSO A FLUSHING MEADOWS: LA CADUTA DEL RE – Sembrava impossibile e invece è successo: John Millman, 55 ATP, sulla carta non poteva rappresentare per Federer un banco di prova davvero impegnativo. Il 29enne australiano, mai vincente contro un top 10, aveva tolto un set allo svizzero a gennaio 2015, nel secondo turno di Brisbane, ma la differenza di valori in campo e le statistiche – che vedevano Roger agli US Open sempre vincente contro tennisti fuori dalla top 50 nelle quaranta volte che li aveva affrontati – sembravano scongiurare possibilità di sorpresa. Invece, il Federer brillante visto contro Kyrgios ha lasciato il passo a uno estremamente falloso (77  gratuiti, 65 vincenti, per Millman 47 vincenti e soli 28 errori, un partitone dell’australiano), lento negli spostamenti, goffo nei momenti importanti col rovescio e con percentuali mediocri al servizio (49% di prime, 48% di punti vinti con la seconda, ben 10 doppi falli). “Era veramente molto caldo stasera. Non riuscivo a respirare. È la prima volta che mi accade. Più il match andava avanti, più sudavo, sudavo, sudavo sempre di più. Alla fine ho perso energia, ammette Federer a fine match. Non vanno nemmeno nascosti i meriti di Millman, capace di correre dopo tre ore e mezza su ogni palla come se il match fosse iniziato da pochi minuti, sempre bravo tatticamente e con una predisposizione agonistica eccellente, che gli ha fatto superare anche il timore reverenziale verso un mito come Federer, cosi come verso i 23000 dell’Ashe, tutti uniti a sostenere sonoramente lo svizzero.

 

Serata nuovamente molto calda e umida, ma da sold- out sull’Arthur Ashe, tra le cui tribune vengono come al solito inquadrati i vip la cui presenza emoziona il pubblico. Tra di essi, l’ex presidente USA Bill Clinton, l’attrice Sophie Turner (Game of Thrones), l’ex campione di basket (5 titoli) e ora allenatore dei Golden state Warriors (altri tre campionati NBA vinti in tale veste), Steve Kerr. Il primo set viene deciso nei game iniziali: Roger annulla con un ace una palla break per Millman nel gioco iniziale, poi però allunga sul 2-0 giocando una gran accelerazione di dritto sulla palla break. L’allungo si rivela decisivo, sebbene Federer abbia occasioni per andare sul 4-0 prima e sul 5-1 poi. Tuttavia lo svizzero non gioca bene come sa: ha una percentuale di prime inferiore al cinquanta per cento e chiude il parziale, dopo 32 minuti di partita, con quindici vincenti, ma anche altrettanti errori gratuiti.

Millman, autore dell’eliminazione del nostro numero 1 Fognini, gioca come contro Fabio: si muove benissimo nel campo, non cerca vincenti, ma lotta su ogni palla, provando a rimandare colpi sempre profondi e angolati. Non è certamente dotato di un talento cristallino, ma gioca un tennis percentuale capace di mettere in risalto le giornate negative del proprio avversario. In carriera non ha mai sconfitto un top 10, quest’anno non ha fatto meglio di una finale (a Budapest) e un quarto (a Eastbourne) e in entrambi i casi è stato fermato dal nostro Cecchinato. Tuttavia, in partite come quelle in cui non ha nulla da perdere, un agonista come lui si esalta ed è quello che accade sull’Arthur Ashe. Le avvisaglie che qualcosa per lo svizzero non stia andando per il verso giusto si hanno già ad inizio del secondo parziale: nel corso del secondo gioco, durato 24 punti, Roger deve annullare ben sette palle break. Tuttavia, nei minuti successivi quelli appena vissuti appaiono solo falsi allarmi: nel terzo game Millman è bravo a sua volta a non far convertire a Roger due palle break in suo favore, ma quando nel quinto gioco Federer strappa servizio all’australiano, la partita sembra ormai ipotecata. Dopo i rischi corsi nel secondo game, il cinque volte campione del torneo non fa mai arrivare ai vantaggi il suo avversario: così, quando si arriva sul 5-4 40-15 a suo favore, il set sembra arrivato a concludere la sua durata. Accade invece l’imponderabile, con Roger che subisce statico due belle risposte di Millman, sbaglia volée e conclude la frittata con un esiziale doppio fallo. Roger è sotto choc per il set riapertosi e paga il conto due game dopo: sul 30 pari si fa sorprendere da un gran passante di un Millman oramai in fiducia. Sul set point a sfavore, Federer non riesce ad evitare di mandare lungo il rovescio, portando dopo nemmeno 100 minuti di partita in equilibrio il conteggio dei set.

Roger Federer – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

Il terzo parziale inizia con una palla break, non convertita, per Federer nel gioco iniziale: è l’unico momento da riportare di un set nel quale si arriva al tie-break dopo 2 ore e mezzo di partita senza sussulti ulteriori, con appena un gioco per parte, dopo quello iniziale, arrivato ai vantaggi. Roger va avanti 3-1, si fa rimontare, ma si ritrova comunque sul 6-5. In questo frangente, su una seconda debole di Millman, centrale e tirata a 160 kmh, lo svizzero affossa in rete goffamente la risposta. Con un bel dritto lungolinea, Federer annulla il primo set point sul 7-6 a sfavore, ma, quando Millman ha una seconda chance, pensa male di mandare dritto in corridoio e consegnare così il set all’australiano di Brisbane.

È mezzanotte passata quando inizia il quarto parziale: lo stadio si è parzialmente svuotato, la cappa di umidità, invece, sembra aumentata. Si arriva al sesto gioco, quando l’Arthur Ashe esulta con tutte le forze rimaste per il break operato da Federer, con Millman che affossa in rete il dritto sulla palla break. L’australiano però è giustamente deciso a non avere rimpianti in quella che è l’occasione per svoltare una carriera sin qui da onesto comprimario, e rimonta grazie a colpi che non gli si conoscevano, ma anche alla complicità di Federer, che nel settimo gioco restituisce il break, con una serie di ingenuità che inevitabilmente riequilibrano il set. Si arriva nuovamente al tie-break, giocato pessimamente dallo svizzero che non ne ha più e fa due doppi falli consecutivi nel momento decisivo, lanciando Millman sul 4-1 e servizio. Il successo arriva pochi punti dopo, dopo 3 ore e 35 minuti di una partita in molte fasi non bella, ma comunque appassionante.

Quando termina il match, si assiste a una scena surreale: John ottiene una vittoria che lo lancia nella storia di questo sport, ma non esulta, quasi mortificato di aver deluso il mondo del tennis. Complimenti a Millman, tornato nel circuito l’anno scorso dopo un difficile intervento all’inguine: probabilmente nemmeno lui avrebbe in quel momento immaginato di vivere una serata come questa. Affronterà Djokovic ai quarti, un precedente in favore del serbo, al Queens sull’erba quest’anno (6-2 6-1). “Dovrò migliorare molto rispetto all’ultima volta che ci siamo affrontati. Lui è un giocatore incredibile e penso che sia in ottima forma. Se posso batterlo? Perché no? Sarebbe una mancanza di rispetto verso me stesso se andassi là fuori senza credere di potercela fare”. Proverà quindi a mettere a segno un’altra impresa l’australiano, che su Federer ammette: È uno dei miei miti, lo ammiro molto. Mi sento un po’ in colpa perché oggi non era sicuramente nella sua giornata migliore. Ma per batterlo avevo bisogno proprio di questo: una brutta giornata da parte sua, e una grande giornata da parte mia. Ho tanto rispetto per lui e per quello che ha fatto per il nostro sport. Ricorderò questo giorno per tanto, tanto tempo”.

[7] M. Cilic b. [10] D. Goffin 7-6(6) 6-2 6-4 (da New York, Bruno Apicella)

CILIC SI SENTE A CASA  Marin Cilic inizia male il match. Soffre un set ma riesce a superare, in tre set, David Goffin (n. 10 ATP) e accede così ai quarti di finale degli US Open 2018. Nel prossimo match il croato affronterà Kei Nishikori (n. 19 ATP): proprio il giapponese era stato l’avversario battuto dall’attuale numero 7 del mondo nel suo primo e unico trionfo Slam (i precedenti tra Cilic e Nishikori sono di 8 a 6 in favore del giapponese).

Un Cilic molto falloso ha concesso in apertura di match il primo break dell’incontro. Il pubblico rumoreggia sul Louis Armostrong e fatica a trovare posto prima dell’inizio della partita. Mentre per Cilic forse la stanchezza delle quattro ore di partita dopo la bellissima vittoria in rimonta control’australiano Alex de Minaur hanno iniziato a pesare. E se il croato sin da subito commesso diversi errori, Goffin, ha provato ad essere il più solido possibile imponendo il suo tennis lineare ed efficace. Il belga, infatti, ha disegnato il campo sfruttando i lungolinea e cercando di muovere l’avversario. Cilic, non appena lo scambio tendeva ad allungarsi, commetteva subito un gratuito. In risposta il vincitore degli US Open 2014 non è riuscito ad incidere continuando a sbagliare in lunghezza, e Goffin è sembrato dominare per lunga parte del parziale. Proprio nel momento in cui il belga si è trovato a servire per chiudere il primo set, il croato ha alzato il livello del suo tennis, forzando i colpi e prendendosi i suoi rischi. Goffin non è riuscito a dare continuità al suo gioco lineare e il primo parziale è stato deciso dal tie break. È stato a questo punto che Cilic ha ritrovato l’incisività del dritto che era mancata all’inizio del match. Nonostante qualche errore di troppo il croato, approfittando anche delle incertezze di Goffin, ha portato a casa il tie break chiudendolo per 8 punti a 6.

Marin Cilic – US Open 2018 (credit USTA/Andrew Ong)

Break e contro break hanno aperto il secondo set; è stato il croato, però, il primo a tentare l’allungo. Cilic, rispetto al primo set, è stato più continuo e ha migliorato anche la quantità di punti ottenuti con la prima di servizio. Grazie ad una posizione più aggressiva in campo è stato capace di comandare lo scambio con il dritto e avere meno difficoltà rispetto ai game precedenti riuscendo a diminuire il numero dei gratuiti. La solidità del numero 10 del mondo è venuta meno e Cilic si è portato sul 5 a 2 avendo l’occasione di servire per chiudere anche il secondo parziale. Goffin ha avuto due occasioni per riaprire il set ma non è stato in grado di sfruttarle anche perché, grazie al servizio, il croato è uscito fuori dal momento di difficoltà e ha chiuso per 6 game a 2. Avanti due set Cilic ha potuto giocare in fiducia e, grazie alla pesantezza del suo dritto, ha potuto incidere da fondo campo e ottenere il break decisivo. Grazie al vantaggio conquistato Cilic si è trovato a servire per i quarti di finale: solo dopo aver annullato l’ultima palla break del match ha potuto chiudere l’incontro e accedere al turno successivo.

Risultati:

[7] M. Cilic b. [10] D. Goffin 7-6(6) 6-2 6-4
[21] K. Nishikori b. P. Kohlschreiber 6-3 6-2 7-5

[6] N. Djokovic b. J. Sousa 6-3 6-4 6-3
J. Millman b. [2] R. Federer 3-6 7-5 76(7) 7-6(3)

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Focus

Gli outfit dello US Open 2020

Bene (per una volta) Serena Williams. Benissimo Osaka. Agassi è di nuovo tra noi. Djokovic impeccabile… non come in campo. A Berrettini serve più fantasia

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Serena Williams - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche i tennisti sono rimasti loro malgrado in pigiama e pantofole per un sacco di giorni. Niente scarpe, fascette e polsini. Immaginiamo che avranno avuto una voglia matta di tornare a sfoggiare quelle che sono le loro uniformi, come il camice per il dottore, la toga per gli avvocati e la divisa per i poliziotti. A maggior ragione considerando che il primo Slam dell’era post-Covid è stato lo US Open, dove si sa, in termini di outfit, vale un po’ qualsiasi cosa. E noi siamo lieti, a pochi giorni dall’inizio del Roland Garros, di poter tornare a commentare quelli che sono riusciti a scegliere gli abiti migliori e quelli che invece, a forza di girare per casa con quello che trovavano, hanno perso il buon gusto in fatto di vestire.

Serena Williams – Nike

Finalmente! No, Serena non ha vinto il tanto agognato 24esimo titolo Slam – fermata in semifinale da un’ispiratissima Vika Azarenka – ma, per una volta, ha centrato la mise in campo. Nike le ha creato un abito elegante dalle linee abbastanza classiche, mettendo da parte gli eccessi di dubbio gusto. Molto graziosa la gonna dai volant asimmetrici ma senza esagerazioni. Azzeccati i colori: beige per la sessione diurna e rosso carminio per quella serale. Unico neo, l’elastico per capelli col doppio pon pon. Un po’ naïf e fuori contesto ma, trattandosi di un piccolo accessorio, glielo perdoniamo. (Laura Guidobaldi)

Serena Williams – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Novak Djokovic e Lacoste

Lacoste dimostra ancora una volta l’estrema eleganza nella scelta dei completi con i quali presentare a un torneo il suo uomo immagine: il numero uno del mondo Novak Djokovic. Le due versioni disegnate per lo US Open sono complementari: sfondo blu elettrico con il lato destro decorato da righe oblique candide, per i match serali e maglietta total white, con le medesime righe color blu elettrico, per i match giocati sotto il sole di Flushing Meadows. Il pantaloncino si intona di volta in volta al colore delle righe creando un effetto molto chic. Anche a New York, quindi, Lacoste si conferma indiscussa regina di stile nel mondo del tennis, senza strafare ma puntando su uno stile semplice e classico. Il bianco piace sempre molto. Certo il completo con la maglietta candida non passerà alla storia per aver però portato fortuna a Nole nel match contro Carreno Busta, ma questo è un altro discorso!

 
Novak Djokovic lascia il campo dopo lo squalifica – US Open 2020 (via Instagram, @djokernole)

Il coccodrillo colpisce nel segno però anche con la sua collezione “basic”, riservata a tutti coloro che non si chiamino Djokovic. La polo di Daniil Medvedev è ad esempio un riuscito gioco di linee (due verticali, bianche, spezzate a metà) e colori molto classici (il blu sulla spalla e il nero nel resto). Peccato per le scarpe verde acido Nike che ci stanno a dire ben poco. In ogni caso se il russo ha fatto un passo indietro nel risultato rispetto all’anno scorso, fermandosi in semifinale, ha fatto un passo in avanti nel look rispetto alla rivedibile fantasia a ragnatela che gli era stata appioppata nel 2019. (Chiara Gheza)

Daniil Medvedev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka – Nike

Nike si ispira a un quadro di Mondrian per infilare Naomi Osaka in una tuta da super eroina. Come consuetudine a New York il modello viene presentato in due diverse varianti: il colore dominante resta in entrambe le versioni il viola, ma le forme geometriche che completano il look sono in un caso salmone e arancione chiaro, nell’altro nere e giallo fluo. La tutina super aderente viene smorzata da un paio di short che Osaka indossa sopra quella che pare essere una seconda pelle. Un completo molto difficile da sfoggiare, ma che Naomi riesce a valorizzare al meglio trasformandolo in uno degli outfit più riusciti e originali di questa edizione dello US Open.

Naomi Osaka – US Open 2020 (photo by Adam Glanzman/USTA)

Naomi a New York si dimostra una vera eroina, non solamente per aver conquistato il suo terzo titolo Slam, ma soprattutto per il coraggio di utilizzare la sua immagine a sostegno della lotta contro il razzismo. Osaka ha giocato sette match e a ogni ingresso in campo ha indossato una mascherina nera con scritto il nome di una vittima del razzismo. Naomi ha alzato al cielo la coppa indossato l’outfit viola, nero e giallo. Una volta rientrata nello spogliatoio è scivolata fuori dalla sua tutina per infilarsi la maglia di un altro eroe dello sport: Kobe Bryant. E così con il numero otto dei Lakers in bella vista è tornata sull’Arthur Ashe per le foto di rito. Perfetta anche nel cambio d’abito finale, insomma. (Chiara Gheza)

Collezione Nike Agassi

Un outfit nel segno dell’amarcord. La collezione dedicata al “Kid” di Las Vegas ci fa rivivere gli anni d’oro del giovane ex campione, rivoluzionario non solo nel maneggiare la racchetta con esasperato anticipo, ma anche nell’osare una mise inedita e “ribelle”. Ed ecco l’acrobatico Shapovalov indossare la celebre T-Shirt con maniche larghe giallo fosforescente, molto anni ’90, che staccano benissimo sul bianco della parte anteriore e il nero sulla schiena. E poi i mitici pantaloncini di jeans, portati sopra gli short aderenti giallo fluo. Il tutto è ovviamente molto psichedelico e futurista, in perfetto stile US Open. Il revival è una bella idea, tuttavia dal punto di vista prettamente estetico e dell’eleganza non era il massimo allora e non lo è neanche trent’anni dopo. Ma almeno “Shapo” non si è ossigenato i capelli e sfoggia un biondo naturale. E niente capelli a spazzola. Decisamente più classy il canadese anche se il cappellino portato al contrario sarebbe sempre da evitare.

Futurista, sgargiante e grintosa anche la collezione femminile. Vika Azarenka indossa magnificamente gli short di colore fucsia. I pantaloncini le portano decisamente bene, li indossava anche quando vinse il suo primo titolo Slam a Melbourne, nel 2012. La canotta, semplice e accollata, anch’essa fucsia, è variegata con “macchie” viola e righe diseguali bianche, con un pizzico di giallo fluo. Semplice ma accesa, essenziale ma esplosiva, proprio come il gioco di Vika in campo. (Laura Guidobaldi)

Vika Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Adidas

Semplicità e sobrietà per la collezione Adidas di fine agosto, con un tocco di vivacità grazie al color ciclamino. Per Sascha Zverev pantaloncini dalla tinta accesa abbinati alla T-shirt grigio chiaro lievemente “spruzzata” di grigio perla, gli conferiscono un’aria un po’ sbarazzina. Anche la fascetta sulla fronte, dello stesso colore degli short, contribuisce a ravvivare un completo decisamente classico.

Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche la versione Adidas femminile è, come sempre, raffinata. Forse questa volta manca un po’ di originalità ma il gonnellino è comunque vezzoso con, inoltre, un tocco di “grinta”, grazie alla tinta “dégradé” del color ciclamino. Così come è di buon gusto la canotta bianca con il richiamo del colore viola chiaro della gonna sui bordi delle spalline. La fascetta è rigorosamente colorata, come il gonnellino. Tutto molto carino ma non eccezionale. (Laura Guidobaldi)

Karolina Muchova – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Fila

Fila sceglie un completo spezzato per vestire Sofia Kenin a New York: canotta blu in stile marinara e gonnellino a vita alta verde menta. La tonalità scelta per la gonna è accesa, allegra e fuori dagli schemi. Forse la forma della stessa si potrebbe rivedere poiché sembra troppo corta e troppo aderente, quasi scomoda per muoversi sul campo. Lo stesso outfit, ma con gonnellino svolazzante avrebbe potuto essere tra i più riusciti di questo Slam, in campo femminile.

Sofia Kenin – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per i maschietti il brand di Biella sceglie un abbinamento più sobrio. Il blu navy per la maglia viene confermato anche in versione uomo. La tonalità molto scura è illuminata da sottili linee orizzontali che decorano l’intera maglietta. Il pantaloncino è invece classico, bianco con un paio di inserti laterali blu e rosso. Diego Schwartzman abbina poi il polsino blu e rosso completando così un outfit perfetto e senza tempo. Non certo il look più originale visto a Flushing Meadows, ma decisamente di classe e, come insegna Chanel, lo stile e la classe non passano mai di moda. (Chiara Gheza)

Diego Schwartzman – US Open 2020 (photo by Mike Lawrence/USTA)

Matteo Berrettini – Lotto

Ennesimo outfit di Matteo Berrettini, firmato Lotto, molto lineare e semplice. Fin troppo lineare e semplice. Maglietta rosso fuoco con bordino navy e stemma dello storico marchio di Treviso in bianco. Pantaloncini navy a richiamo. Nessun fronzolo. Che ne so una striscia sulla maglietta, dei motivi nei pantaloncini. Nulla di nulla. Zero assoluto. Il risultato è inevitabilmente ordinario per non dire banale. E dire che in questi tempi di revival anni novanta Lotto potrebbe attingere ai meravigliosi completi indossati in quegli anni da Boris Becker e Thomas Muster, con i loro motivi colorati e sgargianti, rivisitandoli in chiave moderna. Ci riflettano per favore che cominciamo ad essere stanchi di vedere il nostro bel Matteo vestito in maniera così scialba. (Valerio Vignoli)

Matteo Berrettini – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Andy Murray – Castore

Castore è il nome di una montagna del massiccio del Monte Rosa alta oltre 4mila metri e di un sistema stellare facente parte della costellazione dei gemelli. Non si sa a cosa i fratelli Beaton, Tom e Phil, nativi di Liverpool, ex sportivi di alto livello, rispettivamente nel Cricket e nel Calcio, si siano ispirati quando hanno fondato l’omonimo brand d’abbigliamento sportivo. In ogni caso l’obiettivo era puntare in alto. Molto in alto. A quello che probabilmente è uno degli atleti, se non l’atleta, più riconoscibile del Regno Unito, ovvero l’ex n.1 del mondo Andy Murray. Dall’inizio del 2019, il fenomeno scozzese veste infatti gli outfit di questo piccolo ma ambizioso brand locale, con un simbolo formato da due ali.

Andy Murray – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La collaborazione era partita all’insegna della semplicità, con T-Shirt eleganti e semplici, in puro stile Murray, come quella indossata nello sportivamente drammatico match contro Roberto Bautista Agut agli Australian Open. In questi US Open post-Covid però c’è stato il salto di qualità, con uno degli outfit della seconda edizione della Andy Murray Collection (AMC). Raffinatissima e al contempo aggressiva la maglietta bianca con due righe blu notte abbinata a pantaloncini blu notte con laccetti bianchi. So British. Un outfit non per tutti. In tutti i sensi dato che la combo top-pantaloncini sul sito ufficiale costa in totale 150 euro. Ma si sa, lo stile ha un prezzo. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – Diadora

Da un paio di stagioni Diadora, marchio iconico nel mondo del tennis, basti pensare alle scarpe di Bjorn Borg o alle polo di Gustavo Kuerten, si è riaffacciata nel tennis che conta. Lo ha fatto con una scelta di testimonial non di primissimo piano ma comunque interessanti: l’esperto olandese Robin Haase, l’esplosivo tedesco Jan-Lennard Struff e il giovane spagnolo Alejandro Davidovich Fokina. Gli outfit sono un trait d’union tra passato e presente. Tagli e fantasie un pò retrò, colori e vestibilità assolutamente contemporanee. La collezione del marchio veneto per questi US Open era tutta giocata sul verde, nelle su diverse sfumature: verde bosco (nel chevron sulla maglietta e nei pantaloncini), verde acceso (nella parte superiore della t shirt) e verde lime (nelle finiture). Un look riconoscibile e di impatto che riporta dritto dritto Diadora al top nel settore. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Bonus Off Court – Non sappiamo chi sia e chi abbia fatto l’abito ma vorremmo saperlo al più presto

Per quanto ci si possa vestire in maniera stravagante per seguire una partita di tennis è difficile farsi riconoscere tra la folla. Soprattutto tra quella immensa dell’Arthur Ashe Stadium. Ma quest’anno era tutto diverso come ben sappiamo. E così abbiamo potuto apprezzare come merita questo fenomenale completo a pois multicolori con la cravatta in tinta sfoggiata da uno dei pochissimi spettatori. Non è dato sapere chi sia quest’individuo e cosa ci facesse sugli spalti mentre Medvedev e Rublev se le davano di santa ragione. Dai commenti su Twitter pare possa essere uno degli Chef presenti nella bolla newyorkese. Così come non è dato sapere dove abbia comprato il suo outfit. Fatto sta che è magnificamente kitsch. Numero uno vero. (Valerio Vignoli)

Il calendario compresso di questo 2020 ci impone di darvi appuntamento già tra tre settimane, quando commenteremo le scelte compiute dai vari marchi per il Roland Garros pronto a cominciare: saranno lanciata nuove collezioni o verranno ‘riciclati’ i completini dello US Open, con i quali i giocatori sono scesi in campo anche a Roma? Non molto è trapelato sinora, tranne le scelte di Nike già rese note a maggio – Nadal dovrebbe vestire così; si tratta però di una collezione estiva, pensata prima del rinvio del torneo a settembre. Non resta che attendere la prova del campo.

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Al femminile

US Open 2020, scontro generazionale

Naomi Osaka e Jennifer Brady da una parte, Victoria Azarenka e Serena Williams dall’altra. A New York la gioventù ha prevalso sull’esperienza

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Naomi Osaka - Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una conferma e una smentita: il primo Slam giocato nell’epoca del Covid ci ha consegnato un risultato che può essere interpretato in modi diversi. La conferma: nel tennis femminile prosegue la regola che vede il successo negli Slam delle giocatrici giovani. È stata infatti la ventiduenne Naomi Osaka a conquistare il titolo; Osaka è nata il 16 ottobre 1997, e quindi non ha ancora compiuto 23 anni. Dallo US Open 2018 abbiamo sempre avuto vincitrici sotto i 24 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019.

La smentita: questa volta non abbiamo aggiunto un nome nuovo alla lista di vincitrici di Major, come era accaduto di recente (Kenin, Andreescu, Barty). Osaka, infatti è già al suo terzo titolo “pesante”, e ancora giovanissima sta costruendosi un palmarès degno di nota, capace di non sfigurare anche nei raffronti storici con le grandi giocatrici del passato di pari età.

Rimane da definire il valore assoluto del torneo, il contenuto tecnico di una competizione che non aveva al via sei delle prime otto giocatrici del ranking (Barty, Halep, Svitolina, Andreescu, Bertens, Bencic), e con in più l’anomalia della assenza di pubblico a sottolineare l’eccezionalità della situazione. Come ho già scritto in sede di presentazione, penso che solo i tempi della storia stabiliranno la definitiva percezione di questo torneo. Oggi noi possiamo però provare a definire la qualità delle partite giocate.

La caduta delle prime due teste di serie
Come detto, delle prime otto giocatrici del mondo, ne erano presenti solo due: Karolina Pliskova (tds 1, numero 3 del ranking WTA) e Sofia Kenin (tds 2, numero 4 del ranking WTA) campionessa in carica dell’Australian Open 2020.

A conti fatti nessuna delle due è risultata protagonista del torneo. Pliskova è stata eliminata al secondo turno da una “nobile decaduta” come Caroline Garcia; oggi fuori dalle teste di serie, ma ex numero 4 del ranking. Credo che per molti aspetti la situazione di Pliskova possa essere considerata esemplare di quanto accaduto a molte giocatrici in questo periodo.

Come si era già capito dalla sua prestazione nel Premier di NewYork/Cincinnati (quando era stata eliminata all’esordio da Kudermetova), Pliskova non era in forma. Credo che per le giocatrici non sia stato semplice gestire preparazione e allenamenti in un contesto del tutto inedito, con un calendario incerto e in continuo divenire. Sbagliare qualcosa nella tempistica era molto facile, e inevitabilmente qualcuna ne ha pagato le conseguenze.

Alla precaria condizione fisico-tecnica, probabilmente Karolina ha aggiunto nello Slam una ulteriore incertezza mentale, causata dalla brutta sconfitta nella settimana precedente. Di fatto il match perso contro Kudermetova aveva certificato la sua scarsa competitività, e sono convinto che la consapevolezza di essere giù di forma non l’abbia aiutata a giocare tranquilla contro Garcia. Chissà, forse se fosse scesa in campo con un atteggiamento più ottimista sarebbe riuscita a recuperare un match nel quale era partita male, ma che nel secondo set poteva ancora essere raddrizzato (6-1, 7-6). Sta di fatto che il tennis funziona con un meccanismo drastico e crudele: un solo passo falso e sei fuori dalla competizione, e questa Pliskova non era pronta per superare le trappole che il tabellone le aveva proposto.

Situazione un po’ diversa per Sofia Kenin, che si è spinta sino agli ottavi di finale. Kenin stava trovando la condizione match dopo match, migliorando progressivamente il rendimento. Lo aveva dimostrato al terzo turno quando aveva sconfitto una giocatrice in ascesa e dal gioco brillante come Ons Jabeur: dopo aver sofferto nel primo set, Sofia aveva finito per prevalere alla distanza grazie alla maggiore continuità mentale (7-6, 6-3).

Poi però nel match degli ottavi di finale, Kenin ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa il cambiamento di status determinato dalla vittoria all’Australian Open. In pratica a New York ha dovuto affrontare la classica situazione di una fresca campionessa Slam: le avversarie ti considerano un “target”, un bersaglio grosso a cui mirare per affermarsi. E se sono di ranking inferiore, giocano contro di te avendo poco da perdere. La responsabilità e il rischio del fallimento ce l’hai tu, che hai vinto a Melbourne e sei chiamata a confermarti a quei livelli. Psicologicamente la peggiore situazione possibile.

Kenin ha trovato di fronte a sé una Elise Mertens in giornata di grazia. Soprattutto il primo set di Mertens è stato eccezionale: Elise ha sfiorato la perfezione, visto che ha commesso appena 4 errori non forzati (e nessuno nei primi sei game) a fronte di 12 vincenti, ottenuti tenendo costantemente in mano la situazione. Vincenti raccolti in ogni modo: 3 ace, 3 dritti, 4 rovesci, 2 volèe. Mai avevo visto una Mertens tanto ispirata, esprimersi così sicura e a braccio libero. In conferenza stampa ha detto: “Oggi ha funzionato tutto”. E davvero non ha esagerato.

Kenin, di fronte a un’avversaria in tale condizione, ha percepito il rischio della sconfitta come un peso sempre più grande, sino a diventare insostenibile. A dispetto del punteggio, (6-3, 6-3), in realtà i due set sono stati piuttosto differenti. Dopo avere provato ad arginare in modo razionale la situazione nel primo set, nel secondo Sofia è andata in crisi anche sul piano mentale. Normalmente è una giocatrice molto carica sul piano agonistico, che però riesce a mantenersi tatticamente sempre lucida. Non è stato così in questo match.

Nel secondo set una volta che si è trovata sotto di un break, Kenin ha cominciato a cercare il vincente su ogni palla: non era più il suo solito tennis, ma una specie di scommessa alla va o la spacca. In questo modo ha sì aumentato il numero di vincenti, ma anche quello degli errori non forzati. Con questo atteggiamento, di fatto Sofia si è consegnata alla avversaria, che ha raccolto tutto il possibile commettendo appena 3 gratuiti.

Alla fine il saldo tra vincenti ed errori non forzati ha restituito la differenza di rendimento in modo evidente: +13 Mertens (20/7), -3 Kenin (23/26). Insomma, un conto è vincere un grande torneo partendo a fari spenti, un altro confermarsi con tutte le responsabilità e le attenzioni riservate alle prime del ranking. Kenin sta affrontando il tipico percorso che tocca inevitabilmente a ogni nuova vincitrice Slam.

a pagina 2: Serena Williams

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Focus

Steve Flink: “Zverev ha sprecato delle opportunità, ma Thiem avrebbe risentito di più della sconfitta”

Ultimo video a tema US Open di Ubaldo Scanagatta che commenta le oltre quattro ore di finale maschile con la partecipazione del giornalista statunitense

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

Il membro della Hall of Fame di Newport, Steve Flink, ha raggiunto il Direttore di Ubitennis per parlare della finale di Flushing Meadows, non sempre bella ma estremamente incerta, fra Dominic Thiem e Sascha Zverev, risoltasi in favore dell’austriaco al tie-break del quinto set. A cosa era dovuta la tensione evidente dei due? Cosa aspettarsi dal Roland Garros con Nadal e Djokovic in prima fila? Questo e altro ancora nel video:

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

00:00 – Si parla della finale maschile degli US Open. Ubaldo: “Una finale molto strana, non credo giocata bene, entrambi i giocatori erano molto tesi. Il livello è stato molto più basso rispetto alle finali con i Big Three”.

 

02:00 – Ubaldo: “L’errore di Zverev è stato non chiudere il secondo set 6-1 o 6-2, perché in tal caso per Thiem sarebbe stato molto più difficile pensare ad una rimonta”.

03:10 – Ubaldo: “Il quinto set è stato pieno di suspence ma non giocato bene”. Flink: “Hanno sofferto durante il tie-break anche perché avevano speso molto fisicamente”.

06:10 – Flink: “Entrambi sono stati coraggiosi, non è stato un match di qualità dall’inizio alla fine ma entrambi hanno avuto fegato. Mi dispiace per Zverev, ha avuto diverse opportunità”. Ubaldo: “È giovane, ma non so quanto tempo gli servirà per dimenticare, è stato quasi uno shock”. Il precedente di Coria.

08:55 – Gli esempi di Murray e Lendl. Flick “Penso che Zverev possa vincere nei prossimi anni, è un giocatore talentuoso”.

10:30 – Flink: “Fantastico per Thiem, per quello che significava per lui, dopo tre finali perse sarebbe stato devastante per lui perdere oggi, ma finalmente ha vinto il suo primo Slam”. Ubaldo: “Per Thiem, un conto è perdere con Nadal o Djokovic, un altro perdere, soprattutto 3-0, con Zverev, contro cui aveva vinto sette dei novi precedenti”.

12:50 – Ubaldo: “Molto dipendeva dal servizio di Zverev, che alla fine l’ha tradito, 15 doppi falli e molte prime non veloci”. Flink; “Zverev ha iniziato a servire veloce, poi ha iniziato a perdere potenza, ha servito ogni set meno veloce del precedente e questo lo ha destabilizzato”.

16:00 – Ubaldo: “Federer, Nadal e Djokovic sin dalla loro prima finale Slam hanno giocato ad alti livelli gestendo la tensione. Stasera entrambi, che sono tra i migliori tra quelli nati negli anni Novanta, hanno un’inattesa fragilità a livello nervoso”. Flink: “Per Thiem ha inciso la pressione della vittoria al quarto tentativo, per Zverev il trovarsi nell’inaspettata possibilità di vincere il titolo. Per Thiem adesso sarà più facile in queste situazioni”.

19:00 Ubaldo: “Se Nadal non è al top della forma, Thiem può essere considerato forse il favorito per il Roland Garros”. Flink: “Djokovic non ha ancora perso quest’anno sul campo, non possiamo non considerarlo tra i favoriti. Sarà una lotta a tre, dipenderà dal sorteggio”.

25:30 – Il Roland Garros, la presenza del pubblico e dei giornalisti, e le aree separate. Flink: “Per me stanno facendo un errore, per quest’anno dovevano seguire l’esempio di Roma e dello US Open”.

31:15 – Ubaldo: “La USTA ha fatto un buon lavoro”. Flink: “Concordo, anche i giocatori lo hanno riconosciuto. Non è stato facile organizzare Cincinnati e lo US Open, e hanno avuto solo pochi problemi, vedi il caso Paire”. Ubaldo: “Per l’organizzazione francese ci saranno più complicazioni per la presenza del pubblico e la sua gestione”.

Trascrizione a cura di Giuseppe Di Paola

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