Roger Federer non è finito, io la penso così

Editoriali del Direttore

Roger Federer non è finito, io la penso così

Lo choc dell’inattesa sconfitta con John Millman fa discutere il mondo del tennis. Chi intravede un vicino De Profundis, chi nega il suo declino, chi sposa la tesi della casualità

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La rassegna stampa odierna – I dubbi di Roger Federer: ritiro più vicino? Stralci degli articoli di Gianni Clerici, Stefano Semeraro, Franco Arturi e Massimo Lopes Pegna

Tutto il mondo web si interroga, con l’abituale brutalità del giorno d’oggi quando non si rispetta ormai più nessuno, neppure le leggende: ma Roger Federer è finito? Sono certo che molti giornalisti siano stati invitati dai loro direttori a trattare questo tema. E i direttori, quando mettono il naso in qualcosa che non conoscono, di solito combinano guai, perché tendono a influenzare il comportamento e la scrittura dello specialista che ne sa più di loro… ma li teme. Spesso il giornalista – o perché è troppo giovane e non se la sente di affermare un’idea diversa o perché è molto anziano e non ha più voglia di combattere ma pensa dentro di sé… e chissenefrega – diventa preda del suo “capo”, perché non ha voglia di discutere, di farsi magari un nemico in casa.

Calma e gesso, dico io. Sono sicuramente brutti segnali il matchpoint non trasformato con Anderson a Wimbledon nei quarti, i due setpoint con Millman nel secondo set, l’altro setpoint nel terzo, il 4-2 del quarto. È solo un problema di respirazione che Roger faticava ad attivare nell’umidissima sera che ha visto la sua fronte imperlarsi di sudore dopo pochi minuti e la sua maglietta fradicia come non s’era mai vista, oppure un problema di nervi o, infine, un problema di anni?

 

Premesso che i media vanno matti per questo tipo di interrogativi e spesso li affrontano senza il minimo pudore, perché lo stesso media un mese prima è capace di sostenere una cosa e un mese dopo l’esatto contrario, durante la prima settimana di Wimbledon Federer era un SuperUomo, un Marziano, dopo la seconda un atleta in declino che non sapeva più trasformare a favore le circostanze favorevoli, la mia risposta è netta: no, non lo è. Ma a 37 anni gli alti e bassi ci stanno. E prima o poi i nodi vengono al pettine. Se sia già il momento oppure no nessuno può saperlo. Io dico soltanto che non potrà che essere un processo graduale, a meno che lui si senta un giorno sull’orlo della pensione, magari addirittura annunci il suo canto del cigno come fece Stefan Edberg all’inizio del 1996. Lo svedese nell’ultimo anno di carriera ottenne ancora grandi exploit, ma anche clamorose figuracce. Perché se le cose si mettevano male, aveva in genere meno determinazione nel cercare di rovesciare una situazione più o meno compromessa.

Federer ha sfidato gli anni e la logica del tennis. Ora certamente, dopo averlo visto commettere 77 gratuiti ed essere apparso chiaramente molto più lento nel cercare la palla per giocare i suoi formidabili dritti, troppo propenso a giocare le smorzate per uscire dallo scambio e soprattutto a battere così male con pervicacia consistenza, lo riscopriamo più… umano. Ma le condizioni erano troppo estreme per costituire un test attendibile a favore della tesi del suo repentino declino.

Vincerà ancora, tranquilli, lo stuolo dei fans federeriani sparsi nel mondo non si preoccupino. Forse qualcuno ha già dimenticato che nei primi tre turni non aveva perso nemmeno un set? Ha dimenticato anche che 9 mesi fa aveva vinto l’Australian Open, che a Indian Wells si era fermato soltanto davanti a del Potro in finale – ma non aveva forse perso da del Potro 9 anni fa qui all’US Open? Era già finito allora? – e ha dimenticato che aveva vinto i tornei di Rotterdam e Stoccarda e che a Wimbledon, ok, si era arreso a Anderson ma soltanto 13-11 al quinto e dopo aver avuto un matchpoint? Si può ragionevolmente sostenere che un giocatore che ha questi risultati sia prossimo alla fine perché ha perso una partita che avrebbe dovuto vincere – e se va avanti due set a zero la porta a casa in un balletto – o che ha perso in condizioni oggettivamente particolari, quasi irripetibili? Tanto particolari che ho sentito John Isner dire con fare assai sorpreso (e condiviso anche da altri colleghi che hanno osservato la stessa anomalia): “Non avevo mai visto Roger Federer sudare, ieri era madido dopo pochissimo”.

Allora la risposta su “Federer finito” per me è priva di ogni dubbio. Non lo è. Chi risponde in modo diverso fa delle speculazioni per attirare attenzione. Se poi uno pone la domanda in altro modo e chiede: “Federer a 37 anni è migliore del Federer di 10 anni fa, o anche solo di qualche anno fa e può vincere ancora degli Slam?, la risposta è diversa e meno netta. Prima di tutto perché, banalmente, dipende anche dagli altri, non solo da lui. È dipeso (più o meno) dagli altri anche in passato, non solo oggi. Il miglior Nadal gli ha tolto sulla terra un bel bottino di Slam, il miglior Djokovic glieli ha tolti ovunque. Ma lui è riuscito ugualmente a farsene tanti, più di tutti, 20. Due della “OldGen”, Djokovic e Nadal, sono sempre sul pezzo, affamati di Slam come e più di prima. Quelli della NextGen non sembrano invece ancora troppo pronti, se si pensa che il loro leader è Sascha Zverev e negli Slam per ora ha avuto un percorso fallimentare, ma o lui o qualcun altro prima o poi ce la farà a conquistarne uno o più. Ma se non ce la facessero ancora nel 2019… beh le chances di Roger di conquistare lo Slam n.21 e magari il n.22, ovviamente crescerebbero. Anche perché gli stessi Djokovic e Nadal non sono mica bambini. Nessuno glielo augura, sia chiaro, ma basta un piccolo infortunio al ginocchio dell’uno o al polso dell’altro, e al momento si apre un corridoio nel quale quelli che si possono infilare con buone probabilità di successo finale (del Potro? Thiem? Cilic?) sono pochini. Quindi anche Federer, perché no?

Magari non raggiungerà lo Slam n.21, di certo non sarà più il dominatore assoluto del tennis come è stato in certi anni, ma per un po’ di tempo Roger sarà ancora un grande protagonista. Che poi lui ammetta dopo una sconfitta di avvertire di essere in calo e in progressivo declino… beh quello non me l’aspetto proprio. Anche se, per la verità quando lui ha perso una partita lo ha quasi sempre imputato più a se stesso, a una giornata no, che alla qualità di un avversario in grande giornata. I fans di Federer mi contestino pure, ma ho conosciuto… miglior perdenti di Roger. Forse miglior attori eh… diverse volte ad esempio ho avuto la sensazione che Djokovic fosse perfino troppo bravo e sportivo nel riconoscere i meriti di chi l’aveva battuto, quasi da non crederci. Nadal mi sembra di solito abbastanza onesto, in maniera più equilibrata, non esagera alla Djokovic rischiando di apparire poco credibile, ma non è quasi mai così apertamente irritato come può esserlo il Federer che si precipita in sala stampa un quarto d’ora dopo una sconfitta.

Vorrei però prevenire eventuali (sicure?) obiezioni da parte dei tifosi di tifosi di questo o quello, avvertendovi: a me capita di presenziare mediamente a una ventina di interviste di ciascuno di loro ogni anno (dacchè sono apparsi sulla scena mondiale), quindi ne ho viste tante ma certo non tutte, quindi ci saranno state – e ci sono anche state in mia presenza – tante occasioni in cui Roger ha accettato una sconfitta con il sorriso sulla labbra, Novak non ha riconosciuto i meriti dell’avversario, Rafa è stato scorbutico e spiacevole dopo una sconfitta che lo aveva particolarmente irritato. Io ho scritto come mediamente li ho visti, ma poi nessuna giornata è uguale a un’altra, nessuna sconfitta viene presa allo stesso modo. Tutto ciò premesso quel che Roger ha detto l’altra sera invece è più che plausibile, a me non sa di scusa insomma. “L’età non c’entra, c’entra che non riuscivo a respirare… dacchè c’è il tetto è tutto peggiorato!” ha assicurato Roger. I campioni sono sempre anche testardi. Non lo fossero stati non sarebbero diventati quel che sono diventati.

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Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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EDITORIALE – Azzurro cupo per Montecarlo. Sono pessimista

Non avendo mai immaginato che Fognini potesse vincere il torneo del Principato (era quasi k.o. con Rublev…), spero di sbagliarmi di nuovo. Se Berrettini e Fognini fossero in forma… Ma il sorteggio di Sinner, Musetti e Sonego è stato pessimo

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Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL TABELLONE DI MONTECARLO


Speravo francamente in un sorteggio migliore, per sognare almeno un italiano dei cinque in tabellone, nei quarti o addirittura in semifinale. Ora, visto il tabellone, mi parrebbe un miracolo. Fossero stati in piena forma i due di miglior classifica, Berrettini e Fognini, avrei avuto maggior fiducia. Ma temo che non lo siano. Chi parla già di oggi di Sinner al secondo turno con Djokovic commette forse un errore che spero Jannik non commetta.
Dimentica forse che quattro anni fa a Montecarlo Ramos-Vinolas arrivò in finale per arrendersi al solito Nadal.

Non è più quel Ramos-Vinolas, d’accordo, ma Jannik arriva dagli USA senza un torneo sulla terra alle spalle, un po’ come capitava alle star americane d’un tempo… che poi incappavano in clamorose figuracce e faccio i debiti scongiuri. Tengo presente infatti anche che Jannik è uscito un tantino traumatizzato dalla finale di Miami, nella quale – secondo me – pensava di uscirne vittorioso dopo uno splendido torneo. Non è mai facile riprendersi da una sconfitta, a meno che i primi game si mettano subito bene. I giocatori dicono, e sembrano banali: “Un passo alla volta, mai guardare più in là”.

Ma noi giornalisti siamo diversi, il tabellone invece lo guardiamo, lo dobbiamo guardare. E allora ci chiediamo: che Djokovic sarebbe quello che scenderebbe in campo contro Sinner al primo match dopo l’infortunio addominale che lo colpì in Australia? Chissenefrega oggi se era stiramento come sostengono in tanti oppure strappo come ha sempre dichiarato lui. Un fatto solo è incontrovertibile: Novak non ha più giocato un match di gara da quando ha dato una lezione di tennis a Daniil Medvedev nella finale dell’Open d’Australia, due mesi fa. E se dovesse affrontare in quello che sarà il suo primo match uno Jannik Sinner emerso vittoriosamente dal duello con Ramos-Vinolas (che giocherà oggi la semifinale di Marbella contro Carreno Busta), beh Novak giocherà da favorito ma non da vincitore in partenza anche se, come Sinner del resto, gioca quasi in casa su campi che conosce benissimo e sui quali ha trionfato due volte.

A Musetti è toccato Karatsev, il russo emergente del 2021, ma del quale si sono fin qui potute apprezzare le qualità tennistiche sul cemento outdoor mentre per quanto riguarda la terra rossa bisogna andare a ripescare soprattutto nel circuito challenger, quando ad agosto dello scorso anno vinse 15 partite su 16 e conquistò i titoli di Praga e Ostrava. Va detto che Musetti, al di là del tennis vario e piacevole, sembra ancora fragilino ai massimi livelli. E Karatsev, n.27 del mondo, è già un giocatore che si è affermato ad alti livelli. Insomma fiducia sì, ma senza illudersi. E comunque, se anche Musetti facesse un exploit ai danni di Karatsev, al secondo turno ci sarebbe Tsitsipas. Insomma, è stato fortunato a conquistarsi una wild card rifiutata a giocatori meglio classificati di lui, ma non è stato per nulla fortunato nel sorteggio.

L’altro Lorenzo, Sonego, ha in Fucsovics un bruttissimo pesce. Ci perse 7-6 al terzo due anni fa a Monaco di Baviera e l’ungherese che quest’anno ha perso tre volte da Rublev ma fatto ottimi risultati qua e là. Al Roland Garros era giunto negli ottavi, battendo Medvedev, Ramos-Vinolas, Monteiro prima di perdere dal solito Rublev, la sua bestia nera. Se Lorenzo superasse il primo turno avrebbe Sasha Zverev. Insomma anche per lui poteva andare meglio, molto meglio.

Arrivo così ai due top-ranked italiani. Un Fognini che non fosse stato dominato da Munar a Marbella mi avrebbe dato fiducia contro Kecmanovic e anche contro Paire o Thompson. Ma in questo stato voglio fare come San Tommaso: prima lo vedo giocare e poi mi sbilancio in un pronostico. Stessa cosa mi sento di dire sul conto di Matteo Berrettini. Anche lui, come Djokovic, ha sofferto di un problema addominale a Melbourne. Ma probabilmente peggiore perché lui è stato costretto a ritirarsi, non ha potuto portare a termine l’Open. E il fatto che due mesi dopo non si sia sentito di “rischiare” nel singolare di Cagliari che avrebbe potuto essere un bel test, ma sia sceso in campo solo nel doppio in coppia con il fratello Jacopo mi lascia molti dubbi. Vero che in doppio si serve un game ogni quattro, mentre in singolo ogni due, però preparare un Masters 1000 in singolare giocando solo un paio di partite in doppio non mi sembra una scelta strategica tranquillizzante.

Sono sempre stato ottimista. Lo ero ad esempio prima di Miami e mi ero sbilanciato prima ancora che Sinner affrontasse Khachanov al secondo turno quando dissi in radio che secondo me Sinner aveva chances di fare molta strada, fino anche alla semifinale (non dissi finale perché pensavo che Medvedev sarebbe arrivato in finale in quella metà di tabellone). Ma non riesco ad essere ottimista prima di questo torneo di Montecarlo. E spero tanto di sbagliarmi. Devo dire che non avrei mai pensato, due anni fa, che Fognini sarebbe riuscito a vincere il torneo. Lo avevo visto contro Rublev a un passo dalla sconfitta. Rimasi lì fino a venerdì, ma avevo fissato un viaggio di famiglia – che ringrazio di aver potuto fare visto tutto quel che è successo dopo con la pandemia – e non vidi il weekend finale di Montecarlo. Mi auguro quindi, di veder smentito anche questa volta il mio pessimismo.

Aggiungo però che anche se le cose dovessero andare come me le aspetto, continuerei a ritenere che questo è il miglior momento per il tennis italiano negli ultimi 40 anni. Soprattutto in prospettiva, magari, perché la miglior generazione azzurra per ora resta quella degli Anni Settanta. Lo dice il ranking ATP che vide Panatta salire a n.4, Barazzutti a n.7, Bertolucci a n.12, Zugarelli a n.24. Gli attuali nostri top-players ancora quei traguardi non li hanno raggiunti. Penso che li raggiungeranno, però, perché giovani come Sinner e Musetti così competitivi non li abbiamo mai avuti. Ma va dato tempo al tempo. E guai a chi non ha pazienza.

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Sinner in finale a Miami: può diventare il più forte italiano di sempre? [VIDEO]

Una prova di sicurezza e maturità raramente vista prima in un teenager. Già n. 7 della race, forse le ATP Finals di Torino non sono solo un sogno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorché battuto già tre settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 5-7 6-4 6-4 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato quattro pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai.

In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui sullo 0-15. Li ha ceduto quattro punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15, 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. Per un set e mezzo, all’inizio, sembrava lo spagnolo quello che comandava il gioco, e se Sinner si sentiva costretto a prendere dei rischi, una, due, tre pallate vicino alla riga non gli bastavano a fare il punto, finché arrivava quasi inevitabilmente l’errore.

Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perché Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da k.o. il suo ben più esperto avversario

 

Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. È stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito del torneo, il russo Medvedev, n.2 del mondo (e primo n.2 ad essersi inserito così in alto dal 20’05 a oggi quando le prime due posizioni erano sempre state tenute da qualcuno dei Fab Four). E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Così come bestia nera sembra essere diventato adesso Sinner per Bautista Agut. Battere una volta un giocatore di quella forza ci sta, batterlo due volte è molto più difficile. In finale giocherà domani contro Hurkacz, il polacco giunto a sorpresa in finale dopo aver battuto Tsitsipas e Rublev.

Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. Il primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal), e tutti e due sono curiosamente riusciti a compiere l’impresa durante la settimana di Pasqua e sconfiggendo uno spagnolo in semifinale (Fognini aveva battuto addirittura Rafael Nadal).

È incredibile, sono contentissimo – dichiarava sul campo Jannik che all’inizio della settimana aveva raggiunto il suo best ranking, n.31 ATP e che ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domenica –. Alla fine sul 5-4 e suo servizio ho deciso di prendere rischi e ha pagato”. Lucidissimo anche fuori dal campo, un minuto dopo il più grande traguardo fin qui centrato in carriera.

Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. Per il momento è diventato solamente il quarto giocatore nella storia del tennis a raggiungere la finale di un Masters 1000 prima del compimento del ventesimo anno di età: gli altri tre si chiamano Andre Agassi, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa.

Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. Tutti questi grandi giocatori, campioni anche in precocità, hanno continuato a migliorare anno dopo anno, tanto che a 34 anni Novak e a 35 Rafa sono tennisti più completi di quanto lo fossero una quindicina di anni prima.

Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto.

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