Del Potro sconfitto e ammirato: "Una fortuna giocare nella stessa era di Djokovic"

Interviste

Del Potro sconfitto e ammirato: “Una fortuna giocare nella stessa era di Djokovic”

Asciugate le lacrime, il finalista degli US Open 2018 spende parole di elogio per il campione e per gli altri grandi del tennis contemporaneo. “Io e gli altri facciamo quello che possiamo, ma strappare loro questi titoli è una sfida enorme”

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Tra i 23.200 dell’Arthur Ashe Stadium e le centinaia di migliaia di spettatori a casa, quasi tutti facevano il tifo per Juan Martin del Potro. Un po’ perché tutto il Sudamerica ha gli US Open come Slam di riferimento, e un po’ perché la sua storia è semplicemente troppo commovente per non sperare che alla fine sia lui a sollevare la coppa. “Palito” ce l’ha messa tutta, giocando bene e a tratti benissimo, ma a vincere non c’è mai andato neppure vicino nel 6-3 7-6 6-3 che Novak Djokovic gli ha rifilato per agganciare Pete Sampras a quattordici titoli Slam in carriera. Pochi attimi dopo il match point, con il tuffo del serbo sul cemento blu di Flushing Meadows, è scoppiato in lacrime per lunghi minuti, consolato anche dal suo avversario.

“Parlare con voi in questo momento potrebbe essere la parte più brutta della giornata” ha alleggerito con i giornalisti in conferenza stampa, mostrando sul volto già di nuovo il suo sorriso un po’ malinconico. “Sinceramente, stavo piangendo fino a un momento fa”. La tristezza per aver mancato il bis newyorkese a nove anni di distanza non ha impedito a Del Potro di mostrare la consueta grande sportività nella sconfitta, oltre a una buona lucidità di analisi. “Mi aspettavo il genere di partita che abbiamo giocato, Novak ha giocato in modo molto intelligente. Ho avuto le mie opportunità ma giocavo al limite tutto il tempo, sempre alla ricerca del vincente sia col dritto che col rovescio, senza riuscirci perché lui era lì ogni volta.”

 

Anche nelle situazioni in cui è stato lui a sbagliare, come ad esempio sui due dritti nel tie-break, il merito viene attribuito all’avversario:“I miei errori sono dovuti al suo livello di gioco. Di sicuro alcuni dei colpi che ho tirato stasera sarebbero stati vincenti contro altri giocatori, ma lui è troppo veloce e la sua difesa è davvero buona”. In effetti, il Djokovic delle ultime uscite è parso molto vicino al livello degli anni migliori. “Sono molto triste di essere lo sconfitto oggi, ma Novak ha meritato” ha chiosato. “Sono contento per lui, se lo merita. Quando vedi un amico sollevare il trofeo, alla fine va bene lo stesso.” Il rapporto che lega i due quasi coetanei (l’argentino è più giovane di un anno) è ottimo, ma le parole di elogio mostrano una stima che va al di là dell’amicizia.

Si tratta di una ammirazione condivisa, che si estende agli altri campionissimi contemporanei come Federer e Nadal. Perciò, dopo aver rassicurato ancora una volta sul fatto che ormai gioca senza sentire dolore, Del Potro ha approfittato di una domanda-trivia sul numero di major vinti dal trio negli ultimi quindici anni (50 su 60) per esternare la propria sensazione su chi lasciato a lui e a numerosi colleghi talentuosi poco più delle briciole. “Facciamo quello che possiamo. Strappare loro questi titoli è una sfida enorme, ma io e gli altri siamo orgogliosi di essere vicini a queste leggende. Non mi sento triste per non aver potuto vincere più di uno Slam a causa loro, sono soltanto uno di quelli che ha avuto la fortuna di giocare nella loro stessa era.”

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Marco Panichi: “Djokovic è speciale, sapevo sarebbe tornato numero 1”

Esclusiva con il noto preparatore atletico. L’addio a Nole: “Non gli eravamo d’aiuto. Forse gli ha dato la spinta”. Il ruolo del team: “Essenziale, ma serve equilibrio”

Ilvio Vidovich

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Tra i relatori dei corsi GPTCA e ISMCA tenutisi lo scorso novembre al Centro Pavesi di Milano, uno dei nomi più illustri è stato sicuramente quello di Marco Panichi. In quasi trent’anni di carriera il 54enne preparatore atletico romano ha seguito molti dei migliori tennisti italiani, partendo da Sanguinetti e Santangelo, passando per Fognini, Bolelli, Vinci e Knapp, fino a Giannessi e Donati oggi, per fare i nomi più importanti. E tanti campioni stranieri, come Smashnova, Hantuchova e Kuznetsova in campo femminile, Karlovic, Kohlschreiber e – ultimo in ordine cronologico, dato che Panichi lo ha seguito a cavallo tra il 2017 e il 2018 – il fuoriclasse serbo Novak Djokovic, in campo maschile.

Peraltro la presenza di Panichi all’evento formativo milanese è stata apprezzata dai partecipanti non solo per le sue relazioni (una sua sessione sul campo insieme ad Alberto Castellani e Pat Remondegui è proseguita ben oltre l’orario previsto, a tardo pomeriggio inoltrato, con i corsisti entusiasti che continuavano a chiedere esempi di esercizi), ma anche per i contributi durante le relazioni degli altri docenti, alle quali ha spesso assisto in mezzo ai partecipanti, riguardanti esempi o aneddoti tratti dalle sue tantissime esperienze professionali di alto livello. Alcune relative proprio alla sua recente collaborazione con Novak Djokovic. E ovviamente proprio da quest’ultima siamo partiti nell’intervista che Marco ci ha concesso in una pausa tra un corso e l’altro in una delle sale dell’impianto sportivo milanese.

 

La prima domanda è abbastanza scontata: Novak Djokovic è di nuovo al vertice del tennis mondiale, dopo cinque mesi incredibili: da luglio in poi, due Slam e due Masters 1000 in bacheca, 35 vittorie e solo 3 sconfitte. Tu che hai lavorato con lui nel periodo sicuramente più duro, quello dell’infortunio e dell’operazione, te lo aspettavi che ritornasse numero uno al mondo?
Sì, posso dire che me lo aspettavo. Perché penso che Novak Djokovic sia speciale in tante cose. Nel periodo che abbiamo lavorato assieme devo dire che c’era dentro di me questa quasi certezza, anche se si è trattato di un periodo in cui lui doveva prendere delle decisioni ed era un po’– passami il termine, ma è per capirci– in confusione. Ma solo perché era un momento di grande cambiamento – nella sua vita, nel suo staff – e secondo me non era centratissimo su quello che doveva fare. E mi piace pensare, anche se non ne potrò mai avere la certezza chiaramente, che quando ad un certo punto tutti noi tre dello staff – io per primo, Radek Stepanek e Andre Agassi – abbiamo deciso di interrompere la collaborazione, forse è stato proprio questo a dargli la spinta per rientrare un po’ su certi binari che poi l’hanno portato a tornare quello che è.

Quindi per te non si trattava solo un problema di impegni in Italia, come si era sentito dire, che non erano compatibili con l’impegno richiesto dalla collaborazione con Djokovic?
Molto semplicemente, io faccio questo lavoro ormai da trent’anni. E sbaglio a chiamarlo lavoro: per me è una passione. E il mio lavoro è proporre delle cose, a seconda chiaramente del giocatore e della situazione che ho di fronte, che credo e spero lo possano aiutare. In quel momento, tutti e tre noi dello staff ci siamo resi conto che quello che potevamo proporre non era di aiuto a Nole. Semplicemente questo. Che, ripeto, in quel momento – rispettabilissime tutte le sue decisioni – non era in grado forse di prendere le decisioni giuste. O almeno noi pensavamo questo. Questo è il vero motivo. Poi, è chiaro, io avevo anche altri impegni con altri giocatori in Italia, ma non è stato per quello. Certo, con lui era praticamente un lavoro 24 ore su 24, ma nonostante questo era una bellissima esperienza.

Proprio collegandomi a quanto mi hai appena detto e alla tua grande esperienza, ci puoi dire se hai riscontrato delle differenze nel lavorare con un top player piuttosto che con giocatori che stazionano più indietro nel ranking?
Posso dirti che non si tratta di una questione di classifica. Non è che lavorare con un top player ti richieda di più rispetto ad altro giocatore. Dipende dal giocatore. Nole richiedeva veramente moltissimo impegno e forse anche per questo, molto probabilmente, lui è un top player. Per lui, per quello che è il suo concetto di allenamento, qualsiasi cosa dovesse fare – che comprende tutti gli aspetti che stiamo trattando in questi giorni nei corsi, dal mentale all’alimentazione, ad esempio – era così importante da occuparlo ventiquattr’ore su ventiquattro. Ovviamente non in senso letterale, intendo dire che se ne occupava per tutto l’arco della sua giornata “lavorativa”. Altri giocatori fanno lo stesso pur non essendo dei top player e probabilmente questo li porterà a diventarlo in un secondo momento. Ma non voglio dire che sia l’unico modo per diventare un top. Ci sono persone che invece lavorano e ragionano in modo diverso, che hanno bisogno dei loro spazi, di far decantare un po’ le cose che hanno elaborato prima di tornare competitivi al 100%. Per cui, per quella che è la mia esperienza, posso dirti che da questo punto di vista i top player sono tutti differenti uno dall’altro. Non è la classifica, ma il modo di essere. Che probabilmente influenzerà la classifica.

In un tuo intervento durante il corso, hai evidenziato come non ci sia stata una caratteristica fisica-atletica di Djokovic che ti abbia colpito in particolare, ma la persona nel suo complesso. All’appassionato, che ha impresse nella mente le immagini dell’“uomo di gomma” Djokovic, può suonare un po’ strano.
Indubbiamente Nole ha delle qualità fuori dal normale, quella che tu citi è sicuramente una di queste. Ora, non è che solo quella qualità possa determinare uno strapotere fisico. Nole, come tutti gli altri top player che ho avuto la possibilità di allenare, è un atleta completo. Io dico sempre questa cosa, anche perché provengo dall’atletica leggera: il tennista di alto livello deve essere un po’ come il decatleta. Deve cioè saper fare bene tutto, deve avere degli aspetti fisici e dei parametri fisiologici che devono essere ottimali un po’ in tutto. Lo spiego in maniera un po’ semplicistica ma è per essere chiaro: non può essere solo troppo veloce perché andrebbe a discapito della resistenza, non può essere solo resistente perché deve essere anche veloce, non può essere solo agile ma deve disporre di una componente di forza abbastanza importante da poter poi esplodere sul colpo, poter fare cioè quello nell’immaginario collettivo è il “tirar forte”. Quindi Nole, come tutti i top player, rappresenta l’apice. Hanno a 360 gradi delle caratteristiche che li rendono unici. Quello che dicevo ieri è che non sono rimasto colpito perché ho allenato atleti che avevano una di queste caratteristiche così predominante, così fuori dall’ordinario, che magari ti colpiva. Ma il fatto che invece lui sia così completo in tutti i settori lo rende un super-atleta.

Tornando al tuo lavoro, far parte di un team molto numeroso come appunto in uno dei tuoi interventi hai sottolineato essere quello di Djokovic, con più di una dozzina di persone che gravitano attorno al fuoriclasse serbo, è più gratificante e stimolante o preferisci lavorare in team più piccoli?
Penso che come in tutte le cose ci voglia il giusto equilibrio. Premessa: oggi, soprattutto ad alto livello ma anche a livello giovanile, il team è essenziale. Ora, il perimetro entro il quale definire il team può essere abbastanza labile, perché vi potrebbero essere inclusi tanti aspetti. Per mia esperienza personale, il team deve essere composto da 3-4 persone, responsabili dei singoli settori. È il nucleo, lo zoccolo duro, anche itinerante perché bisogna dare un supporto a 360 gradi all’atleta. Poi intorno a questo gruppo gravitano altre figure, che possono entrare a farne parte ma non in maniera stabile, al quale i professionisti di ogni settore si rivolgono se ci sono situazioni particolari. Ad esempio, penso ad un nutrizionista: non è una figura itinerante ma sta diventando una figura molto importante. E poi normalmente c’è chi gestisce il team, che è fondamentale: talvolta lo fa il manager, talvolta il coach, o anche il preparatore se ha l’esperienza necessaria. Ma il team è ormai fondamentale, l’iper-specializzazione ti richiede di continuare a studiare e ad evolvere come professionista in ogni momento, e non hai il tempo per diventare anche qualcos’altro: un buon coach o un buon preparatore atletico. Ne va innanzitutto della credibilità nei confronti dell’atleta. Che va salvaguardato: lui deve sapere che se si rivolge ad un preparatore atletico, ad un coach o ad un fisioterapista, trova la massima professionalità in quel settore.

Tu adesso stai seguendo diversi di atleti, tra i quali Giannessi e Donati. Come stai impostando la programmazione dei tornei, crea qualche difficoltà dover incrociare pianificazioni ed esigenze diverse?
Non è una cosa difficilissima da questo punto di vista. Ad esempio, Giannessi e Donati hanno suppergiù la stessa classifica, quindi una programmazione dei tornei simile e di conseguenza possono dividersi le spese e il fatto che li segua un po’ di più a tempo pieno. Chiaramente se, come si spera, dovessero crescere e salire di classifica, in quel caso bisognerà trovare delle misure per seguirli nel miglior modo possibile. Come preparatore atletico sono sicuramente più libero di un coach nel lavorare con più persone: il coach è quello che deve essere lì a dirgli come giocare e vincere, mentre io faccio un lavoro un po’ più dietro le quinte. Io devo metterlo in condizione di fare quello che il coach chiede, che le sue caratteristiche tecniche vengano esaltate. Perciò diciamo che, chiaramente con la valigia sempre in mano e pronto a saltare da un posto all’altro, si può fare.

Hai allenato tanti tennisti. Con tanti successi e tante soddisfazioni a livello professionale. Riavvolgendo il nastro della tua carriera, quale tra le tante vittorie e le tante soddisfazioni è quella più grande per Marco Panichi?
Non è facile rispondere a questa domanda. Perché, certo, ci sono le soddisfazioni per i risultati raggiunti, i tornei vinti – penso ai quarti di Fabio a Parigi, le vittorie degli altri, la scalata in classifica di Philipp Kohlschreiber. Sono state veramente tante. Ma, ancora una volta, questi sono forse gli effetti del mio lavoro, quindi come arrivano anche si dimenticano. Quello che ti rimane tantissimo invece – e sembrerà scontato, ma per me è assolutamente la verità – è il rapporto che si crea con questi giocatori. Vederli crescere, dal punto di vista fisico – per quanto mi riguarda – ma soprattutto, come spesso è accaduto quando ho avuto la fortuna di stare con qualcuno di loro più di qualche anno, vedere la loro trasformazione da ragazzi a uomini, da ragazze a donne. Vedere l’evoluzione dell’individuo. Questa per me, che sono un appassionato nel trasmettere – e spero di riuscire a farlo sempre nel miglior modo possibile – forse è la cosa più importante di tutte. Ripeto, sembra una cosa scontata e non voglio neanche prendermi troppo sul serio, ma io penso che noi non siamo solo allenatori, ma educatori. Questa cosa, ripeto, la dico senza voler assolutamente essere arrogante e sapendo che non ho le possibilità di un educatore, ma dobbiamo assolutamente essere leali, essere corretti, provare a dare questi ragazzi l’esempio migliore. Poi magari spesso non ci riusciamo, siamo umani. In definitiva, e ti assicuro che è così, io voglio un giocatore felice più che un giocatore forte. Poi, ovviamente, l’ottimale è che sia felice e forte e lavoriamo per farlo diventare forte. Ma in una carriera di 10-15 anni, in un periodo delicato nello sviluppo di un individuo, dobbiamo assolutamente tenere conto di queste cose. Perché quando finisce il tennis inizia la vita vera. Ripeto, senza arrogarmi competenze che non ho, ma dobbiamo essere il più onesti possibile nel rapporto con i ragazzi.

Ultima cosa. I nostri lettori spesso sono anche amatori oltre che appassionati. Un consiglio, un tip, per chi si approccia al tennis in ambito amatoriale.
Andiamo su un mondo abbastanza vasto, ma la cosa che io vorrei dire – innanzitutto – è quella di rimanere sempre in un range di sicurezza. E con questo intendo dire di non strafare, non giocare ed impegnarsi oltre i limiti percepiti. Per fare questo bisogna fare un minimo di movimento, avere un minimo di preparazione, anche al di fuori di quello che può essere il divertimento della partita stessa. Mi spiego: uscire dall’ufficio, andare a giocare e poi tornare subito a casa, può andar bene una o due volte, ma se lo si fa costantemente è il caso di dedicare quella mezz’oretta prima e quella mezz’oretta dopo ad un buon riscaldamento e ad un buon defaticamento, che ci possono veramente salvare per tante cose.

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Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

Esclusiva con il coach del più giovane italiano in top 100. “Un anno oltre le aspettative. Giocare sul cemento ha pagato. L’importante è che Matteo continui a crescere”

Ilvio Vidovich

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Ad inizio novembre, a Milano, Vincenzo Santopadre è stato il principale relatore della prima giornata dell’International Tennis Symposium. Argomento: la sua esperienza come coach di Matteo Berrettini, tra racconti ed aneddoti, domande e risposte con i corsisti ed esercitazioni sul campo. Un intervento durante il quale è stato facile percepire tutta la passione per il tennis del 47enne allenatore romano e la professionalità, l’attenzione e l’entusiasmo con i quali affronta questa sua “seconda vita” tennistica dopo la lunga carriera agonistica che lo ha visto raggiungere il best ranking di n. 100 ATP. E proprio di cosa possiamo aspettarci dal miglior under 23 italiano – che ha concluso la stagione a ridosso dei top 50 (n. 54) e si è laureato campione d’Italia con il Circolo Canottieri Aniene – abbiamo parlato con Vincenzo al termine del suo intervento.

È arrivato il momento dei bilanci. Matteo in questa stagione è diventano un top 100 in pianta stabile, ha vinto a Gstaad il suo primo torneo ATP e dalla seconda metà dell’anno gioca stabilmente nel circuito maggiore. Qual è il tuo bilancio della stagione in qualità di suo allenatore?
Direi di partire da quelli che erano gli obiettivi, che erano quelli di giocare il maggior numero possibile di partite a livello ATP. All’inizio dell’anno non sapevamo quante ne avrebbe potute giocare: la sua classifica era attorno alla 130esima posizione all’inizio dello scorso anno, se ricordo bene (ricorda benissimo: era proprio n. 130 lunedì 8 gennaio, ndr). Quindi bisognava sempre passare per le qualificazioni, c’era da sperare che grazie ai progressi fatti sarebbe salito in classifica. E di conseguenza avrebbe avuto modo di confrontarsi con i più bravi. Devo dire che è andata bene. Ha superato subito le qualificazioni a Doha e quindi in tutto l’anno ha potuto giocare partite di livello alto. Considera che in tutto l’anno ha giocato solo tre Challenger, tra i quali quello di Irving che – giocandosi a cavallo tra i due Masters 1000 statunitensi – di fatto come livello può essere paragonato ad un ATP 250. Per cui, ecco, tra singolo e doppio ha fatto sessanta e passa partite (per la precisione, tra Circuito ATP e Challenger 64: di cui 52 in singolare, con 31 vittorie e 21 sconfitte, ndr) tutto di livello, secondo me, molto, molto alto. Che lo hanno aiutato in quel percorso di crescita a lungo termine a cui ho fatto riferimento oggi nel mio intervento al Simposio. Quindi il mio obiettivo quest’anno era quello di portare avanti questo percorso di crescita, sperando di fare questo tipo di esperienze. È andata bene: ne ha fatte tantissime e anche con ottimi risultati. È stato perciò un’annata molto soddisfacente. Anche perché ci sono state per lui tante nuove esperienze: la prima volta in Australia, la prima volta in un tabellone Slam, la prima volta in Coppa Davis, la prima vittoria in uno Slam, la vittoria di un torneo ATP 250, in singolo e anche in doppio. Insomma, ha dovuto affrontare e gestire tutte queste situazioni nuove, e credo lo abbia fatto anche molto bene. Ed è un qualcosa di cui beneficerà, a mio avviso, negli anni a venire. Perché quando affronti una situazione la prima volta devi adattarti, ti trovi un po’ a disagio. Ma poi la volta dopo l’affronti meglio, è qualcosa che già conosci. In quest’ottica, ad esempio, siamo andati a Shanghai quest’anno. Un po’ una forzatura, perché non era previsto. Ma è stato un investimento per il prossimo anno: così lui ha conosciuto il posto, l’ambiente, ci hai giocato. Sono tutte cose che ti aiutano nell’evoluzione e nella crescita.

 

Ecco, hai fatto riferimento poco fa a quel piano a lungo termine di cui hai parlato anche nel tuo intervento al Simposio. In cui hai fatto riferimento alla “costruzione” non solo del giocatore, ma anche della persona Matteo Berrettini. Se torniamo indietro all’inizio, possiamo dire che in questo momento sei nel punto in cui idealmente – magari ottimisticamente – pensavi saresti arrivato?
L’obiettivo era crescere, crescere, continuare a crescere. Senza pensare tanto a dove sono o non sono. Ovviamente siamo ad un ottimo punto. Negli ultimi due anni Matteo ha ottenuto miglioramenti incredibili, sotto tanti punti di vista. Perciò sì, se ci fossimo posti questo tipo obiettivo, sarebbe stato quello ideale. In realtà, noi abbiamo messo un mattoncino alla volta. Detto questo, ora c’è da insistere, da andare avanti. Questi risultati possono essere lo sprone per dire “ok, allora sto facendo un buon lavoro”, perché effettivamente se ne vedono i frutti.

Parlando proprio dell’andare avanti, qual è l’approccio nella definizione e gestione degli obiettivi in questo percorso con Matteo?
A me piacciono gli obiettivi raggiungibili, quelli ideali non molto. Certo, il sogno era quello che si è avverato, che Matteo diventasse un giocatore a tutti gli effetti. Ma devi rapportarti sempre con le realtà. E la realtà dice che devi impegnarti giorno dopo giorno, per cercare di raggiungere quel sogno, quell’obiettivo ideale. Ma senza star troppo a fantasticare. A me piace di più il lavoro quotidiano e non mi pongo limiti. Perché se poi mi pongo un obiettivo numerico diventa difficile. Quest’anno, ad esempio, c’eravamo dati un obiettivo numerico, pur – ripeto – non piacendomi come approccio: era quello di giocare una quindicina di partite di livello ATP. Lo abbiamo raggiunto, ma se non fosse accaduto? Metti caso un infortunio, o che avesse cominciato male la stagione… Di conseguenza tutto sarebbe stato più difficile e ci saremmo dovuti adeguare. Per questo io preferisco parlare di obiettivi in termini di crescita: della persona e del giocatore. Guardando sempre quello che sta succedendo in modo di cercare di capire cosa c’è da migliorare. Chiaro che il progetto a lungo termine era ambizioso. Facevamo determinate cose oggi per essere più forti domani. Quando a 19 anni ho programmato che giocasse i due terzi dei tornei sul duro era perché sviluppasse un atteggiamento diverso nei colpi di inizio gioco per il futuro. Matteo nasce giocatore da terra rossa, si trovava molto più a suo agio sulla terra. Lui ha capito ed ha accettato questa programmazione. Questo è stato fatto in previsione futura, perché se io avessi voluto raggiungere un obiettivo numerico di classifica avrei dovuto farlo giocare sulla terra. E invece abbiamo condiviso un programma ambizioso e scomodo: perché avrebbe potuto giocare i Challenger sulla terra in Italia e ad avere una classifica migliore.

Una scelta che ha pagato: Matteo Berrettini è ritenuto da tanti il primo tennista italiano con le caratteristiche del tennista “moderno”.
È andata bene, diciamo che è importante essere convinto e spiegare e condividere bene i motivi della scelta. Certo, ora tutti noi diciamo che ha pagato perché Matteo ha una buona classifica. Però secondo me era ed è comunque il modo giusto di agire se hai un progetto ambizioso. Senza star lì a fissarti troppo sull’obiettivo e darti troppa pressione, ma ragionando in termini di crescita. Poi chiaro che devi guardare quelle che fai. Vedi che sei migliorato nell’atteggiamento in campo, vedi che sei migliorato nella risposta, vedi che giocare sul cemento diventa quasi normale. Matteo è stato bravo a sposare questo progetto. Non è da tutti.

Quali sono gli ambiti di miglioramento di Matteo e su cosa state lavorando in funzione della prossima stagione?
Secondo me, stiamo parlando di un giocatore ormai praticamente formato. In lui si riconosce la determinazione e l’impegno e in questo senso può migliorare nel fatto che quando i risultati non sono proporzionali all’impegno, deve essere un po’ più benevolo con se stesso. L’essere volenteroso ed ambizioso, c’è da stare attenti che non diventi un boomerang… Qualche volta è capitato che lui sapesse cosa fare in campo, ma faticasse a metterlo in pratica. Ecco, in quei casi tende a prendersela con se stesso, con conseguente ulteriore calo della performance. Da questo punto di vista è già cresciuto ma può crescere ancora. Come anche nella gestione delle energie in campo, soprattutto mentali. Matteo è uno che pensa in campo e io gli chiedo di spendere energie in questo senso. Ma deve imparare a gestirle e ad essere talvolta anche più “leggero”. Ha una carriera lunga davanti, tanti anni in cui giochi da gennaio a novembre, e devi essere bravo a gestire questo aspetto. Come dicevo stamattina nel mio intervento al Simposio, lui è molto ricettivo e curioso, ha voglia di apprendere e sa ascoltare tanto. Si fida ma chiede, vuole capire. Tutto questo è la sua forza. Oltre a quanto abbiamo appena detto, dal punto di vista tattico un ambito di miglioramento è sicuramente quello di cercare di prender un po’ di più la rete, accentuare l’aggressività col dritto e lavorare in tal senso anche con la seconda palla di servizio. Ti anticipo quelli che sono gli obiettivi che ci siamo dati per le prossime sette settimane di allenamento, per la preparazione. Come anche migliorare l’imprevedibilità della prima di servizio, migliorare i tempi di reattività in risposta, migliorare l’anticipazione della rotazione del tronco sul rovescio, il gioco in verticale con lo schema dritto/volée.

Sempre parlando in previsione del 2019, ci hai detto che non ami gli obiettivi numerici, ma a ridosso della top 50 magari qualche pensierino in termini di classifica l’avete fatto.
Guarda, quando abbiamo fatto la riunione con tutto lo staff, manager compreso, per la pianificazione del 2019, abbiamo declinato gli obiettivi tecnico-tattici definiti insieme a Umberto Rianna. In questo momento non ci siamo dati obiettivi di classifica e risultati, li ritengo poco utili. Prima che inizino i tornei ci ritroveremo e, non so, se facendo il punto della situazione magari ci daremo anche degli obiettivi numerici. Io continuo ad essere reticente su questo.

Quindi, niente, non si è parlato di top 10, di top 20, di top 30…
Top 10 credo sia difficile. Matteo è un ragazzo eccezionale sotto tanti punti di vista. Ma per arrivare tra i primi dieci devi essere un fenomeno. Per cui è complicato. Poi, ti dico, magari strada facendo scopriremo che la top 10 è fattibile. C’è da dire che Matteo è un ragazzo che fa dei miglioramenti continui e costanti. Magari ci ritroviamo a fare questa stessa chiacchierata tra sei mesi e ti dirò: sai che c’è? Questo ragazzo vedo che continua a crescere, continua a migliorare… Quindi in questo momento non ti dico top 10, ma se parliamo di top 30 ti dico di sì. Poi, sia chiaro, ci vuole anche un po‘ di fortuna.

L’ultima domanda è su di te. Quando hai iniziato, smessi i panni del giocatore professionista, non eri certissimo di voler fare l’allenatore. Ti sei trovato in questa avventura, che è diventata bellissima. Ora? È questo quello che Vincenzo Santopadre vuole fare da grande?
Il mio lavoro in questi anni è cambiato. Ho avuto la fortuna di lavorare in un posto che mi ha permesso di fare questo lavoro e me lo ha reso semplice. Mi ha spronato ad andare avanti in quello che stavamo facendo. Non è da tutti: non so come sarebbe andata se mi fossi trovato in un contesto in cui invece mi sarei dovuto scontrare per portare avanti questo tipo di lavoro. Il mio obiettivo è sempre quello di mettere i ragazzi al centro del progetto, vedere le loro esigenze: l’allenatore deve essere un supporto. Detto questo, ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace moltissimo. A me basta che ci sia una palla ed una racchetta e son contento. E non ti nego che è uno stimolo, quando vedi che quello che fai con passione e con facilità ti dà ottimi risultati. Come per i ragazzi, è uno stimolo, a mio avviso, anche per l’allenatore: perché vuol dire che quello che stai facendo lo stai facendo bene. E di conseguenza diventa più semplice scegliere e decidere. Ad esempio, per me quest’anno è stato così. Poi in questi otto anni, in realtà, venendo incontro – come dicevo – alle sue esigenze, di fatto ho guardato anche a me stesso. Perché se non mi andava, di certo non lo avrei fatto. Ho trovato un ragazzo con cui mi va di farlo, mi riesce facile farlo e quindi mi rende più semplice anche fare dei sacrifici, delle rinunce, come può essere lo stare lontano dai figli. Sicuramente alla fine di questa stagione ho messo anche Vincenzo e questi aspetti sul piatto della bilancia. Cercando di trovare una soluzione. E l’ho trovata: a Doha, per la preparazione, mio figlio verrà con noi. Dico sempre a Matteo che lui deve essere egoista come giocatore e pensare ai suoi interessi, ed anch’io come coach lo devo essere. Devo essere, come dire, egoisticamente altruista. Perché se sono sereno, se so che ho del tempo per stare con mio figlio, io riesco a stare bene e riesco a dare il meglio per Matteo.

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Il nuovo, spirituale, Marat Safin: “Non faccio niente. Io vivo”

L’amato (e odiato) ex tennista russo si racconta in una lunghissima intervista. “Non ho una fidanzata né una moglie e non voglio una relazione. E non ho una figlia”. Il passato politico parecchio nebuloso, l’amore improvviso per… il confucianesimo

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“È meglio lasciare lo sport prima che lo sport lasci te”. Tra le tante frasi di congedo dal tennis che è possibile reperire nella letteratura recente, è difficile trovarne una che, meglio di questa, descriva alla perfezione il rapporto con la racchetta di chi l’ha pronunciata e al contempo appaia valida ed esportabile fuori dal contesto. Sfuggì a Marat Safin a margine di una delle sue ultime apparizioni su un campo da tennis, nel dicembre 2016, sette anni dopo il ritiro dalle competizioni ufficiali; per il secondo anno di fila si era lasciato convincere dalla franchigia dei Japan Warriors a partecipare all’IPTL, torneo di esibizione itinerante che dopo quell’edizione non sarebbe più andato in scena per una storia di mancati pagamenti (in pratica una frode in piena regola).

Alle parole dell’ex tennista russo i giornalisti si abbeverano sempre con grande avidità, poiché Marat non è uno a cui sia facile mettere un microfono in mano. Chi scrive ha visto con i suoi occhi Mario Ancic – che non sarà Safin, ma la sua bella semifinale Slam l’ha disputata – fermarsi in sala stampa a Lille, durante l’ultima finale di Davis, e quasi spontaneamente rilasciare dichiarazioni, laddove il russo avrebbe tirato dritto per evitare di sottoporsi a un tale supplizio.

 

Concesso l’ultimo quindici della sua carriera a del Potro sull’indoor di Bercy nel 2009, Safin è nuovamente… sceso in campo – mutuando un’espressione che ci è grottescamente familiare – per iniziare la carriera politica. Nel dicembre 2011 è stato eletto nella Duma di Stato sotto l’egida del presidentissimo Putin per rappresentare una delle 46 Oblast’ (regioni) dello sconfinato paese eurasiatico, quella di Nižnij Novgorod, ed è stato confermato cinque anni dopo, salvo rassegnare le dimissioni nel maggio 2017. Nel mezzo anche una laurea in legge conseguita nel 2015 presso il Moscow Institute of Public Administration and Law, che a suo dire l’avrebbe aiutato a limare i difetti dell’inesperienza nell’arena politica russa. Da allora, se si eccettua qualche misero incarico di rappresentanza sportiva, Marat Safin non sembra avere avuto una vera occupazione.

Un aggiornamento sulla condotta di vita di uno dei personaggi più singolari che il tennis abbia potuto vantare è arrivato grazie alla lunga intervista rilasciata dall’ex tennista al fortunato Alexander Golovin, giornalista appena 23enne di Sports.ruIl portale russo ha titolato con la dichiarazione d’allergia ai rapporti interpersonali – ‘Non ho una fidanzata né una moglie e non voglio una relazione‘ – ma siamo certi che la scelta sia stata sofferta, poiché Marat ne ha raccontate davvero di ogni tipo.

IL MARAT-PENSIERO

UNA NUOVA SPIRITUALITÀ – Ricordate quando Safin aveva detto di essere musulmano praticante, armandosi di tale affermazione per deporre a favore della libertà di culto in Russia? Ecco, dimenticate tutto, perché a quanto pare non è più questa la sua dimensione spirituale. “Non esiste la religione, è stata creata artificialmente e tutti possono intuirne il motivo” erompe Marat, che sembra aver abbracciato una sorta di mistica naturale vicina alle filosofie orientali. Sul suo profilo Instagram, dal quale per sua stessa ammissione ‘non si può capire che sono stato un tennista‘, è comparsa quale mese fa la foto del testo di carattere divinatorio ritenuto più importante nell’alveo del confucianesimo, ‘Il libro dei mutamenti’. Gli viene chiesto di spiegare il suo avvicinamento a una sensibilità tanto lontana dalla sua cultura d’origine, lui risponde così: “Ho smesso di provarci, sarebbe come spiegare a un cieco i colori. Chi vuole troverà da sé le informazioni che cerca. Non mi è successo un giorno all’improvviso, dipende dalle esperienze di vita. Il mondo è come uno spettacolo teatrale e noi siamo gli attori“.

Costrutti aforistici che non possono sorprendere alla luce di come Safin ha aperto l’intervista: “Cosa faccio? Niente, non faccio niente. Io vivo“. Agli antipodi rispetto al ‘faccio cose/vedo gente’ di morettiana memoria, la messa in versi del terrore di apparire inoccupati che spinge la gente a confessare, con dissimulata sofferenza, di avere sempre qualcosa di importante da fare, a Marat non interessa fingere di avere una vita piena. “Vado a letto presto, verso le dieci-undici, e mi sveglio alle otto. Cammino, viaggio, non gioco a tennis, perlopiù vado in palestra per tenermi in forma”. Poi prova a spiegare rivolgendo quest’esempio al suo interlocutore: “Immagina di aver concluso la tua carriera di giornalista e poi di cominciare di nuovo a lavorare: sarebbe un po’ stupido, non trovi?”. Non lo tange minimamente il non avere un’occupazione specifica e sa spiegarne anche il perché: “Molte persone devono fare qualcosa per ricordarsi di essere vivi, ma lo fanno per non pensare. Solo pochi sono in grado di stare soli con se stessi per cinque minuti. Chiudi una persona in casa per un giorno intero, portagli via il telefono e il computer e guarda cosa succede. Io non ho di questi problemi, non ho bisogno di lavorare ed essere occupato per sentirmi normale“.

VIAGGI, SOLITUDINE E LIBERTÀ – Nell’aria è l’eco di un’espressione che più di qualcuno avrebbe rivolto a Marat, gli fosse stato di fronte; ‘grazie al… tennis, che puoi permetterti di non fare nulla‘, sarebbe la versione più edulcorata. Ritornando sul tema del suo unico vero hobby, viaggiare, l’ex tennista conferma come i guadagni sul campo – oltre 14 milioni di dollari, suggerisce la sua pagina ATP – gli permettano ancora di visitare serenamente ogni angolo del mondo. Intuibile ma non scontato: Becker ha guadagnato quasi il doppio, ma è stato decisamente meno abile a tenerseli.

Dal chiasso di Ibiza – ‘ma lì non per forza devi divertirti, io ci vado per fare sport, mangiare ottimo cibo e nuotare. Esiste una Ibiza diversa‘ – alle rovine Inca di Machu Picchu in Perù, il luogo che preferisce in assoluto. “Mi ha fatto una grande impressione, nonché dubitare del fatto che sia stato davvero tutto costruito dagli esseri umani. Anche le guide non sanno spiegare come sia successo. Un po’ come per le Piramidi in Egitto” dice Marat, che poi si esibisce in un fraintendibile ‘non credo che siamo soli nell’universo‘, tornando più tardi sull’argomento per ricordare come persino Stephen Hawking sia del suo stesso avviso.

Uno dei rovesci bimani più imponenti del nuovo millennio è convinto di non essere solo, nel senso sovrannaturale dell’espressione, ma in un certo senso vuole rimanerci. Nel ricordare il vecchio episodio di una scazzottata con Sergey Bondarchuk, figlio dell’attore e regista russo Fyodor (al quale lo legava un rapporto d’amicizia), Safin racconta piuttosto bruscamente di non avere amici. “Basto a me stesso e voglio vivere da solo, mi piace così. Non sono un asceta, ho un circolo nel quale passo il tempo ma quelli non li chiamerei amici, piuttosto compagni o colleghi. Non ho una ragazza né una moglie e non voglio che la cosa cambi. Non voglio condividere la mia vita personale e le mie cose; non perché sia accaduto qualcosa di particolare, voglio solo viaggiare e non avere legami. Mi piace libertà e non avere nessuno al mio fianco: silenzio e calma“.

Quando l’intervistatore prova ad andare più a fondo, Safin continua il fuoco di copertura. Nega di avere avuto una figlia dalla sua ex compagna Valeria Yakubovskaya, nonostante sia opinione comune che nelle vene della piccola Eva, sette anni e già un profilo Instagram per foraggiare la sua carriera di baby-modella, scorra il suo sangue. Arriva addirittura una domanda diretta sulla sua vita sessuale, alla quale Marat si sottrae senza troppe cerimonie. Il giornalista gli aveva chiesto se facesse ricorso al sesso a pagamento, in modo forse non troppo elegante.

L’ESPERIENZA POLITICA

Del periodo in giacca, cravatta a ventiquattr’ore di Safin ha fatto discutere soprattutto il suo avallo ad alcuni provvedimenti molto controversi. Su tutti la legge ‘anti-gay’ che il parlamento russo ha approvato nel giugno 2013 per ostacolare la propaganda e le manifestazioni omosessuali (con 434 voti a favore e un solo, impavido, astenuto), ma anche la ‘Dima Yakolev Law‘ entrata in vigore il primo gennaio dello stesso anno. Il provvedimento prendeva il nome di un bambino nato in Russia, adottato da una famiglia statunitense di Purcellville (Virginia) e morto in circostanze tragiche, dopo essere rimasto chiuso in auto per nove ore. Con questo pretesto e per rispondere a una legge approvata poco prima negli Stati Uniti, il parlamento russo decideva di impedire – tra le altre cose – ai cittadini statunitensi di adottare bambini russi.

Non mi vergogno delle leggi che ho votato. I nostri esperti hanno espresso un parere e ci siamo fidati di loro“. Un ginepraio dal quale qualcuno ha persino accusato Safin di aver contribuito a uccidere dei bambini. “Chi sono queste persone?“, si chiede Marat con indifferenza; “Come in tutte le cose c’è sempre qualcuno a favore e qualcuno contro“. In questa porzione dell’universo di Marat sembra però esserci qualche crepa in più. ‘Non accendo la TV, mi informo su Telegram‘. Affermazione piuttosto curiosa, se si considera che da aprile il governo russo ha bloccato l’utilizzo dell’app di messaggistica, rea di essersi rifiutata di fornire le chiavi di decrittazione dei messaggi scambiati dagli utenti. Telegram, fondato peraltro dal russo Pavel Valer’evič Durov, è notoriamente il baluardo digitale di una privacy che la Russia dimostra ogni volta di mal tollerare.

In tre dei sei gruppi Telegram citati dall’ex tennista compare proprio l’intervista di cui vi stiamo riportando la traduzione; si tratta di sacche di informazione indipendente per accedere alle quali, se si è sul suolo russo, è necessario aggirare il blocco imposto dal governo tramite una procedura in verità non troppo complessa. Il giornalista cita proprio episodi di corruzione diffusi in questi gruppi: “Se lo sapevo? Beh sì, non sono mica nato ieri. Ho 38 anni“. Perché allora non li ha denunciati quando era ancora in carica?Io non discuto di queste cose, non mi piace rovistare tra i panni sporchi. Leggo per informarmi senza dare una valutazione e poi oggi sono un cittadino libero, non più un politico“. Qui il Marat-pensiero appare parecchio meno convincente.

DOV’È IL TENNIS?

Quello che manca quasi del tutto in questa intervista, come del resto in queste settimane di piena off-season, è proprio il tennis. “Non è interessante, mi stufa dice Marat del suo rapporto odierno con la racchetta. Talmente lontano che non gli capita neanche di riguardare le sue stesse partite. “Ho chiuso quel capitolo della mia vita. Se rimani ancorato al passato non vai mai avanti, e poi guardarmi su Internet mi sembra strano. Non mi piace nemmeno parlarne“. Chi non ha mai smesso di criticarlo per il temperamento incontrollabile, quello che una volta lo portò ad abbassarsi i calzoncini per festeggiare un punto, non compare nei suoi radar come non vi compariva allora. “Le persone non sanno nulla. L’unico che può darmi consigli sono io. In passato ho pagato per farmi ascoltare, oggi non più; sono abbastanza maturo da non considerare le parole di estranei che non hanno mai giocato a tennis. Nessuno sa cosa è necessario per ottenere risultati“.

At the end of the day, ennesima di tante conferme, la sua carriera è finita soprattutto a causa degli infortuni. Rifiutò di sottoporsi a un’operazione alla gamba le cui probabilità di successo erano dichiaratamente basse. Infortuni da sovraccarico, dai quali Marat è rientrato senza però mai ritrovare velocità, esplosività e visione di gioco: “Rimanere fuori dai primi trenta non sarebbe stato divertente“. Da lì la scelta di chiamare l’ultimo giro, come per sottrarsi a un tavolo da gioco sul quale si hanno da vantare ormai poche fiches.

Del futuro che gli si stende davanti, a soli 38 anni, non è dato sapere troppo. Per significare il concetto, in chiusura di intervista Marat riesuma una battuta pronunciata da Woody Allen in uno dei suoi film meno riusciti. “Se vuoi far ridere Dioraccontagli i tuoi progetti”. Oppure digli che Marat Safin non sapeva giocare a tennis, aggiungeremmo noi.

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