La rivoluzione pop del tennis

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La rivoluzione pop del tennis

Colori, abbigliamento. Icone. Così il tennis regge il passo coi tempi, dettandone i ritmi e le sensazioni

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– Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
– Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
– Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
– Fantozzi: Ah, congiuntivo!
– Filini: Sì!

Mutandone ascellare con apertura sul davanti, tenuta chiusa da una spilla.

– Fantozzi: Pronti?
– Filini: Preghi.

 

“El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu rincorreva già da tempo un bel sogno d’amore. El purtava i scarp de tennis, el g’aveva du occ de bun l’era il prim a mena via, perché l’era un barbun”.

Le scarpe da tennis. Scarpe da tennis ai piedi del mondo. Scarpe da tennis ai piedi di chi vuol cambiarlo, ai piedi dei movimenti di contestazione giovanile e del suo affermarsi come categoria merceologica e ai piedi di chi quel mondo vuole solo passeggiarlo comodamente. Scarpe da tennis ai piedi del barbun della canzone di Jannacci, dei ragionieri e del cumenda nel suo tempo libero. Scarpe da tennis ai piedi del giocatore improvvisato di calcetto, del bagnante, di chi vuole avere l’idea di comodo sport senza farne e di chi vuol dare l’idea di aver tempo per farlo. Il tennis, per il fatto di essere nato essenzialmente gioco e non necessitando pertanto di attrezzatura particolarmente tecnica, ha sempre condiviso il proprio abbigliamento con quello della vita quotidiana. Non solo scarpe, ma magliette, tute, borse, calzini, visiere, cappelli. Tennis e tempo libero, tennis e abbigliamento sportivo, tennis e moda. Tommy Hilfiger, Enrico Coveri, Stella McCartney, creativi che creano la propria linea tennis.

Immagini d’epoca. Una scampagnata. Gente ben vestita, intorno ad un rettangolo nel quale quattro persone colpiscono una palla con degli attrezzi di legno. Due di qua, due di là, in mezzo una rete. Si scambiano la palla con garbo e gentilezza in comodi abiti anche eleganti. Sforzo fisico quello necessario a far colpo su qualche fanciulla. Giocano a tennis. Sulla nascita del tennis numerosa è la letteratura. Lo si fa risalire a tempi remoti, numerose ne sono le testimonianze, stanze famose lo hanno ospitato prendendone il nome, ma certo è che il tennis moderno è affare inglese. Il tennis lo si gioca di bianco. Candido come l’anima, come vorrebbe la coscienza, il bianco dell’innocenza, dell’assenza di colpa.

Suzanne Lenglen e Bill Tilden

L’alba del colore nel tennis è negli anni ’70. La presenza della TV a colori ne da un senso definitivo, poiché inutile se da casa si vede solo in bianco e nero e nelle sfumature tra essi comprese. All’inizio essenzialmente qualche bordino del colletto delle maniche e qualcosa ai calzini, poi pian piano le spalle delle polo e poi il resto, mentre le tute han preso colore già da un po’. La componente sportiva reclama il suo spazio e l’abbigliamento diviene leggermente sempre più tecnico, sempre non allontanandosi da quello in uso anche nella vita quotidiana. In effetti, fino ad allora il look è cambiato essenzialmente sul concetto dell’accorciarsi. Dal pantalone lungo gli uomini son passati a quello corto non più gonne e maniche lunghe alle donne, ma spesso smanicati e mini. Dalla fine degli anni ’50 le battaglie tennistiche tra maschi si fanno in pantaloni corti e polo. Rivoluzione è sostantivo femminile e non a caso in quel settore ne sta avvenendo l’ennesima. Il look della tennista comincia ad essere qualcosa che tiene conto della donna oltre che dell’atleta. Maria Bueno, Lea Pericoli, eleganza e vezzo. Lea con i suoi abiti, le sue acconciature, il suo gusto di sorprendere, fa del campo da tennis il palco della recita della diva. La gente corre a vedere Lea sapendo che non ci saranno pericoli di restar delusi, scontato così come il gioco di parole.

Lea Pericoli

Passano gli anni al rotolar di palline. Le acconciature seguono le mode. Baffi e basette come eredità della cultura hippy, capelli lunghetti un po’ ovunque. Baffo per Newcombe, Zugarelli, basette per Connors e tanti altri, Nastase e Vilas dalla folta chioma, Vitas Gerulaitis. Capello severo per Navratilova e King, elegantemente femminile per Goolagong ed Evert, treccine da cheerleader per Tra(c)cy Austin, di imminente arrivo le code di cavallo di Graf e Sabatini e le acconciature voluminose come zucchero filato del decennio 80, anni in cui agli uomini basta un ciuffo e tanto volume biondo per sentirsi cool e accettati. In mezzo le treccine di Noah, ma lui è ben altra cosa.

Un magliaro italiano, probabilmente ignaro di cambiare la storia dell’abbigliamento tennistico e di come esso viene concepito, decide di vestire un giovane aspirante dio venuto dalla Svezia. Borg ha lunghi capelli biondi, una fascia elastica che evita gli caschino davanti agli occhi e vistosi polsini dello stesso disegno di una maglia che tutto domina. L’abito non fa mai un monaco, ma a Borg molto di più aiutandolo a diventare la prima pop star del tennis. Quella linea è in produzione ancora oggi, senza età come una canzone dei Beatles. Negli stessi anni, in Italia, va molto anche il capello a scodella di Panatta che al titolare sta davvero bene ma che a quasi tutto il resto fa molto elmetto Sturmtruppen. La maglia rossa di Panatta, segnale dal futuro. Non di solo Borg ha vissuto il suolo italico.

John McEnroe e Bjorn Borg

Pomeriggio di maggio, 1988. A Roma, in un campo nemmeno il Centrale, gioca un ragazzino di Las Vegas di cui tutti dicono tanto. Una chioma bionda mashata lunga con ciuffo importante che poi si sarebbe dichiarata essere una parrucca. Capigliatura da rock star, una chitarra per racchetta. Andre Agassi è il suo nome e la sua comparsa è pari a quella di un personaggio di Bowie in cerca di autore, poiché da una sua sceneggiatura fuggito. Agassi gioca indossando dei jeans corti. La casa di abbigliamento sportivo che ha per logo l’ala di una dea, dopo aver messo ai piedi di McEnroe un paradigma per scarpe, ha deciso di vestire di jeans il mondo del tennis, usando Agassi come testimonial. C’è dell’altro. Agassi indossa una maglia il cui di dietro è più lungo del davanti, come i camicioni alla moda di quegli anni. Come scarpe ha delle mid, alte a metà tra una classica del tennis ed una da basket. Per adeguarsi lo sponsor tecnico lo munisce ben presto di racchetta fluorescente bicolore. Il look Agassi spopola. Come i Sex Pistols 21 anni prima sapientemente inventati, così Agassi fa diventare vecchio e stantio tutto quello che lo ha preceduto, facendo vendere cose nuove. Trovare un under 30 che non gioca in jeans è come trovare l’ago nel pagliaio, così come trovare le sue scarpe ovunque ci sia un ragazzo è cosa abbastanza certa. Ma i magliari di Agassi la sanno ancora più lunga e decidono di vestire anche un giovane tennista di origine greca che è il suo esatto contrario, ma che gioca a tennis come non si è mai visto. Pertanto prendono Pete Sampras che ha già una sua dialettica sportiva con Agassi, ne creano l’antitesi anche estetica e la vestono. La rivoluzione e la controrivoluzione le vende lo stesso negozio.

Nel frattempo il bianco integrale è oramai un ricordo. Solo Wimbledon lo richiede ed impone per rispetto della tradizione. Dalle strisce di Borg e Vilas e le spalline di McEnroe e Nastase, si arriva al giallo blu integrale di Guga Kuerten attraverso anni di colori e disegni sempre più disparati e disperati. Ivan Lendl indossa rombi elegantissimi prima di finire la carriera con una sorta di aquila reale planante disegnata sul petto. Il look femminile continua la sua marcia di avvicinamento al concetto di abito da tennis. Anna Kournikova è una occasione. Nel 1997 a soli 16 anni arriva in semifinale a Wimbledon, diventando per tutti Lolita Kournikova, dando sfogo all’Humbert Humbert che è dentro ad ognuno. Vince poco Anna ed ha carriera breve. Causa ripetuti infortuni si ritira dedicandosi ad attività esteticamente a lei congeniali come la modella, la testimonial ed ora, da signora Iglesias, una youtuber molto seguita. Non si fa in tempo a sentirsi orfani che il suo posto lo prende con molto meno simpatia e più vittorie, Maria Sharapova, ben presto famosa anche tra quelli a cui del tennis non frega nulla. Dispensatrice di grugniti, pugnetti, tic, pallate, caramelle, di bellezza statuaria e sublime mannequin, Masha. Fosse stato vero che i russi mangiano i bambini, il mondo si sarebbe perso qualcosa.

Maria Sharapova

Roger Federer, il tennista più elegante per look e per gesti, incontra un promettente ragazzo spagnolo, Rafael Nadal. Quel giorno tutti notano la differenza di stile di gioco, atteggiamento ed abbigliamento tra i due. Nessuno immagina che grazie all’arrivo di questi, RF vincerà molto meno. Capelli lunghi mantenuti da una fascia che è un lenzuolo, canotta a mostrare l’ipertrofia del bicipite e pantaloncino rubato a Pinocchio che Geppetto ancora cerca chi abbia lasciato il burattino in mutande. Una gestualità pugnace, urla e tic ai limiti della psicopaticità, questo ragazzo ha personalità, poi vince, quindi giusto vestirlo strano. Così pensa la casa che ha per logo l’ala di una dea e già disponendo di RF che incarna la forza dello status quo, realizza di avere, dopo Agassi, un nuovo talento tra le mani a cui poter assegnare una rivoluzione. Nadal diventa ben presto colui che lotta contro la noia delle eleganti vittorie federeriane. I più giovani soprattutto, scelgono di vestirsi come lui. Ai ragazzi sentirsi diversi piace ed il look da RamboPinocchio inizia a spopolare. Glielo avrebbero tolto poi quel bragone a Nadal dandogliene di più normali, mentre la canotta a fasi alterne scompare e ritorna. Le braghe possono accorciarsi, una canotta è per sempre.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2008

Rototom Sunsplash, festival ed happening reggae nato italiano e finito europeo. Dreads in levare e nuvole di fumo si confondono. Difficile è confonderli in un campo da tennis. In mutandoni e canotta gioca Dustin Brown e la sua lunga capigliatura leonina rasta assieme al suo tennis personalizzato, improvvisato, geniale, folle e clownesco, ne fa uno dei tennisti più divertenti e particolari mai apparsi nel circuito. “Coming in from the cold”, dalla calda Jamaica alla fredda Germania, Dustin Brown ha una biografia che aiuta. Bethanie Mattek-Sands un giorno entra in campo vestita da leopardo. Un giorno perché in quell’altro è vestita a pois che però son delle ciliegie e in quell’altro ancora gioca con una coppola rosa che però è una visiera. Anche fuori dal campo ha una sua coerenza. Foto ufficiali WTA con abito fatto di palle da tennis incastonate, o con vestito a coda di struzzo o in kimono. Capelli variopinti, volto dipinto, Bethanie fa del look una provocazione, un divertimento, un’arte o semplicemente una forma di comunicazione. La Lady Gaga del tennis. Non le basta. Serve tenere sempre il livello alto e lei decide di farlo partendo dalle calze, nere, bianche o a strisce che siano, portandole su fino al ginocchio, ben presto divenuto uno standard apprezzato e condiviso anche da Laura Siegemund.

Bethanie Mattek-Sands

La giacca di Federer, la camicia di Sharapova, il completino da baseball di Jim Courier e la sua racchetta stelle e strisce, il totalbody di Anne White e la tuta da sub di Serena Williams, i completini della mamma di Camila Giorgi, la bellezza incontrastabile di Ana Ivanovic e delle tenniste indossatrici, di Feliciano Lopez e Marat Safin loro contrappasso maschili, donne che giocano con calzoncini, uomini che si spera presto con le gonne, gli occhiali della Stosur, le treccine afro delle sorelle Williams adolescenti, quelle infantili di Seles e la monotreccia di Mary Jo Fernandez, l’appeal da casalinga di Lindsay Davenport, quello muscolato di Sakkari e l’esilità di Hsieh Su-Wei, la fascia doppio nodo di Baghdatis, l’orologio di Edberg, il cappello da legionario di Lendl, gli occhiali di Tipsarevic, il pigiama di Wawrinka e nei villaggi turistici si continua a giocare in bermuda da surf e c’è ancora chi crede il polsino di spugna assorbi sudore una necessità ortopedica.

Serena Williams – Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

La storia a volte fa giri lunghi e concentrici. Paolo Villaggio è una cosa serissima. “Allora Ragioniere che fa, batti?”.

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WTA

WTA Indian Wells: Azarenka trema, è Badosa che alza il trofeo

A due punti dal match, Victoria Azarenka smarrisce la vittoria e permette a Paula Badosa di conquistare il primo trionfo in un WTA 1000. Per la spagnola quasi sicura anche la qualificazione alle WTA Finals

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Paula Badosa - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

[21] P. Badosa b. [27] V. Azarenka 7-6(5) 2-6 7-6(2)

È stata una splendida finale, come davvero non se ne vedevano da tanto tempo nei grandi tornei femminili. Due giocatrici con stili abbastanza simili, ma in fasi diverse delle rispettive carriere e con un’interpretazione differente del loro gioco. Victoria Azarenka aveva la possibilità di diventare la prima giocatrice a vincere il torneo per tre volte, dopo le affermazioni del 2012 e del 2016, ed è arrivata a due punti (forse uno e mezzo) da questo traguardo, ma i nervi l’hanno tradita ed ha rimesso in gara Paula Badosa che sembrava aver alzato bandiera bianca. Nel tie-break finale poi è stato quasi un monologo della spagnola fino al diritto vincente conclusivo seguito dalla caduta a terra “stile Nadal”.

Badosa è stata sicuramente nel corso del match la migliore colpitrice, ha espresso un tennis decisamente più potente rispetto ad Azarenka, ma anche più monocorde. La campionessa bielorussa almeno per tutto il primo set, ha giocato con grande attenzione colpi a parabola arcuata per mettere in difficoltà i fondamentali di spinta di Badosa, e così come è poi successo nel finale di partita, era arrivata molto vicina a trovare la chiave del match.

 

Nel combattutissimo primo set ci sono state due coppie di break, quasi omologhe: prima nel settimo e ottavo game (in entrambi i casi a “15”) e poi nell’undicesimo e dodicesimo game, quando due straordinari punti in difesa di Azarenka hanno rimediato il patatrac compiuto nel game precedente (tre errori gratuiti negli ultimi quattro punti) trascinando il set al tie-break. Qui, dopo una partenza sprint di Badosa (4-0), Azarenka ha ancora una volta rimontato fino all’aggancio sul 5-5, ma sul set point per l’avversaria si è inspiegabilmente messa a fare a pallate, dopo averlo evitato per quasi un’ora e venti minuti, prendendosi un rovescio vincente in faccia e ritrovandosi sotto di un set.

Victoria Azarenka – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

L’approccio mentale al secondo set di Azarenka, dopo aver perso un primo set così combattuto, è stato di quelli che si devono insegnare nelle scuole tennis: totalmente positiva, carica al punto giusto, tanto da entrare in campo e travolgere una Badosa che sicuramente aveva fatto calare la tensione. Vika è andata 3-0 pesante in un attimo, ha rintuzzato il tentativo di rimonta di Badosa per tornare sul 4-1, mettendo poi il sigillo al terzo set in soli 33 minuti.

Il set decisivo è stato uno dei migliori dell’anno: 72 minuti di grandi scambi ed emozioni a non finire, con Badosa che è arrivata vicinissima a perdere il bandolo della matassa facendosi rimontare sue volte un game da 40-15 e salvandone un terzo per il rotto della cuffia. Era stata la spagnola a sprintare subito 2-0, ripresa però immediatamente dalla sua avversaria sul 2-2. Sul rettilineo finale è successo di tutto: nel nono game Badosa dal 40-15 ha infilato un doppio fallo e tre errori gratuiti mandando Azarenka a servire per il match. La bielorussa, però, una volta issatasi 30-0 ha mancato un diritto piuttosto comodo per andare a tre match point inanellando una serie di quattro errori gratuiti che hanno riaperto completamente la finale.

Il tie-break finale, come detto, non ha avuto storia: Badosa era troppo più sicura nei suoi colpi da fondo campo ed è andata subito 3-0, poi 5-1 e infine 7-2.

Con questa vittoria Paula Badosa conquista il suo primo titolo WTA 1000 e sale all’11° posto della classifica WTA, ma soprattutto si qualifica (quasi) matematicamente alle WTA Finals di Guadalajara, che ora vedono il proprio campo di partecipazione già completato (Sabalenka, Krejcikova, Pliskova, Swiatek, Sakkari, Muguruza, Badosa e Jabeur, dando per scontato il forfait di Barty, già tornata in Australia).

Per Victoria Azarenka come detto sfuma la possibilità del terzo titolo a Indian Wells, deve registrare una sconfitta in un match in cui ha vinto nove punti in più dell’avversaria, un match che durando 3 ore e 4 minuti è diventato la finale del BNP Paribas Open più lunga della storia (superando di un minuto la finale 2017 tra Vesnina e Kuznetsova), ma può celebrare il ritorno tra le prime 30 approdando al n. 26.

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ATP

ATP Indian Wells: Basilashvili-Norrie, finale tra esordienti

Cameron Norrie supera in due set Grigor Dimitrov. Nikoloz Basilashvili ferma Taylor Fritz. Norrie irrompe nei Top 20

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Cameron Norrie - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

[27] C. Norrie b. [23] G. Dimitrov 6-2 6-3

Si ferma in semifinale la corsa di Grigor Dimitrov al BNP Paribas Open di Indian Wells, dopo le splendide, ma anche molto dispendiose, vittorie contro Medvedev e Hurkacz, Dimitrov non è riuscito a riprodurre lo stesso livello di tennis contro uno dei giocatori più continui del 2021, che qui nel deserto della California è riuscito a raggiungere la sua sesta finale stagionale, sicuramente la più prestigiosa.

Il bulgaro ha iniziato il match giocando in maniera molto irregolare, sbagliando parecchio e facendo scappare Norrie sul 4-0 compromettendo il primo set, che infatti è scivolato via in soli 31 minuti. Ci sono voluti altri due giochi nel secondo set perché Dimitrov riuscisse a prolungare gli scambi provando a manovrare le direzioni per crearsi le aperture necessarie per i suoi affondi. Ma la strategia era comunque troppo laboriosa per il Grigor della giornata odierna, solo sporadicamente capace di infilare quei magnifici vincenti capaci di infiammare la folla.

 

Norrie ha tenuto grande compostezza, controllando sapientemente i suoi turni di battuta e annullando l’unica palla break concessa sul 2-1 con un bel diritto inside in, e recuperando da 0-30 due game più tardi.

Ho cercato di allungare gli scambi, non ho mai pensato all’importanza della posta in palio – ha detto Norrie una volta arrivato in conferenza stampa, oltre due ore dopo la fine del match – nemmeno quando ho servito per il match. Nel secondo set ho risposto peggio rispetto al primo set, ma ero molto concentrato sul mio tennis”.

Grigor Dimitrov – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Con questa vittoria Cameron Norrie conquista il suo più importante piazzamento in un torneo Masters 1000 e soprattutto si propone come solido contendente alle ATP Finals. La finale lo porta a 2440 punti nella Race, all’11° posto immediatamente dientro a Jannik Sinner e a soli 115 punti dall’italiano, con l’occasione di poterlo superare in caso di vittoria del titolo domenica.

[29] N. Basilashvili b. [31] T. Fritz 7-6(5) 6-3

Non si è realizzata la favola del giocatore di casa che vince il suo primo grande torneo a due passi da dove è nato. Taylor Fritz non è riuscito a resistere al bombardamento da fondo messo in atto da Nikoloz Basilashvili ed ha dovuto alzare bandiera bianca in due set, nonostante abbia avuto tre set point nel primo set per passare in vantaggio e provare a raggiungere la finale.

Partita decisamente diversa dalla precedente, quella tra Fritz e Basilashvili: la palla camminava almeno 20 chilometri l’ora più veloce durante gli scambi pieni di mazzate tirate sia di diritto sia di rovescio. Era Basilashvili ad avere più spesso il controllo dello scambio, commettendo però qualche errore in più. Fritz è arrivato ad avere tre set point nel primo set, due sul 5-4 e uno sul 6-5, tutti però giocati molto bene e in maniera aggressiva da Basilashvili. Forse qualche recriminazione in più sul primo di questi set point, nel quale Fritz ha messo lungo un rovescio lungolinea di palleggio, ma nel complesso in questi frangenti decisivi del set il georgiano ha giocato meglio, così come anche nel tie-break successivo, nel quale è andato avanti di un minibreak sul 5-4 con un diritto poderoso, e poi ha incassato i due errori da fondocampo di Fritz sul 5-5 per chiudere il primo set in 59 minuti di gioco.

Nikoloz Basilashvili – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Volevo giocare in maniera aggressiva, ma mi ero reso conto che non potevo picchiare la palla se non partendo dal mio servizio – ha spiegato Fritz dopo il match – Non mi sembra di aver avuto possibilità di provare a giocare un colpo vincente nelle palle break che ho avuto, i suoi colpi erano troppo forti e profondi”.

Nel secondo set l’americano ha provato a tenere maggiormente lo scambio, ha avuto altre due palle break sull’1-1, annullate ancora da due vincenti di Basilashvili, che per tutto il match ha modulato molto bene la sua prima di servizio, assicurandosi di tenere una percentuale elevata ed evitare così di essere aggredito sulla seconda.

Sul 3-2, il georgiano ha trovato due super-risposte sul 30-30 che gli hanno procurato l’unico break della partita e il vantaggio decisivo per raggiungere la sua prima finale Masters 1000. Nel game finale la tensione stava per fargli un brutto scherzo e l’ha costretto ad annullare due palle del controbreak dopo aver fallito tre match point, ma alla fine la quarta palla partita è stata quella buona.

Taylor mi ha fatto giocare tante palle – ha spiegato Nikoloz dopo la partita – ho dovuto giocare molto bene da fondo per vincere. Sono contento di essere rimasto calmo nei momenti importanti e di essere riuscito a tirare i colpi che volevo tirare”.

In finale Basilashvili incontrerà il tennista che ha vinto più partite in questa stagione, ben 50, e che domenica disputerà il suo 71° match ufficiale. “Basilashvili è un grande giocatore – ha detto Norrie del suo avversario in finale – quando gioca bene può battere chiunque. Sarà molto difficile, ma mi sento bene fisicamente e sarò pronto alla battaglia”.

I due si sono affrontati una volta sola nella loro carriera professionistica, al primo turno dell’ABN AMRO di Rotterdam lo scorso marzo: in quel caso vinse Norrie molto agevolmente (6-0, 6-3).
In caso di sconfitta in finale, Norrie entrerà comunque nei Top 20 al n. 17, mentre se dovesse vincere il titolo salirebbe di un’ulteriore posizione al n. 16; Basilashvili invece salirà alla posizione n. 27, e nel caso in cui dovese aggiudicarsi il titolo tornerebbe anche lui nei Top 20 alla posizione n. 18.

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Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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