Tsitsipas: fiducia e freddezza. Il nuovo Apollo strega già Milano (Crivelli). Munar: “Con Nadal imparo a sognare” (Cocchi). La pericolosa tentazione di cambiare il tie-break (Clerici). Fognini: “Grazie a mio figlio è cambiato anche il mio tennis” (Ponte) – Ubitennis

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Tsitsipas: fiducia e freddezza. Il nuovo Apollo strega già Milano (Crivelli). Munar: “Con Nadal imparo a sognare” (Cocchi). La pericolosa tentazione di cambiare il tie-break (Clerici). Fognini: “Grazie a mio figlio è cambiato anche il mio tennis” (Ponte)

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Tsitsipas: fiducia e freddezza. Il nuovo Apollo strega già Milano (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Il giovane Apollo, biondo, etereo e dal talento fulminante, è il re indiscusso del piccolo olimpo delle Next Gen Finals. Nei giorni che avvicinavano l’evento, un fremito spiacevole ha attraversato l’aria e i pensieri dei fan: Tsitsipas rinuncia alla trasferta di Milano. Con il nuovo status, da numero 15 del mondo, la prima finale Atp vinta a Stoccolma un mese fa e altre due perse soltanto contro quel mostro di Nadal, a Barcellona e Toronto, dove ha eliminato quattro top ten tra cui Djokovic, se lo poteva permettere. E invece Stefanos, the Greek Freak, è qui in mezzo a noi e ieri ha dispensato bagliori di classe inarrivabile contro Tiafoe, assicurandosi già il pass per le semifinali. Una partita vera, perché il ragazzo di Hyattsville non è certo venuto in Italia per turismo e pure lui, nel 2018, ha inciso per la prima volta il nome su un albo d’oro, imponendosi a Delray Beach a febbraio: «Questa un’esibizione? No, assolutamente no. E’ un torneo serissimo, le vacanze possono aspettare ancora un paio di settimane». Complimenti a Frances per lo spirito competitivo e applausi per aver contribuito a elevare la qualità della partita, però i 70 minuti del loro secondo confronto diretto dopo l’incrocio del 2017 a Tokyo, quand’erano ancora ragazzetti, conferma che Tsitsi per adesso viaggia a un livello superiore, sia per la varietà del gioco sia per la capacità di spremere il meglio dalle sue doti quando i punti scottano… [SEGUE]. L’autostima, del resto, è uno dei suoi atout conclamati: «Ho molta fiducia nei miei mezzi, di solito non mi preoccupo degli avversari. E tra i miei punti di forza metto sicuramente l’abilità di stare concentrato e crescere di livello nei punti cruciali». Così la Grecia, dopo aver innervato del suo sangue campioni diventati grandi in altre lande, da Sampras a Philippoussis arrivando fino a Kyrgios, si ritrova con un potenziale crac, capace di passare da 4 vittorie in carriera fino a dicembre alle 44 solo quest’anno, striscia ancora aperta. Si poteva peraltro immaginarlo di chi, da bambino, aveva aperto una pagina personale di Facebook per raccogliere i risultati di tutti i tornei di tennis, sintomo di una passione che papà Apostolos, inventatosi coach da semplice professore di educazione fisica, ha saputo assecondare quando il primo allenatore lo ha lasciato perché non se la sentiva più di viaggiare. La stagione enorme di Stefanos, tra l’altro, ha messo in ombra la considerazione che a Milano uno dei più forti del momento si sta ritrovando a giocare con regole del tutto nuove: «Devi sempre tenere l’attenzione molto alta. Nonostante quello che si può pensare vedendo le mie caratteristiche tecniche, la terra è ancora la mia superficie preferita, sono cresciuto lì ed è sul rosso che mi diverto di più. Gli esperimenti Next Gen? Mi piace poco il punto decisivo sul 40-40, perché rende tutto molto stressante. E non gradisco nemmeno la regola dell’asciugamano, ritengo debba essere compito dei ball boy». Forse è l’unica concessione al ruolo di personaggio nel quale si sta cominciando a calare, e del resto il pubblico di Milano lo sta trattando come una star… [SEGUE].


Nuove regole: sull’addio ai vantaggi è una “Old Gen” (Cristian Sonzogni, Gazzetta dello Sport)

 

Il futuro è tutto da scrivere. E in buona parte, anche sul fronte regole, lo scriveranno i giocatori. Gli esperimenti in corso alle Next Gen Atp Finals continuano ad avere tanti occhi puntati addosso. Obiettivo: capire quali avranno una chance concreta di essere applicati nel Tour e quali finiranno nel cestino dei tentativi mal riusciti. Se lo shot clock è ormai sdoganato, tutto il resto è materia di studio per addetti ai lavori, direttori dei tornei e giocatori. Anche se proprio loro, gli atleti, hanno mediamente le idee piuttosto confuse su cosa sia meglio mantenere vivo nel tennis che verrà. Fatta eccezione per Stefanos Tsitsipas, che non digerisce quasi nulla e si siede dalla parte della tradizione. Gli unici che hanno dichiarato apertamente di amare i set ai quattro game sono Taylor Fritz e Liam Caruana. D’altra parte il romano d’America, proprio grazie a questa formula, nelle qualificazioni si è guadagnato l’assegno più sostanzioso della vita. Nel resto del gruppo si spazia dall’irritazione al fastidio, malgrado qualcuno come Frances Tiafoe ammetta di non avere le idee chiare. L’innovazione più amata è l’arbitraggio elettronico, che infonde sicurezza. La più odiata è il no-ad, ovvero niente vantaggi sul 40 pari: «Un’idea – dice Tiafoe – che permetterebbe a John Isner di diventare n.1 del mondo nel giro di una stagione». Sul no-let sono più i favorevoli dei contrari. Perché in fondo, è la motivazione ricorrente, i punti decisi dal nastro sul servizio sono pochi. «E mentre in allenamento – spiega Hurkacz – spesso mi bloccavo, durante la partita non mi è mai accaduto». Bisognerebbe poi capire la reazione degli stessi favorevoli, se un ‘ace zoppo’ dovesse annullare un match-point a favore nella finale di Wimbledon. Ma a questo, per ora, nessuno vuole pensare. Pare non infastidire troppo la nuova policy per il pubblico, libero di entrare e uscire quando vuole dalle tribune. «Ero uno spettatore fino a poco tempo fa – sottolinea Caruana – e stare 20 minuti in attesa del cambio campo non è divertente». Bocciato il coaching: «Che sarà pure simpatico per la gente che ascolta – spiega Rublev – ma non è realistico. Con il mio allenatore non ci diremo mai qualcosa che può arrivare al mio avversario e dargli una chiave per risolvere il match»… [SEGUE].


Munar: “Con Nadal imparo a sognare” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Umile, sorridente, giovane, entusiasta. Jaume Munar da Maiorca è la Next Gen del tennis spagnolo… [SEGUE]. Jaume, soprannominato Jimbo per il carattere alla Connors, è il più giovane spagnolo tra i primi 100 e si allena alla Rafa Nadal Academy da circa un anno e mezzo, in cui ha fatto grandi progressi piazzandosi al numero 76 del ranking e conquistando una inizialmente inaspettata qualificazione alle Next gen Atp Finals. Jaume, com’è questa esperienza milanese? «Entusiasmante. E’ vero, non sono arrivati i risultati che speravo ma è stato comunque importante mettermi alla prova e soprattutto è bello condividere una settimana con tutti questi giocatori della mia età. Siamo tutti insieme, ci conosciamo da un po’ di anni, è una bella atmosfera». Le nuove regole le piacciono? «Sì, alcune di più altre di meno ma credo sia importante innovare. Credo che l’Atp stia facendo un buon lavoro testando delle novità rendere il gioco più veloce, interessante e fruibile al pubblico. Trovo che siano divertenti anche se non è semplice abituarsi a tutte queste novità». Da un anno e mezzo si prepara a Maiorca nell’Accademia di Rafa Nadal, in che rapporti siete? «Beh, innanzitutto lui è un idolo e un punto di riferimento. All’inizio, quando sono arrivato all’accademia, Rafa era più che altro quello che pianificava il tipo di lavoro da fare su di me. Ora invece è un amico, e ne sono davvero orgoglioso. Cerca di aiutarmi il più possibile, mi dà consigli, avere una persona così dalla tua parte è un grande valore aggiunto». Quali sono le cose più importanti che le ha insegnato? «La prima è l’importanza di essere una persona semplice, corretta. Proprio come lui, un campione anche nella vita come ha dimostrato durante le alluvioni che hanno devastato Maiorca. E poi mi dice sempre che posso e devo sognare in grande, perché solo inseguendo traguardi importanti si possono realizzare grandi cose. Mi sento assolutamente a mio agio con lui»… [SEGUE]. A proposito di Blaugrana, Piqué ultimamente non gode di grande simpatia tra voi tennisti. «Io non sono così contrario alle novità di Coppa Davis. Penso che sia importante andare avanti, rinnovarsi, magari non è detto che questa sia la strada giusta, ma bisogna provare ed eventualmente fare degli aggiustamenti». Quest’ anno ha fatto grandi passi avanti, si è qualificato anche per il Roland Garros concedendosi il lusso di battere David Ferrer al primo turno. «Lui è assolutamente una leggenda per me, batterlo è stata una grande emozione e poi mi ha permesso di giocare il secondo turno contro Djokovic sul Lenglen. Mi trovo bene negli Slam, il match sui 5 set mi piace». Il prossimo anno quindi punta a giocarne di più… «Intanto sono a Milano, al prossimo anno non ho ancora pensato. Una cosa alla volta… Però Rafa lo dice sempre, bisogna sognare in grande».


La pericolosa tentazione di cambiare il tie-break (Gianni Clerici, Repubblica)

Già lo scorso anno ero in forte dubbio sul nuovo punteggio in prova alla Next Generation, ma l’inconsapevolezza del mio vicino di sedia mi ha convinto oggi a render nota la mia opinione. Stavamo osservando il new australian De Minaur (troviamo una partita di oggi con uno al servizio che vince, ci sarà un addetto stampa, lo chiedo) e mi è venuto in mente di chiedere: «Lei sa perché il servizio si chiama così?». Il vicino si è sorpreso, ma ha scosso il capo. Ho allora detto: «In una pagina del protolibro Trattato del Giuoco della Palla, di Antonio Scaino da Salò, scritto nel 1555, si trova l’origine della vicenda. “Colui c’ha da servire in mandar la palla”, c’è scritto. E cioè un compagno lanciava, con la mano, la palla al battitore, e quindi gli offriva un ‘servizio’. A conferma di Scaino, in una nota del diario di Enrico VIII, il 15 Dicembre 1531, si trova: “paied to one that served to the King side at Tennes, in reward, 5 Sc”. Un vero `servizio’, non vi pare?». Così, in più di cinque secoli, la parola è rimasta a indicare l’inizio di un punto, anche se il battitore non ha più bisogno di aiuto nel lanciarsi la palla. In proposito degli eccessi ai quali può portare il servizio, ricordo il 1993, la volta in cui i maleducati spettatori di Parigi Bercy (ultimo torneo prima del Master) sommersero di urla malevole Ivanisevic, colpevole di aver messo a segno più di 50 aces. Era allora presidente della Federazione internazionale e mio partner di doppio Philippe Chatrier, che ebbe la reazione di proporre un solo servizio, invece di due, mentre io, in tutta modestia, gli consigliavo di ridurre di un metro il rettangolo di ricezione. Da queste premesse, passo a quanto vediamo al torneo milanese. I set si giocano al limite di quattro giochi e a questo punto si passa ad un tie-break. L’abituale tie-break, inventato da un altro mio amico, Jim Van Alen, avveniva sul 6 pari, e mi pare sia più facile raggiungere il 4, nel qual caso il punteggio divenga meno corposo di 1/3. Lo ha capito il 21enne Rublev, vincitore al quinto mini set contro Fritz, che ha detto: «Così le differenze si livellano troppo». Attendo, come ha suggerito il mio occasionale vicino di sedia, i dati degli statistici, per smentire uno come me, che l’anno della maturità è stato rimandato in matematica. Ma temo di non sbagliarmi. Al lavoro, statistici!


Fognini: “Grazie a mio figlio è cambiato anche il mio tennis” (Alessandro Ponte, Secolo XIX)

Sorride Fabio Fognini, mentre la Liguria lo premia come sportivo dell’anno. Sorride «perché la caviglia va un po’ meglio», anche se ha bisogno di riposo. Sorride perché la stagione appena passata, a 31 anni, è stata la migliore della carriera e riesce perfino a emozionarsi, quando parlando del suo talento infinito, tante volte contrastato dal suo stesso carattere, dice che non sarebbe stata la stessa cosa «senza Flavia e senza il piccolo Federico». Implicitamente, i 47 successi accumulati nel 2018, i tre tornei Atp vinti (San Paolo, Bastad e Los Cabos) e i piazzamenti agli ottavi di finale degli Australian Open e al Roland Garros, li dedica a loro, a Flavia Pennetta, l’ex tennista vincitrice del Us Open nel 2015, e al figlioletto che la coppia, sposata nel 2016, ha avuto. «Forse non è vero che non sarei mai arrivato – dice Fognini – Ma sarebbe stato tutto più difficile senza di loro. Ora, quando perdo, rifletto. Poi riparto. Me lo ha insegnato Flavia e il mio bambino. Ora le priorità sono diverse, anche i tempi di recupero. Tempo che dedico a loro». Numero 13 del ranking Mondiale, primo tra gli italiani e miglior piazzamento per lui (come nel 2014), adesso Fabio Fognini pianifica il futuro. «Inizierò gli allenamenti per la prossima stagione tra qualche settimana, a Miami. Le prime gare saranno in Australia. L’obiettivo è sempre migliorarsi». Entrare nella top ten? «Migliorarsi», ripete, sorridendo ancora. La vita di Fognini adesso ha base in tre luoghi: Miami (dove vive con la famiglia), Barcellona e Arma di Taggia, il suo paese natale. Lì ha comprato casa da poco e devono ancora consegnargliela. Ma passa sempre per Genova, la città che lo ha adottato e cresciuto tennisticamente. Che non dimentica quando lui, per il Tennis Park Genova, ha giocato anche gratis, seppur fosse già un campione. Che gli riconosce il merito di poter ospitare la Coppa Davis. E lui Genova la porta davvero nel cuore: «È la mia seconda casa, sta vivendo un momento difficile ma uniti ci rialzeremo». Della stagione appena passata, oltre ai successi, si porta dietro un nuovo carattere. «La vittoria che ricordo più volentieri è quella di Los Cabos, sul cemento, che mancava all’Italia da 16 anni», ammette. Quella della sua esultanza con la capigliatura a treccine. «Il tennis è uno sport molto difficile e impegnativo mentalmente – spiega – Quest’anno ho imparato ad avere un nuovo approccio per le sconfitte e anche per le vittorie». Migliorare, significa tentare di scalare la classifica del ranking. «Non mi sono operato alla caviglia, dovrò stare più attento. Ma i presupposti sono buoni»[SEGUE].

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Zverev fuori a sorpresa (Baldissera). Mamma Serena pantera per sempre (Semeraro). Superman Tiafoe: il sogno coltivato con i cetrioli (Cocchi). La vera n.1 è Serena (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 22 gennaio 2019

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Zverev fuori a sorpresa. Serena in verde elimina Halep (Luca Baldissera, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Alla sconfitta choc di Roger Federer ha fatto seguito il tonfo del tedesco n. 4 del mondo Sascha Zverev, dominato in modo quasi imbarazzante dal canadese del Montenegro Milos Raonic 61 61 76. Zverev, che ricorderete vittorioso nelle World ATP Finals di Londra lo scorso novembre (battè Federer e Djokovic uno dopo l’altro), era letteralmente furibondo. Verrà certamente multato per aver frantumato una racchetta sbattendolo furiosamente a terra 8 volte, fino a farla accartocciare. Il video della sua rabbia incontenibile è diventato virale come quello di Marcos Baghdatis che diversi anni fa brutalizzò la propria racchetta sbattendola 4 volte. Zverev le ha… raddoppiate. Djokovic ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie, (64 67 62 63, ma il match è stato molto più equilibrato, 3h e 15m), per aver ragione del giovane russo Medvedev. Nella metà alta, ai quarti, sono approdati dall’alto in basso, Djokovic, il “Giap” Nishikori, Raonic e l’imbucato Pouille che ha sorpreso il pupillo di Riccardo Piatti, Borna Coric. Fra le donne il clou era Serena Williams-Halep. In un completo verde Nike di discutibile gusto e talmente aderente che pareva sul punto di far scoppiare ad ogni rincorsa, mamma Serena ha rispedito a casa (64 46 64) la n.1 del mondo.


Solito Rafa: passione e rispetto. “È temibile” (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

 

Cosa facevi dieci anni fa? Asciugavo le lacrime al mio più grande avversario. Se Nadal, seguendo la moda social di questi giorni, dovesse cadere nella tentazione del #tenyearschallenge, avrebbe la foto bell’e pronta: finale degli Australian Open 2009, il successo su Federer in una delle partite più emozionanti di sempre e, alla premiazione, il pianto a dirotto di Roger, consapevole che il satanasso maiorchino ormai gli era entrato sottopelle nella più straordinaria rivalità della storia dello sport. Rimane, fino a qui, l’unico trionfo nello Slam degli antipodi di Rafa, quasi che la magia di quella notte, la certificazione che nel cielo del tennis ormai brillavano due stelle parimenti brillanti, fosse un dono irripetibile. Solo che dieci anni dopo, ammaccato da mille battaglie ma certo non piegato nello spirito, Nadal si è messo nella condizione migliore per tentare di nuovo l’ascensione al cielo di Melbourne, provando a diventare il primo giocatore dell’Era Open a vincere almeno due volte tutti gli Slam. Sta viaggiando sotto traccia, lontano dalla ribalta, una situazione che lo stimola da sempre. E sta trovando la condizione nel modo più concreto per un agonista come lui, attraverso le partite. Fermo dal 7 settembre, quando si ritirò dalla semifinale di New York contro Del Potro con il ginocchio scricchiolante, operato poi alla caviglia destra a fine novembre, il numero due del mondo è arrivato down under senza neppure un match ufficiale alle spalle. Ma con una novità importante e una costante sempre preziosa. La prima è il servizio modificato: nuovo lancio di palla, una posizione più compatta e meno caricata per sfruttare meglio l’altezza e un movimento in avanti del piede destro. La seconda è la passione, compagna di infinite avventure e infinite vittorie: «Io so che il tennis non sarà per sempre, ci sono stati momenti in cui non vedevo la luce, ma finché potrò cercherò di dare a me stesso tutte le possibilità per combattere al massimo e fare le cose che mi piacciono di più». E allora stamattina, incrociandolo negli spogliatoi, Nadal avrà senz’altro un moto di ammirazione per Tiafoe, un ragazzo che per la storia personale mette nel tennis carne, sangue e lacrime. Come lui. Intanto, lo spagnolo lo ha già benedetto tecnicamente: «Quando si affacciano giocatori giovani, è giusto seguirli con attenzione. Frances ha tutto: serve bene, è veloce, con un gran dritto. È aggressivo e dinamico, dunque è pericoloso e mi aspetto una partita dura e difficile» […]


Mamma Serena pantera per sempre (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

«Ed ecco a voi la numero 1 del mondo…». Dal tunnel della Rod Laver Arena esce Serena Williams, il pubblico si produce nel consueto boato. «… Simona Halep!», continua però lo speaker, e la Williams, imbarazzata, torna sui suoi passi. Ora, l’errore non è di Serena, visto che in campo entra sempre per prima la giocatrice peggio classificata, e l’americana oggi è numero 16. La gaffe però la dice lunga su chi, nonostante tutto, resta la vera padrona del tennis. O se preferite la numero 1 del mondo “percepita”. Persino dalla Halep, che ha sorriso dell’infortunio. Anche perché poi la partita l’ha vinta lei, la Pantera eterna, rispedendo a casa in tre set la supplente romena e guadagnandosi il 50° quarto di finale in uno Slam, che giocherà domani contro Karolina Pliskova. La Halep non ha tenuto un servizio fino all’inizio del secondo set, nel secondo è riuscita a sfruttare la limitata mobilità dell’avversaria e nel terzo si è anche procurata tre palle break, sul 3-2 a suo favore. Ma quando la Williams ha deciso di tirare tutto per ammazzare la partita, la luce si è spenta. «Ho dovuto alzare il livello, perché Simona è la numero 1», ha concesso, sovrana. «Ho dovuto giocare di più come sapevo che avrei potuto fare, e quella è stata la chiave. Amo il tennis, sono una lottatrice, non mi arrendo mai. Credo sia qualcosa di innato». Una qualità inossidabile. Serena ha 37 anni, come Federer. A Melbourne punta a vincere il suo 24° Slam eguagliando così il record assoluto – ma sopravvalutato – di Margaret Court. Il 23° se l’era preso proprio a Melbourne, due anni fa, quando era già incinta di Alexis Olympia; nel 2018, da neo mamma, ha strappato due finali, a Wimbledon e agli US Open, perdendole contro Kerber e la ragazza Osaka anche per colpa degli strascichi fisiologici del parto. Ed è Serena stessa a riconoscere, nonostante le tutine aderentissime e la falsa coscienza degli osservatori anche eccellenti (Chris Evert), che temono la tagliola del politically correct, di non essere ancora al meglio. «Credi di essere in forma – ha postato due giorni fa su Instagram – poi ti siedi vicino a Olympia e scopri di avere tre pance…». Con l’erede, dopo la faticata («Ma è il mio mestiere, gioco per voi»), ha passato la serata guardando per l’ennesima volta i film preferiti della baby: «Avrò visto quattromila volte “Frozen”, e tremila “La Bella e la Bestia”, ormai so tutti i dialoghi della Dysney a memoria…». Genitori di tutto il mondo, empatizzate. Sui social del resto è la regina incontrastata, l’eroina (autoproclamatasi) delle mamme lavoratrici di tutto il mondo, di quelle che non riescono a smaltire i chili in eccesso dopo il parto, e negli States neo-conservatori di Trump faticano a mettere insieme maternità e lavoro. Sul campo è lenta, certo, macchinosa; ma quando fionda diritto e servizio le avversarie continuano a sbattersi da un parte all’altra del campo. Per disinnescarla servirebbe fisico, tecnica, personalità. Qualità che non abbondano oggi nel Tour in rosa […] Non è un caso se gli ultimi otto Slam sono finiti a otto diverse vincitrici e la multitasking Serena è sempre il punto di riferimento, la roccia, anche se gli algoritmi dicono di no. «Devo accettare di non essere sempre al massimo, fa parte del mio viaggio. Anche alla mia età posso imparare nuove cose». Eccola, la differenza, fra la numero 1 e la più forte di tutte.


Superman Tiafoe: il sogno coltivato con i cetrioli (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La salamoia dei cetrioli tra un cambio campo e l’altro per evitare i crampi. La mossa da macho mostrando i muscoli dopo aver battuto Grigor Dimitrov e poi il discorso dopo la vittoria. Frances Tiafoe ha toccato il cielo con un dito, guadagnandosi un quarto illustre contro Nadal, proprio nel giorno del 21° compleanno, suo e del gemello Franklin. Frances è cresciuto tirando la palla contro il muro del circolo tennis di Hyattswille, in Maryland, dove il padre, immigrato della Sierra Leone, faceva il custode grazie a una benedetta greencard. Lui, il gemello e la mamma, infermiera, vivevano in un bilocale al centro sportivo dove lavorava il papà, così si è ritrovato prestissimo con la racchetta in mano: «Diciamo che quella racchetta era la mia babysitter», ha raccontato appena due mesi fa a Milano, dove Tiafoe ha giocato le Next Gen Finals. Insomma, Frances che sbarca ai quarti di finale di uno Slam è la più classica incarnazione del sogno americano. Che a ben guardare diventa anche sogno tennistico dell’America ancora a caccia di un erede di Agassi, Sampras e compagnia vincente. Tiafoe è il «simpatico» del circuito, sempre pronto a scherzare, a fare una battuta. Solo con la collega e connazionale Anisimova non ha funzionato: «Niente, lei non ride mai. Ci ho provato eh, ma forse non è proprio capace di ridere». In compenso lui si è divertito in Hopman Cup, dove insieme a Serena Williams ha rappresentato gli Usa. Un antipasto di stagione che gli ha fatto bene e lo ha preparato al grande pubblico di Melbourne. «Incredibile, non ci posso credere», continuava a ripetere Frances dopo il successo contro Dimitrov: «Quando avevo 10 anni ho fatto una promessa ai miei genitori. Ho detto loro che sarei diventato un professionista e avrei cambiato la loro vita e la mia». Ora questa promessa è realtà, papà e mamma hanno i loro appartamenti, e lui può finalmente rilassarsi: «Finora tutto quello che ho fatto l’ho fatto per loro, da adesso posso cominciare a pensare a me stesso». Partire dal nulla è stato probabilmente decisivo. Ha aumentato la sua fame di rivalsa sociale: «Nel club dove lavorava mio padre c’erano ragazzi della mia età ricchissimi. Gente che aveva l’autista anche per il gatto… Non voglio dire che partire dal nulla sia meglio, ma di sicuro è stata una bella spinta». Un bravo ragazzo Frances, che si emoziona al pensiero che LeBron James sappia di lui: «Ha visto l’imitazione che ho fatto della sua esultanza e ha risposto su Twitter. Vi rendete conto? LeBron sa chi sono!». Lo conoscerà ancora meglio se farà qualcosa di buono stamattina con Rafa Nadal, uno che di Slam ne ha vinti 17 e che non ha intenzione di lasciare il posto nell’Olimpo: «Mi farà correre come un pazzo […]


Guarda chi si rivede: Pouille. “Mauresmo, la scelta giusta” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Dice che non si divertiva più. «A fine anno avevo perso fiducia, non mi sentivo felice sul campo e mi pesava viaggiare nel circuito. Non avevo proprio voglia di giocare a tennis». A ridargliela è stata una donna, ma state sbagliando se pensate ad una moglie o a una fidanzata. Lucas Pouille, adesso, è nei quarti degli Australian Open, i suoi terzi in carriera in uno Slam. Dopo aver battuto Kukushkhin si è infilato nel buco lasciato libero dal ritiro di Thiem e ha seccato una fetta della Next Gen internazionale, Popyrin e Coric, ora gli tocca il maturo Milos Raonic. Nello scorso maggio era entrato fra i primi dieci, ma a novembre, infilata una serie di batoste, era sceso al 32 rassegnandosi al divorzio con il suo coach Emmanuelle Planque. Dopo la finale di Coppa Davis, persa dalla Croazia a Lille, la scintilla rosa. «Ci siamo seduti e abbiamo parlato per due ore – dice Amelie Mauresmo, che sarebbe dovuto diventare la nuova capitana francese dopo l’addio di Yannick Noah, e invece oggi è la coach del biondo di Grande Synthe. «Ho capito che è ambizioso, e pronto a fare di tutto per tornare al vertice». Pouille e altri suoi colleghi avevano già annunciato che non avrebbero giocato quest’anno la Davis “riformata”, e del resto per lei, ex n. 1 del mondo, vincitrice di Wimbledon e degli Australian Open nel 2006, allenare un maschio non era una novità dopo i due anni passati a fianco del più femminista dei tennisti, Andy Murray. Oggi, come Serena, è una mamma lavoratrice e deve badare ai due figli che ha partorito dopo essersi sposata con Sylvie Bourdon, Aaron e Ayla, ma quando Lucas le ha chiesto di dargli una mano si è trovata davanti ad una offerta difficile da rifiutare. Anche se i pregiudizi nei confronti delle allenatrici donne sono difficili a morire. «A me non importa se si tratta di un uomo, di una donna, di un nonna o di un nonno – dice Lucas, l’unico nei Top 100 ad avere una coach dell’altro sesso – Alla fine dobbiamo confrontarci con gli stessi problemi. Mentalmente non cambia nulla, tecnicamente Amelie ne capisce. Sa quello che devo fare in campo, e a me quello interessa». Quando fra il 2014 e il 2016 allenava Murray, ha spiegato la Mauresmo al New York Times, «la pressione era enorme, sapevo che tutti si sarebbero chiesti se avevo lavorato bene o no. E ho lavorato un sacco». Esercizi, allenamenti, suggerimenti azzeccati. Zero tempo perso. L’obiettivo con Pouille è di ritrovare la strada per la Top Ten. «La gente mi chiede: ma Amelie può entrare negli spogliatoi? Io rispondo che quello che conta è la preparazione e l’analisi del match. Basta guardarla sul campo, Amelie, e capisci che è una campionessa» […]


La vera n.1 è Serena (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Vincere, e sentirsi numero uno, ancora una volta. L’ennesima, direte, ma non ce n’è una che sia uguale all’altra, così come non esiste un unico modo di sentirsi appagata, o acquietata, o sazia. Di che cosa, poi? Nei due anni vissuti a ritroso nella sua vita da atleta, mentre tutto il resto andava avanti e altre urgenze premevano e riempivano le giornate, perché c’era da diventare mamma, da imparare a esserlo, da mettere su casa e famiglia, Serena Williams ha visto scomparire tutto ciò che di tennistico aveva intorno a sé. Le racchette, le mise che non piacciono a nessuno tranne che a lei, il Catsuit, il tutù sui glutei grandi come panettoni, le avversarie che vogliono batterla a tutti i costi. E la classifica? Numero uno per l’ultima volta l’8 maggio del 2017. Poi 15 a luglio, 24 a ottobre, e di colpo numero 491 a marzo 2018, dopo essere stata due mesi senza ranking. I tre turni vinti al Roland Garros, prima del forfait contro Maria Sharapova, l’hanno restituita ai primi 200 posti. La finale di Wiimbledon, persa contro la Kerber, l’ha tirata su fino al numero 27. Quella degli Us Open al numero 16, con cui si è presentata a Melbourne, vestita di verde stavolta, un abitino dei suoi stretto stretto intorno alle rotondità mammose che gli allenamenti non hanno del tutto cancellato. Vincere e sentirsi numero uno, senza esserlo davvero e senza che arrivare lassù sia ancora una priorità, l’ha però inebriata. La riscoperta di sensazioni ormai lontane le ha dato gli stimoli che cercava. Continua a inseguire il primo Slam da mamma. È una donna in missione speciale, Serena. E continuerà a esserlo da qui in avanti. Ma c’è un’altra numero uno, ed è quella vera. Simona Halep lo sa di essere lassù perché l’altra ha smesso di fare la tennista a tempo pieno. E sa che il confronto fra lei e Serena è stato improponibile, 9 volte su 10 finora. Ma anche lei ha dato un frego su una vita di sole gallate e risultati da conteggiare. Ora che si gestisce da sola, e il suo coach-amico Darren Cahill ha ripreso la strada perla famiglia, vuole provare a prendere il meglio dal tennis, senza troppe angosce. «Se sto in testa, voglio sentire che me lo merito», dice. «Se Serena è più forte, e lo è, voglio sentirmi in grado di darle battaglia». E lo fa con grande orgoglio, in questi ottavi che tutti dicono “da prendere o lasciare”, e lei trasforma in una contesa in cui entrambe finiscono per prendere qualcosa. Serena la sua inebriante vittoria, Simona la sua orgogliosa ribellione, che fa sentire tutti un po’ più dalla sua parte, perché la disubbidienza non è più di questo mondo, e invece – quel po’ che serve – dovremmo riscoprirla […] «Merita di essere lassù, Simona», dirà Serena, che nei quarti andrà ad affrontare la Pliskova. «È ancora la più forte, la ammiro», è il pensiero di Simona. E il tennis femminile, per una volta, sembra davvero avere due numero uno […]

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Rassegna stampa

Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Baldissera). Giorgi vede la luce di una vita da top player (Clerici). È uno Slam da quota 100 (Semeraro). Simona balla da sola (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 20 gennaio 2019

Alessia Gentile

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Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Luca Baldissera, La Nazione)

Non abbiamo più italiani in gara all’Open di Australia. Erano otto all’avvio, sette uomini e una donna, tre di quei sette più Camila sono arrivati al terzo turno, pero poi agli ottavi e alla seconda settimana non c’è arrivato nessuno. Hanno perso infatti tutti e due gli ultimi superstiti, i nostri numeri uno, Fabio Fognini e Camila Giorgi. Ma anche se Fabio ha perso per la sesta volta su sei dalla sua bestia nera, lo spagnolo Carreno Busta, e Camila per la quinta su sei dalla ceca Pliskova, le due sconfitte sono state nolto diverse. La prima è arrivata a seguito di una partita sconfortante, la seconda di una esaltante. Carreno Busta non ha fatto niente di straordinario per battere un Fognini spento, piatto, vivo soltanto nel terzo set e nella prima parte del quarto. Alla fine Fognini ha perso 62 64 26 64 in 2,30, giocando come sa soltanto per mezz’ora. Karolina Pliskova invece si è esibita all’altezza della sua miglior fama, da ex n.1 del mondo solo due anni fa. E Camila ha fatto match pari con lei giocando alla grande. Purtroppo, dopo aver perso il primo set che avrebbe potuto magari vincere e vinto il secondo che avrebbe potuto perdere, nel terzo ha perduto un game interminabile, 13 minuti, alla quarta pallabreak. E lì la Pliskova si è involata fino alla vittoria (64 36 62 in 2h e 11 il punteggio finale). «Sono molto contenta di esserne venuta fuori vincendo», ha detto la ceca. Per il resto la “old generation” ha fin qui retto benissimo il confronto con la “Next”. I vari Djokovic, Raonic e Nishikori sono giunti agli ottavi per sfidare rispettivamente Medvedev, Zverev e Carreno Busta, dopo che nella notte Nadal avrà giocato con Berdych, Tiafoe con Dimitrov, Cilic con Bautista Agut. Stamattina alle 9 italiane Federer affronta Tsitsipas, primo test serio per lo svizzero — sei volte vincitore in Australia — che incredibilmente ieri è stato bloccato da un addetto alla sicurezza della Rod Laver Arena perché non aveva il pass per accedere agli spogliatoi. Giocheranno invece 24 ore dopo  la n.1 del mondo Halep e Serena Williams. Un sorteggio maligno le ha messe di fronte già negli ottavi.


Camila Giorgi vede la luce di una vita da top player (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Hanno perso sia Camila Giorgi sia Fabio Fognini. Essendo lontano dall’Australia, mi chiedo quel che gli avrei domandato, perché Camila incontrava la Pliskova, oggi numero quattro ma già numero uno nel 2017, e Fognini giocava la sua sesta partita contro Carreno Busta, avendo perso le prime cinque. Questo Carreno Busta è uno spagnolo anomalo che pare trovarsi meglio sul cemento che sul rosso, dov’è nato. Possiede sicuramente armi che mettono più che in difficoltà Fabio, e quindi mi riservo di chiedere a Fognini – la prossima volta – che cosa non funziona contro di lui, essendone stato vittima 6-2, 6-4, 2-6, 6-4. Ho invece visto le difficoltà della Giorgi contro la Pliskova, difficoltà più che previste, tra una numero quattro e una numero ventotto, che però Camila stava, per due set e mezzo, eguagliando. Quando si crede di conoscere una persona, ci si domanda spesso se la nostra vita ha avuto modo di influire sulla sua. Non ho fatto il coach, salvo con Vitas Gerulaitis, perché eravamo i due che rientravano per ultimi all’hotel ma, insieme al mio concittadino Riccardo Piatti, abbiamo in qualche modo influito sulla vita di Camila il giorno che suo padre Sergio chiese al presidente di un club di Como se potesse sponsorizzare una bambina e la sua famiglia, permettendo così alla piccola di diventare una professionista del gioco del tennis. Vistala giocare, dicemmo di sì. E di lì la bambina finì per ritrovarsi, oggi, sulla Rod Laver Arena di Melbourne, contro Karolina Pliskova. Non vi sommergo di notizie sulla vita di Camila, estremamente congiunta con quella del padre, che ha avuto i suoi fastidi, dapprima con un tribunale di Miami, in seguito con la federazione, e che Camila chiama tuttora «il mio coach», sebbene di un vero coach immagino avrebbe bisogno per evitare rapporti familiari sul campo. Sia come sia, oggi Camila non è stata da meno di una top player mondiale, ribattendo vincente su vincente alla boema sino al quarto game del terzo set. Perduto il primo set e vinto il secondo – nel 4° game del terzo ha avuto 4 vantaggi per raggiungere il 2 pari – Camila si è poi lasciata sommergere per il definitivo score di 6-4, 3-6, 6-2. Penso che a 27 anni potrebbe iniziare una nuova vita, dopo averne passata una prima complessa sui campi e, forse, fuori.


La carica dei ventenni. Ora tocca a Tsitsipas contro Maestro Federer (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nell’antica Grecia la chiamavano Sofia: il possesso di conoscenze e la connessa abilità nel metterle in pratica. Basta traslarla nell’epoca moderna e applicarla al tennis di oggi per scovarne l’interprete più sublime: Roger Federer, non a caso detto il Maestro. Con leggerezza, modulando gli sforzi e il livello del gioco, il Divino è approdato per la 17^ volta (e senza perdere un set) alla seconda settimana dello Slam down under, la posizione ideale per il campione in carica che mira al terzo successo di fila e al settimo in assoluto a Melbourne, così da salutare Emerson e Djokovic nel club dei plurivincitori australi e rimanere un uomo solo al comando. Ormai i numeri e i traguardi di Federer non appartengono alla storia terrena: il 21° Slam, il 100° torneo in carriera, la possibilità di diventare il primo a conquistare 5 Major dopo i trent’anni rappresentano solo il corollario a un ventennio da fenomeno mai visto. Stamattina, alle nove italiane, Roger giocherà la sua partita 101 nella Rod Laver Arena. Praticamente casa sua. Davanti a lui, un ragazzo ateniese dotato senz’altro di sapienza tennistica, ma senza alcuna esperienza sul Centrale australiano. Sarà la sua prima volta. E infatti il vecchio saggio, che lo ha appena battuto a inizio anno nell’esibizione di lusso della Hopman Cup, dispensa esperienza: «Qui cambia tutto, la partita è tre su cinque, è un ottavo di uno Slam e ognuno reagisce in modo diverso al feeling con il campo. Ma sono felice che sia ancora nel torneo, sta giocando bene ormai da tempo, sarà una bella partita. Lui è molto bravo a variare, sa scendere anche a rete. Penso che vedremo un bel tennis d’attacco». […] Tsitsi, all’apparenza, non trema: «La partita in Hopman Cup è stata importante per provare a capire le sue armi, il suo dominio comincia dal servizio e perciò dovrò essere molto aggressivo alla risposta. Certo, sono consapevole di giocare contro una leggenda». Nell’empireo, però, non tutti conoscono la santità dello svizzero: ieri, quando è arrivato a Melbourne Park per allenarsi, Federer si è accorto di non avere il pass e un addetto della security, ligio al dovere, gli ha impedito di entrare negli spogliatoi. Senza fare polemiche Roger ha aspettato dieci minuti che lo raggiungesse coach Ljubicic con annesso accredito. Si chiama umiltà. Meditate, aspiranti campioni, meditate.


È uno Slam da quota 100 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Stamattina ci proverà Stefanos Tsitsipas, il lato ellenico della Next Gen, e magari contro mastro Federer se la giocherà meglio degli altri suoi colleghi ragazzini di lusso. Ma per ora gli Australian Open sono il trionfo del vecchio che avanza, dell’usato sicuro che dopo la resa di Andy Murray – all’ortopedia, non certo alla concorrenza – è rappresentato sempre dai soliti tre: Roger Federer; anni 37, Rafa Nadal, 32, e Novak Djokovic, 31. Sommate e otterrete la quota 100 dell’eccellenza. Distantissima da ogni ipotesi di scivolo pensionistico. Al terzo turno Federer ha concesso una lezioncina a Taylor Fritz, 21 anni e tanti hamburger ancora da mangiare. Senza badge allo stadio non entra neppure lui – ieri un addetto lo ha bloccato – ma possiede il lasciapassare per l’eternità. Nadal lo ha imitato pasteggiando con la polpa tenera di Alex De Minaur, anni 19, Demone ancora troppo acerbo per spaventare lo spagnolo, e ieri Djokovic ha completato il tris contro Denis Shapovalov, 20 anni, il talento mancino che piace a tutti. «Se ripensiamo alle ultime due stagioni», ha detto a “Marca” Patrick Mouratoglou, pigmalione di Tsitsipas e storico coach di Serena Wlliams, «vediamo che la vecchia guardia è sempre forte. Se sono al meglio, non vedo chi possa batterli». Secondo il guru francese non dobbiamo aspettarci un exploit della linea verde nemmeno stavolta. «Per battere i più forti in uno Slam i più giovani dovrebbero prima riuscirci in uno dei tornei minori, ma non sta accadendo. Federer ha vinto gli ultimi due Australian Open, a Perth si è confermato ad alto livello, e non credo che l’età lo stia rallentando più di tanto, almeno a giudicare da come si muove in campo in questi giorni. Tsitsipas? Dobbiamo essere pazienti. L’anno scorso ha vinto il suo primo titolo a Stoccolma, è arrivato in finale a Barcellona e Toronto. Ha molti margini di miglioramento, ma la strada da fare è ancora tanta». Un segreto dell’eterna gioventù del trio Medusa, oltre che nel talento naturale sta nella loro capacità di adattarsi, mentalmente, tecnicamente e tatticamente, al tempo che cambia, alle sfide che si rinnovano. I giovani, certo, migliorano di giorno in giorno. Ma Roger, Rafa e Nole nel frattempo si sono spostati già un passo avanti. «Sono contento di giocare contro di loro», ha spiegato Federer ragionando proprio sul match con Tsitsipas. «I giovani non hanno nulla da perdere. Io non conosco bene i loro punti di forza, ma d’altra parte non lo sanno bene neppure loro, stanno ancora scoprendo il loro gioco». Roger l’ha detto usando i guanti bianchi, Nadal dopo di lui lo ha spiegato senza tanti giri di parole: «Volevo che che in campo Alex si sentisse a disagio, che non riuscisse ad avere il controllo dello scambio. Ci divertiamo ancora a giocare», aggiunge Rafa. «La nuova generazione sta crescendo, i match fra vecchi e giovani piacciono a tutti, e non si devono preoccupare: prima o poi toccherà a loro». Appunto, Rafa: prima o poi?


Attacchi e coraggio, le armi di Stefanos (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

La Next Gen, in questo Australian Open, ha provato ad alzare la voce per legittimare un cambio al vertice. Fino a questo momento, però, i tre fenomeni hanno retto con disinvoltura ai tentativi delle giovani leve di disarcionarli. Fritz, De Minaur e Shapovalov hanno raccolto le briciole contro Federer, Nadal e Djokovic e demandano a Stefanos Tsitsipas la possibilità di essere vendicati. Impresa ardua ma non impossibile per il ventenne greco. Per superare Roger Federer dovrà sciorinare un tennis impulsivo alla continua ricerca dell’affondo vincente. I tentativi di Stefanos poggiano su solide basi costituite da consistenti colpi di rimbalzo dove all’elegante rovescio si affianca una ficcante esecuzione del dritto a sventaglio. Per scardinare la concreta versione sin qui esibita da Roger dovrà mettere in campo una tattica impregnata di coraggio senza cadere nell’incoscienza. Sarà uno scontro generazionale da ammirare con gli occhi e da gustare con una lunga e appagante colazione.


Simona balla da sola (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Balla da sola, Simona Halep, senza il coach che l’ha condotta a credere un po’ di più in se stessa, senza una voce che le indichi la strada in un tennis che lei, piccolina contro le molte grandi, è sempre stata costretta a interpretare anima e corpo, gettandosi a capofitto nelle partite. Balla da sola, Simona, fra i tanti amici che la seguono, con il capitano rumeno della Fed Cup, Florin Segarceanu, che prova a farle da supporto, perché nessuno potrebbe sostituire Darren Cahill nel cuore della Halep. Ma Darren, ormai, è una voce al telefono. Ha lasciato la sua piccola creazione a fine anno,  obbligato a un ritorno in famiglia da problemi che non riusciva più a gestire in giro per il mondo. Si sentono, si parlano, e lui sa ancora cosa dirle, ma Simona in campo ci va da sola, perché questa è la sua nuova condizione mentale. E ora che la stagione nuova è cominciata, tutto sommato non le dispiace. «Farcela con le mie forze, scegliere la strada giusta tenendo conto di tutto ciò che ho imparato in questi anni, confrontarmi con Darren dopo che ho preso la mia decisione, mi rende felice». Numero uno di un tennis al femminile che non ha mai supposto possa esistere qualcuna migliore di Serena Williams, e dunque in grado di farne le veci. Anche lei, all’inizio. Ma ora meno: «Non mi sento più una numero uno al condizionale, con i “se” e con i “ma”. Serena è la più grande fra tutte noi, inarrivabile per le vittorie conquistate, e per quello che ha dato al movimento del tennis femminile. l’ammirazione nei suoi confronti è profonda. Ma ora che lei gioca meno di una volta, io ho i punti per stare là in cima. E non vedo perché non dovrei sentirmi numero uno a pieno titolo». In fondo, Simona è l’unica che abbia provato a spezzare quella condizione di eterna sottomissione all’aliena Serena. Non ha nemmeno le caratteristiche fisiche per interpretare un tennis “come quello della Williams”. Lei è la più piccola del gruppo, e lo è da sempre. È stata costretta a farsi largo dando di più: più anticipo, più corsa, più aggressività, più voglia di farcela. E’ da quattro anni fra le prime dieci, e numero uno a fine anno da due stagioni consecutive. Quattro anni che le hanno messo addosso quel po’ di sicurezza che andava cercando, lei nata piccola piccola e con il seno grosso grosso, del quale un po’ si vergognava, fino a decidere di farselo ridurre – da una sesta a una terza – per poter giocare a tennis più liberamente. E oggi finalmente disposta ad accettarsi per quello che è. Così, il prossimo confronto con Serena, assume contorni particolari e un valore di molto superiore a un qualsiasi match degli ottavi di finale. «Non mi intimidisce più battermi contro Serena. Sarà che ci ho perso così tante volte. Forse lei non è più quella di una volta, non saprei dirlo con sicurezza, certo gioca meno di prima e ha tante altre cose per la testa. È una mamma. Ma io la capisco, anche per me è stato importante uscire dal tennis come unico scopo della mia vita, fare altro, divertirmi di più. Mi ha alleggerito la vita, e mi ha dato una mano a combattere i problemi fisici che mi porto dietro, quelli alla schiena soprattutto che so che mi potrebbero bloccare da un momento all’altro. Non avessi compiuto questi passi, sarei rimasta da sola con i miei guai, e sarebbe stato peggio. Invece, mi concedo un po’ di più, vivo un po’ di più, esco con gli amici. E se perdo, so che posso cercare di fare meglio la volta successiva». Ieri Simona ha eliminato Venus, la sister trentanovenne (quasi), e Venus le ha fatto i complimenti. Più tardi, Serena ha preso a pallate la 18enne Dajana Yastremska, ucraina che prima o poi vedremo in Top Ten. Il problema, semmai, è proprio questo: Serena è tornata a prendere a pallate tutte quante, in tre partite ha lasciato appena nove game. Simona lo sa. Ma ha imparato a non preoccuparsene più.

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Rassegna stampa

È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Semeraro). Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Bertolucci). Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero). La Zarina e l’erede (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 19 gennaio 2019

Stefano Tarantino

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Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero, La Gazzetta dello Sport)

Non è una sorpresa, ma una piacevole riscoperta. Tomas Berdych è tornato: la schiena non fa più male, il lungo stop è dimenticato. A Doha il ceco aveva mandato un messaggio (finale), a Melbourne ha chiarito il concetto. Riecco Tomas con quel suo tennis pulito e potente che in Australia ha lasciato pochi game a Edmund e Haase e un set, il primo, a Schwartzman, che poi è stato travolto. Adesso l’asticella si alza, sul percorso di Berdych c’è Rafa Nadal, che finora ha passeggiato. «Ma sarà una partita tosta — profetizza Simone Vagnozzi, coach di Cecchinato, battuto in semifinale a Doha dal ceco —. Tomas si era presentato in Qatar in buone condizioni fisiche, in Australia i campi sono più veloci e quindi si trova ancor più a suo agio». C’è anche un po’ di Italia nella rinascita di Berdych, che si è legato a Hydrogen e prima dell’inizio della stagione aveva partecipato a Milano alla presentazione del nuovo team del marchio veneto. Nell’occasione aveva pronunciato parole che oggi sembrano profetiche: «È stato inusuale stare fuori per infortunio così a lungo. Adesso voglio solo divertirmi. Non importa la classifica (dopo gli incontri di ieri è virtualmente n.79, n.d.r.), ma voglio sfidare i più forti e fare buoni risultati». Come tante volte in passato e soprattutto nel 2010: «Quell’edizione di Wimbledon resta nel mio cuore: sconfissi Federer nei quarti e Djokovic in semifinale, poi persi con Nadal in finale. Ho grande rispetto per loro tre: ammiro la determinazione che li ha fatti tornare al top dopo i guai fisici. Il loro segreto non è solo la testa, c’è una combinazione di fattori: esperienza, tecnica, voglia di vincere». Tutte qualità che, in misura minore, non mancano nemmeno a Berdych che tra tanti incontri ne ricorda uno «italiano»: «A Roma nel 2015 vinsi con Fognini sul Pietrangeli una partita fantastica. Fabio ha fatto il definitivo salto di qualità, è pronto per entrare nei top ten. E anche Cecchinato è un tennista che mi piace: è grintoso e preparato». Intanto Berdych a 33 anni si gode l’ottimo stato di forma del momento: «Sono felice e mi concentro sul mio tennis. Quando smetterò mi dedicherò completamente a mia moglie e allargheremo la famiglia. Ma per adesso mi diverto ancora moltissimo a giocare» […]


La Zarina e l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La Russia. La Florida. Il padre allenatore. La sfacciataggine della giovinezza sbattuta in faccia alle avversarie, unita a un’inestinguibile sete di vittoria coltivata fin dalla culla. Manco fossero uscite dalla stesso film. A dicembre, la zarina e l’erede si sono addirittura trovate sedute insieme al ricevimento per il matrimonio di Max Eisenbud, il potente agente di entrambe. Adesso, sono tutte e due al tavolo degli ottavi di finale degli Australian Open, ed è incredibile come le storie di Maria Sharapova e Amanda Anisimova siano sovrapponibili, in attesa che lo divengano anche i risultati in carriera. A dividerle, per il momento, ci sono solo i natali (Masha è siberiana e Amanda è nata in New Jersey e ha nazionalità americana) e l’età: 31 a 17. Ma il viaggio della speranza negli States dei genitori, la scelta di Miami e dintorni per assecondare le ambizioni delle figlie, l’iniziale coaching in famiglia e la forza mentale già sviluppata da teenager su un campo da tennis raccontano la medesima storia. A Melbourne, una risorge e l’altra sorge come un nuovo sole. Da quando è rientrata dopo il pasticciaccio del Meldonium, aprile 2017, la Sharapova non aveva mai fatto sua una partita così intensa e di qualità come la battaglia in tre set contro la Wozniacki, campionessa uscente dello Slam down under. Un trionfo condito da 37 vincenti e dal pepe di una rivalità ferocissima, ai limiti dell’insopportabilità: la danese, che da ottobre ha rivelato di giocare con l’artrite reumatoide, ha sempre sposato la linea dura verso i condannati per doping, criticando le wild card assegnate alla russa reintegrata; e poi è la miglior amica di Serena Williams. Certo, Masha come sempre non fa nulla per piacere alle colleghe, ma è la più amata dai tifosi con oltre 27 milioni di followers sui social e sembra ricandidarsi a contendente per il successo in un torneo vinto 11 anni fa e di cui è stata tre volte finalista: «È per match come questi che continuo ad allenarmi, è una ricompensa molto bella» […] Intanto la figlia di Kostantin, ex dirigente di banca inventatosi allenatore come ormai accade spesso, diventa la prima giocatrice nata dopo il 2000 (compirà 18 anni il 31 agosto) a raggiungere gli ottavi di un Major e la più giovane americana ad arrivare così lontano in Australia da Jennifer Capriati (1993) e Serena Williams (1998). Una discreta compagnia. La ragazzina (si fa per dire: è alta 1.80, tira comodini con tutti i fondamentali e conosce perfino l’arte ormai perduta del rovescio lungolinea) si prende il lusso di annichilire una delle possibili favorite, la valchiria bielorussa Sabalenka, 11 del mondo, che non trova mai le armi per opporsi all’intelligente bombardamento della numero 87 (è la top 100 più giovane), capace di fulminarla con 21 vincenti e con il colpo dell’anno, un passante in corsa praticamente in braccio alla prima fila dopo tre salvataggi miracolosi: «Ho sicuramente giocato qualche buon scambio, in questo momento ho un feeling eccezionale con il torneo». In tre partite, Amanda ha lasciato per strada appena 17 game mostrando la qualità principale dei campioni, la freddezza nei momenti caldi, senza lasciarsi impressionare dal blasone delle rivali. In carriera, del resto, ha vinto 7 partite su 11 quando l’avversaria era testa di serie del torneo, e anche se potrebbe giocare tra le juniores ancora nei 2019, ormai appartiene a un livello ben più alto […] Ma la sbarbatella ha le idee chiare: «Semplicemente, voglio vincere il torneo». L’ultima teenager a conquistare uno Slam fu la Sharapova a New York nei 2006. E poi dite che la storia non si ripete.


È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Nel 2009 Nadal ha vinto il suo (per ora) unico Australian Open: semifinale mancina e stracciamuscoli con l’amico Verdasco, finale strappalacrime – quelle di Federer, ricorderete… – contro l’avversario di sempre. All’hashtag #tenyearschallenge, che in questi giorni infuria sui social all’insegna del “come eravamo, come siamo” metteteci pure quella di un Rafa migliorato. Almeno nel servizio. In tre turni vinti a Melbourne per ora il Cannibale gentile si è divorato mezza Australia, e non solo quella minore: Duckworth, Ebden e ieri l’aspirante demone Alex De Minaur; derubricato a povero diavoletto in tre set facili facili. Grazie anche, ma non solo, all’aiutino di un nuovo movimento del servizio. «Il cambiamento lo abbiamo deciso dopo la sconfitta per ritiro agli US Open dello scorso anno contro Del Potro», ha spiegato il suo coach Charly Moya, finalista in Australia nel 1997. «Rafa voleva cambiare qualcosa, era convinto che il servizio fosse il suo lato debole. Il problema agli addominali e l’operazione alla caviglia destra hanno ritardato un po’ i tempi, dopo la riabilitazione ci siamo finalmente messi al lavoro e ora si trova bene con il nuovo movimento». Più fluido, più penetrante. Più adatto al Rafa 32enne di oggi, che non si può più permettere di ramazzare palline in ogni angolo del campo per cinque ore, come gli riusciva dieci anni fa, ma deve provare ad aggredire di più, e più in fretta, scambio e avversari. «Il nuovo servizio si basa tu tre pilastri fondamentali», ha spiegato Francisco Roig, l’ex pro’ spagnolo che lo segue da sempre, affiancato da Moya dopo l’addio di Zio Toni. «Il primo consiste nel liberare prima la mano durante il lancio di palla. Il secondo prevede che Rafa mantenga una posizione più composta, senza torcersi e piegarsi troppo nel caricamento, per usare tutta la sua altezza. Il terzo è focalizzato sul piede destro, che deve entrare in campo quando Rafa ricade sul terreno». Risultato: più spinta orizzontale, grazie ad un lancio di palla più spuntato in avanti, e la pallina che schizza più veloce dopo il rimbalzo. Anche con la seconda palla, più spesso tagliata esterna, in slice. «In questo modo gli avversari non possono limitarsi ad una rimessa in gioco, ma devono affrontare un rimbalzo sempre diverso». Un intervento che da fuori può sembrare minimo, ma che ha richiesto lunghi allenamenti […] Non è la prima volta che Nadal ritocca il suo meccanismo biomeccanico. In passato ha provato a ricalibrare (di poco) il diritto, aggiungendo anche qualche grammo di peso alla racchetta, intervenendo sul bilanciamento e variando il “drilling”, la spaziatura fra le corde, per ottenere più potenza. Ai tempi del suo primo successo a New York aveva poi già “irrobustito il servizio”, e da qualche tempo cerca di chiudere prima gli scambi, come del resto anche Federer: campione è chi campione sa rimanere, accettando di adeguarsi al tempo che passa. Nadal non sarà mai un Karlovic o un Isner sia contro Duckworth sia contro De Minaur ha picchiato sei ace; ma ieri ha servito il 75% di prime palle, vincendoci l’84% di punti. Un buon rendimento alla battuta gli servirà di sicuro negli ottavi contro un altro veterano “rigenerato”, Tomas Berdych […]


Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Puoi non conoscerne il nome ma il tennis lineare, semplice e stilisticamente corretto che esprime ti rimanda per forza di cose alla mitica scuola ceca. Karolina Pliskova, odierna avversaria nell’ultimo match di giornata della nostra Camila Giorgi, è dotata infatti di fisico longilineo e lunghe leve, che la ragazza è in grado di gestire con equilibrio. Per certi versi ricorda un’indossatrice più che una tennista e non rinuncia, anche sotto sforzo, all’elegante postura, ai passi leggeri e alla grazia negli appoggi. L’ampiezza dello swing, favorito dalle lunghe leve le consente di trovare migliori angoli nella battuta, un maggior allungo laterale e potenzialità di spinta sulla palla. Nonostante le gambe da fenicottero e i piedi poco reattivi, riesce a essere precisa e ordinata negli appoggi grazie al perfetto timing e alla ineccepibile tecnica esecutiva. La classifica e gli scontri diretti vedono la Giorgi sfavorita, ma non battuta in partenza. Il tennis ad alto rischio, ma rapido e veloce dell’italiana può contenerla, facendola muovere lateralmente e con poco tempo a disposizione per impattare la palla […]

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