Il giorno dell’addio di “Aga la Maga” – Ubitennis

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Il giorno dell’addio di “Aga la Maga”

Agnieszka Radwanska appende la racchetta al chiodo, ufficializzando una decisione probabilmente già presa da tempo. Abbandona il tour una giocatrice unica che non lascia eredi. Nel palmarès 20 titoli con la perla del Masters 2015 e la finale a Wimbledon 2012 persa contro Serena

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Le sensazioni che circolavano ultimamente lasciavano spazio a cattivi pensieri già da un po’ di tempo ormai, ma anche se tutti erano preparati al peggio la percezione plastica della realtà piomba su ogni fanatico della pallina di feltro come una mazzata: dopo mesi di calvario causato da un piede gravemente malandato, impossibilitata a dormire serenamente e figuriamoci ad allenarsi, Agnieszka Radwanska ha detto basta con l’agonismo. “Appendo la racchetta, è una delle decisioni più importanti della mia vita – ha dichiarato Aga nelle righe di un comunicato naturalmente affidato a Facebook – . Il mio stato fisico e in particolare le pessime condizioni del piede non mi consentono di sostenere i duri allenamenti essenziali per competere nel circuito moderno. Per giocare le partite che contano occorre spingere il proprio corpo ai limiti, e sfortunatamente oggi non sono in grado di farlo“. Seguono i ringraziamenti di rito, e di cuore, a famiglia, squadra e sponsor, classici titoli di coda di qualsiasi carriera al capolinea.

My Dear Friends, I’d like to share with you one of the most important decisions of my life. Today, after 13 years of…

 

Pubblicato da Agnieszka Radwanska su Mercoledì 14 novembre 2018

Se ne va, anche se forse non abbandonerà del tutto l’ambiente (“rimarrò legata a una delle parti più significative della mia vita, ma ora è tempo di nuove sfide, nuove idee, nuove occasioni“), quello che nel gergo comune verrebbe definito un “panda”; un esemplare se non unico perlomeno in pericolosissima via d’estinzione, che per giunta non sembra aver lasciato erede alcuno nel circuito. Aga, insieme a Roberta Vinci e a pochissime altre, è stata tra le più insigni teoriche e praticanti di una metodologia del gioco che le nuovissime generazioni non hanno avuto modo di vedere spesso e, con il ritiro a stretto giro di posta delle due artiste appena citate, avranno sempre meno opportunità di ammirare. In un periodo storico, non si sa quanto reversibile ma le sensazioni non sono positive, dominato da una incontestabile uniformazione di stili e tattiche quasi tutte basate su peso di palla e gran spinta da fondo, Agnieszka Radwanska è stata una cellula di resistenza; un anticorpo contro i tentativi di normalizzazione dello sport con la racchetta. Ha ovviato con tagli, volée di purezza astrale, anticipi talmente esasperati da mettere in dubbio le leggi della fisica alla congenita mancanza di potenza, riuscendo per lunghissimi anni ad annullare accentuatissimi mismatch e ad assicurarsi un posto al tavolo delle migliori, mandandole spesso ai matti con il suo stile inconsueto.

Ha vinto meno di quello che avrebbe potuto? No. Ha vinto meno di quello che avrebbe meritato. In bacheca si trovano comunque venti trofei del circuito maggiore in ventotto finali disputate, numeri che certificano un certo sangue freddo nei duelli decisivi, con la perla del Masters 2015 centrato nella finale di Singapore contro Petra Kvitova dopo aver perso le prime due partite del round robin. E sono arrivati altri allori di rilievo, specialmente nella prediletta Asia dove Radwanska ha raccolto otto titoli, ma la partita più importante della sua epopea resterà probabilmente quella giocata contro Serena Williams nell’ultimo atto di Wimbledon 2012. Nel pieno di una tra le stagioni più dominanti della carriera (chiusa con un terrificante 58-4 nel rapporto vittorie-sconfitte) e in procinto di riconquistare di prepotenza la vetta delle classifiche mondiali, Serena vinse facilmente il primo set ma nel secondo vide per l’unica volta quell’anno sgretolarsi le proprie certezze: conquistò quell’edizione dei Championships tornando a spadroneggiare nel parziale decisivo, ma la Maga, quell’estate, fu tra le poche a scombinare i suoi perfetti ingranaggi.

Da un paio di stagioni le magie hanno lasciato spazio a infortuni sempre più frequenti e ad assenze altrettanto prolungate, conto salatissimo presentatole da un fisico da anni spinto ai limiti nel tentativo di contrastare le straordinarie performance atletiche delle valchirie rivali. L’ultimo trionfo a Shenzen nell’autunno del 2016, poi una graduale discesa in classifica fino all’attuale settantacinquesima posizione nel ranking WTA. Lo scorso maggio, costretta a marcare visita all’Open di Francia, Radwanska ha visto interrompersi la notevolissima striscia di quarantasette apparizioni consecutive nei tornei del Grande Slam, altra grande soddisfazione da conservare nel cassetto dei ricordi insieme ai cinque awards, anch’essi consecutivi, l’ultimo nel 2017, con cui i tifosi in giro per il mondo premiano il colpo più bello dell’anno tennistico in gonnella.

La reazione di un tifoso di Agnieszka Radwanska durante il match tra Radwanska e Vinci – Doha 2016 (una partita incredibile, che trovate QUI)

Resterà nel cuore di molti, Agnieszka, per lo stile inconfondibile, la classe innata e un atteggiamento sempre sorridente e solidale. Poi ci sono quei colpi irripetibili per chiunque ma che per lei si rivelavano normalissimi fondamentalii leggendari dritti e rovesci “genuflessi”, per usare la straordinaria definizione di Federico Ferrero, che rimarranno cristallizzati nella storia dello sport alla stregua di quei gesti unici e riconducibili a uno e un solo campione, come la foglia morta di Mariolino Corso o il “movimento Cassina” del ginnasta di Seregno. Buona fortuna Aga, ci mancherai moltissimo.

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Italiani

Cecchinato, obiettivo top 10 per il 2019

Dopo l’ottima stagione appena trascorsa, che lo ha visto disputare, tra l’altro, la semifinale al Roland Garros e vincere 2 titoli ATP, Marco Cecchinato, per la prima volta, in carriera ha fatto il suo ingresso nella top 20. Riuscirà il prossimo anno a fare un ulteriore salto di qualità e ad entrare tra i primi 10 del mondo?

Francesco Rio

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Se ci fosse un premio da assegnare alla sorpresa della stagione 2018 uno dei possibili vincitori sarebbe certamente Marco Cecchinato. Il tennista azzurro, classe 1992, è stato protagonista di un 2018 da incorniciare, con ben 89 posizioni guadagnate in classifica, rispetto ad inizio anno, e una 20°posizione nel ranking raggiunta meritamente, dopo una serie di prestazioni più che convincenti. Del resto, l’inaspettato acuto al Roland Garros con la vittoria contro Novak Djokovic nei quarti di finale e i due titoli ATP sulla terra battuta di Budapest e Umago, sono una chiara dimostrazione dei notevoli miglioramenti che il tennista palermitano ha effettuato negli ultimi 12 mesi.

Per il tennista azzurro, infatti, il 2018 può essere considerato come l’anno della svolta. Dopo tante stagioni vissute intorno alla 100° posizione, quasi sempre all’ombra dei suoi connazionali più titolati, all’età di 26 anni, Cecchinato è stato in grado di fare il grande salto di qualità, raggiungendo la semifinale in un torneo dello Slam che, per il tennis maschile italiano, mancava da 40 anni. Ultimo a riuscirci fu Corrado Barazzutti nel 1978 che, in quell’occasione, fu sconfitto da Bjorn Borg il quale avrebbe poi vinto il torneo in finale contro Vilas.

La cavalcata di Cecchinato nell’edizione 2018 del Roland Garros è stata entusiasmante, quasi irripetibile, a tratti epica. Dopo aver vinto, qualche settimana prima, sulla terra battuta di Budapest il primo torneo ATP della carriera, il tennista palermitano si presentava a Parigi con tanta voglia di fare bene, pur non avendo ancora vinto partite nei tornei dello Slam e avendo superato solo in quattro occasioni i turni di qualificazione. Certamente, però, nessuno, nemmeno il più ottimista dei suoi tifosi, si aspettava potesse spingersi troppo in avanti nel torneo. Del resto, già la vittoria al primo turno contro il rumeno Marius Copil, poteva considerarsi quasi un’impresa, in particolare per le circostanze in cui è avvenuta: due set di svantaggio recuperati e un quinto set maratona chiuso con il punteggio di 10-8. Il tennista siciliano, però, nei turni successivi, è andato addirittura oltre le più rosee aspettative, battendo avversari di valore, dallo spagnolo Pablo Carreno Busta al belga, già finalista alle Finals 2017 nonché testa di serie numero 9, David Goffin, fino ad arrivare al campione dell’edizione 2016, Novak Djokovic. Una cavalcata entusiasmante conclusasi solo in semifinale al cospetto dell’austriaco Dominic Thiem, nonostante due set giocati praticamente alla pari contro il più giovane e quotato rivale. Il grande Roland Garros disputato gli ha permesso così di issarsi sino alla posizione numero 27 della classifica mondiale, consentendogli poi di presentarsi al torneo di Wimbledon come testa di serie numero 29. Un risultato niente male per un tennista che fino al Roland Garros non aveva ancora vinto una partita in un torneo dello Slam.

 

Il 2018 di Cecchinato, però, non è solo Roland Garros. È stato anche l’anno dei primi due titoli nel circuito maggiore. Nel mese di aprile si è aggiudicato a Budapest il primo torneo ATP battendo in finale, in due set, l’australiano John Millman. Ripescato come lucky loser dalle qualificazioni, il tennista azzurro, prima del trionfo in finale contro Millman, è stato in grado di eliminare i due bosniaci Basic e Dzumhur, il tedesco Struff e in semifinale Andreas Seppi, diventando così l’ottavo lucky loser a vincere un torneo del circuito maggiore, nonché il ventitreesimo italiano a conquistare un titolo ATP. Nel mese di luglio si è poi imposto nel torneo croato di Umago, sconfiggendo in finale l’argentino Guido Pella e diventando il quattordicesimo italiano con almeno due titoli ATP nell’Era Open.

L’acuto al Roland Garros, i due titoli ATP e la costanza di rendimento durante tutta la stagione, anche sulle superfici in cui fa più fatica, gli hanno permesso di fare ingresso per la prima volta nella top 20 della classifica mondiale, fissando il proprio best ranking alla posizione numero 19. Dopo quasi 40 anni dall’ultima volta (Corrado Barazzutti, numero 16, e Adriano Panatta, numero 19) due tennisti italiani risultano contemporaneamente presenti tra i primi 20 giocatori del mondo. Oltra a Marco Cecchinato, che ha chiuso l’anno come numero 20, l’altro italiano è Fabio Fognini che ad oggi occupa la posizione numero 13.

Nell’ultima stagione Cecchinato è cresciuto tanto, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista mentale. Sorprendenti in particolare sono stati il coraggio e la personalità messi in mostra nei momenti più delicati, nonché la capacità di affrontare a viso aperto, senza paura, avversari di valore che difficilmente avrebbe battuto negli anni passati. Anche nei momenti più duri, come contro Vesely a Umago, il tennista siciliano ha tirato fuori quel qualcosa in più, quella forza d’animo che permette di affrontare i momenti difficili e superarli. Il grande salto di qualità che ha compiuto nel 2018 è dimostrazione chiara che con il duro lavoro si può andare oltre le aspettative e si possono raggiungere traguardi inaspettati. A questo punto, però, per il 2019 Cecchinato sarà chiamato ad una prova ulteriore, forse, ancora più difficile di quelle che ha già affrontato: confermarsi ad alti livelli e difendere i tanti punti guadagnati nei tornei sul rosso. Non sarà facile, ma sognare non costa nulla. Il tennista siciliano ha le carte in regole per disputare un grande 2019 e, perché no, fare un ulteriore salto di qualità. La top 10 è ancora lontana, ma non certamente un miraggio. Del resto chi, se non l’uomo che ha fatto sognare milioni di italiani a Parigi, può raggiungere quel traguardo che da tanto tempo, troppo, manca al tennis maschile italiano?

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Personaggi

Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

 

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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Personaggi

Andy di Dunblane che sfidò gli dei

Allenamenti e fisioterapia per continuare a competere nell’anno che verrà: senza più il bisogno di confrontarsi con la storia

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Scalare una montagna non deve essere facile, specie per chi è nato in un posto dove la montagna più alta fatica a stare al passo coi palazzi di Dubai. Specie se la montagna scalata si è chiamata prima Roger Federer, poi Rafael Nadal e infine Novak Djokovic. Tre cime di Lavaredo. Come tutti sanno, ad avercela fatta, ad averle scalate tutte e tre c’è riuscito un solo uomo: qualcuno che anche approfittando di correnti ascensionali favorevoli, si è seduto in vetta a rimirare il dorso delle nuvole. Andrew Barron Murray è Ufficiale dell’Impero Britannico nonché Cavaliere di Sua Maestà la Regina. Ed è anche quello per anni si è tagliato i capelli da solo e che viene dalla Scozia più vera, quella dove tutti bevono le pinte e smadonnano gli Inglesi. Tranne lui che è astemio, tranne lui che gli Inglesi non si sa.

Insomma, questo concentrato di miseria e nobiltà deve aver gradito lo spettacolo sul finire dell’anno 2016. Si deve essere voltato indietro nei giorni, verso le prime lezioni con mamma Judith, le sconfitte da bambino contro Jamie, la scuola spagnola da 30.000 euro all’anno, gli allenamenti sempre più costanti, sempre più intensi, mentre erano altri ad accarezzare il cielo. Pensava a queste cose in vetta, giusto il tempo di sorbire un tè in cima al mondo. Trascorreva un caldo inverno malgrado l’altitudine. Si sa che poi il corpo ha pagato lo sforzo. Si sa che i chiodi piantati sulle pareti nord e sud sono saltati. La cordata, da tesa che era, è caduta floscia al suolo e le montagne sono tornate ad essere impossibili da scalare. Da un 8000 hymalaiano Andy è tornato scozzese come non mai, al Ben Nevis delle Highlands. Plaid a quadroni sulle ginocchia e sulle anche operate, il freddo umido della pianura e dell’800esima posizione mondiale. Da un 8000 a 800: questione di uno zero.

Pare ore che alla vigilia di questo 2019, Andy Murray, il Ringo Starr del quartetto che ha segnato l’anomalia di questi ultimi quindici anni di palla e racchetta, sia di nuovo al campo base, prossimo ai 32 anni. Allenamenti e fisioterapia a Miami, specialisti dei recuperi miracolosi assoldati, acqua di Lourdes, palme e merengue. Nessuna montagna all’orizzonte fisico. Se potessi intervistarlo gli chiederei: “Non credi che possa bastare?”. Lui che è intelligente, almeno come gli altri tre e forse più, borbotterebbe. Sia chiaro. La domanda suonerebbe diversa rispetto alle solite domande sul ritiro di Federer. Quando chiedono allo svizzero “non credi che possa bastare?”, in realtà è perché le persone vogliono esserci, partecipare ad un pezzo di storia. Vogliono essere tutti a Times Square quando esploderà l’armistizio o sul muro di Berlino quando i Vopos se ne andranno di nuovo in birreria.

 

Chiederlo ad Andy Murray, invece, suonerebbe paterno e protettivo. Sarebbe un “non vedi cosa c’è là fuori che ti aspetta?”. “Non vedi che quei tre sono ancora là fuori, mentre si corrono addosso alla ricerca dell’ultima impresa, quella che metterà tutti d’accordo, persino i cani e le pietre?”. Insomma, non sarebbe meglio per Andy restare dov’é? Non potrebbe trovare una riedizione di quella cattedra robusta e sicura che tenne al riparo lui e Jamie da Thomas Hamilton 23 anni fa? Gli resterebbe una foto da appendere: la foto di un giorno passato al di sopra degli dei. Così, da condurre per mano i figli di Sofia Olivia Murray, portarli nella stanza del nonno, quella che nessuno deve toccare, dove si spolvera con la stessa sensibilità del suo rovescio, per mostrare loro dov’era arrivato anni prima, Lui, così Prometeo, così semplicemente umano al cospetto del Divino, del Diabolico e del Robotico.

Nessuno invita Andy Murray al ritiro. Il tennis moderno è diventato ormai il meridione d’Italia dove a 32 anni sei ragazzo. Ritirarsi a quella età suonerebbe scortese verso gli ospiti. Ma una sana iniezione di normalità da Andy forse è lecito aspettarsela. Mentre continuano a competere tre tennisti che da soli hanno vinto un quarto di tutti gli Slam disputati nell’Era Open, a me personalmente occorre un primo degli umani, un archetipo di ribellione contro i tre di cui sopra e contro la loro stucchevole sete di vittorie. Un tennista, sia chiaro, che non sia nulla di meno di quel che è stato il Murray tennista, ma che non competa per una storia che sarà comunque dimenticata. Un Andy Murray che viva per il momento, per lo stare in campo, senza la pressione di sentire che lui è un Fab four e che deve tenere il passo.

Lo lascino in pace gli inglesi tutti, i tabloid, i Reali (che sotto sotto amano di più il classy Roger), e così lo lasceranno stare anche le aquile di Zeus che mangiavano il fegato al suo predecessore. Avremmo un Prometeo non incatenato al passato, già punito una volta per avere tentato di fare gara pari con gli dei. E quando Jamie tornerà a dirgli che adesso è tutto ok, che adesso si può uscire davvero, più nessun rimpianto. Perché c’è una foto incollata al muro che lo ritrae, unico umano, mentre siede sul trono rubato agli dei.


Agostino Nigro vive e lavora a Napoli Nord. Ha costruito le sue scarse fortune tennistiche sul suo rovescio a una mano, eppure vive di diritto

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