Zverev regge il confronto con i 'Fab'. Gli è davanti solo Nadal

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Zverev regge il confronto con i ‘Fab’. Gli è davanti solo Nadal

La gemma raccolta da Sascha a Londra, dove ha vinto il trofeo (sinora) più prestigioso della sua carriera, vale un primo bilancio. Alla sua età Federer era dietro, Djokovic più o meno al suo livello

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La precocità di un tennista è sempre una questione spinosa, perché è difficile e spesso poco sensato basarla soltanto su un confronto di età. Lo sport è mutato molto nei decenni e il contesto nel quale si trova un diciottenne di oggi è ben diverso da quello in cui si trovava nei primi anni duemila, o a fine anni 80, per non andare ancor più a ritroso nel tempo: ad esempio, ormai è chiaro che non ci si possono più aspettare teenager campioni in un torneo del Grande Slam (tra gli uomini in attività, nonostante si parli forse dell’era migliore di sempre, c’è il solo Nadal ad esserci riuscito).

C’è però sempre, per fortuna, qualcuno che supera le aspettative e costringe a ripercorrere indietro il tempo per fare paragoni. Nella seconda metà degli anni dieci, questo qualcuno è Alexander Zverev. A ventun anni il tedesco ha conquistato le ATP Finals, battendo in semifinale e in finale Roger Federer e Novak Djokovic, e si è lanciato definitivamente come una star del tennis più mainstream. Da ora in poi anche lo spettatore occasionale conoscerà il suo nome, ammesso che non fosse così già grazie ai tre successi nei Masters 1000 (Roma, Canada e Madrid) e a una presenza ai vertici fissa. Confrontati con quelli dei coetanei, i risultati di Zverev sono strabilianti: per la sua generazione erano state istituite le Next Gen Finals, la versione under-21 del Masters di fine anno; lui entrambe le volte le ha saltate, qualificandosi all’evento stellato vero e proprio. E mentre già si affacciano sul circuito i figli dei nuovo millennio, nessun nato negli anni 90 ha finora ottenuto risultati simili a quelli del tedesco di origini russe. Difficilmente quindi sarà qualcuno con più anni di lui a sbarrargli la strada in futuro, quando i migliori di adesso avranno raggiunto l’età pensionabile (che nel tennis, come nel mondo reale, continua ad alzarsi).

 

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Il cammino di Zverev in questi suoi primi anni nel circuito pro, tuttavia, regge il confronto anche con quelli dei Fab Four, gli unici tra i mostri sacri del tennis che Sascha avrà mai modo di affrontare direttamente e a parità di condizioni. Sfruttando il suo successo alla O2 Arena di Londra, la ATP ha paragonato la carriera di Zverev a quella che, all’età attuale dell’amburghese, avevano avuto gli unici giocatori in attività ad aver raggiunto la posizione di numero uno. Risultato? Sascha ne esce più che bene. Il suo terzo anno “full ATP”, senza qualificazioni né Challenger, lo porta a 10 titoli e 175 vittorie in carriera, e a un passo dal ritorno al suo best ranking di numero 3 del mondo. Fermando l’orologio storico di Federer, Nadal, Djokovic e Murray a ventun anni e 212 giorni si scopre che Zverev è in pari, se non avanti, a tre dei quattro. L’unico tre spanne sopra gli altri è il maiorchino: i dati fanno (ri)scoprire la sua già citata precocità, dato che a quell’età era stato capace di vincere la bellezza di 23 titoli e di superare le 250 vittorie ATP, peraltro con meno sconfitte di Zverev, nonostante quasi il doppio delle stagioni passate nel circuito maggiore fino a quel punto.

Djokovic è quello con il quale Zverev si trova più in linea, perché i loro percorsi sono i più simili almeno dal punto di vista numerico: stesso best ranking, appena un titolo in più per il serbo. Il punto è che all’epoca, e parliamo di fine 2008, oltre alle ATP Finals Nole aveva già vinto Masters 1000 complicatissimi come Indian Wells e Miami e soprattutto il suo primo trofeo Slam agli Australian Open. Murray è indietro a tutti, anche se a differenza di Zverev a quell’età aveva già raggiunto una finale agli US Open mentre attualmente il miglior risultato di Sascha in un major è appena un quarto di finale. Da questo punto di vista può consolare la storia di Federer, oggi a un solo titolo dal fare cento eppure di gran lunga il “late bloomer” del quartetto: a ventun anni Roger aveva combinato meno di quello che il suo protetto ha ottenuto finora, con un solo titolo Masters ad Amburgo, zero semifinali Slam, e il best ranking di numero 4; qualche mese dopo avrebbe fatto il salto di qualità definitivo, iniziando a vincere grandi tornei su grandi tornei. Non è detto che vada allo stesso modo, soprattutto negli stessi tempi, ma Zverev sembra pronto e la crescita tecnica si sta già innegabilmente tramutando in risultati sul campo.

Per concludere si può dare uno sguardo agli scontri diretti, sempre contro i Fab Four (dato che, come già detto, Zverev è per il momento di gran lunga superiore a tutte le altre nuove leve): parità contro Federer (3-3) e Djokovic (2-2), uno solo precedente con Murray perso quando il suo tennis era fin troppo acerbo, e il pesante 0-5 contro Nadal, reso ancora più amaro dal match point sprecato rovinosamente nel loro primo confronto a Indian Wells 2016. Avrà modo di vedersela con loro ancora per qualche anno, e l’età sembra destinata a favorirlo sempre più. Il quadro finale, insomma, sorride a Sascha: che oggi ci sia una coppa o una finale in meno di questo o di quello conta davvero poco, lui è da solo nel trend dei più grandi. Le vere somme si tireranno tra una quindicina d’anni, e c’è da credere che per allora la storia gli avrà dato tutta la ragione.

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Numeri: il trofeo più pesante di Monfils. Dal nulla sbuca anche Schnur

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(via Twitter, @ATP_Tour)

0 – le partite vinte nel circuito maggiore da Brayden Schnur, 23enne canadese, prima dell’ATP 250 di New York. Schnur si è reso autore di un torneo per molti versi simili a quello vissuto appena sette giorni prima da Londero a Cordoba. Il mediocre livello degli ATP 250 di questo mese di febbraio (a Cordoba c’erano solo tre top 20, questa settimana a New York addirittura due soli top 30, Isner e Tiafoe) ha consentito a un altro tennista sconosciuto al grande pubblico di raggiungere quello che sinora è di gran lunga il miglior risultato della sua carriera. Il primo acuto di Schnur era arrivato nel 2014, quando, 19enne e 612 ATP, si qualificò al main draw del Masters 1000 di Toronto dopo aver vinto la sua prima partita contro un top 100, Ebden. Ancora impegnato sino al 2016 nella carriera universitaria, per avere sue notizie tennistiche rilevanti bisogna attendere il 2017, quando entra nella top 200 e sconfigge nuovamente un top 100, Daniel. Riesce così a meritarsi la sua sinora unica convocazione in Davis (rimediando due sconfitte in singolare contro gli indiani Bhambri e Ramanathan).

Il 2018 è stato l’anno del consolidamento tra i primi 200, grazie a una finale e quattro semi a livello Challenger (tutte su campi in duro, all’aperto o indoor, sfruttando l’ottimo servizio di cui è dotato). Il 2019 era iniziato con un’altra finale in un torneo della medesima categoria, che gli aveva permesso il best career ranking di 152. Iscrittosi alle quali del New York Open, le ha superate senza perdere un set contro la WC locale, il 17enne Kingsley, e Popyryn. Ottenuta facilmente la prima vittoria a livello ATP contro lo studente della Columbia University Mingje Lin (6-2 6-1), poi, contro Steve Johnson, 34 ATP, ha mostrato tutta la sua voglia di emergere. Rimonta da 2-5 al terzo e salva due match point (6-4 4-6 7-6), un animus pugnandi che mette in campo anche nei quarti contro Lorenzi (7-6 6-7 7-5) e in semi contro Querrey, secondo top 50 sconfitto a NY, in questo caso dopo aver annullato cinque set point nel primo set (7-6 4-6 6-3). In finale la sua fame di vittoria e capacità di combattente, non sono bastate: contro Opelka, 89 ATP, non è stato sufficiente annullargli cinque match point, tra secondo e terzo set, per impedire la conquista del primo titolo ATP al 21enne statunitense, vincitore col punteggio di 6-1 6-7 7-6.

 

Brayden Schnur

8 – i tornei giocati dopo la vittoria di Wimbledon, portando a casa appena undici vittorie complessive. Questo il magro bottino con il quale Angelique Kerber è arrivata a Doha per partecipare, per la decima volta in carriera, al Qatar Total Open. La numero 6 del mondo da agosto in poi non è riuscita più a esprimersi a buoni livelli: basti pensare che solo sei delle suddette partite vinte erano arrivate contro top 50, al cospetto delle quali erano invece arrivate ben nove sconfitte. Addirittura, contro le top 20, in sette incontri aveva vinto una sola volta (contro la spenta Osaka del Masters), a testimonianza di come la 31enne tedesca fosse irriconoscibile rispetto a quella vista sino a luglio. A Doha, dove in nove partecipazioni solo una volta aveva superato i quarti (finale nel 2014) è parsa però in netta ripresa, conquistando la prima semifinale dopo il trionfo a  Wimbledon, un piazzamento tra l’altro giunto attraverso due vittorie tecnicamente valide. Prima, infatti, Angie ha sconfitto Kontaveit (6-1 7-6), 20 WTA, poi ha avuto la meglio su Strycova (1-6 6-2 7-6), 49 WTA. La resa (6-4 2-6 6-1) contro l’ispiratissima Mertens della settimana qatariota è stata più che onorevole: Kerber è ancora tennisticamente viva.

11 – i Masters 1000 saltati da Gael Monfils per infortuni di vario genere tra il 2017 e il 2018. Numeri che raccontano meglio di mille parole gli svariati problemi fisici che hanno caratterizzato le ultime due stagioni del classe 86 francese, capace di terminare al sesto posto del ranking ATP nel 2016, sinora l’unico anno da lui concluso nella top 10. Anche in un passato meno prossimo l’ex numero 1 juniores (nel 2004) era incappato in vari problemi fisici (tra il 2009 e il 2016 ha saltato ben sette Slam), che non gli hanno però mai impedito di avere una continuità tale da permettergli, dal 2005 sino ad oggi, di disputare almeno una finale a stagione e di sconfiggere almeno un top 10. Grazie anche a sette titoli e ventuno finali (di cui tre nei Masters 1000), oltre all’anno magico rappresentato dal 2016, è riuscito a concludere altre cinque stagioni nella top 20 (2008-11, 2014). Quella continuità persa negli ultimi due anni sembra però ora finalmente ritrovata da Gael, che, prima di Rotterdam, non sconfiggeva nello stesso torneo due avversari della classifica di Medvdev e Goffin dal Masters 1000 di Toronto di due anni e mezzo fa. Il due volte semifinalista Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016), già finalista a Rotterdam tre anni fa (sconfitto da Klizan), ha prima bissato l’atto conclusivo del torneo, superando nell’ordine Goffin (7-6 7-5), Seppi (4-6 6-1 6-3), Dzumhur (6-1 6-2) e Medvedev (4-6 6-3 6-4). In finale ha poi sconfitto Wawrinka (6-3 1-6 6-2), conquistando l’ottavo torneo della carriera, quello più prestigioso assieme all’ATP 500 di Washington nel 2016, quando in finale annullò un match point a Karlovic.

11 (bis) – il best career ranking di Diego Schwartzman, raggiunto dopo i quarti di finale conquistati al Roland Garros 2018. Un torneo nel quale aveva strappato un set a Nadal, risultando l’unico giocatore a riuscirci nella scorsa edizione dello Slam parigino. Un piazzamento, quello dello scorso giugno, prestigioso e impreziosito dall’averlo ottenuto dopo aver eliminato sulla terra parigina anche ottimi giocatori come Anderson e Coric. Il tennista classe ’92 sembrava a quel punto destinato all’ingresso nella top 10, in ossequio a un rendimento sempre più elevato che gli aveva permesso, un paio di mesi prima, di conquistare a Rio de Janeiro il secondo titolo della carriera, dopo l’ATP 250 di Istanbul nel 2016, e poi di continuare in crescendo i risultati di un anno che aveva aperto alla 26°posizione del ranking ATP. Invece, dopo lo Slam parigino,”Peque”, come viene chiamato Diego, ha iniziato una continua parabola discendente che lo aveva portato ai margini della top 20: dalla stagione sull’erba sino al torneo di casa, aveva vinto appena tre degli undici incontri giocati contro top 40 e, in totale, quindici partite nei successivi quattordici tornei giocati successivamente al Roland Garros. A Buenos Aires, ha conquistato, a distanza di un anno dall’ultima, la quinta finale della carriera nel circuito maggiore: dopo aver sconfitto due top 100 (Bedene col punteggio di 6-4 2-6 6-2 e Ramos con un netto 6-1 7-5) è tornato, a distanza dall’ultima volta , rappresentata dalla vittoria su Anderson a Parigi, ad avere la meglio su un top 10, Thiem, sconfitto (2-6 6-4 7-6) dopo due ore e mezza di battaglia. In finale, invece, nulla ha potuto contro un ispiratissimo Cecchinato, che lo ha annichilito.

12 – la miglior posizione in classifica raggiunta sinora da Elise Mertens. La 23enne belga, allenata da qualche mese dall’australiano David Taylor – coach in passato di diverse campionesse tra le quali Stosur, da lui accompagnata alla vittoria degli US Open nel 2011 – al Premier di Doha ha vissuto la migliore settimana tennistica della carriera. Sebbene il risultato più importante di Elise, ex numero 7 juniores, resta in ogni caso la semifinale raggiunta agli Australian Open nel 2018 – unico Major nel quale ha superato gli ottavi, raggiunti solo altre due volte – non aveva mai conquistato una finale in un torneo della stessa categoria del qatariota, né, tantomeno, le era mai riuscito di sconfiggere due top 10 nel corso della stessa competizione (a Doha saranno addirittura tre).

L’anno scorso, pur vincendo ben tre tornei minori (Hobart, Lugano e Rabat) dopo Melbourne aveva raggiunto appena due quarti in tornei prestigiosi (Montreal e Cincinnati). Durante il 2018 ha confermato la sua attitudine a non perdere le partite in cui giocava da favorita (appena tre le sconfitte rimediate contro tenniste non nella top 50), ma, al contempo, la scarsa capacità di imporsi sulle più forti (successivamente alla vittoria su Svitolina nei quarti degli AO, contro le top ten ha rimediato una sola vittoria e ben sei sconfitte, portando a casa appena un set). L’unica tennista, assieme a Barty, attualmente nella top 20 di singolare e doppio, a Doha è arrivata in semifinale senza perdere un set: prima ha superato Siniakova (6-4 6-2), poi Krystina Pliskova (6-2 7-6) e, infine, Bertens (6-4 6-3), 8 WTA. Eliminando la Kerber (6-4 2-6 6-1) ha ottenuto la finale più importante della carriera, un traguardo che non l’ha appagata: nemmeno quando, contro Halep, è stata sotto di un set e un break, si è data per vinta finendo per rimontare e conquistare un titolo che le ha permesso di tornare nella top 20, al 16 WTA. Una posizione intermedia, perché il vero obiettivo è entrare nella top 10: e se inizia a sconfiggere anche le più forti…

59 – le semifinali giocate nel circuito maggiore da Stan Wawrinka. L’ex numero 3 del mondo, dopo l’operazione al ginocchio sinistro al quale si è sottoposto nell’agosto del 2017, costatatagli la rinuncia alla partecipazione agli Us Open e la contestuale interruzione della serie aperta di cinquanta partecipazioni consecutive agli Slam, era tornato a giocare solo nel gennaio 2018. Un rientro probabilmente affrettato: ad inizio dell’anno scorso Stan arriva in semifinale a Sofia, ma vince una sola partita contro un top 100 e rimedia quattro brutte sconfitte che gli consigliano di prendersi un’ulteriore pausa e tornare solo in prossimità del Roland Garros. Una volta persi i punti della finale 2017 e ritrovatosi 261 del mondo, è stato bravo a rendere il 2018 quantomeno un anno di transizione, chiudendolo come 66 ATP, grazie ai quarti al Masters 1000 di Cincinnati, agli ottavi in quello di Toronto e alla semifinale guadagnata all’ATP 250 di San Pietroburgo. Una stagione archiviata con diciassette partite vinte e altrettante perse, ma, soprattutto, con una continuità ancora da ritrovare. Infatti, contro i primi 30 del mondo il bilancio era stato di sette partite vinte e cinque perse, a testimonianza che momenti sporadici di ottimo rendimento li avesse già avuti e che quel che ancora gli mancava era la capacità di confermarsi nell’arco dello stesso torneo ad alti livelli.

Aveva iniziato il 2019 con i quarti a Doha, sconfiggendo anche Khachanov, ma a Rotterdam ha dato un segnale importante, raggiungendo senza un perdere un set la semifinale più importante per punti e montepremi da quando si è operato. Soprattutto, ha impressionato per la continuità ad alto livello mostrata (ha sconfitto un top 20 e un top 30 nello stesso torneo, come gli era capitato solo a Cincinnati). C’è riuscito avendo la meglio su Paire (7-6 6-1), Raonic (6-4 7-6) e Shapovalov(6-4 7-6). Non pago, dopo venti mesi è tornato a guadagnarsi l’accesso in una finale e lo ha fatto nel miglior modo possibile, sconfiggendo (6-2 4-6 6-4) un top 10 “vero” come Nishikori (nel 2018 aveva eliminato due volte Dimitrov, che però era già in caduta libera). In finale, ha lottato per poi arrendersi davanti a Monfils, ma il ritorno nella top 50 (adesso è 41) è un altro passo intermedio verso una classifica che, a quasi 34 anni, ancora non rende giustizia al suo talento cristallino.

720 – i punti conquistati da Marco Cecchinato con la semifinale raggiunta al Roland Garros 2018. Una dote di punti che lo scorso giugno lo proiettava al 31° posto del ranking, un balzo enorme per chi come lui non era mai stato nemmeno tra i primi 50. Sembrava una cambiale molto difficile da pagare per un giocatore che nel circuito maggiore non aveva ancora vinto una partita fuori dalla terra rossa, vantava un solo titolo ATP e appena due partite vinte a livello Masters 1000. Il vero successo del palermitano è stato proprio quello di aver infranto da luglio in poi una serie di tabù tali da consentirgli innanzitutto di conquistare altri due titoli (Umago a luglio e Buenos Aires la scorsa settimana) sulla terra, certificandogli lo status di tennista tra i migliori in assoluto sul rosso. Non solo: sono anche arrivate le semifinali sull’erba di Eastbourne e quella sul cemento all’aperto di Doha, gli ottavi al Masters 1000 di Shanghai (sconfiggendo due tennisti allora attorno alla top 30 come Chung e Simon). Piazzamenti che certificavano la bontà dei progressi tennistici di Marco e dell’evoluzione del suo bagaglio tecnico. Un processo indispensabile per cercare di ottenere e poi conservare piazzamenti di vertice in un calendario tennistico che solo un paio di mesi all’anno programma tornei importanti sulla terra. Tra la sorpresa generale, ma più che meritatamente, ha incamerato già adesso una sequenza di risultati che da sola copre i punti vinti a Parigi.

Marco Cecchinato – Buenos Aires 2019 (foto via Twitter, @ArgentinaOpen)

Cecchinato, ormai, salito al 17° posto del ranking e a una manciata di punti dal leader del movimento tennistico maschile (Fognini), non ha più nulla da dover dimostrare. Promette bene, piuttosto, che ancora abbia ampi margini di miglioramento in due aspetti molto importanti: i risultati negli Slam (ha vinto partite solo al Roland Garros) e il tennis giocato in condizioni indoor. L’anno scorso in cinque partite giocate al coperto ne ha vinta una sola, perdendo in due set le restanti quattro. A Buenos Aires ha vinto il più bello dei suoi tornei: non solo perché ha iscritto il proprio nome nell’albo d’oro di una competizione ricca di ex numeri 1 (Kuerten, Moya, Ferrero e Nadal) e nemmeno per averlo conquistato senza perdere un set nel corso della settimana. Piuttosto, questa volta è differente la valenza tecnica, di maggior spessore, degli avversari sconfitti. Lo scorso aprile, infatti, per vincere a Budapest Marco incontrò un solo top 50 (Dzhumur), mentre a Umago addirittura non dovette sconfiggere alcun top 70. Nella capitale argentina, invece, dopo aver vinto col medesimo punteggio (6-4 7-6) contro avversari dalla classifica attorno alla 100°posizione come Garin e Carballes Baena, in semifinale ha eliminato (6-4 6-2) Pella, 50 ATP, e in finale(6-1 6-2) Schwartzman, 19 ATP ,in quella che è stata la sua prima vittoria contro un top 20 successiva al Roland Garros. E ora, si avvicina la vetta della classifica dei tennisti italiani, distante appena una posizione e 134 punti.

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Numeri: la continuità di Medvedev, il titolo inatteso di Londero

Da ottobre a oggi, nessuno ha vinto più partite di Medvedev: la top 10 sembra il prossimo passo. A Londero riesce invece una piccola impresa riuscita solo tre volte in Era Open. Berrettini? Il futuro nasconde insidie

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Daniil Medvedev - Brisbane 2019 (via Twitter, @BrisbaneTennis)

0 – le partite vinte nel circuito maggiore da Juan Ignacio Londero prima del Cordoba Open. Il 25enne tennista argentino, sino alla scorsa settimana, aveva sconfitto in carriera solo due volte tennisti nella top 100: Schwartzmann nel novembre 2015 (allora 72 ATP) e Millman lo scorso maggio. Mai era emerso a un livello superiore al circuito Challenger: lo scorso aprile era ancora fuori dai primi 350 giocatori del mondo, vantava solo una fugace apparizione nella top 200 (nel 2014, quando era salito sino al 187 ATP) e appena due partecipazioni a main draw di eventi ATP. Proprio dieci mesi fa, vincendo il primo Challenger della carriera a Città del Messico, è arrivata la vera svolta: sempre sulla terra rossa, bissava poi il successo a Marbourg, raggiungendo anche una finale sulla sua superficie preferita, ancora nel circuito minore, a Tampere. Con una serie di altri buoni piazzamenti nei challenger ha conquistato a inizio 2019 il best career ranking di 112 ATP, una classifica che gli ha permesso di farsi notare e di diventare il settimo argentino nel ranking, meritandosi così una wild card alla prima edizione del torneo di Cordoba. Nemmeno lui poteva immaginare di vincerlo e, invece, è diventato il terzo tennista dell’Era Open a conquistare un torneo senza prima aver vinto una partita a livello ATP, dopo i titoli di Ventura nel 2004 a Casablanca e di Darcis ad Armersfoort nel 2007. Un cammino, il suo, iniziato sconfiggendo ai sedicesimi il primo top 50 della carriera, Jarry (6-2 7-6), proseguito con l’eliminazione di Sonego (7-5 6-3) e coronato con la vittoria, dai quarti in poi, di tre derby albiceleste contro, nell’ordine, Cachin, 280 ATP, (6-4 7-6) e due top 100, Del Bonis (6-1 6-0) e Pella (3-6 7-5 6-1). Le prossime settimane ci diranno se si tratterà della bella favola di una meteora o dell’inizio di una carriera in pianta stabile tra i migliori tennisti del mondo.

3 – le partite vinte da Camila Giorgi nei nove incontri di singolare giocati in Fed Cup. Un amore mai nato tra la 27enne marchigiana e la nazionale italiana: non solo per i lunghissimi 26 mesi (tra aprile 2016 e giugno 2018) di durata della battaglia legale tra lei e la Federtennis, seguiti al suo rifiuto di partecipare nella primavera di tre anni fa al play-off del World Group di Fed Cup in programma a Lleida tra Spagna e Italia. La numero 1 azzurra tornava dopo tre anni esatti nello scorso weekend a giocare per l’Italia a Biel (Svizzera), in un tie del World Group che, se vinto, avrebbe consentito alla rappresentativa azzurra di provare ad aprile a rientrare nella serie A della Fed Cup. Non è andata così: l’Italia ha perso molto nettamente per 5-0, nonostante avesse la migliore classificata – Giorgi appunto – tra le dieci convocate per l’incontro giocato alla Swiss Tennis Arena di Biel. La numero 28 del mondo aveva la responsabilità di trascinare una rappresentativa azzurra debole. Oltre a lei, poco ci si poteva attendere da Errani al rientro nell’attività agonistica dallo scorso giugno -a causa di una squalifica per doping da lei sempre rinnegata- e da altre tre azzurre (Trevisan, Paolini, Chiesa) nemmeno presenti nella top 150 WTA. Camila ha invece deluso sia contro Bencic, 45 WTA, (contro la quale era due pari nei confronti diretti), raccogliendo appena sei game, che, soprattutto, contro Golubic, 1o1 WTA, vincitrice contro di lei col punteggio di 6-4 2-6 6-4. Giorgi aveva già risposto a cinque convocazioni e solo in una, la prima, il suo contributo era stato decisivo per il passaggio del turno: cinque anni fa nei quarti del World Group sconfisse una 19 enne Keys, già nella top 40 WTA. Per sua fortuna, ora torna il circuito e di Fed Cup non si parlerà che ad aprile.

 

4 – i tennisti italiani presenti nell’attuale top 50 del ranking ATP: un ottimo risultato, il cui raggiungimento è stato permesso dalla splendida settimana vissuta a Sofia da Berrettini, capace di sconfiggere prima Istomin (6-4 7-6), poi, per la prima volta nello stesso torneo, due top 30, tra l’altro superati entrambi in rimonta: Khachanov (6-7 6-3 6-4) e Verdasco (4-6 7-5 6-4). Curiosamente, la settimana che ha preceduto questo positivo traguardo è stata molto negativa per i primi tre giocatori azzurri, tutti sconfitti all’esordio. Se Seppi, reduce dal rientro dalla trasferta indiana di Davis, aveva subito una eliminazione per tanti versi accettabile (6-2 7-6) dal top 50 Fucsovics, ben peggiori erano state le quelle rimediate da Fognini e Cecchinato, prime due teste di serie nella prima edizione dell’ATP 250 argentino di Cordoba. Il ligure ha perso malamente (6-1 6-4) da Bedene, tra l’altro sempre sconfitto negli otto precedenti; il siciliano è invece incappato nella terza sconfitta consecutiva all’esordio nel 2019, venendo eliminato da Jaume Munar (6-3 3-6 6-1). Una settimana che aveva visto anche le eliminazioni all’esordio di Fabbiano (contro Ivashka per 4-6 6-4 6-3) a Montpellier, del lucky loser Lorenzi (6-1 6-3 da Pella) a Cordoba e di Travaglia a Sofia (sconfitto 6-4 6-3 da Struff), con il marchigiano quantomeno bravo a qualificarsi (sconfiggendo Ward e Gerasimov). Stefano è stato uno dei due italiani (Arnaboldi, Caruso, Donati, Gaio, Quinzi e Vanni non ce l’hanno fatta) a riuscirci nei tre tornei della scorsa settimana. L’altro è stato Giannessi, bravo a imporsi al tie break del terzo sulla wc, il 18 enne brasiliano Seyboth Wild, e a strappare un set al top 20 Schwartzman. Sempre a Cordoba, il numero 6 azzurro, Sonego, è tornato a sconfiggere un top 100, come non gli accadeva da Roma 2018: dopo aver eliminato Andujar (6-3 6-2), si è però fatto fermare dalla wc locale Londero (7-5 6-3).

10 – le partite vinte da Tomas Berdych nel 2019, appena una in meno delle vittorie raccolte complessivamente nel per lui disgraziato 2018, terminato fuori dai primi 70 del mondo a causa dell’infortunio alla schiena che lo aveva costretto a interrompere la stagione dopo il Queen’s. Nonostante non debba essere facilissimo ritrovarsi con quella classifica dopo aver terminato per otto stagioni (dal 2010 al 2017) nella top ten e per dodici nella top 20 (2006-2017), il 33enne ceco – ex 4 ATP , vincitore di 13 titoli in carriera e finalista a Wimbledon nel 2010 – ha saputo ritrovare gli stimoli giusti e la fiducia per tornare ad esprimersi ad alti livelli. Reduce da un 2018 con una sola semifinale all’attivo, nel piccolo ATP 250 di Marsiglia ,ha inaugurato il 2019 raggiungendo a Doha la finale, un turno che non centrava da maggio 2017 (Lione) e ben diciannove tornei ai quali aveva partecipato. I punti della finale in Qatar e gli ottavi a Melbourne (grazie a tre vittorie contro top 20 come Edmund, Cecchinato e Schartzman), erano una buon indizio della ritrovata competitività, confermata a Montpellier, un torneo vinto nel 2012, anno della sua unica partecipazione al Open Sud de France. Accettando la wild card degli organizzatori, ha prima rimontato Bachinger (5-7 6-3 6-3), poi ha avuto vita facile su Paire (6-2 6-0). Per raggiungere la semi, nei quarti ha dovuto annullare due match point e lottare per 2 ore e 44 minuti per avere la meglio su Krajinovic (7-6 6-7 7-5). Arrivato senza troppe energie alla semifinale, si è arreso a Herbert, vincitore col punteggio di 6-2 7-5.

16 – le top 30 WTA impegnate lo scorso week-end nelle sfide del primo turno del World group I e del World Group II della Fed Cup. Oltre a Barty, Buzarnescu, Collins, Garcia, Giorgi, Kasatkina, Keys, Kontaveit, Mertens, Ostapenko, Sevastova, Tsurenko e Vekic, la massima competizione a squadre nazionali femminili del tennis è stata nobilitata dalla presenza di una freschissima top 10, Sabalenka, e di due top 5 e ex numero 1 come Halep e Karolina Pliskova. Queste ultime due si sono affrontate in un piacevolissimo match nel corso della sfida di Ostrava tra Repubblica Ceca e Romania (con Simona trascinatrice della sua selezione, passata in semifinale anche grazie alla sua serie aperta di sei singolari vinti in Fed Cup). Un’entry list non eccezionale, ma comunque degna di un buonissimo torneo WTA della categoria Premier. Inutile nasconderlo: anche nella versione femminile della Coppa Davis non sono mancate defezioni importanti, ma il livello medio è stato ben maggiore di quello visto la settimana scorsa negli spareggi d’accesso alle finali della nuova Davis e anche a quello di un primo turno della Davis nel vecchio formato degli scorsi anni. La dimostrazione migliore che -qualunque sarà il successo della nuova formula in programma il prossimo novembre a Madrid – per far tornare a giocare i migliori tennisti con le loro rappresentative non per forza l’unica soluzione plausibile era rappresentata da quella adottata dal gruppo Kosmos.

25 – le partite vinte da inizio ottobre a oggi da Daniil Medvedev, un bottino di successi negli ultimi cinque mesi numericamente superiore a tutti gli altri tennisti del circuito. Sebbene nel tennis conti di certo maggiormente la qualità dei successi e degli avversari sconfitti (nemmeno un top ten figura nell’elenco degli avversari battuti da Daniil), va anche notato che, contemporaneamente, Medvedev abbia rimediato solo sei sconfitte nello stesso lasso temporale. Per capire il livello del tennis raggiunto negli ultimi mesi dal 23enne russo, aiuta infatti notare come tutte le partite da lui perse siano arrivate contro tennisti nell’attuale top 15 del ranking: due volte Federer (a Shanghai e Basilea), Djokovic (Melbourne), Nishikori (Brisbane), Khachanov (Mosca) e Coric (Bercy). L’attuale 16 ATP, che pure nella prima parte del 2018 aveva messo in bacheca i primi due titoli della carriera (Sydney e Winston Salem), portandosi a ridosso della top 30, ha incamerato il 65% degli attuali 2140 punti della sua classifica da ottobre in poi. Ha trionfato all’ATP 500 di Tokyo in finale su Nishikori e la scorsa settimana a Sofia, raggiungendo la finale a Mosca e Brisbane, la semifinale all’ATP 500 di Basilea e gli ottavi a Melbourne (dove ha strappato un set a Djokovic, risultando in assoluto il tennista ad averlo messo maggiormente in difficoltà). Nella capitale bulgara ha incontrato difficoltà (5-7 6-2 6-2) solo nel suo esordio contro Haase, per poi condurre in porto senza troppi patemi le partite contro tre tennisti tra la 30° e la 50° posizione: nell’ordine Klizan (6-4 6-1), Monfils (6-2 6-4) e Fucsovics (6-3 6-4). A 23 anni appena compiuti, sembra pronto a lanciare l’assalto alla top 10.

46 – la nuova posizione di Matteo Berrettini nel ranking ATP, la migliore sinora mai raggiunta in carriera. Un piazzamento che promette bene per il prosieguo della sua carriera: senza voler caricare di inutili pressioni Matteo, fa ben sperare vedere quanto in alto sia già arrivato grazie al duro lavoro compiuto assieme al suo staff. Uno dei luoghi comuni del tennis è che non sia uno sport adatto ai maschi italiani, troppo mammoni e viziati per fare la dura vita richiesta per emergere ad altissimi livelli in questo sport. Berrettini però, molto centrato mentalmente sulla sua carriera, sta provando a sfatarlo. Per provare a capire quali siano le potenzialità della sua crescita, una qualche indicazione può darla osservare quanto avessero fatto alla sua attuale età, 22 anni e 10 mesi, i due migliori tennisti azzurri degli ultimi trent’anni, per continuità ad alti livelli e risultati raggiunti: Fabio Fognini e Andreas Seppi.

Entrambi arrivati prima di Berrettini nella top 100, hanno fatto più fatica del romano a superare il gradino successivo, l’accesso nelle top 50, avvenuto a quasi 24 anni sia per il ligure che per l’altoatesino. Ma se Matteo ha già vinto un torneo (Gstaad) e Seppi e Fognini hanno dovuto aspettare i 26 anni per riuscirci, il romano, con tre partite vinte contro top 20 su tre superfici diverse (Baustista Agut a Gstaad, Sock a Wimbledon, Khachanov sull’ Hard indoor), ha fatto meglio di Fognini ma non di Seppi. Prima dei 23 anni, Seppi aveva infatti già vinto sette volte contro top 20 (e due contro top 10). Ovviamente il nostro è più un esercizio utile a ripercorrere la prima parte delle carriere dei nostri ultimi migliori tennisti che per ricavare serie indicazioni per il futuro di Matteo. Per integrare queste curiosità statistiche, aggiungiamo solo che altri tre azzurri entrati fugacemente nella top 20, Camporese (22 anni e 3 mesi), Gaudenzi (20 anni e 10 mesi) e Furlan (21 anni) sono riusciti prima dell’allievo di Vincenzo Santopadre ad entrare nella top 50. Comunque sia, il tennista romano è il primo a sapere che adesso, rispetto all’ottimo lavoro già svolto, si fa tutto infinitamente più difficile per lui: glielo potrebbe ricordare un altro azzurro ancora in attività, Bolelli, entrato nella top 50 in età più giovane di Berrettini, ma autore di una carriera, anche a causa degli infortuni, prevalentemente fuori da questo range di classifica.

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Focus

Il circuito maschile ai raggi X: Berrettini è più ‘arrotino’ di Nadal

I dati raccolti durante la stagione 2018 dimostrano come il dritto di Berrettini sia quello con più topspin di tutto il circuito. In generale l’Italia si piazza con diversi ‘arrotini’. Djokovic, come sempre, è nel mezzo

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Nadal è il giocatore che imprime più topspin? Mannarino quello che arrota di meno? Il rovescio di Kyrgios supera la dieci rotazioni al minuto? Tutte le curiosità sui giocatori del Tour maschile trovano risposta in un semplice grafico. Grazie ai dati forniti da Tennis TV è stato possibile mettere nero su bianco il tasso medio di rotazione dei colpi dei primi cento giocatori del mondo (esclusi i 26 elencati a lato) durante la stagione 2018. Le informazioni sono state raccolte nell’arco di sei tornei, tre su cemento outdoor e tre su terra battuta, ovvero i Masters 1000 di Miami, Montecarlo, Roma, Madrid, Cincinnati e Toronto. Lungo l’asse verticale (ordinate) è indicata la media delle rotazioni al minuto dei rovesci del giocatore, mentre l’asse orizzontale (ascisse) riporta la media delle rotazioni al minuto dei dritti.

(clicca per ingrandire)

L’ANALISI – La rappresentazione cartesiana conferma che tra i Fantastici Quattro Rafael Nadal è il giocatore che imprime maggiore rotazione ai suoi fondamentali, soprattutto, come risaputo, al dritto (in media circa 3200 rotazioni al minuto). Ciò che va sottolineato è invece l’indice medio di topspin del rovescio di Nadal, che è il primo tra tutti i rovesci bimani dell’ATP. Lo spagnolo è ottavo nella classifica generale del rovescio: la top 10 è monopolizzata dai monomani con a capo Richard Gasquet (quasi 3000 rpm). Federer tra i Fab Four fa registrare la differenza meno marcata tra topspin di dritto (circa 2800 rpm) e topspin di rovescio (circa 2300), mentre Novak Djokovic ed Andy Murray hanno medie quasi identiche dal lato sinistro ma si differenziano molto per le rotazioni dal lato del dritto. Il colpo di Murray è quello con meno topspin tra i Fab Four, possibile indicazione del fatto che sia stato proprio il suo dritto – imperfetto tecnicamente – a logorare la sua anca fino al ritiro dalle competizioni. C’è da precisare però che i dati su Murray sono riconducibili a una sola partita, quella persa a Cincinnati contro Lucas Pouille. Quanto a Djokovic colpisce la sua collocazione nel centro quasi esatto del grafico, a dimostrazione dell’equidistanza del serbo dagli eccessi che è probabilmente la chiave principale dei suoi straordinari successi.

 

ITALIA ARROTINA? – Dividendo l’area del grafico in quattro quadranti si possono classificare quattro gruppi di tennisti distinti: quello in basso a sinistra ospita i colpitori più ‘piatti’ con topspin di dritto e di rovescio poco marcati, quello in basso a destra topspin di dritto marcato e topspin di rovescio modesto, quello in alto a sinistra topspin di dritto modesto e topspin di rovescio marcato, in quello in alto a destra trovano spazio topspin di dritto e di rovescio marcati. Proprio in quest’ultimo quadrante, quello degli ‘arrotini’, finiscono ben tre tennisti italiani. Marco Cecchinato è il secondo giocatore per rotazione impressa al rovescio, mentre si colloca poco oltre la media dalla parte del dritto. Nel lato destro invece primeggiano Fabio Fognini e Matteo Berrettini. Matteo ha addirittura il dritto più arrotato del circuito (3320 rpm circa), davanti a Sock, Kokkinakis e Nadal. Sarà l’omogeneizzazione delle superfici o la tendenza dei tennisti di questa generazione ad essere tecnicamente più completi, ma tra i primi otto dritti con più topspin trovano spazio solo tre tennisti dei quali si possa dire con certezza che si esprimono meglio sulla terra battuta: Fognini e Nadal, appunto, e Thiem.

Il dritto di Fognini è poco dietro a quello di Rafa Nadal. L’Italia è dunque un paese di “arrotini”? I dati confermerebbero questa ipotesi, ma non solo. I grandi risultati ottenuti dagli azzurri nel 2018 sono arrivati in larga misura su terra battuta (Ceck al Roland Garros, Fabio a San Paolo, Matteo a Gstaad), superficie che tende a premiare di più chi imprime tanta rotazione ai colpi.

Di sicuro questo dato è la conferma di come la scuola tennistica italiana, almeno finora, abbia impresso come indirizzo di riferimento quello della ‘net clearance‘ marcata. Nella formazione di un tennista l’esercizio cospicuo sul colpo molto arrotato può creare qualche problema quando si passa al professionismo e la necessità di imprimere maggiore potenza ai colpi definitivi si scontra con la difficoltà di controllare l’esecuzione, laddove invece nello scambio a velocità media un dritto profondo con molta rotazione aiuta a tenere l’avversario lontano dalla riga e quindi dalla possibilità di trovare un colpo vincente. Un tasso di topspin elevato non è però necessariamente correlato a un gioco conservativo o meno offensivo, anzi il grafico nel suo complesso dimostra come le tipologie di tennisti siano distribuite in modo piuttosto uniforme in tutti i quadranti. La conferma arriva dedicando attenzione ai ‘piattisti‘.

PIATTISTI – Concentrandoci invece sul quadrante in basso a sinistra, si notano diverse curiosità. Il rovescio di Kyrgios, per quanto possa sembrare con rotazione pari a zero, non è tra quelli più piatti. Juan Martin del Potro ha un tasso di rotazione minore di quello di Nick dal lato sinistro e lo stesso discorso vale per il dritto. Il gioco potente di DelPo è una delle poche eccezioni tra i non “arrotomani”, posto anche che dopo le operazioni al polso l’argentino tende a non esasperare il topspin dalla parte sinistra e a preferire il rovescio tagliato. Daniil Medvedev e Adrian Mannarino, pur essendo fisicamente molto diversi hanno le stesse medie da entrambi i lati del campo, molto simili a quelle di Roberto Bautista Agut. Il gruppo dei giocatori con tassi di topspin modesto è perciò formato in parte da regolaristi e in parte da giocatori che hanno buona attitudine sull’erba, come Gilles Muller e lo stesso Mannarino. In generale, il trend più evidente di questo quadrante è l’assenza di giocatori da terra battuta.

All’estrema sinistra figura Gilles Simon, che ha il dritto con meno rotazione del circuito ATP. Infine, se al vertice alto del grafico si posiziona Rafael Nadal, i colpi più piatti del circuito sono quelli di Mikhail Kukushkin, sotto le 1000 rotazioni al minuto col rovescio e poco meno di 2000 dal lato del dritto.

Mikhail Kukushkin

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