Il bicchiere mezzo pieno: Coppa Davis, che (dovevamo) farne?

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Il bicchiere mezzo pieno: Coppa Davis, che (dovevamo) farne?

Abbiamo ritrovato un vecchio botta e risposta dei nostri Bill e Ted, alle prese con la riforma della benedetta “insalatiera”. Alla fine rivoluzione è stata, ma loro – prima che tutto fosse ufficializzato – la pensavano così

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Capita, ogni tanto, di fare un passo indietro. Soprattutto dopo che qualcosa di grosso è cambiato, dopo quella che in molti non hanno temuto di definire ‘rivoluzione’. Qualcuno l’ha fatto per scovare le contraddizioni di chi si è lamentato per la riforma della Coppa Davis senza in realtà aver mosso un dito quando la competizione era agonizzante; noi l’abbiamo fatto per scoprire come la pensavamo quando nulla di ufficiale era stato ancora scritto, e i pensieri erano più genuini. Questo è il dialogo dei nostri Bill e Ted, il primo più speranzoso, il secondo… con in mano un bicchiere mezzo vuoto.

Bill: Indubbiamente la Davis ha bisogno di cambiamenti.

Ted: Su quello credo che siamo tutti d’accordo. Il problema secondo me, è l’appeal che la Davis ha per pubblico e giocatori. Non il formato. E non credo che drastici cambiamenti possano salvarla. In effetti non so se la competizione possa essere salvata da qualsiasi tipo di cambiamento.

 

Bill: Può darsi, ma cambiare il formato, facendo in modo che tutti i più forti partecipino è sicuramente un buon modo per ridare lustro alla competizione. E poi magari le cose cominciano a funzionare.

Ted: E tu pensi che cambiando il formato le star tornerebbero a giocare la Davis con regolarità? Io non credo.

Bill: È un po’ la storia dell’uovo e della gallina.

Ted: Non era mica il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno?

Bill: Anche. Ma il punto è: la Davis ha perso interesse perché i più forti non giocano o i più forti non giocano perché la Davis ha perso interesse?

Ted: Appunto. Io credo che sia la seconda opzione. E drastici cambiamenti non ridaranno prestigio ad una competizione che per il tennis moderno è diventata anacronistica. Se fosse un appuntamento imprescindibile nel calendario, tipo uno Slam, i campioni parteciperebbero in ogni caso. Ma non è così. Se vogliamo parlare di bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, come dovremmo visto il nome della rubrica, secondo me il bicchiere è quasi vuoto e c’è poco da fare per riempirlo.

Bill: Se tu avessi ragione allora qualsiasi cambiamento sarebbe inutile. La Davis è condannata dallo spirito del tempo e non da circostanze che possono essere aggiustate. Se invece fosse la prima opzioni, rendere la partecipazione più agevole per i campioni potrebbe davvero riportare la Davis agli antichi fasti. Io penso che il bicchiere sia mezzo pieno. La Davis non è così moribonda come sembra e alcuni cambiamenti accorti, senza troppi stravolgimenti, potrebbero renderla una competizione di altissimo livello e prestigio, al pari di uno Slam.

Ted: E come? Dovresti rendere la partecipazione più agevole per attirare i campioni ed allo stesso tempo convincere il pubblico.

Bill: Se la Davis avesse un dispendio di energie paragonabile ad uno Slam, forse i campioni tornerebbero.

Ted: Le fatiche di uno Slam ma senza il prestigio di uno Slam.

Bill: Una volta che il formato fosse reso tale da garantire un impegno analogo ad uno Slam, l’ITF potrebbe iniziare una campagna di rinnovamento e promozione per ridare prestigio alla Davis ed in pochi anni probabilmente i campioni tornerebbero a giocarla. Pensa all’Australian Open. Sono state condizioni migliori, ad esempio spostarsi sul cemento, montepremi più alti e marketing a riportare il torneo al livello degli altri Slam. Due tra i problemi principali della formula attuale sono settimane e adattamento. Ovvero, il fatto che quattro volte l’anno i giocatori devono cambiare location e superficie per giocare due partite. Quattro settimane sono troppe. I cambi di superficie sono troppi. Limitare questi due problemi sarebbe un inizio dell’inversione di tendenza.

Ted: Potresti anche avere ragione, Ma c’è un problema, ovvero che ci sono anche altri fattori ed interessi in gioco.

Bill: Ad esempio?

Ted: Il principale, anche se spesso taciuto, è che un match di Davis è un grande introito per le federazioni. Molte federazioni minori contano sulla Davis per portare a casa soldi importanti per il budget. Eliminare il weekend di Davis rischia di creare un grande danno economico. Quindi qualsiasi cambiamento dovrebbe tenere in considerazione questo aspetto, che inevitabilmente si scontra con la riduzione del numero di tie durante l’anno. Tanti match distribuiti durante l’anno, varie sedi, vari incontri, sponsor, televisioni, pubblico e soldi sono importanti per le federazioni. Ma questo sistema, logicamente, scoraggia i più forti che non vogliono sprecare energie preziose.

Bill: Quindi bisognerebbe rendere lo sforzo di vincere una Davis paragonabile ad uno Slam lasciando intatti gli introiti per le federazioni. Sembra quasi impossibile.

Ted: Esatto. Il primo problema, come hai detto tu, sono le date in calendario. La Davis prende quattro weekend durante l’anno. Quei match sono importanti per le federazioni ma quattro date con cambi di superfici e continenti sono troppo per un giocatore di punta. A me pare un conflitto irrisolvibile.

Bill: Impossibile salvare capra e cavoli, ma forse qualcosa si può fare. Una sorta di via di mezzo.

Ted: Hai un’idea in mente. Te lo leggo in faccia.

Bill: Esatto. Ascoltami. Due settimane, come per uno Slam, ma non consecutive. Una settimana in primavera, ad esempio, ed una in inverno. Nella prima settimana ottavi e quarti. Nella seconda settimana semifinali e finale. Cinque sedi in tutto. Nella prima settimana, quattro sedi, quattro squadre per sede, e da ciascuna uscirebbe un semifinalista. Nella seconda settimana, una sola sede per i quattro semifinalisti. Le sedi scelte a rotazione tra le nazioni del World Group, a seconda anche della posizione geografica. Avere match durante l’intera settimana e quattro squadre presenti garantirebbe che gli introiti per ogni incontro sarebbero più elevati, il che potrebbe compensare il minor numero di incontri nel corso degli anni.

Ted: E come sarebbero organizzati i tie?

Bill: Lunedì, martedì e mercoledì il primo tie, ovvero gli ottavi nella prima settimana e le due semifinali nella seconda settimana; venerdì, sabato e domenica l’ultimo tie, ovvero i quarti nella prima settimana e la finale nella seconda.

Ted: Fammi capire. A primavera in una settimana si giocano ottavi e quarti. Ad esempio, guardando il tabellone di quest’anno, in Francia si trovano quattro nazioni: Francia, Olanda, Italia e Giappone. Tra lunedì e mercoledì si giocano Francia-Olanda e Italia-Giappone. Olanda e Giappone vanno a casa a metà settimana e poi tra venerdì e domenica si gioca Italia-Francia. Giusto?

Bill: Esatto. E poi a novembre si trovano Francia, Spagna, Croazia e USA per giocarsi il titolo.

Ted: In linea di principio un giocatore potrebbe dover giocare 4 singolari e due doppi in una settimana.

Bill: Permettere squadre più ampie. Di cinque o sei o anche sette giocatori, in modo da avere gli specialisti del doppio che giochino i doppi. Così facendo un singolarista dovrebbe giocare al massimo otto match in due settimane per vincere la coppa. Quasi come uno Slam. Più realisticamente ne dovrebbe giocare cinque o sei.

Ted: Non sembra un’idea così assurda. Tre su cinque?

Bill: Tre su cinque.

Ted: La collocazione in calendario diventerebbe un punto cruciale, perché con una settimana di match tre set su cinque non si può immaginare di avere la Davis a ridosso degli Slam.

Bill: Sono assolutamente d’accordo. Bisognerebbe trovare due settimane sufficientemente lontane dalle altre competizioni, che permettano ai giocatori di partecipare senza compromettere troppo il resto della stagione. Una settimana a fine anno, dopo le ATP Finals, sarebbe ideale, come è già adesso per la finale con il formato attuale. Mentre per ottavi e quarti la primavera, tra Miami e Montecarlo, o l’estate, dopo Wimbledon, potrebbero funzionare.

Ted: Non so. Pensi che sarebbe sufficiente? I campioni si lamentano di dover giocare troppi tornei. Aggiungere due settimane di competizioni obbligatorie non sembra una via praticabile. Concedendo una settimana di break tra le ATP Finals e la finale di Davis di fatto si tolgono due settimane di vacanza ai giocatori. Avendo quattro nazioni coinvolte nell’ultima settimana ti troveresti con quattro campioni scontenti invece di due, come succede adesso. Ed ottavi e quarti? Il lasso di tempo tra Miami e Montecarlo è troppo breve per immaginare che un Nadal voli in Australia a giocare ben quattro match sulla lunga distanza. Lo stesso se si collocassero ottavi e quarti dopo Wimbledon, anche per un Nadal sconfitto ai primi turni.

Bill: Hai ragione. La soluzione non è ideale e potrebbe funzionare nel contesto di una più ampia riforma del calendario. Non solo per la Davis ma per assicurare un periodo di sufficiente riposo ai tennisti. Secondo me, ci vorrebbero due periodi dell’anno, con almeno otto settimane consecutive, in cui i giocatori possano scegliere di riposare, senza tornei obbligatori. Il che non significa senza tornei in assoluto. Ho qualche idea anche a questo proposito, ma questo è un argomento per un’altra rubrica.

Ted: Quindi secondo te la Davis può essere salvata da una riforma che ne preservi lo spirito e riporti i campioni a partecipare? Basterebbero degli aggiustamenti come quelli che abbiamo discusso adesso.

Bill: Esatto. Per me il bicchiere è già mezzo pieno e non c’è bisogno di stravolgere del tutto la competizione col rischio di affossarla definitivamente.

Ted: Invece secondo me il bicchiere è mezzo vuoto e non c’è modo di riempirlo nel panorama del tennis moderno. Una modifica come quella da te suggerita non attirerebbe i campioni, che già si lamentano di dover giocare troppi tornei ATP. Una rivoluzione come quella voluta dall’ITF distruggerebbe tutto l’appeal della competizione, e non credo che invoglierebbe i campioni a partecipare. L’unica via, secondo me, sarebbe data unica, location unica, una volta ogni quattro anni. Come per le Olimpiadi. Così, pur storcendo il naso, i giocatori verrebbero. Ma ITF e le varie federazioni non accetterebbero mai una simile proposta.

Bill: Io spero che tu ti sbagli.

Ted: Sono d’accordo che la Davis è una competizione unica per l’atmosfera che si crea. E anch’io spero di sbagliarmi. Ma personalmente non ne sento tanto la mancanza. Durante l’anno aspetto gli Slam. Non mi capita di pensare: ‘Non vedo l’ora che arrivi il weekend di Davis’. E questo, secondo me, è il motivo principale per cui il bicchiere e mezzo vuoto.

Bill: Fortunatamente non tutti la vedono come te. Il team, la difesa dei colori nazionali, sono temi che piacciono a molti fan e che nel tennis si trovano solo nella Davis. Per questo credo che esista la possibilità di farla rinascere e per questo vedo il bicchiere mezzo pieno.

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Djokovic: “Mentalmente è stato il match più duro della mia carriera”

LONDRA – “Magari fra 5 anni ci ritroveremo in questa sala”, dice il serbo finalmente con il sorriso dopo il successo a Wimbledon contro Federer. “Ho provato a giocare il match prima di entrare in campo, di immaginarmi vincitore, penso mi abbia aiutato”

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

da Londra, il nostro inviato

Djokovic si presenta in sala stampa circa quaranta minuti dopo Roger Federer, ed è accolto dall’applauso scrosciante dei presenti. Il tempo trascorso dalla fine del match ha aiutato a cancellare dal volto di Novak i segni della fatica. Il primo commento è su come ha accolto il successo: “Grazie a tutti. Non ho celebrato molto in campo alla fine della partita, perché è stato soprattutto un enorme sollievo. Ma questi successi sono quelli che danno un senso a ogni minuto speso in campo ad allenarsi e prepararsi”.

La conferenza entra poi nel vivo. Come si è adattato, Nole, a una situazione in cui il pubblico era tutto dalla parte del suo avversario? “Sapevo che dovevo cercare di stare calmo e controllare le mie emozioni, sapevo come sarebbe stato l’ambiente visto che giocavo contro Roger, me l’ero immaginato prima nella mia testa, l’avevo visualizzato in anticipo. Sapevo anche come avrebbe reagito il pubblico. Avere gli spettatori dalla tua parte aiuta, ma se non è così devi trovare il modo di superare la difficoltà. Quando la folla gridava ‘Roger’ io sentivo ‘Novak’. È allenamento mentale… e poi Roger e Novak sono simili!”, sorride il serbo.

 

Il numero 1 del mondo è ben consapevole di quanto sia stato vicino alla sconfitta; nelle due precedenti finali contro Federer aveva più o meno sempre mantenuto il controllo della situazioni, oggi l’andamento è stato diverso. “Sono stato a un solo colpo dalla sconfitta e Roger serviva benissimo. Ho provato a giocare il match prima di entrare in campo, di immaginarmi vincitore, penso mi abbia aiutato. Ci sono energie che non vengono solo dal tuo corpo, ma anche dalla tua mente e dalla tua essenza. Per me è sempre una lotta interiore, oggi ho cercato di chiudere fuori di me tutto ciò che mi succedeva intorno. In alcune fasi ho cercato di lottare. Il coraggio deriva dal potere della visualizzazione che si può fare prima. Ho provato a costruirmi lo scenario in cui io potevo essere il vincente”.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

“La stabilità mentale mi ha salvato nei match-point”, continua Nole, “e mi ha permesso di rimontare e vincere. Mentalmente è stato il match più duro che ho giocato nella mia carriera. Più duro di quello contro Nadal in Australia. Quello più fisico, questo più mentale”.

Poi le questioni tecniche, e le difficoltà proposte da una avversario speciale come Federer: “Contro Federer su erba è difficilissimo perché lui sta attaccato alla linea di fondo e anticipa tutto, qualsiasi palla a qualsiasi velocità. E’ così talentuoso in questo tipo di tennis. Giocare contro Roger significa essere costantemente sotto pressione. Non è facile affrontarlo, a tratti ho sentito di non colpire al meglio la palla. Sapevo avrei dovuto essere incisivo sulle palle meno profonde di Roger: a volte ci sono riuscito, a volte no. Ma soprattutto non ho risposto bene sulle seconde di servizio. La maggior parte della partita ho dovuto difendere, ma ho saputo salire di livello quando contava di più, nei tre tie-break“.

Infine uno sguardo sul futuro e sulla sua eterna rivalità con Nadal e Federer. “Quei due tipi, Roger e Rafa, sono il motivo per cui gioco ancora, mi motivano a provare a fare quello che hanno fatto loro. Non so se ci riuscirò, ma è il mio scopo. Intendevo esattamente quello che ho detto in campo, che Roger mi ispira vedendo quello che fa a quella età. Sì, chissà, potrei immaginarmi qui a 37 anni, se mi divertirò e amerò ancora farlo. Non ho più obblighi verso il tennis, lo faccio per me, e magari fra 5 anni ci ritroveremo in questa sala!”.

“Come è il gusto di questa vittoria? Il miglior gusto di sempre”, assicura il campione di Belgrado. Cinque a Wimbledon, come Borg. Nelle ultime nove edizioni dello Slam londinese, Djokovic ne ha dunque vinti più della metà. E adesso si è tolto anche la soddisfazione, primo in Era Open, di vincerne uno dopo aver annullato match point. Not too bad, come direbbe lui stesso.

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Federer: “Similitudini con il 2008? La delusione. Niente Montreal, torno a Cincinnati”

Wimbledon, lo svizzero dopo la sconfitta più amara della carriera: “Un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due”. E salta l’Open del Canada

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Roger Federer- Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Roger Federer è ancora incredulo quando si presenta in sala stampa dopo l’incredibile finale di Wimbledon persa al tie-break del quinto set sul 12-12 contro Novak Djokovic, probabilmente la più dolorosa sconfitta della carriera: “Certo mi sento triste, forse anche arrabbiato. Non riesco a credere di aver mancato una possibilità così grande”.

Nonostante la delusione tremenda si sforza di trovare dei lati positivi. “Ero sotto un break e l’ho rimontata nel quinto poi un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due match-point, è stata dura avere quelle possibilità e sprecarle. Certo, lui ha sempre gestito bene il mio slice, si abbassa molto bene e sbaglia poco. Devi sempre essere aggressivo con lui. E non importa se ho fatto molti punti in più, io so quanto ci sono arrivato vicino, e devo essere contento della mia prestazione. Sappiamo tutti quanto forte sia Novak, quanto lo sia stato per tanti anni, ogni vittoria in più aumenta la sua grandezza. Trovo motivazione in tante differenti situazioni, non sono diventato un giocatore di tennis solo per conquistare record“.

Si sforza poi di guardare già avanti, forse cercando di distogliere il pensiero dalla delusione: “Per riprendermi da una sconfitta così, beh, è come quando sei un break avanti, servi per il match, non va, ma prosegui lo stesso. Non si può rimanere depressi dopo un match così, bisogna avere la mentalità di andare avanti ed essere contenti del proprio livello.
Io lo sono. Penso che giocare sulla terra mi abbia fatto bene, ho avuto un buon ritmo partita, anche a Halle prima di qui”.

Non è dato sapere se la scelta dipende anche dal fatto di aver allungato la stagione disputando anche i tornei di Madrid, Roma e Parigi, ma Roger annuncia che tornerà in campo soltanto per il secondo dei ‘1000’ sul cemento nordamericano. “Guardando avanti, salterò Montreal, per darmi tempo di prepararmi bene per Cincinnati e gli US Open“.

 

Qualche collega gli chiede infine un paragone con la finale persa contro Nadal 11 anni fa e lui trova il modo di sorridere: “Ci sono stati grandi punti oggi, grandi emozioni. Rispetto al 2008? Mah, questa è stata una partita più regolare forse, senza interruzioni, senza il buio alla fine. La similitudine con quella partita, direi che è la delusione che sento“.

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Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

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