Il bicchiere mezzo pieno: Coppa Davis, che (dovevamo) farne?

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Il bicchiere mezzo pieno: Coppa Davis, che (dovevamo) farne?

Abbiamo ritrovato un vecchio botta e risposta dei nostri Bill e Ted, alle prese con la riforma della benedetta “insalatiera”. Alla fine rivoluzione è stata, ma loro – prima che tutto fosse ufficializzato – la pensavano così

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Capita, ogni tanto, di fare un passo indietro. Soprattutto dopo che qualcosa di grosso è cambiato, dopo quella che in molti non hanno temuto di definire ‘rivoluzione’. Qualcuno l’ha fatto per scovare le contraddizioni di chi si è lamentato per la riforma della Coppa Davis senza in realtà aver mosso un dito quando la competizione era agonizzante; noi l’abbiamo fatto per scoprire come la pensavamo quando nulla di ufficiale era stato ancora scritto, e i pensieri erano più genuini. Questo è il dialogo dei nostri Bill e Ted, il primo più speranzoso, il secondo… con in mano un bicchiere mezzo vuoto.

Bill: Indubbiamente la Davis ha bisogno di cambiamenti.

 

Ted: Su quello credo che siamo tutti d’accordo. Il problema secondo me, è l’appeal che la Davis ha per pubblico e giocatori. Non il formato. E non credo che drastici cambiamenti possano salvarla. In effetti non so se la competizione possa essere salvata da qualsiasi tipo di cambiamento.

Bill: Può darsi, ma cambiare il formato, facendo in modo che tutti i più forti partecipino è sicuramente un buon modo per ridare lustro alla competizione. E poi magari le cose cominciano a funzionare.

Ted: E tu pensi che cambiando il formato le star tornerebbero a giocare la Davis con regolarità? Io non credo.

Bill: È un po’ la storia dell’uovo e della gallina.

Ted: Non era mica il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno?

Bill: Anche. Ma il punto è: la Davis ha perso interesse perché i più forti non giocano o i più forti non giocano perché la Davis ha perso interesse?

Ted: Appunto. Io credo che sia la seconda opzione. E drastici cambiamenti non ridaranno prestigio ad una competizione che per il tennis moderno è diventata anacronistica. Se fosse un appuntamento imprescindibile nel calendario, tipo uno Slam, i campioni parteciperebbero in ogni caso. Ma non è così. Se vogliamo parlare di bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, come dovremmo visto il nome della rubrica, secondo me il bicchiere è quasi vuoto e c’è poco da fare per riempirlo.

Bill: Se tu avessi ragione allora qualsiasi cambiamento sarebbe inutile. La Davis è condannata dallo spirito del tempo e non da circostanze che possono essere aggiustate. Se invece fosse la prima opzioni, rendere la partecipazione più agevole per i campioni potrebbe davvero riportare la Davis agli antichi fasti. Io penso che il bicchiere sia mezzo pieno. La Davis non è così moribonda come sembra e alcuni cambiamenti accorti, senza troppi stravolgimenti, potrebbero renderla una competizione di altissimo livello e prestigio, al pari di uno Slam.

Ted: E come? Dovresti rendere la partecipazione più agevole per attirare i campioni ed allo stesso tempo convincere il pubblico.

Bill: Se la Davis avesse un dispendio di energie paragonabile ad uno Slam, forse i campioni tornerebbero.

Ted: Le fatiche di uno Slam ma senza il prestigio di uno Slam.

Bill: Una volta che il formato fosse reso tale da garantire un impegno analogo ad uno Slam, l’ITF potrebbe iniziare una campagna di rinnovamento e promozione per ridare prestigio alla Davis ed in pochi anni probabilmente i campioni tornerebbero a giocarla. Pensa all’Australian Open. Sono state condizioni migliori, ad esempio spostarsi sul cemento, montepremi più alti e marketing a riportare il torneo al livello degli altri Slam. Due tra i problemi principali della formula attuale sono settimane e adattamento. Ovvero, il fatto che quattro volte l’anno i giocatori devono cambiare location e superficie per giocare due partite. Quattro settimane sono troppe. I cambi di superficie sono troppi. Limitare questi due problemi sarebbe un inizio dell’inversione di tendenza.

Ted: Potresti anche avere ragione, Ma c’è un problema, ovvero che ci sono anche altri fattori ed interessi in gioco.

Bill: Ad esempio?

Ted: Il principale, anche se spesso taciuto, è che un match di Davis è un grande introito per le federazioni. Molte federazioni minori contano sulla Davis per portare a casa soldi importanti per il budget. Eliminare il weekend di Davis rischia di creare un grande danno economico. Quindi qualsiasi cambiamento dovrebbe tenere in considerazione questo aspetto, che inevitabilmente si scontra con la riduzione del numero di tie durante l’anno. Tanti match distribuiti durante l’anno, varie sedi, vari incontri, sponsor, televisioni, pubblico e soldi sono importanti per le federazioni. Ma questo sistema, logicamente, scoraggia i più forti che non vogliono sprecare energie preziose.

Bill: Quindi bisognerebbe rendere lo sforzo di vincere una Davis paragonabile ad uno Slam lasciando intatti gli introiti per le federazioni. Sembra quasi impossibile.

Ted: Esatto. Il primo problema, come hai detto tu, sono le date in calendario. La Davis prende quattro weekend durante l’anno. Quei match sono importanti per le federazioni ma quattro date con cambi di superfici e continenti sono troppo per un giocatore di punta. A me pare un conflitto irrisolvibile.

Bill: Impossibile salvare capra e cavoli, ma forse qualcosa si può fare. Una sorta di via di mezzo.

Ted: Hai un’idea in mente. Te lo leggo in faccia.

Bill: Esatto. Ascoltami. Due settimane, come per uno Slam, ma non consecutive. Una settimana in primavera, ad esempio, ed una in inverno. Nella prima settimana ottavi e quarti. Nella seconda settimana semifinali e finale. Cinque sedi in tutto. Nella prima settimana, quattro sedi, quattro squadre per sede, e da ciascuna uscirebbe un semifinalista. Nella seconda settimana, una sola sede per i quattro semifinalisti. Le sedi scelte a rotazione tra le nazioni del World Group, a seconda anche della posizione geografica. Avere match durante l’intera settimana e quattro squadre presenti garantirebbe che gli introiti per ogni incontro sarebbero più elevati, il che potrebbe compensare il minor numero di incontri nel corso degli anni.

Ted: E come sarebbero organizzati i tie?

Bill: Lunedì, martedì e mercoledì il primo tie, ovvero gli ottavi nella prima settimana e le due semifinali nella seconda settimana; venerdì, sabato e domenica l’ultimo tie, ovvero i quarti nella prima settimana e la finale nella seconda.

Ted: Fammi capire. A primavera in una settimana si giocano ottavi e quarti. Ad esempio, guardando il tabellone di quest’anno, in Francia si trovano quattro nazioni: Francia, Olanda, Italia e Giappone. Tra lunedì e mercoledì si giocano Francia-Olanda e Italia-Giappone. Olanda e Giappone vanno a casa a metà settimana e poi tra venerdì e domenica si gioca Italia-Francia. Giusto?

Bill: Esatto. E poi a novembre si trovano Francia, Spagna, Croazia e USA per giocarsi il titolo.

Ted: In linea di principio un giocatore potrebbe dover giocare 4 singolari e due doppi in una settimana.

Bill: Permettere squadre più ampie. Di cinque o sei o anche sette giocatori, in modo da avere gli specialisti del doppio che giochino i doppi. Così facendo un singolarista dovrebbe giocare al massimo otto match in due settimane per vincere la coppa. Quasi come uno Slam. Più realisticamente ne dovrebbe giocare cinque o sei.

Ted: Non sembra un’idea così assurda. Tre su cinque?

Bill: Tre su cinque.

Ted: La collocazione in calendario diventerebbe un punto cruciale, perché con una settimana di match tre set su cinque non si può immaginare di avere la Davis a ridosso degli Slam.

Bill: Sono assolutamente d’accordo. Bisognerebbe trovare due settimane sufficientemente lontane dalle altre competizioni, che permettano ai giocatori di partecipare senza compromettere troppo il resto della stagione. Una settimana a fine anno, dopo le ATP Finals, sarebbe ideale, come è già adesso per la finale con il formato attuale. Mentre per ottavi e quarti la primavera, tra Miami e Montecarlo, o l’estate, dopo Wimbledon, potrebbero funzionare.

Ted: Non so. Pensi che sarebbe sufficiente? I campioni si lamentano di dover giocare troppi tornei. Aggiungere due settimane di competizioni obbligatorie non sembra una via praticabile. Concedendo una settimana di break tra le ATP Finals e la finale di Davis di fatto si tolgono due settimane di vacanza ai giocatori. Avendo quattro nazioni coinvolte nell’ultima settimana ti troveresti con quattro campioni scontenti invece di due, come succede adesso. Ed ottavi e quarti? Il lasso di tempo tra Miami e Montecarlo è troppo breve per immaginare che un Nadal voli in Australia a giocare ben quattro match sulla lunga distanza. Lo stesso se si collocassero ottavi e quarti dopo Wimbledon, anche per un Nadal sconfitto ai primi turni.

Bill: Hai ragione. La soluzione non è ideale e potrebbe funzionare nel contesto di una più ampia riforma del calendario. Non solo per la Davis ma per assicurare un periodo di sufficiente riposo ai tennisti. Secondo me, ci vorrebbero due periodi dell’anno, con almeno otto settimane consecutive, in cui i giocatori possano scegliere di riposare, senza tornei obbligatori. Il che non significa senza tornei in assoluto. Ho qualche idea anche a questo proposito, ma questo è un argomento per un’altra rubrica.

Ted: Quindi secondo te la Davis può essere salvata da una riforma che ne preservi lo spirito e riporti i campioni a partecipare? Basterebbero degli aggiustamenti come quelli che abbiamo discusso adesso.

Bill: Esatto. Per me il bicchiere è già mezzo pieno e non c’è bisogno di stravolgere del tutto la competizione col rischio di affossarla definitivamente.

Ted: Invece secondo me il bicchiere è mezzo vuoto e non c’è modo di riempirlo nel panorama del tennis moderno. Una modifica come quella da te suggerita non attirerebbe i campioni, che già si lamentano di dover giocare troppi tornei ATP. Una rivoluzione come quella voluta dall’ITF distruggerebbe tutto l’appeal della competizione, e non credo che invoglierebbe i campioni a partecipare. L’unica via, secondo me, sarebbe data unica, location unica, una volta ogni quattro anni. Come per le Olimpiadi. Così, pur storcendo il naso, i giocatori verrebbero. Ma ITF e le varie federazioni non accetterebbero mai una simile proposta.

Bill: Io spero che tu ti sbagli.

Ted: Sono d’accordo che la Davis è una competizione unica per l’atmosfera che si crea. E anch’io spero di sbagliarmi. Ma personalmente non ne sento tanto la mancanza. Durante l’anno aspetto gli Slam. Non mi capita di pensare: ‘Non vedo l’ora che arrivi il weekend di Davis’. E questo, secondo me, è il motivo principale per cui il bicchiere e mezzo vuoto.

Bill: Fortunatamente non tutti la vedono come te. Il team, la difesa dei colori nazionali, sono temi che piacciono a molti fan e che nel tennis si trovano solo nella Davis. Per questo credo che esista la possibilità di farla rinascere e per questo vedo il bicchiere mezzo pieno.

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ll cammino Eroico dell’atleta. Come attivare il potenziale implicito dentro di sé

Manuela Caputi illustra come l’utilizzo della metafora del cammino dell’eroe abbinato alle tecniche di Focusing possa portare il giocatore, con il supporto del coach, ha sviluppare le proprie potenzialità

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L’articolo di questo mese per la rubrica ISMCA è di Manuela Caputi, Counselor Bioenergetica e Trainer di Focusing, diplomata in Sport Coaching ed esperta di storytelling.

La storia dell’allenamento tennistico, e sportivo in generale, ha seguito e si è modellata non solo sulle capacità individuali ma anche sull’evoluzione delle esigenze di volta in volta emergenti. Nel caso del tennis, dopo l’attenzione data alla preparazione tecnico-tattica e alla preparazione atletica, oggi affiora la consapevolezza di una nuova necessità. Per garantire un’ottima performance è necessaria anche una particolare attitudine mentale. In questo modo il giocatore riesce a raggiungere uno stato di presenza in campo tale da permettergli di sfruttare appieno le risorse allenate e la preparazione raggiunta. Emerge quindi la necessità di considerare anche l’aspetto mentale dell’allenamento e renderlo parte integrante del programma di training.

 

Con ciò ci si riferisce non tanto alla capacità cognitiva dell’individuo ma soprattutto ad una sua capacità di gestione emotiva. Lo psicologo statunitense Daniel Goleman per primo parlò di “Intelligenza Emozionale” intendendo lo sviluppo di una serie di capacità intrapersonali ed interpersonali che vanno dall’autoconsapevolezza all’autoregolazione, all’empatia. Un approccio più olistico dell’allenamento viene chiamato in causa, un approccio che preveda l’evoluzione dell’atleta come individuo nella sua totalità.

Con l’intento di ispirare e allo stesso tempo evidenziare che tale evoluzione prevede un percorso e che questo percorso è individuale, si è scelto di utilizzare in questa sede la metafora del cammino dell’eroe presente nella struttura narrativa delle favole e dei miti, cosi come elaborata dallo studioso di religioni comparate Joseph Campbell. Il percorso di trasformazione da individuo ordinario a individuo straordinario che compie l’eroe è lo stesso percorso che l’atleta, nel nostro caso il tennista, è chiamato a compiere nella sua ascesa da giovane promettente a campione. È un percorso composto da differenti momenti di passaggio. Campbell li definisce tappe, rappresentanti le fasi evolutive della coscienza umana nel suo cammino verso l’autoconsapevolezza. Si ritiene che conoscere le tappe del cammino dell’eroe possa servire da guida al giocatore e al suo staff , per intraprendere e supportare tale percorso. Per antonomasia, un percorso di cambiamento interiore prima che esteriore.

Per l’eroe il punto di partenza per il viaggio interiore, lo stimolo a cambiare, è sempre determinato da una situazione di disagio. Lo stesso vale per il giocatore. Per quest’ultimo il disagio può essere dato dalla sensazione di avere un problema e non riuscire a risolverlo, dal trovarsi in una situazione di stallo, come ad esempio il ripetersi nel match di errori tecnico-tattici, o il ripresentarsi di comportamenti non funzionali. In genere il linguaggio con cui in questi casi il tennista si rivolge agli altri – e soprattutto a se stesso – mostra il disagio percepito. Frasi come “Mi va tutto male”, “L’altro prende solo righe” riflettono la sensazione di essere in balia di forze esterne che non si riesce a controllare. In altri momenti il senso di disfatta viene anticipato da espressioni come “Tanto con quello non ci vinco mai”. In tutti i casi l’incapacità di prendere consapevolezza e di gestire le proprie emozioni risulta fatalmente determinante per il risultato finale del match. Questo insieme emozionale e psichico è quello che nella nostra metafora viene definito il mondo ordinario dell’eroe. Si tratta di un insieme di schemi mentali e credenze limitanti che mantengono il nostro tennista-eroe lontano dall’ottimizzazione delle proprie risorse impedendogli di raggiungere i propri obiettivi. Ma a prescindere da quali siano questi schemi e queste credenze,  ciò che spinge il tennista-eroe ad intraprendere il proprio viaggio di scoperta di sé, è sentire che la necessità di cambiare la realtà – o quantomeno di controllarla – si scontra con l’inefficacia delle strategie messe in atto fino a quel momento.

Il primo passo consiste proprio nella presa di coscienza da parte del nostro tennista-eroe del suo mondo ordinario, ossia della situazione in cui si trova. È necessario che l’individuo prenda consapevolezza delle proprie azioni iniziando ad osservare la realtà esterna e ad osservarsi agire in essa. A stimolare questo primo movimento servono quelle che Campbell definisce chiamate, ossia eventi e accadimenti che turbano e scuotono, la goccia che può far traboccare il vaso e far prendere al nostro eroe una nuova direzione. Per il giocatore  possono essere i richiami del coach, una non convocazione in Coppa Davis o Fed Cup, un evento familiare inaspettato o infine un evento fisico traumatico (in base all’unità funzionale mente-corpo un evento traumatico al livello fisico è comunque un campanello d’allarme anche mentale).

Non tutti però sono pronti a ricevere e seguire la chiamata. Trattandosi sempre di un evento che comunque va a toccare una certa fragilità dell’individuo o una sua paura, la reazione più comune è il cosiddetto rifiuto della chiamata. Questo momento implica che il nostro giocatore si rifugi ancor di più nella propria comfort zone e si accanisca nel voler continuare a “cambiare la realtà esterna agendo solo sulla realtà esterna stessa”. Sono i momenti in cui si cambia coach, si cambia sede di allenamento, si cambia fidanzata, ogni causa è ritenuta esterna e va cambiata.

Spesso è solo con l’arrivo del mentore, ossia di un aiuto esterno, che il giovane eroe riesce a credere che esista una via d’uscita e riesce ad affrontare il momento della scelta che lo spinge all’attraversamento della soglia. Solo ora è pronto ad intraprendere il proprio cammino. Nel mondo del tennista, lo staff è chiamato a ricoprire il ruolo di mentore. Un ruolo questo che ha un grande potenziale detonante. Un potenziale che a sua volta, per essere tale, deve venir coltivato con la stessa consapevolezza che si richiede all’atleta per gestire la propria vita. Un coach deve essere in grado di ispirare, motivare, supportare. Soprattutto è importante che creda nel giocatore, spesso più di quanto il giocatore stesso creda in sé. Forte di questo supporto il nostro tennista-eroe può accogliere ora la possibilità di intraprendere il proprio viaggio accettando di “cambiare la realtà esterna cambiando la propria realtà interna”.

Si tratta di un vero e proprio capovolgimento, e come tale viene rappresentato nella nostra metafora dove l’eroe entra letteralmente in un nuovo mondo, il mondo straordinario. Questo passaggio prevede l’acquisizione di nuove competenze e un nuovo linguaggio. È questo l’inizio di una diversa fase e una diversa modalità di allenamento che implica ora un’esperienza diretta dell’intero individuo. Si tratta di passare dal “pensare con la mente” al “pensare con tutto il corpo” attraverso un sentire il corpo dall’interno. Il nostro atleta è chiamato a scoprire la propria Forza Interiore che risiede implicita dentro di sé. Questa viene attivata allenando una nuova consapevolezza corporea, cosi nuova che il filosofo americano Eugene Gendlin, fondatore del metodo del Focusing, inventò per descriverla il neologismo di “sensazione sentita significativa”.

Attraverso una serie di passi, allenabili ed insegnabili, il Focusing risulta essere un metodo particolarmente efficace per attivare risorse nascoste e sbloccare processi di stallo. Migliora la qualità dello stato di presenza e sviluppa un affidabile contatto interno con se stessi che permette all’atleta di verificare il proprio stato emotivo ed eventualmente intervenire per cambiarlo. Questo potenzia fiducia e autostima e favorisce un atteggiamento propositivo verso le situazioni esterne. Sfrutta la capacità intrinseca del corpo, che a differenza della mente, è in grado di recepire e rielaborare in modo immediato e sintetico in un’unica sensazione fisica “tutto ciò che riguarda una certa situazione”. Ciò favorisce analisi e decisioni tempestive ma allo stesso tempo congruenti, essenziali in uno sport di situazione come il tennis. Con queste nuove risorse a disposizione il nostro eroe può finalmente affrontare la prova centrale e nella nostra metafora uccidere il drago. Per il tennista significa affrontare i momenti topici con fondata fiducia e forza interiore superando le proprie paure.

Il nostro eroe cosi rinnovato può intraprendere la via del ritorno. Avendo acquisito la capacità di vedere altro e di scorgere un nuovo significato, la stessa realtà può diventare ora una nuova realtà. Ecco che il cerchio si chiude e il nostro giocatore può affrontare adesso le stesse situazioni in modo diverso. Questa è la conquista suprema, l’Elisir: la possibilità di “cambiare la realtà esterna agendo sulla propria realtà interna”. Questo è ciò che distingue un individuo ordinario da un individuo straordinario, un giovane promettente da un Campione: colui che ha completato il proprio percorso di trasformazione. Avendo presente tutto ciò, non solo il ruolo del giocatore cambia, ma cambia anche il ruolo dello staff che è chiamato a prendere consapevolezza dell’esigenza di questa trasformazione — e di conseguenza a creare un ambiente che favorisca la crescita personale del giovane. In questo senso la chiamata è valida per tutti. È valida per l’atleta, chiamato ad essere Eroe, e per il coach, chiamato ad essere Mentore cioè colui che conosce e mostra la via del cammino eroico.

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A Marsiglia Paire batte Bolelli ma Berrettini pareggia il conto

Francia-Italia 1-1: Berrettini vince una gran partita contro Chardy, agli ottavi avrà Rublev.

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

Matteo Berrettini conferma quanto di buono fatto vedere anche in questo di inizio di 2019 battendo il beniamino di casa Jeremy Chardy, dopo due tie-break diametralmente opposti per andamenti ma finiti entrambi nelle mani dell’italiano. La partita non ha particolari brividi nei primi nove game, in cui i due offrono un gioco molto gradevole, legato ad un alto rendimento al servizio e arricchito da numerosi vincenti. In particolare, è il rovescio di Chardy a funzionare benissimo, cui Matteo contrappone la grande efficacia del suo dritto. Le occasioni offerte dai due nell’ottavo e nono gioco sono solo il prologo di un tie-break emozionante, dai mille capovolgimenti di fronte. Berrettini riesce ad annullare ben sei set point giocando meravigliosi passanti: da segnalare quello di rovescio in corsa per il 6-6 e uno di dritto sull’11-11. Chiuderà il tie break 14-12, dimostrando una grande voglia di non arrendersi mai e una grande capacità di mantenere il sangue freddo. Alla ripresa del secondo parziale i due sentono un fisiologico calo nelle prestazioni al servizio: le occasioni per il break fioccano e i due si sottraggono rispettivamente la battuta. La qualità del gioco però non scende, e la partita scorre fino al tie break. Tutti si aspettano un’altra chiusura di set emozionante, ma Matteo cambia passo: mette in difficoltà Chardy nelle sue discese a rete con ottimi passanti, e raggiunge in un lampo il 4-0, sigillato grazie ad una magnifica palla corta. Da lì è un monologo fino al 7-0 che lo conduce all’ottavo con Rublev.

SEGNALI RUSSI – Spettacolare accoppiamento di sedicesimi tra l’idolo di casa Tsonga e il giovane russo Rublev. Inizia a servire il francese e la partita si mette subito in discesa per lui: tenuto il primo gioco, il russo cede il suo successivo game alla prima palla break offerta. Davvero in palla ad inizio match Jo, non offre la minima occasione al russo, aiutato anche da un servizio davvero molto efficace: l’ottima resa con le prime palle (ben il 76%) gli consente di frenare i potenti colpi da fondo di Rublev e di condurre agilmente il gioco durante i suoi turni di servizio. È anzi il russo a cedere nuovamente la battuta nell’ultimo gioco del set, lasciando al francese il vantaggio di partire nuovamente con i servizi nel set successivo. È qui però che la partita gira, quasi inaspettatamente. Tsonga gioca un primo game al servizio disastroso, con Rublev che vince 4 punti consecutivi e strappa a zero la battuta al suo avversario. Andrey riesce finalmente a spingere con più continuità il suo dritto e a sfondare la resistenza del francese che, di contro, si trova in difficoltà nello scambio, non riuscendo più ad ottenere punti facili col servizio. Da quel momento, sarà un crescendo continuo per Andrey, che inizia a sommergere Tsonga di dritti vincenti e colpi pesanti, impedendogli di reagire. Chiuderà il set 6-4, preludio al terzo dove Joe sarà costretto il più delle volte a remare da fondo campo nella speranza che i colpi dell’avversario perdano efficacia e potenza. Non sarà così purtroppo e, abbandonato dal servizio, cederà i primi due turni di servizio nel terzo set, spianando la strada al 6-2 finale, con cui Rublev si qualifica agli ottavi.

 

FUORI BOLELLI CON QUALCHE RIMPIANTO – Il primo italiano in campo nel torneo di Marsiglia è reduce dalle qualificazioni e si affaccia a questo incontro molto curioso contro Paire. Pronti via ed è subito vantaggio azzurro: Simone strappa la battuta nel game di apertura, mostrando un ottimo servizio e dei colpi davvero efficaci, specialmente il suo dritto ad uscire. Di contro, il francese commette vari errori e non riesce a trovare le contromisure al gioco dell’azzurro. Tutto questo però cambia improvvisamente dall’ottavo gioco: Benoit riesce a strappare per due volte consecutive la battuta all’avversario, chiudendo il parziale 6-4. Molti errori dell’azzurro in questo frangente, con colpi spesso in rete o fuori dal campo in situazioni di palleggio o di attacco. Bolelli comunque non ci sta: cresce ancora al servizio e in risposta e riesce a portarsi avanti anche nel secondo set, strappando il servizio all’avversario nel terzo gioco. Purtroppo però, Simone non trova continuità, commettendo molti errori anche in fasi di gioco di pura impostazione. Benoit riesce così a pareggiare i conti sul 3-3, e l’onda lunga della partita si sposta verso la sua parte di campo. Da notare come i due abbiano cambiato gioco in questo secondo set, preferendo molto più la via della rete e le palle corte al gioco da fondo che ha caratterizzato il primo parziale. Si arriva al tie break, dove però Paire riesce a strappare subito due mini-break con due ottimi passanti di rovescio. Sostenuto da un ottimo servizio, chiude comodamente 7-1 la contesa lasciando un grande amaro in bocca a Simone, in vantaggio in entrambi i set.

Lorenzo Fattorini

Risultati:

P. Gojowczyk b. D. Dzumhur 6-2 6-4
[LL] S. Stakhovsky b. [Q] C. Lestienne 7-6(3) 1-6 6-3
B. Paire b. [Q] S. Bolelli 6-4 7-6(1)
[5] F. Verdasco b. [Q] E. Gerasimov 4-6 6-3 7-5
A. Rublev b. [WC] J.W. Tsonga 2-6 6-4 6-2
M. Berrettini b. [8] J. Chardy 7-6(12) 7-6(0)

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Capitombolo Osaka a Dubai: la prima da numero 1 è un fiasco

Lontanissima dalla tennista glaciale che ha vinto l’Australian Open tutto d’un fiato, Osaka si fa breakkare sette volte (!) e battere da Kiki Mladenovic. Fuori anche Bertens, avanti Halep e Kerber

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Se fosse possibile recensire i tornei di tennis come si fa con i prodotti che si acquistano online, il rapporto qualità-prezzo del Dubai Duty Free Tennis Championships meriterebbe tutte le stelline possibili. Con la miseria di 55 dirham, circa 13 euro al cambio attuale, nella giornata di martedì ci si poteva garantire un biglietto di terza fila per il campo centrale di un Premier 5 il cui ordine di gioco comprendeva sei delle sette migliori giocatrici al mondo secondo classifica, inclusa una numero uno nuova di zecca.

Se la sono cavata tutte tranne proprio la neo-reginetta Naomi Osaka, autrice di una prestazione al limite dell’handicap contro Kristina Mladenovic. “Più sono grossi e più fanno rumore quando cadono” si dice, e nel caso di Osaka il tonfo è fragoroso: appena sei giochi vinti alla prima uscita da numero uno mondiale – nessuna delle sue venticinque predecessore aveva mai perso all’esordio al vertice del circuito WTA – che coincideva anche con la prima senza Sascha Bajin nel box. L’ex sparring partner, promosso a capo allenatore proprio dalla giapponese a inizio 2018 ed eletto Coach of the Year grazie ai successi riportati insieme a lei, era stato silurato a sorpresa con un semplice tweet pochi giorni dopo il titolo agli Australian Open. All’arrivo a Dubai, assediata dalla stampa, Osaka si era limitata a togliere dal tavolo le insinuazioni su problemi di natura economica, adducendo come causa una non troppo chiara tensione umana tra lei e Bajin. “Non ho intenzione di mettere i successi davanti alla mia felicità”, ha detto la nuova n.1 al mondo. “Mi voglio svegliare felice di allenarmi, e non sono disposta a sacrificare tutto ciò per tenere una persona nel team“.

Di certo gli spettatori dell’incontro di Osaka hanno visto una tennista tutt’altro che serena: un body language del tutto negativo ha accompagnato una prestazione piena di errori gratuiti, con una prima palla che trovava il campo appena una volta su due e un rendimento con la seconda al 21%. Una miseria, tanto che Mladenovic la ha liquidata con un doppio 6-3 in appena un’ora e cinque minuti, riuscendo a chiudere persino un secondo set in cui ha perso il servizio tre volte consecutive; quasi facile, considerato che Osaka ha fatto di peggio, facendosi breakkare sette volte su nove turni di battuta totali. Nessun merito da togliere alla francese, perché gli incontri vanno vinti, ma prima di atterrare negli Emirati il suo ruolino di marcia stagionale in singolare recitava 0-4, peraltro con due eliminazioni contro giocatrici fuori dalle prime 240 della classifica. “Per me significa moltissimo questa vittoria”, la prima contro una numero uno, ha detto Mladenovic dopo la stretta di mano. “So che sono in grado di battere grandi giocatrici, l’ho fatto in passato anche su questo campo, lo sapete, non voglio mettermi a fare un elenco“. Certo oggi ha avuto un bell’aiuto.

GLI ALTRI INCONTRI – Alle altre stelle impegnate prima di lei nella sessione diurna, come detto, è andata bene: quattro vittorie su quattro per Kvitova, Svitolina, Halep e Kerber, anche se hanno tutte dovuto sudare per conquistarsele. Sebbene soltanto Petra Kvitova sia stata costretta a giocare un terzo set, recuperando un tie-break di svantaggio a Katerina Siniakova, il pubblico degli Emirati ha avuto la sua bella dose di emozioni anche nei successivi tre incontri. Soprattutto Halep ha avuto bisogno di portare il suo tennis vicino al limite massimo per battere Genie Bouchard, ancora una volta esaltatasi a tratti contro un’avversaria importante ma costretta ad abbandonare Dubai dopo un’ora e tre quarti di tennis davvero intenso. Tra Genie e la ex numero uno, alla fine, c’è stato un solo break di differenza, in avvio di secondo set. Il rammarico è proprio per quei pochi minuti cruciali di deconcentrazione, iniziati al termine del tie-break del primo parziale, quando, sul 4-5 e servizio nel gioco decisivo, la canadese è stata distratta uno dei suoi tanti spasimanti che le ha gridato: “sposami”. (Siamo abbastanza sicuri che non sarà lui ad accompagnarla all’altare.)

In apertura di mattinata Elina Svitolina aveva superato Ons Jabeur, fermata in corsa da un problema alla spalla destra (ancora sfortunata la tunisina, che nell’unico precedente aveva mancato quattro match point). Fatica e brividi per una Angelique Kerber sfocata, anche lei costretta ad un tie-break: al primo match in carriera contro una top 10 a quasi ventott’anni di età, Dalila Jakupovic ha scelto un’apertura aggressiva e si è portata sopra di due break, giocando un tennis vario prima di farsi catturare in un gorgo di doppi falli (nove in totale nel match) che alla lunga ha spinto avanti la sua più esperta avversaria. Ma se sul centrale le big hanno tutte strappato la promozione agli ottavi, sugli altri campi si sono viste anche le eliminazioni di Kiki Bertens, Daria Kasatkina (ancora a secco di vittorie in stagione!) e Caroline Garcia. A far fuori l’olandese è stata la slovacca Viktoria Kuzmova, classe 1998 da poco entrata in top 50: gran servizio, con cui ha annullato anche match point nel tie-break decisivo, e un tennis potente che ha tremato soltanto nei momenti più emozionanti. L’ottavo di finale tra outsider, contro la coetanea Sofia Kenin, sarà una bella occasione per entrambe.

ha collaborato Michelangelo Sottili

Risultati:

C. Suarez Navarro b. S. Zhang 6-4 6-4
[12] G. Muguruza b. S. Zheng 7-5 6-2
[6] E. Svitolina b. O. Jabeur 7-6(4) 4-0 rit.
S.W. Hsieh b. A. Sasnovich 6-1 6-2
A. Riske b. A. Cornet 6-2 6-3
V. Kuzmova b. [7] K. Bertens 6-2 4-6 7-6(6)
S. Kenin b. [11] D. Kasatkina 6-3 2-6 6-4
[2] P. Kvitova b. K. Siniakova 6-7(3) 6-4 6-4
[3] S. Halep b. [WC] E. Bouchard 7-6(4) 6-4
L. Tsurenko b. [Q] L. Zhu 6-4 6-7(5) 6-3
[Q] J. Brady b. [14] C. Garcia 6-4 7-5
B. Bencic b. [LL] S. Voegele 6-1 6-1
[5] A. Kerber b. [LL] D. Jakupovic 7-6(4) 6-3
[8] A. Sabalenka b. [Q] I. Jorovic 6-4 6-0
K. Mladenovic b. [1] N. Osaka 6-3 6-3
[4] Ka. Pliskova b. D. Cibulkova 6-2 3-6 6-3

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