Il bicchiere mezzo pieno: Coppa Davis, che (dovevamo) farne?

Focus

Il bicchiere mezzo pieno: Coppa Davis, che (dovevamo) farne?

Abbiamo ritrovato un vecchio botta e risposta dei nostri Bill e Ted, alle prese con la riforma della benedetta “insalatiera”. Alla fine rivoluzione è stata, ma loro – prima che tutto fosse ufficializzato – la pensavano così

Pubblicato

il

 

Capita, ogni tanto, di fare un passo indietro. Soprattutto dopo che qualcosa di grosso è cambiato, dopo quella che in molti non hanno temuto di definire ‘rivoluzione’. Qualcuno l’ha fatto per scovare le contraddizioni di chi si è lamentato per la riforma della Coppa Davis senza in realtà aver mosso un dito quando la competizione era agonizzante; noi l’abbiamo fatto per scoprire come la pensavamo quando nulla di ufficiale era stato ancora scritto, e i pensieri erano più genuini. Questo è il dialogo dei nostri Bill e Ted, il primo più speranzoso, il secondo… con in mano un bicchiere mezzo vuoto.

Bill: Indubbiamente la Davis ha bisogno di cambiamenti.

Ted: Su quello credo che siamo tutti d’accordo. Il problema secondo me, è l’appeal che la Davis ha per pubblico e giocatori. Non il formato. E non credo che drastici cambiamenti possano salvarla. In effetti non so se la competizione possa essere salvata da qualsiasi tipo di cambiamento.

 

Bill: Può darsi, ma cambiare il formato, facendo in modo che tutti i più forti partecipino è sicuramente un buon modo per ridare lustro alla competizione. E poi magari le cose cominciano a funzionare.

Ted: E tu pensi che cambiando il formato le star tornerebbero a giocare la Davis con regolarità? Io non credo.

Bill: È un po’ la storia dell’uovo e della gallina.

Ted: Non era mica il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno?

Bill: Anche. Ma il punto è: la Davis ha perso interesse perché i più forti non giocano o i più forti non giocano perché la Davis ha perso interesse?

Ted: Appunto. Io credo che sia la seconda opzione. E drastici cambiamenti non ridaranno prestigio ad una competizione che per il tennis moderno è diventata anacronistica. Se fosse un appuntamento imprescindibile nel calendario, tipo uno Slam, i campioni parteciperebbero in ogni caso. Ma non è così. Se vogliamo parlare di bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, come dovremmo visto il nome della rubrica, secondo me il bicchiere è quasi vuoto e c’è poco da fare per riempirlo.

Bill: Se tu avessi ragione allora qualsiasi cambiamento sarebbe inutile. La Davis è condannata dallo spirito del tempo e non da circostanze che possono essere aggiustate. Se invece fosse la prima opzioni, rendere la partecipazione più agevole per i campioni potrebbe davvero riportare la Davis agli antichi fasti. Io penso che il bicchiere sia mezzo pieno. La Davis non è così moribonda come sembra e alcuni cambiamenti accorti, senza troppi stravolgimenti, potrebbero renderla una competizione di altissimo livello e prestigio, al pari di uno Slam.

Ted: E come? Dovresti rendere la partecipazione più agevole per attirare i campioni ed allo stesso tempo convincere il pubblico.

Bill: Se la Davis avesse un dispendio di energie paragonabile ad uno Slam, forse i campioni tornerebbero.

Ted: Le fatiche di uno Slam ma senza il prestigio di uno Slam.

Bill: Una volta che il formato fosse reso tale da garantire un impegno analogo ad uno Slam, l’ITF potrebbe iniziare una campagna di rinnovamento e promozione per ridare prestigio alla Davis ed in pochi anni probabilmente i campioni tornerebbero a giocarla. Pensa all’Australian Open. Sono state condizioni migliori, ad esempio spostarsi sul cemento, montepremi più alti e marketing a riportare il torneo al livello degli altri Slam. Due tra i problemi principali della formula attuale sono settimane e adattamento. Ovvero, il fatto che quattro volte l’anno i giocatori devono cambiare location e superficie per giocare due partite. Quattro settimane sono troppe. I cambi di superficie sono troppi. Limitare questi due problemi sarebbe un inizio dell’inversione di tendenza.

Ted: Potresti anche avere ragione, Ma c’è un problema, ovvero che ci sono anche altri fattori ed interessi in gioco.

Bill: Ad esempio?

Ted: Il principale, anche se spesso taciuto, è che un match di Davis è un grande introito per le federazioni. Molte federazioni minori contano sulla Davis per portare a casa soldi importanti per il budget. Eliminare il weekend di Davis rischia di creare un grande danno economico. Quindi qualsiasi cambiamento dovrebbe tenere in considerazione questo aspetto, che inevitabilmente si scontra con la riduzione del numero di tie durante l’anno. Tanti match distribuiti durante l’anno, varie sedi, vari incontri, sponsor, televisioni, pubblico e soldi sono importanti per le federazioni. Ma questo sistema, logicamente, scoraggia i più forti che non vogliono sprecare energie preziose.

Bill: Quindi bisognerebbe rendere lo sforzo di vincere una Davis paragonabile ad uno Slam lasciando intatti gli introiti per le federazioni. Sembra quasi impossibile.

Ted: Esatto. Il primo problema, come hai detto tu, sono le date in calendario. La Davis prende quattro weekend durante l’anno. Quei match sono importanti per le federazioni ma quattro date con cambi di superfici e continenti sono troppo per un giocatore di punta. A me pare un conflitto irrisolvibile.

Bill: Impossibile salvare capra e cavoli, ma forse qualcosa si può fare. Una sorta di via di mezzo.

Ted: Hai un’idea in mente. Te lo leggo in faccia.

Bill: Esatto. Ascoltami. Due settimane, come per uno Slam, ma non consecutive. Una settimana in primavera, ad esempio, ed una in inverno. Nella prima settimana ottavi e quarti. Nella seconda settimana semifinali e finale. Cinque sedi in tutto. Nella prima settimana, quattro sedi, quattro squadre per sede, e da ciascuna uscirebbe un semifinalista. Nella seconda settimana, una sola sede per i quattro semifinalisti. Le sedi scelte a rotazione tra le nazioni del World Group, a seconda anche della posizione geografica. Avere match durante l’intera settimana e quattro squadre presenti garantirebbe che gli introiti per ogni incontro sarebbero più elevati, il che potrebbe compensare il minor numero di incontri nel corso degli anni.

Ted: E come sarebbero organizzati i tie?

Bill: Lunedì, martedì e mercoledì il primo tie, ovvero gli ottavi nella prima settimana e le due semifinali nella seconda settimana; venerdì, sabato e domenica l’ultimo tie, ovvero i quarti nella prima settimana e la finale nella seconda.

Ted: Fammi capire. A primavera in una settimana si giocano ottavi e quarti. Ad esempio, guardando il tabellone di quest’anno, in Francia si trovano quattro nazioni: Francia, Olanda, Italia e Giappone. Tra lunedì e mercoledì si giocano Francia-Olanda e Italia-Giappone. Olanda e Giappone vanno a casa a metà settimana e poi tra venerdì e domenica si gioca Italia-Francia. Giusto?

Bill: Esatto. E poi a novembre si trovano Francia, Spagna, Croazia e USA per giocarsi il titolo.

Ted: In linea di principio un giocatore potrebbe dover giocare 4 singolari e due doppi in una settimana.

Bill: Permettere squadre più ampie. Di cinque o sei o anche sette giocatori, in modo da avere gli specialisti del doppio che giochino i doppi. Così facendo un singolarista dovrebbe giocare al massimo otto match in due settimane per vincere la coppa. Quasi come uno Slam. Più realisticamente ne dovrebbe giocare cinque o sei.

Ted: Non sembra un’idea così assurda. Tre su cinque?

Bill: Tre su cinque.

Ted: La collocazione in calendario diventerebbe un punto cruciale, perché con una settimana di match tre set su cinque non si può immaginare di avere la Davis a ridosso degli Slam.

Bill: Sono assolutamente d’accordo. Bisognerebbe trovare due settimane sufficientemente lontane dalle altre competizioni, che permettano ai giocatori di partecipare senza compromettere troppo il resto della stagione. Una settimana a fine anno, dopo le ATP Finals, sarebbe ideale, come è già adesso per la finale con il formato attuale. Mentre per ottavi e quarti la primavera, tra Miami e Montecarlo, o l’estate, dopo Wimbledon, potrebbero funzionare.

Ted: Non so. Pensi che sarebbe sufficiente? I campioni si lamentano di dover giocare troppi tornei. Aggiungere due settimane di competizioni obbligatorie non sembra una via praticabile. Concedendo una settimana di break tra le ATP Finals e la finale di Davis di fatto si tolgono due settimane di vacanza ai giocatori. Avendo quattro nazioni coinvolte nell’ultima settimana ti troveresti con quattro campioni scontenti invece di due, come succede adesso. Ed ottavi e quarti? Il lasso di tempo tra Miami e Montecarlo è troppo breve per immaginare che un Nadal voli in Australia a giocare ben quattro match sulla lunga distanza. Lo stesso se si collocassero ottavi e quarti dopo Wimbledon, anche per un Nadal sconfitto ai primi turni.

Bill: Hai ragione. La soluzione non è ideale e potrebbe funzionare nel contesto di una più ampia riforma del calendario. Non solo per la Davis ma per assicurare un periodo di sufficiente riposo ai tennisti. Secondo me, ci vorrebbero due periodi dell’anno, con almeno otto settimane consecutive, in cui i giocatori possano scegliere di riposare, senza tornei obbligatori. Il che non significa senza tornei in assoluto. Ho qualche idea anche a questo proposito, ma questo è un argomento per un’altra rubrica.

Ted: Quindi secondo te la Davis può essere salvata da una riforma che ne preservi lo spirito e riporti i campioni a partecipare? Basterebbero degli aggiustamenti come quelli che abbiamo discusso adesso.

Bill: Esatto. Per me il bicchiere è già mezzo pieno e non c’è bisogno di stravolgere del tutto la competizione col rischio di affossarla definitivamente.

Ted: Invece secondo me il bicchiere è mezzo vuoto e non c’è modo di riempirlo nel panorama del tennis moderno. Una modifica come quella da te suggerita non attirerebbe i campioni, che già si lamentano di dover giocare troppi tornei ATP. Una rivoluzione come quella voluta dall’ITF distruggerebbe tutto l’appeal della competizione, e non credo che invoglierebbe i campioni a partecipare. L’unica via, secondo me, sarebbe data unica, location unica, una volta ogni quattro anni. Come per le Olimpiadi. Così, pur storcendo il naso, i giocatori verrebbero. Ma ITF e le varie federazioni non accetterebbero mai una simile proposta.

Bill: Io spero che tu ti sbagli.

Ted: Sono d’accordo che la Davis è una competizione unica per l’atmosfera che si crea. E anch’io spero di sbagliarmi. Ma personalmente non ne sento tanto la mancanza. Durante l’anno aspetto gli Slam. Non mi capita di pensare: ‘Non vedo l’ora che arrivi il weekend di Davis’. E questo, secondo me, è il motivo principale per cui il bicchiere e mezzo vuoto.

Bill: Fortunatamente non tutti la vedono come te. Il team, la difesa dei colori nazionali, sono temi che piacciono a molti fan e che nel tennis si trovano solo nella Davis. Per questo credo che esista la possibilità di farla rinascere e per questo vedo il bicchiere mezzo pieno.

Il bicchiere mezzo pieno: tutte le altre discussioni di Bill e Ted

Continua a leggere
Commenti

Australian Open

Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

Pubblicato

il

Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

 

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

Continua a leggere

Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

Pubblicato

il

La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

Continua a leggere

evidenza

Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

Pubblicato

il

Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement