Il tennis dall'altra parte della telecamera

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Il tennis dall’altra parte della telecamera

Intervista a Fabrizio Fornasiero, l’italianissimo cameraman responsabile dei replay nei Masters 1000 e nei tornei dello Slam. Una vita tra calcio, Formula 1, MTV e tennis fianco a fianco con i personaggi del jet set internazionale

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Forse non molti sanno che dietro alle cristalline immagini ed ai suggestivi replay che si vedono su TennisTV o su Sky durante i tornei Masters 1000 c’è un’importante mano italiana. Che a volte si lascia pure trasportare dal suo senso artistico e trasforma la ESPN in National Geographic, come è accaduto diverse volte durante l’ultimo Western&Southern Open di Cincinnati, quando durante alcuni cambi di campo si sono visti dei primi piani ad alta definizione delle mantidi religiose che popolano le praterie dell’Ohio. Fabrizio Fornasiero, padovano di nascita ma ormai bolognese di adozione, è uno dei punti fissi della squadra di cameramen che porta le immagini del tennis in tutto il mondo. In particolare, lui è quello che si occupa della camera 2, quella posizionata dietro alla linea di fondo, che fornisce le immagini più in primo piano delle fasi di gioco solitamente utilizzate durante i replay. Ci dicono che è una delle camere più difficili, perché bisogna sempre avere pallina e giocatori a fuoco, e a far questo Fabrizio è uno dei più bravi del mondo, se non il più bravo.

Dopo esserci mancati diverse volte a New York durante le lunghissime giornate degli US Open, ci sentiamo al telefono mentre lui inganna l’attesa per un aereo che lo porterà a Tokyo per il Rakuten Open.

Quando hai cominciato a lavorare nel tennis?
È stata una situazione fortuita: nel 2003 un amico mi ha chiesto se fossi stato disponibile ad entrare nel team di produzione dei Master 1000. Prima avevo fatto solo i posticipi di calcio, prima per Tele+, poi per Stream e quindi per Sky. In seguito per qualche anno avevo lavorato nella Formula 1 per le emittenti tedesche ARD-RTL. Ma negli anni ’90 ho fatto soprattutto tanti tanti concerti, tanti DVD, e poi ho lavorato per MTV. La prima produzione importante cui ho partecipato è stato il concerto di Vasco Rossi a San Siro, “Rock sotto l’assedio”, ed il tennis ha rappresentato il ritorno allo sport dopo gli anni di MTV.

 

Che impressione hai avuto del mondo del tennis quando sei arrivato?
L’impatto culturale è stato molto forte, venendo da produzioni molto diverse, per quanto grandi. All’inizio si lavorava solamente con americani e inglesi, poi sono arrivati anche rappresentanti di altre nazionalità e quindi è stato necessario abituarsi a convivere con persone di estrazione molto diversa: sudafricani, francesi, spagnoli…

Cosa ti ha colpito di più all’inizio dell’ambiente del tennis?
Il silenzio, la calma. Tutto si svolge nella tranquillità più totale, un bel cambiamento per chi era abituato ai concerti rock.

Che tipo di studi hai seguito per intraprendere questo tipo di carriera?
Mi sono diplomato all’istituto Professionale di Arti Visive a Bologna, una scuola che oggi non esiste più. Ma a prescindere dalla scuola, ciò che è indispensabile è la passione per ciò che si fa, per questo modo di esprimersi. Io ho scelto di esprimermi attraverso quello che posso far vedere agli altri. Ormai la carta stampata, i libri, stanno quasi diventando elitari, si fa sempre più fatica a leggere la parola scritta: le immagini sono quelle che a mio avviso trasmettono messaggi più completi, ed io mi sento privilegiato ad essere in grado di esprimermi in questo modo.

La tua postazione è quella della camera 2: spiegaci un po’ cosa vuol dire trovarsi in quella posizione e quali riprese di solito ti viene richiesto di fare.
La camera 2 è quella che viene usata per il replay principale. Serve per far leggere il gioco, perché ha lo stesso angolo di ripresa della camera principale, ma è posizionata più in basso. È inoltre “l’occhio del regista”, perché oltre a spiegare nel replay come si sviluppa il gioco, serve per produrre i primi piani degli allenatori, delle fidanzate, di tutto quanto sta a bordo campo.

Questa tua posizione spesso ti fa “soggiornare” nelle tribune VIP, a fianco di personaggi famosi. Ti è mai capitato di scambiare qualche frase con qualcuno di loro?
In effetti capita piuttosto di frequente. A Montecarlo, quando la telecamera principale era nella tribuna d’onore, e non dal lato del mare come capita oggi, la mia telecamera era praticamente dentro ad uno dei palchi. Ricordo che c’era un signore, titolare del palco, con cui ho scambiato diverse battute durante la settimana, e solo alla fine del torneo seppi che era Tommy Hilfiger, il noto stilista. Poi agli US Open, dove la mia postazione è nel bel mezzo della tribuna d’onore della USTA, una volta ho iniziato a parlare con Oprah Winfrey, regina dei talk show americani, che però io all’epoca non conoscevo. È stata molto cortese, si è anche dimostrata molto interessata al mio background, ed alla fine si è pure offerta di fare una foto con me e Gayle King, conduttrice dello show mattutino della CBS Good Morning America, che era seduta di fianco a lei. A me piace ricordare a me stesso che sono un bambino cresciuto a Bologna, che per quanto non sia un paesello, è comunque anni luce rispetto alle realtà nelle quali vengo a ritrovarmi. Se quando avevo 10 anni e sognavo di fare questo mestiere mi avessero detto che sarei stato fianco a fianco con Leonardo Di Caprio, Ben Stiller, Sean Connery…

Prima di iniziare a lavorare nell’ambiente tennistico, che rapporto avevi con il tennis?
Ho giocato un po’ quando ero bambino, ma poi il pallone aveva preso il sopravvento, perché si gioca in cortile con gli altri bambini. Guardavo Wimbledon, gli altri Slam e qualche partita al CRB, il circolo di Bologna che ha ospitato per anni un torneo ATP. Il tennis mi piaceva, guardavo McEnroe, Connors, avevo la maglietta di Agassi. E la prima volta che ho lavorato durante un suo match, mi è suonato in testa un altro “mamma mia”.

Tra quelli nei quali hai lavorato, qual è il torneo che ti piace di più e quello che ti piace di meno?
Non c’è nessun torneo al quale vado mal volentieri. Madrid è il più faticoso, perché vengono programmati sei incontri al giorno sul Centrale, e questo può voler dire terminare davvero tardi per poi riprendere la mattina successiva prima delle 9 per essere pronti a lavorare alle 11. Indian Wells ha una cornice spettacolare ed un’atmosfera molto amichevole, Roma è sempre Roma perché il Foro Italico è meraviglioso, Montecarlo ha dalla sua gli orari civili, dato che non ci sono sessioni serali. Difficile sceglierne uno.

Qual è l’aspetto più duro del tuo mestiere?
Rispetto alle produzioni nelle quali lavoravo prima di entrare nell’ambiente tennistico, c’è una maggiore continuità: il mercato italiano era quasi come un fast food, tutto era rapidissimo, si facevano produzioni di un giorno, per cui toccava correre continuamente. Nel tennis intanto le produzioni durano almeno una settimana, sono solitamente in luoghi caldi e piacevoli, ma l’altro lato della medaglia è che bisogna rimanere lontani da casa per lunghi periodi. Come tutti si cerca di trovare il giusto equilibrio tra professione e vita familiare, ma qualche volta la passione per il proprio lavoro tende a trascinare e si dimenticano le conseguenze sugli altri aspetti della vita. Però, trovarsi davanti campioni come Federer, Nadal, Djokoic, Murray… la fatica e la lontananza vengono quasi dimenticate, tanto sono interessanti queste sfide.

La televisione, almeno dal punto di vista del consumatore, ha vissuto un’evoluzione importante nel corso degli ultimi 10-15 anni, con l’avvento degli schermi giganti ad alta definizione, le smart TV e l’avanzata prepotente dello streaming via internet. Secondo te cosa ci dobbiamo aspettare dalla televisione nei prossimi 10 anni?
Credo che la televisione come l’abbiamo conosciuta continuerà ad esistere in una qualche forma. Dal punto di vista tecnologico pensare oltre al 4K credo sia prematuro: si tratta di un giusto equilibrio tra fruizione e qualità delle immagini. Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 tutto verrà filmato in 8K, e forse è esagerato, perché si potrebbe arrivare ad inficiare la presenza del pubblico agli eventi. Sono già state sviluppate applicazioni che possono far rivivere l’evento in VR (realtà virtuale) in un cinema: la Sony sperimenterà la propria soluzione al prossimo Superbowl. Bisogna però fare in modo che non si allontanino gli spettatori dagli stadi, perché un match in un’arena vuota perde molto del suo fascino e scoraggia sponsor e televisioni.

Secondo te come verranno ripresi i tornei di tennis in futuro? Ci sono novità in cantiere?
Nel tennis secondo me esiste un limite strutturale al numero di telecamere che si possono avere intorno ad un campo, perché in fin dei conti per la maggior parte del tempo l’attenzione di tutti è concentrata solo sulla palla. Con 20-22 telecamere si può coprire ottimamente un campo da tennis, massimo si può arrivare a 28. Nella Laver Cup sono arrivati ad avere 56 telecamere, che per me sono eccessive, anche perché il regista fa fatica ad avere occhi su 56 telecamere. Sul campo principale di un Masters 1000 ci sono 15 telecamere, compresa la “spider cam”, più una “beauty cam” che mostra un’immagine fissa degli esterni. Aumentare il numero di telecamere per me non è un investimento intelligente, in fin dei conti i tempi per far vedere immagini “alternative” sono sempre quelli: tra un punto e l’altro, i tempi sono sempre quelli, i cambi di campo sono principalmente dedicati agli spot pubblicitari, anche se ci sono più telecamere per produrre contenuti, poi è difficile trovare i tempi per proporli. Credo ci sia margine per poter far vedere le immagini diversamente, utilizzando tecniche nuove, “svecchiando” il modo in cui il tennis viene offerto che in alcuni tornei, come per esempio Wimbledon, è rimasto indietro di qualche decennio. Con alcuni colleghi ho creato una nuova società di produzione chiamata “Frame set and match” che si propone di portare una ventata di novità al modo in cui i grandi avvenimenti tennistici sono portati nelle case degli spettatori. Abbiamo già avuto qualche contatto con i rappresentanti di qualche importante manifestazione, e il feedback che abbiamo ricevuto è stato molto positivo, anche se c’è ancora del lavoro da fare dal punto di vista del budget. Spero riusciremo presto ad ottenere l’impegno da parte di qualche organizzatore per poter passare dalle idee alla pratica.

“Selfie” di Fabrizio Fornasiero in azione a Wimbledon

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Fognini compie 33 anni: “Sono cresciuto come padre e come marito. Mi manca competere”

La Gazzetta dello Sport ha intervistato Fabio in occasione del suo 33° compleanno che ha ‘il sapore dolce della famiglia’. Su Djokovic: “Un grande amico e può superare Federer”

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Fabio Fognini - Montreal 2019 (foto via Twitter, @CoupeRogers)

Oggi è grande festa per Fabio Fognini, che compie 33 anni. Ma si tratta di un compleanno particolare e diverso dal solito a causa dell’emergenza sanitaria che da più di due mesi ha bloccato il mondo intero. Il ligure, infatti, avrebbe dovuto spegnere le 33 candeline a Parigi poiché, in condizioni normali, questa domenica avrebbe dovuto prendere il via il Roland Garros. Fabio invece si trova ad Arma di Taggia, dove ha trascorso il lockdown con Flavia e i due bimbi (Federico, 3 anni da pochi giorni, e Farah, nata lo scorso dicembre) e dove ha ricominciato ad allenarsi nell’attesa di riprendere le gare.

Per l’occasione, è stato intervistato da Federica Cocchi de La Gazzetta dello Sport, alla quale il n. 11 del mondo ha confermato che questo compleanno ha “il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il ‘grande’, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto”. In attesa di ricalcare i campi del circuito, il campione di Montecarlo 2019 è felice di sentirsi “cresciuto come padre e come marito. Ora ho anche una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io”.

Non solo amore paterno, però. Come diversi altri suoi colleghi durante l’isoalemnto, tra cui Murray (con Kyrgios e Nadal) e Wawrinka (assieme a Paire), anche Fognini si è dilettato in cimentato in una diretta Instagram con il coetaneo e amico di lunga data Novak Djokovic (Nole ha festeggiato il compleanno due giorni fa, e noi con lui): “È vero, ci dividono 48 ore. Con Nole ci siamo fatti una bella chiacchierata. Gli ho pure chiesto qualcosa sulla meditazione, magari potrebbe tornarmi utile. Ci conosciamo da quando avevamo 14 anni. Eravamo poco più che bambini, e già si capiva che lui avrebbe fatto grandi cose, aveva un carattere di ferro già allora. Ci sentiamo spesso, mi ha chiesto qualche consiglio sull’organizzazione dei suoi tornei. Mi ha invitato, ma non credo potrò andarci. La sicurezza prima di tutto.

 

Per Fabio, Nole sembra destinato a infrangere tutti i record, soprattutto i 20 slam di Federer: “Credo che tra i “Big 3” sia quello che potrà vincere più di tutti. Per la testa, per il fisico, per la fame che ha. Poi è ovvio che se mi chiedete chi è il più bello da veder giocare a tennis devo dire Federer”.

Per la competizione ci vorrà ancora un po’ di tempo e intanto l’azzurro sta riassaporando le sensazioni del campo : “Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie. Giocare con il guanto? Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza”.

I NUMERI DI FOGNINI – Una carriera luminosa quella di Fabio, attuale n. 11 del mondo ma ex n. 9, così come sono 9 i trofei vinti (otto sul rosso e uno sul cemento) tra i quali il più prestigioso è quello sollevato a Montecarlo l’anno scorso. Nell’attesa di ricominciare a gareggiare, Fognini non ha dubbi su cosa ci abbia insegnato questo isolamento forzato: “Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini”.

Il calore della famiglia, un po’ di tennis e il mare dell’infanzia. Gli ingredienti perfetti per un compleanno indimenticabile. Auguri Fabio!

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Interviste

Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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“Il tour potrebbe ripartire da Palermo”. Intervista esclusiva a Oliviero Palma [AUDIO]

La WTA prolunga lo stop fino a luglio inoltrato, ma il Ladies Open può sperare di salvarsi e intanto si organizza. Il direttore del torneo fa il punto della situazione

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I punti interrogativi sono ancora molti, ma possiamo sperare che sarà proprio Palermo a battezzare la “fase due” del tennis; un battesimo pieno di incognite, dopo la mareggiata provocata dalla pandemia che tiene sotto scacco racchetta e pallina dallo scorso otto di marzo. “Occorrerà ovviamente considerare l’evoluzione dei contagi sperando in un ulteriore, deciso miglioramento della situazione, ma al momento sono moderatamente ottimista: il tennis potrebbe ripartire dalla Sicilia“. Il direttore del torneo WTA di Palermo Oliviero Palma ha risposto a caldo alle domande del direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta, a poche ore di distanza dal comunicato con cui la WTA ha ufficializzato un prevedibilissimo prolungamento dell stop forzato delle attività agonistiche, che si protrarrà sino a luglio inoltrato con conseguente disco rosso per gli eventi di Bastad, Losanna, Bucarest e Jurmala.

Programmato per il venti di luglio, il Ladies Open palermitano può ancora sperare, così come non peregrine speranze coltiva il torneo di Praga già spostato dalla sua originaria collocazione primaverile. Secondo le informazioni in possesso di Oliviero Palma e contrariamente a quanto stampato sul più recente documento rilasciato dalla WTA, non sarebbe quella di Karlsruhe la città scelta insieme a Palermo come sede del come back. “Se ci saranno le condizioni, i primi punti del tennis femminile dopo l’emergenza si giocheranno qui e in Repubblica Ceca. La WTA attendeva una nostra risposta che confermasse ufficialmente la disponibilità a ospitare l’evento entro il 25 di maggio, ma ci hanno concesso una proroga alla fine della prima settimana di giugno: considerando che l’attività dei circoli riprenderà a pieno regime lunedì prossimo, saranno necessarie un paio di settimane per capire come si comporterà la famigerata curva e fare tutte le valutazioni del caso“.

La data dell’inaugurazione potrebbe essere quella originale del venti luglio, “ma stiamo tenendo calda l’ipotesi del ventisette e anche il tre agosto potrebbe fare al caso nostro“. Resta da capire se e in che modo il pubblico potrà assistere al torneo, “ma anche qualora dovessimo accettare di disputarlo a porte chiuse non si avrebbe la sensazione di una faccenda privata. L’impianto verrebbe comunque aperto a circa cinquecento persone tra giocatrici, membri degli staff, giornalisti, inservienti a vario titolo e raccattapalle, che nel caso, con ogni probabilità, dovranno essere maggiorenni: gli spalti e le zone adiacenti al campo sarebbero frequentate e vive“.

 

L’attrattiva del torneo, molto probabilmente, sarebbe straordinaria, anche più intensa di quella che il Ladies Open avrebbe potuto vantare in condizioni normali. “Potremmo quasi trovarci a parlare di un piccolo Slam,” ha proseguito Palma, “molte giocatrici forti tra quelle che non sarebbero venute in Sicilia coglierebbero volentieri la straordinaria opportunità di riprendere la stagione agonistica in un torneo ben organizzato e dalla solida reputazione.

Le sensazioni sono buone, ora occorre solo attendere e sperare che la situazione generale volga al sereno. “In Sicilia fortunatamente non abbiamo assistito a picchi drammatici della pandemia, e in questi giorni le cose stanno anche migliorando. Certo, i confini sono ancora chiusi per prevenire i contagi di ritorno, ma la strada, con tutte le cautele possibili, sembra quella giusta. La Regione, basandosi sui dati molto positivi che le restituisce il territorio, ha un indirizzo più aperto rispetto a quello del Governo circa la ripresa delle attività sportive. I circoli, per esempio, sono ripartiti già da una settimana contrariamente alla maggior parte delle altre regioni italiane. In ogni caso, tutti i mercoledì i tornei del circuito maggiore si riuniscono in conference call per valutare l’evoluzione degli eventi, quindi tra poco meno di una settimana avremo ulteriori aggiornamenti sulla situazione del torneo di Palermo, sperando che siano positivi.

E speriamo lo siano davvero. Oliviero Palma, che ringraziamo per l’intervento, ha promesso al nostro direttore notizie fresche in tempo reale, o quasi, a metà della prossima settimana. Dita incrociate, mi raccomando.

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