La stampa italiana celebra il settimo trionfo di Djokovic in Australia (Crivelli, Cocchi, Semeraro, Piccardi, Clerici)

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La stampa italiana celebra il settimo trionfo di Djokovic in Australia (Crivelli, Cocchi, Semeraro, Piccardi, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 28 gennaio 2019

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Tempesta Novak. La partita perfetta, dopo i tormenti c’è solo la storia (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello sport)

Il mio nome è Tempesta. Tuoni, fulmini e saette. Djokovic incenerisce e demolisce. Il settebello a Melbourne matura al culmine della partita perfetta, un’esecuzione sportiva che annienta perfino un gladiatore come Nadal: Rafa, in 25 finali dello Slam, non aveva mai perso in tre set e conquistato appena otto game. Un’esibizione di potenza, anzi di dominio intangibile, che riscrive i libri di storia del tennis e di quella personale del Djoker. Il terzo uomo, colui che fino al 2011 viveva all’ombra di Federer e del diavolo maiorchino, raccogliendo briciole di gloria, adesso ha un saldo vincente con entrambi e minaccia il doppio sorpasso nei Major, l’emblema della grandezza. Nessuno era mai riuscito a vincere tre Slam di fila per tre volte, nessuno si era mai annesso sette Australian Open (…)

 

Un Nole chirurgico, concentrato, feroce, affamato, apre la contesa con un 12-1 nei punti fatti, con un servizio che lo spagnolo non legge, con i piedi dentro il campo e una profondità di palla insostenibile per Rafa, costretto a giocare due metri dietro la riga di fondo. Il numero due del mondo, in affanno fisico perché per la prima volta in due settimane deve difendere e non può essere aggressivo, va subito in apnea e non emergerà più, affondando in rete il rovescio che potrebbe restituirgli un po’ di ossigeno nell’unica sua palla break del match, sul 3-2 sotto nel terzo set. Game over, il 28° successo di Djokovic nei confronti diretti (25 vittorie di Nadal) è anche il più semplice e il più distruttivo, e adesso i tre titani che stanno segnando l’epoca più florida del tennis sono anche tutti sul podio degli Slam conquistati. Djokovic, a 15, stacca infatti Sampras, l’idolo per il quale si innamorò del tennis nel bar-pizzeria gestito dai genitori: «Una delle prime immagini che mi si sono rimaste impresse è quella di Pete che vince il primo titolo a Wimbledon nel `92. Ero un ragazzino a Kopaonik, un resort di montagna nel sud della Serbia. Nessuno aveva mai preso in mano una racchetta prima di me, è stato sicuramente un segno del destino iniziare a giocare a tennis con l’aspirazione di diventare come Sampras». (…)

Vien quasi da sorridere a pensare che l’ultimo ad averlo battuto in uno dei quattro tornei che contano di più rimane il Cecchinato di Parigi. Ma quello era un Djokovic tormentato dalle incertezze, confuso e in cerca di se stesso dopo l’infortunio al gomito: «Non voglio sembrare arrogante, ma credo sempre in me stesso. E penso di averlo dovuto fare come mai nella vita un anno fa dopo l’intervento chirurgico perché non stavo giocando bene, non mi sentivo bene in campo, avevo dubbi su tutto. Ho vissuto intensamente tutto il percorso, ma era altamente improbabile vincere tre Slam. Devo solo esserne cosciente e capire che sono fortunatissimo». Una fortuna che si è cercato tornando all’antico, a coach Vajda, dopo improbabili percorsi con altrettanto improbabili guru. E il taciturno Martin lo ha ricostruito, tecnicamente e mentalmente: « (…)  Tra noi non ci sono segreti, ci conosciamo dal 2006 e ci siamo sempre fidati uno dell’altro. Il record di 20 Slam di Federer? Lontano, non impossibile: bisogna rimanere in salute e continuare a giocare con questa intensità, ma abbiamo il vantaggio dell’età. Secondo me, è più probabile possa puntare al Grande Slam». La parola magica, già accarezzata tra il 2015 e il 2016 e che torna di moda, soprattutto se in due partite tra semifinale e finale concedi appena 15 gratuiti: «Ci sono molti tornei prima del Roland Garros, sulla terra devo giocare meglio di quanto abbia fatto nella scorsa stagione. Certo, il Grande Slam è la sfida massima per un tennista, vorrà dire che porterò Rod Laver nella mia squadra…». Sarebbe la tempesta perfetta


Sostiene Panatta «II Grande Slam è alla sua portata» (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Dei suoi amati «pof pof», suoni di un tennis che non c’è più, se ne sono sentiti pochi nella finale tra Djokovic e Nadal, ciò non toglie che Adriano Panatta, da uomo di racchetta, il match se lo sia gustato dall’inizio alla fine: «Sì, non è servito molto tempo… Nole ha preso letteralmente a pallate il povero Rafa», ha sottolineato il campione del Roland Garros 1976 (…).

II serbo, dopo aver ventilato l’ipotesi del ritiro, ed essere stato fuori dai giochi per mesi nel 2018, è tornato in estate firmando Wimbledon e Us Open. A Melbourne il serbo, che ha centrato ieri lo Slam numero 15 in carriera, ha ripreso da dove si era fermato, ovvero sollevando un trofeo importante: «Sono felice di avere visto il serbo giocare così bene. Mi dispiace ovviamente per Nadal, che non ha avuto scampo. Ma la buona notizia è che finalmente vediamo un Djokovic diverso dal solito. Che gioca bene, che non è più attendista come ci ha abituato ma che prende l’iniziativa, è propositivo. Lo spagnolo non ha giocato affatto male, ha sbagliato quattro o cinque palle e non dimentichiamoci che è arrivato allo scontro con Djokovic senza mai lasciare un set agli avversari». Insomma, un Djokovic rinato dopo il crollo e tornato, se possibile, ancora più forte di prima: «Ripeto, anche dal punto di vista tattico, ho visto il numero 1 migliorato — prosegue Panatta —. Ha giocato un metro più avanti rispetto al solito e poi finalmente si è deciso a giocare sul dritto di Rafa, aprendosi così il campo per incidere. Mentalmente è tornato inattaccabile, ha fatto benissimo a mollare il guru e affidarsi nuovamente al team che lo conosce e lo fa sentire a proprio agio». Federer, Nadal, Djokovic: i Fab Three (da quando il povero Murray è uscito dal gruppo non rientra più nella contabilità) hanno conquistato 52 degli ultimi 61 Slam. (…) «Mi chiede se loro siano i più grandi di sempre? Può darsi, ma non mi sbilancerei fino a questo punto. II tennis cambia e ogni epoca ha avuto i suoi fenomeni. Ok questi tre, ma non dimentichiamoci i Borg, McEnroe, Connors, Becker…». Le vie del tennis sono lastricate di fenomeni, insomma, ma Federer resta inarrivabile: «Roger è un miracolo di longevità, della sua classe non si discute, ma ritengo che Djokovic possa raggiungere, e anche superare, i numeri di vittorie dello svizzero». Panatta non è certo uno che ha paura di sbilanciarsi e mette giù il carico: «Le dirò di più — continua —, penso che quest’anno il serbo possa conquistare il Grande Slam». Un’impresa storica, riuscita l’ultima volta a Rod Laver nel 1969. (…) «De Minaur, Tiafoe, Tsitsipas potrebbero diventare i fenomeni del futuro, ma sono ragazzini. Devono ancora crescere, fare esperienza. Mi è piaciuto molto Tsitsipas, gioca un tennis un po’ diverso e si è fermato solo contro un Nadal in stato di grazia. Sono rimasto male invece per Sascha Zverev che nonostante Lendl non è ancora riuscito a crescere a livello Slam. Gioca sempre uguale, è troppo concentrato su se stesso, sul suo gioco (…)” (…).


L’urlo di Djokovic è da grande slam (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Adesso, chi lo ferma? Chi riuscirà a impedire a Novak Djokovic, solidissimo numero 1 del mondo, vincitore ieri del suo 15esimo Slam, il settimo agli Australian Open, il terzo di fila, di divorarsi in un paio di annetti la distanza che lo separa dai 17 Slam di Rafa Nadal – l’avversario distrutto nella non-finale di Melbourne – e dai 20 di un Federer ormai avviato ai 38 anni e sempre più vulnerabile? Magari di chiudere il primo Grande Slam, cinquant’anni esatti dopo Laver, il mito australiano che ieri a 80 anni faceva la ola in tribuna? E’ la terza volta in carriera che Nole si intasca tre Slam di fila. Fra Wimbledon 2015 e Parigi 2016 gli era riuscito anche il “Nole-Slam” (…).

Nel 2015 solo gli abbacinanti bermuda e il rovescio fotonico di Wawrinka a Parigi gli avevano negato un probabile Slam, poi sono arrivati inciampi fisici (il gomito) ed esistenziali a rallentarlo. A 31 anni però Novak, almeno quello visto ieri contro un Nadal ridotto all’impotenza, sembra pronto a riprovarci. Anche perché con la Next Gen ancora in crisi di crescita, e Federer avviato a un tramonto prim’ancora anagrafico che sportivo, a sporcargli l’orizzonte rimane il solo Nadal a Parigi.

(…) Sul cemento, invece, il Djoker in forma pare inarrivabile. A Melbourne ha lasciato per strada un paio di set mentre sculacciava Shapovalov e Medvedev, dalle semifinali in poi ha ingranato la sesta, ieri contro Nadal la settima. Rafa, invece, ha grippato. Nei turni precedenti era parso in forma, temibile, più aggressivo del solito; ieri invece è andato sotto, mentalmente e tecnicamente, sin dall’inizio. Incassato un demoralizzante parziale di 12-1, ha rischiato il 4-0 nel primo set, e per il resto della partita non è mai riuscito a sradicare Novak dalla linea di fondo. Quando fionda risposta, la migliore del mondo e una delle migliori di sempre, e rovescio bimane con i piedi dentro il campo, il Number One diventa imbattibile. Nadal con il suo diritto arrotato di solito trova il colpo più fragile degli avversari, contro il serbo gli capita il contrario. Idem per lo slice mancino a uscire nel servizio. Se riesce a tenere lunghe le sue parabole fradice di top-spin, Rafa può sperare di giocarsela; ma se il diritto cade a metà campo come ieri, e in lungolinea (la vera arma che pub inquietare il Djoker), finisce regolarmente fuori misura, non c’è scampo: arriva l’asfissia. (…) Risultato: 6-3 6-2 6-3 in due ore e sei minuti. Nel 2012 Rafa prima di cedere aveva inchiodato Djokovic in campo per quasi sei ore. Ieri si è arreso, per la prima volta in carriera in una finale Slam, senza vincere un set «Se perdi con uno che fa tutto meglio di te, non puoi rimproverarti più di tanto – ha ammesso sconsolato – Non è vero che ero nervoso, ma Novak ha giocato in maniera fantastica. lo avrei dovuto fargli giocare un colpo in più, ma non ci sono riuscito, mi è mancato qualcosa anche fisicamente». Colpa, anche, dei quattro mesi di stop dallo scorso settembre. (…) Dodici mesi fa Djokovic si operava al gomito, a maggio era fuori dai primi 20. Adesso vede Federer nel rettilineo. «Il record di Roger? Fare la storia del tennis mi dà una motivazione in più, sarebbe speciale». Se ci riuscisse, prepariamoci a cambiare i libri di testo.


Djokovic non dà scampo a Nadal. Ora scatta l’operazione Grande Slam (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

E se avessimo puntato sull’Immortale sbagliato? E se a fare il Grande Slam — quello vero, nell’anno solare, il sublime esercizio di stile che per l’ultima volta nella storia del tennis riuscì cinquant’anni fa a Rod Laver, l’antenato accomodato in tribuna a Melbourne Park —, invece di Federer, fosse Djokovic? Il Djoker, questo Djoker, fa spavento. Doveva essere una maratona, si è rivelata una veloce esecuzione sommaria. «Quando l’avversario fa tutto, ma proprio tutto, meglio di te, c’è poco di cui puoi lamentarti» alza le mani Rafa Nadal, seppellito dai 34 vincenti di un satanasso capace di commettere, in poco più di due ore, la miseria di 9 errori gratuiti. Il cerotto che un anno esatto fa si faceva eliminare dal coreano Chung e poi operare al gomito è il campione ritrovato che si annette il settimo titolo dell’Australian Open (superati Federer e Emerson), il 15esimo dello Slam (superato Sampras), (…)

Novak Djokovic può già centrare un Grande Slam. Spurio. Il nuovo servizio di Nadal (velocizzato di 5 km all’ora), che tanti punti aveva mietuto nel torneo con gli alfieri respinti della Next Gen (De Minaur, Tiafoe, Tsitsipas), ben poco può contro il miglior risponditore (automatico) del circuito. Il mancinismo dell’uncino di dritto si schianta contro la rocciosità del rovescio del Djoker. Morale: è un’ecatombe. 3-0, 4-1, 5-3 cedendo il primo 15 sul servizio: sono già passati 33′ quando comincia il match e per Rafa è già troppo tardi (6-3). Sul 4-2 del secondo set Djokovic chiude la porta in faccia a Nadal che tenta disperatamente di ritrovare intensità e colpi, profondità ed efficienza: palla break annullata e sarà l’unica, in tutto il match, per lo spagnolo (6-2, 6-3). «Un dominio assoluto» chiosa Marian Vajda, il vecchio coach tornato al capezzale del fuoriclasse malato (nel corpo e nell’anima) quando il ranking era sprofondato fino al numero 22. «Incredibile: così avrebbe vinto con chiunque» constata Carlos Moya, l’ex ragazzo che fa le veci di zio Toni nell’angolo di Rafa.

(…) Al di là degli alibi di Nadal, recentemente uscito dal bacino di carenaggio dopo quattro mesi di stop e chiaramente impreparato all’urto violento con il serbo, il Djoker sarà l’uomo da battere sia sul cemento americano (…) che sulla terra rossa europea a cui Rafa affida l’ennesima resurrezione. L’idea del Grande Slam è un dolcissimo pensiero da cullare: «Mi motiva, certo. Sarei bugiardo se dicessi il contrario» mormora Nole abbracciando la coppa. (…)


Il Djokovic mai visto. Aria di Grande Slam 50 anni dopo Laver (Gianni Clerici, Repubblica Sport)

Non avevo il minimo sospetto che Novak Djokovic battesse Rafa Nadal in tre set nettissimi, 6-3, 6-2, 6-3. (…) Credevo in una partita di quattro o cinque set, dopo aver seguito la strada in discesa dei due tennisti, dopo averli ammirati nei loro match, soprattutto nelle semifinali contro giocatori quali Tsitsipas e Pouille, esponenti della Next Generation e Nearly Next. (…) Una finale insomma che ricalcasse quella del 2012, nella quale il serbo l’aveva spuntata per 7-5 al quinto, o almeno un’altra di quelle molto combattute, che vedevano Djokovic condurre per 27 vittorie a 25. (…)

Mi sono quindi accinto al match, mentre ascoltavo i commentatori televisivi, ex-campioni come si usa adesso. Non fatico a ricordare che, un tempo, questi commentatori, quorum ego, venivano chiamati giornalisti, perché scrivevano, cosa a cui gli attuali non pensano nemmeno. Ora Mats Wilander, John McEnroe, Boris Becker e Alex Corretja ci spiegano tutto quel che succederà, con il segreto aiuto di statistici infallibili quanto meno conosciuti di loro (…). Io, vecchio giornalista, vado a consultare per solito i book-maker, e ne avevo così trovato uno solo che desse favorito Nadal. A Nadal avevo pensato, per tutte le due settimane del torneo, trovandolo non solo in grado di battere più efficacemente, ma più aggressivo. Mi ero però chiesto se Djokovic non fosse in grado di meglio ribattere, e di giocare più lungo, togliendo a Rafa la possibilità di traformarsi da regolarista in attaccante. Ci ha pensato Djokovic. Ha giocato non solo più lungo, più vicino alla riga di fondo (…)

La partita si è così risolta con un costante vantaggio del serbo con un break di vantaggio nel primo set, addirittura raddoppiato per 12 punti a 10 all’avvio, che portava a 25 punti a 15 il primo set, con un 6-3. Il secondo finiva addirittura peggio per un Nadal soverchiato, soprattutto dai diritti del serbo, che per salire a 5-2 inanellava un parziale di 18 punti a 8 dai 2 games pari d’avvio. Infine, mentre qualche ottimista sperava in una ripresa di Nadal, giungeva la terza e ultima condanna, con un break nel terzo gioco che l’avrebbe tenuto in fondo sino al 6-3 finale. Rimaneva, a questo battutissimo Nadal, soltanto di complimentarsi con Novak, «un giocatore più forte di me», «dal servizio sottovalutato» e «dal miglior rovescio bimane di tutti i tempi». Non vi pare che sia abbastanza ?

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Fognini-Seppi, al Roland Garros è subito derby (Cocchi). Nadal: “Convivo con i dolori. Parigi resta speciale” (Semeraro). Venus Williams: “I miei amori: tennis, Serena e il cane Harold” (Roncato)

La rassegna stampa di venerdì 24 maggio 2019

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Fognini-Seppi, al Roland Garros è subito derby (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il sorteggio del Roland Garros regala subito un derby italiano: Fabio Fognini affronterà Andreas Seppi al primo turno dello Slam sul rosso mentre Lorenzo Sonego avrà «l’onore» di dare il bentornato a Roger Federer sulla terra parigina. Marco Cecchinato, semifinalista lo scorso anno e testa di serie numero 16, esordirà contro il francese Mahut mentre Matteo Berrettini, per la prima volta testa di serie in uno Slam se la vedrà con lo spagnolo Pablo Andujar. Thomas Fabbiano, l’altro azzurro nel main draw affronterà invece Marin Cilic. Ieri intanto Stefano Travaglia e Salvatore Caruso hanno conquistato un posto nel tabellone principale battendo rispettivamente Darcis e Brown. Oggi ci proverà anche Simone Bolelli, al turno decisivo contro il giapponese Soeda. Il campione in carica Rafa Nadal inizierà la campagna per il dodicesimo titolo al Roland Garros contro un qualificato e lo stesso farà nel secondo turno. Il maiorchino a Roma ha rotto il digiuno di titoli sul rosso: «E’ stato importante vincere al Foro – ha detto dopo la cerimonia -. Ho giocato molto bene per tutto il torneo e sono soddisfatto del mio stato di forma». I possibili quarti maschili di questa edizione sono Djokovic-Zverev e Thiem-Del Potro nella parte alta e Tsitsipas-Federer, Nishikori- Nadal in quella inferiore. Intanto tra le donne si registra il forfeit di Camila Giorgi, ancora fermata dai problemi al polso destro. La Osaka, testa di serie numero uno, esordirà con la slovacca Schmiedlova, mentre Serena Williams dovrebbe affrontare la Diatchenko. Primo turno affascinante nella parte alta con Azarenka-Ostapenko mentre si rivede la vincitrice di Indian Wells, Bianca Andreescu, che trova una qualificata. La campionessa del 2018 Simona Halep inizia la difesa del titolo contro l’australiana Tomljanovic. Intanto a Ginevra Alexander Zverev, a fatica, raggiunge la semifinale battendo il boliviano Hugo Dellien: 7-5 3-6 6-3.

 

Rafa Nadal: «Convivo con i dolori. Parigi resta speciale» (Stefano Semeraro, La Stampa)

Rafa Nadal non ci sta a perdere nemmeno a Parchis, il gioco da tavolo con cui inganna il tempo fra un match e l’altro. Sfide infinite con il suo consigliere tecnico Francisco Roig, zio Toni e il fisioterapista Rafael Maymo, sotto gli occhi di una tifosa d’eccezione come Valeria Solarino. Alzata l’ottava coppa a Roma, ora però bisogna concentrarsi sul Roland Garros. Si parte domenica, inutile dire chi è il favorito.

Rafa, meglio la «duodecima» a Parigi o il terzo titolo a Wimbledon?

Be’, l’anno scorso sono stato vicinissimo a rivincere Wimbledon. Però il Roland Garros per me è speciale: scelgo Parigi.

In tutti questi anni dove si è sentito più amato?

La verità? L’affetto della gente l’ho sentito dappertutto. La finale del 2005 a Roma contro Coria fu incredibile: un pubblico fantastico, indimenticabile. Anche in Australia sono sempre stato benissimo, o agli Us Open. In momenti diversi mi sono sentito amato in posti diversi.

Nel 2005 vinse anche il primo titolo a Parigi, aveva 19 anni, il 3 giugno saranno 33: come è cambiato?

Più o meno sono la stessa persona. La vita ti cambia, ovvio, ma nelle cose che contano non mi sento diverso. Ho fatto tanti errori, ma sempre in buona fede.

Dopo i 30 anni fanno più piacere le vittorie o bruciano più le sconfitte?

Fin da giovane ho lottato con gli infortuni: ho imparato in fretta a godermi le cose buone e ad accettare con tranquillità quelle negative.

Ora è anche titolare di una tennis academy a Manacor. È un bravo insegnante?

Mi alleno spesso con i giovani, mi piace dare consigli, trasmettere quello che ho imparato. L’Academy è un progetto molto importante per il mio futuro.

Ha vinto 17 Slam, 81 tornei. Qualche rimpianto?

La finale dell’Australian Open 2014, persa con Wawrinka. Ero infortunato, mi piacerebbe rigiocarla.

La sua forza mentale spesso ha offuscato le sue straordinarie doti tecniche. Per Pat Cash è fra i migliori a rete, ma la gente spesso lo dimentica. Le dispiace?

Guardi, io rispetto le opinioni di tutti, ma è impossibile fare la mia carriera senza giocare molto, molto bene a tennis. Sono un tennista completo, ho vinto su tutte le superfici, mi sento competitivo ovunque. […]

Che cosa cambierebbe nel tennis?

Con una sola palla di servizio le partite sarebbero più interessanti. E si risparmierebbe tempo. Fra un servizio e l’altro si perde più tempo di quello che si può guadagnare con lo shotclock. Intendiamoci: il tennis così come è mi va benissimo. Ma con un solo servizio diventerebbe più tattico e spettacolare.

Sport a parte, chi ammira?

La brava gente. Quelli che aiutano gli altri senza essere famosi.

Venus Williams: «I miei amori: tennis, Serena e il cane Harold» (Alessandra Roncato, La Repubblica)

«Lui mi ama per quello che sono. Mi ama se vinco e anche se perdo. Odia il tennis ma mi accompagna ovunque io vada. È la mia famiglia». Venus Williams, apre una tasca dello zaino e lui, Harold, un cagnolino di piccola taglia, esce zampettando per rifugiarsi sotto la sedia della sua padrona. La tennista che ha cambiato la storia del suo sport vincendo quattro ori olimpici (uno in singolare e tre in coppia con la sorella Serena), e sette tornei del Grande Slam, è al Coin Excelsior di Roma per presentare la sua linea sportswear EleVen by Venus in vendita in esclusiva nello store di via Cola di Rienzo. A 38 anni non ha nessuna intenzione di appendere la racchetta al chiodo nonostante la sua attività imprenditoriale con EleVen stia andando a gonfie vele: «I miei genitori mi hanno sempre detto “Ok, puoi fare sport ma devi anche avere un’istruzione”: così ho studiato fashion design e mi sono innamorata della moda».

Nella sua vita ha indossato centinaia di capi sportivi, cosa c’è di diverso in EleVen?

Non è tanto una questione di stile quanto di attitudine. La maggior parte delle persone quando raggiungono il successo decidono di fermarsi. Io penso che si debba continuare a migliorare confrontarsi con tutto quello che viene: gli alti e i bassi, i successi e i fallimenti senza mai smettere di provare a essere un “undici” (EleVen).

L’abbigliamento sportivo richiede un certo tipo di fisico. Pensa che le donne “non perfette” siano pronte a mostrare il proprio corpo?

Da una parte oggi è più facile esibire forme imperfette, dall’altra la pressione di dover apparire belle è sempre più forte. Per questo è così dura stare bene con se stesse. Penso che l’autostima vada allenata facendo cose che amiamo. A me, ad esempio, piace passare del tempo da sola, in silenzio. Sono sempre circondata da tante persone. […]

Tra tennis e la sua linea di moda: dove trova il tempo per fare tutto?

Non mi faccio ossessionare. Se non riesco a concludere una cosa mi dico “la farò domani”. Cerco di fare quello che posso quando posso. Non voglio impazzire o vivere in preda all’ansia.

C’è una donna che l’ha ispirata?

Certo. Il suo nome è Serena Williams. È da sempre la mia fonte d’ispirazione. Mi ha insegnato tanto. Spesso i fratelli entrano in competizione. A noi non è mai successo. I nostri genitori ci hanno cresciute in modo che fossimo migliori amiche: non ci era proprio permesso litigare. […]

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Carica Fognini: “A Parigi per impressionare” (Boccucci). I dubbi di Serena: prima di Parigi appena nove match (Cocchi)

La rassegna stampa di giovedì 23 maggio 2019

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Carica Fognini: “A Parigi per impressionare” (Massimo Boccucci, Corriere dello Sport)

Parigi val bene una full immerssion di tre giorni a San Marino, che Fabio Fognini ha lasciato ieri mettendo nel mirino il Roland Garros. Va agli Open di Francia da atteso protagonista, con la volontà di mettere a frutto il lavoro sulla terra rossa del centro tennis nell’antica Repubblica sul monte Titano […] Si presenterà a Parigi da n.11 del mondo e può finalmente entrare nella Top 10: pesa psicologicamente? «No, ci penso ma non lo immagino come un obiettivo bensì un sogno che può avverarsi». Dopo 46 anni ha superato Bertolucci, che arrivò al 12° posto mondiale, ora pensa di poter raggiungete anche il 7° di Barazzutti e magari il 4° di Panatta? «Voglio mantenere i piedi per terra. Vengo da un periodo molto positivo e cercherò di dare il meglio. Poi so che i buoni risultati dipendono da più fattori, non solo da me». Al Roland Garros del 2011 si spinse fino ai quarti di finale: stavolta cosa può succedere? «Di tutto, però intanto vorrei giocare al meglio il primo incontro, che è il più importante. Mi propongo di entrare nel modo migliore». Come gestisce i suoi problemi fisici? «Dalla finale di Montecarlo ho un piccolo guaio alla gamba che mi porto dietro. A giorni va meglio, in altri peggio. Sto facendo un trattamento con il laser. A Parigi si giocano partite lunghe 3 su 5 e confido di presentarmi al massimo». Come si prepara un torneo lungo e faticoso come Parigi? «Questa settimana c’era l’appuntamento con il torneo di Ginevra e non ho giocato. Dopo Montecarlo sono cambiati gli obiettivi e preparo i tornei più importanti, pur rispettando l’intero circuito. Posso decidere quando giocare e gestirmi meglio» […] E’ vero che tra Roma e Parigi il campo non è lo stesso? «I campi di Parigi sono i migliori, è il torneo più importante del mondo su questa superficie. A volte si trovano condizioni simili quando piove». Come funziona e quanto influisce la collaborazione con Barazzutti? «Ho avuto fortuna di averlo con me nel torneo più importante della carriera Mi ha aiutato e mi ammazza di lavoro giocando sette ore al giorno». Ha dovuto rinunciare ai torni di Barcellona ed Estoril, poi è tornato: quali sono le prossime aspettative personali? «Sono rimasto fuori per problemi fisici in un momento positivo, ora cerco di migliorare e di fare qualcosa in più. Parigi è il mio torneo preferito: vorrei un grosso risultato e non sarà facile, spero che possa restare impresso. Arriva nel momento migliore della mia carriera, può giocarmi a favore o contro. Intanto va superato il primo ostacolo». Djokovic sempre re del ranking su Nadal. Quant’è destinato a durare l’ordine gerarchico? «Quando Djokovic è in forma si vede che è il più forte. L’ha dimostrato sul cemento, così come Federer sull’erba. Loro due sono favoriti a Wimbledon, come Nadal lo è a Parigi. Djokovic è su un gradino più alto nonostante la finale persa a Roma, dove comunque ha portato Nadal al terzo set». La sorprende l’ennesimo ritorno di Nadal a questi livelli? «Penso che non sia mai sceso di livello. Quando perde dice che c’è un problema fisico o che non ha giocato, invece di dare meriti all’avversario. Lui comunque è il più forte sulla terra battuta». Con Nadal favorito, chi può inserirsi a Parigi? «Questa edizione è più aperta. Ci sono anche tanti giovani. Può essere interessante che non vincano sempre gli stessi. Gli ultimi quattro-cinque Masters 1000 hanno avuto vincitori diversi» […] Cosa le resta di Roma 2019? «La soddisfazione a metà. Ho vinto due belle partite e non nego che contro Titsitpas avrei voluto giocarla in altre condizioni. Il meteo non ha aiutato». Sentiva all’inizio dell’anno che qualcosa di buono stava per succedere? «Mi stavo allenando bene, avevo voglia e rabbia agonistica. In certi momenti non mi riconoscevo, poi di punto in bianco ho vinto. Questo sport è incredibile». A febbraio aveva lasciato il primato tra i tennisti italiani a Cecchinato dopo oltre tre anni: è stato il momento più difficile? «Per niente, ho già dimostrato chi sono e quanto valgo. Non ho mai guardato certe situazioni e non si possono fare paragoni. Cecchinato e Berrettini sono più giovani di me. Speriamo di trascinarli, glielo auguro perché più italiani bravi ci sono e meglio è». Cosa si porta dentro dell’impresa di Montecarlo? «Vorrei rivedere tutto l’ambaradan che è successo. Quello è il torneo di casa mia, più che Roma. Sono cresciuto e vivo a Sanremo, mi allenavo a Montecarlo. Nessuno se l’aspettava, ho vinto davanti alla famiglia e agli amici di sempre». Che idea si è fatto del baby Sinner, il nuovo fenomeno azzurro? «Credo che sia presto per parlare di fenomeno. Ha tutte le potenzialità per diventarlo, ma non ha ancora fatto nulla. Deve mangiare tanta pasta avendo tutto davanti a se. È un bravo ragazzo, gioca molto bene e viene ben consigliato» […] Brutto gesto dell’australiano Kyrgios, espulso agli Internazionali di Roma dopo la lite con l’arbitro e la sedia lanciata in campo: cosa passa per la testa di un campione in quel momenti? «Lui è abbastanza particolare e un tipo difficile, sta buttando molto talento alle stelle. È uno di quei pochi giocatori che, se becca la settimana buona può vincere contro chiunque: lo ha dimostrato ad Acapulco. È fatto così, va fuori dalle righe. Sta all’ATP prendere le decisioni, talvolta fa meno di ciò che potrebbe». Come concilia la vita del tennista con quella di papà? «Questo mi ha aiutato molto. Per fortuna dopo il lavoro stacco e penso alla mia famiglia, lasciandomi alle spalle la vittoria e soprattutto la sconfitta». Chieda un regalo per domani giorno del suo 32° compleanno. «Potrei chiedere un bel Parigi, ma non vorrei sbilanciarmi sul risultato. Magari si può entrare nella top 10. Poi dovrò eventualmente trovare nuove motivazioni» […] A proposito di panchine, chi vede come successore di Barazzurri alla guida azzurra in Coppa Davis? «C’è qualche nome, penso a Galimberti, Volandri o Santopadre. Mi vengono in mente queste soluzioni».

 

I dubbi di Serena: prima di Parigi appena nove match (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Su Instagram si mostra stanca e poco desiderosa di allenarsi. Il circuito fino ad ora le ha dato più preoccupazioni che soddisfazioni, e la vigilia del Roland Garros, per Serena Williams, è piena di punti interrogativi. La ex numero 1, che dopo il 23° Slam, conquistato a Melbourne 2017, ha raggiunto solo due finali lo scorso anno (Wimbledon e Us Open), punta su Parigi per agganciare i 24 titoli di Margaret Court. Ma l’impresa non è per nulla semplice: la superficie è quella più fisicamente faticosa e in più le condizioni del suo ginocchio destro sono un punto interrogativo. Proprio a Parigi, nel 2018, Serena era tornata a disputare uno Slam dopo il rientro dalla maternità. Più che per i suoi risultati aveva fatto notizia per la tuta nera aderente indossata in campo, che aveva scatenato molte polemiche. Il suo percorso a Porte d’Auteuil si era interrotto dopo tre partite per infortunio, appena prima dell’incrocio pericoloso con Maria Sharapova agli ottavi. Serena, tre volte regina del Roland Garros (2002, 2013, 2015), dall’inizio dell’anno ha giocato appena nove partite, una sola sulla terra rossa, a Roma, prima di ritirarsi per l’ennesimo problema al ginocchio destro senza disputare il derby con la sorella Venus. «Dispiace – ha detto dopo l’ennesimo ritiro -, non è una mia scelta. Mi piacerebbe restare sul circuito e giocare ogni partita, ma non è possibile». Il suo coach Patrick Mouratoglou ricorda che Serena è stata capace di imprese incredibili: «Da lei ci si può aspettare di tutto, ricordatevi che nel 2015 ha vinto il Roland Garros con la febbre a 40°» […]

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Crivelli). Una terra per due (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 22 maggio 2019

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Rieccolo. Da quel campo mancava da quattro anni, e lo ha ritrovato cambiato, in attesa che dal 2020 abbia anche la copertura. L’ultima apparizione di Roger Federer al Roland Garros datava 2015, quando venne sconfitto in tre set nei quarti da Wawrinka, poi vincitore del titolo. Nel 2016 il Divino rinunciò all’ultimo per i guai alla schiena e a un ginocchio, poi per due stagioni ha programmato un calendario personale senza il rosso europeo primaverile. Ritiratosi da Roma per qualche dolorino alla gamba destra seguito alle due partite in un giorno di giovedì, Federer appena arrivato in Francia ha subito voluto testare le condizioni sue e dello Chatrier, rimanendo in campo quasi due ore con Diego Schwartzman, l’argentino semifinalista agli Internazionali. Lo svizzero sarà testa di serie numero 3 nel secondo Slam stagionale (si parte domenica): come al solito Parigi segue il ranking, con Djokovic e la Osaka a guidare il seeding. Nel sorteggio di domani sera ci saranno anche tre italiani tra le 32 teste di serie: Fognini 9, Cecchinato 17 e Berrettini 30, tutti beneficiati di due posti dalle assenze di Anderson e Isner. Amarezze invece dalle qualificazioni maschili: i tre italiani di giornata sono stati eliminati da avversari francesi. Lorenzi ha perso da Couacaud, Viola da Bourgue e Arnaboldi da Blancaneux. Oggi tornano in campo per il secondo turno Quinzi, Caruso, Napolitano, Travaglia, Mager e Bolelli. Tra le donne passano il primo turno la Paolini (Zaja) e la Treviso (Smitkova), oggi gioca la Gatto Monticone. A Parigi sarà sicuramente accolto da gran signore (eufemismo) Nick Kyrgios, che dopo un allenamento a Wimbledon (cosa c’è di meglio dell’erba per preparare la terra, del resto) con Andy Murray ha postato su Instagram un paragone piuttosto eloquente: «Il Roland Garros rispetto a questo posto è una m…a». Incorreggibile. Intanto si gioca sulla terra nella settimana che porta al Bois de Boulogne. A Ginevra debutto per Alexander Zverev, cui serviva un avversario declinante come Gulbis per concedersi un sorriso, anche se il 6-2 6-1 finale non registra le 9 palle break concesse dal numero 5 del mondo (ne ha salvate 8). A Lione debutto vincente per l’attesissimo AugerAliassime (7-6 7-5 a Millman), mentre Dimitrov conferma la caduta senza fondo perdendo da Delbonis (1-6 6-4 6-2).

 

Una terra per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Con i suoi modi pacati, un po’ sornioni, di chi potrebbe saperla lunga ma lascia ad altri l’onere della prova, Marco Cecchinato mise il tennis di fronte a un interrogativo che in pochi, fin lì, si erano sentiti in dovere di porsi. Accadeva al Roland Garros di un anno fa e la domanda suonava più o meno così: quanto talento c’è nell’altro tennis? Il Ceck veniva da lì, dal tennis dove tutti transitano e molti vi restano impigliati, quello dei Challenger, dei Futures, delle palle sgonfie e spelacchiate. E il tennis dei dimenticati, perché chi vi transita lo archivia in un lampo, e chi ci resta non ama gli venga ricordato. Ma lui, il Ceck, spedito da Palermo in Friuli per farsi la pelle dura, che nell’altro tennis aveva già speso cinque anni di carriera, se ne stava nel torneo dei grandi come un geco in attesa di una zanzara ottimista. Il primo fuoriuscito dell’altro tennis a tagliare il traguardo di una semifinale Slam nel Campionato Mondiale sulla terra rossa. Roba che solo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti vi erano riusciti. Una semifinale che fece il pieno di carburante al tennis italiano e lo rilanciò, se è vero che da quelle giornate i nostri si sono appropriati di sette tornei del circuito, fra i quali un Masters 1000 firmato da Fabio Fognini. Ecco, Fognini, Fogna2 come si fa chiamare quando gioca bene. Lui a una semifinale Slam non è mai giunto, e non v’è alcuna spiegazione tecnica per chiarire il mistero. La risposta sta nel non riuscire quasi mai a far coincidere l’immagine che ha di sé con la realtà dei fatti. Insomma, quello che gli è riuscito a Montecarlo. Ma è un fatto, lui quella semifinale la vuole, e vorrebbe anche di più se solo fosse possibile. Il meglio lo ha dato con un quarto di finale a Parigi nel 2011, vinse da infortunato l’ottavo con Montanes e fu costretto al ritiro prima di incontrare Djokovic. Poi sono giunti due ottavi australiani, quattro sedicesimi a Wimbledon e un ottavo anche agli Us Open. Ha fatto di nuovo bene a Parigi però, ripresentandosi negli ottavi un anno fa e continua a sostenere di avere una voglia infinita di mostrarsi nei suoi panni migliori anche in un major. Ne ha facoltà, ma vale la pena chiedersi come vi giunga a questo appuntamento. C’è un problemino muscolare in attesa di soluzione definitiva, il professor Parra che l’ha in cura con i suoi laser, dice che non si tratta proprio di una sciocchezza. Lui si sente pronto, si sta allenando a San Marino con Barazzutti: «La vittoria a Montecarlo ha cambiato le cose, ora vado in campo disteso». Il Ceck dovrà aggirare altri ostacoli. Il 2018 l’ha portato stabile fra i primi 20. Ora lo conoscono. Ma non sarà facile non avvertire la morsa della conferma dalla quale è atteso. Ci sono in ballo 640 punti, metà della sua classifica. «Non ci penso, non voglio preoccuparmi», ha detto a Roma. Ma quel nodo lo incontrerà e dovrà dargli un taglio netto, se non vuole che diventi scorsoio.

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