La stampa italiana celebra il settimo trionfo di Djokovic in Australia (Crivelli, Cocchi, Semeraro, Piccardi, Clerici)

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La stampa italiana celebra il settimo trionfo di Djokovic in Australia (Crivelli, Cocchi, Semeraro, Piccardi, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 28 gennaio 2019

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Tempesta Novak. La partita perfetta, dopo i tormenti c’è solo la storia (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello sport)

Il mio nome è Tempesta. Tuoni, fulmini e saette. Djokovic incenerisce e demolisce. Il settebello a Melbourne matura al culmine della partita perfetta, un’esecuzione sportiva che annienta perfino un gladiatore come Nadal: Rafa, in 25 finali dello Slam, non aveva mai perso in tre set e conquistato appena otto game. Un’esibizione di potenza, anzi di dominio intangibile, che riscrive i libri di storia del tennis e di quella personale del Djoker. Il terzo uomo, colui che fino al 2011 viveva all’ombra di Federer e del diavolo maiorchino, raccogliendo briciole di gloria, adesso ha un saldo vincente con entrambi e minaccia il doppio sorpasso nei Major, l’emblema della grandezza. Nessuno era mai riuscito a vincere tre Slam di fila per tre volte, nessuno si era mai annesso sette Australian Open (…)

Un Nole chirurgico, concentrato, feroce, affamato, apre la contesa con un 12-1 nei punti fatti, con un servizio che lo spagnolo non legge, con i piedi dentro il campo e una profondità di palla insostenibile per Rafa, costretto a giocare due metri dietro la riga di fondo. Il numero due del mondo, in affanno fisico perché per la prima volta in due settimane deve difendere e non può essere aggressivo, va subito in apnea e non emergerà più, affondando in rete il rovescio che potrebbe restituirgli un po’ di ossigeno nell’unica sua palla break del match, sul 3-2 sotto nel terzo set. Game over, il 28° successo di Djokovic nei confronti diretti (25 vittorie di Nadal) è anche il più semplice e il più distruttivo, e adesso i tre titani che stanno segnando l’epoca più florida del tennis sono anche tutti sul podio degli Slam conquistati. Djokovic, a 15, stacca infatti Sampras, l’idolo per il quale si innamorò del tennis nel bar-pizzeria gestito dai genitori: «Una delle prime immagini che mi si sono rimaste impresse è quella di Pete che vince il primo titolo a Wimbledon nel `92. Ero un ragazzino a Kopaonik, un resort di montagna nel sud della Serbia. Nessuno aveva mai preso in mano una racchetta prima di me, è stato sicuramente un segno del destino iniziare a giocare a tennis con l’aspirazione di diventare come Sampras». (…)

 

Vien quasi da sorridere a pensare che l’ultimo ad averlo battuto in uno dei quattro tornei che contano di più rimane il Cecchinato di Parigi. Ma quello era un Djokovic tormentato dalle incertezze, confuso e in cerca di se stesso dopo l’infortunio al gomito: «Non voglio sembrare arrogante, ma credo sempre in me stesso. E penso di averlo dovuto fare come mai nella vita un anno fa dopo l’intervento chirurgico perché non stavo giocando bene, non mi sentivo bene in campo, avevo dubbi su tutto. Ho vissuto intensamente tutto il percorso, ma era altamente improbabile vincere tre Slam. Devo solo esserne cosciente e capire che sono fortunatissimo». Una fortuna che si è cercato tornando all’antico, a coach Vajda, dopo improbabili percorsi con altrettanto improbabili guru. E il taciturno Martin lo ha ricostruito, tecnicamente e mentalmente: « (…)  Tra noi non ci sono segreti, ci conosciamo dal 2006 e ci siamo sempre fidati uno dell’altro. Il record di 20 Slam di Federer? Lontano, non impossibile: bisogna rimanere in salute e continuare a giocare con questa intensità, ma abbiamo il vantaggio dell’età. Secondo me, è più probabile possa puntare al Grande Slam». La parola magica, già accarezzata tra il 2015 e il 2016 e che torna di moda, soprattutto se in due partite tra semifinale e finale concedi appena 15 gratuiti: «Ci sono molti tornei prima del Roland Garros, sulla terra devo giocare meglio di quanto abbia fatto nella scorsa stagione. Certo, il Grande Slam è la sfida massima per un tennista, vorrà dire che porterò Rod Laver nella mia squadra…». Sarebbe la tempesta perfetta


Sostiene Panatta «II Grande Slam è alla sua portata» (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Dei suoi amati «pof pof», suoni di un tennis che non c’è più, se ne sono sentiti pochi nella finale tra Djokovic e Nadal, ciò non toglie che Adriano Panatta, da uomo di racchetta, il match se lo sia gustato dall’inizio alla fine: «Sì, non è servito molto tempo… Nole ha preso letteralmente a pallate il povero Rafa», ha sottolineato il campione del Roland Garros 1976 (…).

II serbo, dopo aver ventilato l’ipotesi del ritiro, ed essere stato fuori dai giochi per mesi nel 2018, è tornato in estate firmando Wimbledon e Us Open. A Melbourne il serbo, che ha centrato ieri lo Slam numero 15 in carriera, ha ripreso da dove si era fermato, ovvero sollevando un trofeo importante: «Sono felice di avere visto il serbo giocare così bene. Mi dispiace ovviamente per Nadal, che non ha avuto scampo. Ma la buona notizia è che finalmente vediamo un Djokovic diverso dal solito. Che gioca bene, che non è più attendista come ci ha abituato ma che prende l’iniziativa, è propositivo. Lo spagnolo non ha giocato affatto male, ha sbagliato quattro o cinque palle e non dimentichiamoci che è arrivato allo scontro con Djokovic senza mai lasciare un set agli avversari». Insomma, un Djokovic rinato dopo il crollo e tornato, se possibile, ancora più forte di prima: «Ripeto, anche dal punto di vista tattico, ho visto il numero 1 migliorato — prosegue Panatta —. Ha giocato un metro più avanti rispetto al solito e poi finalmente si è deciso a giocare sul dritto di Rafa, aprendosi così il campo per incidere. Mentalmente è tornato inattaccabile, ha fatto benissimo a mollare il guru e affidarsi nuovamente al team che lo conosce e lo fa sentire a proprio agio». Federer, Nadal, Djokovic: i Fab Three (da quando il povero Murray è uscito dal gruppo non rientra più nella contabilità) hanno conquistato 52 degli ultimi 61 Slam. (…) «Mi chiede se loro siano i più grandi di sempre? Può darsi, ma non mi sbilancerei fino a questo punto. II tennis cambia e ogni epoca ha avuto i suoi fenomeni. Ok questi tre, ma non dimentichiamoci i Borg, McEnroe, Connors, Becker…». Le vie del tennis sono lastricate di fenomeni, insomma, ma Federer resta inarrivabile: «Roger è un miracolo di longevità, della sua classe non si discute, ma ritengo che Djokovic possa raggiungere, e anche superare, i numeri di vittorie dello svizzero». Panatta non è certo uno che ha paura di sbilanciarsi e mette giù il carico: «Le dirò di più — continua —, penso che quest’anno il serbo possa conquistare il Grande Slam». Un’impresa storica, riuscita l’ultima volta a Rod Laver nel 1969. (…) «De Minaur, Tiafoe, Tsitsipas potrebbero diventare i fenomeni del futuro, ma sono ragazzini. Devono ancora crescere, fare esperienza. Mi è piaciuto molto Tsitsipas, gioca un tennis un po’ diverso e si è fermato solo contro un Nadal in stato di grazia. Sono rimasto male invece per Sascha Zverev che nonostante Lendl non è ancora riuscito a crescere a livello Slam. Gioca sempre uguale, è troppo concentrato su se stesso, sul suo gioco (…)” (…).


L’urlo di Djokovic è da grande slam (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Adesso, chi lo ferma? Chi riuscirà a impedire a Novak Djokovic, solidissimo numero 1 del mondo, vincitore ieri del suo 15esimo Slam, il settimo agli Australian Open, il terzo di fila, di divorarsi in un paio di annetti la distanza che lo separa dai 17 Slam di Rafa Nadal – l’avversario distrutto nella non-finale di Melbourne – e dai 20 di un Federer ormai avviato ai 38 anni e sempre più vulnerabile? Magari di chiudere il primo Grande Slam, cinquant’anni esatti dopo Laver, il mito australiano che ieri a 80 anni faceva la ola in tribuna? E’ la terza volta in carriera che Nole si intasca tre Slam di fila. Fra Wimbledon 2015 e Parigi 2016 gli era riuscito anche il “Nole-Slam” (…).

Nel 2015 solo gli abbacinanti bermuda e il rovescio fotonico di Wawrinka a Parigi gli avevano negato un probabile Slam, poi sono arrivati inciampi fisici (il gomito) ed esistenziali a rallentarlo. A 31 anni però Novak, almeno quello visto ieri contro un Nadal ridotto all’impotenza, sembra pronto a riprovarci. Anche perché con la Next Gen ancora in crisi di crescita, e Federer avviato a un tramonto prim’ancora anagrafico che sportivo, a sporcargli l’orizzonte rimane il solo Nadal a Parigi.

(…) Sul cemento, invece, il Djoker in forma pare inarrivabile. A Melbourne ha lasciato per strada un paio di set mentre sculacciava Shapovalov e Medvedev, dalle semifinali in poi ha ingranato la sesta, ieri contro Nadal la settima. Rafa, invece, ha grippato. Nei turni precedenti era parso in forma, temibile, più aggressivo del solito; ieri invece è andato sotto, mentalmente e tecnicamente, sin dall’inizio. Incassato un demoralizzante parziale di 12-1, ha rischiato il 4-0 nel primo set, e per il resto della partita non è mai riuscito a sradicare Novak dalla linea di fondo. Quando fionda risposta, la migliore del mondo e una delle migliori di sempre, e rovescio bimane con i piedi dentro il campo, il Number One diventa imbattibile. Nadal con il suo diritto arrotato di solito trova il colpo più fragile degli avversari, contro il serbo gli capita il contrario. Idem per lo slice mancino a uscire nel servizio. Se riesce a tenere lunghe le sue parabole fradice di top-spin, Rafa può sperare di giocarsela; ma se il diritto cade a metà campo come ieri, e in lungolinea (la vera arma che pub inquietare il Djoker), finisce regolarmente fuori misura, non c’è scampo: arriva l’asfissia. (…) Risultato: 6-3 6-2 6-3 in due ore e sei minuti. Nel 2012 Rafa prima di cedere aveva inchiodato Djokovic in campo per quasi sei ore. Ieri si è arreso, per la prima volta in carriera in una finale Slam, senza vincere un set «Se perdi con uno che fa tutto meglio di te, non puoi rimproverarti più di tanto – ha ammesso sconsolato – Non è vero che ero nervoso, ma Novak ha giocato in maniera fantastica. lo avrei dovuto fargli giocare un colpo in più, ma non ci sono riuscito, mi è mancato qualcosa anche fisicamente». Colpa, anche, dei quattro mesi di stop dallo scorso settembre. (…) Dodici mesi fa Djokovic si operava al gomito, a maggio era fuori dai primi 20. Adesso vede Federer nel rettilineo. «Il record di Roger? Fare la storia del tennis mi dà una motivazione in più, sarebbe speciale». Se ci riuscisse, prepariamoci a cambiare i libri di testo.


Djokovic non dà scampo a Nadal. Ora scatta l’operazione Grande Slam (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

E se avessimo puntato sull’Immortale sbagliato? E se a fare il Grande Slam — quello vero, nell’anno solare, il sublime esercizio di stile che per l’ultima volta nella storia del tennis riuscì cinquant’anni fa a Rod Laver, l’antenato accomodato in tribuna a Melbourne Park —, invece di Federer, fosse Djokovic? Il Djoker, questo Djoker, fa spavento. Doveva essere una maratona, si è rivelata una veloce esecuzione sommaria. «Quando l’avversario fa tutto, ma proprio tutto, meglio di te, c’è poco di cui puoi lamentarti» alza le mani Rafa Nadal, seppellito dai 34 vincenti di un satanasso capace di commettere, in poco più di due ore, la miseria di 9 errori gratuiti. Il cerotto che un anno esatto fa si faceva eliminare dal coreano Chung e poi operare al gomito è il campione ritrovato che si annette il settimo titolo dell’Australian Open (superati Federer e Emerson), il 15esimo dello Slam (superato Sampras), (…)

Novak Djokovic può già centrare un Grande Slam. Spurio. Il nuovo servizio di Nadal (velocizzato di 5 km all’ora), che tanti punti aveva mietuto nel torneo con gli alfieri respinti della Next Gen (De Minaur, Tiafoe, Tsitsipas), ben poco può contro il miglior risponditore (automatico) del circuito. Il mancinismo dell’uncino di dritto si schianta contro la rocciosità del rovescio del Djoker. Morale: è un’ecatombe. 3-0, 4-1, 5-3 cedendo il primo 15 sul servizio: sono già passati 33′ quando comincia il match e per Rafa è già troppo tardi (6-3). Sul 4-2 del secondo set Djokovic chiude la porta in faccia a Nadal che tenta disperatamente di ritrovare intensità e colpi, profondità ed efficienza: palla break annullata e sarà l’unica, in tutto il match, per lo spagnolo (6-2, 6-3). «Un dominio assoluto» chiosa Marian Vajda, il vecchio coach tornato al capezzale del fuoriclasse malato (nel corpo e nell’anima) quando il ranking era sprofondato fino al numero 22. «Incredibile: così avrebbe vinto con chiunque» constata Carlos Moya, l’ex ragazzo che fa le veci di zio Toni nell’angolo di Rafa.

(…) Al di là degli alibi di Nadal, recentemente uscito dal bacino di carenaggio dopo quattro mesi di stop e chiaramente impreparato all’urto violento con il serbo, il Djoker sarà l’uomo da battere sia sul cemento americano (…) che sulla terra rossa europea a cui Rafa affida l’ennesima resurrezione. L’idea del Grande Slam è un dolcissimo pensiero da cullare: «Mi motiva, certo. Sarei bugiardo se dicessi il contrario» mormora Nole abbracciando la coppa. (…)


Il Djokovic mai visto. Aria di Grande Slam 50 anni dopo Laver (Gianni Clerici, Repubblica Sport)

Non avevo il minimo sospetto che Novak Djokovic battesse Rafa Nadal in tre set nettissimi, 6-3, 6-2, 6-3. (…) Credevo in una partita di quattro o cinque set, dopo aver seguito la strada in discesa dei due tennisti, dopo averli ammirati nei loro match, soprattutto nelle semifinali contro giocatori quali Tsitsipas e Pouille, esponenti della Next Generation e Nearly Next. (…) Una finale insomma che ricalcasse quella del 2012, nella quale il serbo l’aveva spuntata per 7-5 al quinto, o almeno un’altra di quelle molto combattute, che vedevano Djokovic condurre per 27 vittorie a 25. (…)

Mi sono quindi accinto al match, mentre ascoltavo i commentatori televisivi, ex-campioni come si usa adesso. Non fatico a ricordare che, un tempo, questi commentatori, quorum ego, venivano chiamati giornalisti, perché scrivevano, cosa a cui gli attuali non pensano nemmeno. Ora Mats Wilander, John McEnroe, Boris Becker e Alex Corretja ci spiegano tutto quel che succederà, con il segreto aiuto di statistici infallibili quanto meno conosciuti di loro (…). Io, vecchio giornalista, vado a consultare per solito i book-maker, e ne avevo così trovato uno solo che desse favorito Nadal. A Nadal avevo pensato, per tutte le due settimane del torneo, trovandolo non solo in grado di battere più efficacemente, ma più aggressivo. Mi ero però chiesto se Djokovic non fosse in grado di meglio ribattere, e di giocare più lungo, togliendo a Rafa la possibilità di traformarsi da regolarista in attaccante. Ci ha pensato Djokovic. Ha giocato non solo più lungo, più vicino alla riga di fondo (…)

La partita si è così risolta con un costante vantaggio del serbo con un break di vantaggio nel primo set, addirittura raddoppiato per 12 punti a 10 all’avvio, che portava a 25 punti a 15 il primo set, con un 6-3. Il secondo finiva addirittura peggio per un Nadal soverchiato, soprattutto dai diritti del serbo, che per salire a 5-2 inanellava un parziale di 18 punti a 8 dai 2 games pari d’avvio. Infine, mentre qualche ottimista sperava in una ripresa di Nadal, giungeva la terza e ultima condanna, con un break nel terzo gioco che l’avrebbe tenuto in fondo sino al 6-3 finale. Rimaneva, a questo battutissimo Nadal, soltanto di complimentarsi con Novak, «un giocatore più forte di me», «dal servizio sottovalutato» e «dal miglior rovescio bimane di tutti i tempi». Non vi pare che sia abbastanza ?

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La Giorgi è ai quarti: in forma New York. Cecchinato s’illude (La Gazzetta dello Sport). Sinner, un passo avanti (Tuttosport). Duck-hee Lee, il tennista che ha sconfitto il silenzio (Bonso)

La rassegna stampa di mercoledì 21 agosto 2019

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La Giorgi è ai quarti: in forma New York. Cecchinato s’illude (La Gazzetta dello Sport)

Ai quarti. Camila Giorgi avanza nel Bronx Open, il torneo pre Us Open che prende il posto in calendario di New Haven. L’azzurra, n.58 Wta, nel 2° turno trova la tedesca Andrea Petkovic, che aveva eliminato la cinese Zhang, quarta testa di serie, e dopo una partita accesa e lunga 2 ore e 43 minuti, la spunta 3-6 7-5 7-6 (3). Ora la marchigiana affronterà al terzo turno la vincente tra Cornet (Fra) e Zhu (Cina). A Wiston Salem Marco Cecchinato si ferma al secondo turno: Millman cede 7-6 (5) il primo set al siciliano, ma ribalta il match 6-4 6-3. Nel primo turno si fermano invece Andreas Seppi, che cede al ceco Berdych 6-1 3-6 6-3, e Thomas Fabbiano, eliminato dal russo Andrey Rublev 6-4 6-2. Out lo scozzese Andy Murray da Tennys Sandgren 7-6 (10-8) 7-5.[…]

Sinner, un passo avanti (Tuttosport)

 

Il miglior diciottenne al mondo, lo recita la classifica Atp, compie un primo passo verso il tabellone principale dell’Us Open, ultimo Slam dell’anno a Flushing Meadows da lunedì. Avanza Jannick Sinner e porta a sei il numero di azzurri (erano 13 al via) al secondo turno nelle qualificazioni. Dopo Baldi, Napolitano, Caruso, Giannessi e Lorenzi, il neo 18enne e 24a testa di serie, ha lasciato soltanto un game nel derby tricolore a Matteo Viola. In campo femminile avanza soltanto Jasmine Paolini al 2° turno delle qualificazioni battendo 6-1 3-6 6-1 la statunitense Arconada. Nella notte ha affrontato la rumena Elena Gabriela Ruse. Tutte uscite al debutto delle quali invece le altre azzurre, Martina Trevisan, Martina Di Giuseppe e Giulia Gatto-Monticone. In tabellone una sola azzurra ammessa direttamente: Camila Giorgi. Nell’Atp 250 a Winston Salem, invece, escono di scena i due italiani. Marco Cecchinato cede al secondo turno all’australiano John Millman: 6-7 (5), 6-4, 6-3 in quasi due ore e mezza. Niente da fare neppure per Thomas Fabbiano, 6-4, 6-2 dal russo Andrey Rublev. Ma la buona notizia arriva dal tennis femminile e dal Bronx Open a New York. Camila Giorgi si conferma in crescita di condizione ed entra nei quarti battendo in tre set la tedesca Andrea Petkovic 3-6 7-5 7-6(3). Troverà la francese Alize Comet o la cinese Lin Zhu. La bimba prodigio Amanda Anismova rinuncia all’Us Open per la tragedia che l’ha colpita la notte scorsa. Il padre e allenatore, Konstantin Anisimov,è stato trovato morto per cause ancora da chiarire. La quasi 18enne tennista Usa di origini russe, numero 24 del mondo e più giovane tra le prime 100, giustamente non se la sente. Amanda è esplosa al Roland Garros, eliminando Simona Halep nei quarti, poi aveva saltato i recenti appuntamenti di Toronto e Cincinnati per problemi alla schiena.

Duck-hee Lee, il tennista che ha sconfitto il silenzio (Andrea Bonso, Il Giornale)

Giocare a tennis non significa solo buttare la pallina oltre la rete: il più delle volte si tratta di buttare il cuore oltre l’ostacolo. E l’ostacolo può essere mille cose: se stessi, la paura, gli infortuni o una disabilità. Come quella di Duck-hee Lee, sordo fin dalla nascita. A questo sudcoreano di 21 anni non manca di certo il coraggio di affrontare la vita, considerando il proprio problema non un freno, bensì un motivo in più per dare il meglio di sé. E ciò l’ha dimostrato al mondo nel corso del torneo 250 di Winston-Salem, dove è diventato il primo tennista sordo a vincere un match Atp, battendo lo svizzero Laaksonen (7-6, 6-1). Un’enorme soddisfazione per un atleta che si è costruito da solo, superando difficoltà che i “colleghi” possono a fatica immaginare. Lee è nato nel 1998 a Jecheon, una città a due ore da Seul. Quando ha due anni, mamma Park Mi-ja e papà Lee Sang-jin hanno la conferma della sordità ma, dopo un iniziale sconforto, decidono che il figlio poteva e doveva avere una vita assolutamente normale. Così Lee cresce e frequenta non solo istituti per sordi, ma anche una scuola comune, dove può stare insieme a ragazzi normodotati. Lee inoltre non conosce la lingua dei segni, ma sa leggere il labiale alla perfezione, grazie alle esercitazioni con la madre. L’amore per il tennis è merito di papà, grande appassionato di sport. Mostra fin da subito il suo talento, ma gli allenatori sono scettici sulla possibilità di un futuro da pro. Il ragazzo, però, non si arrende: «Venivo preso in giro, mi dicevano che non avrei dovuto giocare e di dedicarmi alla musica» ha confidato. Già da ragazzo, la sua qualità è sotto gli occhi di tutti e a tredici anni diventa famoso, a tal punto che la Hyundai gli offre una sponsorizzazione. Lee continua a migliorare e a stupire: è 212° nel ranking Atp e la vittoria di Winston-Samen rappresenta la prima tappa di un viaggio speciale. Ma qual è la meta? Sono due i suoi grandi obiettivi: diventare numero 1 e migliorare la posizione raggiunta dal tennista coreano più forte di sempre, Lee Hyung-taik, che nel 2007 fu 36° e vinse un torneo Atp. Non sarà per nulla facile, ma Lee ha già dato un grande insegnamento: tutto è possibile, se non hai paura di buttare il cuore oltre all’ostacolo.

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Trionfa Medvedev (Crivelli). Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Mancuso). Crazy tennis (Clerici)

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Trionfa Medvedev. Settimana perfetta dell’Orso di Mosca (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La settimana perfetta di Medvevev si conclude come era da pronostico dopo che in semifinale aveva ribaltato il match con Djokovic da un set sotto e 0-30 sul 3-3 del secondo set: con un successo combattuto ma sostanzialmente mai in discussione su Goffin, che regala all’Orso russo (medved significa appunto orso nella lingua di Tolstoj) il primo sorriso in un Masters 1000 e soprattutto il numero 5 della classifica. Da oggi, Daniil è il più in alto della tanto celebrata Next Gen, di cui rappresenta l’archetipo contrario rispetto agli strombazzati Tsitsipas e Shapovalov: pochissima vita sui social, una moglie (Daria) già a carico e una straordinaria etica lavorativa, che lo ha portato a migliorare a grandi passi, soprattutto al servizio. Che a Cincinnati è stato l’arma letale, togliendolo sempre dagli impicci. Medvedev è il giocatore più caldo del momento (tre finali in tre settimane, finalmente si è tolto la scimmia dopo i k.o. di Washington e Montreal) e quello con più vittorie in stagione, 44.

 

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Tra le donne, vittoria della Keys, al primo Premier 5 in carriera.

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Avrebbe tutto per rimanere costantemente al top: un servizio che spacca e colpi molto pesanti da fondo, ma non è mai stata una tigre nei momenti caldi di una partita o di una stagione. È vero, ha giocato una finale Slam a New York nel 2017, ma è stata travolta dalla Stephens e comunque ci si immaginava che alla sua età (24 anni) si fosse già costruita un palmarès da star. Ecco dunque che il trionfo in Ohio ci consegna una giocatrice che finalmente è stata aggressiva quando si è scoperta spalle al muro: la Kuznetsova è stata in vantaggio 5-3 in entrambi i set, ma a quel punto Madison ha alzato l’intensità del gioco ed è uscita dal pantano con 13 ace e 45 vincenti. Chapeau.

Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Angelo Mancuso, Il Messaggero)

Attenuanti generiche. Dopo il ko in semifinale al Masters 1000 di Cincinnati, Djokovic si concentra sugli US Open: «Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo, sarò pronto per New York». Manca una settimana esatta all’ultimo Slam della stagione e il n.1 era al rientro dopo il trionfo a Wimbledon e con il riacutizzarsi del dolore al gomito destro: contro Medvedev ha dominato per un set e mezzo, poi la risposta migliore del pianeta si è inceppata e il talentuoso russo classe 1996 ha messo la freccia (3-6 6-3 6-3). Allarmanti le condizioni di Federer: probabilmente avrebbe avuto bisogno di qualche giorno in più per digerire la sbornia dei 2 match point falliti contro Djokovic nella finale dei Championships. King Roger nel caldo umido di Cincinnati è apparso lento e spaesato e ha incassato una brutta sconfitta già al 3° turno contro Rublev.

(…)

Sempre in tema di Fab Three, Nadal si è chiamato fuori dalla mischia in Ohio dopo aver vinto però a Toronto. GOSSIP In attesa di rivederlo sul cemento degli US Open, gli appassionati di gossip conoscono la data delle nozze con Xisca Perello: la cerimonia si terrà sabato 19 ottobre a Pollensa (…).

Crazy tennis (Gianni Clerici, La Repubblica)

A Cincinnati — Ohio — il tennista australiano Nick Kyrgios, durante il suo match contro il russo Karen Khachanov, n. 9 in classifica, è stato multato di ben 113 mila dollari per otto infrazioni antisportive (…).

Non sorprenderà il lettore che abbia ammirato Kyrgios a Roma scagliare sul campo una sedia durante gli ultimi Internazionali, o me stesso, la prima volta che lo vidi in Australia (…). Fu quella volta, in cui trovò modo di prendersela soltanto con una bottiglietta, che il collega australiano che mi accompagnava mi fece notare quanto dovesse essere difficile il ruolo di “new australian”, come vengono definiti i conquistatori della nuova nazionalità. «Kyrgios — disse l’amico — non ha solo un papà greco, ma una mamma malese».

(…) Scrivo queste cose dopo una presentazione di un mio libretto, Il Tennis nell’Arte, del quale avrete letto forse, se abitate in Lombardia, una intervista di un altro innamorato del tennis, Carlo Annovazzi. (…) Parlando di Kyrgios, il collega mi domandò se nella mia lunga vita sui campi fossi stato testimone di qualche altra vicenda sconveniente, e mi venne in mente il nome, oltre che di McEnroe, di Cecchino Romanoni, che durante la guerra si era trasferito in Portogallo per evitare il servizio militare, era cocainomane e trasportava la droga in un foro praticato nel manico delle racchette di legno. Fu forse sotto l’effetto della cocaina che l’esaltazione della vittoria lo portò a un comportamento che non ebbe mai un suo eguale sui court. Romanoni fu considerato “Il più bel rovescio italiano degli Anni Quaranta”, e pure io lo ammirai, ma la storia mi venne raccontata dall’autore cinematografico e teatrale Franco Brusati, che lo battè sorprendentemente ad un torneo milanese del 1942, l’anno della conquista di Romanoni del titolo italiano. Brusati, autore di film quali Pane e Cioccolata e Dimenticare Venezia, avrebbe avuto la benevolenza di giocare con me negli Anni Cinquanta, e mi avrebbe raccontato che Romanoni, ingaggiato nella troupe americana di Bobby Riggs, n. 1 Usa durante la guerra, esaltato dalla sua prima vittoria sullo stesso Riggs, iniziò a masturbarsi a fine match su un Centrale di Buenos Aires. Fu soltanto un accenno, perché qualcuno fortunatamente intervenne, e la vicenda fu lungi dal causare le conseguenze che stanno costando tesori e riprovazione a Kyrgios, al quale farebbe bene essere seguito da un consigliere più che da un allenatore. Così come sarebbe stato utile a McEnroe, per evitare le abituali liti con gli arbitri che racconta nella sua biografia You cannot be serious, una genitrice meno materna di sua mamma Kathy, per non essere giunto all’espulsione da socio di Wimbledon. L’espulsione fu conseguente ad una attesa che si era protratta troppo a lungo della moglie del presidente del Queen’s Club. Dopo aver atteso una ventina di minuti che Mac finisse il suo allenamento, la presidentessa si decise a ricordargli, molto gentilmente, di aver prenotato il campo, e quel gentiluomo le mostrò il manico della racchetta, e le suggerì, con un sorriso ironico, di farne un uso davvero intimo

(…)

Un analogo fenomeno di cattiva educazione accadde anche a me, giocatore certo immeritevole di rimanere nella storia del tennis. Nella finale del torneo di Nizza, negli anni Cinquanta, il mio avversario di doppio, il numero 1 americano Bartzen, prese a chiamarmi tra un punto e l’altro “piccolo giocatore”, o addirittura “incapace”. Dopo una decina di volte, persi la pazienza, e scavalcai le rete. Avrei tanto desiderato colpirlo con una racchettata, ma mi sentii sollevare dalle manone del mio partner Orlando Sirola, un due metri colossale, che mi riportò al di là della rete, nel nostro campo.

(…)

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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