La stampa italiana celebra il settimo trionfo di Djokovic in Australia (Crivelli, Cocchi, Semeraro, Piccardi, Clerici)

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La stampa italiana celebra il settimo trionfo di Djokovic in Australia (Crivelli, Cocchi, Semeraro, Piccardi, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 28 gennaio 2019

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Tempesta Novak. La partita perfetta, dopo i tormenti c’è solo la storia (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello sport)

Il mio nome è Tempesta. Tuoni, fulmini e saette. Djokovic incenerisce e demolisce. Il settebello a Melbourne matura al culmine della partita perfetta, un’esecuzione sportiva che annienta perfino un gladiatore come Nadal: Rafa, in 25 finali dello Slam, non aveva mai perso in tre set e conquistato appena otto game. Un’esibizione di potenza, anzi di dominio intangibile, che riscrive i libri di storia del tennis e di quella personale del Djoker. Il terzo uomo, colui che fino al 2011 viveva all’ombra di Federer e del diavolo maiorchino, raccogliendo briciole di gloria, adesso ha un saldo vincente con entrambi e minaccia il doppio sorpasso nei Major, l’emblema della grandezza. Nessuno era mai riuscito a vincere tre Slam di fila per tre volte, nessuno si era mai annesso sette Australian Open (…)

Un Nole chirurgico, concentrato, feroce, affamato, apre la contesa con un 12-1 nei punti fatti, con un servizio che lo spagnolo non legge, con i piedi dentro il campo e una profondità di palla insostenibile per Rafa, costretto a giocare due metri dietro la riga di fondo. Il numero due del mondo, in affanno fisico perché per la prima volta in due settimane deve difendere e non può essere aggressivo, va subito in apnea e non emergerà più, affondando in rete il rovescio che potrebbe restituirgli un po’ di ossigeno nell’unica sua palla break del match, sul 3-2 sotto nel terzo set. Game over, il 28° successo di Djokovic nei confronti diretti (25 vittorie di Nadal) è anche il più semplice e il più distruttivo, e adesso i tre titani che stanno segnando l’epoca più florida del tennis sono anche tutti sul podio degli Slam conquistati. Djokovic, a 15, stacca infatti Sampras, l’idolo per il quale si innamorò del tennis nel bar-pizzeria gestito dai genitori: «Una delle prime immagini che mi si sono rimaste impresse è quella di Pete che vince il primo titolo a Wimbledon nel `92. Ero un ragazzino a Kopaonik, un resort di montagna nel sud della Serbia. Nessuno aveva mai preso in mano una racchetta prima di me, è stato sicuramente un segno del destino iniziare a giocare a tennis con l’aspirazione di diventare come Sampras». (…)

 

Vien quasi da sorridere a pensare che l’ultimo ad averlo battuto in uno dei quattro tornei che contano di più rimane il Cecchinato di Parigi. Ma quello era un Djokovic tormentato dalle incertezze, confuso e in cerca di se stesso dopo l’infortunio al gomito: «Non voglio sembrare arrogante, ma credo sempre in me stesso. E penso di averlo dovuto fare come mai nella vita un anno fa dopo l’intervento chirurgico perché non stavo giocando bene, non mi sentivo bene in campo, avevo dubbi su tutto. Ho vissuto intensamente tutto il percorso, ma era altamente improbabile vincere tre Slam. Devo solo esserne cosciente e capire che sono fortunatissimo». Una fortuna che si è cercato tornando all’antico, a coach Vajda, dopo improbabili percorsi con altrettanto improbabili guru. E il taciturno Martin lo ha ricostruito, tecnicamente e mentalmente: « (…)  Tra noi non ci sono segreti, ci conosciamo dal 2006 e ci siamo sempre fidati uno dell’altro. Il record di 20 Slam di Federer? Lontano, non impossibile: bisogna rimanere in salute e continuare a giocare con questa intensità, ma abbiamo il vantaggio dell’età. Secondo me, è più probabile possa puntare al Grande Slam». La parola magica, già accarezzata tra il 2015 e il 2016 e che torna di moda, soprattutto se in due partite tra semifinale e finale concedi appena 15 gratuiti: «Ci sono molti tornei prima del Roland Garros, sulla terra devo giocare meglio di quanto abbia fatto nella scorsa stagione. Certo, il Grande Slam è la sfida massima per un tennista, vorrà dire che porterò Rod Laver nella mia squadra…». Sarebbe la tempesta perfetta


Sostiene Panatta «II Grande Slam è alla sua portata» (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Dei suoi amati «pof pof», suoni di un tennis che non c’è più, se ne sono sentiti pochi nella finale tra Djokovic e Nadal, ciò non toglie che Adriano Panatta, da uomo di racchetta, il match se lo sia gustato dall’inizio alla fine: «Sì, non è servito molto tempo… Nole ha preso letteralmente a pallate il povero Rafa», ha sottolineato il campione del Roland Garros 1976 (…).

II serbo, dopo aver ventilato l’ipotesi del ritiro, ed essere stato fuori dai giochi per mesi nel 2018, è tornato in estate firmando Wimbledon e Us Open. A Melbourne il serbo, che ha centrato ieri lo Slam numero 15 in carriera, ha ripreso da dove si era fermato, ovvero sollevando un trofeo importante: «Sono felice di avere visto il serbo giocare così bene. Mi dispiace ovviamente per Nadal, che non ha avuto scampo. Ma la buona notizia è che finalmente vediamo un Djokovic diverso dal solito. Che gioca bene, che non è più attendista come ci ha abituato ma che prende l’iniziativa, è propositivo. Lo spagnolo non ha giocato affatto male, ha sbagliato quattro o cinque palle e non dimentichiamoci che è arrivato allo scontro con Djokovic senza mai lasciare un set agli avversari». Insomma, un Djokovic rinato dopo il crollo e tornato, se possibile, ancora più forte di prima: «Ripeto, anche dal punto di vista tattico, ho visto il numero 1 migliorato — prosegue Panatta —. Ha giocato un metro più avanti rispetto al solito e poi finalmente si è deciso a giocare sul dritto di Rafa, aprendosi così il campo per incidere. Mentalmente è tornato inattaccabile, ha fatto benissimo a mollare il guru e affidarsi nuovamente al team che lo conosce e lo fa sentire a proprio agio». Federer, Nadal, Djokovic: i Fab Three (da quando il povero Murray è uscito dal gruppo non rientra più nella contabilità) hanno conquistato 52 degli ultimi 61 Slam. (…) «Mi chiede se loro siano i più grandi di sempre? Può darsi, ma non mi sbilancerei fino a questo punto. II tennis cambia e ogni epoca ha avuto i suoi fenomeni. Ok questi tre, ma non dimentichiamoci i Borg, McEnroe, Connors, Becker…». Le vie del tennis sono lastricate di fenomeni, insomma, ma Federer resta inarrivabile: «Roger è un miracolo di longevità, della sua classe non si discute, ma ritengo che Djokovic possa raggiungere, e anche superare, i numeri di vittorie dello svizzero». Panatta non è certo uno che ha paura di sbilanciarsi e mette giù il carico: «Le dirò di più — continua —, penso che quest’anno il serbo possa conquistare il Grande Slam». Un’impresa storica, riuscita l’ultima volta a Rod Laver nel 1969. (…) «De Minaur, Tiafoe, Tsitsipas potrebbero diventare i fenomeni del futuro, ma sono ragazzini. Devono ancora crescere, fare esperienza. Mi è piaciuto molto Tsitsipas, gioca un tennis un po’ diverso e si è fermato solo contro un Nadal in stato di grazia. Sono rimasto male invece per Sascha Zverev che nonostante Lendl non è ancora riuscito a crescere a livello Slam. Gioca sempre uguale, è troppo concentrato su se stesso, sul suo gioco (…)” (…).


L’urlo di Djokovic è da grande slam (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Adesso, chi lo ferma? Chi riuscirà a impedire a Novak Djokovic, solidissimo numero 1 del mondo, vincitore ieri del suo 15esimo Slam, il settimo agli Australian Open, il terzo di fila, di divorarsi in un paio di annetti la distanza che lo separa dai 17 Slam di Rafa Nadal – l’avversario distrutto nella non-finale di Melbourne – e dai 20 di un Federer ormai avviato ai 38 anni e sempre più vulnerabile? Magari di chiudere il primo Grande Slam, cinquant’anni esatti dopo Laver, il mito australiano che ieri a 80 anni faceva la ola in tribuna? E’ la terza volta in carriera che Nole si intasca tre Slam di fila. Fra Wimbledon 2015 e Parigi 2016 gli era riuscito anche il “Nole-Slam” (…).

Nel 2015 solo gli abbacinanti bermuda e il rovescio fotonico di Wawrinka a Parigi gli avevano negato un probabile Slam, poi sono arrivati inciampi fisici (il gomito) ed esistenziali a rallentarlo. A 31 anni però Novak, almeno quello visto ieri contro un Nadal ridotto all’impotenza, sembra pronto a riprovarci. Anche perché con la Next Gen ancora in crisi di crescita, e Federer avviato a un tramonto prim’ancora anagrafico che sportivo, a sporcargli l’orizzonte rimane il solo Nadal a Parigi.

(…) Sul cemento, invece, il Djoker in forma pare inarrivabile. A Melbourne ha lasciato per strada un paio di set mentre sculacciava Shapovalov e Medvedev, dalle semifinali in poi ha ingranato la sesta, ieri contro Nadal la settima. Rafa, invece, ha grippato. Nei turni precedenti era parso in forma, temibile, più aggressivo del solito; ieri invece è andato sotto, mentalmente e tecnicamente, sin dall’inizio. Incassato un demoralizzante parziale di 12-1, ha rischiato il 4-0 nel primo set, e per il resto della partita non è mai riuscito a sradicare Novak dalla linea di fondo. Quando fionda risposta, la migliore del mondo e una delle migliori di sempre, e rovescio bimane con i piedi dentro il campo, il Number One diventa imbattibile. Nadal con il suo diritto arrotato di solito trova il colpo più fragile degli avversari, contro il serbo gli capita il contrario. Idem per lo slice mancino a uscire nel servizio. Se riesce a tenere lunghe le sue parabole fradice di top-spin, Rafa può sperare di giocarsela; ma se il diritto cade a metà campo come ieri, e in lungolinea (la vera arma che pub inquietare il Djoker), finisce regolarmente fuori misura, non c’è scampo: arriva l’asfissia. (…) Risultato: 6-3 6-2 6-3 in due ore e sei minuti. Nel 2012 Rafa prima di cedere aveva inchiodato Djokovic in campo per quasi sei ore. Ieri si è arreso, per la prima volta in carriera in una finale Slam, senza vincere un set «Se perdi con uno che fa tutto meglio di te, non puoi rimproverarti più di tanto – ha ammesso sconsolato – Non è vero che ero nervoso, ma Novak ha giocato in maniera fantastica. lo avrei dovuto fargli giocare un colpo in più, ma non ci sono riuscito, mi è mancato qualcosa anche fisicamente». Colpa, anche, dei quattro mesi di stop dallo scorso settembre. (…) Dodici mesi fa Djokovic si operava al gomito, a maggio era fuori dai primi 20. Adesso vede Federer nel rettilineo. «Il record di Roger? Fare la storia del tennis mi dà una motivazione in più, sarebbe speciale». Se ci riuscisse, prepariamoci a cambiare i libri di testo.


Djokovic non dà scampo a Nadal. Ora scatta l’operazione Grande Slam (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

E se avessimo puntato sull’Immortale sbagliato? E se a fare il Grande Slam — quello vero, nell’anno solare, il sublime esercizio di stile che per l’ultima volta nella storia del tennis riuscì cinquant’anni fa a Rod Laver, l’antenato accomodato in tribuna a Melbourne Park —, invece di Federer, fosse Djokovic? Il Djoker, questo Djoker, fa spavento. Doveva essere una maratona, si è rivelata una veloce esecuzione sommaria. «Quando l’avversario fa tutto, ma proprio tutto, meglio di te, c’è poco di cui puoi lamentarti» alza le mani Rafa Nadal, seppellito dai 34 vincenti di un satanasso capace di commettere, in poco più di due ore, la miseria di 9 errori gratuiti. Il cerotto che un anno esatto fa si faceva eliminare dal coreano Chung e poi operare al gomito è il campione ritrovato che si annette il settimo titolo dell’Australian Open (superati Federer e Emerson), il 15esimo dello Slam (superato Sampras), (…)

Novak Djokovic può già centrare un Grande Slam. Spurio. Il nuovo servizio di Nadal (velocizzato di 5 km all’ora), che tanti punti aveva mietuto nel torneo con gli alfieri respinti della Next Gen (De Minaur, Tiafoe, Tsitsipas), ben poco può contro il miglior risponditore (automatico) del circuito. Il mancinismo dell’uncino di dritto si schianta contro la rocciosità del rovescio del Djoker. Morale: è un’ecatombe. 3-0, 4-1, 5-3 cedendo il primo 15 sul servizio: sono già passati 33′ quando comincia il match e per Rafa è già troppo tardi (6-3). Sul 4-2 del secondo set Djokovic chiude la porta in faccia a Nadal che tenta disperatamente di ritrovare intensità e colpi, profondità ed efficienza: palla break annullata e sarà l’unica, in tutto il match, per lo spagnolo (6-2, 6-3). «Un dominio assoluto» chiosa Marian Vajda, il vecchio coach tornato al capezzale del fuoriclasse malato (nel corpo e nell’anima) quando il ranking era sprofondato fino al numero 22. «Incredibile: così avrebbe vinto con chiunque» constata Carlos Moya, l’ex ragazzo che fa le veci di zio Toni nell’angolo di Rafa.

(…) Al di là degli alibi di Nadal, recentemente uscito dal bacino di carenaggio dopo quattro mesi di stop e chiaramente impreparato all’urto violento con il serbo, il Djoker sarà l’uomo da battere sia sul cemento americano (…) che sulla terra rossa europea a cui Rafa affida l’ennesima resurrezione. L’idea del Grande Slam è un dolcissimo pensiero da cullare: «Mi motiva, certo. Sarei bugiardo se dicessi il contrario» mormora Nole abbracciando la coppa. (…)


Il Djokovic mai visto. Aria di Grande Slam 50 anni dopo Laver (Gianni Clerici, Repubblica Sport)

Non avevo il minimo sospetto che Novak Djokovic battesse Rafa Nadal in tre set nettissimi, 6-3, 6-2, 6-3. (…) Credevo in una partita di quattro o cinque set, dopo aver seguito la strada in discesa dei due tennisti, dopo averli ammirati nei loro match, soprattutto nelle semifinali contro giocatori quali Tsitsipas e Pouille, esponenti della Next Generation e Nearly Next. (…) Una finale insomma che ricalcasse quella del 2012, nella quale il serbo l’aveva spuntata per 7-5 al quinto, o almeno un’altra di quelle molto combattute, che vedevano Djokovic condurre per 27 vittorie a 25. (…)

Mi sono quindi accinto al match, mentre ascoltavo i commentatori televisivi, ex-campioni come si usa adesso. Non fatico a ricordare che, un tempo, questi commentatori, quorum ego, venivano chiamati giornalisti, perché scrivevano, cosa a cui gli attuali non pensano nemmeno. Ora Mats Wilander, John McEnroe, Boris Becker e Alex Corretja ci spiegano tutto quel che succederà, con il segreto aiuto di statistici infallibili quanto meno conosciuti di loro (…). Io, vecchio giornalista, vado a consultare per solito i book-maker, e ne avevo così trovato uno solo che desse favorito Nadal. A Nadal avevo pensato, per tutte le due settimane del torneo, trovandolo non solo in grado di battere più efficacemente, ma più aggressivo. Mi ero però chiesto se Djokovic non fosse in grado di meglio ribattere, e di giocare più lungo, togliendo a Rafa la possibilità di traformarsi da regolarista in attaccante. Ci ha pensato Djokovic. Ha giocato non solo più lungo, più vicino alla riga di fondo (…)

La partita si è così risolta con un costante vantaggio del serbo con un break di vantaggio nel primo set, addirittura raddoppiato per 12 punti a 10 all’avvio, che portava a 25 punti a 15 il primo set, con un 6-3. Il secondo finiva addirittura peggio per un Nadal soverchiato, soprattutto dai diritti del serbo, che per salire a 5-2 inanellava un parziale di 18 punti a 8 dai 2 games pari d’avvio. Infine, mentre qualche ottimista sperava in una ripresa di Nadal, giungeva la terza e ultima condanna, con un break nel terzo gioco che l’avrebbe tenuto in fondo sino al 6-3 finale. Rimaneva, a questo battutissimo Nadal, soltanto di complimentarsi con Novak, «un giocatore più forte di me», «dal servizio sottovalutato» e «dal miglior rovescio bimane di tutti i tempi». Non vi pare che sia abbastanza ?

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Accademia Lagnasco (Bertellino). Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Catapano)

La rassegna stampa di giovedì 1 dicembre 2022

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Accademia Lagnasco (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La struttura è imponente, sobria e funzionale e si presta perfettamente ad una proposta di tennis e sport al passo con i tempi. Parliamo di Vehementia Tennis Team che ha sede al Tennistadium di Lagnasco, paesino di poco più di 1000 abitanti situato a pochi chilometri da Saluzzo. Le parole d’ordine sono coinvolgimento, professionalità e servizio. Lo scorso 10 novembre è andato in scena un Convegno nel corso del quale è stata presentata l’attività nelle sue svariate accezioni e gli sponsor del centro hanno potuto interagire e conoscersi in una sorta di B2B molto apprezzato da tutti. La VTT, forte di uno staff consolidato e composito, guarda all’oggi ma soprattutto al futuro, come hanno sottolineato i suoi massimi dirigenti, Duccio Castellano ed Enrico Gramaglia. Il centro, nato per volontà della famiglia Rosatello, ha cambiato pelle negli anni e oggi spicca nel settore per la qualità che offre ai suoi frequentatori.[…] Gli oltre 100 ragazzi che frequentano i corsi hanno a loro disposizione il doposcuola sportivo con tanto di servizio pranzo, assistenza compiti, tennis e multisport. In più possono godere di un servizio navetta da scuola al Tennistadium con ritorno nel proprio comune che sta facendo la differenza: «E’ molto apprezzato – sottolinea Duccio Castellano – perché le famiglie ci affidano i loro piccoli atleti certi del fatto che verranno seguiti nella loro giornata tipo che, sul modello delle migliori accademie mondiali, cui ci ispiriamo, ha come obiettivo la loro crescita armonica, nello sport e non solo». Il centro presenta tre campi da tennis indoor in greenset, 2 campi da tennis outdoor in terra rossa, una palestra attrezzata, una palestra per il corpo libero, una pista di atletica della lunghezza di 70 metri lineari, una sala wellness, l’area shopping nella quale è possibile trovare abbigliamento e attrezzatura sportiva. Tra gli spazi anche quello dedicato ad una sala riunioni. In primo piano alla VTT la salute e il benessere, grazie alla presenza di una biologa nutrizionista, di un fisioterapista, un osteopata, un chinesiologo, un preparatore atletico, una psicologa, un mental coach per il tennis, un personal trainer e una sezione indirizzata alla prevenzione degli infortuni. Per avviare al tennis i più giovani c’è anche il corso gratuito per i bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Servizi dunque a 360° che vedono anche la possibilità di utilizzare l’incordatore in sede, professionalmente preparato secondo gli standard della Federazione Italiana Tennis. Sono molti gli eventi organizzati nel corso dell’anno, dai tornei FIT ai campionati a squadre di serie C e D, dalla VTT Cup per adulti alla VTT Cup Young, dalla Festa di carnevale a quella di fine corso, ed ancora dalla Festa Estatennistadium, quella di Halloween, di Natale, le Feste di compleanno, le gite ai tornei internazionali. Particolari e molto sentiti altri momenti di tennis e “goliardia” quali “Tennis e Bollicine’; i laboratori genitori e figli, il babysitting serale. Il venerdì sera è nato anche un torneo di tandem dal titolo “Doppiamo” con coppie ad estrazione in 2 livelli (da 8 a 12 persone il numero dei partecipanti). Insomma di tutto e di più per far sentire a casa chi ama il tennis e i momenti di aggregazione troppo spesso dimenticati nei club di tennis. Gli obiettivi futuri sono chiari e ben delineati: «E’ già stato approvato un progetto di ampliamento della struttura – precisano Castellano e Gramaglia – che vedrà nascere altri due campi da tennis, uno da padel e uno da beach tennis con sabbia riscaldata. Prenderanno forma anche cinque studi medici interni perché riteniamo che il servizio in struttura sia ormai imprescindibile. La voglia di continuare a crescere è tanta e ogni giorno viene supportata dall’appoggio dei nostri partner, molti dei quali sono con noi fin dall’inizio di questa splendida avventura. Nel 2023 celebreremo le dieci stagioni di vita della struttura e fin da questo momento prefiguriamo un anno speciale sotto tutti i punti di vista».

Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Alessandro Catapano, Il Messagero)

 

Presidente [..], il tennis italiano sta per mandare in archivio un 2022 di successi sul campo, vittorie politiche e risultati economici. Ne scelga uno. «Premesso che è difficile collegare le grandi vittorie dei giocatori, che sono loro esclusivo patrimonio, alle opere di rilancio che abbiamo messo in campo in questi venti anni, la più clamorosa è la vittoria di Berrettini al Queen’s, per come è maturata, a seguito dell’ennesimo infortunio: un’impresa». La ciliegina sulla torta sarebbe stata…? «La finale di coppa Davis, o la qualificazione di Sinner alle Finals, sfuggita per quel punto perso con Alcaraz. Ma è stata una stagione costellata di infortuni, fare più di così era francamente molto difficile». Lei è tra quelli che si sono stupiti nel vedere Berrettini impiegato nel doppio decisivo con il Canada? «Francamente sì, io non sapevo nemmeno che fosse in grado di giocare. Mi aspettavo l’impiego di Sonego, pensavo fosse la soluzione più logica, soprattutto perché era in palla, come Aliassime che infatti, pur non essendo un doppista, ha trascinato il Canada alla vittoria finale. Ma io non ho tutte le informazioni che aveva a disposizione Volandri per decidere». Si aspettava di vedere anche Sinner al fianco dei suoi compagni? «Diciamo così: quello che ha fatto Berrettini è encomiabile, ma anche le vittorie di squadra nel tennis sono la somma di quelle individuali e se Sinner ha preso la sua decisione, come accaduto quando rinunciò alle Olimpiadi, perché riteneva di prepararsi meglio altrove, io la rispetto». Cosa dicono al Paese il successo di pubblico e l’indotto generato dalle Atp Finals di Torino? «Che ci sono sport e sport, alcuni per loro natura necessitano di investimenti pubblici relativamente bassi, ma creano un indotto per il territorio e un introito fiscale nettamente superiore agli altri. E il caso delle nostre finals torinesi. Ci si aspetterebbe, dunque, che gli investimenti dello Stato tenessero conto di questo aspetto per una gestione più giusta e più efficiente delle risorse». E invece? «E invece manca un criterio di valutazione dei ritorni degli investimenti fatti nelle manifestazioni sportive, uno strumento che ci aiuti a stabilire se ne valeva la pena, finanziare o meno quel determinato evento». Ne ha parlato con il nuovo ministro dello Sport Andrea Abodi? «Certo, ma ne avevo già parlato con la Vezzali e prima ancora con Spadafora, li ho sollecitati più volte. Eppure, è un ragionamento che qualunque padre di famiglia farebbe: cosa succede quando si investe un euro in una manifestazione? Siamo una buona pratica da reiterare? Da qualche mese sento parlare di merito ed efficienza, la mia richiesta va esattamente in quella direzione». Il tennis italiano si autofinanzia perlopiù, siete quasi un unicum nel panorama sportivo italiano. «Levi il quasi: 85% di autofinanziamenti, 15% di contributi statali. Di questo campa il tennis italiano». Tra gli impegni del nuovo governo, c’è anche quello di far convivere serenamente Sport e salute e Coni. «Tutti sanno come la penso: con Sport e salute c’è finalmente una gestione trasparente delle risorse statali, che però continua ad essere inficiata dall’inserimento di soglie che ne riducono l’efficacia». E il Coni? Non sfugga alla domanda. Qualcuno la vuole ancora candidato alle prossime elezioni, per il dopo Malagò. «Non ci penso nemmeno. Perché il Coni possa liberare tutte le energie che ci sono nello sport italiano, bisognerebbe prima dare ampia riforma del sistema rappresentativo all’interno del Consiglio nazionale, nel quale il pensiero di oltre un milione di calciatori vale tanto quanto quello di poche migliaia di atleti di altri sport. In assenza di questa riforma ogni tentativo è vano». Il segreto del successo delle Finals? «Ci hanno permesso di lavorare con serenità, anche perché non ci sono stati condizionamenti dall’esterno, che anche nell’ultima edizione degli Internazionali sono stati clamorosi e pesanti. Perciò, bene così». Vent’anni fa, il tennis italiano toccava il fondo, oggi piazziamo 19 giocatori nei primi 200, di cui dieci under 21: come ci siete riusciti? «Nessuno se ne era accorto fino a un paio di anni fa, ma ci lavoriamo da un po’. Diciamo che applichiamo in ogni settore della nostra vita quotidiana la continua ricerca di efficienza, e questi sono i risultati». Avete assicurato un futuro al tennis italiano. «I numeri lo dicono, andate a vedere cosa c’era prima. Abbiamo creato una televisione unica nel panorama sportivo italiano, messo in campo un numero impressionante di Challenger e Futures per consentire ai nostri tennisti di crescere, e ora c’è questa grande scommessa vinta del padel, che esalta e crea sinergie con i nostri asset». Il 2023 sarà l’anno di…? «Non saprei, io sarò felice di continuare ad occuparmi di amministrazione, rapporti con le istituzioni, organizzazione aziendale. Ma se dovessi darle un nome, scommetterei su un ragazzo che ho visto a Milano alle Next Gen, Matteo Arnaldi, è divertente come gioca». Il 2023 sarà anche, forse innanzitutto, l’anno degli ottantesimi Internazionali d’Italia, mai così grandi, mai così ricchi. «In termini patrimoniali la promozione degli Internazionali è il più grande risultato della nostra gestione, tenuto conto che quando siamo arrivati perdevano 4 miliardi di vecchie lire l’anno, non si trovavano sponsor, erano sull’orlo del fallimento e la federazione stava pensando di venderli, per sopravvivere. Adesso, invece, sono diventati il driver più importante della nostra crescita». Lei invece cosa chiede al nuovo anno? «Che nel maschile cominciamo a fare quello che le ragazze hanno fatto dieci anni fa, vorrei che vincessimo qualcosa di grossissimo, lascio scegliere ai giocatori cosa, per me è indifferente. Per il resto, vivo alla giornata, ho troppe cose da fare, non ci si può distrarre un attimo perché le regole dello sport italiano combattono le federazioni che vogliono crescere, anziché assecondarle».

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Sanguinetti: «Entro cinque anni la Davis sarà nostra» (Andreoli)

La rassegna stampa di mercoledì 30 novembre 2022

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Sanguinetti: «Entro cinque anni la Davis sarà nostra» (Lorenzo Andreoli, Corriere dello Sport)

«Con questo gruppo mi stupirei se non riuscissimo a vincere la Davis nei prossimi cinque anni». Parole e musica di Davide Sanguinetti, protagonista di quell’Italia che nel 1998 raggiunse la sua ultima finale. Coach dei fratelli Ryan e Christian Harrison e del doppista neozelandese Michael Venus (n.16 ATP di categoria), Sanguinetti si è detto ottimista su presente e futuro. II Canada ha vinto sua prima Coppa Davis dopo aver eliminato gli azzurri in semifinale. Possiamo parlare di rimpianto? «Il Canada ha ottimi giocatori. Per Auger-Aliassime gli ultimi due mesi sono stati quelli della svolta. Poi c’è Shapovalov, una mina vagante. Qualora avessimo avuto a disposizione Sinner e Berrettini avremmo vinto a mani basse. In realtà dopo la vittoria di Sonego con Shapovalov ero convinto che potessimo farcela. Senza dubbio il problema fisico di Bolelli ha complicato i piani, il nostro è un doppio molto forte. Vedere Matteo in campo nella sfida decisiva mi ha stupito».

Cosa può fare l’Italia per costruire une coppia affiatata?

 

In questo momento la coppia Bolelli-Fognini è ancora molto affiatata. Mi auguro che il prossimo anno Fabio scelga di giocare con Simone un numero maggiore di tornei perché quest’anno, con qualche torneo in più, avrebbero potuto disputare le Finals. Vedo molto bene anche Andrea Vavassori, può diventare un punto fermo della nazionale. L’ideale per lui sarebbe trovare un ottimo giocatore di singolare come compagno che abbia voglia di sacrificarsi, consentendogli così di prendere punti importanti in classifica.

Jannik Sinner e Lorenzo Musetti: chi dei due vede meglio in doppio?

Sinner è pronto a entrare stabilmente in top-10 e credo che in doppio non si specializzerà mai. Musetti è quello che ha più talento ma anche lui si sta avvicinando all’élite dei singolaristi e immagino che il doppio non rientri nei suoi piani. Il mio consiglio per i giovani è quello di cimentarsi in questa specialità. Il doppio aiuta molto, soprattutto in fondamentali come servizio e risposta. Senza dimenticare la pressione che si vive sul punto decisivo, la concentrazione deve essere massima. […]

Tra poco inizierà una nuova stagione. Cosa si aspetta dal 2023?

L’Italia ha giocatori fortissimi, mi stupirei se non riuscissimo a vincere la Davis nei prossimi cinque anni. Il segreto? La Federazione ha fatto un lavoro straordinario quanto al numero di tornei a disposizione. In America, da questo punto di vista, si lamentano tutti. Quanto al circuito, invece, mi aspetto un Novak Djokovic in grado di vincere ovunque. È pronto a battere tutti i record.

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Intervista ad Auger-Aliassime: “Voglia di Slam” (Cocchi). Intervista a Corrado Barazzutti: ” É stata un’ottima Italia” (Fiorino). Capodanno in Australia con la UnitedCup (Giammò)

La rassegna stampa di martedì 29 novembre

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Col vento in coppa. Mister Davis Auger-Aliassime: “Voglia di Slam contro Alcaraz” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La prima volta del Canada porta in maniera indelebile la sua firma. Felix Auger Aliassime ha vinto quattro partite su quattro tra singolare e doppio senza cedere nemmeno un set. La chiusura perfetta per la stagione della consacrazione […] Felix, il suo è stato un anno irripetibile, prima a livello individuale, poi ha condotto il suo Paese alla prima vittoria Davis della storia. «Penso che mi sognerò per anni quell’ultimo colpo. Ho solo pensato “tira più forte che puoi”, quando ho capito che la palla di De Minaur sarebbe uscita è come se avessi perso i sensi, le gambe mi hanno abbandonato, sono crollato a terra e ricordo solo tutti che mi venivano addosso. Mi piace ricordare il successo nella Coppa Davis Junior, è come se avessimo chiuso un cerchio io e Denis. La speranza è che questa generazione possa andare ancora lontano» […] Intanto le ha suonate all’Italia e al suo amico Berrettini: lo ha battuto in doppio e ci ha eliminati… Vi siete parlati in questi giorni? «Sì, ci siamo incrociati prima di affrontarci in campo. Peccato che lui non fosse ancora in piena forma, sarebbe stato un bel duello ad armi pari. Però sono sicuro che il peggio per lui sia passato e in Australia sarà tra gli avversari da battere. Anche l’Italia, insieme a noi e agli Stati Uniti, nei prossimi anni sarà tra le contendenti della Davis». Ora si merita un po’ di vacanza, ma II 2023 per lei sarà ricco di nuovi traguardi da tagliare. «[…] Voglio confermarmi e possibilmente migliorare ancora, inseguendo i tornei più importanti con l’obiettivo di vincere nei Masters 1000 e negli Slam». Lei è un ragazzo del 2000, ma Alcaraz e Rune, nati nel 2003, hanno già fatto sfracelli. Sarà con loro la rivalità? «Carlos l’ho già battuto ed è un giocatore davvero forte, con grandi potenzialità, impressionante se si considera che a 19 anni ha già vinto uno Slam ed è numero 1 al mondo. E anche Rune ha fatto un exploit incredibile. Sarà bello sfidarsi per i trofei più importanti». E i nostri tre moschettieri? «La forza e la potenza di Matteo sono impressionanti e poi è una bella persona, siamo amici ed è una rivalità positiva. Sinner sta ancora crescendo, ma penso che sia uno dei candidati a vincere Slam nel futuro. Musetti è più giovane, sta anche lui facendo esperienza e il suo tennis è davvero spettacolare» […] Lei ha iniziato presto ma le soddisfazioni più importanti se le sta prendendo ora, a 22 anni e mezzo. «Ognuno ha i propri tempi di maturazione, io ci ho messo nove finali prima di vincere un titolo. A 22 anni rispetto ai ragazzi del 2003 sono un veterano». Tornando a quelle finali perse, come ha vissuto quella striscia negativa? Non si è mai abbattuto? «Certo che quando giochi una finale è sempre meglio vincere. Però bisogna anche vedere il lato positivo: arrivare a giocarsi il titolo è comunque un buon risultato. Dispiace che in alcune occasioni non abbia giocato abbastanza bene da meritare la vittoria, ma non mi sono mai abbattuto e penso che la resilienza sia una delle mie qualità fondamentali» […] C’è qualcosa in particolare che l’ha colpita nell’approccio dello Zio Toni al tennis? «Al di là del gioco, della tattica, della tecnica, è un grande motivatore. È un mentore, un consigliere, sa tutto ciò che serve per essere ai massimi livelli. Per me è una grande persona da cui apprendere». Lei è molto fiero delle origini togolesi di suo padre, e ha anche un progetto benefico legato al tennis. «Sì, per ogni punto che faccio dono 10 dollari per progetti legati all’istruzione e alla sanità in Togo. Questa stagione è andata piuttosto bene, per fortuna Diciamo che questo progetto è una spinta in più per dare tutto».

Intervista a Corrado Barazzutti: “É stata un’ottima Italia e il futuro è tutto suo” ( Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

 

«Alla luce delle assenze, l’Italia ha raggiunto un ottimo risultato. Per quello che è stato l’epilogo di questa edizione, Italia-Canada si è rivelata la finale anticipata». Corrado Barazzutti non nasconde un pizzico di amarezza dopo la sconfitta subita dall’Italtennis al penultimo atto di Coppa Davis. Dopo aver estromesso da sfavoriti gli Stati Uniti, gli uomini guidati da Filippo Volandri hanno tenuto testa ai futuri vincitori della competizione cedendo il passo soltanto al doppio decisivo. «Il Canada si è dimostrata una squadra forte in singolare e con un doppio estremamente competitivo – commenta Barazzutti, ex capitano della Nazionale azzurra -. Nonostante siano stati eliminati nello spareggio di qualificazione alle fasi finali, hanno trionfato capitalizzando al meglio l’opportunità del ripe raggio. Bravi loro». Come reputa II cammino degli azzurri? «L’Italia si è presentata a Malaga senza i due giocatori di punta (Sinner e Berrettini ndr), ma ha ritrovato Sonego in grande spolvero. Andando a vedere il bicchiere mezzo vuoto è lecito avere un piccolo rimpianto. Simone Bolelli è stato messo fuori causa sul più bello da una lesione al polpaccio, alcune delle concorrenti, come la stessa Italia, non potevano contare su tutti gli effettivi (Spagna e Germania, ndr) e la Russia è stata esclusa dalla competizione per le note vicende. Si è aperta una finestra in cui l’Italia poteva intrufolarsi e magari sfruttare l’occasione». Ci sono state molte discussioni sulla scelta di schierare Berrettini in doppio. «Non so se Berrettini fosse la scelta migliore per sostituire Bolelli. Matteo è stato generoso [..]. Con Fognini avrei visto meglio un giocatore in salute e in fiducia come Sonego, anche se poi nessuno può sapere come sarebbe andata a finire. Posso limitarmi a fare una semplice considerazione, bisognerebbe infatti essere informati su tutte le dinamiche […]». Essere capitano non è affatto semplice. «Qualcuno dice che non serve a niente, eppure non è affatto vero. Trovo che ci sia spesso troppa esagerazione nei giudizi, […] Quando le cose girano nel verso giusto se ne parla poco, quando si perde invece è il primo contro cui la gente va a puntare il dito. Filippo sono convinto che sarà un grandissimo capitano. É ancora giovane e avrà modo di accumulare tanta esperienza». Come vede II futuro della nostra Nazionale? «Abbiamo tutte le carte in regola per recitare un ruolo da protagonisti […] Se negli anni a venire altre nazioni non produrranno un gruppo assortito di giocatori cosi forti e al contempo giovani, credo che ci prenderemo grandi soddisfazioni. Il Canada continuerà ad essere un’antagonista, così come la Spagna con Alcaraz. Tuttavia senza Rafa Nadal perdono tanto». II format della competizione la convince? «Non mi piace. È come se prendessimo uno Slam e lo modificassimo in un torneo da dieci giorni. Una volta la Coppa Davis era considerata il quinto Slam, mentre adesso l’hanno ridimensionata […] Quando la vincemmo noi nel 1976 contre il Cile fu un’impresa gigantesca in un contesto difficile. Ormai questa è la nuova formula e bisogna accettarla così com’è stata concepita»

Capodanno in Australia con la UnitedCup (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Stagione di sorprese e di addii, di promesse mantenute e decisioni prese in corso d’opera. La favola del Canada che da ripescata è riuscita a Malaga a conquistare la sua prima Coppa Davis è stato l’epilogo coerente di una delle annate più emozionanti che il tennis ricordi. Al saluto di Ash Barty, Serena Williams e Roger Federer è seguita l’ascesa irresistibile di Alcaraz. Russia e Cina, per ragioni diverse, sono sparite dalla mappa dell’ITF […] Nel frattempo, per i giocatori è ora tempo di off season e caccia all’estate. Una volta rientrati dalle rispettive vacanze, i protagonisti del circuito cominceranno a lavorare In vista della ripresa delle ostilità, fissata per II 29 dicembre con la United Cup […] Diciotto nazioni, sei gironi e tre città ospitanti più un ricco montepremi e punti validi per il ranking ad ingolosire i partecipanti. L’Italia giocherà a Brisbane, inserita nel gruppo E con Brasile e Norvegia, e sarà guidata da Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e Martina Trevisan. Completano il gruppo per un torneo articolato in un singolare maschile, uno femminile e un doppio misto, Andrea Vavassori, Marco Bortolotti, Lucia Bronzetti, Camila Rosatello e Nuria Brancaccio. Assente Jannik Sinner, il cui 2023 prenderà invece il via da Adelaide, città natale del suo coach, Darren Cahill, e sede dell’omonimo torneo International (2-8/01), alla cui entry list dovrebbe aggiungersi Djokovic mentre già certa sarà la presenza di Andy Murray. La settimana successiva, ancora Adelaide, così come Sydney, costituirà l’ultima occasione per completare i rispettivi rodaggi. Il sedici gennaio a Melbourne iniziano gli Australian Open, e da Iì si comincerà a fare sul serio.

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