Murray decide di operarsi: lo rivedremo?

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Murray decide di operarsi: lo rivedremo?

Lo scozzese si è fatto impiantare una protesi metallica all’anca, come Bob Bryan. Dubbi sulle prospettive di ritorno, ma una speranza: Wimbledon 2020

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Andy Murray - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Andy Murray si è operato all’anca. Ad annunciarlo è stato lo stesso scozzese tramite un post sul proprio profilo Instagram. Oltre alla foto di rito sul lettino dell’ospedale (un grande classico degli atleti infortunati), Andy ha voluto pubblicare anche una radiografia che mostra perfettamente la sua nuova protesi metallica.

https://www.instagram.com/p/BtNiST6FrYn/

Murray si è sottoposto allo stesso intervento di ricostruzione dell’anca di Bob Bryan. Il gemellone, costretto a fermarsi dopo il torneo di Madrid, si è operato ad agosto ed è poi tornato in campo questo gennaio, a Brisbane, a circa sei mesi dall’intervento. Nelle scorse settimane, Bob ha rivelato di aver parlato spesso con Murray durante il torneo. Proprio dallo statunitense sono stati chiariti i dettagli dell’operazione e del processo di recupero. “Viene impiantato un sostituto artificiale dell’anca, una barra di metallo comunque molto performante per gli sportivi. Dopo due giorni dall’intervento mi sono alzato con le stampelle, tre settimane più tardi camminavo con un bastone allo US Open, il 5 dicembre ho ripreso ad allenarmi dopo la riabilitazione”. Lo scozzese si è informato minuziosamente su ogni aspetto medico e alla fine ha optato per l’intervento chirurgico.

 

Non si sa se la decisione di andare subito sotto i ferri sia motivata dalla chimera di un ritorno o piuttosto semplicemente da un dolore che, anche nella vita di tutti i giorni, si era rivelato insostenibile. Murray stesso aveva parlato delle sue difficoltà anche nei piccoli gesti quotidiani, come mettersi i calzini o allacciarsi le scarpe. Il colloquio con Bob Bryan e il suo esempio potrebbero però anche essere d’ispirazione per un ultimo valzer. Certo il doppio e il singolare richiedono uno sforzo fisico ben diverso e sia Murray che Bob hanno ammesso che non c’è certezza di poter tornare a competere. Questo tipo di intervento ha aiutato giocatori di basket, baseball e football con lo stesso problema, ma non è mai stato effettuato su un tennista singolarista di alto livello. Nessuna certezza dunque, ma una speranza di potersene andare alle proprie condizioni, quella sì.

Se infatti è piuttosto difficile, dati i tempi di recupero, che Murray possa coronare il suo sogno di dare l’addio al tennis a Wimbledon quest’anno, è anche vero che lo scozzese potrebbe anche posticipare l’ultimo saluto all’anno prossimo. In questo modo potrebbe affrontare la riabilitazione con calma, senza bisogno di affrettare i tempi, e poi concedersi l’ultimo ballo sull’erba di casa. Come vuole lui. Come è giusto che sia.

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Fed Cup

Mladenovic (strepitosa) e Garcia riportano la Fed Cup in Francia

La finale si decide al doppio, ma Mladenovic indirizza la sfida battendo Barty. Inutile la vittoria di Tomljanovic su Parmentier. Terzo trionfo della storia per la Francia

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La gioia di Garcia e Mladenovic dopo il successo nel doppio - Finale Fed Cup 2019 (foto via Twitter, @FFTennis)

FED CUP, Finale: AUSTRALIA – FRANCIA 2-3

Finisce con la Marsigliese che risuona nella RAC Arena di Perth l’ultima edizione della Fed Cup con questo format. Vince la Francia, vince soprattutto Kristina Mladenovic che in un weekend da sogno porta tre punti al suo paese che rinconquista la Fed dopo ben 16 anni. Straordinaria la numero 40 del ranking WTA (e n.2 in doppio) che fa l’impresa della giornata battendo la n.1 del mondo Ashleigh Barty nel primo singolare e indirizza in maniera decisiva. Sfida poi chiusa dal doppio nel quale in coppia con Garcia travolge la stessa Barty e una irriconoscibile Stosur per il 3-2 finale, rendendo così inutile la prima vittoria di Ajla Tomljanovic con i colori australiani nella competizione su Parmentier che (a sorpresa) aveva sostituito la stessa Garcia.

Se vogliamo, con questa vittoria Garcia e Mladenovic hanno raccolto quanto avevano sfiorato tre anni fa a Strasburgo, quando al termine di una sfida infinita avevano ceduto 3-2 alla Repubblica Ceca sempre al doppio finale. Un giusto merito alla ritrovata compattezza del team francese il cui merito va ascritto soprattutto a Julien Benneteau, esordiente sulla panchina transalpina quest’anno e sempre molto sfortunato nella sua carriera da singolarista (10 finali disputate e sempre sconfitto) e in Davis (era nella squadra battuta dalla Svizzera a Lille nel 2014). La squadra femminile ha emulato così quella maschile, che nel 2000 a Sydney batté in un’altra incredibile finale sull’erba l’Australia di Hewitt e Rafter con un protagonista a sorpresa, Nicolas Escudé.

Cosa dire sulle sconfitte. Barty forse è arrivata un po’ con le pile scariche all’atto conclusivo. Del resto aveva trascinato la squadra fino alla finale con ben sette vittorie su sette match giocati (tra doppio e singolare), e avrebbe avuto bisogno di una mano consistente nel doppio odierno che però una troppo nervosa Stosur non ha saputo darle. E di certo non si poteva chiedere di più a Tomljanovic, già brava a battere Parmentier sull’1-2. Per le “aussie” è la nona finale consecutiva persa, più che una maledizione verrebbe da dire.

IMPRESA MLADENOVIC – La seconda giornata della finale di Fed Cup di Perth tra Australia e Francia si apre con il singolare tra le due numero 1, Ashleigh Barty e Kristina Mladenovic, ieri nettamente vincitrici nei loro match. 1-1 i precedenti tra le due tenniste che si sono affrontate proprio quest’anno a Roma, dove ha vinto in due set Mladenovic. La RAC Arena di Perth è piena come un uovo, gli spettatori sono oltre 13.800. Parte al servizio la n.1 del mondo che tiene la battuta senza problemi. Mladenovic sembra un po’ contratta, arriva subito il break della tennista australiana che poi lo conferma, 3-0 Australia. Mladenovic inizia ad entrare in partita ma Barty concede poco al servizio. Nel quinto gioco si arriva ai vantaggi sul servizio dell’australiana, ma è poi Mladenovic a capitolare di nuovo nell’ottavo game sprecando dal 40-15. Così la n.1 locale chiude dopo 33 minuti il primo set 6-2.

Sembra l’avvio di una altra cavalcata trionfale per Barty, ma Mladenovic non si disunisce e ben sostenuta da capitan Benneteau inizia a macinare il suo gioco. Lo si percepisce subito dal primo game del secondo set. La tennista francese si procura ben cinque palle break, Barty con gran caparbietà e pazienza le salva tutte e tiene la battuta. Ma ora c’è partita, Mladenovic serve bene, l’australiana perde fluidità nei colpi, non trova più profondità e in risposta non riesce più ad essere incisiva. Si seguono i servizi senza particolari sussulti. Sul 4-3 per la tennista di casa Mladenovic regala con un doppio fallo una palla break delicatissima che se sfruttata da Barty la manderebbe a servire per il match. La n.1 ospite si butta a rete, Barty avrebbe lo spazio per passare ma spedisce il diritto sul nastro. La francese si salva e dopo 10 minuti e 14 punti giocati sigla il 4-4.

L’australiana accusa il colpo, sbaglia molto di diritto e cede la battuta nel gioco successivo, la situazione si è capovolta, ora è Mladenovic che va a servire per il set. La francese non manca l’occasione, altro errore di diritto di Barty e dopo un’ora e 26 minuti siamo un set pari. Se si tiene conto che Barty non perde un match in Fed dal 2017 e che da allora ne ha vinti 14 consecutivi (tra singolare e doppio) si può ben capire quale impresa stia facendo Mladenovic a rimanere in partita. La tennista australiana è calata molto nel secondo set, a volte è sembrata lenta nei movimenti e soprattutto ha perso scioltezza nei colpi, la tensione probabilmente si fa sentire e la posta in palio pesa non poco nella testa della n.1 del ranking WTA.

Inizia il set decisivo con Barty al servizio, l’australiana tiene la battuta ma Mladenovic è ormai entrata in partita, non molla di un centimetro da fondo campo e sembra in gran forma anche da un punto di vista fisico. Barty continua a sbagliare troppo, arriva il break francese nel terzo game. Benneteau gongola sulla panchina francese, Alicia Molik si contorce su quella australiana. Barty rischia il tracollo, Mladenovic indovina due risposte profonde nel quinto game e si procura una palla per il 4-1 “pesante”. Stavolta l’australiana si salva con il servizio ma al cambio di campo mostra molto nervosismo, lamentandosi con il giudice di sedia Keothavong per le perdite di tempo tra un punto e l’altro della sua avversaria. Lo sfogo rimette in partita la n.1 del mondo che nel game successivo sale 0-40 e trasforma la terza palla break, 3-3, tutto da rifare.

L’inerzia sembra passare in mano alla tennista di casa, ma è un fuoco di paglia. Si arriva alla volata finale e la tensione la fa da padrona, i gratuiti aumentano a dismisura da una parte e dall’altra, succede di tutto. Mladenovic approfitta di quattro errori della sua avversaria e va a servire per il match sul 5-4. Controbreak a zero Barty, 5-5. Undicesimo game palpitante, Mladenovic per tre volte ha la palla break ma Barty risponde da n.1 aiutandosi con il servizio, 6-5 Australia. Mladenovic serve per rimanere nel match ma non accusa la minima tensione, game a zero, la sfida si deciderà al tie break.

Mininbreak immediato di Mladenovic, subito rintuzzato da Barty, ma dall’1-1 è una passeggiata per la francese che approfitta degli errori della tennista australiana completamente bloccata dalla tensione e si invola fino al 7-1 finale che sancisce il clamoroso e sorprendente 2-1 francese. Mladenovic festeggia con capitan Benneteau e piangendo dalla felicità si prende l’abbraccio di Cornet e Ferro in panchina. Barty lascia velocemente il campo probabilmente molto delusa da se stessa. Australia con le spalle al muro, Tomljanovic ha un compito arduo, battere Garcia e riaprire la sfida.

TOMLJANOVIC SIGLA IL 2-2 – Sul 2-1 per la Francia Benneteau cambia le carte in tavola sostituendo Caroline Garcia, letteralmente umiliata ieri da Barty (doppio 6-0) con Pauline Parmentier. La mossa è abbastanza sorprendente, non tanto perché il capitano francese si riserva Garcia per un eventuale doppio sul 2-2 ma soprattutto perché sceglie la quinta forza in singolare a sua disposizione, in quanto Parmentier è numero 122 e davanti a lei ci sono sia Cornet (che forse in questa atmosfera sarebbe la scelta ideale) sia Ferro. Non cambia naturalmente Alicia Molik che conferma Ajla Tomljanovic con Sam Stosur pronta a giocare il doppio (eventualmente) decisivo.

Subito emozioni nel primo gioco, serve Tomljanovic che va sotto 15-40, ma Parmentier non ne approfitta e l’australiana si salva tenendo la battuta. Entrambe le tenniste hanno nel rovescio il loro colpo migliore e da subito cercano di giocare sul diritto dell’avversaria. Ne viene fuori una partita tecnicamente mediocre, con tanti gratuiti (soprattutto di diritto) e con la tensione che la fa da padrona. Del resto, da un lato c’è una giocatrice che deve portare a tutti i costi a casa il punto del 2-2 e viene da un esordio alquanto scarso nella prima giornata con i colori dell’Australia. Dall’altro c’è la n.122 del ranking che potrebbe assurgere ad eroina nazionale perché potrebbe dare il punto del 3-1 e quindi essere decisiva nella conquista della terza Fed Cup del suo paese. Si seguono i servizi, Tomljanovic dopo i brividi del game d’apertura non concede più un punto alla risposta e va senza problemi sul 5-4. Chiamata a servire per rimanere nel set Parmentier si irrigidisce, due gratuiti di diritto e al primo set point Tomljanovic chiude il parziale dopo 41 minuti 6-4.

Il pubblico della RAC Arena ci crede, Benneteau prova a sostenere la sua giocatrice. Parmentier trema ancora nel secondo gioco che alla fine vince ai vantaggi nonostante due doppi falli. Il leit motiv della partita non cambia, tanti errori da una parte e dall’altra, poco spettacolo. Tomljanovic sembra trovare l’allungo decisivo con un break nel sesto game grazie ad una bella risposta di diritto, ma l’australiana vede la meta vicina e nel gioco successivo si irrigidisce. Tre gratuiti di diritto e un doppio fallo sulla palla break, Parmentier torna nel match. La francese però non riesce ad approfittare del momento, pareggia i conti sul 4-4 e non sfrutta una importantissima palla break nel nono game. Superato il momento di difficoltà, Tomljanovic ritrova sicurezza e nel dodicesimo game trova il break decisivo, quello che le consente di dare il 2-2 all’Australia.

LA FRANCIA DOMINA IL DOPPIO – Ed eccoci al doppio decisivo, le coppie sono quelle previste. Barty e Stosur da una parte, Garcia e Mladenovic dall’altra. Tutte e quattro le tenniste hanno in Fed un bilancio ragguardevole, Stosur addirittura è ancora imbattuta (8-0). A questo aggiungiamo che Mladenovic è la n.2 della speciale classifica e che la scorsa settimana ha vinto il Masters a Shenzhen con l’ungherese Babos. Insomma, tecnicamente non si può chiedere di meglio per l’ultima finale di Fed Cup con questo format.

Inizia a servire Garcia, Barty pare la più pronta delle quattro allo sparo dello start, arriva subito il break della coppia di casa per la gioia della RAC Arena (fino all’inizio di quest’anno sede della Hopman Cup). Le australiane vanno sul 2-0 ma le francesi pian piano vengono fuori. Mladenovic sta vivendo un week-end da sogno, Garcia esce dal torpore iniziale. Va a servire Stosur che sembra in campo quella che ancora deve capire dove si trova, controbreak a zero delle francesi complice un doppio fallo di Sam, 2-2, match di nuovo in equilibrio. Ora si seguono i servizi senza problemi, l’intesa tra Garcia e Mladenovic sembra più solida di quella delle australiane, Barty non riesce ad incidere più di tanto, Stosur è troppo contratta (e non è una novità nelle sfide che contanto). Sul 5-4 Francia serve Barty, le francesi spingono alla risposta, un nastro e due gratuiti della n.1 del mondo in singolare le aiutano, arriva il break e il primo set dopo 31 minuti e della coppia ospite.

Sotto i piedi delle australiane si apre una voragine e Garcia e Mladenovic (impeccabile) ne approfittano. Parte il secondo set ed in un amen le francesi vanno 3-0. La Fed Cup pare aver preso la via di Parigi, Barty e Stosur provano a rientrare, ma un po’ per loro demeriti, un po’ per la bravura delle avversarie, i tentativi esperiti non sortiscono effetto. Le australiane non sfruttano tre palle break sullo 0-2 ed una sul 2-4 (volée di Stosur in rete). Soprattutto nei pressi della rete le padrone di casa non incidono facendosi trovare spesso impreparate. Sul 5-2 per la Francia arrivano due match point per le transalpine, ma Stosur riesce a salvarsi in entrambe le occasioni. Il verdetto finale però è solo rimandato. Va a servire Mladenovic, piccolo brivido sul 15-30, poi arrivano tre punti di fila e la Francia può festeggiare il terzo titolo di Fed Cup della sua storia (l’ultimo nel 2003).

GIOIA FRANCESE A FINE MATCH – Riscatto Garcia: Ho provato a ricaricarmi dopo la debacle di ieri, abbiamo lottato punto su punto, è una gioia immensa”. Mladenovic non ci crede: “È un’emozione grandissima, abbiamo dato l’anima, non ci credo. Questa è la nostra rivincita dopo la sconfitta di tre anni fa a Strasburgo contro la Repubblica Ceca, ce lo meritiamo”. Capitan Benneteau: “Sono orgoglioso di questo gruppo, a inizio anno non avrei mai immaginato una cosa del genere. Sono state incredibili tutte. Kristina è stata bravissima, Caroline ha dimostrato grande forza di volontà dopo il doppio bagel di ieri, ma tutto il team ha contribuito a questa vittoria”.

Risultati:

K. Mladenovic (FRA) b. A. Barty (AUS) 2-6 6-4 7-6(1)
A. Tomljanovic (AUS) b. P. Parmentier (FRA) 6-4 7-5
C. Garcia/K. Mladenovic (FRA) b. A. Barty/S. Stosur (AUS) 6-4 6-3

Mladenovic chiama, Barty risponde: 1-1 tra Australia e Francia
La guida completa alla Finale di Fed Cup

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ATP Finals: esordio shock per Berrettini, Djokovic gli lascia solo tre giochi

LONDRA – Il primo match del Gruppo Borg è da incubo per Matteo che ripete una prestazione simile a quella con Federer a Wimbledon. Situazione già in salita

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Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Gruppo Borg (1a giornata)

[2] N. Djokovic b. [8] M. Berrettini 6-2 6-1 (dal nostro inviato a Londra)

Non poteva andare peggio il primo match di Berrettini alle ATP Finals. Matteo ha chiaramente pagato lo scotto dell’inesperienza. Era teso come le corde di un violino. Dopo aver perso i primi sei punti, compreso uno smash in cui è rimasto probabilmente accecato dalle luci dei riflettori – che ha ricordato molto da vicino uno altrettanto facile ciccato a Wimbledon contro Federer, quando fu sconfitto 6-1 6-2 6-2: il punteggio dei primi due set è sinistramente uguale – Matteo si è un tantino ripreso, ma ha sbagliato un dritto rigore sulla seconda palla break conquistata da Djokovic e da quando è andato sotto 3-2 è stato un calvario. Cinque break consecutivi, a uno che serve come Matteo, non dovrebbe poterli fare neppure il miglior ribattitore del mondo, quale certamente è Nole Djokovic

 

Il serbo ha giocato bene, ma soprattutto con molta sagacia tattica, ha rallentato sul rovescio di Matteo che ha commesso parecchi errori gratuiti, 18 solo nel primo set. Un Nole così sembra quello del 2011 e 2015, ingiocabile. Alla risposta ha preso qualunque cosa, al servizio è stato impeccabile.

LA PARTITA – Unica nota positiva, le tenue reazione di Matteo all’inizio difficile che è degna di chi ha giocato le semifinali degli US Open. Primo ace, il dritto ritorna quello di sempre e anche una volée sbagliata non costa caro. Il problema è che al servizio Novak è impeccabile e quando deve contenere le bordate dell’azzurro non si lascia pregare. Resistere a questa pressione è dura, e infatti il terzo turno al servizio di Berrettini è quello che gli costa il break.Il 43% di punti con la seconda, e il 47% con la prima danno bene l’idea della difficoltà di Matteo con la miglior risposta del circuito. 

Il secondo set non cambia le cose, con il n.2 del mondo che continua imperterrito a rispondere a qualunque cosa. Minuto 36, il punto più bello del match è di Berrettini. Quando la palla corta dell’italiano sembra irraggiungibile, l’ossesso di Belgrado non solo ci arriva ma gioca una contro-smorzata da antologia; tocca così a Berrettini raggiungerla e piazzare la palla in lungo linea all’incrocio delle righe, una magia che Nole trasforma in un lob non alto ma insidioso. Il romano però non si scompone e piazza il mezzo smash sulla riga più lontana per il serbo, che applaude. Non basta perché il cannibale serbo si prende tutto esattamente come faceva Merckx e centra il terzo break consecutivo salendo 2-0 e servizio. C’è di che scoraggiarsi ma Matteo non rinuncia a lottare, anche se purtroppo invano.

Quando sul 3-0 Djokovic la sosta si apre con l’ormai ossessiva Dance Monkey, il dramma di avere di fronte un giocatore più forte assume i contorni del grottesco. Il refrain stridulo dell’hit del momento suona a morte per Berrettini, che nel quarto gioco annulla alla grande la prima ma non la seconda palla del 4-0 Djokovic, che esulta con un urlo di battaglia. Tre giochi più tardi il campione di Australian Open e Wimbledon alza le braccia e chiude in 62 minuti di partita a senso unico. Matteo avrà probabilmente più occasioni martedì, contro chi uscirà sconfitto dalla sfida serale tra Federer e Thiem. Ma dovrà giocare meglio. Molto meglio.

La classifica aggiornata del Gruppo Borg

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I nove snodi verso Londra di Matteo Berrettini (seconda parte)

La folle corsa sui prati e l’abbacinante visione di Federer, la semifinale di New York e il cambio di dimensione. Fino all’incontro di oggi. Con Djokovic. Alle Finals

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

La prima parte

Le ultime cinque tappe verso Londra, il cambiamento di ogni prospettiva. Le semi di New York, Shanghai e Vienna. Da Monfils a Monfils, con la benedizione del giovane Shapovalov

5 – Lo status

 

Il secondo titolo da riporre in bacheca all’Open d’Ungheria e un’altra finale persa di un’incollatura, come direbbe un radiocronista capace di fare il suo mestiere; una sequenza di risultati a cui il tennis del circondario non era abituato e l’ascesa nei pressi dei primi trenta. Il Foro Italico, casa che più casa non si può, affrontato e affrontato bene con gli occhi di moltissimi puntati addosso, poiché la sua carriera – con le temibile aspettative che ne sono collegate – si è ormai elevata di più toni. Arriva la prima vittoria su un top ten, nello specifico Sascha Zverev in quel momento numero cinque del mondo, e il primo Major affrontato da testa di serie, al Roland Garros. Non una grande avventura, a Parigi, ma allo status occorre abituarsi.

6 – Il decollo

Matteo si rivela erbivoro. Bella scoperta, direte voi: il combinato disposto di servizio e dritto, utile a chiudere gli scambi presto, più lo slice di rovescio, reso affidabile col duro lavoro per difendere il lato sinistro, ne fanno per forza un giocatore da verde. Sarà, ma Berrettini prima della campagna 2019, a livello di tour maggiore, sull’erba aveva vinto una partita sola, nel primo turno di Wimbledon 2018 contro Jack Sock, cui si era aggiunta quella centrata in India nel febbraio di Davis. A Stoccarda arriva il terzo titolo, ad Halle una semifinale: in molti, a Church Road, lo eviterebbero volentieri. Le attese sono alte, ma il gran torneo disputato le rispetta, sebbene la coda dell’esperienza porti con sé anche alcuni aspetti traumatici. Il Nostro supera un terzo turno da brividi con il Peque Schwartzman annullando tre match point, e si merita di sfidare Roger Federer in ottavi. Il risveglio dal sogno è di quelli bruschi: il Re, così lo chiamano, sul Centrale ha giocato ottantotto partite; Berrettini invece è all’esordio e raccoglie cinque giochi pietrificato dalla tensione. Matteo tesaurizza, come d’abitudine: “Una sconfitta che mi servirà“.

7 – Il riposo dei giusti

Un risultato notevole, mi si perdoni l’eufemismo, che rischiava di finire nel dimenticatoio, non tanto del pubblico, ma dello stesso Berrettini, il che è molto peggio, a causa del brusco finale avuto in sorte. Si riprenderà? Certo. L’aiuto, anche se sul momento l’afflizione sembra un’ulteriore condanna, arriva dalla caviglia destra, che si guasta e sostanzialmente gli inibisce la partecipazione allo swing sul cemento nordamericano. Fatto quanto mai opportuno, poiché il Nostro si allontana dalla centrifuga Federer: la chance di rivivere i sentimenti positivi dell’esperienza britannica, ora finalmente in tranquillità, lo rigenera.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

8 – L’altro salto

La svolta decisiva, l’ennesima dell’annata a dire la verità, arriva a New York. Testa di serie numero 24, Berrettini butta fuori Gasquet, Popyrin, Thompson e Rublev. Il quarto con Monfils, decisivo per l’accesso alle semi, com’è ovvio, si rivelerà cruciale per qualcosa di ancora più grande. Il finale di quel match, che dovrebbe essere definito da cardiopalma, rimane uno dei migliori momenti tennistici dell’anno, con il tie-break dirimente al quinto in coda a un set, l’ultimo, in cui Matteo quasi vince e quasi perde nel giro di poche, angoscianti, decine di minuti. Ceduto opponendo un’apprezzata resistenza il penultimo round a Rafa Nadal, Berrettini è in grado di confermare il risultato sia a Shanghai che a Vienna, guadagnando il clamoroso match point per andare a Londra da giocarsi a Parigi Bercy.

9 – Il portafortuna

Nel frattempo gli avversari più prossimi nella corsa alle Finals hanno i loro bei grattacapi: Bautista, l’uomo che aveva inaugurato l’anno di Berrettini, è a lungo il più temibile, ma sul rettilineo d’arrivo inciampa: prima il pivot Opelka a Basilea, poi il furetto De Minaur a Parigi emettono il verdetto negativo. Nishikori, al solito, si ferma per problemi fisici, Wawrinka è partito troppo da lontano e Goffin si spegne presto. Resta Monfils, quello di New York. Matteo avrebbe il proprio destino tra le mani, è già ottavo, ma Tsonga lo sorprende nel secondo turno di Bercy e allora tocca sperare in un aiuto terzo: con una semifinale in Francia, a Londra ci va Gael. La macumba, si fa per dire, il povero Monfils gode della nostra suprema stima, non funziona né con Benoit Paire, né con Radu Albot, che pure scappa avanti di un set e un break. L’ultimo ostacolo per l’istrione parigino e l’ultima speranza per noi ha le sembianze di Denis Shapovalov. Il biondissimo ventenne canadese decide il destino di tutti ma la cosa lo interessa il giusto, e com’è giusto sia pensa solo a sé: Monfils battuto netto e Matteo a Londra, dove oggi incrocia Djokovic, nella prima giornata del meeting tra maestri. A Denis deve una bottiglia di vino, com’è noto, ma ci sarà tempo: adesso c’è ancora tanto tennis a cui pensare.

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