Numeri: la continuità di Medvedev, il titolo inatteso di Londero

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Numeri: la continuità di Medvedev, il titolo inatteso di Londero

Da ottobre a oggi, nessuno ha vinto più partite di Medvedev: la top 10 sembra il prossimo passo. A Londero riesce invece una piccola impresa riuscita solo tre volte in Era Open. Berrettini? Il futuro nasconde insidie

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Daniil Medvedev - Brisbane 2019 (via Twitter, @BrisbaneTennis)

0 – le partite vinte nel circuito maggiore da Juan Ignacio Londero prima del Cordoba Open. Il 25enne tennista argentino, sino alla scorsa settimana, aveva sconfitto in carriera solo due volte tennisti nella top 100: Schwartzmann nel novembre 2015 (allora 72 ATP) e Millman lo scorso maggio. Mai era emerso a un livello superiore al circuito Challenger: lo scorso aprile era ancora fuori dai primi 350 giocatori del mondo, vantava solo una fugace apparizione nella top 200 (nel 2014, quando era salito sino al 187 ATP) e appena due partecipazioni a main draw di eventi ATP. Proprio dieci mesi fa, vincendo il primo Challenger della carriera a Città del Messico, è arrivata la vera svolta: sempre sulla terra rossa, bissava poi il successo a Marbourg, raggiungendo anche una finale sulla sua superficie preferita, ancora nel circuito minore, a Tampere. Con una serie di altri buoni piazzamenti nei challenger ha conquistato a inizio 2019 il best career ranking di 112 ATP, una classifica che gli ha permesso di farsi notare e di diventare il settimo argentino nel ranking, meritandosi così una wild card alla prima edizione del torneo di Cordoba. Nemmeno lui poteva immaginare di vincerlo e, invece, è diventato il terzo tennista dell’Era Open a conquistare un torneo senza prima aver vinto una partita a livello ATP, dopo i titoli di Ventura nel 2004 a Casablanca e di Darcis ad Armersfoort nel 2007. Un cammino, il suo, iniziato sconfiggendo ai sedicesimi il primo top 50 della carriera, Jarry (6-2 7-6), proseguito con l’eliminazione di Sonego (7-5 6-3) e coronato con la vittoria, dai quarti in poi, di tre derby albiceleste contro, nell’ordine, Cachin, 280 ATP, (6-4 7-6) e due top 100, Del Bonis (6-1 6-0) e Pella (3-6 7-5 6-1). Le prossime settimane ci diranno se si tratterà della bella favola di una meteora o dell’inizio di una carriera in pianta stabile tra i migliori tennisti del mondo.

3 – le partite vinte da Camila Giorgi nei nove incontri di singolare giocati in Fed Cup. Un amore mai nato tra la 27enne marchigiana e la nazionale italiana: non solo per i lunghissimi 26 mesi (tra aprile 2016 e giugno 2018) di durata della battaglia legale tra lei e la Federtennis, seguiti al suo rifiuto di partecipare nella primavera di tre anni fa al play-off del World Group di Fed Cup in programma a Lleida tra Spagna e Italia. La numero 1 azzurra tornava dopo tre anni esatti nello scorso weekend a giocare per l’Italia a Biel (Svizzera), in un tie del World Group che, se vinto, avrebbe consentito alla rappresentativa azzurra di provare ad aprile a rientrare nella serie A della Fed Cup. Non è andata così: l’Italia ha perso molto nettamente per 5-0, nonostante avesse la migliore classificata – Giorgi appunto – tra le dieci convocate per l’incontro giocato alla Swiss Tennis Arena di Biel. La numero 28 del mondo aveva la responsabilità di trascinare una rappresentativa azzurra debole. Oltre a lei, poco ci si poteva attendere da Errani al rientro nell’attività agonistica dallo scorso giugno -a causa di una squalifica per doping da lei sempre rinnegata- e da altre tre azzurre (Trevisan, Paolini, Chiesa) nemmeno presenti nella top 150 WTA. Camila ha invece deluso sia contro Bencic, 45 WTA, (contro la quale era due pari nei confronti diretti), raccogliendo appena sei game, che, soprattutto, contro Golubic, 1o1 WTA, vincitrice contro di lei col punteggio di 6-4 2-6 6-4. Giorgi aveva già risposto a cinque convocazioni e solo in una, la prima, il suo contributo era stato decisivo per il passaggio del turno: cinque anni fa nei quarti del World Group sconfisse una 19 enne Keys, già nella top 40 WTA. Per sua fortuna, ora torna il circuito e di Fed Cup non si parlerà che ad aprile.

 

4 – i tennisti italiani presenti nell’attuale top 50 del ranking ATP: un ottimo risultato, il cui raggiungimento è stato permesso dalla splendida settimana vissuta a Sofia da Berrettini, capace di sconfiggere prima Istomin (6-4 7-6), poi, per la prima volta nello stesso torneo, due top 30, tra l’altro superati entrambi in rimonta: Khachanov (6-7 6-3 6-4) e Verdasco (4-6 7-5 6-4). Curiosamente, la settimana che ha preceduto questo positivo traguardo è stata molto negativa per i primi tre giocatori azzurri, tutti sconfitti all’esordio. Se Seppi, reduce dal rientro dalla trasferta indiana di Davis, aveva subito una eliminazione per tanti versi accettabile (6-2 7-6) dal top 50 Fucsovics, ben peggiori erano state le quelle rimediate da Fognini e Cecchinato, prime due teste di serie nella prima edizione dell’ATP 250 argentino di Cordoba. Il ligure ha perso malamente (6-1 6-4) da Bedene, tra l’altro sempre sconfitto negli otto precedenti; il siciliano è invece incappato nella terza sconfitta consecutiva all’esordio nel 2019, venendo eliminato da Jaume Munar (6-3 3-6 6-1). Una settimana che aveva visto anche le eliminazioni all’esordio di Fabbiano (contro Ivashka per 4-6 6-4 6-3) a Montpellier, del lucky loser Lorenzi (6-1 6-3 da Pella) a Cordoba e di Travaglia a Sofia (sconfitto 6-4 6-3 da Struff), con il marchigiano quantomeno bravo a qualificarsi (sconfiggendo Ward e Gerasimov). Stefano è stato uno dei due italiani (Arnaboldi, Caruso, Donati, Gaio, Quinzi e Vanni non ce l’hanno fatta) a riuscirci nei tre tornei della scorsa settimana. L’altro è stato Giannessi, bravo a imporsi al tie break del terzo sulla wc, il 18 enne brasiliano Seyboth Wild, e a strappare un set al top 20 Schwartzman. Sempre a Cordoba, il numero 6 azzurro, Sonego, è tornato a sconfiggere un top 100, come non gli accadeva da Roma 2018: dopo aver eliminato Andujar (6-3 6-2), si è però fatto fermare dalla wc locale Londero (7-5 6-3).

10 – le partite vinte da Tomas Berdych nel 2019, appena una in meno delle vittorie raccolte complessivamente nel per lui disgraziato 2018, terminato fuori dai primi 70 del mondo a causa dell’infortunio alla schiena che lo aveva costretto a interrompere la stagione dopo il Queen’s. Nonostante non debba essere facilissimo ritrovarsi con quella classifica dopo aver terminato per otto stagioni (dal 2010 al 2017) nella top ten e per dodici nella top 20 (2006-2017), il 33enne ceco – ex 4 ATP , vincitore di 13 titoli in carriera e finalista a Wimbledon nel 2010 – ha saputo ritrovare gli stimoli giusti e la fiducia per tornare ad esprimersi ad alti livelli. Reduce da un 2018 con una sola semifinale all’attivo, nel piccolo ATP 250 di Marsiglia ,ha inaugurato il 2019 raggiungendo a Doha la finale, un turno che non centrava da maggio 2017 (Lione) e ben diciannove tornei ai quali aveva partecipato. I punti della finale in Qatar e gli ottavi a Melbourne (grazie a tre vittorie contro top 20 come Edmund, Cecchinato e Schartzman), erano una buon indizio della ritrovata competitività, confermata a Montpellier, un torneo vinto nel 2012, anno della sua unica partecipazione al Open Sud de France. Accettando la wild card degli organizzatori, ha prima rimontato Bachinger (5-7 6-3 6-3), poi ha avuto vita facile su Paire (6-2 6-0). Per raggiungere la semi, nei quarti ha dovuto annullare due match point e lottare per 2 ore e 44 minuti per avere la meglio su Krajinovic (7-6 6-7 7-5). Arrivato senza troppe energie alla semifinale, si è arreso a Herbert, vincitore col punteggio di 6-2 7-5.

16 – le top 30 WTA impegnate lo scorso week-end nelle sfide del primo turno del World group I e del World Group II della Fed Cup. Oltre a Barty, Buzarnescu, Collins, Garcia, Giorgi, Kasatkina, Keys, Kontaveit, Mertens, Ostapenko, Sevastova, Tsurenko e Vekic, la massima competizione a squadre nazionali femminili del tennis è stata nobilitata dalla presenza di una freschissima top 10, Sabalenka, e di due top 5 e ex numero 1 come Halep e Karolina Pliskova. Queste ultime due si sono affrontate in un piacevolissimo match nel corso della sfida di Ostrava tra Repubblica Ceca e Romania (con Simona trascinatrice della sua selezione, passata in semifinale anche grazie alla sua serie aperta di sei singolari vinti in Fed Cup). Un’entry list non eccezionale, ma comunque degna di un buonissimo torneo WTA della categoria Premier. Inutile nasconderlo: anche nella versione femminile della Coppa Davis non sono mancate defezioni importanti, ma il livello medio è stato ben maggiore di quello visto la settimana scorsa negli spareggi d’accesso alle finali della nuova Davis e anche a quello di un primo turno della Davis nel vecchio formato degli scorsi anni. La dimostrazione migliore che -qualunque sarà il successo della nuova formula in programma il prossimo novembre a Madrid – per far tornare a giocare i migliori tennisti con le loro rappresentative non per forza l’unica soluzione plausibile era rappresentata da quella adottata dal gruppo Kosmos.

25 – le partite vinte da inizio ottobre a oggi da Daniil Medvedev, un bottino di successi negli ultimi cinque mesi numericamente superiore a tutti gli altri tennisti del circuito. Sebbene nel tennis conti di certo maggiormente la qualità dei successi e degli avversari sconfitti (nemmeno un top ten figura nell’elenco degli avversari battuti da Daniil), va anche notato che, contemporaneamente, Medvedev abbia rimediato solo sei sconfitte nello stesso lasso temporale. Per capire il livello del tennis raggiunto negli ultimi mesi dal 23enne russo, aiuta infatti notare come tutte le partite da lui perse siano arrivate contro tennisti nell’attuale top 15 del ranking: due volte Federer (a Shanghai e Basilea), Djokovic (Melbourne), Nishikori (Brisbane), Khachanov (Mosca) e Coric (Bercy). L’attuale 16 ATP, che pure nella prima parte del 2018 aveva messo in bacheca i primi due titoli della carriera (Sydney e Winston Salem), portandosi a ridosso della top 30, ha incamerato il 65% degli attuali 2140 punti della sua classifica da ottobre in poi. Ha trionfato all’ATP 500 di Tokyo in finale su Nishikori e la scorsa settimana a Sofia, raggiungendo la finale a Mosca e Brisbane, la semifinale all’ATP 500 di Basilea e gli ottavi a Melbourne (dove ha strappato un set a Djokovic, risultando in assoluto il tennista ad averlo messo maggiormente in difficoltà). Nella capitale bulgara ha incontrato difficoltà (5-7 6-2 6-2) solo nel suo esordio contro Haase, per poi condurre in porto senza troppi patemi le partite contro tre tennisti tra la 30° e la 50° posizione: nell’ordine Klizan (6-4 6-1), Monfils (6-2 6-4) e Fucsovics (6-3 6-4). A 23 anni appena compiuti, sembra pronto a lanciare l’assalto alla top 10.

46 – la nuova posizione di Matteo Berrettini nel ranking ATP, la migliore sinora mai raggiunta in carriera. Un piazzamento che promette bene per il prosieguo della sua carriera: senza voler caricare di inutili pressioni Matteo, fa ben sperare vedere quanto in alto sia già arrivato grazie al duro lavoro compiuto assieme al suo staff. Uno dei luoghi comuni del tennis è che non sia uno sport adatto ai maschi italiani, troppo mammoni e viziati per fare la dura vita richiesta per emergere ad altissimi livelli in questo sport. Berrettini però, molto centrato mentalmente sulla sua carriera, sta provando a sfatarlo. Per provare a capire quali siano le potenzialità della sua crescita, una qualche indicazione può darla osservare quanto avessero fatto alla sua attuale età, 22 anni e 10 mesi, i due migliori tennisti azzurri degli ultimi trent’anni, per continuità ad alti livelli e risultati raggiunti: Fabio Fognini e Andreas Seppi.

Entrambi arrivati prima di Berrettini nella top 100, hanno fatto più fatica del romano a superare il gradino successivo, l’accesso nelle top 50, avvenuto a quasi 24 anni sia per il ligure che per l’altoatesino. Ma se Matteo ha già vinto un torneo (Gstaad) e Seppi e Fognini hanno dovuto aspettare i 26 anni per riuscirci, il romano, con tre partite vinte contro top 20 su tre superfici diverse (Baustista Agut a Gstaad, Sock a Wimbledon, Khachanov sull’ Hard indoor), ha fatto meglio di Fognini ma non di Seppi. Prima dei 23 anni, Seppi aveva infatti già vinto sette volte contro top 20 (e due contro top 10). Ovviamente il nostro è più un esercizio utile a ripercorrere la prima parte delle carriere dei nostri ultimi migliori tennisti che per ricavare serie indicazioni per il futuro di Matteo. Per integrare queste curiosità statistiche, aggiungiamo solo che altri tre azzurri entrati fugacemente nella top 20, Camporese (22 anni e 3 mesi), Gaudenzi (20 anni e 10 mesi) e Furlan (21 anni) sono riusciti prima dell’allievo di Vincenzo Santopadre ad entrare nella top 50. Comunque sia, il tennista romano è il primo a sapere che adesso, rispetto all’ottimo lavoro già svolto, si fa tutto infinitamente più difficile per lui: glielo potrebbe ricordare un altro azzurro ancora in attività, Bolelli, entrato nella top 50 in età più giovane di Berrettini, ma autore di una carriera, anche a causa degli infortuni, prevalentemente fuori da questo range di classifica.

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ll cammino Eroico dell’atleta. Come attivare il potenziale implicito dentro di sé

Manuela Caputi illustra come l’utilizzo della metafora del cammino dell’eroe abbinato alle tecniche di Focusing possa portare il giocatore, con il supporto del coach, a sviluppare le proprie potenzialità

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L’articolo di questo mese per la rubrica ISMCA è di Manuela Caputi, Counselor Bioenergetica e Trainer di Focusing, diplomata in Sport Coaching ed esperta di storytelling.

La storia dell’allenamento tennistico, e sportivo in generale, ha seguito e si è modellata non solo sulle capacità individuali ma anche sull’evoluzione delle esigenze di volta in volta emergenti. Nel caso del tennis, dopo l’attenzione data alla preparazione tecnico-tattica e alla preparazione atletica, oggi affiora la consapevolezza di una nuova necessità. Per garantire un’ottima performance è necessaria anche una particolare attitudine mentale. In questo modo il giocatore riesce a raggiungere uno stato di presenza in campo tale da permettergli di sfruttare appieno le risorse allenate e la preparazione raggiunta. Emerge quindi la necessità di considerare anche l’aspetto mentale dell’allenamento e renderlo parte integrante del programma di training.

 

Con ciò ci si riferisce non tanto alla capacità cognitiva dell’individuo ma soprattutto ad una sua capacità di gestione emotiva. Lo psicologo statunitense Daniel Goleman per primo parlò di “Intelligenza Emozionale” intendendo lo sviluppo di una serie di capacità intrapersonali ed interpersonali che vanno dall’autoconsapevolezza all’autoregolazione, all’empatia. Un approccio più olistico dell’allenamento viene chiamato in causa, un approccio che preveda l’evoluzione dell’atleta come individuo nella sua totalità.

Con l’intento di ispirare e allo stesso tempo evidenziare che tale evoluzione prevede un percorso e che questo percorso è individuale, si è scelto di utilizzare in questa sede la metafora del cammino dell’eroe presente nella struttura narrativa delle favole e dei miti, cosi come elaborata dallo studioso di religioni comparate Joseph Campbell. Il percorso di trasformazione da individuo ordinario a individuo straordinario che compie l’eroe è lo stesso percorso che l’atleta, nel nostro caso il tennista, è chiamato a compiere nella sua ascesa da giovane promettente a campione. È un percorso composto da differenti momenti di passaggio. Campbell li definisce tappe, rappresentanti le fasi evolutive della coscienza umana nel suo cammino verso l’autoconsapevolezza. Si ritiene che conoscere le tappe del cammino dell’eroe possa servire da guida al giocatore e al suo staff , per intraprendere e supportare tale percorso. Per antonomasia, un percorso di cambiamento interiore prima che esteriore.

Per l’eroe il punto di partenza per il viaggio interiore, lo stimolo a cambiare, è sempre determinato da una situazione di disagio. Lo stesso vale per il giocatore. Per quest’ultimo il disagio può essere dato dalla sensazione di avere un problema e non riuscire a risolverlo, dal trovarsi in una situazione di stallo, come ad esempio il ripetersi nel match di errori tecnico-tattici, o il ripresentarsi di comportamenti non funzionali. In genere il linguaggio con cui in questi casi il tennista si rivolge agli altri – e soprattutto a se stesso – mostra il disagio percepito. Frasi come “Mi va tutto male”, “L’altro prende solo righe” riflettono la sensazione di essere in balia di forze esterne che non si riesce a controllare. In altri momenti il senso di disfatta viene anticipato da espressioni come “Tanto con quello non ci vinco mai”. In tutti i casi l’incapacità di prendere consapevolezza e di gestire le proprie emozioni risulta fatalmente determinante per il risultato finale del match. Questo insieme emozionale e psichico è quello che nella nostra metafora viene definito il mondo ordinario dell’eroe. Si tratta di un insieme di schemi mentali e credenze limitanti che mantengono il nostro tennista-eroe lontano dall’ottimizzazione delle proprie risorse impedendogli di raggiungere i propri obiettivi. Ma a prescindere da quali siano questi schemi e queste credenze,  ciò che spinge il tennista-eroe ad intraprendere il proprio viaggio di scoperta di sé, è sentire che la necessità di cambiare la realtà – o quantomeno di controllarla – si scontra con l’inefficacia delle strategie messe in atto fino a quel momento.

Il primo passo consiste proprio nella presa di coscienza da parte del nostro tennista-eroe del suo mondo ordinario, ossia della situazione in cui si trova. È necessario che l’individuo prenda consapevolezza delle proprie azioni iniziando ad osservare la realtà esterna e ad osservarsi agire in essa. A stimolare questo primo movimento servono quelle che Campbell definisce chiamate, ossia eventi e accadimenti che turbano e scuotono, la goccia che può far traboccare il vaso e far prendere al nostro eroe una nuova direzione. Per il giocatore  possono essere i richiami del coach, una non convocazione in Coppa Davis o Fed Cup, un evento familiare inaspettato o infine un evento fisico traumatico (in base all’unità funzionale mente-corpo un evento traumatico al livello fisico è comunque un campanello d’allarme anche mentale).

Non tutti però sono pronti a ricevere e seguire la chiamata. Trattandosi sempre di un evento che comunque va a toccare una certa fragilità dell’individuo o una sua paura, la reazione più comune è il cosiddetto rifiuto della chiamata. Questo momento implica che il nostro giocatore si rifugi ancor di più nella propria comfort zone e si accanisca nel voler continuare a “cambiare la realtà esterna agendo solo sulla realtà esterna stessa”. Sono i momenti in cui si cambia coach, si cambia sede di allenamento, si cambia fidanzata, ogni causa è ritenuta esterna e va cambiata.

Spesso è solo con l’arrivo del mentore, ossia di un aiuto esterno, che il giovane eroe riesce a credere che esista una via d’uscita e riesce ad affrontare il momento della scelta che lo spinge all’attraversamento della soglia. Solo ora è pronto ad intraprendere il proprio cammino. Nel mondo del tennista, lo staff è chiamato a ricoprire il ruolo di mentore. Un ruolo questo che ha un grande potenziale detonante. Un potenziale che a sua volta, per essere tale, deve venir coltivato con la stessa consapevolezza che si richiede all’atleta per gestire la propria vita. Un coach deve essere in grado di ispirare, motivare, supportare. Soprattutto è importante che creda nel giocatore, spesso più di quanto il giocatore stesso creda in sé. Forte di questo supporto il nostro tennista-eroe può accogliere ora la possibilità di intraprendere il proprio viaggio accettando di “cambiare la realtà esterna cambiando la propria realtà interna”.

Si tratta di un vero e proprio capovolgimento, e come tale viene rappresentato nella nostra metafora dove l’eroe entra letteralmente in un nuovo mondo, il mondo straordinario. Questo passaggio prevede l’acquisizione di nuove competenze e un nuovo linguaggio. È questo l’inizio di una diversa fase e una diversa modalità di allenamento che implica ora un’esperienza diretta dell’intero individuo. Si tratta di passare dal “pensare con la mente” al “pensare con tutto il corpo” attraverso un sentire il corpo dall’interno. Il nostro atleta è chiamato a scoprire la propria Forza Interiore che risiede implicita dentro di sé. Questa viene attivata allenando una nuova consapevolezza corporea, cosi nuova che il filosofo americano Eugene Gendlin, fondatore del metodo del Focusing, inventò per descriverla il neologismo di “sensazione sentita significativa”.

Attraverso una serie di passi, allenabili ed insegnabili, il Focusing risulta essere un metodo particolarmente efficace per attivare risorse nascoste e sbloccare processi di stallo. Migliora la qualità dello stato di presenza e sviluppa un affidabile contatto interno con se stessi che permette all’atleta di verificare il proprio stato emotivo ed eventualmente intervenire per cambiarlo. Questo potenzia fiducia e autostima e favorisce un atteggiamento propositivo verso le situazioni esterne. Sfrutta la capacità intrinseca del corpo, che a differenza della mente, è in grado di recepire e rielaborare in modo immediato e sintetico in un’unica sensazione fisica “tutto ciò che riguarda una certa situazione”. Ciò favorisce analisi e decisioni tempestive ma allo stesso tempo congruenti, essenziali in uno sport di situazione come il tennis. Con queste nuove risorse a disposizione il nostro eroe può finalmente affrontare la prova centrale e nella nostra metafora uccidere il drago. Per il tennista significa affrontare i momenti topici con fondata fiducia e forza interiore superando le proprie paure.

Il nostro eroe cosi rinnovato può intraprendere la via del ritorno. Avendo acquisito la capacità di vedere altro e di scorgere un nuovo significato, la stessa realtà può diventare ora una nuova realtà. Ecco che il cerchio si chiude e il nostro giocatore può affrontare adesso le stesse situazioni in modo diverso. Questa è la conquista suprema, l’Elisir: la possibilità di “cambiare la realtà esterna agendo sulla propria realtà interna”. Questo è ciò che distingue un individuo ordinario da un individuo straordinario, un giovane promettente da un Campione: colui che ha completato il proprio percorso di trasformazione. Avendo presente tutto ciò, non solo il ruolo del giocatore cambia, ma cambia anche il ruolo dello staff che è chiamato a prendere consapevolezza dell’esigenza di questa trasformazione — e di conseguenza a creare un ambiente che favorisca la crescita personale del giovane. In questo senso la chiamata è valida per tutti. È valida per l’atleta, chiamato ad essere Eroe, e per il coach, chiamato ad essere Mentore cioè colui che conosce e mostra la via del cammino eroico.

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A Marsiglia Paire batte Bolelli ma Berrettini pareggia il conto

Francia-Italia 1-1: Berrettini vince una gran partita contro Chardy, agli ottavi avrà Rublev.

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

Matteo Berrettini conferma quanto di buono fatto vedere anche in questo di inizio di 2019 battendo il beniamino di casa Jeremy Chardy, dopo due tie-break diametralmente opposti per andamenti ma finiti entrambi nelle mani dell’italiano. La partita non ha particolari brividi nei primi nove game, in cui i due offrono un gioco molto gradevole, legato ad un alto rendimento al servizio e arricchito da numerosi vincenti. In particolare, è il rovescio di Chardy a funzionare benissimo, cui Matteo contrappone la grande efficacia del suo dritto. Le occasioni offerte dai due nell’ottavo e nono gioco sono solo il prologo di un tie-break emozionante, dai mille capovolgimenti di fronte. Berrettini riesce ad annullare ben sei set point giocando meravigliosi passanti: da segnalare quello di rovescio in corsa per il 6-6 e uno di dritto sull’11-11. Chiuderà il tie break 14-12, dimostrando una grande voglia di non arrendersi mai e una grande capacità di mantenere il sangue freddo. Alla ripresa del secondo parziale i due sentono un fisiologico calo nelle prestazioni al servizio: le occasioni per il break fioccano e i due si sottraggono rispettivamente la battuta. La qualità del gioco però non scende, e la partita scorre fino al tie break. Tutti si aspettano un’altra chiusura di set emozionante, ma Matteo cambia passo: mette in difficoltà Chardy nelle sue discese a rete con ottimi passanti, e raggiunge in un lampo il 4-0, sigillato grazie ad una magnifica palla corta. Da lì è un monologo fino al 7-0 che lo conduce all’ottavo con Rublev.

SEGNALI RUSSI – Spettacolare accoppiamento di sedicesimi tra l’idolo di casa Tsonga e il giovane russo Rublev. Inizia a servire il francese e la partita si mette subito in discesa per lui: tenuto il primo gioco, il russo cede il suo successivo game alla prima palla break offerta. Davvero in palla ad inizio match Jo, non offre la minima occasione al russo, aiutato anche da un servizio davvero molto efficace: l’ottima resa con le prime palle (ben il 76%) gli consente di frenare i potenti colpi da fondo di Rublev e di condurre agilmente il gioco durante i suoi turni di servizio. È anzi il russo a cedere nuovamente la battuta nell’ultimo gioco del set, lasciando al francese il vantaggio di partire nuovamente con i servizi nel set successivo. È qui però che la partita gira, quasi inaspettatamente. Tsonga gioca un primo game al servizio disastroso, con Rublev che vince 4 punti consecutivi e strappa a zero la battuta al suo avversario. Andrey riesce finalmente a spingere con più continuità il suo dritto e a sfondare la resistenza del francese che, di contro, si trova in difficoltà nello scambio, non riuscendo più ad ottenere punti facili col servizio. Da quel momento, sarà un crescendo continuo per Andrey, che inizia a sommergere Tsonga di dritti vincenti e colpi pesanti, impedendogli di reagire. Chiuderà il set 6-4, preludio al terzo dove Joe sarà costretto il più delle volte a remare da fondo campo nella speranza che i colpi dell’avversario perdano efficacia e potenza. Non sarà così purtroppo e, abbandonato dal servizio, cederà i primi due turni di servizio nel terzo set, spianando la strada al 6-2 finale, con cui Rublev si qualifica agli ottavi.

 

FUORI BOLELLI CON QUALCHE RIMPIANTO – Il primo italiano in campo nel torneo di Marsiglia è reduce dalle qualificazioni e si affaccia a questo incontro molto curioso contro Paire. Pronti via ed è subito vantaggio azzurro: Simone strappa la battuta nel game di apertura, mostrando un ottimo servizio e dei colpi davvero efficaci, specialmente il suo dritto ad uscire. Di contro, il francese commette vari errori e non riesce a trovare le contromisure al gioco dell’azzurro. Tutto questo però cambia improvvisamente dall’ottavo gioco: Benoit riesce a strappare per due volte consecutive la battuta all’avversario, chiudendo il parziale 6-4. Molti errori dell’azzurro in questo frangente, con colpi spesso in rete o fuori dal campo in situazioni di palleggio o di attacco. Bolelli comunque non ci sta: cresce ancora al servizio e in risposta e riesce a portarsi avanti anche nel secondo set, strappando il servizio all’avversario nel terzo gioco. Purtroppo però, Simone non trova continuità, commettendo molti errori anche in fasi di gioco di pura impostazione. Benoit riesce così a pareggiare i conti sul 3-3, e l’onda lunga della partita si sposta verso la sua parte di campo. Da notare come i due abbiano cambiato gioco in questo secondo set, preferendo molto più la via della rete e le palle corte al gioco da fondo che ha caratterizzato il primo parziale. Si arriva al tie break, dove però Paire riesce a strappare subito due mini-break con due ottimi passanti di rovescio. Sostenuto da un ottimo servizio, chiude comodamente 7-1 la contesa lasciando un grande amaro in bocca a Simone, in vantaggio in entrambi i set.

Lorenzo Fattorini

Risultati:

P. Gojowczyk b. D. Dzumhur 6-2 6-4
[LL] S. Stakhovsky b. [Q] C. Lestienne 7-6(3) 1-6 6-3
B. Paire b. [Q] S. Bolelli 6-4 7-6(1)
[5] F. Verdasco b. [Q] E. Gerasimov 4-6 6-3 7-5
A. Rublev b. [WC] J.W. Tsonga 2-6 6-4 6-2
M. Berrettini b. [8] J. Chardy 7-6(12) 7-6(0)

Il tabellone completo

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Capitombolo Osaka a Dubai: la prima da numero 1 è un fiasco

Lontanissima dalla tennista glaciale che ha vinto l’Australian Open tutto d’un fiato, Osaka si fa breakkare sette volte (!) e battere da Kiki Mladenovic. Fuori anche Bertens, avanti Halep e Kerber

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Se fosse possibile recensire i tornei di tennis come si fa con i prodotti che si acquistano online, il rapporto qualità-prezzo del Dubai Duty Free Tennis Championships meriterebbe tutte le stelline possibili. Con la miseria di 55 dirham, circa 13 euro al cambio attuale, nella giornata di martedì ci si poteva garantire un biglietto di terza fila per il campo centrale di un Premier 5 il cui ordine di gioco comprendeva sei delle sette migliori giocatrici al mondo secondo classifica, inclusa una numero uno nuova di zecca.

Se la sono cavata tutte tranne proprio la neo-reginetta Naomi Osaka, autrice di una prestazione al limite dell’handicap contro Kristina Mladenovic. “Più sono grossi e più fanno rumore quando cadono” si dice, e nel caso di Osaka il tonfo è fragoroso: appena sei giochi vinti alla prima uscita da numero uno mondiale – nessuna delle sue venticinque predecessore aveva mai perso all’esordio al vertice del circuito WTA – che coincideva anche con la prima senza Sascha Bajin nel box. L’ex sparring partner, promosso a capo allenatore proprio dalla giapponese a inizio 2018 ed eletto Coach of the Year grazie ai successi riportati insieme a lei, era stato silurato a sorpresa con un semplice tweet pochi giorni dopo il titolo agli Australian Open. All’arrivo a Dubai, assediata dalla stampa, Osaka si era limitata a togliere dal tavolo le insinuazioni su problemi di natura economica, adducendo come causa una non troppo chiara tensione umana tra lei e Bajin. “Non ho intenzione di mettere i successi davanti alla mia felicità”, ha detto la nuova n.1 al mondo. “Mi voglio svegliare felice di allenarmi, e non sono disposta a sacrificare tutto ciò per tenere una persona nel team“.

Di certo gli spettatori dell’incontro di Osaka hanno visto una tennista tutt’altro che serena: un body language del tutto negativo ha accompagnato una prestazione piena di errori gratuiti, con una prima palla che trovava il campo appena una volta su due e un rendimento con la seconda al 21%. Una miseria, tanto che Mladenovic la ha liquidata con un doppio 6-3 in appena un’ora e cinque minuti, riuscendo a chiudere persino un secondo set in cui ha perso il servizio tre volte consecutive; quasi facile, considerato che Osaka ha fatto di peggio, facendosi breakkare sette volte su nove turni di battuta totali. Nessun merito da togliere alla francese, perché gli incontri vanno vinti, ma prima di atterrare negli Emirati il suo ruolino di marcia stagionale in singolare recitava 0-4, peraltro con due eliminazioni contro giocatrici fuori dalle prime 240 della classifica. “Per me significa moltissimo questa vittoria”, la prima contro una numero uno, ha detto Mladenovic dopo la stretta di mano. “So che sono in grado di battere grandi giocatrici, l’ho fatto in passato anche su questo campo, lo sapete, non voglio mettermi a fare un elenco“. Certo oggi ha avuto un bell’aiuto.

GLI ALTRI INCONTRI – Alle altre stelle impegnate prima di lei nella sessione diurna, come detto, è andata bene: quattro vittorie su quattro per Kvitova, Svitolina, Halep e Kerber, anche se hanno tutte dovuto sudare per conquistarsele. Sebbene soltanto Petra Kvitova sia stata costretta a giocare un terzo set, recuperando un tie-break di svantaggio a Katerina Siniakova, il pubblico degli Emirati ha avuto la sua bella dose di emozioni anche nei successivi tre incontri. Soprattutto Halep ha avuto bisogno di portare il suo tennis vicino al limite massimo per battere Genie Bouchard, ancora una volta esaltatasi a tratti contro un’avversaria importante ma costretta ad abbandonare Dubai dopo un’ora e tre quarti di tennis davvero intenso. Tra Genie e la ex numero uno, alla fine, c’è stato un solo break di differenza, in avvio di secondo set. Il rammarico è proprio per quei pochi minuti cruciali di deconcentrazione, iniziati al termine del tie-break del primo parziale, quando, sul 4-5 e servizio nel gioco decisivo, la canadese è stata distratta uno dei suoi tanti spasimanti che le ha gridato: “sposami”. (Siamo abbastanza sicuri che non sarà lui ad accompagnarla all’altare.)

In apertura di mattinata Elina Svitolina aveva superato Ons Jabeur, fermata in corsa da un problema alla spalla destra (ancora sfortunata la tunisina, che nell’unico precedente aveva mancato quattro match point). Fatica e brividi per una Angelique Kerber sfocata, anche lei costretta ad un tie-break: al primo match in carriera contro una top 10 a quasi ventott’anni di età, Dalila Jakupovic ha scelto un’apertura aggressiva e si è portata sopra di due break, giocando un tennis vario prima di farsi catturare in un gorgo di doppi falli (nove in totale nel match) che alla lunga ha spinto avanti la sua più esperta avversaria. Ma se sul centrale le big hanno tutte strappato la promozione agli ottavi, sugli altri campi si sono viste anche le eliminazioni di Kiki Bertens, Daria Kasatkina (ancora a secco di vittorie in stagione!) e Caroline Garcia. A far fuori l’olandese è stata la slovacca Viktoria Kuzmova, classe 1998 da poco entrata in top 50: gran servizio, con cui ha annullato anche match point nel tie-break decisivo, e un tennis potente che ha tremato soltanto nei momenti più emozionanti. L’ottavo di finale tra outsider, contro la coetanea Sofia Kenin, sarà una bella occasione per entrambe.

ha collaborato Michelangelo Sottili

Risultati:

C. Suarez Navarro b. S. Zhang 6-4 6-4
[12] G. Muguruza b. S. Zheng 7-5 6-2
[6] E. Svitolina b. O. Jabeur 7-6(4) 4-0 rit.
S.W. Hsieh b. A. Sasnovich 6-1 6-2
A. Riske b. A. Cornet 6-2 6-3
V. Kuzmova b. [7] K. Bertens 6-2 4-6 7-6(6)
S. Kenin b. [11] D. Kasatkina 6-3 2-6 6-4
[2] P. Kvitova b. K. Siniakova 6-7(3) 6-4 6-4
[3] S. Halep b. [WC] E. Bouchard 7-6(4) 6-4
L. Tsurenko b. [Q] L. Zhu 6-4 6-7(5) 6-3
[Q] J. Brady b. [14] C. Garcia 6-4 7-5
B. Bencic b. [LL] S. Voegele 6-1 6-1
[5] A. Kerber b. [LL] D. Jakupovic 7-6(4) 6-3
[8] A. Sabalenka b. [Q] I. Jorovic 6-4 6-0
K. Mladenovic b. [1] N. Osaka 6-3 6-3
[4] Ka. Pliskova b. D. Cibulkova 6-2 3-6 6-3

Il tabellone completo

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