Cino Marchese, il ricordo del Direttore. "Per un amico scomparso. Le sue storie più belle"

Editoriali del Direttore

Cino Marchese, il ricordo del Direttore. “Per un amico scomparso. Le sue storie più belle”

Dall’inimicizia fra Lendl e McEnroe a Borg e i morti sulla strada di Palermo. Dai trucchi per aiutare Panatta alla scoperta di Jennifer Capriati. Lui a Tiriac: “Ivanisevic l’ho visto io per primo…”

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Cino Marchese con Ubaldo Scanagatta durante la presentazione del suo libro sulla storia del torneo di Roma insieme ai dati statistici di Luca Marianantoni (sullo sfondo Paolo Bertolucci e Francesco Ricci Bitti)

In ricordo di un amico scomparso, del caro Cino Marchese (81 anni, era nato il 2 novembre 1937), Silver Fox, la Volpe d’Argento, come lo chiamavano gli americani per via di quella sua chioma bianca argentea che gli ho sempre visto incorniciare il viso fin da quando aveva poco più di 30 anni e veniva a vedere il tennis da super-appassionato alla Canottieri Tanaro Alessandria, perfino quando giocavo io i tornei junior con Robertino Lombardi e quelli di seconda categoria con Ciccio Gorla, Nicola Migone, Francesco d’Alessio, Mantelli, i fratelli De Ambrogio e tanti altri prima dei più giovani Fontana e Canessa. Potrei raccontare mille aneddoti, ma nessuno sarebbe bello come quelli che scriveva lui.

Quelli che mi chiese lui stesso di scrivere, con grande entusiasmo, nei primi mesi di esistenza del mio blog.

Li scriveva di getto, un po’ come gli venivano. Io che li leggevo, li trovavo fantastici, godibilissimi ed ero talmente impaziente, avevo talmente tanta voglia di metterli subito in pagina sull’appena nato “Servizi Vincenti”, il mio blog nato a fine 2006 che all’inizio curavo quasi da solo scrivendo anche 5 articoli al giorno, che non di rado mi sfuggivano correzioni che avrei dovuto invece fare… perché lui scriveva come quando parlava, a volte anche con periodi perfino più contorti dei miei, tanto che mi pareva quasi di udire, nella lettura, la sua voce stentorea, un fiume in piena, sempre incontenibile. E quasi sempre, in quei momenti di… piena, guai a contraddirlo! Di certo non era il tipo che ti mandava a dirle dietro le spalle. E aveva sempre un’opinione, mai da sussurrare. Ma quasi sempre originale, sua.

 

Nella notizia flash che abbiamo pubblicato ieri, sgomenti alla notizia della sua morte talmente improvvisa se si pensa che appena lunedì scorso era stato a Viareggio a presenziare l’apertura del torneo internazionale di calcio di cui era stato consulente per anni, abbiamo messo poche scarne notizie sulla sua attività di grande manager. E oggi nella nostra quotidiana rassegna stampa – non dimenticate di consultarla solo perché si trova un po’ più in basso! – ne troverete altre scritte da esimi colleghi.

Sotto a quell’articolo ho postato un mio primo commento-ricordo. Scritto in fretta, purtroppo, perché della sua scomparsa sono stato informato dal figlio di Rino Tommasi – di cui Cino era affezionatissimo amico: era una tradizione ritrovarsi a casa di Rino per il festival di Sanremo e fare i pronostici scritti sui vincitori come una sorta di mercante in fiera – in un momento in cui non avevo la possibilità di scrivere.

Rientrato a casa a notte fonda sono ancora in difficoltà, ma io credo che nessun aneddoto che io potrei raccontare sia bello e interessante quanto quelli che aveva cominciato a scrivere lui. E che ho riportato qui sotto, perché sono sempre attuali: si va da Lendl e McEnroe a Roger Federer quando era sembrato entrare in crisi… perché si era affacciato sulla sua strada Rafa Nadal.

Perché ha poi smesso di scrivere Cino, nonostante io lo pregassi invece di continuare? Perché non sopportava i cosiddetti ”leoni da tastiera”, i famosi “web-eti” che neppure Umberto Eco riusciva a mandar giù, quelli che scrivevano commenti impropri, o magari anche offensivi a quel che scriveva o alle opinioni che esprimeva, talvolta non politically correct. Ma Cino non guardava in faccia a nessuno. Io avrei dovuto, allora, trovare il modo di impedire i commenti ai suoi articoli, perché se anche ce n’erano su 20 elogiativi anche due soli ipercritici e secondo lui impreparati e privi di “onestà intellettuale”, lui si infuriava terribilmente. Poi qualche “federale” – che non si firmava – lo aveva preso di mira. Io avrei dovuto fare miglior guardia, individuare i commenti in malafede ( o che lui giudicava tali), ma la natura di un blog non consente interventi censori se non quando si offende in maniera smaccata. E quando il blog cominciò a ricevere centinaia e centinaia di commenti in un giorno divenne pian piano praticamente impossibile anche leggerli tutti dalla prima riga all’ultima.

Inciso: uno dei risultati più incresciosi di questa situazione, oltre alla cessazione degli interessanti aneddoti scritti da Cino, furono un paio di querele – fortunatamente respinte con perdite – del mal consigliato presidente FIT nei confronti di Ubitennis per alcuni commenti scritti non da me ma da alcuni lettori. E ciò sebbene io avessi incaricato di leggere e “moderare” tutti i commenti di natura “politico-federale” scritti dai lettori, dal più filofederale dei miei collaboratori, uno che sarebbe diventato addirittura un dirigente FIT, sia pure a livello locale. Uno scrupolo che si rivelò vano, perché mi si imputò comunque una premeditazione nel filtro ai commenti che assolutamente non c’era. Per mia fortuna, e grazie al mio ottimo avvocato, i giudici mi dettero ragione.

Tuttavia non c’è dubbio che il fastidio che possono determinare, a vari livelli, i commenti dei lettori più cafoni e maleducati, è un problema serissimo e fastidiosissimo per chiunque sia editore di un sito. E per me aver perso gli scritti di Cino Marchese rappresentò un gravissimo dispiacere e un sicuro danno. Ma abbiamo sempre continuato a sentirci. Con grande affetto. Adesso lo piango, mentre abbraccio da lontano l’adorabile compagna di tutta la sua vita, la carissima e dolcissima Lella. E pubblico qui di seguito uno dei suoi aneddoti impareggiabili, scritto ormai una dozzina di anni fa, che riguarda l’acredine e l’antipatia tra Ivan Lendl e John McEnroe. Ma ne ho raccolti tanti altri, e li pubblicheremo nelle prossime settimane: il secondo che abbiamo selezionato ha per titolo “Quando Borg venne a Palermo. I due morti che Bjorn vide sulla strada. “E io che gli avevo promesso che…“.


Lendl – McEnroe: la sfida infinita (di Cino Marchese)

Ho chiesto ad Ubaldo se avrebbe potuto crearmi uno spazio dove io possa raccontare tante storie da me vissute in tanti anni spesi ad occuparmi di tennis e come io debba fare per avere un mio angolo tenendo presente l’attualità del blog e quello che lui crede opportuno fare. Con discrezione chiedo a chi mi legge se la cosa possa essergli gradita. (Troverete tutti gli splendidi aneddoti di Cino in Storia e Storie, ubs)

Incomincio oggi con una storia che ricorda la grande antipatia che regnava tra Ivan Lendl e John Mc Enroe. Io ero abbastanza amico di tutti e due e per Lendl in quei tempi lavoravo essendo diventato cliente IMG, John lo conoscevo bene, ma come molti sanno era molto amico di Sergio Palmieri che storicamente non è stato mai molto amico mio anche se abbiamo fatto molte cose insieme o contro e ci conosciamo molto bene.

Spezzone della mitica finale del Roland Garros 1984. E altri cinque incontri fra Mac, Ivan E Connors

Eravamo alla fine degli anni 80 ed in quel periodo le esibizioni o special event erano molto diffusi ed appunto Sergio ed io avevamo organizzato una serie di esibizioni tra cui ce ne era una a Verona, in una piazza che tennisticamente non era mai rientrata nel grande giro e pertanto c’era grande attesa per questo Lendl-Mc Enroe che la settimana prima avevano giocato ad Anversa nel famoso evento della Racchetta di Diamanti. Se non mi ricordo male l’evento era previsto per il martedì successivo ad Anversa e Mc Enroe, che viaggiava in quella occasione con la moglie Tatum O’Neil i due figli ed una nurse, aveva preteso nel suo contratto anche un aereo privato per il trasferimento da Anversa a Verona.

Mi telefona da Cleveland il manager di Lendl e mi chiede che, dal momento che Ivan era venuto a sapere dell’aereo e gli aveva fatto una scenata perché lui non lo aveva in contratto, se con molta diplomazia io avessi chiesto a Sergio se avesse potuto intercedere su John per fargli avere due posti uno per lui e uno per il suo allenatore che in quell’occasione era il neozelandese Jeff Simpson. Sergio che lavorava per i nostri concorrenti di Proserv mi dice che avrebbe provato, ma che dati i rapporti fra i due, era molto scettico. Eravamo in un periodo molto diverso da oggi, i telefonini non esistevano e quindi riuscire a parlare con chi dovevi era molto complicato ed era solo possibile attraverso l’albergo o qualcuno del torneo. Pertanto inizia una vicenda non certo semplice tra Cleveland, Sergio che era a Bologna, io che ero a Milano e Anversa dove erano i due che però rifiutavano di parlarsi, il tutto in mezzo al week-end che complicava ulteriormente le cose.

Dopo alcune telefonate andate a vuoto finalmente arriva la risposta di John che molto poco volentieri era disposto a dare un posto a Lendl, ma si rifiutava categoricamente di caricare anche l’allenatore. Comunico tutto a Peter Johnson, il manager di Lendl, che mi ringrazia del semi-successo e mi dice che mi avrebbe fatto sapere i dettagli per il viaggio. Passano alcune ore e Peter mi telefona sconsolato che Ivan pretendeva anche il trasferimento del suo allenatore ed era stato categorico. A mia volta chiamo Sergio e gli riferisco il tutto e a sua volta dopo avere consultato McEnroe mi dice che lo era stato altrettanto categorico e se continuava a rompere lo avrebbe mandato al diavolo, che gli faceva piacere anche!! A questo punto richiamo Cleveland e riferisco il tutto ed anche che Jeff Simpson, l’allenatore, fratello di Russel che era stato un buon giocatore, mi aveva chiamato e mi aveva detto che per lui era uguale prendere un aereo di linea e se lo andavo a prendere ed insieme saremmo andati a Verona. Il manager di Lendl era esasperato e mi aveva detto che Lendl si era impuntato e lui aveva molte difficoltà nel gestire la cosa. Da parte mia gli dico che aveva la nostra simpatia, anche di Sergio, ma che non potevamo farci nulla. Finisce che Lendl senza dire una parola (e quasi prendendolo per un diritto) sale sull’aereo di Mc Enroe ed arrivano insieme a Verona immaginatevi come.

Lendl veniva da un brutto infortunio ad una spalla ed era la prima apparizione che faceva e ad Anversa non aveva fatto granché, ma le vicende dell’aereo lo avevano talmente caricato che non vedeva l’ora di giocare contro il suo grande rivale e John se avesse potuto lo avrebbe triturato tanto lo odiava. Finalmente arriva il match e i due rivali si scambiano sguardi di vero odio ed inizia uno dei più bei set che io abbia mai visto. Il pubblico di Verona penso che ancora ricordi quella partita ed i due dandosele di santa ragione arrivano al tie-break del primo set. Sulla sedia dell’arbitro c’è Vincenzo Bottone letteralmente terrorizzato do così tanto agonismo e cerca di non sbagliare mai e sul 3 a 2 per Mc Enroe giocano un punto pazzesco che finisce con una volée di Lendl molto vicino alla riga. Il palazzo dello sport esplode in un applauso che dura alcuni minuti, i due giocatori cambiano campo e Bottone finalmente annuncia il punteggio 4 a 2 Mc Enroe. Lendl a quel punto impazzisce! Sicuro di avere vinto il punto aspettava l’annuncio del 3 pari e quando sente quello che Bottone aveva detto si scaglia letteralmente contro la sedia e scrolla il malcapitato Bottone che pensa di cadere da un momento all’altro e cerca nel suo stentato inglese di calmare Lendl che schiumava rabbia ed aveva rischiato in quel set di farsi male un altra volta pur di non cedere all’odiato avversario ed alla fine però si deve arrendere ma quella sera grazie a noi il pubblico di Verona aveva assistito in una cosa che non contava niente ad uno spettacolo degno della finale di un grande torneo.

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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Coppa Davis

Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Arnaud Boetsch, ex vincitore di Davis e direttore della comunicazione Rolex, è l’uomo più giusto per esprimere un pensiero che coniughi passato e presente, con vista sul futuro. Ha lo scetticismo di molti francesi, ma la concretezza pragmatica degli svizzeri

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Coppa Davis (foto via Twitter, @KosmosTennis)

da Madrid, il direttore

Sono ricurvo sul mio computer in sala stampa quando sento un leggero tocco sulla spalla. Mi giro, è Arnaud Boetsch. Vecchia conoscenza. È il tennista francese che vidi vincere a Malmoe nel 1996 il punto decisivo della finale di Coppa Davis dopo aver annullato con grande coraggio suo (e grande braccino del suo avversario) tre match point consecutivi sul 7-6 0-40 al lungo svedese Nikas Kulti, che probabilmente si sveglia ancora oggi di notte in preda a quell’incubo. Boetsch vinse poi 10-8 al quinto su un avversario ancor traumatizzato per quei tre match point non sfruttati. Su uno il francese colpì di rovescio una riga clamorosa, tanto spettacolare quanto anche fortunata.

Per Boetsch e i francesi fu un incredibile trionfo al termine di uno scontro che avrebbe dovuto invece rappresentare la cerimonia conclusiva (e probabilmente trionfale) della carriera di Stefan Edberg. Stefan, 30 anni, aveva annunciato all’inizio di quell’anno che quello sarebbe stato il suo ultimo. Avrebbe potuto finire in bellezza, ma ebbe invece la sfortuna di farsi male ad una caviglia il primo giorno contro Pioline – Stefan perse 6-3 6-4 6-3 -, dopo di che Enqvist batté Boetsch. I francesi vinsero il doppio abbastanza a sorpresa con Forget e Raoux su Bjorkman (grande specialista) e Kulti. Sul 2-1 Enqvist batte Pioline 9-7 al quinto – dopo che Pioline aveva servito per il match Davis sul 5-3 – e poiché Edberg non poté giocare fu sostituito sul 2 pari da Kulti, con l’esito disastroso per i vichinghi che sapete.

Dopo una partita così importante e vinta a quel modo, Arnaud diventò una sorta di eroe nazionale perché in Francia la Coupe Davis è sempre stata un mito, fin da quando la vinsero a più riprese (sei consecutive dal ’27 al ‘32) i celebri moschettieri degli anni Venti, Cochet, Lacoste, Borotra e Brugnon, ai successi individuali dei quali si deve in pratica anche la nascita del Roland Garros. Chi meglio di Arnaud potrebbe esprimere le sue sensazioni su questa Coppa Davis dal momento che lui l’ha vinta e che al tempo stesso ha deciso di sponsorizzarla come Rolex di cui è il direttore internazionale della comunicazione?. Il giudizio che ne darà Rolex, tramite lui, sarà di sicuro molto importante. Rolex è sponsor di tutti gli Slam, di tutti i Masters 1000. Sono investimenti miliardari.

Di certo conteranno molto i dati delle audience televisive in tutto il mondo. Per quel che ne so, ad esempio, Supertennis – che però è evidentemente una briciola nel panorama televisivo internazionale – ha avuto ascolti soddisfacenti rispetto all’audience normale. Mi piacerebbe conoscere quelli della tv americana, australiana… e, perché no, quella cinese. Arnaud è venuto a chiedermi le mie impressioni, pro e contro, su questo evento. Lo avrà certo fatto con diversi dei colleghi più anziani. “Sono arrivato qui oggi, riparto domani…”, mi dice. Gli dico le mie, ma è inutile che io le ripeta perché i lettori di Ubitennis già le conoscono. Ne aggiungo una sola a quelle dette nei giorni scorsi, perché mi ci ha fatto riflettere il collega del Corriere dello Sport Massimo Grilli: Con questo format i giocatori come Djokovic e Nadal giocano sempre anche il doppio… prima non lo giocavano quasi mai. Ma ora è così più importante…”.

Tornando a Boetsch, mi interessano invece le sue di impressioni, perché le sue peseranno molto di più, Rolex non è uno sponsor da poco anche se lui mette le mani avanti: “Ho visto troppo poco per aver tutto chiaro in testa, ne riparleremo a fine evento, quando mi sarò consultato con tutti, ma così sulle prime mi pare che dovremmo puntare ad avere tre giorni in più per poterla gestire in modo diverso. Ribatto: “Se si avessero due settimane l’evento verrebbe ancor meglio…”. E aggiungo: “E magari a fine settembre…”. D’istinto, credo, Arnaud replica subito lì per lì: “Eh ma lì c’è la Laver Cup!”.

Penso tra me e me che per Rolex, basata a Ginevra così come lo stesso Boetsch e con Federer che ne è uno dei principali testimonial Rolex, quella settimana alla Laver Cup ormai non la toccherà più nessuno e di certo non si adopererebbe a farlo Boetsch e Rolex. Nel mentre avverto che Arnaud ha un attimo di disorientamento, mormora fra sé e sé: “The World Cup of tennis?”, come auto interrogandosi, quando nota con malcelato disappunto una serie di grossi banner pubblicitari sparsi ovunque – sono verdi attraversati da una banda diagonale rossa – dove c’è scritto a caratteri cubitali The World Cup of Tennis, mentre molto più piccola sulla sinistra compare una scritta Davis Cup.

Madrid, Finali Coppa Davis 2019 – The World Cup of Tennis

Le sue prime impressioni sono che “siamo in Spagna e si sente! Il tifo, il calore, le vibrazioni sono molto spagnole mentre si disperdono un po’ quelle degli altri Paesi. Non ci sono i tanti francesi di sempre – e Arnaud sa bene perché, come lo sanno anche i lettori di Ubitennis, c’è la grande contestazione targata ASEFTma anche i belgi, gli argentini. Si dovrà lavorare fortemente in comunicazione per riequilibrare le forze”.La caratteristica precipua della Coppa Davis, così come è stata per 119 anni, è sempre stata la grande partecipazione del pubblico di casa e la conseguente atmosfera. Qui la si avverte quando gioca la Spagna e soprattutto Rafa Nadal, perché lo stadio centrale si riempie. Negli altri duelli l’entusiasmo e il calore dei tifosi c’è sempre, ma è ovvio che anziché 10.000 persone ce ne sono 2.000 o 3.000, c’è differenza. Gli argentini erano un paio di migliaia, ieri.

Ma certo quando si è visto ieri mattina l’inizio del quarto di finale di Russia-Serbia, cominciato alle 10:30 anziché alle 11 come nei giorni scorsi (molta gente è stata presa in contropiede), con gli spalti semivuoti è presa un po’ di tristezza. Allo stadio Olimpico di Mosca ci sarebbero state 20.000 persone. Oltretutto il match è finito rapidamente perché Rublev ha dato un bel 6-1 6-2 a Krajinovic. Però per il match di Djokovic contro Khachanov (6-3 6-3), le tribune da 12.500 si sono parecchio riempite.

“Sono comunque rimaste delle radici della vecchia Coppa Davis, si sente che i giocatori si battono, hanno voglia di vincere, si impegnano al massimo una volta che si ritrovano sul campo. E quella è una priorità. Certo che sarebbe bello se ogni Paese avesse un sostegno maggiore, questo darebbe maggiormente l’impressione che non si è perso il DNA della vecchia Davis. Questo invece è ciò che mi manca al momento. Ci sono più spagnoli a guardare la Serbia che i serbi. Quando c’era un match di Davis c’era anche, oltre alla partecipazione in tribuna, anche quella della gente nella città che ospitava l’evento, sia dei locali, sia dei tifosi ospiti. Erano belle anche quelle piccole invasioni”.

Più tardi Arnaud, che ormai aveva saputo da me le impressioni che voleva conoscere, si è avvicinato ai colleghi francesi e si è messo a parlare con loro, in particolare con il collega dell’Equipe Frank Ramella cui devo altre risposte in aggiunta a quelle che Arnaud aveva già dato a me. “Se ti ricordi Malmoe… e tutto quell’entusiasmo. Qui martedì c’erano 400 persone fra francesi e giapponesi… non è la stessa cosa, ti viene da dire che non è un buon formato. La Marsigliese davanti a 7.000 persone che la cantano ti fa venire i brividi ed è ciò per cui di solito si gioca per il proprio Paese. Non avendo quel tipo di motivazione bisogna trovare modo di puntare su qualcos’altro. Ma che non sia troppo lontana…”.

Nicola Pietrangeli ha ribattezzato questa Coppa la “Dollar Cup“, secondo me come molti anziani un po’ troppo cinici e forse anche malpensanti. E sì che sono anziano anch’io… seppur non come lui. Boetsch deve essersi poi fatto scappare con i francesi il suo disagio nel leggere World Cup by Tennis invece che semplicemente Davis Cup, tant’è che a loro ha detto: “Io amo la Coppa Davis. La World Cup non la conosco ancora. Una Coppa del mondo nel tennis vorrebbe dire che c’è un fervore di tutti i Paesi presenti nella zona dove si gioca la Coppa, nella città (e qui ha ripetuto quel che mi aveva detto). Qui non è ancora così. La forza degli incontri a squadre era il nome della Coppa Davis, l’insalatiera, giocare per il proprio Paese, un pubblico caldo ed eccitato attorno agli incontri, all’albergo, in città. La World Cup di calcio è così….

“Hai conosciuto bene Gerard Piqué?”, gli chiede Ramella. “L’ho incontrato una volta. Il tennis lo conosce bene. Non ci siamo parlati sull’attuale formato. Lo si farà. L’argomento è delicato. Eravamo tutti d’accordo che bisognava far qualcosa per rilanciare la Davis. Siamo sulla buona strada? Onestamente non posso rispondere subito. Vedo cose interessanti e altre che mi fanno invece star male. Se si proseguisse completamente su questa direzione sbaglieremmo. Si dovrà certamente modificare delle cose. Piquè è un tipo intelligente, rifletterà. E anche la Federazione internazionale deve riflettere. È suo il trofeo”.

“Che cosa può cambiare ancora? C’è talmente tanto di quel denaro ancora…”. “Può succedere ancora di tutto. Se gli investitori e gli organizzatori decidessero di non sostenere più questo formato, tutto può essere ridiscusso. Per me e la gente che è con me è la storia della Coppa Davis a starci a cuore, la passione che l’ha sempre ispirata, che è stata vissuta da tutti i Paesi nel segno dell’eccellenza che ha sempre dimostrato sul campo. Perché tutto funzioni ci sono tanti parametri e qui ne mancano alcuni. Noi di Rolex siamo vigili. Il lato ‘perpetuo’ del tennis per noi è importante… se un grande pilastro della storia del tennis diventasse qualcosa di ibrido che non riconoscessimo più, ci faremmo delle domande, questo è sicuro.

Questo è quanto ha detto una persona che conta, per il suo passato e il suo presente, a me, a Ramella, a un paio di francesi. Ecco, devo dire che con me era stato più ottimista sul futuro, mentre con i francesi – che secondo me ha capito essere più maldisposti verso questa nuova Coppa Davis – si è mostrato leggermente più critico, sapendo che in Francia l’opinione pubblica, di cui l’ASEFT si fa interprete, è assai schierata contro questo formato. Essendo un uomo di comunicazione, Boetsch non poteva esprimersi diversamente.

In campo inglese ho sentito invece soprattutto colleghi che sono super scettici sull’ATP Cup. “Sarà un disastro” ha sentenziato Mike Dickson, forse anche perché i due giocatori presenti e titolari qui, Edmund n.69 e Evans n.42, non la giocano e da quel che ho capito neppure Norrie n.53. E dietro a loro c’è Andy Murray n.126 e poi il deserto! Infatti c’è Clarke 155 e nessuno altro top 200. Altri due soltanto fra i top 300, Broady 243 e Choinski 278. Poi Ward è 322, Draper 342, Penyston 360, Klein 381 e infine Hoyt valoroso n.400! Stamani i giapponesi di Rakuten, sponsor della Davis e una sorta di Amazon del Giappone se ho ben capito, hanno pensato bene di organizzare una conferenza stampa alle 10 (prima era alle 09:30) cui di sicuro io non prenderò parte visto che mentre scrivo sono le 03:45 del mattino e sono curioso di sapere quanti saranno i presenti.

Ciò anche se è vero che poco dopo inizia la semifinale più interessante, e probabilmente più equilibrata, fra Russia e Canada (ore 10:30), perché Rafa Nadal fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della Spagna contro la Gran Bretagna probabilmente orfana di un Andy Murray ancora non pronto, nonostante la pesante assenza di Bautista Agut dovuta alla morte del padre. Fervono le discussioni anche in casa ITF sui vari loghi. Inglesi e americani ne vorrebbero uno unico, Davis Cup, ma spagnoli e argentini premono perché – nel rispetto di 119 anni di storia – la si possa chiamare Copa Davis nei Paesi di lingua spagnola, e così naturalmente i francesi che non sopportano tutti gli anglicismi, vorrebbero continuare a chiamarla Coupe Davis. Insomma, ogni occasione per azzuffarsi sembra buona.

 

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