Ancora Nadal-Tsitsipas, i ritiri di Federer e Osaka, le sorprese Schwartzman e Sakkari (Crivelli, Grilli, Marchetti, Cocchi, Azzolini)

Rassegna stampa

Ancora Nadal-Tsitsipas, i ritiri di Federer e Osaka, le sorprese Schwartzman e Sakkari (Crivelli, Grilli, Marchetti, Cocchi, Azzolini)

La rassegna stampa del 18 maggio 2019

Pubblicato

il

Nadal è un rullo: “Sono in crescita”. E che Schwartzman (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il destino dei fenomeni si accompagna al peso del loro enorme blasone. Schiacciato dalla propria grandezza di signore indiscusso della terra, Nadal si è presentato a Roma accompagnato da venti di sofferenza: nessun torneo vinto dall’agosto 2018 e soprattutto l’inattesa siccità nella stagione sul rosso europea, per solito mare di pesca abbondante. Insomma, tre semifinali di fila tra Montecarlo, Barcellona e Madrid, che farebbero la felicità di qualsiasi umano, per l’extraterrestre sono un’ombra ingombrante. E allora Rafa come ti risponde alla crisetta di primavera? Lasciando fin qui sei game in tre partite agli straniti rivali incrociati al Foro Italico. Se questo è un uomo in affanno… Sensazioni uniche Le semifinali di fila da aprile diventano così quattro (e 11 in totale agli Internazionali) e non serve un mago dei conti per accorgersi che il satanasso maiorchino è a due partite dal nono trionfo romano. In finale, poi, potrebbe trovare la sua nemesi, Novak Djokovic, per l’episodio numero 54 di una rivalità ferocissima: il serbo piega Del Potro in 3 ore annullandogli due match point nel tie break del secondo set. Nadal resta attaccato al match contro Verdasco con l’orgoglio del campione, recupera il break iniziale, annulla tre palle break sanguinose nel nono game del primo set e in quello successivo, da solito rapace, sfrutta il primo passaggio a vuoto dello sciagurato Fernando. Game over. Perché se concedi di riemergere al più grande guerriero della storia tennistica, poi saranno disastri. Sei a zero e passerella nadaliana: «È stato un primo set molto difficile, uno dei primi set che sono davvero felice di aver vinto. Ho avuto belle sensazioni durante l’intera partita. Ho fatto bene un sacco di cose, una bella vittoria». Esame di greco. E così tra pioggia (prevista copiosa anche per il weekend), lamenti, gente che va e gente che viene, Rafa non tradisce mai le consegne: «Il doppio turno? È così che funziona a volte, può succedere in condizioni outdoor. L’aspetto positivo è che le mie sensazioni nell’ultimo mese sono progressivamente migliori. Ogni match vinto è un’iniezione di fiducia e soprattutto stavolta avrò finalmente tempo per riposarmi e fare una cena dignitosa dopo troppi giorni di room service». […] «Se non gioco bene, con Stefanos perdo. Non sono sorpreso della sua ascesa, forse è perfino in anticipo». Piccolo è bello. L’Apollo ateniese del resto non è più un intruso in un consesso reale, che invece appartiene un po’ meno al «Peque» (diminutivo di pequeno, piccolo) Schwartzman, la vera sorpresa del torneo insieme ai suoi 170 centimetri che ne fanno il più giocatore basso nella top 100. L’argentino di radici tedesche (il suo nome ovviamente è un omaggio a Maradona), che mamma Silvana mandava in giro per il mondo da ragazzino vendendo braccialetti fatti a mano fuori dai tornei, non ha ancora perso un set e ormai è diventato il padrone della Grand Stand Arena, dove alla solita torcida albiceleste si è aggiunto il calore dei tifosi italiani. Per la prima volta approda a una semifinale Masters 1000, dimostrando che la determinazione, l’applicazione e la volontà possono compensare un fisico più che normale. Che messaggio per l’australiano Nick Kyrgios, il troppo esuberante lanciatore di sedie: l’Atp nel frattempo lo ha multato di 20.000 euro per la scenata di giovedì contro Ruud, che si aggiungono all’azzeramento del premio in denaro (33.635 euro) e dell’hospitality per una stangata da più di cinquantamila bigliettoni. La misura è colma.

E’ magna Grecia. Dopo Tsitsipas arriva Sakkari (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

La Grecia conquista Roma con i suoi numeri uno del tennis. Stefanos Tsitsipas e Maria Sakkari sono i primi semifinalisti greci della storia degli Internazionali. Lui, campione Next Gen a 20 anni già numero 7 al mondo, ha sfruttato il ritiro di Roger Federer. Maria ha superato in tre set Kiki Mladenovic. Un momento d’oro in uno sport che non fa certo parte della tradizione ellenica. Una bella lotta, quella di Maria, che poche settimane fa ha anche conquistato il primo titolo Wta della carriera a ll anni di distanza dall’ultimo successo greco in un torneo femminile. L’ultima connazionale a fare bene sul circuito era stata Eleni Daniilidou, che tra il 2002 e il 2008 aveva collezionato cinque titoli Wta. Figli d’arte Sakkari e Tsitsipas arrivano da famiglie di sportivi. Lei è la figlia di Angeliki Kannellopoulou, giocatrice tra le prime 50 al mondo negli Anni 80, lui è figlio di Apostolos e Julya Salnikova, entrambi ex tennisti. Mamma Tsitsipas, figlia di un olimpionico di calcio con l’Urss a Melbourne 1956, è stata anche nazionale sovietica, mentre Apostolos è rimasto a livello Itf. Entrambi facevano i maestri al circolo di Vouliagmeni, periferia ricca di Atene, e presto hanno messo in mano la racchetta ai quattro figli. Opposta la storia della Sakkari, la cui madre invece ha cercato fino all’ultimo di tenere lontana dal circuito. Fortunatamente il piano non è andato a buon fine e adesso la Grecia si trova protagonista del tennis mondiale. Fieri e lottatori, lo ha dimostrato Maria ieri: «Siamo un popolo molto particolare, sappiamo essere durissimi da battere». Ora se la vedrà con Karolina Pliskova, ex numero 1 al mondo, che ieri ha superato la Azarenka e in finale potrebbe giocare il rematch della finale di Rabat, dove ha vinto contro Johanna Konta. Si replica anche per Stefanos, che oggi trova un Nadal assatanato di rivincita dopo il k.o. di Madrid. Amici Stefano e Maria, 24 anni lei e 20 lui, sono anche grandi amici. Si conoscono da anni, e a gennaio hanno giocato insieme la Hopman Cup a Perth. Un esordio col botto, considerato che la coppia è riuscita a battere la Svizzera di Federer e Bencic e gli Usa di Serena e Frances Tiafoe. L’obiettivo, per entrambi, è aiutare a far crescere il tennis nel loro paese: «Siamo riusciti a farlo diventare il terzo sport più importante a livello nazionale – ha detto Maria -, anche se sarà molto difficile avvicinare la fama di calcio e basket». […] Intanto il sogno è di rappresentare la Grecia a Tokyo puntando a una medaglia olimpica: «Siamo felici di quello che stiamo facendo — ha detto la ragazza di origini spartane —. Io, Stefanos e qualche altro sportivo stiamo riportando il sorriso alla gente che soffre da tanti anni. Questa è già una bellissima vittoria»

Federer, sono dolori: “Spero di ritornare” (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

La notizia si diffonde poco prima di pranzo, un paio d’ore dopo il forfait della Osaka. Ma fa più male. Roger Federer si ritira dagli Internazionali d’Italia. Ha un problema alla gamba destra e dopo i due match di giovedì ha deciso di non rischiare. «Sono molto dispiaciuto di non essere in grado di scendere in campo – si legge nel comunicato – non sono fisicamente al 100% e dopo essermi consultato con il mio team abbiamo deciso che sarebbe stato meglio non giocare. Roma è sempre stata una delle mie città preferite, spero di tornare il prossimo anno». Spera. E con lui spera il pubblico che anche ieri era arrivato al Foro Italico per rendere omaggio al suo Re. La delusione è tanta, ma stavolta – al contrario di giovedì, quando era finita a insulti e spintoni – non c’è nessuno con cui prendersela. Roger chiede scusa anche su Twitter, ringraziando i fan per l’affetto, e viene perdonato. […] La numero uno. E un ragionamento simile deve averlo fatto pure Naomi Osaka. La numero uno del mondo si è ritirata prima del match con Kiki Bertens per un problema alla mano: «Mi sono svegliata e non riuscivo a muovere il pollice. Non mi era mai capitato niente del genere, ho provato ad allenarmi, ma giocare non era possibile. Mi dispiace per la gente che ha fatto un gran tifo per me, avrei voluto ripagarla scendendo ancora in campo». Le scuse di Fabio. In questo strano venerdì 17 arrivano però le scuse di Fognini a Sergio Palmieri, il direttore del torneo. Il campione di Arma di Taggia, dopo la sconfitta con Tsitsipas, l’aveva infatti invitato con toni e modi durissimi a farsi da parte per come aveva gestito lo stop per pioggia. Ieri, con un messaggio su Instagram, è tornato sui suoi passi: «Quando si è mossi da un sentimento forte, capita di esprimere un concetto in maniera sbagliata. Ieri sera ero scosso e mi sono lasciato andare a dichiarazioni troppo forti. Caro Sergio, ti chiedo scusa. Sono consapevole dell’enorme lavoro che hai fatto in tutti questi anni di direzione del torneo che più amo al mondo. Ci vediamo l’anno prossimo»

Nadal e l’incubo (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

Qualcuno si è accorto che ieri era venerdì 17? Agli internazionali sicuramente sì, dopo i forfait fatti registrare in poche ore dal numero 1 della dassifica femminile, Naomi Osaka, vincitrice degli ultimi due Slam, e dal numero 1 “sempre e comunque” del tennis maschile Roger Federer. Quest’ultima è sicuramente l’assenza più dolorosa, ci perdòni l’enigmatica giapponese: Roma aveva atteso con trepidazione la decisione del campione svizzero di arrivare agli Internazionali, esultato al momento del fatidico si, sorriso alle sue foto davanti a un gran piatto di pastasciutta, tifato come fa solo con gli italiani nel doppio impegno di giovedì, soprattutto spingendo Roger nella rimonta contro Coric. […] «Sono molto dispiaciuto di non essere in grado di scendere in campo – ha dettato lo svizzero via ATP – Non sono fisicamente al 100% e dopo essermi consultato con il mio team, abbiamo deciso che era meglio non giocare. Roma è sempre stata una delle mie città preferite, spero di tornare il prossimo anno-‘. E poi ha aggiunto un tweet «Il tifo degli appassionati durante le mie partite a Roma mi ricorda perché continuo a giocare. Mazie Grille (grazie mille in Federese, immaginiamo; ndr)». Federar avrebbe dovuta affrontare nei quarti T’sitsipas, numero 7 del mondo, per la prima volta in semifinale al Foro Italico. Per quanto riguarda la Osaka (ottavo ritiro nel tabellone femminile, infortuni compresi) decisivo è stato «un fastidio alla mano destra: ho sperato che col trascorrere delle ore andasse meglio ma così non è stato così – ha spiegato – Ho provato ad allenarmi ma poi con il mio team abbiamo deciso di non rischiare. Sono davvero dispiaciuta di non poter scendere in campo: il pubblico mi ha sostenuto tantissimo, è venuto a vedermi anche se mi stavo soltanto allenando. E poi, ormai avevo imparato a scivolare…». Passa dunque in semifinale l’olandese Bertens, numero 4 del ranking, che ha appena vinto il torneo di Madrid. LA PROVA DEL NOVE. Chi invece resiste e insiste a puntare al nono trionfo è Rafa Nadal che continua a volare sui suoi avversari: tre partite giocate e sei giochi persi in tutto, per conquistare la quarta semifinale di fila sulla terra dopo Montecarlo, Barcellona e Madrid, dove però è stato regolarmente bocciato. Oggi ritrova Titsipas, suo eversore sabato scorso (vinse 6-4 2-6 6-3), facile immaginare come Rafa stia pregustando la vendetta (tra l’altro, lo spagnolo ha vinto tutte e dieci le semifinali giocate agli Internazionali). «So bene quel che è successo a Madrid, come pure la possibile soluzione – ha detto ieri – però passare dalla teoria alla pratica non è così semplice. Se gioco come so fare, penso di poter vincere. Ieri si è fatto sorprendere all’inizio dai violenti colpi di Verdasco, subito avanti 3-1, poi dal 4-4 è volato via per otto giochi di seguito. Non è un caso, probabilmente, che giovedì Verdasco sia rimasto in campo per quasi cinque ore per battere Thiem e Khachanov contro le due di Nadal. «Contro Verdasco ho avuto belle sensazioni per l’ intera partita, e questi tre match in due giorni mi hanno fatto capire che il mio gioco sta migliorando, sono ottimista». LA POLEMICA CON L’ORGANIZZAZIONE Fognini, accuse e scuse ROMA – Tanto tuonò, che si scusò. Giovedì sera, dopo la sconfitta negli ottavi contro Tätsipas, Fabio Fognini aveva attaccato con parole di fuoco Sergio Palmieri («il direttore del torneo è questo e dobbiamo tenercelo. Certa gente dovrebbe levarsi dalle scatole, è un mio pensiero e l’avevo già detto l’anno scorso»). La notte però ha portato evidentemente consiglio, e il trentunenne di Anna di Tàggia ha capito di avere esagerato, e molto. Cosa ieri ha ritoccato abbondantemente il tiro: «Quando si è mossi da un sentimento forte, capita di esprimere un concetto in maniera sbagliata – ha scritto su Instagram. Ero scosso e in conferenza stampa mi sono lasciato andare a dichiarazioni troppo forti. Caro Sergio, ti chiedo scusa. Sono consapevole dell’enorme lavoro che hai fatto in tutti questi annidi direzione del torneo che più amo al mondo. Volevo solo esprimere il mio disappunto per la gestione della situazione di emergenza che si è venuta a creare in questa settimana. Mando un abbraccio a te e al meraviglioso pubblico degli Internazionali d’Italia. Ci vediamo l’anno prossimo. Un bacio, Fogna». Pronta la replica di Palmieri a RTL 102,5: «Nessun problema, siamo vecchi amici. Lui va preso così com’è. E’ una persona sincera». RUUD ATTACCA. Dopo l’ennesima follia di due giorni fa (lancio di un seggiolino in campo e fuga) e successiva squalifica, Kyrgios è statu multato dall’ATP con 20.000 euro per condotta antisportiva, oltre all’annullamento dei 45 punti conquistati a Roma e dei 33.635 euro del montepremi e al fatto di doversi pagare anche le spese di alloggio. Niente sospensione dal circuito, quindi, cosa che lo stesso Fededer aveva auspicato. Non la pensa così l’avvesaríio di giovedì di Kyrgios, il norvegese Ruud, andato giù deciso: «Nick dovrebbe esser sospeso almeno per sei mesi».

La prima volta si Schwartzman con tre vittorie in trenta ore (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

Per conquistare la sua prima semifinale in torneo Masters 1000 senza peraltro perdere un set, Diego Schwartzman ha dovuto ridisegnare il concetto di aggressività. Per sconfiggere Kei Nishikori 6-4, 6-2, ha dovuto fare mente locale su quei tre precedenti tutti persi. «Partite durissime ma combattute. E in ognuna di quelle ho vinto un set, per questo ho sentito di poterlo battere» Per diventare la sorpresa degli Internazionali Bnl d’ltalia e sconfiggere per la quinta volta in carriera (la seconda in tre tentativi quest’anno) un top 10, il 26enne di Buenos Aires ha dovuto giocare 3 match in 30 ore: solo giovedì quelli contro Ramos-Vmnolas (7-6, 6-1) e Berrettini (6-3, 6-4: per Matteo un gioco vinto in più rispetto a Nishikori). Dopo il successo col giapponese, somiglia a Forrest Gump: «Voglio soltanto tornare in albergo e buttarmi sul letto». CALCIO. Del suo feeling col calcio si sa tutto. Deve il suo nome al Pibe de Oro e tifa per gli stessi colori che Maradona rese grandi: Boca Juniors. Sempre come Maradona, non vanta una statura da corazziere. Anzi, quei 170 cm gli valgono da sempre il soprannome di “Peque”. […] TERRA. «È fantastico essere arrivato per la prima volta in semifinale a un 1000. A Montreal ci andai vicino (nel 2017, sconfitta con Haase al terzo; ndr). Non ho giocato il mio miglior tennis, ma sono molto felice di aver battuto Nishíkori, grande giocatore m questo tipo di condizioni». Diego non ha iniziato al meglio la sua stagione sulla terra, battuto puntualmente al secondo turno, eppure «mi sto sentendo sempre più in sintonia con la superficie. Ottimo segnale in vista di Parigi». La terra resta comunque la sua preferita. E sulla terra ha ottenuto i suoi due successi: Istanbul nel 2016, Rio de Janeiro nel 2018. Due tappe fondamentali: la prima, perché veniva guarda caso da un periodo di eliminazioni tra primo e secondo turno; la seconda, perché segnò l’ingresso nella top 20. Sempre nel 2018, il best ranking: il numero 11. Oggi, dopo una serie di alti e bassi modello otto volante, il gradino 24. Ma adesso, per favore, lasciamolo riposare.

I dubbi di Rafa, senza titoli verso Parigi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Il diavolo nel tennis è un punto di vista. Una preoccupazione in più, un recondito pensiero che importuna e tedia. Potete crederci e non crederci, ma non aspettatevi di vederlo comparire su un campo, il volto arso dai fumi mefitici e gli occhi cerchiati di nero, due ali da pipistrello e le corna da caprone. Non è il male assoluto, e nemmeno un vostro tratto esclusivo, ma partecipa alla multiforme essenza del tennis, la stessa che obbliga a giocare contro cinque nemici, «il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e me stesso». Era una frase del vasto repertorio di Goran Ivanisevic. E quando gli chiedevano, “sì, vabbè, ma l’avversario?; rispondeva… «Quello è il meno». A un passo dalla finale di Roma e a due dall’inizio del Campionato Mondiale su terra rossa a Parigi, non sorprende scoprire avvolto nella scomoda coperta di simili, magiche riflessioni, anche Rafa Nadal, il più inossidabile tennista da mattone che abbia mai calcato i campi da gioco. […] E’ un fatto, in quest’anno di scarsa grazia, Rafa non ha ancora vinto un torneo, nemmeno sul rosso dove per anni ha viaggiato con il pilota automatico. Ha giocato la finale di Melbourne, poi non è andato oltre qualche semifinale. Nemmeno nel suo anno peggiore, il 2015, si era spinto tanto in basso, e lui non è tipo da accettare una dimensione di sé diversa da quella che ha sempre coltivato e nutrito le sue aspirazioni. Valutazioni che servono, se non altro, a evidenziare le difficoltà del prossimo turno, nel quale Rafa si troverà opposto per la seconda settimana e per la seconda semifinale consecutiva al greco Stefano Tsitsipas, che a Madrid molto lo ha lavorato ai fianchi per poi trafiggerlo con uno sgambetto d’autore nel terzo set, il primo acuto di una nuova rivalità (3-1 Rafa, al momento) che non potrà essere lunga quanto altre, visti i 12 annidi differenza, ma certo produrrà attriti e scintille. Penultimo atto romano cui Stefanos giunge lindo e riposato per gentile concessione di Roger Federer, costretto al ritiro da un problema muscolare cui aveva accennato già a margine della vittoria su Coric. «Una scivolata improvvisa, ho avvertito un dolorino e chiamato il fisio. Ma non ci sono state conseguenze». Diverso il tono preoccupato del comunicato di addio a Roma. «Non sono al cento per cento, spero non sia niente di preoccupante. Mi dispiace per il pubblico e per il torneo, conto di esserci l’anno prossimo», che sarebbe una splendida promessa se a farla non fosse un trentottenne. Del resto, in venti anni di carriera è appena il quarto ritiro di Federer e onestamente sarebbe pretestuoso accusare uno così di accampare scuse. «So come affrontare Tsitsipas», ragiona Nadal, senza rivelare particolari apprensioni, ma conscio che approdare a Parigi senza vittorie non gli faciliterebbe certo la conquista del dodicesimo titolo francese. «Come sempre un conto è dirlo, altro è metterlo in pratica. Lui sta crescendo benissimo, fra i ragazzi è uno dei miei preferiti».

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

Pubblicato

il

Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

Pubblicato

il

Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

Continua a leggere

Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

Pubblicato

il

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement