Il forfait di Roger Federer poteva essere evitato da una maggiore professionalità

Editoriali del Direttore

Il forfait di Roger Federer poteva essere evitato da una maggiore professionalità

Un Roger, sempre sfortunato qui, ha sottolineato senza peli sulla lingua, un ripetuto errore dell’organizzazione del torneo. L’elenco dei rimproveri di troppi giocatori. Cinque le maggiori magagne

Pubblicato

il

Roger Federer - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da BARILLA

Chi ha detto torneo bagnato torneo fortunato? Questi Internazionali d’Italia di fortuna ne hanno avuta ben poca, almeno fin qui. Il forfait di Federer dispiace a tutti e costa molto caro…anche se Binaghi non decidesse di ridurre del 50% il costo del biglietto per venire incontro ai suoi tifosi della prima ora. Sembrava che Federer se lo sentisse, ancor prima che scivolasse e si fosse messo paura. Lo ha fatto presente con grande chiarezza, a più riprese e… se leggete più in basso saprete tutto e capirete meglio.

A PROPOSITO DI EDIZIONE FIN QUI SFORTUNATA

 

Si è cominciato con i ritiri di tre campionesse di Slam, Serena Williams, Caroline Wozniacki, Jelena Ostapenko, poi c’è stata la prima giornata cancellata interamente dalla pioggia in mezzo secolo che ha costretto per la prima volta nella storia del terzo millennio tutti i sopravvissuti Fab 3 – Murray è in fuorigioco – a giocare due match nello stesso giorno. Per l’appunto hanno tutti coloro che si sono qualificati per i quarti hanno dovuto giocare e vincere due partite. Per l’appunto – ancora – cinque di quegli otto vincitori, erano già stati contemporaneamente nei quarti esattamente dieci anni fa, anno del Signore 2009. Quando non ci si preoccupava ancora delle condizioni atletiche dei top-player, né tantomeno si ipotizzavano infortuni o pensionamenti alle viste.

UNA PIOGGIA DI CRITICHE E CINQUE ACCUSE PIÙ SERIE

Nel frattempo sull’organizzazione del torneo romano si è abbattuta – quasi fosse la congiura di Catilina – una pioggia mai vista di critiche e accuse pesantissime proveniente da una folta moltitudine di giocatori.

Molti sconfitti – che in quanto tali potevano far pensare si trattasse di rosiconi in cerca di alibi (Thiem, Goffin, Cecchinato, Fognini) – ma anche alcuni vincitori (Djokovic e Federer di cui più sotto pubblico le critiche davvero pesanti e supergiustificate… anche alla luce del ritiro di cui è stato vittima) si sono uniti al coro dei primi rendendo le proteste generali più credibili quantomeno per questi cinque ordini d’argomentazione:

a) l’inutile attesa di una sessantina di giocatori di mercoledì (non si potevano liberare e mandare a casa oltre la metà di quelli anziché farli stare a vegetare nella players lounge?)
b) la programmazione di giovedì che ha reso anche il pubblico particolarmente insofferente dal momento che in gran parte non riusciva a vedere ciò che il biglietto avrebbe dovuto garantirgli
c) le condizioni insufficienti di troppi campi (il velocissimo 2 per la pochissima terra rossa, il Grand Stand per la scarsa compattezza del terreno, il 5… Lleyton Hewitt confinato in periferia fino a tarda notte giurò che non sarebbe mai più tornato e non l’ha mai più fatto)
d) l’idea di innaffiare i campi, anche il centrale, a fine set senza preoccuparsi elementarmente di asciugare le righe che restavano bagnate e scivolose…come ha potuto suo malgrado scoprire Federer che aveva anche avvertito l’arbitro della loro pericolosità
e) troppe volte negli anni gli orari sono risultati sbagliati, con match finiti a notte fonda in un ambiente spaventosamente umido e foriero di infortuni per qualunque atleta

NON È DAVVERO IL QUINTO SLAM. ANZI. SE NE DISCUTE LO STATUS DI MASTERS 1000

Credetemi: l’opinione generale di gran parte dei giocatori, e dei colleghi stranieri, è che quello di Roma – ferma restando l’indiscutibile incomparabile bellezza della città, del Pietrangeli davvero unico, della location angusta e tuttavia spettacolare – sia un Masters 1000 non all’altezza degli altri della stessa categoria, altro che quinto Slam. Troppi pochi campi (per questioni insuperabili di spazio) e (invece superabili) troppo mal tenuti. “Your groundsmen are bad” è stato il commento di un professionista che citava invece la grandezza di Eddie Seaward, il groundsman di Wimbledon scomparso una settimana fa.

LO METTONO IN DUBBIO ANCHE GLI SPETTATORI. PERCHÉ?

Poi, a prescindere dalle considerazioni critiche dei grandi protagonisti dello show tennistico, anche gli spettatori hanno rimproverato all’organizzazione un eccesso di cinismo davvero poco giustificabile, anche in tempi in cui la logica del massimo profitto viene abbastanza compresa ed accettata.

Ma il rincaro progressivo dei biglietti – siano esso stato ante o post arrivo di Federer –  i puerili tentativi di giustificazioni, le programmazioni certamente indecorose (tipo quella dell’ultima ora di mercoledì sera, nel tentativo di evitare qualsiasi rimborso ai possessori dei biglietti ground e Grand Stand) nei confronti di appassionati che  avevano compiuto sacrifici economici e logistici per ritrovarsi ore e ore sotto la pioggia, con ripari scarsi e di fortuna e toilette in pessimo stato, il raddoppio degli ingressi nella giornata di giovedì che ha finito per suscitare preoccupazione perfino nei vigili del fuoco per gli ordinari motivi di sicurezza legati ad un eccesso di folla incontrollabile (come far uscire i possessori dei ground che si erano asserragliati sul Pietrangeli?) – non potevano passare sotto silenzio (almeno per una stampa non complice).

UNA FEDERAZIONE TROPPO CINICA, POCA RISPETTOSA DEL PUBBLICO

Ho ribadito più volte lo stesso concetto. Una federazione che istituzionalmente deve preoccuparsi di promuovere soprattutto il tennis e di gratificare i propri appassionati, non deve puntare cinicamente a penalizzarli ulteriormente dopo una giornata persa e già certamente deludente di per se stessa. Quegli spettatori delusi sono quelli che vanno tenuti buoni per l’anno prossimo, per quelli a venire. Qualunque modesto imprenditore lo capirebbe. E non li spingerebbe a recarsi invece a Montecarlo, a Madrid, al Roland Garros.

I TANTI FORFAIT SONO LEGATI ANCHE ALLA VICINANZA CON IL ROLAND GARROS?

A tutte le disavventure citate si sono aggiunte questo venerdì i forfait di Naomi Osaka, la n.1 del mondo, non una tennista qualsiasi (dopo che anche la n.2 Kvitova e la n.3 Halep erano uscite di scena per andare a far compagnia alla regina delle ultime due edizioni Svitolina e alle ritirate dei primissimi giorni) e poi di Roger Federer, il tennista più amato ed atteso, quello che sembrava poter compensare da solo con la sua presenza alle fasi finali del torneo la fuoriuscita contemporanea dei 4 italiani che fino a giovedì mattina erano ancora in gara e suscitavano tante speranze.

IL RITIRO DI FEDERER NON È FRUTTO DEL CASO MA DI UN ERRORE. LO SPIEGA LUI

“No Roger no party!” ha subito scritto qualcuno che era rimasto più impressionato dal record dei ritiri e dei millimetri di pioggia caduti in un mercoledì di metà maggio che da quelli legati agli incassi e ai biglietti ripetutamente annunciati dalla FIT. Ma, esaurita, questa lunga premessa veniamo al ritiro di Federer. Che ieri sera doveva avere avuto qualche premonizione dopo la brutta scivolata che subito gli aveva fatto temere il peggio.

Riporto qui in inglese quanto aveva detto a proposito della sua discussione con l’arbitro. E che mette di nuovo nel mirino – e non meno pesantemente di altri – l’organizzazione del torneo.

What was the debate with the umpire about the court? You felt it was slippery or something? (Qual era la discussione con l’arbitro sul campo? Hai avvertito che era scivoloso?)
ROGER FEDERER: I don’t quite understand how players just go with it. They water the court, call time, players kind of check the lines. They’re like, Okay, I guess we can play. (Non capisco proprio come i giocatori possano accettare questo stato di cose… Bagnano i campi, chiamano il ‘time’, i giocatori controllano le righe e dicono ok…).

The lines are wet. Wet lines means you slide. When I slid, caught myself, I did hurt my toe for like two games. My leg also was hurting a little bit. I don’t know. I just don’t understand! They don’t make us play because Carlos told me, You don’t have to play. I told him, Why did you call time? You make us stand there and feel the pressure from 10,000 people and live audience. (Ma le righe sono bagnate, e quando sono bagnate ci scivoli sopra. Quando sono scivolato mi sono fatto male all’alluce per due game. Anche la mia gamba mi faceva un po’ male. Non capisco! Carlos mi ha detto: “Non devi giocare…” e allora io gli ho detto, ma allora perché chiami il “time”? Ci obblighi a stare in piedi lì, a sentire la pressione di 10.000 persone e l’audience televisiva live…”).

The player will always cave at the end, say, I guess I have to play. Can’t wait. It’s going to take five minutes basically. That’s what it’s going to take until the lines are dry. (Il tennista alla fine cede, si sente in dovere di giocare. Non può aspettare… Dovrebbe aspettare 5 minuti, cioè quanto ci vuole perché le righe siano asciutte).

I don’t think we should play with wet lines. Nobody wants an injured player because of something silly like this just to keep the match going. That’s why I thought it was great what the ball kids did, to dry the lines. It’s quickly done. I know it’s a bit of a pain to do it. It’s for safety of the players. (Non credo che si dovrebbe giocare con le righe bagnate. Nessuno dovrebbe desiderare un giocatore infortunato perché un qualcosa di sciocco ti obbliga ad andare avanti. Ecco perché pensavo che era ottimo che i raccattapalle stavano facendo (in quel momento): asciugavano le righe. Ci vuole poco. Capisco che sia un poco fastidioso (doloroso…) aspettare. Ma è per la sicurezza dei giocatori).

That’s just what I was referring to. How about just we sit here and then you call us rather than calling us and I have to make the call? I’ll just keep playing because that’s what you do by looking at the line for the fifth time, still seeing that it’s wet. I don’t know. I can’t go sit down again. The show must go on. (Questo è quello cui mi riferivo. Perché non possiamo stare seduti e tu chiami noi ma non pubblicamente (con il time…) e sono io che devo dirti cosa fare. Mi trovo a continuare a giocare, a guardare la riga ancora bagnata per cinque volte, constatando che è ancora bagnata. E non posso a quel punto tornare a sedermi perché…lo show must go on!)

That’s really what it was about. I’m amazed how the players are, Okay, we’ll play with wet lines. It’s been going on like this for years. I’ve always thought it’s dangerous with wet lines.

Questo è quel di cui sto parlando. Mi stupisce che i giocatori accettino, che dicano, ok si continua a giocare con le righe bagnate. Questa cosa va avanti da anni. Io ho sempre pensato che è pericoloso…”.

ERRORI NON GIUSTIFICABILI. INACCETTABILI

Beh, ragazzi, di cosa stiamo parlando allora? Avete capito perché ho fatto quel titolo che vi può sembrare provocatorio, o – ai miei abituali detrattori -. può apparire frutto di un pregiudizio anti-FIT? Errori di questo tipo, in un torneo professionistico che dovrebbe essere fra i primi 9 dopo i 4 Slam, non sono accettabili né giustificabili. Così come non è accettabile che i campi non siano perfetti (Djokovic lo va ripetendo da anni). Questo non è un torneo junior (e io riprendo uno spunto di Fognini che proprio questo ha sottolineato in un suo GIF). Già un torneo combined di queste dimensioni non è facile da gestire perché il Foro è bello ma troppo piccolo. Troppi pochi campi. Basta che succeda quel che è successo mercoledi ed è un casino. Pagato in gran parte dagli spettatori, ma anche da parecchi giocatori.

UN RITIRO PRECAUZIONALE. ROGER HA RAGGIUNTO IL SUO OBIETTIVO

Data a Federer quel che è di Federer dico che a mio avviso il suo ritiro è stato soprattutto precauzionale. Se non ci fosse stato il Roland Garros dietro l’angolo avrebbe giocato anche contro Tsitsipas. E, chissà se non sarebbe sceso in campo anche…nel caso avesse avuto di fronte un avversario più abbordabile del greco in questo momento (ma quest’ultima è un’illazione più forte della precedente, lo ammetto: nessuna delle due è suffragata da vere certezze). Se hai un minimo dolorino in qualsiasi parte del corpo, ci vuole pochissimo a che per motivi di postura esso si trasformi in uno stiramentino o anche peggio. In fondo Roger venendo a Roma dopo la sconfitta nei quarti a Madrid ha ottenuto quel che voleva: ha giocato altre due partite (Sousa e Coric) in eccellente preparazione per Parigi su campi meno diversi di quelli madrileni. Le due partite in più che avrebbe preferito giocare a Madrid. È venuto a Roma cinque giorni, s’è allenato con un po’ di colleghi (tra cui il giovane Sinner…).

Affrontare uno dopo l’altro Tsitsipas e nel migliore dei casi poi Nadal e poi pure Djokovic in soli tre giorni non avrebbe avuto molto senso. Avrebbe rischiato di incrinare un equilibrio fisico già precario a 37 anni e mezzo e di farsi male e …in caso di vittoria gli avrebbe procurato solo maggior pressione al Roland Garros mentre in caso di sconfitta un inevitabile calo di fiducia nelle proprie chances parigine. Se con quelli ci perdi due set su tre, come li batte tre su cinque?

LE 11 PRESENZE SFORTUNATE DI FEDERER A ROMA

Di sicuro a Roma non fa bene l’eccessiva vicinanza con il Roland Garros. I tanti, troppi ritiri, si spiegano anche così. Fossi dirigente FIT una mia priorità sarebbe certamente battermi per allontanarsene di una settimana. Di sicuro Federer a Roma, quattro finali perse: non è davvero fortunato. Qui ringrazio caldamente il lettore che ha ricapitolato le sue disavventure romane e cui propongo immediata assunzione a patto che non sia così preparato soltanto su Federer. Copio e incollo il suo CV romano:

-2003: finale persa contro Mantilla
-2006: finale persa contro Nadal dopo aver avuto due matchpoint sul 6-5 15-40 quinto set ed essere poi stato in vantaggio 5-3 nel tb
-2007: sconfitto agli ottavi da Volandri (partia giocata malissimo; era però reduce da un infortunio)
-2008: sconfitta ai quarti contro Stepanek in due tb (conduceva 3-1 servizio nel primo tb, 5-2 nel secondo)
-2009: sconfitta contro Djokovic in semifinale, conduceva 3-1 nel terzo set
– 2010: sconfitta contro Gulbis al secondo turno in tre set dopo aver vinto il primo 6-2
-2011: sconfitta contro Gasquet agli ottavi in tre set. dopo aver vinto il primo perde 2 tb
-2013: sconfitta in finale contro Nadal, 6-1, 6-3, minor numero di game racimolati contro lo spagnolo insieme alla finale RG 2008
-2014: sconfitta ai sedicesimi contro Chardy in tre set. Chardy annulla il matchpoint a Federer sul 6-5 tb terzo set con un disperato dritto incrociato in corsa 
-2016: sconfitta agli ottavi contri Thiem, partecipazione al torneo dubbia fino all’ultimo per problemi alla schiena
-2019: torna a giocare il torneo dopo tre anni, gioca due match in un giorno e il giorno dopo si ritira per infortunio…

INVECE RAFA NADAL…

Invece per Rafael Nadal le cose funzionano diversamente, al di là dei sette trionfi già celebrati. Deve affrontare Tsitsipas che intanto è già sicuro di salire a n.6 ma arriva al duello-rivincita della semifinale di Madrid avendo perso 6 games in 6 set. Uno a set di media fra Chardy, Basilashvili e Verdasco, quest’ultimo irresistibile solo per tre game.

DJOKOVIC E DEL POTRO, UN MATCH FANTASTICO

Mentre il match vinto da Schwartzman sul deludente Nishikori non ha entusiasmato – era difficile che potesse farlo – Djokovic e del Potro hanno dato grande spettacolo, decisamente la migliore partita del torneo insieme a quella di Federer vs Coric e con un andamento tutto sommato abbastanza simile per il fatto che il vincitore, Djokovic, ha annullato due match point all’argentino che li ha avuti sul 6-4 nel tiebreak del secondo set. I due match point di Coric contro Federer erano invece arrivati nel terzo set. Nel duello fra il n.1 del mondo e il n.9 i due match point per “la Torre di Tandil” – ribadisco – ci sono stati nel tiebreak del secondo set dopo che Delpo aveva vinto il primo per 6-4.

Nel primo di quei due match point Delpo, che aveva servito, ha sbagliato un dritto assai comodo, facile per lui, certo per la tensione. Un errore pagato caro. Nel terzo set Delpo ha avuto tre palle break per il 3-1, e anche lì ne ha mancato una con un dritto che non avrebbe mai dovuto sbagliare. Djokovic è stato il solito incredibile e irriducibile difensore, capace di incredibili recuperi sui micidiali missili di dritto di Delpo. Sfumate quelle tre opportunità, come spesso accade, è stato il serbo a conquistare il break nel game successivo sebbene Delpo si fosse portato avanti 40-30 con una straordinaria demivolee giocata in ginocchio e con un tocco pazzesco. Di fronte al quale Djokovic non ha saputo trattenersi: è andato sotto rete e ha voluto dare il cinque a Delpo. Un momento bellissimo. Ma da quel momento in poi Nole ha infilato una serie di sette punti consecutivi. E riuscendo a tenere poi gli ultimi suoi servizi senza rischiare il break.

La partita è finita alle una e dieci del mattino, dopo 3 ore e 8 minuti di incredibile, splendida battaglia. Tanto per cambiare, in più d’una occasione, Djokovic ha rimproverato a un campo imperfetto qualche cattivo rimbalzo. Incluso quello che gli ha annullato beffardamente una palla break per il 5 pari nel primo set. Set che ha perso 64. Poi però Nole ha vinto il secondo annullando i due match point e il terzo.

LA NOTIZIA PIÙ BELLA: AVER RITROVATO IL VERO DEL POTRO (PERFINO DI ROVESCIO)

La notizia più bella, però, è che Del Potro sembra proprio davvero recuperato. Non ha giocato bene solo di dritto, ma anche col rovescio ha fatto diversi vincenti, soprattutto in lungolinea. Soprattutto lo ha tirato forte anche in palleggi prolungati contro un Djokovic che spingeva forte anche lui. Non lo avevo più visto così da tempo, e soprattutto sulla terra rossa, quasi che avesse dimenticato tutte le operazioni patite al polso. Alla luce di quanto visto contro Djokovic il tennis ha ritrovato un suo grande protagonista.

Per quanto riguarda Djokovic non credo che ne risentirà più di tanto nella semifinale serale contro l’altro argentino Schwartzman (28 cm più basso…) che ha dominato Nishikori nei quarti. Nole ha battuto “El Peque”, il piccoletto, due volte su due, sempre in Slam: all’US Open nel 2014 e al Roland Garros nel 2017 (in cinque set però).

E oggi per le semifinali maschili e femminili cosa aspettarsi? Ne parlo in un altro editoriale che uscirà fra qualche ora, e nel quale sottolineo una curiosità di tipo… giornalistico. Qualunque risultato andrà bene. Quel che non si potrebbe sopportare sarebbe un altro piovasco con dei rinvii a domani. Il tempo si preannuncia dispettoso, ma domani domenica ahinoi ancor di più. Eppure questo torneo ha già sofferto abbastanza.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Piaccia oppure no ai benpensanti, la Laver Cup è un successo. Però…

GINEVRA – Le perplessità del direttore. Un Roger Federer di gran buon umore, ma pessimo coach. Berrettini che non conquista un break preoccupa più di un brutto Fognini. Come può perdere l’Europa se il World Team perde pure i doppi? Dubbi su Nadal. Come sta?

Pubblicato

il

Spazio sponsorizzato da BARILLA

da Ginevra, il direttore

Eccomi alla terza edizione della Laver Cup, la mia seconda personale. Gli ingredienti per farne parlare con discreta enfasi sono tanti: ci sono i campioni della vecchia guardia, leggende come Borg, McEnroe e altri, riuniti nel nome di una coppa intitolata intelligentemente a Rod Laver. Un nome, quello del campione australiano, perfetto non solo per essere l’ultimo Grand Slam winner e unico ad esserlo stato due volte, ma anche perché questo evento pensato dall’agente di Roger Federer in associazione con Tennis Australia celebra il più grande tennista australiano del tennis, Open e non Open.

 

Inoltre, nato ad immagine e somiglianza della Ryder Cup di golf, c’è pure assonanza fra Ryder e Laver. Poi ci sono un bel po’ di star del tennis contemporaneo, 5 top ten europei fra cui due dei Big 3, Federer e Nadal, e non è colpa loro se il Resto del Mondo presenta un solo top 20, John Isner, per una sfida che sembrerebbe assai sbilanciata, salvo che ad equilibrarla ci siano sconfitte sorprendenti come quella di Fognini che perde 6-1 7-6 da Sock che quest’anno, dopo sei mesi di problemi fisici, ha perso quattro partite su quattro in competizioni ufficiali.

Ma è salvaguardata una presenza internazionale: i sei tennisti europei rappresentano Spagna, Svizzera, Grecia, Germania, Austria, Italia, e poi c’è la Svezia con capitan Borg e vice Enqvist; i sei del World Group USA – con i due fratelli McEnroe – Australia e Canada pluri-rappresentate.

Si dà importanza anche ai doppi. Novità che viene apprezzata dagli spettatori, soprattutto quando danno l’occasione di far vedere fianco a fianco Federer con Nadal o anche con Zverev. C’è poi questa sorta di spirito di squadra con i giocatori – per solito super egoisti – che seguono in panchina e incoraggiano i compagni di squadra come non capita mai di vedere al di fuori della Coppa Davis, in cui però a giocare sono connazionali e non acerrimi rivali. In quale altro evento si vedrebbe mai Federer e Nadal che insieme si sforzano di consigliare Fognini per uscire da uno dei suoi impasse?

Non ci si sorprende quindi, e men che mai nel Paese di Federer, che i biglietti siano andati a ruba fin dai primissimi giorni e che si preveda sold out per gran parte delle sessioni di gioco. E ciò sebbene il divario fra le due squadre – come già accennato – sembri incolmabile e paia assicurare il terzo successo consecutivo per il team Europa.

Di una presenza svizzera nella sala stampa di questo mega PalExpo (dove l’Italia perse dalla Svizzera nella Davis del 2014, prima che poi la Svizzera conquistasse la sua unica Coppa a Lille contro la Francia) quasi non ci si accorge. Anche tutte le hostess di sala stampa sono australiane, assolutamente ignare riguardo a tutte quelle info concernenti la città di Ginevra, bus, orari, taxi, ristoranti, hotel.

E gli organizzatori australiani, che vorrebbero monopolizzare anche le domande in conferenza stampa con i loro addetti, sembrano preoccuparsi soprattutto di far capire che questo è tennis serio, vero, e non un’esibizione. I giocatori hanno recepito e interiorizzato il messaggio e anche loro fanno di tutto per sottolineare quest’aspetto. Di perdere davanti ai propri stessi compagni, prima ancora che alle immense platee televisive, a nessuno degli “invitati” alla Laver Cup fa piacere. Questione di orgoglio. Inoltre l’ATP ha concesso alla Laver Cup di considerare ufficiali i risultati di questa competizione. Di fatto… contribuendo a fare un discreto casino. Tutte le statistiche dell’ATP sono state ritoccate. Esempio: Federer, che ha vinto due incontri di singolare per ciascuna delle prime due edizioni, vanta ora 4 vittorie in più rispetto a quelle che si contavano fino allo scorso anno. Si modifica anche il suo record per quanto riguarda i suoi match vinti salvando i match point: due in più. Quel che vale per Federer vale per tutti gli altri partecipanti. Anche il record dei tie-break, sebbene qui il terzo set sia un long tie-break a 10, è stato stravolto.

Gli amanti delle statistiche hanno dovuto registrare tutto anche in retroattivo, perché anche le statistiche delle prime due edizioni della Laver Cup hanno dovuto essere incluse.

Inutile dire che se non ci fosse stato Roger Federer di mezzo, più ancora che Tennis Australia, tutto ciò non sarebbe successo. I soldi e i nomi contano più di ogni tradizione. Per quanto mi riguarda sono parecchio perplesso. A me il vero tennis pare un altro. E ciò a prescindere dal fatto che questa Laver Cup sia stata un’idea promozionale eccellente per il tennis e che sia divertente seguirla, proprio perché diversa dagli eventi cosiddetti “normali”.

Però, qualunque cosa succeda qui a Ginevra, è dal settembre 2009 che tutti gli Slam sono vinti da tennisti europei. E che nelle classifiche mondiali, gli europei dominano la scena. Quindi forse, come per la rituale sfida NBA-All Stars, forse il format andrebbe ripensato. C’è chi ha proposto di imitarne il draft: da una parte Federer sceglie i suoi, dall’altra Nadal-Djokovic i loro. Ma magari i progressi del Nord America – leggi soprattutto Canada con Augier-Aliassime e Shapovalov – modificheranno gli attuali precari equilibri.

Forse, al momento qui a Ginevra gli americani potrebbero sperare di vincere più doppi, che alla fine portano gli stessi punti dei singolari. Di fatto un illustre collega che su un sito americano aveva dato per favorito – due set a zero – Shapovalov su Thiem e Fognini su Sock, e un solo singolare in due set, quello fra Tsitsipas e Fritz, e favorito il doppio Sock-Shapovalov su Zverev-Federer… non ne ha azzeccata una. Peggio del Mago Ubaldo e della previsione wimbledoniana Federer-Berrettini!

Per considerazioni di vario tipo su questa Laver Cup vi rimando a quello che aveva scritto Vanni Gibertini dopo Chicago perché molte sue tesi mi paiono condivisibili ancora oggi, quando aveva messo fra i più l’appeal commerciale dell’idea di Godsick, la partecipazione del pubblico a seguito di una proposta interessante per gli spettatori, il piacere di partecipare ad un evento “diverso” da parte dei giocatori che si sentono onorati di essere chiamati a far parte dello show (è quel che ha detto anche Fognini che però non ha dimostrato di avere la stessa professionalità degli altri tennisti nel rispondere alle domande di Laura Guidobaldi, consigliandole di rivolgersi direttamente a Bjorn Borg in svedese anziché far domande a lui!), la formula tutto sommato azzeccata perché se tutti (o quasi) i match si decidono al tie-break del terzo set o comunque riservano discrete emozioni e spettacolo, alla fin fine il timore che l’Europa dovesse farsi un solo boccone del World Team, sembra forse esagerato (lo scrivo in apparente contraddizione con quanto scritto inizialmente). E infine l’organizzazione, anche se fa effetto constatarla così australiana in Europa, contando su grandi sponsor come Rolex, Barilla, Credit Suisse, Jura, Wilson, Moet&Chandon e altri di grandissimo calibro, è certamente notevole e crea, anche nella fan zone, un piacevolissimo impatto.

Laver Cup 2019 (via Twitter, @lavercup)

Come ho accennato sopra riguardo al discorso di considerare questi incontri ufficiali per gli head to head dell’ATP ho delle perplessità anche perché fra match della prima giornata che assegnano un solo punto ai vincitori e quelli che ne assegnano nella terza giornata c’è una bella differenza e non dovrebbero pesare, nel bilancio dei confronti diretti, allo stesso modo. Ciò sebbene, come già detto, non penso che i tennisti che scendono in campo il primo giorno si impegnino meno di quelli che scendono il secondo o il terzo.

C’è poi il solito, ritrito discorso che questo è in pratica un torneo a inviti (e a ingaggi) per cui qualcuno può giovarsene e altri no. E, come già sottolineava Gibertini, mentre chi perde in uno Slam lo vedi andar via furibondo, qui anche chi perde tutto sommato sembra sopportare lo smacco con il sorriso sulle labbra. Anche se magari, come ha fatto Shapovalov quando ha perso il match con i 3 match point contro Thiem, caccia rabbiosamente la racchetta per terra.

LA SCONFITTA DI MATTEO… E PRONOSTICI PER DOMANI – Gli organizzatori del torneo di San Pietroburgo certo non saranno stati contenti della concorrenza esercitata dalla Laver Cup e della modesta fedeltà dell’ATP alle loro esigenze, ma certo i lettori italiano staranno prestando grande attenzione al tentativo di Matteo Berrettini di entrare fra gli otto qualificati al Masters di Londra, 41 anni dopo Barazzutti. Purtroppo quel doppio 7-6 per Gerasimov (14 punti per il bielorusso a 8 complessivamente nei due tie-break) e l’incapacità di Matteo di strappargli anche una sola volta il servizio (dopo essersi procurato tre sole palle break) sembrano dimostrare ancora una volta che il maggior limite di Matteo consiste nella risposta al servizio.

Lo dico senza aver visto un punto del match, quindi magari sbaglio in relazione alla partita odierna. Ma se Matteo, che ha salvato ben sei palle break, si dimostra solido nei frangenti in cui si deve salvare, un po’ meno lo sembra quando invece deve chiudere lui. Ho ancora negli occhi quel dritto sbagliato sul 4-1 nel tiebreak del primo set con Nadal a New York e poi altri momenti in quello stesso tie-break, così come con Popyrin quando doveva chiudere il quarto set servendo per il match. È solido a momenti, fragile in altri. Oggi ha cinque piccolissimi punti di vantaggio su Nishikori ma ha mancato di prendere il largo. Avesse perso con Medvedev in semifinale sarebbe stato normale. Peccato per la semifinale mancata. Speriamo che fra Pechino e Shanghai Matteo raccolga altri punti importanti.

Chiudo sul day one della Laver Cup dicendo che il 3-1 a favore dell’Europa non pregiudica nulla. Basta un solo match vinto dagli USA nella seconda giornata, magari già con Isner contro Zverev nel primo incontro di questo sabato, per pareggiare il conto. Dopo di che Federer con Kyrgios non è un match scontato, anche se lo svizzero è certo favorito. Non più del solito perché gioca in casa, perché Roger gioca in casa in tutto il mondo, ma perché come ha detto Roger ieri notte dopo il doppio che ha vinto con Zverev annullando 6 set point nel secondo set: “Se gioca al 100 per 100 delle sue possibilità Kyrgios può battere chiunque. Ma se gioca soltanto all’80 allora penso di poter vincere io…”. Poco prima, scherzando, avevo detto a Roger che lui e Rafa non avevano dimostrato di essere grandi coach con Fognini che aveva disputato un match pessimo contro Sock malgrado i loro consigli. Mentre Zverev rideva di buon gusto, anche Roger ci ha scherzato su. Salvo eccepire, quando gli ho riferito che Patrick McEnroe mi aveva detto di aver visto un Fognini disastroso soprattutto nel primo set “Eh ma lui è uno dei capitani dell’altra squadra, non bisogna dargli peso”.

Riguardo alle partite di sabato mi fa effetto vedere Nadal che gioca due partite quando i match valgono due punti invece che domenica quando valgono tre. Che sia perché Rafa non è al massimo? Qualcuno mi ha sussurrato che potrebbe avere un problema al polso, che scenderebbe in campo per il primo singolare e se poi accusasse qualche problema potrebbe essere sostituito nel doppio. Vedremo. Intanto posso garantirvi che la disponibilità di Roger a scherzare, a rispondere in tutte le lingue a tutte le domande – fregandosene altamente di quando il vice-manager di Godsick interviene nervoso per dire “ultima domanda!” – è unica. Quasi esagerata. Si capisce proprio che questo è il suo torneo.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

Pubblicato

il

Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

US Open: Serena Williams KO, ma non è finita. Andreescu: è solo il primo Slam

NEW YORK – Rispetto alle tre precedenti finali Slam Serena ha giocato meglio, ma non come può. La ragazza canadese ha tutto per diventare numero 1. Lei e Osaka saranno le regine dei prossimi anni

Pubblicato

il

Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Mi rendo conto che l’inizio è dei più banali: “È nata una stella”. Ma quando a 19 anni una ragazza che all’inizio dell’anno non era neppure nella WTA Media Guide perché era n.152, vince uno Slam battendo una Serena Williams che non era così malmessa come quando aveva perso da Kerber e Halep a Wimbledon e da Osaka qui, che altro si può pensare? Oggi la ragazza canadese che aveva vinto l’Orange Bowl under 16 nel 2014 – l’anno in cui un’altra canadese, Bouchard, aveva raggiunto la finale a Wimbledon – ma poi aveva avuto diversi infortuni che le avevano impedito di giocare con la dovuta continuità, ha battuto Serena giocando con le sue stesse armi.

Quella della gioventù quasi incosciente, infatti è la più giovane campionessa dacché Serena vinse il suo primo Slam qui nel ’99 alla stessa età. Quella dell’aggressività all’ennesima potenza, colpi dirompenti da fondocampo, sia dritto sia rovescio, velocità media di battuta intorno ai 170 km orari ma anche servizi poco sotto i 180. Quella di una personalità davvero notevole che le ha consentito di non farsi intimidire da 20.000 tifosi urlanti in un modo che non mi era mai capitato di sentire, da tapparsi le orecchie e a confronto del quale – anche perché l’Arthur Ashe Stadium è semicoperto e tutto rimbomba – un derby di San Siro fra Inter e Milan parrebbe silenzioso come una messa nemmeno cantata. Erano tutti per Serena e si sono scatenati soprattutto quando la CatWoman ha annullato con un dritto bomba incrociato il match point sull’1-5 ed è risalita fino al 5 pari.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Altri giocatori, e giocatrici, avrebbero rischiato lo svenimento. Lei ha ammesso di aver dubitato “perché l’ho vista risalire tante volte da 5-0, da 5-1, da 5-2, so di che cosa è capace insomma… mi sono detta di restare sul mio piano tattico (muoverla il più possibile, farle giocare più scambi…). Lei aveva cominciato a giocare molto meglio, poi la folla l’ha senz’altro aiutata”, ma alla fin fine non ha fatto una piega. E ha portato a casa, alla sua prima finale di Slam, il titolo che aveva sempre sognato, insieme a 3 milioni e 850.000 dollari. Not bad! “Dacché vinsi l’Orange Bowl credevo che avrei potuto farcela… quasi ogni giorno me lo immaginavo, è pazzesco, ma mi sa che a furia di immaginarmele queste fantasie sono diventate realtà. Hanno funzionato…”.

 

Abbiamo avuto tante altre vincitrici di Slam negli ultimi anni, quando Serena ha lasciato un po’ il passo. Ma insieme a Naomi Osaka, anche lei giovanissima, anche lei figlia di emigranti, Bianca sembra avere le carte in regola per diventare una vera numero 1. Sinceramente assai più che Barty, che pure ha un bel tennis ma non sembra avere la stessa grinta, la stessa solidità. Come Osaka anche Andreescu crede nella meditazione, lo fa tutti i giorni. “A questo livello tutte sanno come si gioca a tennis. La cosa che separa le migliori dalle altre è solo l’aspetto mentale.

Di sicuro concorderà con Bianca e Naomi il nostro Berrettini, che da sei anni si fa seguire da un coach mentale, del quale abbiamo parlato più di una volta nei giorni scorsi. Da marzo a oggi Bianca non aveva perso un solo match completato. A Indian Wells aveva fatto vedere, dopo aver già impressionato chi l’aveva vista in Nuova Zelanda e in Australia, di che panni si vestisse. Un anno fa qui aveva perso nelle qualificazioni. Ma a 18/19 anni le cose cambiano in fretta.

E nel caso di Bianca Andreescu non ho dubbi che se cambieranno sarà sempre in meglio. È venuta fuori da diverse partite dure, un set perso con Townsend, un altro con Mertens, due set durissimi con Bencic, questa finale con Serena Williams che non era davvero quella che aveva perso le altre tre finali di Slam dopo la maternità, anche se certo ha servito sotto al 50% di prime e sbagliato molto più di quando era ancora signorina.

A 38 anni Serena è finita? Io non credo, per ancora un altro anno penso che possa essere competitiva. L’orgoglio della campionessa che non si vuole arrendere è sempre lì. Bisognerà fare ancora i conti con lei.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement