Il mondo di Rafa (Crivelli). Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Semeraro). Un Rafa rinnovato (Azzolini)

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Il mondo di Rafa (Crivelli). Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Semeraro). Un Rafa rinnovato (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 21 maggio 2019

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Il mondo di Rafa. Si fa tutto in famiglia: ecco il vero segreto del fenomeno Nadal (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Non aveva ancora diciotto anni, Rafa, eppure quella scena colpì la sua sensibilità di ragazzo. Era al torneo di Chennai nel 2004 e nel tragitto tra l’hotel e i campi rimase scioccato da quanti bambini vivessero sui marciapiedi in completa indigenza. Ne parlò subito a mamma Ana Maria e da lì si sviluppò l’idea di una Fondazione che aiutasse l’infanzia in difficoltà. L’episodio compendia alla perfezione i due segreti del successo di Nadal, che 15 anni dopo quei giorni in India è riconosciuto come uno dei più grandi eroi della storia dello sport: l’umiltà unita alla generosità e la fede assoluta nella famiglia, non scalfita nemmeno dalla separazione (durata due anni) dei genitori. Come ogni isolano, il legame con le radici è profondissimo: la madre e la fidanzata Xisca Perello (che lui chiama Mary) si occupano della Nadal Foundation, lo zio Toni dopo averlo allenato per quasi trent’anni è il punto di riferimento tecnico dell’Accademia di tennis creata nel 2016 a Maiorca, di cui la sorella minore di Rafa, Maria Isabel, è l’anima organizzativa. E quando non è in giro per tornei, non è raro vedere il vincitore di 17 Slam dietro la scrivania a rispondere al telefono o a ricevere le iscrizioni. Questo senso di appartenenza si sublima in uno staff ristretto ma affiatatissimo, ben lontano dai 70 dipendenti dell’azienda Federer, che lavora insieme fin da quando Nadal era un ragazzetto ed è diventato un rifugio e un parafulmine che dà tranquillità e toglie pressione, non tanto per i risultati, che continuano a essere fenomenali, quanto piuttosto per il sostegno nei momenti critici che sono sempre seguiti ai tanti infortuni dell’attuale numero due del mondo. Quando Toni ha deciso di dedicarsi all’insegnamento nell’Accademia, è stato sostituito da Carlos Moya, già numero uno del mondo e maiorchino pure lui, amico di famiglia che conosce Rafa da quando aveva tredici anni. Come secondo coach, lo affianca l’ex pro’ Francisco Roig, nel team dal 2005. Viene ancora più da lontano (2002) il rapporto con il manager Carlos Costa, cui zio Toni, a inizio anni 90, chiese di dare un’occhiata al nipote sedicenne che gli sembrava promettente. L’ex top ten si occupa della gestione dei contratti di sponsorizzazione: «Io sono come un membro della famiglia e viceversa: a volte capita che quando si inizia a vincere non si ascoltino più le persone che ti stanno intorno, Rafa invece ha una grande capacità di ascoltare». Chiude il cerchio Benito Barbadillo, il manager per la comunicazione, che all’inizio seguiva pure Djokovic ma nel 2010 scelse di stare solo con Nadal. Legami familiari e amici fidati: con questo piccolo drappello ha scalato il mondo, arrivando a guadagnare, con la vittoria di Roma, 106 milioni di euro in carriera […] Ma quando si è trattato di soccorrere gli sfollati della sua Maiorca travolti dall’alluvione di ottobre, si è infilato guanti e stivali e ha cominciato a spalare il fango. Umiltà e altruismo. Campione per sempre.

Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

La sconfitta di Roma non ha danneggiato Novak Djokovic, di sicuro non in classifica: il suo vantaggio su Rafa Nadal, suo avversario nella finale, è addirittura aumentato (12.355 punti contro 7945, più 240 rispetto alla scorsa settimana). La novità più grossa nella top-10 riguarda Stefanos Thistpas, che sale al sesto posto scavalcando Key Nishikori, mentre Marin Cilic scende dal 10° al 13° posto. Nella settimana che precede il Roland Garros i big si rilasseranno. Rafa è da ieri a Maiorca, dove si allenerà alla sua Academy e andrà a pescare prima di spostarsi in Francia, con il serbatoio di motivazioni stracolmo e il mirino già puntato sul 12° titolo al Roland Garros. La finale di Roma ha detto che il Cannibale è tornato quasi sui suoi livelli migliori ma ha anche confortato il Djoker capace comunque di strappare un set e lottare nonostante la stanchezza accumulata nelle due maratone tonno Del Potro e Schwartzman. Federer è a Basilea, dove ieri si è fatto un selfie con Hugh Jackman, l’attore australiano protagonista del musical «The greatest showman», e ha messo in ansia i suoi fan spiegando che il prossimo potrebbe essere non solo il suo ultimo Roland Garros, ma il suo ultimo torneo in assoluto: «Tutti i tornei che gioco possono essere l’ultimo, alla mia età», ha dichiarato all’emittente francese Stade 2. Incrociamo le dita, e speriamo intanto che abbia recuperato dal malanno alla gamba rimediato sui campi del Foro. Djokovic si sta godendo due giorni di relax con la famiglia in Spagna, e da mercoledì si trasferirà a Parigi per riprendere gli allenamenti al Bois de Boulogne […]

Un Rafa rinnovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nadal che fai cesti, come un bambino. Gli tirano la palla sul dritto e lui colpisce, e colpisce, e colpisce. Nadal che stringe la Coppa al fianco, e parla ai microfoni guardandola: la cosa più importante è lei, fa capire. «Vivo per queste vittorie e godermele è ancora la cosa più bella che mi possa capitare». Nadal che esulta come quando era il figlio della giungla, un punto e un salto, con quel pugno sguainato come una spada di Toledo, che gli dà slancio verso il cielo. Nadal che non cambia, che ripete la posa di sempre davanti ai fotografi, mentre morde la Coppa, che perpetua se stesso nel mito dell’unico davvero imbattibile sulla terra rossa. E gli è bastata una vittoria, quest’anno, una soltanto, la prima in stagione, per ricordarlo a tutti. A quattordici anni dalla sua prima apparizione romana, Rafa continua a rappresentare l’approdo ideale del tennis sul mattone, il perfetto insieme di destrezza e forza di volontà che rende accessibili queste lande, altrimenti infeconde e vane per i tanti che ci provano senza essere come lui, ancora oggi unico baricentro del tennis più faticoso che vi sia, lo stesso che con protervia il giovane Nick Kyrgios, tennista e lanciatore di sedie, chiede di cancellare dal calendario, perché fuori luogo, incomprensibile, e così poco democratico. «Tanto, vince uno, e tutti gli altri non sono nessuno». Ma la democrazia va meritata, e questo evidentemente il giovane Kyrgios non lo sa. Rafa i meriti li ha, e continua a coltivali. Alla fine è questo che fa la differenza. È il premier della terra rossa, Nadal, e lo è davvero per tutti. Ha cominciato una stagione rientrando da un infortunio, ma con il preciso intento di migliorare il suo modo di stare in campo, dal servizio fino alla posizione dei piedi. Ha mostrato novità tecniche già a Melbourne, ma ha perso malamente la finale. Non ha cambiato strada, ha insistito, poi ha dovuto fermarsi per l’ennesimo infortunio alle ginocchia, ormai di cristallo. È rientrato a Montecarlo e ha perso da Fabio Fognini, poi a Barcellona «ho toccato il fondo», ha raccontato, «non avevo energie», a Madrid è uscito contro Stefanos Tsitsipas annunciando però di sentirsi sempre più vivo, più incisivo nei colpi. Insomma, più Rafa. E a Roma s è ripreso il suo tennis, quasi per intero quello che con il dritto mancino in lungolinea procura guasti anche nelle difese meglio costruite, quello che senza cercare l’ace si affida a un servizio di straordinaria solidità, quello che con la velocità della corsa collega in un edificio a prova di sisma tutte le parti del suo gioco. Lo ha fatto proponendo maggiori variazioni col servizio, e avvicinandosi alla riga di fondo, nel rispetto delle indicazioni di Carlos Moya sulle quali sta lavorando da inizio stagione. A 33 anni (li compirà durante il Roland Garros) e dopo 15 da professionista. «Credo che Rafa abbia ottenuto la quadratura del cerchio che da tempo cercava», ha scritto su El Mundo Josè Perlas, che è stato coach di Moya, Coria e di Fognini, e oggi lo è di Lajovic, «la forza che ha mostrato nei colpi ha molto a che fare con la sua decisione di avanzare la sua posizione sul campo. È certo più difficile, con i piedi vicino alle righe, caricare la palla di quelle rotazioni che Rafa è solito darle, ciò nonostante lui vi è riuscito aumentando la velocità di impatto sulla palla e anticipando il colpo ai limiti del possibile. E quando Rafa carica di piombo i colpi, crea negli avversari una sensazione profonda di angoscia, li fa sentire in balia di un tennis che trovano insopportabile. Ed è ciò che è capitato anche a Novak Djokovic». Roma lo ha rilanciato, due giorni di pesca a Maiorca serviranno per ricaricare le batterie […] Non fosse arrivata la vittoria di Roma, Nadal si sarebbe trovato ad affrontare il suo torneo fra molte sensazioni sconosciute, e per la prima volta senza una vittoria. Lo ammette: «Il segreto è giocare senza lamentarsi, e prendere quello che c’è di buono nelle vittorie come nelle sconfitte. Ma la finale di Roma mi ha detto che ho ritrovato la strada giusta». Era la fiducia che andava cercando, per rilanciarsi ancora una volta. E rinascere. E ricominciare.

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Milano, che beffa: salta Next Gen. Sfuma un sogno da 30mila spettatori (De Sanctis). Tutti chiusi nella Grande Bolla. Il tennis riparte da New York (Semeraro). Jannik Sinner: “Il mio tennis esprime libertà” (Sport Week)

La rassegna stampa del 15 agosto 2020

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Milano, che beffa: salta Next Gen. Sfuma un sogno da 30mila spettatori (Silvio De Sanctis, Il Giorno)

La decisione era da tempo nell’aria, adesso è diventata ufficiale. L’Atp (l’associazione mondiale dei tennisti professionisti) ha comunicato il nuovo calendario dei tornei di questo travagliato 2020 e fra questi mancano le Next Gen Atp Finals, la manifestazione con i migliori otto giocatori del mondo under 21 che si disputava da tre anni a Milano (i primi due anni alla Fiera di Rho, nella scorsa edizione nel più “comodo” Palalido, oggi diventato Allianz Cloud). […] Le Next Gen erano previste dal 10 al 14 novembre. Invece la vetrina riservata alle migliori promesse della racchetta mondiale è rimasta stritolata dalla raffica di cambiamenti di queste settimane, ed è una perdita grave per una manifestazione che nel 2019 aveva chiuso con numeri importanti, complici le splendide prestazioni del “predestinato” Jannk Sinner. Il diciottenne altoatesino di Sesto Pusteria si era accaparrato il titolo al cospetto di avversari più grandi di tre anni (Alex de Minaur su tutti in finale), mettendo in banca un assegno di oltre 235mila dollari, a cui si sono aggiunti 64mila dollari per le vittorie nel girone e 53mila dollari come premio di partecipazione. Per essere sostanzialmente un’esibizione (il torneo non assegna punti per la classifica mondiale) non c’è da lamentarsi, perché il montepremi complessivo ha toccato quota 1,4 milioni di dollari, a cui si è aggiunta un’impennata di spettatori, saliti a quasi 29.000 paganti contro i 18.000 del 2018, complice l’entusiasmo per le imprese di Jannik. Una crescita ora interrotta dalla pandemia, ma l’Atp guarda già avanti e fissa la prossima edizione al 9-13 novembre 2021, quinto e ultimo anno di contratto con la città di Milano, nella speranza di rivedere lo stesso Sinner fra i protagonisti. II rischio è che l’altoatesino diventi subito un papabile per i piani alti delle Atp Finals, come accaduto a Stefanos Tsitsipas, il greco vincitore delle Next Gen nel 2018 che non ha difeso il titolo la scorsa stagione, perché entrato nella top ten mondiale e quindi impegnato a Londra contro Djokovic, Nadal e Federer. Un “sacrificio” che il competente pubblico milanese comunque sopporterebbe, per una città vetrina del tennis internazionale fin dagli anni ’70 e con una serie di tornei giovanili come Trofeo Bonfiglio e Torneo Avvenire dalle radici storiche invidiate in tutto il mondo.

Tutti chiusi nella Grande Bolla. Il tennis riparte da New York, ma tra i big solo Djokovic dice sì (Stefano Semeraro, La Stampa)

 

I tennisti non sono James Bond, la bolla americana con licenza di morire non li attira. «Mi assumo la piena responsabilità per ogni rischio – spiega il documento che dovranno firmare al loro arrivo negli Usa – incluso quello di morte, che potrà essere affrontato da me o da chi verrà in contatto con me come conseguenza della mia presenza nell’impianto, anche nel caso sia il risultato di una negligenza del New York Tennis Center». […] Il 22 agosto il grande tennis riparte dal torneo di Cincinnati, che però si giocherà nello stesso impianto di New York, sotto la bolla da Covid che comprende anche gli Us Open (dal 31 di agosto). Le regole sono spietate: niente pubblico, massimo tre accompagnatori, tamponi ogni 4 giorni, spostamenti solo per partite e allenamenti (bye bye Broadway) soggiorno obbligato in due hotel ufficiali o in appartamenti approvati: chi sceglie il confino in casa deve però pagarsi una sorveglianza h24 per evitare scappatelle. Per i positivi c’è l’esclusione dal torneo e un isolamento di 10 giorni, l’unica buona notizia è che sembra evitata la quarantena al rientro in Europa. […] Non ci saranno la n. 1 delle donne, Ashleigh Barty, e il numero 2 dei uomini, Rafa Nadal, e nemmeno Wawrinka, Monfils, Fognini, Kyrgios, Tsonga, mentre Novak Djokovic – che il virus però l’ha già avuto – è dentro. Federer bi-operato al ginocchio rientrerà, se sarà il caso, a gennaio. Serena Williams, che insegue il benedetto 24esimo Slam (sarebbe record), da quasi 39enne sopravvissuta ad una embolia polmonare predica prudenza: «Mi piace il tennis, ma qui si tratta della mia vita. E’ giusto essere un po’ nevrotici e portarsi dietro 50 mascherine. Credo che sopravviverei al contagio, ma preferisco non scoprirlo». Certo, quello che rimane dell’anno più sfigato – il nuovo calendario ufficializzato ieri anticipa Roma al 14 settembre e cancellato le Next Gen di Milano – rischia la svalutazione. «Molti dei migliori a New York non giocheranno – dice il n. 3 del mondo Dominic Thiem – quindi arrivare in fondo varrà meno del solito». Uno Slam fallato, e fa strano che a dirlo sia proprio lui, l’erede designato dei Big 3, finalista in due degli ultimi tre Slam. Pensa che beffa: una vita ad aspettare di alzare una coppa, e quando ci riesci scopri che è di latta.

Jannik Sinner: “Il mio tennis esprime libertà” (Sport Week)

E abbastanza raro – credo – che un ragazzo se ne vada di casa a tredici anni. Beh, io l’ho fatto: per il tennis, ovviamente. […] CON GLI SCI AI PIEDI Il fatto è che io non sono nato con la racchetta in mano, ma piuttosto con gli sci ai piedi: sono di San Candido, un paese dell’Alta Pusteria, praticamente sul confine tra Austria e Italia. Come tutti i ragazzi del mio paese, ho imparato a parlare (tedesco) e subito dopo a sciare. E a sciare ero abbastanza bravo. Ecco, se sei uno di quelli bravi a sciare in Alto Adige, vuol dire che sei bravo a sciare in generale. Infatti a sette anni ero campione italiano di sci. A quei tempi non pensavo tanto al tennis, giocavo giusto una volta ogni tanto. Però, crescendo, ho iniziato ad andare al campo a Brunico un paio di giorni alla settimana, ho conosciuto prima il mio grande maestro Heribert Mayr, poi Alex Vittur. Max Sartori… alla fine tutti dicevano ai miei che ero bravo e che avrei dovuto provare ad andare a scuola da uno dei migliori in Italia. Riccardo Piatti. […] Però il tennis mi piaceva, e ho pensato: perché non provare? I miei hanno sempre lavorato tanto: si occupavano di un rifugio in montagna e mia madre per molto tempo ha avuto due lavori. Mi ricordo che, ai tempi in cui sciavo loro lavoravano sempre e io facevo tutto da solo. Avevo sette, otto anni: la mattina andavo alle elementari poi a pranzo dai nonni e poi mi cambiavo per andare a lezione di sci. A pensarci, sono sempre stato un tipo abbastanza indipendente, infatti i miei l’hanno presa bene quando hanno saputo che avrei voluto trasferirmi a Bordighera per giocare a tennis. Sono ben settecento chilometri da San Candido, e a dire il vero ai tempi non parlavo neanche bene l’italiano, ma loro mi hanno detto soltanto: “Ok, se davvero ti piace, proviamo!”. Cosi abbiamo fatto quel viaggio, dall”‘Alto Adige quasi-Austria” alla “Liguria quasi-Francia”. LA LISTA D’ATTESA Quando sono arrivato all’Accademia mi hanno detto che i posti erano esauriti, che avrei potuto fare un paio di giorni di prova e poi magari mi avrebbero messo in lista d’attesa. Però quando ho giocato con Riccardo, che poi sarebbe diventato il mio allenatore, dopo dieci minuti si capiva già che un po’ gli piacevo. Tre mesi dopo vivevo a Bordighera, e ho scoperto che ero felice. […] Non mi faceva strano essere passato dalla montagna al mare, anche perché in realtà il mare lo guardavo poco: giocavo a tennis, ascoltavo Eminem, tennis, mangiavo, tennis, dormivo, tennis. Ho iniziato a capire che poteva essere quella la mia passione, più dello sci. Mi piaceva, e mi piace ancora oggi, perché è un gioco. Non è uno di quegli sport dove fai un errore, ed è finita. Se sbagli nel tennis in ogni caso hai perso un 15. Magari è un 15 importante, ma rimane un 15. MEGLIO VINCERE Insomma, a un certo punto ho deciso. Credo che rimanere concentrato su una cosa sia un tratto della mia personalità e se fai sport è una cosa molto utile. Ero sempre concentrato suI tennis, e forse non dovrei dirlo, ma ci pensavo anche quando andavo a scuola. Effettivamente non mi sono fatto molti amici a scuola, molti di più sui campi! Oggi non ho rimpianti, sono grato ai miei che mi hanno sempre sostenuto e aiutato anche a dare il giusto peso alle cose. Ricordo che quando chiamavo mia madre, ed ero nero perché avevo perso qualche incontro, lei a volte mi diceva «Bene Jannik, ma adesso scusami, ho un sacco di cose da fare». Sono grato a lei e a mio padre, perché non hanno mai interferito nella mia scelta. Si sono fidati e la fiducia può portarti lontano. Oggi non vedo l’ora di finire un torneo per poter tornare a casa a trovare la mia famiglia… Anche se per loro, beh, è molto meglio quando vinco.

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Roma ha anticipato di una settimana. Un giorno dopo NY (Cocchi). Roma ha deciso. Gioca d’anticipo (Ercole). Serena fatica ma vince il Sister Act n. 31, e pensa a Coco in finale (Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 14 agosto 2020

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Roma ha anticipato di una settimana. Un giorno dopo NY (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Dopo una serie di rinvii, incastri e combinazioni degne del Cubo di Rubik, oggi verrà ufficializzato il calendario di Atp e Wta fino alla fine di questo tormentato 2020. La prima novità riguarda gli Internazionali d’Italia, che non saranno con tabellone a 96 come si era ipotizzato, e cambiano data anticipando il via di una settimana. Inizialmente previsti il 10 maggio e poi stoppati dalla pandemia, gli Internazionali sarebbero dovuti iniziare il 21 settembre, ma partiranno il 14 per concludersi il 21 con la finale di lunedì. A giorni si decideranno anche le date delle qualificazioni che partiranno il venerdì se dovessero essere tabelloni a 64, o il sabato nel caso siano a 32. La nuova collocazione in calendario è proprio a ridosso degli Us Open. Il tormentato Slam di New York è previsto dal 31 agosto al 13 settembre. Il che significa che chi approderà alla seconda settimana avrà pochi giorni di tempo per arrivare in Italia, adattarsi alle sei ore di fuso orario e riprendere confidenza con la terra rossa dopo circa un mese di cemento. Per ovviare a questo problema, gli organizzatori concederanno un bye ai giocatori e le giocatrici che avranno raggiunto la semifinale: «I semifinalisti di New York non giocheranno prima di mercoledì o giovedì — spiega Palmieri —, questo permetterà di avere giorni di riposo. L’anticipo di una settimana permetterà anche di avere una sosta interessante tra la finale di Roma e l’inizio del Roland Garros il 27 settembre». Tutti i dettagli, soprattutto relativi alla sicurezza dovranno essere pronti e curati nei minimi particolari. I giocatori che arrivano dagli Usa dovranno fare un tampone 48 ore prima di arrivare, poi una volta giunti in Italia faranno un altro tampone e andranno immediatamente in camera d’albergo: «Da lì non potranno uscire fino a quando arriverà il risultato, al massimo entro 12 ore — ha concluso Palmieri —, da quel momento in avanti potranno andare al Foro Italico allenarsi e giocare». […]

Roma ha deciso. Gioca d’anticipo (Marco Ercole, Corriere dello Sport)

 

Dal 14 al 21 settembre. È questa la nuova data ufficiale degli Internazionali d’Italia di tennis, rinviati dopo lo scoppio della pandemia di Coronavirus. Nei mesi scorsi si era parlato della possibilità di vederli durante la settimana dal 21 al 28 settembre, alla fine è stato deciso di anticipare di qualche giorno, garantendo i tempi tecnici anche per chi arriverà in fondo agli US Open (in programma dal 31 agosto al 13 settembre) di avere qualche giorno di riposo. «Atp e Wta – ha spiegato il direttore del torneo, Sergio Palmieri – hanno confermato la nuova data. Questo per permetteie ai giocatori più forti, quelli che approderanno all’epilogo degli Us Open, di arrivare e di avere qualche giorno di preparazione. Chi parteciperà alla semifinale a New York avrà un bye automaticamente a Roma e non giocherà prima di mercoledl o giovedì. Questo permetterà di avere giorni di riposo e soprattutto una sosta interessante tra la finale di Roma e l’inizio del Roland Garros». […] Ora non resta che capire chi parteciperà, vista la lunga serie di forfait che sta accompagnando l’organizzazione dei due precedenti tornei statunitensi, il Masters di Cincinnati e gli US Open. A questi ci sarà Novak Djokovic, nonostante fosse stato uno dei primi (insieme a Nadal) a lamentarsi del nuovo calendario. ll serbo sarà nella ‘bolla” di Rushing Meadows: «Sono molto felice di annunciare che sarò al via del Masters di Cincinnati e degli US Open».

Serena fatica ma vince il Sister Act n. 31, e pensa a Coco in finale (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

La prima volta nel 1998, secondo turno dell’Australian Open. Venus è la sorella più grande e più forte (n. 22 del mondo), Serena debutta nel tabellone principale di uno Slam da n. 96, ha l’apparecchio per i denti, un’acconciatura di perline bianche, le ascelle non depilate, veste Puma. È l’anno in cui nasce la moneta unica europea, «Titanic» conquista l’Oscar, Pantani vince il Giro d’Italia e la Francia il Mondiale di calcio, muore Lucio Battisti. Insomma, una vita fa. Ogni volta – e con il secondo turno di ieri al torneo di Lexington, in Kentucky, il Sister Act ha raggiunto quota 31 – abbiamo detto che era l’ultima. E invece sono ancora qui, 78 anni in due, dinosauri in un tabellone illuminato dalla talentuosa giovinezza di Coco Gauff, che a 16 anni sfreccia verso il futuro e una possibile finale con Serena. Che si aggiudica a fatica il derby di Lexington, andato in scena 15 mesi dopo la sfida mancata nel 2019 al Foro Italico (ritiro della Williams junior). Serena è dimagrita, durante il lockdown si è allenata sul campo con la stessa superficie dell’Open Usa che il marito Alexis ha fatto costruire nella villa della Florida, ha le extension viola, una bendatura alla schiena che spunta dalla scollatura del vestito, non pare mobilissima: a 44 giorni dal 39° compleanno il sogno di conquistare a New York il 24° titolo Slam va tenuto insieme con i cerotti. Però, battuta l’anziana Venus in tre set (3-6, 6-3, 6-4) e aggiornato il conteggio dei precedenti in famiglia (19-12), la favola della Williams che non si arrende né agli acciacchi né all’età continua. È un tennis strano, a porte chiuse, deragliato fuori dai binari a causa della pandemia, incerto se confermare i rapporti di forza pre-Covid o se regalarsi qualche capriccio. Però è match vero, combattuto, lontano dalle pastette che si diceva organizzasse papà Richard all’inizio della carriera delle figlie. I giudici di linea hanno la mascherina, nemmeno tra sorelle ci si stringe la mano a rete (freddo tocco con le racchette, poi ognuna per la sua strada); il vuoto pneumatico diventerà voragine a New York, dove il campo centrale ha 23.770 posti, che saranno tutti liberi. Mancheranno dieci delle top-50 (ieri il ritiro della campionessa in carica canadese Bianca Andreescu), per Serena un’occasione più unica che rara. Già ci si chiede se l’albo d’oro dell’Open Usa dovrà avere un asterisco accanto al nome dei vincitori, ma chi è assente ha (quasi) sempre torto e comunque la Williams per centrare il record di titoli Major di Margaret Court dovrà battere sette avversarie due set su tre, come quando la pandemia non c’era. […]

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La partita infinita di Venus e Serena. Le sorelle regine sfidano il tempo (Cocchi). Paolo Bertolucci: “Io e Panatta, diversi in tutto. Conquistava le fan con il ciuffo” (Serra)

La rassegna stampa di giovedì 13 agosto 2020

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La partita infinita di Venus e Serena. Le sorelle regine sfidano il tempo (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Hanno fatto 30, perché non fare 31? Perché non allungare ancora una rivalità che ha fatto la storia del tennis e dello sport moderno? Oggi, nel secondo turno del torneo di Lexington, Serena Williams e la sorella maggiore Venus si affronteranno per la 31a volta nella loro incredibile carriera. Si tratta “solo” di un secondo turno, non ci sono Slam da conquistare o numero 1 al mondo da raggiungere, ma c’è da riportare luce nel buio della pandemia che ha congelato lo sport. E allora quale migliore occasione per rilanciare il tennis se non una sfida tra le due eterne Williams? L’ultima? Il primo torneo che si gioca in Usa dopo lo stop, oggi vivrà un momento storico perché – chi lo sa? – potrebbe anche essere l’ultima sfida ufficiale tra Serena e Venus. La maggiore ha compiuto 40 anni a giugno, la minore taglierà il traguardo dei 39 tra un mese. A quasi 79 anni in due, la possibilità che possano incrociarsi molte altre volte comincia a essere remota. Serena rincorre lo Slam numero 24 ed è possibile che, una volta raggiunto il record di Margaret Court, decida di farsi da parte dedicandosi a tempo pieno al lavoro di madre e imprenditrice. Venus ha tenuto a dire che gioca per passione, per il piacere della sfida, ma il tennis post Covid potrebbe non essere più così divertente e indurla a cambiare programmi. Serena e Venus sono cresciute insieme con la racchetta in mano, forgiate dal padre Richard, accusato spesso di aver “manipolato” gli esiti delle sfide tra le due. Ma la rivalità tra giocatrici non si è mai infilata nel rapporto tra sorelle, sempre unite nella vita quotidiana, partecipi l’una delle gioie e dei dolori dell’altra. Non importa se il bilancio della rivalità sia 18-12 per la minore, Venus è sempre in tribuna a tifare per Serena quando c’è in ballo qualcosa di importante. Ventidue anni e sette mesi fa – il 21 gennaio 1998 – la prima puntata del “Sister Act”, come viene ancora soprannominata la rivalità tra le due, con tanto di citazione cinematografica. Le ragazze di Richard si affrontavano all’Australian Open, secondo turno. Serena aveva 16 anni, Venus 17 e vinse lei. Il primo scontro per un trofeo l’anno successivo, nel torneo di Miami. La “piccola” riuscì a strappare un set alla sorella maggiore, che però trionfò ancora. In quell’occasione, il padre venne accusato per la prima volta apertamente di decidere l’esito della sfida, ma rispedì al mittente la provocazione: «Ho insegnato alle mie figlie che si va in campo per vincere, non potrei mai dire a una o all’altra di perdere apposta». Serena è stata la prima tra le due a conquistare un titolo del grande Slam, lo Us Open nel 1999, ed era lei la favorita nel derby in semifinale di Wimbledon 2000. La vittoria, invece, la strappò a sorpresa Venus, che poi conquistò il titolo sull’erba più famosa al mondo: il suo primo Slam. Le sfide in finale tra di loro sono state nove, con Serena vincitrice in sette occasioni contro le due di Venus. Ma anche in tema di Major, le ragazze Williams hanno stabilito un primato: sono tuttora le uniche due tenniste dell’era Open a essersi affrontate in quattro finali consecutive di Slam, dal Roland Garros del 2002 all’Australian Open del 2003, con Serena sempre trionfatrice. L’ultima volta che si sono sfidate per uno Slam è stato l’Australian Open 2017, la finale più dolce. Serena aveva da poco saputo di essere incinta della figlia Olympia, il mondo invece non poteva immaginare che da allora la Williams più giovane non avrebbe più vinto mezzo Slam. Il commento di Venus allora era stato delizioso: «Ecco perché ho perso… Eravamo due contro una!». Ma quando uniscono le forze le due sorelle sono letali: 14 Slam e tre ori olimpici in doppio, totale di 22 titoli compresi quelli sul circuito Wta. […]

Intervista a Paolo Bertolucci: “Io e Panatta, diversi in tutto. Conquistava le fan con il ciuffo” (Elvira Serra, Corriere della Sera)

Preferisce «Pasta Kid» o «Braccio d’oro»? «Pasta Kid, mi ci riconosco di più. Me lo diede per provenienza e abitudini culinarie Bud Collins, del Boston Globe». […] Paolo Bertolucci è «quello che giocava con Panatta». […] La più grossa che le ha combinato? «Lo salva che è una persona buona e con uno così non puoi restare arrabbiato. Ma abbiamo litigato un sacco di volte, dentro e fuori dal campo. Non saremmo potuti essere più diversi: lui di famiglia socialista, io liberale, lui giocava a sinistra, io a destra, lui non si dà mai pace, io sono un tipo tranquillo…». Le spiace aver fatto una carriera alla sua ombra? «Una volta alla Royal Albert Hall di Londra nel presentarci dissero che lui era one of the most handsom men in Europe, uno degli uomini più affascinanti d’Europa, e io ero the shorter, quello più basso. Ma nella coppia ero il regista che creava e preparava il piatto, lui il bel ragazzo che dava il colpo del ciuffo». Ma non era la Veronica il colpo di Panatta? «Tecnicamente. Ma il colpo del ciuffo era bestiale, le donne impazzivano. Lui prima di colpire la palla si spostava i capelli con la mano e loro gridavano: A-dri-a-no! Ma il colpo lo avevo preparato io!». […] Ha dovuto coprirlo spesso con le donne? «Lasciamo stare…». Me ne dica almeno una! «Eravamo in Spagna e durante una partita mi fa: “La vedi quella donna in tribuna? Stasera esce con me”. E io: “Vabbè adesso però cerchiamo di vincere”. La sera, come da manuale, la signora, sposata e con tre-quattro figlioli, lo raggiunse in albergo. Poiché dormivamo in camera insieme, dovetti cedergli la stanza e andai in quella accanto, comunicante. A un certo punto sentii bussare alla porta, era il marito: “Donde està mi mujer”? Ma che ne so, risposi. Adriano aveva sentito tutto e quando andò via fece entrare la moglie da me: bussò da lui e non c’era già più». Nella sua autobiografia, «Pasta kid» (Ultra Edizioni), scrive che grazie a voi Björn Borg diventò un sex symbol. «Vestiva in un modo… Zoccoli svedesi, jeans e maglietta. Lo obbligammo a tirar fuori la carta di credito e rifarsi il guardaroba…». Pure Adriano era vanitoso.. «Altroché! Guai a toccargli i capelli, diventa pazzo». La partita più bella? «La vittoria in Coppa Davis». Con la maglietta rossa. «Quella storia… Buon per Adriano che ve ne siete accorti, ma ai tempi non fece così tanto clamore. Comunque poi la cambiammo». La vittoria più gustosa? «Contro gli australiani a Roma, o anche a Montecarlo contro McEnroe e Gerulaitis». È vero che doveva allenare Federer? «Ero nella rosa, ma significava stare 40 settimane all’estero, avevo appena smesso di fare il girovago…». Cosa pensa di Sinner? «Ha tutto: testa mezzo tedesca, è serio, è ben guidato da Piatti e vive per il tennis». E lei gioca ancora a tennis? «Mai. Quando ho smesso ho smesso». Sogna di giocare? «Mi è successo all’inizio del lockdown. Non ricordo contro chi, ma era un match delicato, non sapevo se colpire sul dritto o sul rovescio. Ho riprovato quella sensazione, il mal di pancia che ti prende…».

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