Il mondo di Rafa (Crivelli). Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Semeraro). Un Rafa rinnovato (Azzolini)

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Il mondo di Rafa (Crivelli). Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Semeraro). Un Rafa rinnovato (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 21 maggio 2019

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Il mondo di Rafa. Si fa tutto in famiglia: ecco il vero segreto del fenomeno Nadal (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Non aveva ancora diciotto anni, Rafa, eppure quella scena colpì la sua sensibilità di ragazzo. Era al torneo di Chennai nel 2004 e nel tragitto tra l’hotel e i campi rimase scioccato da quanti bambini vivessero sui marciapiedi in completa indigenza. Ne parlò subito a mamma Ana Maria e da lì si sviluppò l’idea di una Fondazione che aiutasse l’infanzia in difficoltà. L’episodio compendia alla perfezione i due segreti del successo di Nadal, che 15 anni dopo quei giorni in India è riconosciuto come uno dei più grandi eroi della storia dello sport: l’umiltà unita alla generosità e la fede assoluta nella famiglia, non scalfita nemmeno dalla separazione (durata due anni) dei genitori. Come ogni isolano, il legame con le radici è profondissimo: la madre e la fidanzata Xisca Perello (che lui chiama Mary) si occupano della Nadal Foundation, lo zio Toni dopo averlo allenato per quasi trent’anni è il punto di riferimento tecnico dell’Accademia di tennis creata nel 2016 a Maiorca, di cui la sorella minore di Rafa, Maria Isabel, è l’anima organizzativa. E quando non è in giro per tornei, non è raro vedere il vincitore di 17 Slam dietro la scrivania a rispondere al telefono o a ricevere le iscrizioni. Questo senso di appartenenza si sublima in uno staff ristretto ma affiatatissimo, ben lontano dai 70 dipendenti dell’azienda Federer, che lavora insieme fin da quando Nadal era un ragazzetto ed è diventato un rifugio e un parafulmine che dà tranquillità e toglie pressione, non tanto per i risultati, che continuano a essere fenomenali, quanto piuttosto per il sostegno nei momenti critici che sono sempre seguiti ai tanti infortuni dell’attuale numero due del mondo. Quando Toni ha deciso di dedicarsi all’insegnamento nell’Accademia, è stato sostituito da Carlos Moya, già numero uno del mondo e maiorchino pure lui, amico di famiglia che conosce Rafa da quando aveva tredici anni. Come secondo coach, lo affianca l’ex pro’ Francisco Roig, nel team dal 2005. Viene ancora più da lontano (2002) il rapporto con il manager Carlos Costa, cui zio Toni, a inizio anni 90, chiese di dare un’occhiata al nipote sedicenne che gli sembrava promettente. L’ex top ten si occupa della gestione dei contratti di sponsorizzazione: «Io sono come un membro della famiglia e viceversa: a volte capita che quando si inizia a vincere non si ascoltino più le persone che ti stanno intorno, Rafa invece ha una grande capacità di ascoltare». Chiude il cerchio Benito Barbadillo, il manager per la comunicazione, che all’inizio seguiva pure Djokovic ma nel 2010 scelse di stare solo con Nadal. Legami familiari e amici fidati: con questo piccolo drappello ha scalato il mondo, arrivando a guadagnare, con la vittoria di Roma, 106 milioni di euro in carriera […] Ma quando si è trattato di soccorrere gli sfollati della sua Maiorca travolti dall’alluvione di ottobre, si è infilato guanti e stivali e ha cominciato a spalare il fango. Umiltà e altruismo. Campione per sempre.

Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

La sconfitta di Roma non ha danneggiato Novak Djokovic, di sicuro non in classifica: il suo vantaggio su Rafa Nadal, suo avversario nella finale, è addirittura aumentato (12.355 punti contro 7945, più 240 rispetto alla scorsa settimana). La novità più grossa nella top-10 riguarda Stefanos Thistpas, che sale al sesto posto scavalcando Key Nishikori, mentre Marin Cilic scende dal 10° al 13° posto. Nella settimana che precede il Roland Garros i big si rilasseranno. Rafa è da ieri a Maiorca, dove si allenerà alla sua Academy e andrà a pescare prima di spostarsi in Francia, con il serbatoio di motivazioni stracolmo e il mirino già puntato sul 12° titolo al Roland Garros. La finale di Roma ha detto che il Cannibale è tornato quasi sui suoi livelli migliori ma ha anche confortato il Djoker capace comunque di strappare un set e lottare nonostante la stanchezza accumulata nelle due maratone tonno Del Potro e Schwartzman. Federer è a Basilea, dove ieri si è fatto un selfie con Hugh Jackman, l’attore australiano protagonista del musical «The greatest showman», e ha messo in ansia i suoi fan spiegando che il prossimo potrebbe essere non solo il suo ultimo Roland Garros, ma il suo ultimo torneo in assoluto: «Tutti i tornei che gioco possono essere l’ultimo, alla mia età», ha dichiarato all’emittente francese Stade 2. Incrociamo le dita, e speriamo intanto che abbia recuperato dal malanno alla gamba rimediato sui campi del Foro. Djokovic si sta godendo due giorni di relax con la famiglia in Spagna, e da mercoledì si trasferirà a Parigi per riprendere gli allenamenti al Bois de Boulogne […]

Un Rafa rinnovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nadal che fai cesti, come un bambino. Gli tirano la palla sul dritto e lui colpisce, e colpisce, e colpisce. Nadal che stringe la Coppa al fianco, e parla ai microfoni guardandola: la cosa più importante è lei, fa capire. «Vivo per queste vittorie e godermele è ancora la cosa più bella che mi possa capitare». Nadal che esulta come quando era il figlio della giungla, un punto e un salto, con quel pugno sguainato come una spada di Toledo, che gli dà slancio verso il cielo. Nadal che non cambia, che ripete la posa di sempre davanti ai fotografi, mentre morde la Coppa, che perpetua se stesso nel mito dell’unico davvero imbattibile sulla terra rossa. E gli è bastata una vittoria, quest’anno, una soltanto, la prima in stagione, per ricordarlo a tutti. A quattordici anni dalla sua prima apparizione romana, Rafa continua a rappresentare l’approdo ideale del tennis sul mattone, il perfetto insieme di destrezza e forza di volontà che rende accessibili queste lande, altrimenti infeconde e vane per i tanti che ci provano senza essere come lui, ancora oggi unico baricentro del tennis più faticoso che vi sia, lo stesso che con protervia il giovane Nick Kyrgios, tennista e lanciatore di sedie, chiede di cancellare dal calendario, perché fuori luogo, incomprensibile, e così poco democratico. «Tanto, vince uno, e tutti gli altri non sono nessuno». Ma la democrazia va meritata, e questo evidentemente il giovane Kyrgios non lo sa. Rafa i meriti li ha, e continua a coltivali. Alla fine è questo che fa la differenza. È il premier della terra rossa, Nadal, e lo è davvero per tutti. Ha cominciato una stagione rientrando da un infortunio, ma con il preciso intento di migliorare il suo modo di stare in campo, dal servizio fino alla posizione dei piedi. Ha mostrato novità tecniche già a Melbourne, ma ha perso malamente la finale. Non ha cambiato strada, ha insistito, poi ha dovuto fermarsi per l’ennesimo infortunio alle ginocchia, ormai di cristallo. È rientrato a Montecarlo e ha perso da Fabio Fognini, poi a Barcellona «ho toccato il fondo», ha raccontato, «non avevo energie», a Madrid è uscito contro Stefanos Tsitsipas annunciando però di sentirsi sempre più vivo, più incisivo nei colpi. Insomma, più Rafa. E a Roma s è ripreso il suo tennis, quasi per intero quello che con il dritto mancino in lungolinea procura guasti anche nelle difese meglio costruite, quello che senza cercare l’ace si affida a un servizio di straordinaria solidità, quello che con la velocità della corsa collega in un edificio a prova di sisma tutte le parti del suo gioco. Lo ha fatto proponendo maggiori variazioni col servizio, e avvicinandosi alla riga di fondo, nel rispetto delle indicazioni di Carlos Moya sulle quali sta lavorando da inizio stagione. A 33 anni (li compirà durante il Roland Garros) e dopo 15 da professionista. «Credo che Rafa abbia ottenuto la quadratura del cerchio che da tempo cercava», ha scritto su El Mundo Josè Perlas, che è stato coach di Moya, Coria e di Fognini, e oggi lo è di Lajovic, «la forza che ha mostrato nei colpi ha molto a che fare con la sua decisione di avanzare la sua posizione sul campo. È certo più difficile, con i piedi vicino alle righe, caricare la palla di quelle rotazioni che Rafa è solito darle, ciò nonostante lui vi è riuscito aumentando la velocità di impatto sulla palla e anticipando il colpo ai limiti del possibile. E quando Rafa carica di piombo i colpi, crea negli avversari una sensazione profonda di angoscia, li fa sentire in balia di un tennis che trovano insopportabile. Ed è ciò che è capitato anche a Novak Djokovic». Roma lo ha rilanciato, due giorni di pesca a Maiorca serviranno per ricaricare le batterie […] Non fosse arrivata la vittoria di Roma, Nadal si sarebbe trovato ad affrontare il suo torneo fra molte sensazioni sconosciute, e per la prima volta senza una vittoria. Lo ammette: «Il segreto è giocare senza lamentarsi, e prendere quello che c’è di buono nelle vittorie come nelle sconfitte. Ma la finale di Roma mi ha detto che ho ritrovato la strada giusta». Era la fiducia che andava cercando, per rilanciarsi ancora una volta. E rinascere. E ricominciare.

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Caruso si rompe con il suo sogno (Benvenuti). Onda rosa su Palermo (Vannini). Essere Federer in due match point (Imarisio)

La rassegna stampa di domenica 21 luglio 2019

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Caruso si rompe con il suo sogno (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Dura un’ora esatta il sogno di Salvatore Caruso di approdare alla finale dell’Open di Umago contro il già qualificato ungherese Attila Balazs. Un infortunio alla gamba sinistra, verificatosi proprio nell’ultimo game del primo set, nega infatti al giocatore di Avola la possibilità di regalare al tennis italiano per il quarto anno consecutivo la sfida per il titolo del torneo croato inserito nel circuito ATP World Tour 250 series dopo Fabio Fognini (vincitore nel 2016), Paolo Lorenzi (finalista nel 2017) e il campione uscente Marco Cecchinato. Un cocente rammarico, giacché Caruso aveva iniziato il match in maniera convincente, trovando un prezioso break al terzo gioco (2-1) e poi difendendo il vantaggio fino al 5-3, ottenuto a zero. A quel punto, tuttavia, il serbo Dusan Lajovic (testa di serie numero 4) aveva comunque iniziato a salire di livello, vincendo tre game di fila e portandosi sul 6-5. Quindi, il siciliano andava a servire per agganciare almeno il tie-break ma, sullo 0-30 (e dopo 51′ esatti di gioco), si infortunava e a nulla valeva anche l’intervento del fisioterapista. Inutile anche lo stoico tentativo di continuare, mentre l’avversario non aveva difficoltà a chiudere in scioltezza gioco e set contro un giocatore menomato. Caruso ha provato anche a iniziare il secondo set con il servizio a favore ma, vistosamente claudicante, stringeva quasi subito la mano a Lajovic e all’arbitro sul punteggio di 0-40. In precedenza, l’ungherese Balazs (proveniente dalle qualificazioni e vittorioso in semifinale contro Stefano Travaglia) aveva superato abbastanza agevolmente il serbo Laslo Djere. E’ finita in semifinale, dopo cinque match vinti di fila, la corsa di Martina Di Giuseppe sulla terra di Bucarest, in Romania. La 28enne romana, n.211 del ranking mondiale, promossa dalle qualificazioni, cede per 6-3 6-2, in poco più di un’ora di partita, alla kazaka Elena Rybakina, 20 anni, 106 Wta, che oggi si giocherà il titolo con la rumena Patricia Maria Tig, senza ranking dopo 18 mesi di stop per infortunio prima e perla nascita della sua primogenita poi.

Onda rosa su Palermo (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

 

Palermo torna dopo cinque anni nel circuito internazionale del tennis e spera di portare con sé “l’Onda rosa” che per tanti anni ha caratterizzato il nostro movimento. In un momento di flessione delle ragazze italiane, dopo le stagioni d’oro delle moschettiere di Fed Cup, alla 30^ edizione del Palermo Ladies Open, scattata ieri coi match di qualificazione, ben cinque azzurre sono nel tabellone principale, sia pure grazie a delle wild card, e con in più la sorpresa di Martina Di Giuseppe, che entrerà di diritto nel main draw in virtù di uno special exempt dovuto alle sorprendenti semifinali raggiunte a Bucarest. Ognuna delle azzurre presenti sulla tersa rossa del Country Club ha una storia interessante da raccontare. Ed è un peccato che la nostra numero 1, Camila Giorgi, a lungo corteggiata dagli organizzatori, alla fine abbia detto no per le precarie condizioni fisiche. Ma gli stimoli delle altre sono solidi. Si va dalla voglia di rivalsa di Sam Errani, che ha legato a questo torneo alcuni dei momenti più belli della carriera (2 vittorie e 2 finali), alla notorietà che, a quasi 32 anni, ha conquistato Giulia Gatto Monticone, dopo la passerella sul Centrale di Wunbledon opposta a Serena Williams. Cerca conferme di una crescita graduale Jasmine Paolini e ha trovato posto grazie a una serie di ritiri anche Martina Trevisan. C’è anche curiosità per la seconda puntata in un torneo Wta della Di Giuseppe, che potrebbe fare un bel balzo in classifica e trovare, anche lei già 28enne, quella fiducia che solo i risultati possono regalare. E’ un’occasione che le azzurre dovranno provare a sfruttare perché tornei di casa ce ne sono pochi […]: confortante la risposta degli abbonamenti, ben 1.350. Il sorteggio di ieri sera ha già fissato un derby assolutamente medito: Errani contro Di Giuseppe, chi va avanti troverà sulla propria strada la testa di serie n. 5, la francese Parmentier. Complicata la sfida della Trevisan, opposta alla seconda favorita, l’altra francese Cornet, che è appena arrivata in finale a Losanna. Un’altra testa di serie, la Siegemund (n. 6), reduce da un ottimo risultato a Bucarest, sarà anche sulla strada della Paolini. Più abbordabile appare il match della Gatto Monticone con la tedesca Lottner, n.190. Ancora in corsa fra le azzurre anche la Cocciaretto che ieri ha superato il 1° turno delle qualificazioni. Furori invece Deborah Chiesa, Federica Rossi e Cristiana Ferrando. Le maggiori attenzioni si convoglieranno su Kiki Bertens, l’olandese n. 5 Wta, al ritorno sulla terra rossa e in Italia dopo le semifinali raggiunte a Roma e una buona stagione sull’erba (una finale e una semifinale).

Essere Federer in due match point (Marco Imarisio, Corriere della Sera)

A una settimana di distanza, quei due match point sono quasi diventati un’entità viva, con la quale sfogarsi e recriminare, cercando di elaborare un lutto collettivo. Non esiste un amore sportivo paragonabile a quello che il mondo prova per Roger Federer. Gli altri, nel calcio o nel basket, hanno una squadra e una bandiera. Il Re è di tutti. E quando perde, i suoi ammiratori soffrono come se fosse uno di famiglia, il genio buono a cui speri che tutto vada bene. Domenica scorsa a Wimbledon, Federer non ha solo perso. Ha sofferto e sta soffrendo, come mai forse gli era capitato. Proprio quando era a un solo punto dalla sua vittoria più bella, quella che avrebbe chiuso ogni discussione sul più grande di sempre. Abbiamo letto distopie dove l’ultima palla steccata dal Re ricade nel campo di Novak Djokovic che sbaglia, e la partita continua fino alla sua vittoria. Abbiamo visto comparazioni dell’ultimo match point della finale di domenica con quello della vittoria del 2012 contro Andy Murray, simili ma non uguali, quasi che l’immagine affiancata della sua gioia di sette anni fa, potesse evocare quel che doveva essere. Non c’è neppure una spiegazione tecnica o un senso compiuto a cui aggrapparsi, se non riconoscere la natura umana di quello che è invece considerato un Dio, ma è anche il giocatore che ha perso più partite con match point a disposizione, ben ventiquattro. Uno di noi, con le sue paure, e non una divinità lontana. Ma questo non addolcisce la sensazione di ingiustizia. Ce l’aveva fatta, era il giorno dei buoni, toccava a lui. «I due match point di Federer». Allora torniamo indietro. A sorpresa l’ago della bilancia del quinto set pende verso di lui. Djokovic non gioca bene. Resiste, tutto qui. Lo obbliga a giocare ogni volta due colpi in più. Ma subisce. E subisce anche il break. 8-7. Alle 19.24, ora italiana, Federer serve per il match. Con due aces centrali sale 40-15. Eccoci. Non c’è mai stata una posta in gioco più alta nella storia di questo sport. Non è solo Wimbledon. È la chiusura del cerchio. Roger, Rafa, il neoclassicismo e la sua nemesi sotto forma di pura forza di volontà. E poi Novak Djokovic, il dio minore, quello che è arrivato dopo, e insidia una storia d’amore che si vorrebbe infinita. I tre più grandi, tutti nella stessa epoca. Federer non ha mai vinto uno Slam battendo quei due. Nadal lo ha fatto al Roland Garros quando Djokovic era ancora bambino, non vale. Djokovic nell’ormai lontano Us Open del 2011, il suo primo anno di grazia. Il valore simbolico di quell’ultimo punto è spaventoso. I tifosi di tutto il mondo pregano. «Ancora una volta». Sanno che se fa quel punto non ci sarà più nulla da chiedere, tutto questo amore sarà appagato. Federer tira una prima esterna. Djokovic risponde profondo. Lo svizzero non ha altra scelta, cerca il vincente di contro balzo. Fuori. II cordoglio collettivo si concentra sul secondo match point. Federer va a rete subito, quasi a liberarsi, a finirla una volta per tutte, dai che sbaglia, la metterà fuori. Invece è dentro. Ha lottato per altri quaranta minuti. Ma sembra che tutto sia finito in quel momento. Quando finisce davvero, la Bbc conclude la sua cronaca in diretta senza una parola sul vincitore. «Due match point. Sul suo servizio. Potrebbe non avere mai più un’occasione del genere». Lo pensano tutti, e per chi lo ama è un pensiero intollerabile. […]

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Per Travaglia finisce il sogno (Benvenuti)

La rassegna stampa del 20 luglio

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Per Travaglia finisce il sogno (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Si spegne dopo 2 ore e 23 minuti di confronto il sogno di Stefano Travaglia di approdare alle semifinali del Playa Laguna Croatia Open Umag (Atp 250). Condizionato da un fastidio al gomito sinistro, il marchigiano è stato costretto a cedere alla distanza sotto i colpi dell’ungherese Attila Balazs. Eccellente il set iniziale, chiuso dopo 40′ per 6-3: dopo un immediato break e controbreak, gli equilibri erano stati spezzati dal servizio strappato al magiaro nel corso dell’ottavo game per un 5-3 completato dal successivo servizio, blindato senza concedere alcun punto. Più equilibrato il secondo set: Travaglia non riesce a sfruttare il break ottenuto nel primo gioco, facendosi riagganciare sul 2-2 e andando infine a un tie-break nel corso del quale Balazs è stato assai più efficace (2-7). Nel terzo set Travaglia manca due volte la ghiotta opportunità per strappare il servizio all’avversario proveniente dalle qualificazioni che approfitta per allungare sul 2-1 con un break. Poi, dopo il time concesso per l’intervento del fisioterapista, controlla con puntiglio fino alla chiusura al primo match point. «Ho preso delle scelte sbagliate e ho giocato male, pur avendo dato il massimo – il commento a caldo di Travaglia -. Non ho nulla da recriminare, neppure per il problema al gomito. Mi servirà di lezione per evitare di compiere gli stessi errori in futuro. Credo fermamente in quello che sto facendo con il team». SEMIFINALE A BUCAREST PER LA DI GIUSEPPE Con un drop-shot il sogno diventa realtà Martina Di Giuseppe si ritrova per la prima volta in una semifinale Wta. Sulla terra di Bucarest, in Romania, la 28enne romana, n.211 del mondo promossa dalle qualificazioni, sconfigge per 6-4 6-4 la ceca Krejcikova,132 Wta.

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Addio a Merlo, l’inventore del rovescio a due mani (Scanagatta, Clerici, Crivelli)

La rassegna stampa di giovedì 18 luglio 2019

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Addio a Merlo, inventò il rovescio a due mani (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

L’ho conosciuto e ammirato fin da bambino. Se avessimo avuto, in tempi recenti, un tennista capace di conquistare due semifinali consecutive al Roland Garros (1955-56), di raggiungere due finali agli Internazionali d’Italia (1955-57), e di battere — come ebbe orgogliosamente a ricordarmi anni addietro — 6 vincitori di Wimbledon (Jroslav Drobny, Vic Seixas, Roy Emerson, che di Slam ne ha vinti 12, Neale Fraser, Budge Patty e Chuck McKinley) beh oggi non ci sarebbe chi non lo ricorderebbe come uno dei più grandi tennisti italiani di sempre. Non sarà così solo perché Beppe Merlo, figlio del custode del tennis Merano dove era nato l’11 ottobre 1927 – è mancato ieri a 91 anni a Milano – quei risultati li ha ottenuti soprattutto a metà degli anni ’50, anche se la sua carriera è stata così lunga che — prima categoria già a 21 anni — 25 anni dopo giocava ancora i campionati italiani assoluti, da lui vinti 4 volte battendo in momenti diversi, Nicola Pietrangeli, Fausto Gardini e Orlando Sirola i nostri «moschettieri» dell’epoca, capaci di conquistare assieme a lui le prime finali di Coppa Davis azzurre, gli storici Challenge Round del 1960 e 1961. Per la nostra Davis aveva giocato 35 singolari vincendone 25. Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi «Tennis Club»: «Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio». Già, il rovescio a due mani era il suo marchio di fabbrica, uno dei primi al mondo a utilizzarlo. Dal 39 al ’49 l’australiano John Bromwich, mancino che serviva con la destra e giocava il rovescio a due mani, aveva vinto due Slam giocando fra singoli e doppi 35 finali. Avevo 4 anni quando Beppe, amico di mio padre, mi insegnò a tenere la Maxima troppo grande e pesa con due mani per «reggere» il rovescio: «Non fare come me, però! Tu metti la mano destra sotto la sinistra». Già, lui, forse sedotto dalle immagini della leggenda Bromwich che però era mancino, aveva fatto il contrario e così quando doveva tirare il dritto con la mano destra impugnava la racchetta a metà manico, vicino al cuore, perdendo quindi una ventina di cm di allungo. Saltava sulla racchetta incordata di fresco — le incordava lui stesso — per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. «Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti» scherzava. Quando con Merlo, aria compunta, modi mansueti, l’Italia battè nella finale europea la Svezia di Davidson e Bergelin — il futuro coach di Borg — l’Equipe pubblicò una sua foto con una dida: «Non ha servizio, non ha dritto, ma con la risposta vince». La finale persa al Foro Italico con il “vampiro” Gardini che pretese il ritiro per i suoi crampi sul 6 pari al quarto, dopo che Merlo era già stato portato a braccia negli spogliatoi a fine terzo set – allora c’era il riposo – uscendone subissato di fischi, è rimasta storia incredibile. Nicola Pietrangeli, compagno di mille battaglie, lo ricorda così: «Un gran giocatore, buono come il pane. Era un po’ chiuso, molto fortunato a poker, aveva un gran successo con le donne. In tanti hanno pianto dopo averci giocato contro. Non faceva gruppo, ma non era per darsi delle arie. Era molto attento a cosa mangiava, a quanto dormiva. Se noi volevamo riposarci, lui voleva allenarsi. Non un giocherellone, ma davvero una persona buona».

Merlo, l’inventore del rovescio bimane (Gianni Clerici, Repubblica)

 

È morto un mio amico, Beppe Merlo, che perse sommerso dai crampi, dopo aver avuto due match point e mentre era avanti 2 set a 1, la finale degli Internazionali d’Italia 1955 contro Gardini, tennista implacabile che ne invocò il ritiro, sul 6-6 al 4°, mentre Beppe giaceva sul Centrale del Foro Italico […] Inventò, perché i pionieri furono gli australiani Vivian McGrath e John Bromwich, un suo rovescio bimane, mai visto in Europa, del quale ho sempre avuto una mia idea, incontrastata dallo stesso esecutore. Beppe era mancino e, di fronte a un racchettone di 15 once, non poté non reggerlo, a metà manico, con la destra: divenne il suo colpo più importante. Vidi i grandi del tempo attaccare quel suo insolito rovescio, e venirne quasi sempre passati. La battuta era tanto femminea da essere ancor più attaccabile, ma Beppe l’aveva resa difficilissima per il rimbalzo molto basso, svuotato di forza. Giocammo insieme un solo torneo di doppio, e non lo vincemmo per la finale ostacolata dalla pioggia. Lo ricordo non certo per vantarmene, ma perché Beppe mi disse: «Tu copri i 2/5 di campo a destra, io mi occuperò dei 3/5 a sinistra, con il rovescio». Beppe fu anche noto come malato immaginario. Aveva sempre con sé una valigetta piena zeppa di medicine, soprattutto contro i crampi, dei quali, corridore instancabile, era spesso vittima. Incapace di abbandonare il gioco, era abituale spettatore dei tornei, e chiedeva a tutti come mai la federazione non gli avesse riservato il ruolo di allenatore che avrebbe meritato. Credo sia morto con un simile dubbio nel cuore, povero Beppe.

Addio al rivoluzionario. Con il suo rovescio ha anticipato il futuro (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

A due mani nella storia. Siamo ormai cosi tanto abituati al rovescio bimane nel tennis da non immaginare quanto potesse essere rivoluzionaria quell’impugnatura negli anni 40 e 50, quando i gesti bianchi delle origini dettavano ancora lo stile. Ebbene: un trentennio prima di Connors e di Borg, gli sdoganatori ufficiali del colpo, da cui sono poi discesi milioni di adepti, fu un italiano a travolgere la tradizione e a giocare il rovescio in quel modo. Era Beppe Merlo, uno dei nostri giocatori più grandi e più amati, morto ieri mattina a 91 anni […] A partire dal modo di tenere la racchetta, fino alla scelta eversiva, raccontata in un’intervista alla Gazzetta di qualche anno fa: «Ero piccolo, magro, senza tante forze. La racchetta era troppo pesante, dovevo impugnarla a metà manico. Il rovescio a una mano sola non mi riusciva, con due sì. All’inizio sembravo ridicolo, ma era l’unica maniera in cui potessi essere competitivo. C’erano già altri due o tre giocatori che lo facevano, ma io sono stato il primo in Europa». Con un’impugnatura certamente non ortodossa, perché la mano sinistra era sotto la destra e non viceversa, come invece succede oggi […] Nel 1951, spendendo tre milioni, praticamente tutto il budget federale, la Fit lo manda in California per due settimane ad allenarsi coni più grandi dell’epoca: Budge, Sedgman, Gonzales e Segura. Due giorni prima di rientrare, viene invitato nella villa di Charlie Chaplin: il grande attore non c’è, ma lui può giocare contro Tilden, allora sessantenne, e lo batte 6-1. Gli anni successivi lo portano in vetta alle classifiche mondiali, allora stilate da giornalisti specializzati. Nel 1955 perde la finale di Roma contro Gardini, ritirandosi sul 6-6 del quarto set per crampi dopo aver avuto tre match point, e qualche settimana dopo, al Roland Garros, batte ai quarti Seixas, allora numero due del mondo, prima di perdere in semifinale con Davidson, che aveva battuto al Foro. Nel 1956, sempre nei quarti di Parigi, sull’8-8 del quinto contro il francese Remy, cede un punto chiamato a suo favore e perde il game, ma vincerà la partita 11-9 tra il tripudio della folla che fin lì lo aveva massacrato con il tifo contro. Nel 1957 è ancora in finale a Roma, da favorito, ma perde contro Pietrangeli, mentre sul Guerin Sportivo, per il fisico non certo erculeo, lo chiamano «il gracile dongiovanni della racchetta». Si ritira nel 1969, ma fino agli anni 80 insegna tennis in giro per il mondo. Nel 1973, quando già lavora in banca, palleggia al Caesar’s Palace di Las Vegas con Borg: quattro mani, una sola leggenda.

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