Rafa Power, programmato per rivincere. Sonego e la magia del Roland Garros (Crivelli). Su questa terra ci vuole un bel carattere (Cocchi)

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Rafa Power, programmato per rivincere. Sonego e la magia del Roland Garros (Crivelli). Su questa terra ci vuole un bel carattere (Cocchi)

La rassegna stampa del 25 maggio 2019

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Rafa Power, programmato per rivincere (Riccardo Crivelli, Sport Week)

«Il più parigino dei maiorchini». Lo presentò così, nel 2017, Anne Hidalgo, sindaco della Ville Lumière, quando in una cerimonia solenne in Municipio gli conferì la più alta onorificenza cittadina e la cittadinanza onoraria. Nessuno, del resto, l’avrebbe meritata di più di Rafael Nadal. che a Parigi ha costruito gran parte della sua leggenda. Ci sono giocatori che inseguono uno Slam tutta la vita, e poi c’è lui, che da domani si presenta nel tempio della terra rossa a caccia del 12° trionfo. Avete letto bene: 12. ll satanasso di Manacor ha trasformato i campi del Bois de Boulogne nel personale giardino di casa, il parco giochi da cui cambiare la storia e involarsi verso l’immortalità. Nella classifica dei plurivincitori di Slam, solo con gli 11 sorrisi parigini, sarebbe al sesto posto assoluto, solo che poi ci ha aggiunto almeno una perla anche negli altri tre, arrivando a 17, secondo dietro Federer. Un cammino cominciato nel 2005 battendo in finale Mariano Puerta e poi scandito di anno in anno con la precisione di cavaliere invincibile, con appena tre eccezioni: il 2009, quando venne sconfitto negli ottavi da Soderling: il 2015, quando perse nei quarti con Djokovic e il 2016, quando si ritirò prima del terzo turno per un problema al polso. Uno, due, poi il sesto trionfo nel 2011 che lo portò a eguagliare Borg e già sembrava un’impresa fuori dall’ordinario, e poi ancora la cancellazione dello svedese dall’albo dei record nel 2012 e poi ancora e ancora, una macchina inarrestabile. Sul campo, l’hanno battuto in due, a fronte di 86 vittorie. Un primato che rischia seriamente di essere migliorato nelle prossime due settimane: dopo un inizio balbettante nella stagione europea sul rosso, il fresco successo a Roma lo riporta allo Slam francese nel ruolo di sempre. Quello di primissimo favorito. Rafa, che cosa significa arrivare all’appuntamento con lo Slam preferito dopo un’altra grande vittoria a Roma? “Sapete che non guardo mai al futuro, ma al presente: significa molto semplicemente che sono tornato a giocare bene, recuperando un livello agonistico che mi permette di essere molto competitivo. A Parigi penserò dal momento in cui metterò piede in campo per il primo punto. Ho vinto a Roma e sono felice perché è un torneo speciale, io provo a fare del mio meglio a ogni appuntamento. Ma non è garantito che un successo la settimana prima ti porti a vincere uno Slam in quella successiva». Perché questo rapporto cosi intenso con Parigi? «Parigi é un luogo magico. La finale è la partita più importante al mondo sulla terra battuta. Posso dire di aver vissuto sempre esperienze eccezionali su quei campi, fin da quando ero ancora un teenager, tranne che in un paio di occasioni. Ho un rapporto speciale con la terra rossa, perché nel corso del tempo sono stato capace di adattarmi molto bene». Però l’etichetta di giocatore eccezionale in particolare sul rosso le sta un po’ stretta. «Mi gratifica pensare di aver ottenuto risultati eccezionali sulla terra, è un dato di fatto. Ma credetemi, non era cosi automatico come si potrebbe pensare per un giocatore nato in Spagna: come tennista il rosso non è stata la mia unica superficie da bambino e poi da ragazzo, perché mi sono allenato molto anche sul cemento». Quando si sveglia al mattino prima di una partita, il feeling è diverso se sa di dover giocare a Parigi? «Direi di no, sono consapevole che una partita è una partita in tutti i posti del mondo. Ciò che mi dà soddisfazione è che dopo tanti anni riesco ancora ad alzarmi dal letto con la passione che avevo da bambino, cercando sempre la motivazione per ottenere il meglio da me stesso. Poi non posso nascondere che per le condizioni ideali che ho sempre trovato a Parigi, spesso sono consapevole di poter trarre dal mio gioco qualcosa di più». A proposito di condizioni: quest’anno si inaugura il nuovo Centrale. Pensi che possa cambiare il tuo approccio ai match? «Non particolarmente. Ho visto le fotografie, mi sembra un campo bellissimo. Forse cambieranno un po’ le dimensioni, si modificheranno i riferimenti maturati in anni e anni di partite in un contesto sempre uguale, ma questo varrà per tutti. Quindi il vento, il meteo, il calore del pubblico rimarranno gli stessi. Semmai qualche mutamento ci potrà essere dall’anno prossimo, quando arriverà il tetto». A Roma è saltata la possibile sfida con Federer in semifinale, però lo ritroverà tra i protagonisti di Parigi dopo tre anni. «Credo sia stata e sia una rivalità positiva che resterà nella storia del tennis. Tra noi c’è sempre stato fair play. Giocare contro Federer mi ha sempre dato una sensazione particolare, positiva. È senza dubbio uno scontro tra due stili di gioco. Però anche le partite con Djokovic fanno parte di qualcosa che resterà per sempre nel tennis: la finale di Roma ha dimostrato che con lui non puoi mai abbassare la concentrazione. E quando affronti un avversario per 54 volte, come è successo a me e Novak, chiaramente sei di fronte a una rivalità memorabile. Ma Parigi è uno Slam, un torneo lungo. Non saremo solo noi tre i protagonisti: penso anche a Thiem e perche no, a Fognini». La terra à la superficie che chiede di più al fisico e dove le partite hanno una durata media superiore. Una ragione per appoggiare il tentativo dell’Atp di cambiare le regole per velocizzare il gioco? »Non vorrei che si pensasse troppo allo show perdendo di vista l’essenza del tennis. Io credo che lo spettacolo ne possa risentire negativamente». Davvero lei pensa che qualcuno, in futuro, potrà vincere 11 volte a Parigi come è successo a lei? »Ammetto che si tratta di un’impresa fuori dall’ordinario, certamente non è normale che lo stesso giocatore vinca così tante volte uno Slam. Eppure proprio perché ce l’ho fatta io, che sono una persona normale, chiunque giochi a tennis con ambizione e con degli obiettivi non deve precludersi il sogno di realizzare questo sogno, come è successo a me». Perché Rafael Nadal dopo un infortunio riesce sempre a tornare in campo più forte di prima? «Credetemi, non è così semplice. Anch’io ho avuto i miei momenti di frustrazione. Però nella mia vita sono stato comunque fortunato, ho avuto una carriera di gran lunga migliore di quello che avrei sognato, sono felice di ciò che ho raccolto finora. Certo, ammetto di essere competitivo e amo stare in campo, voglio giocare tutte le settimane vincere. E comunque non mi spaventa l’idea che un giorno dovrò smettere. Il tennis è importantissimo ma non è tutto. Ci sono tante altre cose che mi rendono realizzato come uomo, a casa e nel mondo. Ho la mia Accademia e la Fondazione». Ma non aveva detto che una volta smesso con il tennis sarebbe diventato presidente del suo amato Real Madrid? Io non ho mai detto di voler diventare presidente del Real (ride, ndr), ho semplicemente risposto a una domanda in merito. E se mi chiedono se mi piacerebbe quel ruolo, la risposta non può che essere positiva, non credete? In ogni caso il Real ha un grandissimo presidente che sa cosa fare per garantire al club un presente e un futuro radiosi».

Su questa terra ci vuole un bel carattere (Federica Cocchi, Sport Week)

 

La gioia più grande resta l’Australian Open in doppio conquistato nel 2015 in coppia con Simone Bolelli, compagno e amico. Fabio Fognini quest’anno arriva al Roland Garros con una carica diversa, la sicurezza di un uomo e di un tennista maturo che ha messo in bacheca il trofeo più importante della carriera. Dopo il Masters 1000 di Monte Carlo, il torneo che aveva sempre sognato di conquistare, Fognini può finalmente guardare allo Slam con occhio diverso. Migliorando il rapporto, non sempre idilliaco, con i tornei maggiori. Il migliore risultato sono i quarti di Parigi del 2011, una vita fa, un ricordo che ancora brucia. Dopo aver lottato e sofferto cinque set contro Albert Montañés agli ottavi. Fabio, allora numero 49 al mondo era riuscito a portare a casa l’incontro dopo quattro ore mezza. Il premio sarebbero stati i quarti di finale contro Novak Djokovic ma il ligure, infortunato alla coscia, aveva dovuto rinunciare: «È stata una decisione difficile da prendere, ma i medici mi avevano detto che sarebbe stato pericoloso giocare. A malincuore ho fatto la scelta giusta», ricorda il marito di Flavia Pennetta. Anche a Roma, arrivato sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria nel Principato è stato penalizzato dalla coscia, infortunata leggermente durante la finale contro Lajovic. Agli Internazionali, complice una giornata di pioggia che non ha permesso di giocare. Fognini è uscito per mano di uno Tsitsipas in forma 1000 dopo aver giocato, come tutti, due match in un solo giorno. Ne è seguito uno dei suoi classici sfoghi per cosi dire “sopra le righe”, contro il direttore del torneo Sergio Palmieri al quale, il giorno seguente, ha pubblicamente chiesto scusa. Perdonato e pronto a voltare pagina. Fabio, dopo aver festeggiato il secondo compleanno del piccolo Federico, e subito dopo il suo, è tornato a prepararsi per inseguire un traguardo che nemmeno ha il coraggio di nominare, tanto è importante e delicato: «Ho un obiettivo, ma meglio non dirlo. È difficile, è un sogno che rimane nel cassetto, un cassetto che si apre e si chiude da solo. Per adesso è un sogno che rimane lì. Cercheremo di aprire quel cassetto e fare avverare quel bel desiderio, ma è molto difficile, bisogna rimanere con i piedi per terra». E a lui la terra piace tanto. Ci è cresciuto su quel rosso. In famiglia c’è già chi ha vinto uno Slam in singolare. Flavia Pennetta, regina di New York 2015 e moglie di Fabio, negli ultimi tempi è stata vicino a lui anche in campo, affiancando Corrado Barazzutti e Franco Davin: «Prima di Monte Carlo mi hanno ammazzato di allenamenti – ha raccontato il numero 11 al mondo -. Flavia sa cosa vuol dire vincere uno Slam e io spero di arrivarci. È il sogno di qualsiasi giocatore: se conquisti un grande torneo, il passo successivo è quello. Però devo essere realista. C’è ancora tanta strada ed è molto difficile». È vero, oltre alle capacità tecniche di cui Fognini è indubbiamente in possesso, per il trionfo dei sogni devono allinearsi una serie di “pianeti” favorevoli: «Bisogna avere fortuna, bisogna essere bravi a sfruttare le opportunità. È una serie di circostanze, un mix di cose. L’unica certezza è che ti cambia la vita». Fabio nei quattro tornei maggiori non è mai arrivato oltre i quarti di quel 2011 a Parigi, nemmeno nei periodi migliori. E a volte, come a New York 2017, più che la sua prestazione è stato uno dei suoi momenti di “delirio” a fare notizia. Nel secondo turno di Flushing Meadows di due anni fa, nel derby azzurro con Travaglia, Fabio aveva perso la testa contro l’arbitro Louise Engzell insultandola pesantemente. Una scena che, complici i social media, ha fatto subito il giro del mondo costringendo la direzione del torneo a multare e sospendere l’azzurro. Poco dopo Fabio si è scusato, sempre via social, con la signora e con i suoi tifosi: «Vorrei innanzitutto chiedere scusa a voi tifosi e all’arbitro per quanto accaduto». aveva scritto Fabio: «È semplicemente stata una giornata molto negativa, ma ciò non perdona il comportamento avuto nel match. Nonostante io sia una testa calda e pur avendo secondo me avuto ragione nel più delle circostanze, ho sbagliato. Che poi in fin dei conti è solo una partita di tennis». Dopo di allora, Fabio ha limitato le sue uscite fuori dal seminato, e lo scorso anno ha conquistato tre titoli Atp risalendo il ranking. L’inizio del 2019 invece è stato, fino a Monte Carlo, di segno completamente opposto. Problemi fisici, risultati che faticavano ad arrivare: «Prima di Monte Carlo ammetto di aver toccato il fondo. Fino all’Australia penso di aver giocato anche piuttosto bene, ma gli ultimi due mesi sono stati veramente difficili. In allenamento sentivo buone sensazioni, poi in partita non mi riusciva proprio nulla. Così mi innervosivo, spaccavo racchette ed ero furibondo. Avevo smarrito la voglia di lottare». Ora tutto va bene, dopo aver raggiunto il best ranking e aver centrato il primo 1000 della carriera si può tirare fuori quel sogno dal cassetto: «La verità? Penso che tutti i tornei sulla terra europea abbiano un solo favorito, cioè Nadal. Ma il sogno non si spegnerà mai».

Sonego e la magia del Roland Garros (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Parigi o cara. E passando dalla porta principale. Eliminato al secondo turno delle qualificazioni un anno fa, stavolta Lorenzo Sonego si è guadagnato per classifica (attualmente è numero 73 dopo essere arrivato al best ranking di 66) l’ingresso in tabellone al Roland Garros. E che debutto: gli toccherà subito Sua Maestà Federer. Completa così lo Slam personale, almeno per le partecipazioni, visto che il torneo francese era l’unico che non aveva mai giocato. Fare esperienza Un’altra tappa dell’imperioso percorso di crescita dell’allievo di coach Gipo Arbino, che a fine gennaio era 113 Atp e poi ad aprile si è regalato due quarti di finale, a Marrakech e soprattutto al Masters 1000 di Montecarlo, confermando che il suo unico limite potrà essere il cielo. Il tennista visto nel Principato, tra l’altro, sui campi del Bois de Boulogne non sarà una comparsa destinata a un rapido saluto, nonostante preferisca tenere un profilo sotto traccia: «Devo ancora imparare tutto, un appuntamento come il Roland Garros serve per fare esperienza, per accumulare conoscenze che mi permettano di rimanere in alto. Al torneo chiedo di confermare il livello di tennis che ho espresso per tutta la primavera e magari migliorarlo». Certo, la terra non sembrerebbe la superficie d’elezione per l’ex attaccante delle giovanili del Toro (ha scelto definitivamente il tennis a 13 anni), in possesso di uno stile aggressivo ancorato a un servizio micidiale sopra i 200 all’ora e a un dritto esplosivo: «In realtà da ragazzino ero un pallettaro, perché il mio fisico esile non mi consentiva di spingere troppo la palla, e sulla terra mi trovo comunque bene perché mi permette di giocare tante rotazioni diverse. Ma se devo scegliere uno Slam dei sogni, forse dico Wimbledon per l’atmosfera». Restare umile A 24 anni, un’età che di solito ha già coniugato la carriera con il successo, Sonego è pronto a consolidarsi tra i top player: «Ognuno matura con i suoi tempi, adesso comincio a rendermi conto che giocare contro i più forti del mondo non è più così incredibile. Sono più costante, ma resto con i piedi per terra». L’umiltà è un tratto di famiglia, con i genitori che non gli hanno mai messo pressione: «Sono il mio rifugio, non si sono mai intromessi. E poi c’è Gipo (coach Arbino, ndr) che per me è un secondo padre e non lo lascerò mai: preferirei essere numero 20 con lui che numero uno con un altro allenatore». I grandi risultati del tennis maschile azzurro di questo ultimo anno rappresentano indubbiamente un’altra spinta verso il vertice: «Sono contento quando vincono gli altri italiani, l’invidia non mi appartiene. E di alcuni di loro, come Berrettini, sono anche molto amico. Certamente le vittorie reciproche sono uno sprone per tutti». Lorenzo non ha la fidanzata («E difficile gestire i rapporti con una vita come la nostra, sono sempre in giro e lontano da casa») e il rapporto con il denaro è da ragazzo con la testa sulle spalle: «Ho ancora la mia prima auto, una Polo, e i soldi che guadagno servono per migliorare il mio team. Vediamo che succederà a fine carriera». Con semplicità verso il paradiso.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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