Colpo Martic: il Roland Garros perde Pliskova e Osaka rimane in vetta

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Colpo Martic: il Roland Garros perde Pliskova e Osaka rimane in vetta

Karolina gioca un brutto match, disorientata dalle variazioni della croata e saluta anzitempo Parigi e le ambizioni di tornare al numero uno del ranking

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Petra Martic - Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

[31] P. Martic b. [2] Ka. Pliskova 6-3 6-3

Al termine del primo incontro sul Philippe Chatrier, abbiamo già quella che probabilmente è la sorpresa di giornataKarolina Pliskova, testa di serie numero due e tra le favorite per la vittoria finale, abbandona il Roland Garros e le chance di tornare numero uno del mondo. Osaka è ora dunque certa di rimanere in vetta alla classifica, dato che tutte le pretendenti al trono sono già uscite di scena.

Davvero una brutta prestazione per Pliskova contro Petra Martic, anche se bisogna dare la maggior parte del merito alla croata, che ha giocato un match praticamente perfetto dal punto di vista tattico e ha impedito alla ceca di fare la partita che voleva. “Ma non ho giocato il mio tennis migliore, credo di aver giocato meglio nel turno precedente, ma chiaramente dipende anche dall’avversaria che hai di fronte”, ha dichiarato Petra in conferenza stampa. “Speri di raggiungerlo nei prossimi turni?” le ha chiesto in croato il nostro inviato a Parigi, Ilvio Vidovich: “Sì, certo, lo spero proprio, sarebbe bello” (sorridendo, ndr).

 
Petra Matric sullo schermo del campo n.1 (foto Roberto Dell’OIivo)

Nel primo set Martic fa tutto alla perfezione, mentre Pliskova fatica a trovare ritmo e precisione (“Il campo era lento, ed ero costretta a giocare sempre un colpo in più. Ma è stata molto brava lei, ha meritato“). Certamente la croata non l’aiuta, cercando sistematicamente variazioni nel peso di palla e nelle rotazioni. Decisiva si rivela essere anche la smorzata, quasi sempre ben giocata da Martic. Pliskova si ritrova a fare i conti con un rovescio oggi poco stabile e con un dritto disinnescato dagli slice bassissimi di Martic, che le impediscono di appoggiarsi e spingere a tutta velocità col colpo piatto. Anche il servizio non è particolarmente incisivo in questo avvio di match (solo il 33% di punti vinti sulla seconda) e così si spiegano i due break subiti che decidono il set. 6-3 dopo quaranta minuti. 

Il secondo parziale inizia in maniera piuttosto caotica: Martic si porta sul 2-0, ma esagera con le palle corte che le vengono ora tutte piuttosto alte (la scelta di giocarle tutte sul dritto di Pliskova si rivela poi piuttosto deleteria). La ceca rientra e addirittura sorpassa l’avversaria grazie ad un secondo break, ma non riesce a dare corpo alla fuga e si fa raggiungere sul 3-3. Martic ora ha ricominciato a trovare un po’ d’ordine negli schemi (“Sono molto soddisfatta di come ho gestito il match dal punto di vista mentale. Soprattutto quando si è complicato all’inizio del secondo set, è stato molto importante”) e torna a spandere fosforo in lungo e in largo, costringendo Pliskova ad imparare a memoria ogni granello di polvere di mattone dello Chatrier.

Senza punti di riferimento e costretta a colpire spesso fuori equilibrio, Pliskova si irrigidisce sempre più e torna a cedere la battuta per la terza volta nel parziale (la quinta nel match). Sotto 5-3 e servizio Martic, torna a colpire a braccio sciolto e si procura tre palle break, che però sfilano via una dopo l’altra. A questo punto Martic riprende le redini del match e chiude con l’ace dopo un’ora e venticinque minuti.

IL TABELLONE FEMMINILE COMPLETO

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I nove snodi verso Londra di Matteo Berrettini (seconda parte)

La folle corsa sui prati e l’abbacinante visione di Federer, la semifinale di New York e il cambio di dimensione. Fino all’incontro di oggi. Con Djokovic. Alle Finals

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

La prima parte

Le ultime cinque tappe verso Londra, il cambiamento di ogni prospettiva. Le semi di New York, Shanghai e Vienna. Da Monfils a Monfils, con la benedizione del giovane Shapovalov

5 – Lo status

 

Il secondo titolo da riporre in bacheca all’Open d’Ungheria e un’altra finale persa di un’incollatura, come direbbe un radiocronista capace di fare il suo mestiere; una sequenza di risultati a cui il tennis del circondario non era abituato e l’ascesa nei pressi dei primi trenta. Il Foro Italico, casa che più casa non si può, affrontato e affrontato bene con gli occhi di moltissimi puntati addosso, poiché la sua carriera – con le temibile aspettative che ne sono collegate – si è ormai elevata di più toni. Arriva la prima vittoria su un top ten, nello specifico Sascha Zverev in quel momento numero cinque del mondo, e il primo Major affrontato da testa di serie, al Roland Garros. Non una grande avventura, a Parigi, ma allo status occorre abituarsi.

6 – Il decollo

Matteo si rivela erbivoro. Bella scoperta, direte voi: il combinato disposto di servizio e dritto, utile a chiudere gli scambi presto, più lo slice di rovescio, reso affidabile col duro lavoro per difendere il lato sinistro, ne fanno per forza un giocatore da verde. Sarà, ma Berrettini prima della campagna 2019, a livello di tour maggiore, sull’erba aveva vinto una partita sola, nel primo turno di Wimbledon 2018 contro Jack Sock, cui si era aggiunta quella centrata in India nel febbraio di Davis. A Stoccarda arriva il terzo titolo, ad Halle una semifinale: in molti, a Church Road, lo eviterebbero volentieri. Le attese sono alte, ma il gran torneo disputato le rispetta, sebbene la coda dell’esperienza porti con sé anche alcuni aspetti traumatici. Il Nostro supera un terzo turno da brividi con il Peque Schwartzman annullando tre match point, e si merita di sfidare Roger Federer in ottavi. Il risveglio dal sogno è di quelli bruschi: il Re, così lo chiamano, sul Centrale ha giocato ottantotto partite; Berrettini invece è all’esordio e raccoglie cinque giochi pietrificato dalla tensione. Matteo tesaurizza, come d’abitudine: “Una sconfitta che mi servirà“.

7 – Il riposo dei giusti

Un risultato notevole, mi si perdoni l’eufemismo, che rischiava di finire nel dimenticatoio, non tanto del pubblico, ma dello stesso Berrettini, il che è molto peggio, a causa del brusco finale avuto in sorte. Si riprenderà? Certo. L’aiuto, anche se sul momento l’afflizione sembra un’ulteriore condanna, arriva dalla caviglia destra, che si guasta e sostanzialmente gli inibisce la partecipazione allo swing sul cemento nordamericano. Fatto quanto mai opportuno, poiché il Nostro si allontana dalla centrifuga Federer: la chance di rivivere i sentimenti positivi dell’esperienza britannica, ora finalmente in tranquillità, lo rigenera.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

8 – L’altro salto

La svolta decisiva, l’ennesima dell’annata a dire la verità, arriva a New York. Testa di serie numero 24, Berrettini butta fuori Gasquet, Popyrin, Thompson e Rublev. Il quarto con Monfils, decisivo per l’accesso alle semi, com’è ovvio, si rivelerà cruciale per qualcosa di ancora più grande. Il finale di quel match, che dovrebbe essere definito da cardiopalma, rimane uno dei migliori momenti tennistici dell’anno, con il tie-break dirimente al quinto in coda a un set, l’ultimo, in cui Matteo quasi vince e quasi perde nel giro di poche, angoscianti, decine di minuti. Ceduto opponendo un’apprezzata resistenza il penultimo round a Rafa Nadal, Berrettini è in grado di confermare il risultato sia a Shanghai che a Vienna, guadagnando il clamoroso match point per andare a Londra da giocarsi a Parigi Bercy.

9 – Il portafortuna

Nel frattempo gli avversari più prossimi nella corsa alle Finals hanno i loro bei grattacapi: Bautista, l’uomo che aveva inaugurato l’anno di Berrettini, è a lungo il più temibile, ma sul rettilineo d’arrivo inciampa: prima il pivot Opelka a Basilea, poi il furetto De Minaur a Parigi emettono il verdetto negativo. Nishikori, al solito, si ferma per problemi fisici, Wawrinka è partito troppo da lontano e Goffin si spegne presto. Resta Monfils, quello di New York. Matteo avrebbe il proprio destino tra le mani, è già ottavo, ma Tsonga lo sorprende nel secondo turno di Bercy e allora tocca sperare in un aiuto terzo: con una semifinale in Francia, a Londra ci va Gael. La macumba, si fa per dire, il povero Monfils gode della nostra suprema stima, non funziona né con Benoit Paire, né con Radu Albot, che pure scappa avanti di un set e un break. L’ultimo ostacolo per l’istrione parigino e l’ultima speranza per noi ha le sembianze di Denis Shapovalov. Il biondissimo ventenne canadese decide il destino di tutti ma la cosa lo interessa il giusto, e com’è giusto sia pensa solo a sé: Monfils battuto netto e Matteo a Londra, dove oggi incrocia Djokovic, nella prima giornata del meeting tra maestri. A Denis deve una bottiglia di vino, com’è noto, ma ci sarà tempo: adesso c’è ancora tanto tennis a cui pensare.

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I numeri delle ATP Finals: la prima edizione tutta europea. Nadal non perde da luglio

I sei numeri che caratterizzano quest’edizione del ‘Masters’. Gli otto maestri hanno vinto quest’anno 27 tornei, quasi la metà del totale

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Rafa Nadal e Matteo Berrettini alla 02 Arena - ATP Finals 2019 (foto via Instagram, @matberrettini)

0 – i tennisti non europei presenti alla 50esima edizione delle ATP Finals. La tendenza del tennis maschile, estremamente europeizzatosi negli ultimi quindici anni, in questo 2019 si mostra lampante come non mai nel tradizionale torneo di fine stagione, che mai nelle precedenti 49 edizioni si era trovato sprovvisto di interpreti extra-europei. Quanto accadrà a Londra, pur essendo in tal senso un unicum, non sorprende: l’ultimo numero 1 non europeo è stato Andy Roddick – l’undicesimo, tra i precedenti ventidue tennisti sulla vetta del ranking, a non provenire dal Vecchio Continente – che cedette la cima della classifica nel febbraio 2004 a Federer. Inoltre, dalla vittoria di Gaston Gaudio al Roland Garros in quello stesso anno, il solo tennista nato fuori dal vecchio Continente a vincere uno Slam è stato Del Potro con il suo successo agli US Open 2009.

Sempre dal 2004, la Coppa Davis, conquistata sino a metà anni Settanta quasi esclusivamente da Australia e Stati Uniti, solo in due circostanze – nel 2007 dagli USA che colsero a Mosca la vittoria della loro 32esima Insalatiera d’argento e nel 2016 dall’Argentina nella finale di Zagabria – è stata vinta da nazionali non appartenenti al Vecchio Continente. Tendenze che inevitabilmente si manifestano anche in queste ATP Finals, sebbene l’anno scorso fossero addirittura tre (Anderson, Isner e Nishikori) i tennisti non europei a parteciparvi. Probabilmente quella del 2018 è stata però una casualità, almeno dando un’occhiata alle precedenti edizioni: dal 2009 al 2017, con la sole eccezione di 2014 e 2016, quando furono due i giocatori non nati nel Vecchio Continente (in entrambe le occasioni furono curiosamente Nishikori e Raonic), sempre alle Finals avevano giocato sette tennisti europei.

Andando ancora più indietro, dal 2006 al 2008 furono invece due i tennisti “americani” (con la presenza costante di Roddick, al quale fecero compagnia alternandosi nelle tre suddette edizioni Blake, Del Potro e Gonzalez), sino ad arrivare al 2005, data dell’ultima edizione vinta da un giocatore extra europeo. Quell’anno si giocò a Shanghai e vinse Nalbandian, bravo a rimontare due set di svantaggio a Federer e imporsi al tie-break del quinto set al termine di quattro ore e mezza di splendida battaglia, dopo essere stato a due punti dalla sconfitta. Nel corso di quelle Finals, anche in virtù di alcune defezioni nel corso del torneo, furono addirittura in cinque i non europei: oltre a chi poi vinse la manifestazione, giocarono infatti Coria, Gaudio (per diritto di classifica), Puerta e Gonzalez (subentrati come alternate).

1 – il titolo vinto in questo 2019 da Alexander Zverev, quello del piccolo ATP 250 di Ginevra, dove in finale ha annullato due match point per superare Nicolas Jarry. Il vincitore delle ATP Finals 2018 non ha di certo vissuto una gran stagione: unico tra gli otto “finalisti” di Londra ad aver vinto un solo torneo, oltre al Banque Eric Sturdza Geneva Open, come buoni piazzamenti ha centrato due finali – al Masters 1000 di Shanghai e all’ATP 500 di Acapulco – e due semifinali, a Pechino e Amburgo. Purtroppo per lui, ha però rimediato anche ben sette eliminazioni al primo turno, perso otto volte contro tennisti non nella top 50 e confermato la solita idiosincrasia agli Slam, dove ha raggiunto come miglior risultato i quarti al Roland Garros. Il tedesco, tra gli otto tennisti presenti a Londra, è, assieme a Berrettini – che però ne ha vinte altre cinque a livello Challenger, categoria di tornei nella quale lo scorso marzo ha vinto il titolo a Phoenix – anche quello ad aver vinto meno partite: “appena” 42. Alla O2 Arena nel 2018 è stata l’ultima sua esibizione ad alti livelli, quando ha superato prima in semifinale Federer e poi in finale Djokovic: sembrano passati ben più di dodici mesi per i regressi compiuti dal tedesco nel corso di quest’anno. Non resta che vedere se quello di Londra sarà lo scenario che potrà consentirgli di sbloccarsi.

5 – i tennisti ad aver vinto almeno 50 partite nel 2019: Medvedev (59), Djokovic (53), Federer e Nadal (51) e infine Tsitsispas (50). Non è però il russo ad avere la migliore percentuale di successi rispetto alle partite giocate: in questa particolare graduatoria, il primo è Nadal, col suo 89,4% a cui arriva grazie alle sole sei sconfitte subite in stagione (è stato battuto nella finale di Melbourne da Djokovic, da Kyrgios ad Acapulco, da Fognini a Montecarlo e da Thiem a Barcellona, e, infine da Tsitsipas a Madrid e da Federer nella semifinale di Wimbledon). Il maiorchino è in serie positiva aperta di quindici partite, quelle che gli hanno consentito di vincere i titoli al Masters 1000 di Montreal, allo US Open e di raggiungere la semifinale a Bercy, prima del ritiro alla vigilia del match contro Shapovalov.

Lo spagnolo arriva alle Finals incerto sulla stessa partecipazione al torneo di fine anno, a causa del problema agli addominali rimediato nel Masters 1000 indoor parigino: un imprevisto quanto mai malaugurato, visto che a Londra è per lui in gioco anche il quinto anno chiuso da numero 1. Un obiettivo prestigioso, ma non così semplice da raggiungere, nonostante i suoi 640 punti di vantaggio nella Race su Djokovic: nel torneo al quale in otto partecipazioni ha raggiunto due finali e tre semi, deve fare bene per non farsi superare dal serbo che, invece, alle ATP Finals ha vinto il titolo in cinque occasioni e raggiunto altre due finali .

 

27 – i tornei vinti nel 2019 dagli otto protagonisti delle ATP Finals 2019, che hanno così conquistato il 41,5% dei titoli del calendario maschile, il quale prevedeva 65 – tra Slam, Masters 1000, ATP 500 e ATP 250 – competizioni diverse. Alla 02 Arena ci sarà però chi ha quasi monopolizzato la stagione nei suoi eventi più importanti: vedremo scendere in campo chi infatti ha giocato le quattro finali dei Majors (e tra chi è stato protagonista delle otto semifinali mancano solo in tre: Pouille, Bautista Agut e Dimitrov), chi ha vinto i Masters 1000 (ad eccezione di Fognini, vincitore a Montecarlo) e di quest’ultima categoria di nove tornei tra i finalisti non ci saranno solo Isner (a Miami), Lajovic (Montecarlo) e Shapovalov (Bercy). Anche scendendo ulteriormente di categoria si nota che ben sette ATP 500 dei tredici in calendario sono stati vinti da chi giocherà in questi giorni a Londra: ben tre a testa sono stati dominio di Federer (Dubai, Halle e Basilea) e Thiem (Barcellona, Pechino e Vienna), uno di Djokovic (Tokyo).

Novak Djokovic – Bercy 2019 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

56 – la percentuale di Rafael Nadal nei punti vinti/giocati nel 2019. L’attuale numero 1 al mondo, che quest’anno ha conquistato due Slam (ai quali ha aggiunto due Masters 1000, Roma e Montreal, categoria di torneo nella quale a fare il bis di vittorie sono riusciti anche Djokovic e Medvedev) è il migliore tra gli otto che scenderanno in campo alla O2 Arena nel suddetto quoziente. Lo seguono di un solo punto percentuale Roger Federer e Nole Djokovic, accomunati dall’aver vinto il 55% dei punti giocati. Lo svizzero è stato però il più bravo tra gli otto partecipanti alle ATP Finals quando era al servizio, vincendo il 72% dei punti giocati in tale frangente, davanti a Rafa e Nole, appaiati col 70, e Matteo col 69 (il peggiore è Zverev, fermatosi al 65%). Cambiano le cose quando i magnifici otto hanno giocato alla risposta: in questa situazione i meno bravi sono Berrettini (35% di punti vinti nei turni di risposta) e Tsitsipas (36%), mentre nel podio dei migliori troviamo al terzo posto Medvedev (41%), al secondo Djokovic (42%) e al primo Nadal (43%), con Federer e Zverev quarti e appaiati col 39%.

Interessante anche notare il sangue freddo e il killer instict avuto quest’anno da tali campioni nella situazione di punteggio che maggiormente lo richiede, le palle break. Quando si trattava di convertirle, nessuno ha fatto meglio di Nole, che ha trasformato il 49% di queste occasioni a sua disposizione (il serbo è seguito da Nadal col 45% e da Medevdev con il 44%, quarto è Federer, fermo al 41%, mentre ultimo è Tsitsipas con il 36). Chi ha invece salvato con maggiore efficacia le palle break concesse? Il migliore dei presenti quest’anno alle Finals è stato Federer, capace di annullare il 72% di break point fronteggiati. Roger è seguito dal nostro Berrettini (70%) e da Nadal (69%), con Djokovic solo quarto (86%) e Zverev fanalino di coda (59%).

256 – gli ace messi a segno da Rafael Nadal sin qui in questo 2019. Il numero 1 al mondo viaggia a una media di 4,49 a partita giocata, la più bassa tra quelle dei tennisti che scenderanno in campo alla O2 Arena di Londra: un dato che conferma quanto sia sbagliato considerare solo gli ace per valutare l’efficacia del servizio di un tennista. Chi mastica tennis sa che vanno piuttosto osservate le percentuali di punti vinti con la battuta, specie in un tennista come il maiorchino, che con questo fondamentale di inizio gioco cerca di impostare lo scambio per comandarlo e non per forza di portare a casa il punto con un servizio vincente.

Se ad esempio si confronta Nadal con i tre tennisti presenti alle prossime ATP Finals ad aver fatto quest’anno il maggior numero di ace – Zverev (677, corrispondenti a 10,4 a match), Medvedev (653, 8,48 a partita) e Berrettini 563 (8.93 a incontro) – si nota come chi tra questi quattro abbia conservato con la maggior percentuale i turni di servizio sia stato Nadal (ben il 90%), seguito dall’azzurro (88%), dal russo (84%) e dal tedesco (79%). E se Rafa tra tali tennisti considerati è secondo dietro a Zverev nella percentuale di prime in campo (67%, mentre quella del maiorchino è al 65) e risulta ancora secondo nella percentuale di punti vinti con la prima, questa volta dopo Berrettini (76% per Nadal, a differenza di Matteo che vince il 79%), dove il maiorchino fa la differenza è con la seconda di servizio. In questo frangente Nadal vince infatti il 60% dei punti giocati, molto meglio del 54% di Berrettini e Medvedev e, soprattutto, del 44% di Zverev.

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Editoriali del Direttore

Credo che Jannik Sinner sia un fenomeno

MILANO – Per la sua età lo è indiscutibilmente. Dove possa arrivare, però, è un altro argomento. Confronto fra lui e gli enfants prodiges extraterrestri, Federer, Nadal, Djokovic. E con Berrettini. Perché sono ottimista

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Jannik Sinner - ATP Next Gen Finals 2019 (foto via Twitter, @nextgenfinals)

Questo articolo è stato scritto prima delle finale, che poi Sinner avrebbe vinto nettamente contro de Minaur

da Milano, il direttore

L’ho detto chiaramente nel video che potete guardare qui sopra. E lo ripeto qui. Jannik Sinner il suo torneo lo ha già vinto, anche se dovesse perdere stasera da quel Alex de Minaur che non è numero 18 del mondo per caso, non ha vinto tre tornei ATP per caso (Sydney, Atlanta, Zhuhai) – il più giovane tennista ad aver realizzato il tris e uno dei sei giocatori ad aver vinto tre tornei come minimo – non è arrivato in finale a Basilea contro Federer per caso (anche se lì il KO di Zverev e i sorprendenti successi di Opelka che gli ha tolto di mezzo Garin, Goffin e Bautista Agut gli hanno spalancato la strada), non è stato finalista al Next Gen di un anno fa (battuto solo da Tsitsipas) per caso.

Così come non è un caso che l’australiano arrivi in finale senza aver perso neppure un match, vincendo in più occasioni i primi due set e il quarto. Quasi sempre molto nettamente. Anche un anno fa aveva vinto tutti e quattro i match precedenti la finale. Questa sera, se battesse anche Sinner, porterebbe a casa un bottino di 429.000 dollari. Niente male.

Ma un ragazzo di 18 anni e 2 mesi, Jannik Sinner, che entra alle Next Gen dalla porta di servizio, grazie a una wild card, e che non prova alcun imbarazzo ad esibirsi in un catino ribollente di entusiasmo come quello del nuovo Allianz Cloud e batte uno dopo l’altro tre tennisti molto meglio piazzati del suo posto nel ranking (n.95)… e cioè Tiafoe 47 (ed è stato n.29 a febbraio), Kecmanovic 60 (ma era 47 il 9 settembre ed è già stato finalista in un torneo del circuito maggiore ATP, ad Antalya), Ymer 74… beh non può essere un bluff.

È un falso numero 95. È soltanto n.95 perché ha fatto pochi tornei di categoria, dopo avere fatto il primo exploit al torneo challenger di Bergamo. A ricordare e sottolineare oggi che lui è l’unico classe 2001 (16 agosto, quindi appena diciottenne) a figurare nei primi 100 ora come ora può apparire quasi come un understatement, una diminutio rispetto ai suoi meriti. Jannik ha già battuto un top 15 come Monfils (sia pure quel giorno poco volitivo… di fatto poi al secondo duello si è preso la rivincita), ha lottato alla pari in uno Slam con Wawrinka (anche lui più attento al secondo match rispetto al primo), insomma certamente per la sua età Jannik può essere presentato come un fenomeno.

Lo dicono i risultati di questo finale di stagione. La sua classifica reale, in termini di gioco, è già a ridosso dei primi 50. Vedremo nei primi tre mesi del 2020, a Doha dove ha chiesto wild card, all’Australian Open e se riuscirà a entrare in tabellone a Indian Wells e Miami, se mi sbaglio oppure no. Certo dovrà avere anche un po’ di fortuna nei sorteggi, perché se dovesse imbattersi in Djokovic o un altro top-player in tutti i primi tornei allora l’avvicinamento alla top 50 sarà più lento. Ma arrivarci prima dei 19 anni, cioè prima del 16 agosto 2020, sarebbe comunque un grande exploit.

Questa valutazione comporta che diventerà anche lui un top-ten come Berrettini? Calma e gesso. È un altro paio di maniche. È vero che lui ha cinque anni meno di Matteo, ma come mi ha detto ieri sera saggiamente lo stesso Jannik subito dopo aver battuto Kecmanovic (qui alcuni estratti della conferenza stampa), a dispetto di un primo set nel quale per la prima volta aveva avvertito la tensione e aveva commesso parecchi errori: “Ognuno ha un suo percorso. Matteo è stato straordinario quest’anno, ha meritato ampiamente di trovarsi al Masters, è una grandissima impresa e io non posso sapere se riuscirò a fare altrettanto fra cinque anni, fra due, fra dieci… o forse mai”.

Io posso dire, dopo averlo visto da vicino per tre sere, ma anche a Roma e all’US Open dal vivo, e in altre occasioni in tv, che la stoffa del futuro campione c’è tutta. È molto avanti sulla tabella di marcia a suo tempo percorsa dai Berrettini ma anche di tutti i migliori tennisti italiani che io ho visto giocare. Matteo non era una così folgorante promessa alla sua età. Ma nemmeno Adriano, Corrado, Paolo, Tonino, i nostri moschettieri di Davis, anche se dei primi tre si parlava benissimo fin da ragazzini. Ma, appunto, vincevano fra i ragazzini. Ma questo non vorrebbe dire che a questa precocità debbano far seguito necessariamente grandi risultati. È certo vero, d’altro canto, che alcuni giocatori, come il Nadal diciassettenne, il Federer diciannovenne-ventenne, sembravano già garantire un luminoso futuro.

Però, vedete, nel 2013 Kyrgios era il n.1 del mondo junior, mostrava un talento pazzesco, nel 2016 già vinceva quattro tornei – quindi per uno del 1995 era quasi meglio di De Minaur – e sembrava che potesse spaccare il mondo e poi dopo essersi arrampicato al n.13, ha fatto il passo del gambero per via di quel carattere mattoide. Jannik non ha l’eleganza di Federer, né la forza letale del mancino Nadal, assomiglia forse di più a Murray, anche se spinge di più la palla alla Djokovic, ma insomma al giorno d’oggi questi sono decisamente paragoni eccessivamente prematuri. Me ne rendo perfettamente conto. Quei nomi che ho fatto sono i nomi dei “Mostri” del terzo Millennio, quelli che hanno dominato la scena come nessun altro prima di loro. Però non tutti i top 10 degli ultimi 20 anni sono stati extraterrestri come quei quattro.

Quindi siamo legittimamente fiduciosi, ma restiamo con i piedi per terra, per non danneggiare con eccessive aspettative il percorso di Jannik, il quale peraltro, mi sembra per sua fortuna refrattario a subire condizionamenti diversi da quelli che Riccardo Piatti può trasmettergli. Quel che scriviamo noi media non gli farà un baffo. Diversamente da altri giocatori invece assai più influenzabili.

Rispetto a Matteo – con il quale viene più spontaneo fare confronti perché è quello che mi chiede e si chiede ormai sempre più spesso l’appassionato – Jannik parte avvantaggiato, al di là dei già accennati cinque anni di vantaggio anagrafico, perché non palesa veri punti deboli, né tecnicamente né nel fisico. Matteo ha compiuto progressi straordinari nel rovescio quest’anno, nella risposta e nella mobilità. Quelle erano sue carenze che si portava dietro da anni. Ci ha lavorato e lavorato, e ancora lavorato con grande determinazione, con il fido Santopadre. E a furia di seminare ha cominciato a raccogliere. E che raccolti!

Jannik al momento veri e proprio punti deboli sui quali soffermarsi in maniera quasi ossessiva non li mostra. Risponde bene, si muove bene, ha un rovescio stupendo e anche il dritto – un tantino meno spettacolare e tuttavia spesso terrificante – è comunque molto più solido del rovescio di Matteo. Un ragazzo di 18 anni così alto non può non avere vissuto qualche problemino fisico, la schiena, le gambe, però all’Accademia di Piatti sono stati attenti – con Sirola – a farlo crescere fisicamente in modo armonico. Berrettini ha dovuto affrontare diversi stop per problemi fisici, un polso e il braccio, un ginocchio, una caviglia. Dà la sensazione di essere più fragile. E con il metro e 96 inevitabilmente anche meno mobile. Ancora oggi è molto più forte quando riesce a comandare piuttosto che in difesa. Sinner invece sembra non penare particolarmente neppure quando si trova costretto a difendersi.

Matteo oggi è quasi intrattabile quando mette la prima: può servire stabilmente oltre i 200 km orari. Oggi, sia chiaro perché non voglio essere frainteso, il confronto fra i due mi sembra ancora abbastanza improponibile. Stiamo parlando del n.8 del mondo e di un n.95 che sta giocando da numero 60/70 e forse meglio. Era n.551 all’inizio dell’anno! Il balzo di Matteo, da n.54 a n.8, è straordinario, ma quello di Jannik non è da meno. Siamo lì lì, di nuovo considerando l’età.

Jannik, che pure già serve sopra i 210, non ha certamente la stessa potenza e continuità di Matteo nella combinazione servizio-dritto. Però a 18 anni la solidità mentale di Jannik è sorprendente, quasi anomala. E in questi giorni che c’è stata la possibilità di parlarci un po’ più del solito – una ventina fra domande e risposte – ho potuto apprezzare anche la maturità e l’intelligenza del suo ragionare. Intanto a 18 anni è il più giovane finalista delle finali Next Gen ATP Finals, ma questo se testimonia sulla sua indubbia precocità, non è una garanzia di per sé che sia un sicuro campione. Lo è in pectore, avrebbero detto i latini.

Consentitemi di essere molto ottimista dopo averlo visto sparare dritti e rovesci a 128 km orari contro Tiafoe che pure sembrava sovrastarlo sotto il profilo fisico – due spalle che paiono ante d’un armadio – ma che non riusciva a superare i 112 km orari con i suoi colpi. Dopo averlo visto giocare un dritto… “mascherato” in chop (video ripreso dal sito ATP, che potete ammirare qui) spettacolare sul dritto di Kecmanovic, che mi ha ricordato i colpi “fintati” di Panatta. Dopo averlo visto conquistare prima il break decisivo del quarto set con il serbo e poi trasformare il quarto matchpoint sul 3-2 dopo i tre annullati da Kecmanovic con tempestive discese a rete chiuse da perfette volée senza braccino.

“Con Riccardo stiamo lavorando molto sul gioco a rete, sulle volée”. Bene, anzi benissimo che ne sia consapevole. L’altro grande altoatesino, Andreas Seppi, ha ripetuto a se stesso migliaia di volte che avrebbe dovuto venire più spesso a rete, ma poi gli è mancato spesso il coraggio, soprattutto nei momenti chiave di un match. Beh, il giovane Sinner, ha già fatto vedere che il coraggio non gli manca. Non cambierò idea su quel che penso di Jannik, neppure se dovesse perdere con de Minaur, statene certi.

 

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