Roland Garros: Konta, la terraiola che non t'aspetti

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Roland Garros: Konta, la terraiola che non t’aspetti

Johanna Konta supera nettamente Sloane Stephens. Per lei è la terza semifinale Slam

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Johanna Konta - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

[26] J. Konta b. [7] S. Stephens 6-1 6-4 (da Parigi, il nostro inviato)

Per una giocatrice che in quattro precedenti partecipazioni non aveva mai vinto una partita nel tabellone principale del Roland Garros, Johanna Konta ha coompiuto una piccola impresa a raggiungere questa semifinale a Parigi, che va ad aggiungersi alle altre due semifinali già conquistate nei tornei dello Slam a Melbourne nel 2016 e a Wimbledon nel 2017. Certo è stata aiutata da una Sloane Stephens quantomai sotto i suoi livelli standard, incapace di mettere in campo la sua solita grande mobilità e poco esplosiva in battuta, tanto da favorire l’aggressività della britannica alla risposta.

Non deve fare molto Konta per procurarsi il primo allungo della partita: le bastano un diritto lungolinea vincente e un paio di risposte profonde a cogliere Stephens sbilanciata all’uscita dal servizio che arriva subito il break per il 3-1, consolidato immediatamente dopo da un ottimo game di battuta (due ace e due servizi vincenti). È una gara a chi apre prima il campo: appena possibile, le due protagoniste cercano di giocare un colpo molto angolato per buttare l’avversaria fuori dal campo. Il servizio invece non assiste per nulla Stephens, che sulla seconda viene trafitta da due risposte vincenti che propiziano il secondo break, e dopo 32 minuti il primo set va in archivio con un 6-1 in favore di Konta.

 

Stephens sembra decisamente non al meglio, i suoi soliti movimenti da gigantista che scivola sulla terra sono un lontano ricordo ed i suoi servizi sembrano assist per le risposte di Konta. Dopo una serie di sette giochi persi consecutivamente, sullo 0-2 riesce finalmente a tenere la battuta, e si carica con un urlaccio mentre si avvia al cambio di campo. Il suo problema però rimane quello del break di svantaggio già accumulato, perchè Konta alla battuta non concede nulla: nei quattro turni di battuta successivi concede appena un punto (peraltro con un doppio fallo) e in appena 70 minuti di gioco la giocatrice britannica conquista la sua prima semifinale al Roland Garros e riporta la “union jack” nelle semifinali a Parigi per la prima volta da quando ci era riuscita Jo Durie nel 1983.

Questo risultato, qualunque cosa succeda nelle semifinali di giovedì, raddrizza in maniera significativa la stagione di Konta, che prima delle due finali conquistate sulla terra a Rabat e al Foro Italico perse rispettivamente contro Maria Sakkari e Karolina Pliskova, era stata davvero deludente, su quei terreni rapidi sui quali si era costruita il suo best ranking di n.4 raggiunto nel luglio 2017: nei primi tre mesi dell’anno per lei il bilancio era stato di otto vittorie e sei sconfitte, mentre dal 1° aprile in poi il record è di 17-3, con le due finali ricordate in precedenza e l’unica sconfitta prematura arrivata a Madrid contro Simona Halep, dopo che aveva dovuto prendere un volo (Ryanair) semi-notturno da Rabat a Madrid poco dopo la finale per arrivare in tempo a giocare il suo primo turno.

In semifinale affronterà Marketa Vondrousova (1-1 i precedenti, l’ultimo dei quali proprio a Roma poche settimane fa).

Stephens non ha addotto nessuna scusa davanti ai microfoni: “Ha giocato benissimo, quando qualcuno gioca così non c’è molto che si possa fare. Il campo era rapidissimo , c’era molta poca terra, si vedeva la base della superficie, quindi chi serve bene è avvantaggiata nel prendere il comando del gioco”.

Una felicissima Konta ha continuato a ripetere come il suo stato d’animo attuale sia “happy” di fronte alla grande prestazione sfoderata in questo quarto di finale. “Non so se sia la mia migliore partita di sempre, perchè ogni partita è diversa, ogni avversario è diverso, ma ho certamente giocato bene”. Uno deigli artefici della sua rinascita è senza dubbio il suo nuovo allenatore Dimitri Zavialoff, il coach francese che ha già lavorato con Wawrinka e Bacsinszky, con il quale collabora da ottobre: “Mi trovo molto bene con lui – ha sottolineato Konta – mi dà la libertà di giocare nella maniera nella quale mi sento di giocare, senza troppe limitazioni“.

IL TABELLONE FEMMINILE COMPLETO

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Estremi azzurri anche nei numeri: Berrettini al top, le ragazze nei guai

Il best ranking del romano conferma il momento d’oro dei tennisti italiani, che fa da contraltare alle difficoltà del movimento femminile: solo sette match vinti nel 2019 nel circuito maggiore

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Matteo Berrettini - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

3 – le sconfitte rimediate da Alexander Zverev contro tennisti non presenti nella top 100 nelle ultime 52 settimane. Dopo i quarti raggiunti nell’ultimo Roland Garros, il ventiduenne tedesco sembrava in ripresa, ma la scorsa settimana, nel suo esordio a Stoccarda, ha perso contro il 34 enne Dustin Brown, 170 ATP. Quella rimediata contro il connazionale è stata la terza sconfitta contro un giocatore in quella fascia di classifica, dopo quella patita con Gulbis all’ultimo Wimbledon e quella di marzo a Miami, contro Ferrer. Il suo 2019, sebbene sia ancora nella top 10 della Race, grazie ai quarti al Roland Garros, al titolo a Ginevra e alla finale ad Acapulco, è stato molto deludente, anche non dimenticando qualche malanno che lo ha condizionato nella trasferta di marzo sul cemento nord americano.

Nel 2019 ha vinto infatti sinora “appena” 23 partite, lo stesso numero di partite da lui conquistato dopo il Roland Garros nel 2o16, quando ancora doveva esplodere ai massimi livelli nel circuito. Preoccupa per il tedesco che quest’anno in sei incontri contro giocatori nella top 30 ne abbia vinti solo due (Fognini al Roland Garros e De Minaur a Acapulco) su sei complessivi, senza dimenticare il suo bilancio complessivo contro top 50, fermo a sei vittorie e altrettante sconfitte. Nonostante la meravigliosa vittoria alle ATP Finals, che sembrava averlo lanciato nell’Olimpo del tennis, a ben vedere la crisi del tedesco è però nata già lo scorso agosto: successivamente alla vittoria dell’ATP 500 di Washington nei seguenti 19 tornei giocati, solo in sette ha vinto almeno tre partite. 

7 – le vittorie complessive di tenniste italiane nei tabelloni principali del circuito WTA in questi primi sei mesi del 2019. Alle tre di Giorgi, si aggiungono le due di Errani e le uniche di Paolini e Trevisan: un bilancio davvero magro. Contemporaneamente a un momento davvero ottimo del nostro settore maschile – Fognini nella top 10, Berrettini vicino alla top 20, altri cinque giocatori nella top 100 e ulteriori nove tra i primi 200 del mondo – le tenniste italiane, sino a qualche anno fa autrici di momenti indimenticabili vivono una crisi più che profonda. Nessuno pretendeva ci fossero subito giocatrici in grado di ripetere i risultati di Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani, per nominare solo quelle entrate nella top 100.

Le grandi giocatrici capaci di vincere Slam (ma anche le top 20) arrivano piuttosto casualmente e non ha senso esigere che sempre un’azzurra sia una di loro. Ma che un movimento tennistico come quello italiano da più di un anno non abbia una top 150 consolidata se non la sola (ormai lungodegente) Giorgi, tra l’altro caso di tennista venuto fuori nel professionismo in modo del tutto “privato”, è grave. La miglior giocatrice italiana per classifica a non aver compiuto ancora 23 anni è Jessica Pieri (288 WTA), quella a non averne fatti già 21 è Lucia Bronzetti (399 WTA): numeri impietosi, che dicono come qualcosa non abbia funzionato nell’ultimo decennio nel reclutamento e nella formazione di nuove giocatrici. La speranza è che quantomeno chi di dovere se ne sia accorto e abbia preso i giusti provvedimenti per correggere la rotta: la voglia di chiudere un occhio, dovuta alla gratitudine per il passato, non può durare ancora a lungo. 

10 – la striscia aperta di vittorie consecutive di Alison Riske. La classe ’90 statunitense, aveva terminato con appena due set vinti la sua stagione sulla terra, da sempre la superficie più ostica per il suo tennis (in quarantaquattro tornei giocati sul rosso, solo due volte ha raggiunto i quarti e appena in una di esse, nel 2018, si è spinta sino alla finale, nel piccolo International di Norimberga). Ha però iniziato come meglio non avrebbe potuto la stagione sull’erba, superficie sulla quale riesce a esprimersi al meglio (a Wimbledon vanta tre dei sei terzi turni raggiunti negli Slam, sebbene l’unico ottavo sia arrivato agli Us Open, nel 2013).

Quando ancora si giocava il Roland Garros, due settimane fa ha vinto l’ITF da 100.000 dollari di Surbiton, in finale su Rybarikova, mentre la scorsa settimana ha vinto il secondo titolo della carriera a S’Hertogenbosh, interrompendo una serie di sei finali perse, grazie alla vittoria nella finale contro Bertens, ottenuta dopo averle annullato ben cinque match point. Per riuscire a giocarsi il titolo, l’ex 36 WTA, da questa settimana nuovamente nella top 50, aveva prima battuto, non senza soffrire, quattro tenniste racchiuse tra la 50° e la 70° posizione: nell’ordine, Riske ha superato Muchova (6-7 6-3 6-2), Hercog (6-4 7-6), Alexandrova (7-5 6-3) e Kudermetova (6-4 3-6 7-6).

 

14 – le partite vinte negli ultimi 21 tornei giocati da Adrian Mannarino nel circuito maggiore. Con questo misero bottino il francese ha iniziato la parte della stagione che si gioca su erba. L’ex 22 ATP (nel marzo dello scorso anno) viveva un momento difficile iniziato dagli ultimi US Open e testimoniato da ben quattordici eliminazioni al primo turno rimediate negli ultimi dieci mesi. Nel suddetto periodo erano anche arrivate per lui ben otto sconfitte contro tennisti non inclusi nella top 50, di cui ben quattro contro giocatori posizionati oltre la centesima posizione del ranking. La Race post Roland Garros vedeva il 31enne francese fuori dai primi 100 e del resto Adrian aveva raggiunto i quarti in una sola circostanza quest’anno, a Delray Beach.

L’arrivo del periodo della stagione nel quale si gioca sulla sua superficie preferita – sull’erba ha vinto quasi il 60% delle partite giocate nel circuito maggiore e ha raggiunto tre volte gli ottavi a Wimbledon, mentre negli altri Major ha raggiunto appena quattro volte il terzo turno – gli ha dato la forza per fargli trovare la settima finale della carriera, la terza sull’erba. Per riuscirci, Mannarino, dopo aver superato la wild card locale De Bakker (6-2 6-1), ha sconfitto tre giocatori di buonissimo livello come Verdasco (1-6 6-3 6-4), Goffin (era sotto di un set e un break prima di vincere 4-6 7-5 6-3) e Coric (4-6 6-3 7-6).  Nell’atto conclusivo del torneo è poi arrivata la vittoria su Thompson (7-6 6-3), capace di regalargli il primo titolo della carriera, dopo aver vissuto il “fallimento” di ben sei finali. L’erba gli fa bene.

15 – le partite vinte da Caroline Garcia nei dodici tornei a cui aveva partecipato nel 2019, prima di giocare a Nottingham. Un ruolino di marcia davvero misero per colei che appena a settembre scorso era la quarta giocatrice al mondo, e adesso ha perso la top 20. La 25enne francese solo tre settimane fa a Strasburgo aveva vinto per la prima volta quest’anno tre partite consecutive, per poi perdere in finale contro Yastremska. Uno scadimento di forma che non era però terminato con quel buon piazzamento: al Roland Garros Caroline aveva raccolto la settima sconfitta del 2019 contro una tennista non tra le prime 50, perdendo al secondo turno contro Blinkova e deludendo il pubblico di casa per l’ennesima volta (in nove partecipazioni, solo un anno è arrivata ai quarti e un’altro agli ottavi).

Nella sua prima partecipazione al torneo di Nottingham, in una sfortunata edizione – a causa della pioggia sino ai quarti di finale non si è giocato sull’erba, ma solo sui campi indoor in duro – ha vinto il suo settimo titolo (e secondo sui prati, dopo quello di Maiorca nel 2016). Dopo tre turni molto facili contro tenniste nemmeno presenti nella top 200 -nell’ordine, Bains (6-1 6-2), Lumsden (6-3 6-1) e Ruse (4-6 7-6 6-1)- si è presa la rivincita sulla Brady (4-6 6-3 6-3) che l’aveva sconfitta a Indian Wells. In finale ha sconfitto, dopo più di due ore e mezza di battaglia, Vekic (2-6 7-6 7-6), in quello che è stato il secondo miglior successo del 2019, relativamente alla classifica della tennista superata (in Fed Cup aveva sconfitto Mertens, allora 21 WTA). 

433 – la classifica di Matteo Berrettini a inizio 2017. In meno di due anni e mezzo il tennista romano, conscio dei suoi ottimi mezzi tecnici e fisici, ma anche di tutti i miglioramenti da dover ancora compiere per divenire un tennista da primissima fascia, ha scalato più di quattrocento posizioni. Lo ha fatto sfruttando doti non comuni alle nostre latitudini, come la forza d’animo nei momenti difficili, la grande dedizione al lavoro e l’umiltà nell’approcciarsi ai primi complimenti. Matteo è riuscito a migliorarsi passo dopo passo, accettando la gavetta, senza farsi distarre dalle aspettative sempre maggiori che con il passar del tempo ricadevano su du lui. Il 2017, chiuso da 135 ATP, è stato l’anno della prima vittoria di un torneo Challenger (a San Benedetto) e di altre quattro finali nella stessa categoria, piazzamenti impreziositi dalla prima vittoria su un top 100 (Donskoy). Dopo aver iniziato il 2018 con gli esordi nei main draw ATP e Slam, nella primavera dello scorso anno, quando era 22enne, sono arrivati i primi successi nei tornei importanti, in concomitanza dell’accesso nella top 100: la vittoria su Tiafoe a Roma e il terzo turno al Roland Garros hanno certificato che Matteo fosse già pronto per il circuito maggiore.

Lo scorso luglio, vincendo a Gstaad senza perdere un set e non cedendo mai il servizio, conquistava il suo primo torneo a livello ATP, un titolo che gli dava l’abbrivio per chiudere la stagione in prossimità dei primi 50. La prima parte del 2019 non è stata eccezionale: Matteo è arrivato in aprile a Budapest con sei eliminazioni al primo turno sul groppone, molto parzialmente compensate dalla vittoria del Challenger di Irving e dalla semifinale a Sofia. In Ungheria però Berrettini ha cambiato marcia, sino a riuscire a vincere il torneo, superando in finale Krajinovic, dopo aver eliminato tra gli altri Cuevas e Djere. La settimana successiva a quella ungherese ha poi portato a nove la serie di successi consecutivi (eliminando anche tennisti esperti e insidiosi come Kohlshreiber e Bautista Agut) prima di arrendersi, stremato per le due gare in un giorno, in finale a Garin. A Roma contro Zverev è arrivata anche la prima vittoria della carriera su un top 10, ma ha poi parzialmente deluso in ottavi, perdendo contro Schwartzman. Al Roland Garros una brutta partita persa da Berrettini contro Ruud non lo ha depresso, come si è ben visto dalla pronta reazione avuta a Stoccarda. 

L’anno scorso a Wimbledon, eliminando Sock, aveva ottenuto la prima vittoria della carriera contro un top 20 e in Germania ha confermato le grandi potenzialità del suo tennis sui prati, vincendo il torneo, come accaduto a Gstaad, senza mai perdere il servizio, né tantomeno, un set. Ma se in Svizzera aveva superato due soli top 50 (Rublev e Bautista Agut), nella città della Mercedes il valore tecnico della conquista del titolo che gli è valso il 22° posto nel ranking ATP è stato decisamente superiore. Se si eccettua il successo nei quarti su Kudla, tennista in ogni caso specialista dei prati, Matteo ha infatti superato tennisti di prim’ordine come Kyrgios, il top ten Khachanov, Struff, e, in finale, l’enfant prodige Auger-Auliassime. Attualmente, solo cinque tennisti che lo sopravanzano in classifica sono più giovani di lui: un indizio che fa ben sperare, ma comunque secondo alla voglia di migliorarsi e alla grande professionalità del romano. Senza fretta (ma senza pausa) continua la sua scalata al grande tennis.

698 – le settimane nella top 50 da parte di Richard Gasquet. Una presenza costante fermatasi con la classifica pubblicata lo scorso lunedì, in concomitanza del suo trentaduesimo compleanno: iniziata nel maggio 2010, aveva avuto in precedenza altri tre anni quasi ininterrotti tra maggio 2005 e ottobre 2009. Le aspettative altissime avute durante lo scorso decennio sul francese hanno fatto passare in secondo piano una carriera svoltasi comunque ad altissimo livello: Gasquet è stato 7 ATP è stato per circa 146 settimane complessive nella top 10 (fascia di classifica nella quale ha terminato quattro stagioni) e ben 421 nella top 20, ha vinto 15 tornei (tutti ATP 250) e raggiunto 16 finali (tra cui tre in Masters 1000) e ha guadagnato più di 17 milioni di dollari di soli montepremi, 24° in tal senso in una classifica all time dei guadagni.

Ha vinto tornei su ogni superficie e condizione (indoor e outdoor), vanta 31 vittorie contro ten (tra i big 4, non ha mai sconfitto il solo Nadal) e nel tennis moderno 32 anni non sono affatto tanti per poter sperare di togliersi altre belle soddisfazioni. Del resto, per spiegare il crollo in classifica non va dimenticato che Gasquet nel 2019 aveva esordito nel circuito solo a maggio, dopo aver concluso la degenza per l’infortunio all’inguine, costatogli l’allontanamento dai tornei per cinque mesi. Una semifinale come quella sui prati olandesi, al quarto torneo stagionale, è un buon risultato, sebbene gli sia costata i punti persi per il titolo vinto l’anno scorso, attualmente anche l’ultimo di quelli da lui conquistati. A S’Hertogenbosh ha sconfitto tre buoni giocatori come Bedene (era stato sotto di un set e di un break prima di chiudere al terzo col punteggio di 6-7 7-6 6-4), Kukhushkin (6-4 6-3) e Jarry (7-6 6-4), prima di cedere a Thompson (7-5 6-4). Sulla via del recupero.

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Parigi dà, Parigi toglie: un anno di Marco Cecchinato

Dalla semifinale del Roland Garros 2018, al primo turno del 2019. Dall’obiettivo top 10, al numero 40 del mondo. Da Vagnozzi a Uros Vico. Un bilancio degli ultimi 12 mesi di Marco, che oggi debutta sull’erba del Queen’s contro Raonic

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Marco Cecchinato - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

È il 18 giugno 2019 e due settimane fa Marco Cecchinato ha perso il suo incontro di primo turno al Roland Garros, facendosi rimontare due set da Nicolas Mahut (non certamente avvezzo alla terra battuta). È invece notizia di una settimana la separazione con il suo allenatore Simone Vagnozzi (potete leggere qui l’intervista realizzata con lui dal direttore), con cui ha condiviso tutta la fase ascendente della sua carriera. Un anno fa tutto questo non sembrava possibile. Dopo la storica vittoria contro Novak Djokovic a Parigi, e una sconfitta onorevole in semifinale contro Thiem, per Marco Cecchinato sembravano essersi aperte le porte di orizzonti inesplorati da decenni nel tennis italiano.

La vittoria di Umago a luglio 2018 aveva lasciato la sensazione di un giocatore che era esattamente quello visto al Roland Garros, un top 5 sulla terra. Fino a qui, tutto bene. Ma come continua un noto film, il problema “non è la caduta, ma l’atterraggio”, che in questo caso è ben rappresentato dai 720 punti persi con la sconfitta contro Mahut. Quello che vogliamo fare è provare a riavvolgere il nastro, partendo proprio dal post Roland Garros per vedere cosa è andato storto nella stagione e soprattutto nel tennis di Marco Cecchinato.

Marco Cecchinato – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

DA PARIGI A LONDRA – Dopo la sbornia del Roland Garros l’avventura di Cecchinato sull’erba non partiva con premesse incoraggianti. In tutta la carriera aveva giocato solamente una partita sull’erba, al primo turno di Wimbledon 2017 contro Nishikori (sconfitto 6-2 6-2 6-0). In generale proprio il gioco di Cecchinato, estremamente tarato per la terra battuta con il suo spin su dritto e rovescio, non dava molte speranze per una grande stagione su erba. Quindi non c’erano molte pressioni per Cecchinato ai nastri di partenza di Eastbourne 2018, dove si presentava come quarta testa di serie. Alla fine raggiunge un buon risultato, perdendo solo in semifinale contro Lacko, giocatore molto più adatto alla superficie. In generale nelle sfide vinte con Millman (5-7 6-3 6-2) e Istomin (4-6 6-4 7-5) si intravedeva un giocatore non proprio da erba ma che aveva comunque nel servizio e nel dritto due buone armi per non sfigurare sui prati.

A Wimbledon il sorteggio gli riserva il Next Gen De Minaur, di sette anni più giovane ma con già trenta partite sull’erba in carriera e generalmente dei colpi molto più piatti e adatti al veloce. La partita è molto lottata e dopo aver perso il primo set Cecchinato sembra addirittura poterla rimettere in carreggiata, ma paradossalmente il tennista australiano fa valere la miglior esperienza sulla superficie e chiude 6-4 6-7 7-6 6-4. In sostanza si può definire la stagione 2018 sull’erba come discreta, contando le premesse iniziali e la poca esperienza. Dei miglioramenti sul veloce che potevano far ben sperare in vista dell’estate sul cemento americano, che invece comincerà a mostrare le prime crepe nel gioco di Cecchinato. Ma il calendario ATP viene in aiuto di Marco con una nuova possibilità di riscatto (e di accumulo punti), lo swing estivo su terra, e Ceck decide di giocare Umago e Amburgo.

 

IL RITORNO SUL ROSSO – In Croazia Cecchinato si presentava come secondo favorito del seeding, con le altre tre teste di serie rappresentate da Dzumhur, Ramos-Vinolas e Rublev (in quel momento storico in cui sembrava ancora una promessa) e altri come Pella, Haase, Fucsovics e Paire. Sicuramente non un tabellone eccellente, ma comunque con tennisti di buon livello ed esperti della superficie. Marco porterà a casa il titolo, soffrendo soltanto all’esordio contro Jiri Vesely, e battendo poi nell’ordine (senza lasciare set per strada) Djere, Trungelliti e Pella. Guardando la finale, la sensazione era che Cecchinato fosse nettamente fuori scala per il livello di un ATP 250, con una brillantezza di tennis, tra palle corte e un dritto alla Fernando Gonzalez, che sembrava confermare il livello raggiunto contro Djokovic a Parigi.

Un’idea non scalfita nemmeno dalla sconfitta contro Monfils al primo turno di Amburgo. Una battuta d’arresto riconducibile al classico teorema per cui chi vince il torneo precedente, perde (quasi) sempre al primo turno di quello successivo. E per Cecchinato arrivava così il primo vero banco di prova per il suo nuovo status, la stagione sul cemento americano. Che poteva addirittura portargli in dote una clamorosa top 10 (Marco era numero 9 della Race in quel momento).

IL FLOP CEMENTO – La prima partita di Cecchinato sul duro è estremamente esemplificativa dell’efficacia del suo tennis sul cemento fino a quel momento. Perde contro Tiafoe (7-6 6-1) a Montréal, dando l’impressione di non riuscire praticamente mai a prendere il tempo in risposta a un ottimo battitore come lo statunitense, una costante delle sue prestazioni sul veloce. Storia simile contro Mannarino a Cincinnati, altro giocatore molto più esperto di lui sulla superficie, dove perde 6(7)-7 6-2 7-6(7) lasciando per strada quattro palle break nel terzo e addirittura un match point sul 6-5 sul servizio di Mannarino.

I miglioramenti sono incoraggianti ma rimane evidente un aspetto del suo tennis sul cemento, scarsa capacità in risposta (soprattutto in relazione all’anticipo sulla palla) e dipendenza quasi totale dal servizio, tanto che le sue partite per tutto il finale di stagione sul cemento avranno punteggi karloviciani con ben dieci tiebreak giocati e numerosissimi set chiusi sul 7-5 o 6-4. Non abbastanza per competere sulla superficie. Cecchinato arriva ai nastri di partenza dell’US Open con zero vittorie sul cemento nel circuito maggiore, ma il sorteggio è favorevole e gli mette contro un Benneteau in odore di ritiro. Cecchinato disputa due set ottimi, finalmente con un’ottima costruzione di gioco, mostrando soprattutto grande confidenza col dritto che sembra finalmente essersi tarato per potenza (sempre avuta) con il duro.

Vince il primo set 6-2 in scioltezza e va subito avanti 2-0 nel secondo, tutto sembra andare nella direzione giusta. Cecchinato però ha un passaggio a vuoto nel game successivo e subisce il controbreak. È la svolta della partita, Benneteau si aggrappa allo schema servizio-dritto e vince il tiebreak del secondo set. Nonostante manchi un’infinità e Benneteau non sembri proprio il Djokovic del 2011, Cecchinato perde completamente intensità da fondo e la partita scivola via 2-6 7-6(5) 6-3 6-4. Una sconfitta per certi versi incredibile, che chiude la parte di stagione sul cemento americano con zero vittorie all’attivo. E si inizia ad intravedere un Cecchinato molto diverso a livello mentale da quello visto sulla terra, molto più bloccato e che tende a disunirsi appena le cose si complicano.

ULTIMI SCAMPOLI DI STAGIONE – La trasferta asiatica riserva molte più soddisfazioni al tennista italiano, che coglie la sua prima vittoria nel circuito maggiore sul cemento (indoor) di San Pietroburgo contro quel Lacko che l’aveva battuto in semifinale ad Eastbourne. Al turno successivo perde 7-6 6-3 contro Bautista-Agut, ma è una sconfitta che può starci, vista la differenza di esperienza sul duro. A Pechino arriva invece la prima vittoria in carriera sul cemento outdoor, battendo un Baghdatis (1-6 6-4 7-5) che lo domina nettamente nel primo set ma che diventa letargico nel prosieguo dell’incontro. L’azzurro viene poi eliminato al turno successivo da Fucsovics in una partita senza storia.

L’apogeo (finora) della carriera di Cecchinato sul veloce è quello del Masters di Shanghai, dove fa una mezza impresa battendo Simon al primo turno, avversario decisamente temibile sul cemento, per 6-7 6-4 7-6, nella classica partita tirata del ‘Cecchinato-sul-duro’, che sostanzialmente sul cemento gioca come i grandi battitori. Al turno successivo Cecchinato dà altre buone indicazioni sul suo stato mentale rimontando anche Chung in una partita pressoché identica a quella con Simon, regalandosi i sedicesimi nel rematch contro Djokovic. Un Nole che, giusto per dovizia di particolari, nel frattempo ha fatto il percorso opposto di Cecchinato, vincendo due Slam. Incredibilmente nel primo set la partita è tirata.

Marco ha anche la chance per il break nel quarto game, ma dopo aver perso la battuta sul 3-3, Djokovic chiude 6-4 il primo set e la partita sostanzialmente finisce lì, con Cecchinato che chiude il suo, alla fine positivo, viaggio asiatico rimediando un bagel. Essenzialmente chiude a Shanghai anche la stagione 2018, dato che perde, senza vincere nemmeno un set, contro Mannarino, Laaksonen e Sousa negli ultimi tre tornei stagionali. Partite giocate con la spia della riserva accesa. Il finale di stagione negativo non toglie nulla alla clamorosa cavalcata di Cecchinato, che chiude il 2018 con il best ranking di 20 del mondo ed un clamoroso guadagno di 89 posizioni.

Marco Cecchinato – Parigi-Bercy 2018 (foto Erika Tanaka)

SEGUE A PAGINA 2: IL 2019 DEL CECK

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Al femminile

Roland Garros 2019: conferme, delusioni, sorprese

Seconda parte di analisi dell’ultimo Slam: da Anisimova a Martic, da Halep a Stephens, da Williams a Osaka, chi ha stupito e chi deluso al Roland Garros

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Amanda Anisimova - Roland Garros 2019 (foto via Twitter @rolandgarros)

Sembra che nell’attuale periodo di WTA non si esaurisca mai il numero delle diverse vincitrici Slam. Nove nomi differenti negli ultimi dieci Major. Eppure questa volta non credo si possa parlare di un risultato assolutamente imprevedibile, come era stato ad esempio due anni fa, nel 2017, con il successo di Jelena Ostapenko a Parigi. Allora Jelena non aveva ancora vinto alcun torneo del Tour e non era nemmeno testa di serie. Eppure conquistò il Roland Garros, a 20 anni e due giorni, partendo dal numero 47 del ranking.

Quest’anno ha vinto una Top 10 in grande crescita come Ashleigh Barty, che qualche mese fa si era già imposta a Miami. Una giocatrice con un tennis molto completo ed equilibrato, che potrebbe garantirle continuità di rendimento ad alti livelli anche in futuro. Vedremo come andranno le cose nei prossimi impegni.

Per il momento ecco la seconda parte dell’articolo dedicato al torneo; quindi, dopo le due finaliste Barty e Vondrousova, è il momento di occuparsi delle altre principali protagoniste.

Amanda Anisimova
Amanda Anisimova è stata insieme a Marketa Vondrousova la giocatrice più sorprendente del torneo. Almeno sulla carta, visto che entrambe non erano teste di serie e invece sono state capaci di spingersi fra le prime quattro partendo dal numero 51 (Amanda) e 38 (Marketa) del ranking. Eppure non si può dire che siano state del tutto inattese: sono giovanissime in ascesa, che già in passato avevano dimostrato di essere speciali. Che potessero affermarsi era probabile, solo non si poteva sapere di preciso quando.

Per quanto riguarda Anisimova ricordo che ha affrontato per la prima volta gli impegni sulla terra rossa europea, dato che lo scorso anno era stata obbligata a fermarsi nella parte centrale della stagione a causa della frattura da stress subita al piede durante il torneo di Miami.

Del suo percorso Slam non si può che parlare bene, a parte forse per una sola, piccola ombra. È dagli Australian Open 2019 che stabilisce record di precocità nei Major: la più giovane a raggiungere gli ottavi di finale a Melbourne dal 2006, la più giovane a raggiungere i quarti a Parigi dal 2006, la più giovane a raggiungere una semifinale Slam dal 2007. Ma chi era stata la protagonista di tutte queste imprese una dozzina di anni fa? Sempre Nicole Vaidisova.
Vaidisova è nata nel 1989 (lo stesso anno, per esempio, di Azarenka) e ha compiuto 30 anni il 23 aprile scorso. Eppure la ricordiamo lontanissima, visto che l’ultimo Slam a cui ha preso parte è stato dieci anni fa (US Open 2009). Nicole, teenager prodigio, ha smesso con il tennis ad alto livello a 20 anni, “bruciata” dallo stress e dalle troppe aspettative. Ecco, ogni volta che si trova il nome di Vaidisova avvicinato a quello di Anisimova è come se ricevessimo un monito: non chiedere troppo, non pretendere che una minorenne debba essere sempre all’altezza delle aspettative come se fosse una esperta professionista di 25 anni.

Chiusa la riflessione sul passato, torniamo all’attualità. Comincio con una nota del tutto personale. Quando Anisimova aveva raccolto i primi risultati importanti a livello professionistico, nel torneo di Indian Wells 2018 (dove aveva sconfitto Pavlyuchenkova, Kvitova e Parmentier), devo confessare che non ero rimasto così colpito. Ma poi molto è cambiato all’inizio di questa stagione, sin dall’impegno pre-Slam di Auckland; la ricordo contro Viktoria Kuzmova: anche se in quel match di gennaio aveva finito per perdere, avevo avuto una impressione straordinariamente positiva; come se l’anatroccolo si fosse trasformato in cigno, mostrando un modo di colpire sempre più maturo ed elegante.

Impressione confermata agli Australian Open, in particolare nel match contro Aryna Sabalenka, dove aveva giocato a un livello altissimo. Fresca vincitrice a Shenzhen, Sabalenka era una delle favorite del torneo; eppure non era riuscita a raccogliere più di cinque game (6-3 6-2). E forse quella sconfitta inattesa potrebbe essere una delle cause delle difficoltà che Aryna sta attraversando in questo periodo.

Veniamo a Parigi, secondo Slam stagionale. Dopo l’esordio contro la wild card locale Harmony Tan, Anisimova ha di nuovo superato al secondo turno Sabalenka (testa di serie 11) e poi due avversarie non impossibili come Bagu e Bolsova. La maggiore difficoltà di questi due turni è stata l’infezione virale che l’ha colpita nei primi giorni di torneo. Una situazione che l’ha spinta a ritirarsi dal doppio e a gestire le energie nel corso dei match, in cui è sembrata più preoccupata della propria condizione fisica che della resistenza delle avversarie. Spesso si è trovata con il fiato corto nel corso degli scambi più lunghi, e per questo qualche volta è stata obbligata a rischiare chiusure anticipate. Ma alla fine se l’è cavata sempre vincendo in due set, e tornando rapidamente in salute: uno dei vantaggi dei 17 anni è che si guarisce e si recupera in fretta.

E così, sconfitte Begu, Bolsova e anche il virus, ha trovato nei quarti di finale la campionessa in carica Simona Halep. La strada sembrava sbarrata: un confronto proibitivo, specie sulla terra, una superficie poco praticata da Amanda. E invece, come era accaduto a Melbourne contro Sabalenka, Anisimova ha alzato il livello del suo tennis offrendo una prestazione eccezionale. Ha tenuto costantemente il controllo del match, sino ad arrivare a condurre per 6-2, 3-0. Poi, visto che non è una giocatrice qualunque, Halep ha reagito sino a equilibrare il set sul 4-4. Ma Anisimova ha ripreso il comando della situazione nei due game finali e ha chiuso il match in due set (6-2, 6-4), con un saldo vincenti/errori non forzati di +1 (22/21).

Faccio fatica a spiegare in poche righe la sconfitta con Barty (6-7 6-3 6-3). Non solo per l’andamento altalenante del punteggio (Barty avanti 5-0 che perde il primo set, e poi Anisimova avanti 3-0 nel secondo che perde sei game di fila), ma anche per le condizioni di gioco estreme. Pioggia, umidità, campo super-pesante e vento hanno reso le semifinali parigine quasi senza precedenti, almeno negli ultimi Slam. Altro esempio di quanto sia difficile sintetizzare questo match: Amanda ha vinto il primo set malgrado un saldo di -10 (9/19) contro il +1 di Barty (10/9). Provo a cavarmela con una ipotesi che però suona quasi come una frase fatta: probabilmente al dunque è stata determinante l’esperienza di Barty che, pur essendo ancora giovane, ha comunque cinque anni più di Anisimova.

Scrivevo la scorsa settimana della superiore facilità esecutiva che la accomunava a Vondrousova, ma questo non significa che Anisimova non abbia specificità del tutto proprie: in lei la facilità del gesto si accompagna alla asciuttezza. Ogni movimento è efficace ma molto sobrio. Colpisce la palla con le sue lunghe leve che le permettono di imprimere velocità senza sforzi apparenti, ma anche senza fronzoli o compiacimenti, all’insegna della più assoluta essenzialità. Eppure il movimento non risulta affatto scolastico, ma invece di una speciale eleganza minimalista.

a pagina 2: Johanna Konta

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