E Fognini si mette il 10 sulla maglia (Scanagatta). Fognini 10°, ora è ufficiale. "Ma non mi fermerò qui" (Grilli). Il più grande, per due (Azzolini). Nadal, l'ultimo cannibale (Grilli)

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E Fognini si mette il 10 sulla maglia (Scanagatta). Fognini 10°, ora è ufficiale. “Ma non mi fermerò qui” (Grilli). Il più grande, per due (Azzolini). Nadal, l’ultimo cannibale (Grilli)

La rassegna stampa di martedì 11 giugno 2019

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E Fognini si mette il 10 sulla maglia (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

Dai tempi dell’antica Grecia, e dei Giochi di Olimpia, ogni Paese celebra i propri atleti dello sport come fossero eroi. La Spagna, perfino con il suo Re, festeggia Rafa Nadal, il più grande campione che la penisola iberica abbia mai avuto, almeno fra quelli con racchetta in mano, sebbene ne abbia avuti tanti, ben 17 topten e anche campioni di Wimbledon come Manolo Santana (1966) e dell’US Open, come Manolo Orantes (1975), del Roland Garros Andres Gimeno (1972), Sergi Bruguera (1993-94), Albert Costa (2002), Juan Carlos Ferrero (2003), ma trionfare 12 volte in 12 finali come Rafa Nadal, senza mai neppure dover ricorrere al quinto set non ha e non credo avrà mai eguali. Nel suo piccolo l’Italia, che ha avuto soltanto due vincitori di Slam fra gli uomini (Pietrangeli 1959-60 e Panatta 1976 a Parigi) e due fra le donne (Schiavone 2010 a Parigi e Pennetta, la signora Fognini, 2015 a New York), celebra da ieri ufficialmente il terno top ten dell’era Open con Fabio Fognini, 40 anni dopo Corrado Barazzutti che salì a n.7 nel ’78 e era ancora 10 nel gennaio ’79, con Adriano Panatta che era stato n.4 nel luglio 1976 e n.7 a fine anno. Le donne italiane top-ten sono state invece 4: Schiavone n.4, Errani n.5, Pennetta n.6, Vinci n.7. Quarantuno sono stati gli italiani top-100, a oggi, dall’agosto ’73 (cioè quando “nacque” il computer ATP che vedeva Paolo Bertolucci n.12). I top-20 sono stati n.12 Bertolucci, n.16 Cecchinato, n.18 Gaudenzi, Seppi e Camporese, n.19 Furlan. Il tennista di Arma di Taggia, nato il 24 maggio 1987, 2 giorni dopo Djokovic e 9 giorni dopo Andy Murray, ha detto ieri: “Oggi faccio un po’ fatica a capire che significa quel numero accanto al mio nome. È un sogno che si avvera. Vorrei però andare anche oltre. Il successo a Montecarlo ha cambiato le mie aspettative. Ora sono più consapevole dei momenti che prima non riuscivo a gestire. Firmerei per arrivare nei quarti o in semifinale di uno Slam adesso… sarebbe la ciliegina sulla torta della mia carriera! Una finale? Beh sarebbe un altro sogno meraviglioso che si avvera”. Il 1 luglio comincia Wimbledon, ma per Fabio è lo Slam più ostico.

Fognini 10°, ora è ufficiale. “Ma non mi fermerò qui” (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Era certo già da qualche giorno, ma vedere finalmente, sul sito dell’Atp, il suo volto sorridente affiancato a quel numeretto a lungo inseguito, il 10, faceva un certo effetto. E non solo a noi, tanto che papà Fulvio ha twittato ieri mattina l’immagine, accompagnata da un eloquente «finalmente un obiettivo raggiunto». Ieri, lunedì 10 giugno 2019, Fabio Fognini è sbucato per la prima volta nella Top 10 del tennis mondiale, sesto italiano di sempre a riuscirci, dopo i pionieri De Morpurgo e De Stefani, e poi Pietrangeli, Panatta e Barazzutti, l’ultimo azzurro a far parte di questa ristretta cerchia, giusto quarant’anni fa. Considerando il talento innegabile e il grande tennis che in certi momenti ha messo in mostra negli ultimi anni, il trentenne ligure è arrivato a questo traguardo un po’ tardi, tanto che la stessa associazione giocatori ha ricordato ieri che Fognini è il giocatore più anziano a entrare per la prima volta nella classifica dei primi 10 da quando Ken Rosewall e Rod Laver, all’età rispettivamente di 38 e 35 anni, furono inseriti nella primo ranking partorito dal computer dell’Atp. Era il 23 agosto 1973. «In questo momento faccio ancora un po’ di fatica a capire quello che sta succedendo – ha detto Fognini nello speciale che ieri gli ha dedicato Sky – e quel numero vicino al mio nome è uno dei miei sogni che si avvera, ma con l’intento di provare ad andare un po’ oltre questo numero, perché comunque ho vinto un grande torneo e ora sono arrivato tra i primi 10. È un traguardo che ho sempre desiderato e cercato, quindi mi godo il momento. Ovviamente la vittoria di Montecarlo è stata fondamentale, ha cambiato le mie aspettative, la mia presenza in campo e soprattutto fuori dal campo. Adesso sono più consapevole dei momenti che prima non riuscivo a gestire e questo mi ha portato a raggiungere questo grande risultato». Corrado Barazzutti, capitano della nostra squadra di Davis e da qualche mese fondamentale elemento aggiunto allo staff del campione ligure, sostiene che per Fognini il decimo posto dev’essere un punto di partenza, non di arrivo. «I tornei dello Slam? È un sogno che rimane lì – continua Fognini – sinceramente firmerei per arrivare nei quarti o in semifinale, perché sarebbe comunque un risultato storico, però il languorino di arrivare in fondo a uno Slam sarebbe la ciliegina sulla torta della mia carriera, che poi a livello di classifica conta relativamente poco. Sono solo numeri che premiano il lavoro fatto attraverso le partite e i tornei vinti durante l’anno, però se ora dovessi sognare in grande, sicuramente giocare la finale di un Grande Slam sarebbe meraviglioso». Fognini è decimo nella classifica con 70 punti di vantaggio su Isner e meno di 200 dal nono posto di Khachanov, mentre Anderson (ottavo) è avanti di circa 800 punti. Il nostro tornerà in gara solo a Wimbledon (il via il 1° luglio) dove un anno fa uscì al terzo turno, contro il ceco Vesely, guadagnando solo 90 punti. I suoi rivali più vicini hanno da questo punto di vista problemi più grossi: Khachanov deve difendere i 180 punti degli ottavi di finale, Isner i 720 della semifinale, Anderson addirittura i 1200 della finale, raggiunta dopo l’infinita sfida con lo statunitense […].

Il più grande, per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E se le capre fossero due? Sì, insomma, se non fossimo noi a vederci doppio, ma fosse il tennis ad aver preso la decisione, a suo modo storica, persino coraggiosa, certo salomonica e uno zinzino democristiana, di allargare il piccolo gregge che guida il nostro sport? Due capre… Che idea! Greatest Of All Time al quadrato, Goat Uno e Goat Due, lo yin e lo yang della pastorizia sportiva. Le vittorie di Rafa Nadal a Parigi portano con sé il vento delle discussioni, che sono linfa vitale per qualsiasi sport, ma nel tennis si ripropongono tali e quali da 15 anni, da quando Rafa vinse il primo Roland Garros e si mise sulle tracce di Roger Federer. Era il 2005. Discussioni appassionate, talvolta animose, riproposte però da cima a fondo ogni qualvolta se ne sia presentata l’occasione, sempre uguali nell’intreccio delle valutazioni e nel confronto delle cifre. Anche questo Roland Garros della dozzina, certo non dozzinale, che spinge Nadal quasi a contatto con Federer in quanto a vittorie nello Slam, non cambia il duello in atto fra le opposte fazioni. Pare di sentirlo il dibattito in sottofondo. Roger è a 20 Slam, dicono i federeriani, sì, ma Rafa è a 18 e non era mai stato a meno due dal rivale, ribattono i nadalisti. Nadal ha realizzato un record da fantascienza vincendo 12 volte il Roland Garros, e può renderlo ancora più inavvicinabile; Federer ha vinto tanto ovunque, a cominciare dagli otto Wimbledon, e nonostante tutto ha messo le mani anche sul trofeo di Parigi, dove è stato per non meno di sei stagioni il numero due. Rafa ha un oro olimpico, Roger un argento in singolare e un oro in doppio, ma ha sei vittorie nelle Atp Finals, e Rafa manco mezza. Vero, ma lo spagnolo ha vinto 34 titoli dei Masters 1000, Federer solo 28, e sono sei vittorie in più, proprio come le Atp Finals dello svizzero che pero non ha mai avuto un “1000” sull’erba, altrimenti quanti ne avrebbe vinti? E ancora, Federer è stato più a lungo il numero uno (302 settimane), Nadal vince nei confronti diretti (24-15). Basta, fermiamoci. Ha davvero senso proseguire? Chi sia il più grande è dilemma con troppe risposte, per averne una sola che metta d’accordo tutti. Se anche Rafa raggiungesse Federer nel conto degli Slam vinti, e può farlo benissimo a colpi di Roland Garros, visto come si è imposto negli ultimi tre anni e con quale furia abbia tenuto a distanza la concorrenza, nemmeno la parità nella classifica Majors risolverebbe la disputa. Le truppe federeriane risponderebbero, con tutta probabilità, che la scelta del Goat è già avvenuta da tempo, per espressa volontà degli appassionati. Non solo titoli e numeri, insomma, ma qualità dei colpi, emozioni, carisma, passione. E così, all’infinito. «L’obiettivo non è raggiungere Federer ma vincere più titoli possibile da qui a quando sarà il momento di dire basta», ha spiegato Nadal, che è il più grande sportivo nei confronti degli avversari, ma anche uomo tutto d’un pezzo, per natura poco incline a giudicare con occhi critici i suoi passi falsi. «In ogni caso», ha infatti aggiunto, «c’è da chiedersi dove sarei se non avessi avuto tutti quegli infortuni». E qui sbaglia, il buon Rafa, perché i tanti (troppi) guasti al fisico non è stata la sfortuna a procurarglieli, ma il suo tennis, lo stesso che gli ha permesso di vincere dodici volte a Parigi. Un gioco costruito su colpi così eccessivi (a cominciare dalla scelta di impugnare la racchetta da mancino, lui destro in tutto), da condurlo spesso oltre i limiti accettabili per il suo corpo […] Su queste valutazioni si giocherà il futuro del tennis sul mattone. Nadal contro i giovani. E per quando riguarda lassù, i campi elisi del tennis, lasciate che a galopparvi in amicizia e spensieratezza, siano Roger e Rafa. Se lo sono meritato.

Nadal, l’ultimo cannibale (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Quando Bjorn Borg vinse per la sesta volta sulla terra del Roland Garros, in otto tentativi (particolare che noi italiani ripetiamo spesso perché l’unico giocatore a battere l’Orso svedese a Parigi – e due volte! – fu il nostro Adriano Panatta) ci si domandò se tale impresa sarebbe mai stata ripetibile, se non migliorabile. A 38 anni dall’ultimo trionfo parigino di Borg, ci ritroviamo ammirati e stupefatti di fronte a un campione che – a capo di una carriera costellata di infortuni che avrebbero già mandato in pensione non pochi tra i suoi rivali – ha semplicemente doppiato domenica quanto fatto dallo svedese, alzando per la dodicesima volta il trofeo destinato ai vincitori del Roland Garros. E di nuovo ci si domanda se quanto fatto dal mancino spagnolo resterà nei secoli imbattuto, anche se forse la domanda corretta a questo punto dovrebbe essere: quante altre volte Nadal vincerà, almeno sulla terra amica di Parigi, prima che decida di ritirarsi? In fin dei conti ha 33 anni, e lo zio Toni – che lo conosce come nessun altro – assicura che altre due-tre stagioni a questi ritmi le può assicurare. I suoi avversari (Federer per primo, che ha solo due Slam di vantaggio) possono cominciare a preoccuparsi, se già non l’hanno fatto. Dodici trionfi in 15 tentativi (nel 2016 si ritirò per un infortunio dopo le prime due partite), 93 vittorie su 95 incontri giocati (il bottino di Borg a Parigi fu di 49 vittorie e 2 sconfitte), è incredibile come sulla terra battuta di Parigi Nadal sappia diventare praticamente imbattibile. Nessun altro giocatore, uomo o donna che sia, ha vinto così tante volte un torneo del Grand Slam Il precedente record era condiviso con l’australiana Margaret Court, che tra il 1960 e il 1973 trionfò per 11 volte negli Open d’Australia, torneo che però a quei tempi era spesso disertato dai campioni non di casa, tanto da essere considerato la “gamba zoppa” dello Slam. Insomma, la sua serie di vittorie al Roland Garros dev’essere considerata come uno dei più straordinari risultati mai ottenuti nella storia dello sport mondiale, al livello di quanto compiuto dai più celebrati Cannibali dell’era moderna, da Lindsay Vonn a Michael Schumacher a Valentino Rossi. Ognuno di questi campioni aveva o ha una pista o un circuito preferito, dove si sente o si sentiva davvero a casa. Ecco, sulla terra del Roland Garros Nadal deve sentirsi a suo agio come nella natia Maiorca, dove ieri è tornato per qualche giorno di riposo (e di pesca) prima di tornare al lavoro in vista di Wimbledon. A Londra non partirà certo favorito, però… […] La difficoltà di giocarci contro soprattutto sulla terra, è stata espressa bene da Federer dopo la sconfitta di venerdì. «Ti fa sentire a disagio il modo in cui difende il campo e gioca sulla terra – ha detto con la consueta lucidità il campione svizzero – È incredibile come regga da dietro e poi riesca a sprintare dalla linea di fondo. E quando devo incontrarlo, non so neanche chi cercare per andarmi ad allenare, non c’è nessuno che giochi anche solo lontanamente come lui». E poi c’è la sua proverbiale voglia di vincere, di non abbassare mai la tensione, frutto del lavoro terribile a cui lo ha sottoposto per tanti anni lo zio Toni […].

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Berrettini avanza. Derby con Seppi con vista top-20 (Marianantoni). Berrettini non si ferma (Guerrini). Federer da padrone di casa. Sharapova, rientro ok (Semeraro)

La rassegna stampa di mercoledì 19 giugno 2019

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Berrettini avanza. Derby con Seppi con vista top-20 (Luca Marianantoni, La Gazzetta dello Sport)

Chi non prova invidia per l’erba del vicino è Matteo Berrettini che, dopo la cavalcata vittoriosa di Stoccarda, continua la striscia battendo, al debutto di Halle, il georgiano Nikoloz Basilashvili con un doppio 6-4 maturato in 70′ e per la sesta partita di fila senza perdere la battuta. Una prova ulteriore dell’eccellente stato di forma del romano, che ora si trova virtualmente a soli 25 punti dal 20° posto del ranking mondiale, traguardo che Matteo si era prefissato di raggiungere non prima del 2020. Anche la prova di ieri di Berrettini è stata perfetta: ingiocabile al servizio, Matteo ha concesso al rivale appena 6 punti nei 5 turni di battuta del 1° set e 7 nel 2°. A questo ritmo, e spazzolando dal fondo con dritto e rovescio. per Berrettini è stato semplice prendere il largo e cancellare, nel secondo gioco del 2° set, le uniche 2 palle break concesse. Per Matteo c’è ora il derby con Andreas Seppi che con tanto mestiere e pazienza ha superato il tedesco Mats Moraing, anche lui qualificato, come l’altoastesino, ma numero 223 del ranking Atp. Un solo precedente tra Metteo e Andreas, giocato proprio ad Halle nel 2018 quando la vittoria premiò Seppi. «C’è un po’ di stanchezza – racconta Berrettini – ma sto bene. Le palle qui rimbalzano più alte rispetto a Stoccarda che aveva campi nettamente più veloci. Non è stato facile contro Basilashvili perchè lui risponde bene e tira forte, ma sono stato concentrato dall’inizio alla fine. Arrivare nei top 20 è un sogno, come lo sarebbe giocare da protagonista Wimbledon. Sono felice, sto facendo tutto al meglio con un team perfetto». E’ iniziata bene anche l’avventura di Roger Federer che cerca ad Halle il 10° trionfo. Primo turno superato contro quel John Millman che l’aveva eliminato all’ultimo US Open. Primo set equilibrato, ma tie-break dominato da Federer 7-1. E 2° set deciso dall’unico break del match che lo svizzero ha fatto nel 6° game per 7-6, 6-3 finale. Domani agli ottavi Federer è atteso da Tsonga. E l’erba sorride anche a Maria Sharapova che, dopo 4 mesi e mezzo torna al successo superando a Palma di Maiorca la slovacca Viktoria Kuzmova. Non si è giocato neppure un quindici invece al Queen’s, il classico appuntamento londinese in preparazione a Wimbledon.

Berrettini non si ferma (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

Forse il motivo è che Matteo Berrettini si trasforma come un supereroe quando vede verde. Adesso Matteo è un cobra, che appena mostri un angolo di pelle ti morde veloce. Come veloce è il suo braccio. Siamo a sei partite tra Stoccarda e Halle, cioè 12 set annessi e zero persi, senza cedere nemmeno una volta la battuta. Al cospetto di Nitroloz Basilashvili – che sarebbe numero 17 del mondo – il romano ha concesso sì due palle break nel secondo gioco del secondo set, ma soltanto per aver cambiato idea su un colpo a rete. Stava per picchiare, ha deciso per una maldestra carezza. Ma con quel servizio ha subito recuperato. E con la risposta ha conquistato il break al nono gioco, imponendo poi la battuta con due ace e due prime palle tonanti: 6-4 6-4 in un’ora e dieci minuti e appuntamento sulla strada che porta ai quarti con Andreas Seppi, unico altro italiano ad aver vinto un torneo sui prati, nel lontano 2011 a Eastbourne. Matteo è un cobra. Perché in fondo Basilashvili gli ha concesso due opportunità e due volte è stato morso, diciamolo, dalla solidità e tenuta mentale del ragazzone allenato da Vincenzo Santopadre. Certo, sui campi veloci il suo servizio è un’arma impropria. Anche ieri almeno 10 ace, il 71% di prime palle. E con la prima in campo oltre otto volte su dieci ha fatto punto. Adesso Andres Seppi. Sarà una rivincita perché Matteo un anno fa aveva perso il derby di primo turno proprio ad Halle 6-3 7-5. Ma è chiaro, era un altro Matteo, un embrione di cobra. Quello attuale contro Basilashvili che batteva bene e picchiava con il dritto, ha mostrato tutte le soluzioni possibili sul verde, variazioni di ritmo, rotazioni e tagli, recuperi sorprendenti. Mancava soltanto il pubblico (fiondatosi da Federer) per rendere ancora più grande la vittoria. La certezza è che anche questa settimana ci sarà un italiano nei quarti di finale Atp Tour. Buona notizia verso Wimbledon, cui Matteo arriverà molto rodato perché non si fermerà nemmeno la prossima settimana, quando giocherà ad Eastbourne, dove ci sarà anche Marco Cecchinato che ieri non è riuscito a giocare al Queen’s di Londra, come nessun altro, causa pioggia. […]

Federer da padrone di casa. Sharapova, rientro ok (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Ieri, contro John Millman, ha giocato da sette, alla fine forse sette più. Ma il suo obiettivo è arrivare a 10. Non solo in pagella – cosa che sull’erba negli ultimi anni gli è riuscito abbastanza spesso – ma come cifra tonda di successi tondi ad Halle, il torneo tedesco dove Roger Federer ha alzato più coppe in tutta la sua carriera: 9, come a Basilea, una in più che a Wimbledon. In ballo c’è la testa di serie numero 2 a Wimbledon (in caso di decimo trionfo) e la (solita) rivalità con Nadal, che a Parigi è ormai a quota 12, ma che ha vinto 11 volte anche a Barcellona e Montecarlo. «E’ vero, sono qui solo per vincere», ha confessato il numero tre del mondo alla vigilia di un torneo a cui lo legano un ricco contratto e un affetto quasi familiare, e che gioca per la 17esima volta in carriera (lo ha saltato solo nel 2007, 2009 e 2011). Se Wimbledon è il suo giardino, Halle è il suo tinello. «Non ho mai conquistato un torneo dieci volte, sono pieno di energia e mi sento bene» , spiega, «Ma la pressione la sento anch’io: sull’erba basta un attimo di distrazione e puoi perdere un set» . Ad Halle l’anno scorso perse in finale da Coric, che fermò a 20 una delle tante strisce vincenti del Genio. «Dopo tanti anni il rapporto con il pubblico qui è speciale, e quando inizia la stagione sull’erba sono sempre molto felice. Questa volta ho avuto meno tempo di prepararla rispetto agli ultimi due anni nei quali avevo saltato la terra battuta. A Parigi ho perso contro Nadal, che è il più forte di tutti su quella superficie, e comunque il mio rendimento sul rosso non condiziona quello sull’erba. Qui ho più opzioni, più tattiche da usare a seconda dell’avversario. E questo mi comete di stare più facilmente lontano dai guai e vincere più partite». Contro Millman, n.57 Atp, con il quale aveva il dente avvelenato dallo scorso Us Open, visto che fu proprio l’australiano a sorprenderlo al quarto turno, non ha rischiato molto, guadagnandosi in due set (7-6 6-3) la 64^ vittoria ad Halle e una vendetta tutto sommato low cost. Al prossimo turno gli tocca una vecchia conoscenza, Jo-Wilfred Tsonga, che era stato runico a rimontargli due set sull’erba (nel 2011) prima di Kevin Anderson l’anno scorso a Wimbledon, e probabilmente stavolta gli toccherà giocare almeno da 8. Ieri è rientrata con successo anche un’altra vecchia conoscenza dei prati, Maria Sharapova, che a Maiorca si è sbarazzata in 89 minuti e due set (7-6 6-0) della ceca Viktoria Kuzmova. La ex numero 1 del mondo, campionessa a Wumbledon giusto 15 anni fa, non giocava da gennaio, quando si era dovuta ritirare dal torneo di San Pietroburgo per colpa della solita spalla, ed è entrata in tabellone sul verde spagnolo grazie ad una wild card. «E’ la prima vittoria in parecchi mesi, quindi molto importante per me». A che punto sono la sua stagione e la sua carriera, lo capiremo meglio al prossimo turno, quando dovrà vedersela con Angelique Kerber.

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La vittoria di Berrettini a Stoccarda sulla stampa italiana (Crivelli, Semeraro, Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 17 giugno 2019

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Magico Berrettini. Il secondo italiano verde di gioia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

U n grande prato verde dove nascono speranze. Di un futuro da superstar, di una carriera di fuochi artificiali qualunque superficie si ritroverà a calpestare. Non che il presente, peraltro, gli riservi carbone: da ieri Berrettini è il secondo italiano dell’Era Open a aver vinto un torneo sull’erba dopo il Seppi di Eastbourne 2011 e il più giovane azzurro di sempre con almeno tre titoli già nella vetrina nobile del salotto di casa. Applausi, ancor più fragorosi per quel numerino che da stamattina accompagnerà il suo nome nel ranking: 22. Più che speranze, sono certezze.

(…). tanto per cominciare non perde mai il servizio in 50 game. Per non scomodare paragoni ingombranti, nella stagione 2018 gli unici immacolati alla battuta in un torneo poi conquistato sono stati Zverev a Madrid e Djokovic a Shanghai. Le cifre di Matteo a Stoccarda impressionano: anche nell’epilogo contro il baby prodigio Auger-Aliassime concede appena 3 punti con la prima (41 su 44) e la percentuale nelle cinque partite è superiore all’89% complessivo.

 

(…). Ancora una volta, il rovescio di Berretto è un’arma e non una debolezza, con lo slice usato intelligentemente per non dare campo al diciottenne di Montreal e passanti lungolinea brucianti. Poi, nel tie break allo spasimo del secondo set, ci aggiunge anche cuore e coraggio: cinque set point per l’altro annullati (sull’ultimo, una chiamata corretta dall’arbitro oggettivamente svantaggia Felix) e due match point favorevoli svaniti, prima della risposta di dritto vincente dell’apoteosi, al 24′ punto. Parole e musica da campione: «Un torneo fantastico, dove ho giocato sempre bene e contro avversari forti. Ancora non riesco a credere a quello che ho fatto. Faccio i complimenti al mio avversario, perché so esattamente cosa prova in questo momento e bisogna ricordarsi di quanto sia giovane. Sono davvero contento, non ho mai perso il servizio, ma sono stati match tutti molto combattuti: sono davvero orgoglioso della forza mentale che ho dimostrato». È lì che coach Santopadre ha sempre lavorato in profondità fin da quando lo prese tredicenne, obbligandolo a giocare due tornei su tre sul veloce da junior per farlo uscire dalla comfort zone della terra rossa e poi iscrivendolo un anno fa ai tornei sull’erba, certamente non amata, anziché rifugiarsi in Challenger dai punti facili. Dodici mesi dopo, l’allievo doma i prati sconfiggendo tra gli altri l’erbivoro Kyrgios, il numero 9 del mondo Khachanov e il predestinato Aliassime.

(…) «Finalmente affronto le partite con leggerezza, seguendo l’esempio di mio fratello Jacopo, che è bravissimo a lasciarsi scivolare addosso le avversità, e i suggerimenti di Flavio Cipolla (già 70 del mondo e suo compagno di allenamenti all’Aniene, n.d.r.): lamentarsi di un colpo sbagliato in campo è inutile, tanto il punto indietro non ti torna». Da adolescente lo chiamavano Radio perché parlava e parlava tra uno scambio e l’altro: avanti di questo passo diventerà Cinema. Solo prestazioni da Oscar.

Berrettini, spaventoso e senza confini (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Adesso che Matteo Benettini si è preso il suo terzo torneo in undici mesi – neanche Adriano Panatta ci era riuscito alla sua età, 23 anni compiuti ad aprile – adesso che abbiamo un vice-Fognini; da oggi numero 22 del mondo, capace di vincere non solo sulla terra (Gstaad 2018 e Budapest 2019) e sul cemento (il super Challenger di Phoenix nello scorso febbraio) ma anche – udite, udite – sull’erba, beh, ragazzi, adesso possiamo pensare a divertirci sul serio. Era dal 2011 che un italiano non alzava una coppa sul verde, Andreas Seppi, primo e unico nell’era Open, ci era riuscito a Eastbourne. In tutto il torneo non ha ceduto un set, nè un turno alla battuta (…).

Nell’Atp 250 di Stoccarda, dove un anno fa aveva vinto Federer, Matteo ha messo in fila Nick Kyrgios, Karen Khachanov, Jan Lennard Struff e ieri, in finale (6-4 7-6) anche Felix Auger-Aliassime, 18enne-meraviglia canadese destinato a grandi cose, forse al numero 1, che oggi lo precede di un posto in classifica ma che ieri si è dovuto arrendere alle botte di servizio di Matteo. Alle sue risposte aggressive, alle martellate di diritto, alle rasoiate di rovescio, alle volée accarezzate e ai passanti millimetrici. E soprattutto alla personalità, alla serenità, alla determinazione del “Beretta”. Il primo set il romano lo ha chiuso con il solito break chirurgico; il secondo se l’è dovuto sudare al tie-break, annullando cinque setpoint (anche con fortuna: vedi l’overrule di Carlos Bemardes che sul 7-6 per Felix ha smentito una chiamata che avrebbe mandato la partita al terzo set), e chiudendo 13-11 al terzo match-point.

(…) I numeri al servizio della sua settimana nel Baden Wurttenberg fanno paura: 0 set ceduti in tutta la settimana, 0 game persi su 50 turni alla battuta, appena 2 palle break concesse, in semifinale a Struff. L’89% di punti portati a casa con la prima. Non è un erbivoro classico, tutto serve&volley, ma ha imparato a leggere gli schemi vegetali.

(…) La chiave della trasformazione di Matteo da terraiolo a campione universale – quest’anno è arrivato fra i primi quattro anche indoor a Sofia, ed è l’unico nel 2019 ad aver raggiunto tre semifinali su tre superfici diverse – sta soprattutto li, nella “capoccia”. Il Berrettini ante-2018 si “tafazzava” spesso e volentieri, sprecando energie preziose; quello di oggi sa essere concentrato, ma anche “leggero” quando serve. «Soprattutto sull’erba, dove non si può pensare troppo, ma bisogna seguire un istinto tattico particolare», aggiunge il tecnico Santopadre (…). “II segreto della crescita di Matteo sta nella sua umiltà, nella disposizione a imparare. E’ una spugna, e si è fidato di me quando gli ho chiesto di seguire un progetto di crescita. A 19 anni impostare la programmazione per due terzi sul veloce poteva sembrare follia, ma il risultato è che Matteo oggi è un giocatore moderno e universale, che sa adattarsi a tutte le superfici. Sull’erba è cresciuto alla risposta, certo; ma la vera differenza adesso la fa il modo in cui sa stare in campo». Aliassime, con cui si era allenato a Stoccarda nei giorni scorsi, gli ha fatto i complimenti (sentiti) anche per la simpatia e l’umanità, e il dettaglio non guasta. Dopo Halle potrebbe giocare a Eastbourne, con la Top 20 nel mirino, poi c’è Wimbledon. Piedi per terra – anzi, sul prato – ma da questo Berrettini ci si può aspettare ancora molto.

Dopo Federer? Matteo. Berrettini vince sull’erba di Stoccarda  (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Dopo Federer, c’è Berrettini. Tranquilli, non è un annuncio, e nemmeno una profezia da spalmare sul futuro prossimo del tennis. Però, chissà… L’albo d’oro del torneo di Stoccarda dice questo, e noi chi siamo per contraddirlo? Il successo sul diciottenne canadese di origini africane, Felix Auger-Aliassime, è il terzo su quattro finali per Matteo, il secondo quest’anno (…).

Da oggi, Matteo sarà al numero 22, a un passo dall’ingresso nella Top Twenty, dove solo i migliori trovano posto. Una settimana da percorso netto. A più riprese l’erba tedesca ha sottolineato i molti meriti del giocatore italiano, che sta guidando ad alta velocità lungo le strade che portano al tennis, quello che conta, quello d’alto bordo.

(…) Non ha mai perso il proprio servizio, ha concesso solo due palle break (a Struff), ha sempre vinto in due set, e ha preferito procedere per le vie spicce concedendosi a due-tre scambi al massimo su ogni “quindici” giocato. Il tennis dei pochi scambi era antico, tutto impostato sulle discese a rete, come vi giungono oggi è invece il frutto delle convinzioni più moderne. Fra i registri dello stesso Matteo non c’è ancora l’attacco spregiudicato in funzione serve and volley… Sono il servizio, il dritto e la smorzata a regolare POSIZIONE che oggi Berrettini avrà nel ranking mondiale, diventando il secondo italiano la lunghezza degli scambi. E sono i suoi colpi migliori, come ha dimostrato anche ieri, nel corso di una finale che ha dominato per un set e mezzo e ha rischiato di farla scivolare, senza colpe, in una pericolosa terza frazione. Perso il primo per via di un break al terzo gioco, Felix Auger-Aliassime è uscito indenne per miracolo dai suoi primi tre servizi iniziali del secondo set, dove ha concesso cinque palle break e ha rimontato in un’occasione da uno scomodo 15-30.

(…). Ha un servizio violento ed efficace, si muove benissimo su tutte le superfici (era la prima volta che giocava sull’erba), sa difendersi e non si perde d’animo, e nelle gambe ha la stessa potenza del giovane Nadal. Se commette qualche imprudenza, è perché l’insieme delle esperienze che sta conducendo va ancora dipanato e immagazzinato negli schemi di gioco che gli sono propri. Ma è facile prevedere che sarà presto fra i primi cinque del mondo, a battersi per il comando, non appena i favolosi tre concederanno uno zinzino di spazio. Felix al fianco di Tsitsipas, di Zverev, forse di Shapovalov, certo di Thiem. E chissà se in questo quadro non ci sarà un posto anche per Berrettini. Nel concitato finale del tie break, quando lo scontro si è fatto duro, Matteo ha avuto in sorte una chiamata sfortunata per Aliassime, sul terzo dei quattro set point avuti a disposizione dal canadese, ma ha reagito sempre con grande veemenza a tutti i momenti più negativi, ribaltando il tie break e concedendosi tre matchpoint. Felix ha risposto di ace sui primi due, ma nel terzo si è fatto cogliere a mezza via su una rispostona vergata con il dritto da Berrettini.

(…). «Sei davvero un giocatore di grandi qualità» è stato il saluto di Felix, ripresosi dopo un lungo momento di sconforto (sono tre le finali che ha smarrito nel corso di questi mesi: Rio, Lione, Stoccarda). «Un onore giocare con un tennista che, ne sono certo, arriverà molto in alto» la replica di Matteo, che poi ha ringraziato in italiano coach Santopadre e quelli del suo team. «Mi state aiutando a diventare uomo e giocatore. Vi debbo moltissimo».

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Berrettini stupisce ancora. Prima finale sull’erba (Scanagatta). Berrettini-show. Adesso la sfida alla stella baby (Crivelli). Sembra l’epoca di Panatta (Semeraro). Matteo sempre più verde (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 16 giugno 2019

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Berrettini stupisce ancora. Prima finale sull’erba (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

E se finalmente il tennis italiano avesse trovato un tennista capace di imporsi sull’erba? E proprio a due settimane da Wimbledon? Nessun italiano, salvo Andreas Seppi a Eastbourne otto anni fa, ha mai vinto un torneo sull’erba. Oggi Matteo Berrettini, vittorioso un anno fa nel primo torneo sulla terra rossa di Gstaad e quest’anno a Budapest prima di una finale a Monaco di Baviera, prova a emulare Seppi anche se avrà un avversario assai tosto. Matteo è giunto in finale a Stoccarda dopo aver battuto 4 duri rivali senza perdere né un set né un game di servizio: l’australiano Kyrgios n.36 Atp (63 64), il russo Khachanov, n. 9 (64 62), l’americano Kudla n.84 (63 63) e ieri il tedesco Struff n.38 (64 75). Oggi Berrettini n.30 Atp – e già virtualmente n.24 – potrebbe salire a n.22 se batterà il promettentissimo canadesino di origini togolesi Felix Auger-Aliassime, n.21 Atp a soli 18 anni. McEnroe e Wilander lo pronosticano sicuro top-ten. I migliori risultati italiani sull’erba li aveva ottenuti Adriano Panatta raggiungendo i quarti a Wimbledon nel ’79 (che occasione perduta con DuPre!) e Davide Sanguinetti nel ’98 (k.o. con Krajicek). Non era facile, oltretutto, ieri per Berrettini battere un tedesco in Germania. E’ stata, fra i due giovanotti alti entrambi un metro e 95 una prevedibile battaglia di servizi. Sono bastati a Matteo due break, uno per set sul 3-3 nel primo e sul 5 pari nel secondo, per vincere. Berrettini ha messo in mostra nell’occasione non solo il noto servizio da 220 km orari, e un dritto altrettanto efficace, ma anche un rovescio assai migliorato, sia piatto sia tagliato e d’attacco, davvero insidioso sull’erba dove la palla resta radente. E’ stato bravo anche a reagire alle prime palle break affrontate nel torneo, nei primi game del match: «La chiave è stata strappargli il servizio per primo» ha detto. Mentre nell’ultimo game, quando si sono giocati i primi scambi oltre al quarto palleggio, Matteo li ha controllati con grande equilibrio e saggezza. Il suo odierno avversario Aliassime è arrivato in finale approfittando in semi dell’ennesimo ritiro del connazionale Raonic. Non ci sono precedenti con Berrettini.

Berrettini-show. Adesso la sfida alla stella baby (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Con quel cognome un po’ così, che sa di cose minime, Berrettini è più ispirato a parlare con i risultati. E in questi giorni la sua voce è squillante, squillantissima: a Stoccarda arriva la terza finale stagionale dopo Budapest (vinta) e Monaco (persa), ma la prima in carriera sull’erba, una superficie storicamente mai troppo amica dei nostri. Eppure, quasi sempre è solo una questione mentale: nati sulla terra, gli italiani non amano i prati e gli adattamenti che richiedono, anche adesso che la velocità dei campi si è ridotta e uniformata. Matteo stesso ne dà conferma: «Fino all’anno scorso non mi piaceva a pelle, la chiave di questa settimana credo risieda in questo cambio di mentalità». Stimolato a febbraio dal successo in Davis a Calcutta e ora consolidato dalla quarta vittoria di fila in Germania senza concedere set. D’altronde, se ti ritrovi con un servizio che non lascia margini di replica agli avversari, parti già con un atout fondamentale: anche contro Struff, Berrettini concede appena quattro punti con la prima. È vero, deve fronteggiare le prime due palle break del suo cammino (nel quarto game del primo set), ma dopo averle annullate diventerà intoccabile. Però non di sola battuta vive il campione: Berrettini ora ha reso più ergonomico il dritto, che ha un movimento molto ampio e quindi complicato per i prati, ha reso solido il rovescio, slice o piatto, e poi ha alzato íl livello di aggressività della risposta, che gli è servito per prendersi il break decisivo alla fine del secondo set. Insomma, una completezza da top player, e da lunedì lo confermerà anche la classifica (ora è numero 24, salirà a 22 in caso di successo): «Non è stata una partita semplice, sono stato molto concentrato sul servizio. La svolta è stata il break del primo set, essere riuscito a strappargli il servizio per primo mi ha reso ancora più fiducioso e convinto». Per coach Santopadre «non c’è da meravigliarsi, Matteo ha investito tanto per migliorarsi e ora gioca sull’erba con una maggiore sicurezza. Ma il nostro non è un progetto che si limita alla singola partita o al singolo torneo». Anche i traguardi parziali, però, aiutano a crescere più in fretta, soprattutto se la finale ti regala come contendente il vaticinato, futuro dominatore, il canadese del 2000 Auger-Aliassime, il ragazzo nato lo stesso giorno di Federer (8 agosto). Felix arriva subito in fondo nel primo torneo sull’erba giocato in carriera, senza toccare il campo nel derby di semifinale per il ritiro del connazionale Raonic (schiena): intanto è il più giovane dal 1999 (Hewitt) a raggiungere almeno le semifinali su tre o più superfici nella stessa stagione. Occorrerà rispetto: «E’ già un grande giocatore — conferma Matteo — non l’ho mai affrontato, però mi sono allenato con lui proprio qui. Mi aspetto un bel match».

Sembra l’epoca di Panatta (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Matteo Berrettini ha battuto – sempre in due set, sempre senza perdere il servizio – anche Jan Lennard Struff ed è in finale a Stoccarda, sull’erba. Oggi se la giocherà contro il fenomeno canadese Felix Auger Aliassime, che in semifinale ha approfittato del forfait di Milos Raonic. E questa è la prima notizia; l’altra non riguarda solo Matteo, che a 23 anni da lunedì sarà comunque n. 24 del mondo, 22 in caso di vittoria, ma tutto il tennis italiano, che pare sulla soglia di una nuova epoca virtuosa. Era dai tempi di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli che le prospettive non erano così interessanti. Troppo ottimismo? I risultati non sono ancora così caldi come ai tempi di Panatta, che ha vinto Roma, Parigi (uno slam in cui, se andava male, arrivava nei quarti) e assieme agli altri tre moschettieri anche una Coppa Davis, arrivando altre tre volte in finale. E che a 23 anni, l’età di Matteo, si era già issato al numero 8 del mondo. Dall’inizio di quest’anno però la percezione che abbiamo delle possibilità dei nostri tennisti – solo maschi, al momento – è cambiata. Erano decenni che non capitava di potersi aspettare un successo ogni settimana, e a diversi livelli. Diamo un’occhiata al calendario di questi primi sei mesi. A gennaio Lorenzo Musetti, anni 17, ha vinto gli Australian Open u. 18 a Melbourne (dove Giulio Zeppieri è arrivato in semifinale), e Andreas Seppi, anni 34, si è guadagnato la finale a Sydney. A febbraio il 26enne Marco Cecchinato ha vinto l’Atp 250 di Buenos Aires, il 23enne Berrettini è arrivato in semifinale nel 250 di Sofia ed è innato il piccolo grande boom dell’altro 17enne Jannik Sinner (un Challenger e due tornei Itf). A mazzo Berrettini ha firmato il Challenger di lusso di Phoenix; ad aprile trionfo di Fabio Fognini nel Masters 1000 di Monte-Carlo (con Lorenzo Sonego nei quarti), vittoria e finale ‘back-to-back’, una settimana dopo l’altra, di Berrettini a Budapest e Monaco. A Roma siamo sbarcati con aspettative altissime, come non succedeva da tempo. Sono andate deluse, è vero ma il Roland Garros ci ha portato lo storico numero 10 di Fognini. Tempo dieci giorni, ed ecco che arriva il torneone di Matteo a Stoccarda su una superficie, l’erba, che storicamente ci ha riservato magre soddisfazioni. […]

Matteo sempre più verde (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Erbivori, senza saperlo. Matteo Berrettini da una parte, due vittorie in tre match giocati sull’erba prima di Stoccarda (uno in Davis, a punteggio acquisito); Felix Auger-Aliassime dall’altra, lui addirittura alla prima competizione sui prati dall’ingresso nel Tour. Erbivori senza saperlo, ma finalisti, oggi alle 15. La terza finale per entrambi quest’anno, la seconda per Matteo in Germania: ha vinto a Budapest, ha perso a Monaco. «Mi avete applaudito, grazie, siete simpatici», si rivolge cosi al pubblico di Stoccarda, che ha sostenuto Jan-Lennard Struff per tutta la semifinale, ma non ha fatto mancare il suo apprezzamento al giovane italiano. Ci sa fare, Matteo. E ha giocato sin qui un torneo impeccabile. Non ha ceduto un set e non ha mai perso il servizio nei 39 turni di battuta sostenuti nei primi quattro match. Ieri ha fatto persino di più: ha sfidato Struff per vie dirette, servizio contro servizio, con la fiducia di chi sa che può prevalere anche contro un battitore feroce come il tedesco, e se ha concesso a Struff due palle break nel quarto game del primo set (le prime del torneo), le ha subito sfilate con destrezza e nel game successivo è stato lui a prendere il largo. «Ottenere per primo il break mi ha dato la fiducia che cercavo. Struff è in gran forma, l’avevo visto anche a Parigi, ed è pericoloso perché carica la palla di estrema violenza. Ma ho gestito bene i vari momenti del match». Non solo: in apertura di secondo set, Berrettini si è concesso un passante “no look” che ha fatto sussultare i tedeschi sugli spalti. Lì si è guadagnato il rispetto di tutti. «Matteo è giocatore da queste superfici», dice Vincenzo Santopadre, il coach, «non mi stupisce vederlo in finale al secondo torneo che gioca sull’erba. So che si sente ancora sui banchi di scuola, e mi piace questo suo atteggiamento, la voglia di imparare che ci mette in ogni cosa che fa. I match giocati qui a Stoccarda sono stati tutti molto buoni, e i nomi dei giocatori battuti tutti di primo piano a cominciare da Kyrgios per proseguire con Khachanov. Lo vedo scendere in campo con leggerezza, senza cattivi pensieri. Vedo che si diverte giocando a tennis». Anche Felix Auger-Aliassime è alla terza finale. A Rio la prima, poi Lione. Perse, d’accordo, ma come pretendere di più da un ragazzino di appena 18 anni, al primo anno nel Tour? Canadese di famiglia originaria del Togo, una sorella tennista non meno forte di lui, uno che ha colpi e sa adattarli a qualsiasi superficie, duro dentro (ha avuto problemi cardiaci, in passato, li ha risolti con un piccolo intervento) e sospinto da motivazioni fortissime. «Gran giocatore», dice di lui Matteo, «ci siamo allenati insieme in questi giorni, ci siamo conosciuti. Sarà una finale tutta da scoprire, la prima volta che giochiamo contro». Felix vi è giunto per le vie spicce, grazie al ritiro di Raonic, bloccato dai soliti problemi alla schiena. Anche lui invia i complimenti a Berrettini: «Si trova a proprio agio su questa superficie, è sicuro, e ha un servizio che fa male». […]

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