E Fognini si mette il 10 sulla maglia (Scanagatta). Fognini 10°, ora è ufficiale. "Ma non mi fermerò qui" (Grilli). Il più grande, per due (Azzolini). Nadal, l'ultimo cannibale (Grilli)

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E Fognini si mette il 10 sulla maglia (Scanagatta). Fognini 10°, ora è ufficiale. “Ma non mi fermerò qui” (Grilli). Il più grande, per due (Azzolini). Nadal, l’ultimo cannibale (Grilli)

La rassegna stampa di martedì 11 giugno 2019

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E Fognini si mette il 10 sulla maglia (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

Dai tempi dell’antica Grecia, e dei Giochi di Olimpia, ogni Paese celebra i propri atleti dello sport come fossero eroi. La Spagna, perfino con il suo Re, festeggia Rafa Nadal, il più grande campione che la penisola iberica abbia mai avuto, almeno fra quelli con racchetta in mano, sebbene ne abbia avuti tanti, ben 17 topten e anche campioni di Wimbledon come Manolo Santana (1966) e dell’US Open, come Manolo Orantes (1975), del Roland Garros Andres Gimeno (1972), Sergi Bruguera (1993-94), Albert Costa (2002), Juan Carlos Ferrero (2003), ma trionfare 12 volte in 12 finali come Rafa Nadal, senza mai neppure dover ricorrere al quinto set non ha e non credo avrà mai eguali. Nel suo piccolo l’Italia, che ha avuto soltanto due vincitori di Slam fra gli uomini (Pietrangeli 1959-60 e Panatta 1976 a Parigi) e due fra le donne (Schiavone 2010 a Parigi e Pennetta, la signora Fognini, 2015 a New York), celebra da ieri ufficialmente il terno top ten dell’era Open con Fabio Fognini, 40 anni dopo Corrado Barazzutti che salì a n.7 nel ’78 e era ancora 10 nel gennaio ’79, con Adriano Panatta che era stato n.4 nel luglio 1976 e n.7 a fine anno. Le donne italiane top-ten sono state invece 4: Schiavone n.4, Errani n.5, Pennetta n.6, Vinci n.7. Quarantuno sono stati gli italiani top-100, a oggi, dall’agosto ’73 (cioè quando “nacque” il computer ATP che vedeva Paolo Bertolucci n.12). I top-20 sono stati n.12 Bertolucci, n.16 Cecchinato, n.18 Gaudenzi, Seppi e Camporese, n.19 Furlan. Il tennista di Arma di Taggia, nato il 24 maggio 1987, 2 giorni dopo Djokovic e 9 giorni dopo Andy Murray, ha detto ieri: “Oggi faccio un po’ fatica a capire che significa quel numero accanto al mio nome. È un sogno che si avvera. Vorrei però andare anche oltre. Il successo a Montecarlo ha cambiato le mie aspettative. Ora sono più consapevole dei momenti che prima non riuscivo a gestire. Firmerei per arrivare nei quarti o in semifinale di uno Slam adesso… sarebbe la ciliegina sulla torta della mia carriera! Una finale? Beh sarebbe un altro sogno meraviglioso che si avvera”. Il 1 luglio comincia Wimbledon, ma per Fabio è lo Slam più ostico.

Fognini 10°, ora è ufficiale. “Ma non mi fermerò qui” (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Era certo già da qualche giorno, ma vedere finalmente, sul sito dell’Atp, il suo volto sorridente affiancato a quel numeretto a lungo inseguito, il 10, faceva un certo effetto. E non solo a noi, tanto che papà Fulvio ha twittato ieri mattina l’immagine, accompagnata da un eloquente «finalmente un obiettivo raggiunto». Ieri, lunedì 10 giugno 2019, Fabio Fognini è sbucato per la prima volta nella Top 10 del tennis mondiale, sesto italiano di sempre a riuscirci, dopo i pionieri De Morpurgo e De Stefani, e poi Pietrangeli, Panatta e Barazzutti, l’ultimo azzurro a far parte di questa ristretta cerchia, giusto quarant’anni fa. Considerando il talento innegabile e il grande tennis che in certi momenti ha messo in mostra negli ultimi anni, il trentenne ligure è arrivato a questo traguardo un po’ tardi, tanto che la stessa associazione giocatori ha ricordato ieri che Fognini è il giocatore più anziano a entrare per la prima volta nella classifica dei primi 10 da quando Ken Rosewall e Rod Laver, all’età rispettivamente di 38 e 35 anni, furono inseriti nella primo ranking partorito dal computer dell’Atp. Era il 23 agosto 1973. «In questo momento faccio ancora un po’ di fatica a capire quello che sta succedendo – ha detto Fognini nello speciale che ieri gli ha dedicato Sky – e quel numero vicino al mio nome è uno dei miei sogni che si avvera, ma con l’intento di provare ad andare un po’ oltre questo numero, perché comunque ho vinto un grande torneo e ora sono arrivato tra i primi 10. È un traguardo che ho sempre desiderato e cercato, quindi mi godo il momento. Ovviamente la vittoria di Montecarlo è stata fondamentale, ha cambiato le mie aspettative, la mia presenza in campo e soprattutto fuori dal campo. Adesso sono più consapevole dei momenti che prima non riuscivo a gestire e questo mi ha portato a raggiungere questo grande risultato». Corrado Barazzutti, capitano della nostra squadra di Davis e da qualche mese fondamentale elemento aggiunto allo staff del campione ligure, sostiene che per Fognini il decimo posto dev’essere un punto di partenza, non di arrivo. «I tornei dello Slam? È un sogno che rimane lì – continua Fognini – sinceramente firmerei per arrivare nei quarti o in semifinale, perché sarebbe comunque un risultato storico, però il languorino di arrivare in fondo a uno Slam sarebbe la ciliegina sulla torta della mia carriera, che poi a livello di classifica conta relativamente poco. Sono solo numeri che premiano il lavoro fatto attraverso le partite e i tornei vinti durante l’anno, però se ora dovessi sognare in grande, sicuramente giocare la finale di un Grande Slam sarebbe meraviglioso». Fognini è decimo nella classifica con 70 punti di vantaggio su Isner e meno di 200 dal nono posto di Khachanov, mentre Anderson (ottavo) è avanti di circa 800 punti. Il nostro tornerà in gara solo a Wimbledon (il via il 1° luglio) dove un anno fa uscì al terzo turno, contro il ceco Vesely, guadagnando solo 90 punti. I suoi rivali più vicini hanno da questo punto di vista problemi più grossi: Khachanov deve difendere i 180 punti degli ottavi di finale, Isner i 720 della semifinale, Anderson addirittura i 1200 della finale, raggiunta dopo l’infinita sfida con lo statunitense […].

Il più grande, per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E se le capre fossero due? Sì, insomma, se non fossimo noi a vederci doppio, ma fosse il tennis ad aver preso la decisione, a suo modo storica, persino coraggiosa, certo salomonica e uno zinzino democristiana, di allargare il piccolo gregge che guida il nostro sport? Due capre… Che idea! Greatest Of All Time al quadrato, Goat Uno e Goat Due, lo yin e lo yang della pastorizia sportiva. Le vittorie di Rafa Nadal a Parigi portano con sé il vento delle discussioni, che sono linfa vitale per qualsiasi sport, ma nel tennis si ripropongono tali e quali da 15 anni, da quando Rafa vinse il primo Roland Garros e si mise sulle tracce di Roger Federer. Era il 2005. Discussioni appassionate, talvolta animose, riproposte però da cima a fondo ogni qualvolta se ne sia presentata l’occasione, sempre uguali nell’intreccio delle valutazioni e nel confronto delle cifre. Anche questo Roland Garros della dozzina, certo non dozzinale, che spinge Nadal quasi a contatto con Federer in quanto a vittorie nello Slam, non cambia il duello in atto fra le opposte fazioni. Pare di sentirlo il dibattito in sottofondo. Roger è a 20 Slam, dicono i federeriani, sì, ma Rafa è a 18 e non era mai stato a meno due dal rivale, ribattono i nadalisti. Nadal ha realizzato un record da fantascienza vincendo 12 volte il Roland Garros, e può renderlo ancora più inavvicinabile; Federer ha vinto tanto ovunque, a cominciare dagli otto Wimbledon, e nonostante tutto ha messo le mani anche sul trofeo di Parigi, dove è stato per non meno di sei stagioni il numero due. Rafa ha un oro olimpico, Roger un argento in singolare e un oro in doppio, ma ha sei vittorie nelle Atp Finals, e Rafa manco mezza. Vero, ma lo spagnolo ha vinto 34 titoli dei Masters 1000, Federer solo 28, e sono sei vittorie in più, proprio come le Atp Finals dello svizzero che pero non ha mai avuto un “1000” sull’erba, altrimenti quanti ne avrebbe vinti? E ancora, Federer è stato più a lungo il numero uno (302 settimane), Nadal vince nei confronti diretti (24-15). Basta, fermiamoci. Ha davvero senso proseguire? Chi sia il più grande è dilemma con troppe risposte, per averne una sola che metta d’accordo tutti. Se anche Rafa raggiungesse Federer nel conto degli Slam vinti, e può farlo benissimo a colpi di Roland Garros, visto come si è imposto negli ultimi tre anni e con quale furia abbia tenuto a distanza la concorrenza, nemmeno la parità nella classifica Majors risolverebbe la disputa. Le truppe federeriane risponderebbero, con tutta probabilità, che la scelta del Goat è già avvenuta da tempo, per espressa volontà degli appassionati. Non solo titoli e numeri, insomma, ma qualità dei colpi, emozioni, carisma, passione. E così, all’infinito. «L’obiettivo non è raggiungere Federer ma vincere più titoli possibile da qui a quando sarà il momento di dire basta», ha spiegato Nadal, che è il più grande sportivo nei confronti degli avversari, ma anche uomo tutto d’un pezzo, per natura poco incline a giudicare con occhi critici i suoi passi falsi. «In ogni caso», ha infatti aggiunto, «c’è da chiedersi dove sarei se non avessi avuto tutti quegli infortuni». E qui sbaglia, il buon Rafa, perché i tanti (troppi) guasti al fisico non è stata la sfortuna a procurarglieli, ma il suo tennis, lo stesso che gli ha permesso di vincere dodici volte a Parigi. Un gioco costruito su colpi così eccessivi (a cominciare dalla scelta di impugnare la racchetta da mancino, lui destro in tutto), da condurlo spesso oltre i limiti accettabili per il suo corpo […] Su queste valutazioni si giocherà il futuro del tennis sul mattone. Nadal contro i giovani. E per quando riguarda lassù, i campi elisi del tennis, lasciate che a galopparvi in amicizia e spensieratezza, siano Roger e Rafa. Se lo sono meritato.

Nadal, l’ultimo cannibale (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Quando Bjorn Borg vinse per la sesta volta sulla terra del Roland Garros, in otto tentativi (particolare che noi italiani ripetiamo spesso perché l’unico giocatore a battere l’Orso svedese a Parigi – e due volte! – fu il nostro Adriano Panatta) ci si domandò se tale impresa sarebbe mai stata ripetibile, se non migliorabile. A 38 anni dall’ultimo trionfo parigino di Borg, ci ritroviamo ammirati e stupefatti di fronte a un campione che – a capo di una carriera costellata di infortuni che avrebbero già mandato in pensione non pochi tra i suoi rivali – ha semplicemente doppiato domenica quanto fatto dallo svedese, alzando per la dodicesima volta il trofeo destinato ai vincitori del Roland Garros. E di nuovo ci si domanda se quanto fatto dal mancino spagnolo resterà nei secoli imbattuto, anche se forse la domanda corretta a questo punto dovrebbe essere: quante altre volte Nadal vincerà, almeno sulla terra amica di Parigi, prima che decida di ritirarsi? In fin dei conti ha 33 anni, e lo zio Toni – che lo conosce come nessun altro – assicura che altre due-tre stagioni a questi ritmi le può assicurare. I suoi avversari (Federer per primo, che ha solo due Slam di vantaggio) possono cominciare a preoccuparsi, se già non l’hanno fatto. Dodici trionfi in 15 tentativi (nel 2016 si ritirò per un infortunio dopo le prime due partite), 93 vittorie su 95 incontri giocati (il bottino di Borg a Parigi fu di 49 vittorie e 2 sconfitte), è incredibile come sulla terra battuta di Parigi Nadal sappia diventare praticamente imbattibile. Nessun altro giocatore, uomo o donna che sia, ha vinto così tante volte un torneo del Grand Slam Il precedente record era condiviso con l’australiana Margaret Court, che tra il 1960 e il 1973 trionfò per 11 volte negli Open d’Australia, torneo che però a quei tempi era spesso disertato dai campioni non di casa, tanto da essere considerato la “gamba zoppa” dello Slam. Insomma, la sua serie di vittorie al Roland Garros dev’essere considerata come uno dei più straordinari risultati mai ottenuti nella storia dello sport mondiale, al livello di quanto compiuto dai più celebrati Cannibali dell’era moderna, da Lindsay Vonn a Michael Schumacher a Valentino Rossi. Ognuno di questi campioni aveva o ha una pista o un circuito preferito, dove si sente o si sentiva davvero a casa. Ecco, sulla terra del Roland Garros Nadal deve sentirsi a suo agio come nella natia Maiorca, dove ieri è tornato per qualche giorno di riposo (e di pesca) prima di tornare al lavoro in vista di Wimbledon. A Londra non partirà certo favorito, però… […] La difficoltà di giocarci contro soprattutto sulla terra, è stata espressa bene da Federer dopo la sconfitta di venerdì. «Ti fa sentire a disagio il modo in cui difende il campo e gioca sulla terra – ha detto con la consueta lucidità il campione svizzero – È incredibile come regga da dietro e poi riesca a sprintare dalla linea di fondo. E quando devo incontrarlo, non so neanche chi cercare per andarmi ad allenare, non c’è nessuno che giochi anche solo lontanamente come lui». E poi c’è la sua proverbiale voglia di vincere, di non abbassare mai la tensione, frutto del lavoro terribile a cui lo ha sottoposto per tanti anni lo zio Toni […].

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Berrettini, aiutino Nishikori (Azzolini).

La rassegna stampa di domenica 22 settembre 2019

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Berrettini, aiutino Nishikori (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È uno di quei momenti un po’ così. Nei quali può anche capitare di sentirsi incoraggiati, se non addirittura stimolati, da una pessima notizia recapitata a un avversario diretto. Siamo al dunque, nelle settimane che dovranno stabilire con quali gerarchie dovrà terminare la stagione e cominciare la prossima. E i diavoli del tennis sono al lavoro, capovolgono verdetti e inventano percorsi alternativi per raggiungere gli obiettivi finali. Alcuni, per la verità decisamente alti, come la speranza di Matteo Berrettini di ottenere l’invito al ballo degli otto più forti, le Atp Finals di Londra. Uscito (maluccio) dal torneo di San Pietroburgo, giusto con i punti utili per scavalcare Nishikori (appena cinque…) e sistemarsi sull’ottava poltrona della Race in attesa degli sviluppi futuri, Matteo ha scoperto appena ieri che il suo primo avversario dovrà fermarsi per un altro mese, e quindi saltare la tournée asiatica. Rientrerà in tempo, Nishikori, ma sarà difficile a quel punto raggranellare i punti utili alla qualificazione per Londra. Ha un problema al gomito e al braccio destro, e malgrado i medici lo abbiano tranquillizzato sulla guarigione, potranno guarire del tutto solo col riposo, ha spiegato il giapponese. Decisivi saranno i tornei di Pechino e Tokyo, e il “1000” di Shanghai, tutti a ottobre. Malinconiche notizie giungono invece dai pari età di Berrettini, impegnati sul fronte della Laver Cup a Ginevra Sascha Zverev e Nick Kyrgios, opposti alla vecchia guardia, hanno giocato bene e a lungo dominato, salvo ritrarsi a un passo dal traguardo, finendo entrambi infilzati dai vecchietti del circuito. Zverev da Isner: match condotto con mano sicura fino al 4 pari del 2° set, salvo precipitare nel “cupio dissolvi” nel nono game quando Isner ha ottenuto il break. Da lì in poi, Zverev non c’è stato più. Qualcosa del genere è capitato anche a Kyrgios, opposto a un Federer combattivo e voglioso di far bene davanti al proprio pubblico, ma ancora rallentato dai problemi alla schiena che lo hanno messo fuori agli Us Open. Vinto il primo al tie break, l’australiano ha comandato col servizio, costringendo Federer a tenere il proprio con i denti, ma nell’ 11 ° game del secondo set Nick non ha retto alla pressione e si è auto-disintegrato, consegnando allo svizzero (sostenuto dai buoni consigli di Nadal, nei momenti più difficili del match) il break, il set e infine il super tie break conclusivo, senza più riuscire a incidere nel match. Impressioni dell’anno a malincuore confermate. La nuova generazione ha colpi, centimetri, potenza di fuoco e anche talento, manca però di quel carattere che i vecchi campioni sanno ancora mettere in campo.

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Fognini e Berrettini, sempre più in salita la corsa alle Finals (Scanagatta). “Basta negatività” (Azzolini)

La rassegna stampa del 21 settembre

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Fognini e Berrettini, sempre più in salita la corsa alle Finals (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

IERI non è stato un giorno felice per il tennis italiano. Matteo Berrettini che era giunto nei quarti di finale dell’ATP 500 di San Pietroburgo conquistando per 5 punti ATP l’ottavo posto nella Race 2019 al posto di Nishikori — oggi Matteo sarebbe fra gli otto Masters per le finali mondiali di Londra (traguardo mai più raggiunto da un italiano dopo Barazzutti nel ’78) — ha perso dal “qualificato” bielorusso Gerasimov, n.119, 76(75) 76(73). Fosse andato avanti nel torneo avrebbe conquistato altri punti preziosi e magari raggiunto Fognini all’undicesimo posto del ranking mondiale ATP (che tiene conto dei risultati degli ultimi 12 mesi e non solo del 2019). Due avversari alti un metro e 96 cm: è stato un match dominato dai servizi. Neppure un break. Berrettini ha salvato 6 palle -break, Gerasimov 3. Ma il bielorusso è stato più solido nei due tiebreak, nei quali ha fatto 14 punti contro 8. E a Ginevra, dove si gioca la terza edizione della Laver Cup, apparentemente sbilanciata a favore del Team Europa che ha vinto le prime due (a Praga e Chicago) e che qui ha 5 top-ten (Nadal, Federer, Thiem, Tsitsipas e Zverev più il n.11 Fognini) contro Team World che ha il solo americano Isner tra i top-20, Fognini all’esordio ha perso 61 76 dall’americano Jack “Calzino” Sock, ex n. 8 e attuale n. 210 dopo un 2019 fin qui disastroso: 4 sconfitte in 4 incontri dopo un infortunio che lo ha bloccato per 18 mesi. I consigli di Borg, Federer e Nadal, non sono bastati a Fognini per recuperare il pessimo inizio e i tanti game persi nel primo set dopo essere stato invano avanti 0-30 in due game, 0-40 in un altro. Su www.ubitennis tutto sui 3 singolari e il doppio della Laver Cup di Ginevra, le interviste di Fognini e Federer.

“Basta negatività” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Giornate così invitano a volgere gli occhi altrove. Certo non verso Ginevra, ma nemmeno verso San Pietroburgo… Dai fasti della Laver Cup, così come dalle spartane ristrettezze dell’Atp250 russo, giungono sconfitte contro natura, ma pur sempre di legnate si tratta. Va sotto un treno Fabio Fognini, frenato dalla caviglia in attesa d’intervento, obnubilato dalla sua stessa emotività e alla fine sbrecciato dalle poderose spallate di un Sock ritrovato; e si accomoda fuori dalla porta anche Matteo Berrettini, respinto dal bielorusso Gerasimov, di bassa classifica (119) ma di bel tennis, che gli si oppone con buona parte delle armi che il nostro riteneva sue, quanto meno per diritto di classifica. Così, meglio rivolgere l’attenzione alla disfida in atto, che terrà banco da qui ai primi di novembre, verso il traguardo fissato alle Atp Finals. Disfida, non duello, dato che non riguarda solo i due italiani. In quest’ottica, Berrettini ha perso un’occasione: battere Gerasimov gli avrebbe garantito di bussare meno timidamente alla porta del Master, ma non si può avere tutto e resta il fatto che Matteo esca dalla parva russa con l’ottavo posto nella Race, cioè la classifica che tiene conto solo dei punti conquistati nella stagione. In questa, Berretta ha scavalcato Kei Nishikori, ma solo di 5 punticini, dote cui dovrà essere aggiunta non poca sostanza nei tornei che verranno. Al momento, Bautista Agut è 7° con 2.350 punti, Matteo 8° con 2.185, Nishikori 9° con 2.180, seguono Zverev (campione uscente) con 2.120, poi Goffin e Monfils a 2.080 e Fognini, 13°, a 1.965. Se Fabio non riuscirà rapidamente a fare punti, la sua classifica potrebbe volgere al brutto, dopo una stagione vissuta nell’agio della Top Ten. Ma non sarà facile. Nella classifica Atp Fabio ha ancora dalla sua i 405 punti ottenuti un anno fa nei tornei di ottobre: le semifinali a Pechino (180) e Stoccolma (90), gli ottavi a Parigi Bercy (90) e Vienna (45). Un impegno gravoso rifare lo stesso bottino, date anche le condizioni fisiche. Berrettini sta meglio: già negli otto del Master, potrà crescere anche nel Ranking Atp scartando i soli 101 punti guadagnati nel 2018 fra Pechino, Chengdu e Shanghai, ai quali potrebbe aggiungere Parigi Bercy, tutti i tornei nei quail Matteo dovrebbe ricevere un “bye” al primo turno. Quattrocento (o 500) punti potrebbero metterlo al sicuro per Londra (è incerta la partecipazione di Djokovic, fra l’altro), e trascinarlo nella Top Ten. Ottobre è il mese delle decisioni, a patto che il rendimento dei due italiani migliori rispetto a quanto mostrato ieri. Fognini si è misurato contro un Sock redivivo (4 match in singolare nel 2019: l’intervento al pollice l’ha fermato 6 mesi) e con le sue emozioni, ha sbagliato l’impossibile nel primo set e quando si è rimesso in carreggiata («basta negatività» gli suggeriva Federer con lui nell’Europa) ha trovato un avversario poco disposto a collaborare, anzi. Berrettini con Gerasimov ha fatto e disfatto, ha avuto le prime tre palle break (due nel set iniziale), ha dovuto annullare due 0-40 al bielorusso. Nei tie break ha giocato alla pari solo fino a metà, poi ha regalato una smorzata orribile nel primo e un doppio fallo nel secondo. È stato poco lucido e un po’ superficiale. Avrà modo di meditarci sopra. Infine, una domanda… Le vittorie in Laver Cup, ora che è sotto l’egida dell’Atp, avranno un conio ufficiale? Forse no, ma nel caso, Federer (che ne ha vinte due) salirebbe a 104 successi, a meno 5 dal record di Connors

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Berrettini tira dritto: vola ai quarti e vede già le “Finals” (Cocchi). Berrettini prenota il volo per Londra (Guerrini). Fognini alla Laver Cup. Sfida tra Europa e il resto del mondo (Il Secolo XIX)

La rassegna stampa di venerdì 20 settembre 2019

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Berrettini tira dritto: vola ai quarti e vede già le “Finals” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il ranking live parla chiaro: numero 8 della Race to London, virtualmente alle Finals di novembre. E vero che la strada è ancora lunga, però Matteo Berrettini, esordendo con una vittoria al 250 di San Pietroburgo, ha virtualmente scavalcato Kei Nishikori che occupava l’ottavo e ultimo posto per il Masters. Troppo forte Matteo per lo spagnolo Carballes Baena, numero 77 del mondo: 88% di punti con la prima, 75% con la seconda, nessuna palla break concessa. Segno che le fatiche americane sono state smaltite. Oggi nei quarti, il romano numero 13 al mondo, affronterà il qualificato bielorusso Egor Gerasimov, numero 119 Atp, che ha eliminato il mancino francese Adrian Mannarino. Sempre a San Pietroburgo si ferma invece Salvatore Caruso, numero 114, sconfitto 6-3 6-4 dal norvegese Casper Ruud, numero 60. A Metz esce di scena anche Lorenzo Sonego, battuto al secondo turno per 6-1 6-4 dal francese Lucas Pouille, 26 Atp, vincitore di questo torneo nel 2016. Fabio Fognini oggi sarà invece tra i protagonisti della Laver Cup a Ginevra insieme a Federer, Nadal e agli altri big europei che sfideranno il Resto del Mondo fino a domenica guidati dai capitani Borg e McEnroe. Camila Giorgi ha conquistato l’accesso ai quarti di Osaka (cemento). La 27enne di Macerata, numero 54 del ranking mondiale, si è sbarazzata per 6-0 6-3, in un’ora e un quarto di partita, della statunitense Sloane Stephens, numero 14. Oggi intorno alle 11 italiane affronterà la belga Elise Mertens, numero 24. Sfuma invece la prima semifinale Wta per Jasmine Paolini a Guangzhou (cemento) battuta da Sofia Kenin (20) per 7-5 6-1.

Berrettini prenota il volo per Londra (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

E’ che non siamo abituati. Non ancora, perlomeno. Non è abitudine di un giocatore azzurro vincere sempre da favorito, crescendo partita dopo partita. Matteo Berrettini invece è così, si nutre di sfide e accumula certezze. Ieri, ad esempio ha lasciato 3 giochi allo spagnolo Roberto Carballes Baena nell’Atp 250 di San Pietroburgo, dove debuttava al secondo turno perché n. 3 del tabellone: 6-1 6-2 il risultato finale in nemmeno un’ora di gioco, con soli 6 punti concessi sul proprio servizio. La sicurezza cresce di pari passo con il gusto della sfida. E a suo modo questa vittoria comoda, dimenticabile, può essere storica. Già, Matteo – che è ufficialmente n. 13 – ha superato Kei Nishikori che nella corsa verso Londra e le Atp Finals lo sopravanzava, all’ottavo posto. Ora c’è lui, il ventitreenne di Roma: 2185 punti a 2180. C’è un’altra buona notizia. A Metz è uscito subito uno dei rivali che inseguono, il belga David Goffin. E Matteo può allungare, perché nei quarti del torneo russo trova nel terzo match di oggi il bielorusso Egor Gerasimov, n. 119 Atp tour emerso dalle qualificazioni. C’è poi un orizzonte più importante cui guardare e mirare. E non è soltanto Londra, le Atp Finals, che distano 51 giorni (10-17 novembre) e ancora troppi tornei per illudersi. C’è altro, il primato in Italia. Se Berrettini conquistasse il torneo, aggancerebbe all’ 11° posto mondiale Fabio Fognini. […]

Fognini alla Laver Cup. Sfida tra Europa e il resto del mondo (Il Secolo XIX)

Prima di rituffarsi nel circuito a caccia di punti per le Atp Finals di Londra, è tempo di Laver Cup a Ginevra. La città svizzera ospita da oggi a domenica la 3′ edizione e tra i protagonisti c’è anche Fabio Fognini. Roger Federer è l’artefice dell’evento: una sua idea sviluppata con il management group “Team 8” (dello svizzero e del manager Tony Godsick) . Novità e tradizione, con il nome pesante di Rod Laver come trademark, portando un format simile alla storica Ryder Cup di golf nel mondo del tennis. La prima edizione nel 2017 a Praga, la seconda nel 2018 a Chicago: in entrambi i casi si è imposta la selezione europea. Articolato il regolamento: un team europeo di 6 giocatori (Rafael Nadal, Federer, Dominic Thiem, Alexander Zverev, Stefanos Tsitsipas e Fognini) sfida una squadra con 6 tennisti del resto del mondo (John Isner, Milos Raonic, Nick Kyrgios, Taylor Fritz, Denis Shapovalov e Jack Sock). I capitani sono Bjorn Borg per l’Europa e John McEnroe per il team World, a riproporre una delle più iconiche rivalità di ogni epoca. La Laver Cup si svolge su tre giornate, in ognuna tre match di singolare e un doppio a chiudere, al meglio dei tre set con un tiebreak a 10 punti al posto del classico terzo set. Un match vinto al venerdì vale 1 punto; al sabato 2 punti; alla domenica 3 punti. Sono in palio 24 punti, vince la squadra che se ne aggiudica 13. Ogni membro del team deve giocare almeno un match in singolare nei primi due giorni, ma solo due singolari nell’intero weekend. Almeno 4 dei 6 componenti devono giocare un doppio, ma una coppia non può scendere di nuovo in campo, escluso l’eventuale doppio di spareggio alla domenica in caso punteggio sul 12 pari.

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