La vittoria di Berrettini a Stoccarda sulla stampa italiana (Crivelli, Semeraro, Azzolini)

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La vittoria di Berrettini a Stoccarda sulla stampa italiana (Crivelli, Semeraro, Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 17 giugno 2019

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Magico Berrettini. Il secondo italiano verde di gioia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

U n grande prato verde dove nascono speranze. Di un futuro da superstar, di una carriera di fuochi artificiali qualunque superficie si ritroverà a calpestare. Non che il presente, peraltro, gli riservi carbone: da ieri Berrettini è il secondo italiano dell’Era Open a aver vinto un torneo sull’erba dopo il Seppi di Eastbourne 2011 e il più giovane azzurro di sempre con almeno tre titoli già nella vetrina nobile del salotto di casa. Applausi, ancor più fragorosi per quel numerino che da stamattina accompagnerà il suo nome nel ranking: 22. Più che speranze, sono certezze.

(…). tanto per cominciare non perde mai il servizio in 50 game. Per non scomodare paragoni ingombranti, nella stagione 2018 gli unici immacolati alla battuta in un torneo poi conquistato sono stati Zverev a Madrid e Djokovic a Shanghai. Le cifre di Matteo a Stoccarda impressionano: anche nell’epilogo contro il baby prodigio Auger-Aliassime concede appena 3 punti con la prima (41 su 44) e la percentuale nelle cinque partite è superiore all’89% complessivo.

 

(…). Ancora una volta, il rovescio di Berretto è un’arma e non una debolezza, con lo slice usato intelligentemente per non dare campo al diciottenne di Montreal e passanti lungolinea brucianti. Poi, nel tie break allo spasimo del secondo set, ci aggiunge anche cuore e coraggio: cinque set point per l’altro annullati (sull’ultimo, una chiamata corretta dall’arbitro oggettivamente svantaggia Felix) e due match point favorevoli svaniti, prima della risposta di dritto vincente dell’apoteosi, al 24′ punto. Parole e musica da campione: «Un torneo fantastico, dove ho giocato sempre bene e contro avversari forti. Ancora non riesco a credere a quello che ho fatto. Faccio i complimenti al mio avversario, perché so esattamente cosa prova in questo momento e bisogna ricordarsi di quanto sia giovane. Sono davvero contento, non ho mai perso il servizio, ma sono stati match tutti molto combattuti: sono davvero orgoglioso della forza mentale che ho dimostrato». È lì che coach Santopadre ha sempre lavorato in profondità fin da quando lo prese tredicenne, obbligandolo a giocare due tornei su tre sul veloce da junior per farlo uscire dalla comfort zone della terra rossa e poi iscrivendolo un anno fa ai tornei sull’erba, certamente non amata, anziché rifugiarsi in Challenger dai punti facili. Dodici mesi dopo, l’allievo doma i prati sconfiggendo tra gli altri l’erbivoro Kyrgios, il numero 9 del mondo Khachanov e il predestinato Aliassime.

(…) «Finalmente affronto le partite con leggerezza, seguendo l’esempio di mio fratello Jacopo, che è bravissimo a lasciarsi scivolare addosso le avversità, e i suggerimenti di Flavio Cipolla (già 70 del mondo e suo compagno di allenamenti all’Aniene, n.d.r.): lamentarsi di un colpo sbagliato in campo è inutile, tanto il punto indietro non ti torna». Da adolescente lo chiamavano Radio perché parlava e parlava tra uno scambio e l’altro: avanti di questo passo diventerà Cinema. Solo prestazioni da Oscar.

Berrettini, spaventoso e senza confini (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Adesso che Matteo Benettini si è preso il suo terzo torneo in undici mesi – neanche Adriano Panatta ci era riuscito alla sua età, 23 anni compiuti ad aprile – adesso che abbiamo un vice-Fognini; da oggi numero 22 del mondo, capace di vincere non solo sulla terra (Gstaad 2018 e Budapest 2019) e sul cemento (il super Challenger di Phoenix nello scorso febbraio) ma anche – udite, udite – sull’erba, beh, ragazzi, adesso possiamo pensare a divertirci sul serio. Era dal 2011 che un italiano non alzava una coppa sul verde, Andreas Seppi, primo e unico nell’era Open, ci era riuscito a Eastbourne. In tutto il torneo non ha ceduto un set, nè un turno alla battuta (…).

Nell’Atp 250 di Stoccarda, dove un anno fa aveva vinto Federer, Matteo ha messo in fila Nick Kyrgios, Karen Khachanov, Jan Lennard Struff e ieri, in finale (6-4 7-6) anche Felix Auger-Aliassime, 18enne-meraviglia canadese destinato a grandi cose, forse al numero 1, che oggi lo precede di un posto in classifica ma che ieri si è dovuto arrendere alle botte di servizio di Matteo. Alle sue risposte aggressive, alle martellate di diritto, alle rasoiate di rovescio, alle volée accarezzate e ai passanti millimetrici. E soprattutto alla personalità, alla serenità, alla determinazione del “Beretta”. Il primo set il romano lo ha chiuso con il solito break chirurgico; il secondo se l’è dovuto sudare al tie-break, annullando cinque setpoint (anche con fortuna: vedi l’overrule di Carlos Bemardes che sul 7-6 per Felix ha smentito una chiamata che avrebbe mandato la partita al terzo set), e chiudendo 13-11 al terzo match-point.

(…) I numeri al servizio della sua settimana nel Baden Wurttenberg fanno paura: 0 set ceduti in tutta la settimana, 0 game persi su 50 turni alla battuta, appena 2 palle break concesse, in semifinale a Struff. L’89% di punti portati a casa con la prima. Non è un erbivoro classico, tutto serve&volley, ma ha imparato a leggere gli schemi vegetali.

(…) La chiave della trasformazione di Matteo da terraiolo a campione universale – quest’anno è arrivato fra i primi quattro anche indoor a Sofia, ed è l’unico nel 2019 ad aver raggiunto tre semifinali su tre superfici diverse – sta soprattutto li, nella “capoccia”. Il Berrettini ante-2018 si “tafazzava” spesso e volentieri, sprecando energie preziose; quello di oggi sa essere concentrato, ma anche “leggero” quando serve. «Soprattutto sull’erba, dove non si può pensare troppo, ma bisogna seguire un istinto tattico particolare», aggiunge il tecnico Santopadre (…). “II segreto della crescita di Matteo sta nella sua umiltà, nella disposizione a imparare. E’ una spugna, e si è fidato di me quando gli ho chiesto di seguire un progetto di crescita. A 19 anni impostare la programmazione per due terzi sul veloce poteva sembrare follia, ma il risultato è che Matteo oggi è un giocatore moderno e universale, che sa adattarsi a tutte le superfici. Sull’erba è cresciuto alla risposta, certo; ma la vera differenza adesso la fa il modo in cui sa stare in campo». Aliassime, con cui si era allenato a Stoccarda nei giorni scorsi, gli ha fatto i complimenti (sentiti) anche per la simpatia e l’umanità, e il dettaglio non guasta. Dopo Halle potrebbe giocare a Eastbourne, con la Top 20 nel mirino, poi c’è Wimbledon. Piedi per terra – anzi, sul prato – ma da questo Berrettini ci si può aspettare ancora molto.

Dopo Federer? Matteo. Berrettini vince sull’erba di Stoccarda  (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Dopo Federer, c’è Berrettini. Tranquilli, non è un annuncio, e nemmeno una profezia da spalmare sul futuro prossimo del tennis. Però, chissà… L’albo d’oro del torneo di Stoccarda dice questo, e noi chi siamo per contraddirlo? Il successo sul diciottenne canadese di origini africane, Felix Auger-Aliassime, è il terzo su quattro finali per Matteo, il secondo quest’anno (…).

Da oggi, Matteo sarà al numero 22, a un passo dall’ingresso nella Top Twenty, dove solo i migliori trovano posto. Una settimana da percorso netto. A più riprese l’erba tedesca ha sottolineato i molti meriti del giocatore italiano, che sta guidando ad alta velocità lungo le strade che portano al tennis, quello che conta, quello d’alto bordo.

(…) Non ha mai perso il proprio servizio, ha concesso solo due palle break (a Struff), ha sempre vinto in due set, e ha preferito procedere per le vie spicce concedendosi a due-tre scambi al massimo su ogni “quindici” giocato. Il tennis dei pochi scambi era antico, tutto impostato sulle discese a rete, come vi giungono oggi è invece il frutto delle convinzioni più moderne. Fra i registri dello stesso Matteo non c’è ancora l’attacco spregiudicato in funzione serve and volley… Sono il servizio, il dritto e la smorzata a regolare POSIZIONE che oggi Berrettini avrà nel ranking mondiale, diventando il secondo italiano la lunghezza degli scambi. E sono i suoi colpi migliori, come ha dimostrato anche ieri, nel corso di una finale che ha dominato per un set e mezzo e ha rischiato di farla scivolare, senza colpe, in una pericolosa terza frazione. Perso il primo per via di un break al terzo gioco, Felix Auger-Aliassime è uscito indenne per miracolo dai suoi primi tre servizi iniziali del secondo set, dove ha concesso cinque palle break e ha rimontato in un’occasione da uno scomodo 15-30.

(…). Ha un servizio violento ed efficace, si muove benissimo su tutte le superfici (era la prima volta che giocava sull’erba), sa difendersi e non si perde d’animo, e nelle gambe ha la stessa potenza del giovane Nadal. Se commette qualche imprudenza, è perché l’insieme delle esperienze che sta conducendo va ancora dipanato e immagazzinato negli schemi di gioco che gli sono propri. Ma è facile prevedere che sarà presto fra i primi cinque del mondo, a battersi per il comando, non appena i favolosi tre concederanno uno zinzino di spazio. Felix al fianco di Tsitsipas, di Zverev, forse di Shapovalov, certo di Thiem. E chissà se in questo quadro non ci sarà un posto anche per Berrettini. Nel concitato finale del tie break, quando lo scontro si è fatto duro, Matteo ha avuto in sorte una chiamata sfortunata per Aliassime, sul terzo dei quattro set point avuti a disposizione dal canadese, ma ha reagito sempre con grande veemenza a tutti i momenti più negativi, ribaltando il tie break e concedendosi tre matchpoint. Felix ha risposto di ace sui primi due, ma nel terzo si è fatto cogliere a mezza via su una rispostona vergata con il dritto da Berrettini.

(…). «Sei davvero un giocatore di grandi qualità» è stato il saluto di Felix, ripresosi dopo un lungo momento di sconforto (sono tre le finali che ha smarrito nel corso di questi mesi: Rio, Lione, Stoccarda). «Un onore giocare con un tennista che, ne sono certo, arriverà molto in alto» la replica di Matteo, che poi ha ringraziato in italiano coach Santopadre e quelli del suo team. «Mi state aiutando a diventare uomo e giocatore. Vi debbo moltissimo».

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Grilli). L’Italia in America è davvero little (Pasini). Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Crivelli). Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 14 agosto 2019

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Rusty, arrugginito, lo hanno definito i giornali anglosassoni. D’altra parte non era possibile pensare che Andy Murray, a distanza di 210 giorni dalla sua ultima gara di singolare (primo turno agli Open d’Australia, il 14 gennaio scorso, sconfitta in cinque set da Bautista Agut) potesse giocare tanto meglio di come ha fatto lunedì contro Gasquet (6-4 6-4 per il francese) a Cincinnati, dove aveva ricevuto un invito degli organizzatori (lo scozzese al momento è numero 324 della classifica). Tutti ricordiamo le sue parole dopo il ko di Melbourne a gennaio, quel suo annunciare tra le lacrime un probabile ritiro, per i persistenti problemi all’anca destra che lo perseguitano da un paio di anni. E invece, a 32 anni, il tre volte vincitore di Slam (due trionfi a Wimbledon e uno a Flushing Meadows, più due medaglie d’oro alle Olimpiadi) non si è voluto arrendere e dopo un secondo intervento chirurgico all’anca a fine gennaio ha ripreso poco per volta confidenza con il tennis tornando in campo a giugno, nel torneo di doppio del Queen’s Club, dove ha vinto in coppia con Feliciano Lopez (e ieri i due hanno battuto in primo turno Rojer e Tecau, teste di serie numero 4). Poi i doppi a Wimbledon (il misto con Serena Williams) e a Washington e la richiesta di una wild card a Cincinnati, per “testarsi in singolare”. Contro Gasquet si sono visti alcuni sprazzi del Murray che conosciamo, ma lui si è mostrato giustamente soddisfatto. «Penso di essermi comportato bene – ha detto dopo la partita – naturalmente ci sono state tante cose che avrei dovuto fare meglio, ma bisogna essere realistici. Arrivare qui è stato un percorso lungo e sapevo che non tornerà tutto magicamente come prima in una partita o in una settimana. Gasquet mi ha fatto muovere molto, cercando gli angoli, facendo smorzate, e correre non è una cosa che sappia fare molto bene in questo periodo. Nel secondo set, però, mi sembra di essere migliorato» . Murray dovrebbe scendere in campo la prossima settimana nel torneo di Winston-Salem; non giocherà invece il singolare agli US Open, avendo rinunciato alla wild card: «Speravo di potere avere un po’ di tempo in più per decidere se tornare a giocare tre set su cinque set, capire meglio come avrebbe reagito il mio fisico, e invece gli organizzatori volevano annunciare subito le wild card. Avrei dovuto dare una risposta prima di scendere in campo contro Gasquet, e non me la sono sentita. Poi, se avessi accettato ma non fossi stato in grado di giocare? Non sarebbe stato giusto» . A New York, quindi, sarà impegnato solo in doppio. […]

L’Italia in America è davvero little (Giorgio Pasini, Tuttosport)

 

L’Italia che s’è riscoperta potenza del tennis (un azzurro in Top10, sette nei primi 100, undici nei 150) a Cincinnati torna più che little, piccola. Sparisce. E subito. Nel Masters 1000 che porta agli Us Open, in poche ore si consuma tutto, perché dopo le sconfitte di una Camila Giorgi da poco rientrata in gioco, di un Marco Cecchinato ormai in caduta libera e di un Matteo Berrettini che non riparte dopo la delusione Wimbledon, pagando probabilmente la disabitudine alle partite, nella notte americana sono arrivati anche il forfeit di Fabio Fognini e il ko di Lorenzo Sonego. Il torinese però non passa inosservato. Nel match contro Nick Kyrgios, regge alla terrificante onda d’urto dello showman australiano (85% di prime palle, 95% di punti con esse, appena 8 “quindici” concessi in 11 turni di battuta) fino al 5-5 del primo set, poi incassa il primo break e va subito sotto anche nel secondo parziale. Risultato 7-5 6-4 in un’ora e 21 minuti, ma con la conferma che Sonego ha «qualcosa di speciale», come certificato da Roger Federer dopo il confronto diretto al Roland Garros. Discorso diverso per Fognini, che non ha recuperato il problema che si trascina da tempo ai tendini e che la scorsa settimana è riemerso a Montreal durante il match con Rafa Nadal, che per altro ha vinto il torneo e a sua volta rinunciato a Cincinnati. Il forfeit del ligure, probabilmente per non compromettere lo Slam newyorkese, certifica ulteriormente che il tennis di oggi, specie sul cemento, è troppo esigente e stressante per il fisico. […]

Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il mondo non è un posto molto comodo se si ha un incubo da affrontare. Davanti agli occhi il dritto lungo sulla risposta di Djokovic e il passante del serbo sulla riga dopo un suo attacco tremebondo. I due match point sprecati nella finale di Wimbledon che hanno sottratto Federer al paradiso di una leggenda senza fine per consegnarlo all’inferno dei rimpianti che ti tormentano. Il Divino è tornato in campo nella notte a Cincinnati per la prima volta da quel pomeriggio londinese da tregenda, e il contatto con le fragranze della gara gli servirà forse per cancellare definitivamente i ricordi della sconfitta più amara. Come ha confessato lui stesso, non ha toccato racchetta per dieci giorni dopo l’ultimo punto della partita maledetta, e ha subito cercato in famiglia il conforto per dimenticare. Una lunga gita sulle amate montagne di casa con il caravan: così ha cominciato a esorcizzare l’incubo del nono Championship svanito quando ormai lo teneva tra le mani. Il racconto si snoda proprio dal ritorno a casa: «Già il lunedì ho noleggiato il camper, e i miei figli erano talmente eccitati che mi hanno chiesto di dormire li quella notte. Li abbiamo accontentati, anche se è stato difficile salire la scaletta per raggiungere il mio posto letto. Il martedì mattina mi sono svegliato e mi sono ritrovato mezzo rotto: un po’ perché ho dormito piuttosto male, e un po’ perché era ancora troppo fresca la delusione di Wimbledon, ma dopo qualche ora ho avvertito che la tensione negativa se ne stava andando». A scacciarla del tutto ci ha pensato la tranquillità del comprensorio dell’Alpstein, una meta apprezzata da sempre dal Maestro, che in quelle vallate aveva già trascorso le vacanze nel 2016: «Abbiamo fatto escursioni, abbiamo preparato le grigliate: ci siamo presi del tempo per noi ed è stato fantastico». Dopo l’avventura alpestre, si è spostato a Nyon per riprendere la preparazione: «Prima solo training fisico, poi qualche ora di tennis ma senza forzare, perché volevo presentarmi fresco ai tornei americani». Ed è stato in quegli istanti, quando ha ritrovato gli attrezzi del mestiere, che i rimpianti della finale persa sono tornati a farsi brucianti: «Ti volti indietro per qualche giorno mentre provi ad allontanare la pressione di ciò che è successo. Certamente quando sono tornato ad allenarmi, sul campo ho avuto dei flashback della partita, sia dei momenti belli sia di quelli brutti, ma dopo un paio di sessioni tutto è tornato alla normalità e adesso mi sento pronto per Cincinnati e per gli Us Open». Nel mezzo, è capitato anche il 38° compleanno (1’8 agosto), un’altra occasione per farsi avvolgere dal calore degli affetti più cari: «Mirka mi ha preparato la torta, i miei figli hanno voluto spegnere le candeline insieme a me e ho passato la serata con gli amici: una festa molto tranquilla e molto gradevole». Il Masters 1000 dell’Ohio è quello che in carriera ha dato più soddisfazioni a Federer: sette successi, il primo addirittura nei 2005. «Mi piace sempre venire qui, ci sono pace e tranquillità, abbiamo già tanti altri tornei in grandi città, perciò questo è un bel modo per me di ricominciare l’estate. E poi il pubblico è meraviglioso, viene qui per apprezzare il gioco e per nient’altro. Mi ricorda un po’ Indian Wells». Il ritorno alla realtà non si sostanzierà solo nel match appena giocato contro Londero e in tutti gli altri che eventualmente verranno, ma anche in un ritrovato impegno politico: lui e Nadal, infatti, sono appena stati eletti nel consiglio Atp. Roger conferma che lui e Rafa si sono sentiti prima della scelta: «Gli ho detto che avrei accettato se ci fosse stato anche lui, credo sia il momento di ritrovare equilibrio».

Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Com’è stretto il crinale che divide la gloria dallo sconforto più nero. Se Federer ha metabolizzato a fatica i due punti che gli sono costati Wimbledon e il 21° Slam, Djokovic arriva a Cincinnati sulle ali di un trionfo che ha confermato il ritrovato status di più forte al mondo dell’ultimo anno, con quattro major su cinque vinti e la convinzione che una volta terminate le meravigliose carriere dei Fab Three, sulla questione di chi sarà stato il più grande si dovrà aprire un dibattito che sicuramente lo coinvolgerà. Anche Novak non ha più giocato una partita da quella finale, ma dopo le vacanze e la ripresa degli allenamenti ha deciso di ripresentarsi a modo suo, postando sui social una seduta di agopuntura per l’applicazione di piccole dosi di erbe medicinali cinesi: «Non sempre piacevole, ma efficace», il suo commento. Del resto il Djoker da qualche anno è particolarmente attento alle discipline orientali, anche se la scelta di Marbella per la preparazione post-Wimbledon ha rinfocolato addirittura le voci di un riavvicinamento al guru Pepe Ymaz, che gestisce la struttura dove il numero uno si è allenato e che dopo il successo londinese gli ha dedicato un lungo post di congratulazioni. In realtà i due sono sempre rimasti amici, anche se il ritorno dello storico coach Vajda era stato subordinato alla condizione che l’ex giocatore spagnolo diventato trainer motivazionale non avesse più voce nelle scelte tecniche. Vajda peraltro a Marbella non c’era, come non ci sarà a Cincinnati per stare con la famiglia. Così all’angolo di Nole siederà Goran Ivanisevic, confermato almeno fino al termine degli Us Open dopo la settimana di collaborazione a Wimbledon. Un altro supercoach dopo i grandi successi con Becker e il fallimento con Agassi, con l’ex campione eccitatissimo dalla nuova avventura: «Quando ti chiama uno come Djokovic, è una grande scommessa e soprattutto il riconoscimento del tuo lavoro. È bastata un’altra telefonata perché mi confermasse nel team». La decisione di ingaggiare un allenatore croato aveva suscitato polemiche in Serbia, dove i ricordi e le divisioni della guerra che ha sconvolto la Jugoslavia sono ancora una ferita aperta, ma Djokovic è voluto tornare una volta di più sull’argomento: «Io cerco sempre di essere aperto ed educato, so che le conseguenze del conflitto sono ancora fresche e capisco la gente che non la pensa come me. Ma se non possiamo dimenticare, possiamo sicuramente perdonare e io voglio trasmettere energie positive con il mio esempio. Considero i Croati molto cari, e chiedo che si rispettino i miei pensieri».

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Rassegna stampa

Serena e la maledizione (Crivelli). Montreal è casa Nadal (Nazione-Carlino-Giorno Sport)

La rassegna stampa di lunedì 12 agosto 2019

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Serena e la maledizione, si ritira in finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello sport)

Niente da fare: Alexis Olympia continua a non avere una coppa con cui trastullare la sua esuberanza di bambina di due anni. La maledizione di mamma, infatti, non s’arresta: da quando la piccola è nata, Serena Williams non ha più vinto un torneo, perdendo quattro finali. Dopo le due sconfitte a Wimbledon (2018 e 2019) e gli Us Open di un anno fa, stavolta l’ex numero uno rimane in campo appena 16 minuti nell’epilogo della Rogers Cup (2.530.000 €) a Toronto (quest’anno le donne giocano in Ontario) per dolori alla parte bassa del dorso, aprendo la strada al trionfo dell’eroina di casa, la teenager Bianca Andreesscu. Sotto 3-1 e già sofferente, Serena si è avvicinata all’avversaria e le ha annunciato con la voce rotta dall’emozione che la partita sarebbe finita lì: «Mi spiace, ma oggi non posso giocare. Ho provato, ma non ci riesco. Bianca, tu sei una grande persona. Ringrazio il mio team, è un anno veramente duro ma la vita e il mio tennis continuano». La Williams resta così ferma agli Australian Open 2017, l’ultimo sorriso, tra l’altro da incinta senza saperlo: poi solo delusioni, guai fisici, sprazzi di talento ma anche la pervicace volontà di non arrendersi comunque, con il miraggio del benedetto 24° Slam con cui eguaglierebbe finalmente Margaret Court. In Canada, tra l’altro, Serena aveva avuto un cammino tutto sommato agevole, con l’eccezione della semifinale contro la Bouzkova, e si era presa anche la rivincita contro la Osaka dopo lo psicodramma di New York di un anno fa.

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La conclusione poco ortodossa della finale non deve peraltro oscurare l’ascesa imperiosa della Andreescu, al terzo successo su tre finali giocate nel 2019, iniziato da numero 152 Wta e che oggi la porterà al numero 14, la migliore delle nate dal 2000 in poi. Nel torneo, la canadese di radici romene ha battuto tre top ten (Bertens, Pliskova e appunto la Williams), portando il record contro avversarie tra le prime dieci a 7-0. Numeri da predestinata.

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Montreal, è casa Nadal. Demolito Medvedev (Nazione – Carlino – Giorno Sport)

Rafa Nadal ha vinto la Rogers Cup. Un successo fulmineo per lo spagnolo, impostosi nettamente sul russo Medvedev in due set con il punteggio di 6-3 6-0. Per il maiorchino, qualificatosi senza disputare la semifinale a causa del ritiro di Monfils, si tratta della quinta affermazione in carriera nel Masters 1000 sul cemento di Montreal. Nadal non ha lasciato scampo all’avversario, numero 9 del ranking Atp, prendendo il largo sin dalle prime battute e concedendo pochissimo a un Medvedev mai in grado di impensierirlo con soli 3 game portati a casa in tutto il match. Con quest’ultimo successo, il numero 2 del mondo ha ritoccato il primato assoluto di Masters 1000 vinti portandolo a 35, due in più di Djokovic, secondo in questa classifica. (…)

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