Mio fratello Berrettini (Crivelli). L'italian job. Wimbledon veste azzurro (Azzolini)

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Mio fratello Berrettini (Crivelli). L’italian job. Wimbledon veste azzurro (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 giugno 2019

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Mio fratello Berrettini (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

[…] A casa Berrettini, invece, è accaduto il contrario: a tennis ha iniziato a giocare Jacopo, classe 1998, oggi numero 410 del mondo, e solo dopo, sulle sue orme, vi si è avvicinato anche Matteo, maggiore di due anni. Quante sfide nei campi dei circoli, e perfino contro il muro di casa: Matteo ora è alle soglie della top 20 e ha la possibilità di raggiungere i quarti anche a Halle nella sfida odierna con Seppi. Ma nessuno meglio di un fratello può spiegare cosa stia succedendo all’altro. Jacopo, è vero che se oggi Matteo è numero 22 del mondo lo dobbiamo un po’ anche a lei? «Diciamo che ho avuto un ruolo quando a dieci anni mio fratello voleva smettere con il tennis per dedicarsi al basket o al judo. Non vedeva un futuro, ma io gli dissi che se avesse lasciato, lo avrei fatto anch’io. Per fortuna mi ha dato retta». Del resto, siete una coppia di fratelli insolita: il maggiore che inizia a giocare a tennis per imitare il minore e che anche oggi lo ringrazia per gli esempi che gli dà. «Sono orgoglioso che Matteo parli di me in quei termini. È vero, rispetto a lui sono sempre stato più riflessivo e meno impetuoso e mi fa piacere che lo stia diventando anche lui, perché in campo gli permette di stare più concentrato sulle cose importanti. Siamo legatissimi, credo faccia bene a entrambi. E siamo molto fortunati a avere dei genitori che ci hanno sempre sostenuto e protetto». Con Matteo vi sentite tutti i giorni quando siete lontani? «Dipende dagli impegni, ma sicuramente ci sentiamo spesso, soprattutto in videochiamata. Non parliamo solo di tennis: siamo uno il confidente dell’altro». Quando si è reso conto che Matteo aveva fatto il salto di qualità? «Allenandomi insieme a lui ho avuto la fortuna di fare da sparring, a Roma, a fenomeni come Nadal e Djokovic e quello che ti colpisce è la pesantezza e la velocità della loro palla. Ecco, mi sono accorto che Matteo ormai era vicino a quei livelli. Si trattava solo di dargli un po’ di tempo». Però fino ad aprile ha fatto fatica. «Doveva semplicemente adeguarsi alla nuova dimensione di giocatore di alto livello. A dire la verità, non mi aspettavo potesse crescere così in fretta, il progetto di coach Santopadre è partito da lontano e prevedeva passi graduali. Matteo secondo me è già andato oltre quell’orizzonte e la cosa bella è che deve ancora maturare fino in fondo». Cosa l’ha colpita di più delle ultime vittorie di Matteo? «I progressi tecnici sono sotto gli occhi di tutti, e poi e migliorato anche negli spostamenti. Ma il vero segreto è la forza mentale: vincere un torneo senza mai perdere il servizio e alzando il livello di gioco nei momenti decisivi significa che ha raggiunto un equilibrio psicofisico perfetto». Come si convive con la pressione di avere in famiglia il numero 22 del mondo? «Nessuna pressione, ma solo grande soddisfazione. Per me è solo uno stimolo a fare sempre meglio. Certo, quando eravamo piccoli abbiano fatto una scommessa su chi sarebbe arrivato più in alto in classifica: adesso credo che quasi sicuramente la perderò io». Ora che è un top player, quale grande torneo Matteo vorrebbe vincere per primo? «Sicuramente Roma, perché è casa nostra […]

L’italian job. Wimbledon veste azzurro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Anche i Championships si sono accorti degli italiani, e di Berrettini in particolare. Il “grande uomo di Roma”, in un articolo che da qualche giorno raccoglie visite numerose sul sito ufficiale di Wimbledon, a firma Alix Ramsay, viene descritto come “il killer di questa estate del tennis”, un tipo a suo agio su tutte le superfici, ancora imbattuto sull’erba quest’anno, che ha tenuto a bada Khachanov e “smantellato” (proprio cosi, “dismantling”) un tipo da trattare con le pinze come Kyrgios. Potrebbe piacere (e molto) Berrettini agli inglesi. Ha la forza dei nervi distesi, il sorriso sincero, gli stessi riccioli che mostrano i volti delle statue della Roma guerriera. Un combattente che sa essere rispettoso verso le sue vittime. Ma per una volta il nostro tennis potrebbe sorprenderli ancora di più, gli appassionati british, con la solidità di un contingente che da queste parti, nel tennis maschile, non si era mai visto. Saranno in sei a trovare posto per vie dirette in tabellone, due le teste di serie, sedici a darci dentro nelle qualificazioni. Mancheranno le ragazze, ed è un peccato […] Ora è trascorso qualche tempo in più, ventuno anni dall’ultimo approdo di un italiano fra gli ultimi otto del torneo, ma potrebbe ugualmente essere l’anno giusto, c’è un entusiasmo che prima non si avvertiva, e potrebbe essere contagioso. Anzi, la speranza è che lo sia davvero. Agli inglesi, magari a quelli che il tennis lo vivono fra la “queue” e il grande schermo di Henman Hill, la parte più verace e popolare del tifo dei Championships, un ritorno degli italiani nei quadri alti del torneo potrebbe non dispiacere. Panatta piaceva moltissimo, e anche il pubblico che lo accompagnò nello “stupido” quarto di finale con DuPre fu apprezzato dai tifosi della Collina. Meno, magari, da quelli sul Centrale… Un quotidiano arrivò a definirlo un pubblico di camerieri, riferendosi al mestiere più comune dei ragazzi italiani a Londra in quegli anni, che venivano per imparare la lingua e cercavano con qualche lavoretto di alleviare i costi del soggiorno. Era una definizione cattivella, e sbagliata. Il pubblico “italiano” al seguito di Panatta era composto per la gran parte da studenti in gita scolastica, e le esagerazioni, i cori, furono il frutto di una partecipazione giovanile, magari un po’ troppo spensierata. Piacque anche Davide Sanguinetti, però. Perché aveva un tennis sotto traccia, nascosto e un po’ misterioso nelle scelte che lo avrebbero contraddistinto, e ancora di più per i lunghi monologhi cui il nostro dava vita nel corso delle sue partite, in tutto simili a sceneggiate. Si dava dei grandi cazzotti in testa a volte, mentre altre parlava a voce alta con se stesso, maltrattandosi con accanita partecipazione […]

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Le vittorie di Federer su Djokovic e di Berrettini su Thiem alle ATP Finals sulla stampa italiana (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Ferri)

La rassegna stampa di venerdì 15 novembre 2019

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Federer vendica Wimbledon. Djokovic fuori – Thiem battuto: «Che orgoglio! E adesso la top-5» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Marte vendicatore veste di nero e la sua balestra è una racchetta che scaglia dardi avvelenati e imprendibili: quattro mesi esatti dopo (14 luglio-14 novembre) la drammatica finale di Wimbledon persa con due match point a favore, una delle ferite più sanguinanti nella carriera del Divino, Federer si prende la più dolce delle rivincite su Djokovic, infliggendogli l’onta dell’eliminazione già nel girone e la delusione del numero uno di fine anno che si appoggia sulle spalle di Nadal per la quinta volta. Somiglia a una sorpresa, alla luce delle prime due uscite di entrambi, ma Roger la fa sembrare normale offrendo al solito pubblico tutto per lui una prestazione quasi perfetta. Dimenticati gli impacci, ritrovata la velocità di piedi e di pensiero, il Maestro costruisce il proprio dominio al servizio, ottenendo l’81% di punti con la prima e aggredendo la battuta dell’avversario, in difficoltà già dal primo game. Nole invece non legge mai le traiettorie dei servizi del rivale, lascia in cantina la famigerata risposta (nel primo set non ottiene neppure un punto sulla seconda dello svizzero) e appare troppo frettoloso da fondo. Ha solo un momento di scuotimento, nel quarto game del secondo set, quando si procura l’unica palla break della sua partita, ma l’altro la annulla preparandosi la facile volée vincente con due dritti da sogno. «Niente da dire, Roger è stato migliore di me sotto tutti i punti di vista, mi spiace aver chiuso un anno così bello in questo modo, ma devo accettare anche giorni così». I giorni di un’altra resurrezione del Divino: «Ho giocato bene fin dall’inizio perché avevo di fronte un grandissimo avversario. La differenza rispetto a Wimbledon? Qui ho sfruttato i match point…E sono rimasto calmo per tutta la partita». […]


Scende una lacrima sul volto di Berrettini dopo la vittoria contro Thiem: finalmente Matteo libera le emozioni alla fine di una corsa fantastica cominciata a New York e culminata con il primo successo italiano di sempre alle Finals, una piccola impresa che non era riuscita né a Panatta nel 1975 né a Barazzutti nel 1978. Matteo, cosa le resta di queste Finals? Per prima cosa, un po’ di sano rosicamento per le due sconfitte. Era da un po’ che non provavo sensazioni simili, ho preso due belle “legnate”. Certo, dai giocatori più forti del mondo, però mi aiuteranno tantissimo per trovare nuovi stimoli. Sono orgoglioso di quello che ho fatto, davanti al mio team, alla mia famiglia, ai miei amici: è stata una stagione lunghissima, ci sono stati momenti in cui sono stato davvero insopportabile, questo premio è per loro.

 

Matteo, nel 2020 almeno fino ad aprile non avrà molti punti da difendere: significa poter consolidare la top ten.

Non è il mio obiettivo. Queste Finals mi hanno insegnato che posso stare a questo livello ma al tempo stesso che devo migliorare ancora per poter pensare di battere con costanza tutti i più forti. Dovrò fare una preparazione che possa tenermi competitivo fino a novembre. So che devo ancora investire tanto perché in campo ho sentito la differenza. La Top Ten, il Masters fino pochi mesi fa erano qualcosa di impensabile. Però io sono un tipo ambizioso e quindi dico “perché non provare a salire ancora?”. Lavorerò duro per essere sempre migliore e probabilmente non mi accontenterò nemmeno se dovessi arrivare in Top 5. […]

Federer perfetto, Djokovic a casa – Berrettini, altro passo nella storia (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Un Federer d’annata schianta Novak Djokovic e stacca il biglietto della semifinale delle ATP Finals. Si erano lasciati a Wimbledon, al termine di una delle finali dei Championships più emozionanti, vinta dal campione serbo al tie-break del quinto set, dopo che Federer non era riuscito a sfruttare due match-point. Ieri sera, al cospetto di una 02 Arena stracolma di spettatori e rimbombante di un tifo sperticato per l’elvetico, Federer si è preso l’attesa rivincita. Netta e chirurgica, spettacolare e inappellabile. Due set in un’ora e 13 minuti di classe cristallina. Un epilogo senza ombre né possibili rimpianti per Novak, che non solo saluta Londra, ma è anche costretto ad accantonare il sogno di festeggiare il Natale da n. 1 al mondo. Toppo forte, a tratti persino ingiocabile, il Federer del primo set, che strappa il servizio al serbo al terzo game, dominando con il servizio. In cinque turni di battuta concede la miseria di soli tre punti, conducendo in porto, in assoluta autorevolezza la frazione. Impressionante la sintesi numerica della prima metà della partita: 83% di prime palle, con l’84% di punti vinti con la prima di servizio, addirittura il 100% con la seconda. La perfezione. Una prestazione strabordante die manda in visibilio i 15.000 sulle tribune, tutti compatti al suo fianco. Sembra cambiare l’inerzia in apertura di secondo set. Dopo aver annullato due palle-break nel primo game, Djokovic, per la prima volta nel match, riesce a mettere in fila tre punti sul servizio di Federer, e nel quarto game ha addirittura la prima e unica palla break del match, ma Federer prima salva il gioco, quindi, in quello successivo, trova il secondo decisivo allungo del match. E’ la resa anticipata, che si concretizza nel nono game, quando Federer chiude la contesa, aggiudicandosi a zero il servizio di Djokovic. […]

Prima di ieri pomeriggio Matteo Berrettini aveva vinto 42 match nel 2019. Tutti ugualmente fondamentali per consentirgli l’irresistibile scalata del ranking mondiale. Una fortunata ascesa che in undici mesi lo ha portato da n. 54 all’ingresso nella Top 10, consentendogli così di giocare il torneo riservato ai migliori 8. Un motivo di orgoglio, a prescindere. Persi i primi due incontri, il 23enne romano ci teneva disperatamente a chiudere al meglio la sua prima partecipazione nel torneo dei Maestri. E c’è riuscito. Centrando la vittoria più inutile, eppure storica per il tennis italiano. Nonostante l’eliminazione in tasca, infatti, Berrettini è diventato il primo azzurro di sempre a vincere un match alle Finals. Sia Adriano Panatta che Corrado Barazzutti, avevano rimediato tre sconfitte nelle loro uniche apparizioni, il romano senza addirittura vincere un solo set. Matteo è stato più bravo di loro: in un’ora e 16′ ha battuto Dominic Thiem, regalandosi l’ennesimo primato di una stagione già da incorniciare. Una vittoria netta e meritata che legittima il suo accesso nell’élite mondiale. «Sono molto orgoglioso di me stesso, ma devo ringraziare chi, nel corso di tutta questa stagione, mi è stato vicino anche quando ero insopportabile – le parole di Berrettini – Oggi ho giocato bene, ma non penso di aver demeritato neppure negli altri due match, nonostante le sconfitte. Il livello del mio tennis è sempre stato all’altezza del torneo. Ma so che che devo lavorare ancora tanto per restare costantemente a questi livelli […] Ora mi sento molto stanco, ma è normale perché sono solo due anni che gioco nel Tour. Sono certo che l’anno prossimo andrà meglio. Questo torneo è stato di grande insegnamento, bisogna imparare ad accettare il proprio livello, e dunque anche le eventuali sconfitte, come ha detto Nadal. Adesso non penso alla classifica, ma solo a migliorare». […]

Troppo Federer, Djokovic è fuori (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non c’è vendetta, non poteva esserci senza un titolo in palio. Ma è una lezione di quelle che Novak Djokovic avrebbe potuto archiviare nello stile di Berrettini. «Maestro, quanto le debbo per il disturbo?». Il maestro è lui, Roger Federer, quello che aveva realizzato un’opera d’arte nella finale di Wimbledon, e se l’era ritrovata firmata da Djokovic, per essersi distratto un attimo alla fine. Sempre lui, quello che quando gioca in leggerezza non ce n’è per nessuno. Ancora lui, che le Finals le ha vinte sei volte ed è tornato in corsa per il settimo successo. Che cosa ha fatto la differenza fra questo match e quello di Wimbledon? «Che qui ho messo a segno il match point» la risposta, sintetica ma certificata. Un Masters cominciato con mezzo Federer opposto a Thiem, poi trasformatosi in un Roger a tre cilindri contro Berrettini, infine tomato in tutto e per tutto se stesso ieri sera, contro Djokovic, l’avversario che più volte gli ha fatto venire la mosca al naso. Forse perché è uno che non ha mai rinunciato a sfidarlo, e non solo sul campo. Perché dice che lo raggiungerà negli Slam, e assicura che sarà lui a ottenere quel Grand Slam che nessuno è riuscito ad afferrare. Così, se ci sono vittorie che danno più soddisfazione di altre, questa è stata una di quelle, potete starne certi. Con naturalezza, Federer ha mostrato sul campo tutta la mercanzia, ed è bastato quello per abbagliare Djokovic. […]

Berrettini si regala un lieto fine: «E’ stata un’annata da sogno» (Roberto Ferri, La Nazione)

La formula delle finali, con i gironi all’italiana, lascia sempre dei dubbi, però Matteo Berrettini è il primo italiano della storia che vince un match in tre Masters. Panatta e Barazzutti non c’erano riusciti. Matteo, pur complicandosi un po’ la vita quando ha servito sul 5-4 ha battuto Thiem 76 63, con l’austriaco già qualificato per le semifinali dopo aver battuto sia Federer e sia Djokovic e certo non motivato al massimo, e poi …«Cosi ho battuto anche… Barazzutti!». La settimana prossima lui, Fognini, Seppi e Bolelli saranno a Madrid per difendere i colori italiani nella nuova Coppa Davis, «ma comunque finisca lì questa è stata un’annata da sogno. Mai me lo sarei mai aspettato qualche mese fa – dice Matteo -. L’anno prossimo? Non sarebbe cosi importante per me restare, uscire, rientrare dai primi 10, quanto vincere un grande torneo, un Masters 1000 (non osa dire uno Slam, ndr). Vorrebbe dire che quella settimana sei stato il migliore del mondo. Da Londra porto a casa un po’ di sano rosicamento. Da Djokovic e da Federer ho preso due legnate. Ma sono lezioni che mi serviranno per il futuro». In serata è arrivata la perentoria, forse inattesa rivincita di Roger Federer su Novak Djokovic dopo il trionfo del serbo nella incredibile finale a Wimbledon. Lo svizzero ha vinto 64 63 eliminando Nole e volando in semifinale. «Cosa ho fatto in più rispetto a Wimbledon? – ha detto – Ho sfruttato il match point…». Questo risultato garantisce a Nadal la chiusura d’anno al numero 1.

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Nadal rinasce alle Finals, Federer-Djokovic da brividi (Scanagatta-Ferri). Indomabile Nadal (Crivelli). Pazzesco Nadal, rimonta-show (Marcotti)

La rassegna stampa di giovedì 14 novembre 2019

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Nadal rinasce alle Finals, Federer-Djokovic da brividi (Ubaldo Scanagatta-Roberto Ferri, La Nazione)

Rafa Nadal ha sette vite come i gatti e alle Finals di Londra si è salvato per il rotto della cuffia con Daniil Medvedev che, avanti 5-1 e matchpoint nel terzo e decisivo set, stava ormai già assaporando la rivincita per la finale perduta al quinto set nell’ultimo US Open. Una smorzata vincente di rovescio, dopo aver prima sospinto il russo fin sui teloni di fondocampo, ha salvato Nadal che, avendo già perso il match d’esordio qui all’02 Arena con Zverev aveva ormai un piede sotto la doccia e l’altro quasi certamente sull’aereo che lo avrebbe riportato a Maiorca. Medvedev, n.4 ATP e protagonista di un finale di stagione straordinario, quasi tutte finali, ne starà ancora parlando con il suo mental coach cui chiederà: «Come ho fatto a perdere due servizi di fila – sul 5-2 e sul 5-4 – senza mai arrivare a 40?». La scongiurata sconfitta di Nadal, autore di una prodigiosa rimonta: «Sono stato molto fortunato, di solito questi match si perdono», sarebbe stata una brutta notizia per gli acquirenti dei biglietti delle semifinali. Infatti di sicuro sabato verrà già a mancare il perdente dello scontro all’ultimo sangue di stasera, una sorta di vero quarto di finale, fra Roger Federer e Novak Djokovic. Dominic Thiem è già sicuro di chiudere a n.1 del gruppo Borg, nel quale Matteo Berrettini è l’altrettanto sicuro n.4 anche se oggi alle 15 dovesse battere l’austriaco in un match che conta solo per i soldi e il prestigio. Ora Nadal, grazie al match vinto, sa che basta che Djokovic non vinca il torneo per chiudere l’anno a n.1 del mondo per la quinta volta. Stasera (ore 21), insomma, tiferà Federer nel duello n.49: 26 a 22 i precedenti per il serbo. […]

Indomabile Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La sconfitta è solo uno stato dell’anima. Allontanarla, esorcizzarla, combatterla rappresenta il primo passo verso l’immortalità. Rifiutarsi di perdere ogni singolo scambio, ogni singolo game, ogni partita che hai la fortuna di giocare: quando Nadal si starà godendo la vita fuori dal tennis, questa sarà la sua eredità più grande, insieme ai risultati giganteschi. Rafa era perduto, e si è ritrovato. Le Finals – il torneo più ostico, mai vinto in carriera e che per ben 7 volte in 15 qualificazioni ha dovuto guardare alla tv causa infortuni – stavano di nuovo per voltargli le spalle: già sconfitto da Zverev all’esordio, il guerriero indomabile infiacchito dall’ennesimo guaio fisico (stiramento all’addome rimediato prime della semifinale di Bercy) ha visto da vicino l’abisso, sotto 5-1 nel terzo set e con un match point per Medvedev. La rivincita delle finali di Montreal e degli Us Open offre uno spettacolo di qualità elevata: il russo vince il primo set perché è più aggressivo e serve meglio, ma quando Nadal finalmente alza il ritmo e torna pungente di dritto, il match finisce dalla sua parte. Solo che a inizio terzo set Rafa si spegne, come se la preparazione sommaria di queste due settimane gli chieda il conto tutto d’un tratto e a Daniil, che serve come un ossesso, non par vero di comandare indisturbato mentre l’altro tira corto o fuori. Nel sesto game, il numero quattro del mondo si procura un match point, che il satanasso maiorchino annulla con una smorzata, ma sembra solo aver ritardato un destino ormai avverso. E invece il russo si incarta alla battuta, concede qualche regalo e resuscita lo squalo. Rafa mette insieme cinque game di fila. Medvedev si salva da campione con tre vincenti da 0-30 nel 12° game, ma al tie break si offre al sacrificio con un dritto largo e un rovescio fuori di un’unghia. Diavolo d’un Nadal, da morto a sopravvissuto in un amen: «Sinceramente sul 5-1 pensavo che cinque minuti dopo sarei stato sotto la doccia. Ho giocato un gran punto sul match point, ma contro di lui è diffìcile immaginare di risalire, soprattutto sui campi indoor dove si giocano meno scambi. Però sul 5-3 ho cominciato a crederci, avevo solo bisogno di rimanere dentro il match, di fargli sentire la pressione». Resta comunque un’impresa eroica: «In partite così, contano tanti fattori: un po’ di fortuna, qualche errore del tuo avversario, qualche buon punto tuo. Sono soddisfatto perché la condizione fisica è buona considerato il poco allenamento, ma posso senz’altro giocare meglio». Adesso Djokovic deve per forza vincere il torneo se vuole detronizzarlo. Ma non è da un primato che si giudica un fuoriclasse, semmai dall’ammaestramento costante di una carriera inimitabile: «Non bisogna mai arrendersi, però non si deve essere da esempio solo per un giorno, perché hai fatto una bella rimonta. L’esempio è quello che dai ogni giorno, per tutta la tua vita: l’esempio di non spaccare una racchetta per la rabbia quando sei sotto 5-1, oppure di non perdere il controllo quando ti sembra che le cose non funzionino in campo. E poi occorre riconoscere gli errori e trovare il modo di commetterne il meno possibile: io li accetto fin da quando sono ragazzo». Per questo nell’Olimpo c’è già un posto speciale per lui.

Pazzesco Nadal, rimonta-show (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Fortuna, bravura e l’involontario aiuto dell’avversario. Sono gli ingredienti dell’entusiasmante rimonta riuscita ieri pomeriggio a Rafael Nadal. Non una delle sue migliori prestazioni di sempre, eppure una di quelle vittorie che resterà nel glorioso palmarès del maiorchino. Non tanto per la posta in palio, quanto per come è riuscito a recuperare una partita che sembrava irrimediabilmente persa. Comprimario involontario dell’impresa nadaliana, il russo Daniil Medvedev. Che ieri è uscito dal campo della 02 Arena furioso non meno che incredulo. Medvedev, in pieno controllo del match, si era issato 5-1 nel set decisivo, con un match-point a disposizione. Due break di vantaggio apparivano come un’assicurazione sulla vittoria invece, proprio sul più bello, il vento è improvvisamente girato. E’ accaduto che il numero 1 al mondo prima salvasse il match-point, quindi, al termine di un’entusiasmante rimonta, battesse il giovane russo. Il match ha elettrizzato la 02 Arena, fin lì sonnolenta per il monologo del russo. «La verità è che sono stato super-fortunato – ha minimizzato a fine match Nadal – Mi dispiace per Daniil perché è una sconfitta pesante. Stava giocando molto meglio di me nel terzo set- Ma evidentemente era il mio giorno, sono cose che capitano una volta su mille». Quando c’è di mezzo Nadal, sempre così ostile alla sconfitta, forse un po’ più spesso. […]

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La sconfitta di Berrettini alle Finals sulla stampa italiana (Crivelli, Canevazzi, Marcotti, Rossi, Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 13 novembre 2019

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Altra lezione di Federer, ma Berrettini sta imparando (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La belva ferita non perde ranima e ruggisce quando il duello con il giovane leone si fa più minaccioso. No, questo non è il Centrale di Wimbledon, dove Berrettini si sciolse di fronte a Federer prima ancora di incrociarlo: stavolta Matteo combatte, trascina il mito nei meandri di una sfida brutta, sporca e in equilibrio, fino a un tie break che indirizza il primo set e la partita. È in quei momenti di tensione che un Roger fin lì appena ordinario alza la voce, cominciando con un ace e mettendo sempre la prima, mentre l’avversario lo omaggia di un dritto lungo e un doppio fallo. Stille di classe del Divino, quanto basta per scrostarsi la ruggine di un finale di stagione al solito ansimante e prendersi subito il break nel game iniziale del secondo set, perché l’eroe azzurro ha avvertito il colpo. E quando finalmente Berretto si procura tre palle break nell’ottavo game, le prime e uniche del match nonché le chiavi per riaprire la contesa, Federer si affida di nuovo al servizio, anche se un paio di risposte di dritto non impossibili andavano gestite meglio da Matteo. Il Maestro, che in carriera non ha mai perso il secondo match delle Finals, perciò sopravvive, e si giocherà le ultime chance con Djokovic, ritrovandolo dopo il trauma della finale di Wimbledon, mentre Berrettini, quando Thiem vince il secondo set contro Nole, non ha più speranze di qualificazione e contro l’austriaco metterà in palio solo l’onore. «Quando perdi – ammetterà Berrettini – non sei mai felice, ma non ho rimpianti. Ho avuto qualche chance, i tre break point, qualche suo game di servizio sul 30 pari, ma ha sempre servito bene e io ho mancato qualche risposta. Il tie break non è stato granché, ma lui non mi ha concesso nulla. Quando stai giocando non immagini la tua partita sugli errori o le condizioni dell’altro. Io sono entrato in campo convinto che avrei potuto batterlo pure se lui fosse stato in gran forma. Mi sono avvicinato, non è bastato, ma non sono deluso». […]

Berrettini lotta e perde. Federer passa al tie-break (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Allo scorso Wimbledon, subito dopo il 62 61 61 patito da Federer, Matteo Berrettini era andato a rete a stringere la mano al suo giustiziere, l’idolo di sempre, e con un sorriso mesto gli aveva sussurrato: «Grazie della lezione Roger!». Qui a Londra nessuno si era sentito di pretendere dal romano una vendetta per quella batosta. Gli si era chiesto invece di giocare meglio, di mostrare quella personalità che nella seconda metà della stagione gli ha consentito di cogliere scalpi e trofei importanti. E Matteo, pur perdendo nuovamente con il suo Maestro, 76 (2) 63 in 78 minuti, ha assolto più che dignitosamente il compito, lasciando intravedere ampi margini di progresso sia con il rovescio sia con la mobilità sulla quale dovrà ancora lavorare parecchio, anche se quando si è alti un metro e 96 cm non è un gioco da ragazzi. Nel primo set Matteo non ha mai perso il servizio, ha concesso un’unica pallabreak sul 5-6 – un setpoint – ma l’ha annullata con decisione e coraggio: gran servizio e smash al volo. Gli altri cinque turni di battuta aveva dominati, con una percentuale di “prime” superiori al 70%. Anche Federer, sei volte campione al Masters di fine stagione e alla sua diciassettesima partecipazione, non gli aveva lasciato che briciole in sei game di battuta: 5 punti in tutto. L’aver raggiunto il tiebreak contro Federer era però già un discreto traguardo. «Lì però mi hanno tradito proprio i miei colpi migliori: un dritto sull’1 pari e poi il doppio fallo sul 4-2». Questione di esperienza. Perso il tiebreak a quel modo Matteo ha subito il contraccolpo psicologico. Ha ceduto a 0 il primo game del secondo set e fino al 3-4 non ha avuto chance di recuperare. Lì però ecco tre palle break per il 4 pari. Purtroppo tutte servite da Roger sul dritto di Matteo che ha sbagliato 3 risposte su 3. «Mi ha cercato spesso il dritto sul mio lato destro, per impedirmi di giocare il mio dritto anomalo a sventaglio, ma poi ha spesso approfittato del mio rovescio che non è ancora all’altezza di questi livelli» spiegava Matteo. Aggiungendo orgoglioso: «Arriverò a battere questi campioni».

Matteo a testa alta: «Ora voglio di più» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Una resa con onore, dopo un’ora e 18′ di tennis giocato – per lunghi tratti – alla pari. Per adesso può bastare così, a Matteo Berrettini. Che insiste, anche dopo la sconfitta contro Roger Federer in quello che ormai è diventato il suo mantra personale. «Da ogni match si può imparare qualcosa. Quando giochi con i migliori impari ancora di più». Una lezione, dunque, ma diversa rispetto a quella subita meno di cinque mesi fa all’All England Club. Certo, resta il rammarico per la sconfitta, ma la crescita prosegue. Rispetto al precedente match contro Federer, ieri Matteo non solo è stato in partita fino alla fine, ma ha anche avuto diverse occasioni per indirizzare l’incontro dalla sua parte. A fare la differenza, la maggior freddezza e consuetudine di Federer nel giocare al meglio i punti decisivi. «Sono soddisfatto, per quanto lo si possa essere dopo una sconfitta – il commento dell’italiano – Ho avuto le mie chance». Due i possibili motivo di rammarico: il passaggio a vuoto nel tie-break e le tre palle-break non sfruttate nell’ottavo gioco del secondo set. Berrettini non si illude («Ha vinto il migliore»), ma sottolinea come queste occasioni, pur non sfruttate, certifichino il suo valore anche al cospetto dei migliori. «Quando sono rientrato negli spogliatoi la prima cosa che ho detto al mio team è che voglio riuscire a battere questi campioni. Oggi penso di aver dimostrato che posso giocarmela. Ma, con tutto il rispetto, voglio di più». […] Se la qualificazione alla semifinale di sabato è definitivamente sfumata, nulla toglie alla crescita di Matteo. «Rispetto a quando ho perso contro Federer a Wimbledon, oggi è stata un’altra partita. A Wimbledon ero in stato confusionale, non funzionava nulla, neppure il servizio». II futuro non può dunque che sorridere all’italiano, che negli ultimi dodici mesi ha scalato il ranking mondiale, passando dal numero 54, che aveva in gennaio, all’ingresso tra i Top 10. «Federer ha giocato questo torneo diciassette volte, immagino che anche lui in occasione della prima abbia accusato un po’ la pressione. Mi ha raccontato che gli giocavano sempre sul rovescio». […]

Federer promuove Berrettini: «Benvenuto, puoi solo migliorare» (Paolo Rossi, La Repubblica)

Gli è mancato l’attimo, il carpe diem. Matteo Berrettini che gioca quaranta minuti alla pari con Federer, cancellati in due minuti dal tie-break. E poi, il tempo di un time-out ed ecco il turno di servizio smarrito in apertura di secondo set e la sconfitta ipotecata. È andata così: 7-6 6-3 per lo svizzero. Il Masters è finito per l’azzurro, il match di domani con Thiem sarà per lui ininfluente. Però qualche sassolino se l’è tolto, dopo aver perso domenica da Djokovic. «Ho avuto delle chance, non ho grande rammarico. Non avrò giocato il mio miglior tie-break, ma Roger ha servito benissimo in quel momento. Sarà perché lui era al suo 17° Masters e io al primo. Non lo so, non posso essere deluso. Direi che rispetto a Wimbledon è stata un’altra partita. Ho giocato contro Novak, contro Roger, i ragazzi migliori, e ora li conosco meglio. E non sono mai stato a pensare se Federer fosse nella sua giornata migliore oppure no. Ho dato il meglio di me stesso». Diciamola tutta: c’era qualcuno che immaginava Matteo Berrettini con il trofeo dei Maestri? Cosa si chiedeva a un italiano finalmente seduto al tavolo dei primi otto del mondo? Che confermasse quel che di buono aveva mostrato fin qui, che mostrasse di avere le stimmate di un futuro campione e di non essere il frutto casuale di sei mesi di magia. La sua promozione al livello successivo gli viene conferita dal suo avversario. Sentite Federer: «Può solo migliorare, da qui in poi. Chi si sarebbe aspettato che Berrettini fosse qui, quando all’inizio dell’anno era fuori della top 50? Io non lo avrei mai predetto, ma sono felice di essere sorpreso perché è un ragazzo super e lo ha dimostrato». Roger dixit, e la proclamazione non finisce qui. «Matteo capirà meglio i giochi. Conoscerà meglio gli avversari. Naturalmente anche gli altri lo conosceranno meglio. Ecco, è una bella sfida». […]

C’è tempo per Matteo, a scuola dai Maestri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono in corso le misurazioni. Quanto fa Berrettini in centimetri? E quanto faceva a Wimbledon? Si sono avvicinati lui e Federer? È lavoro per agrimensori, più che per giornalisti, stabilire quanto e come i due abbiano accorciato le distanze, e se l’abbiano fatto davvero. Ma è un modo come un altro per dare una dimensione alla crescita di Matteo, che è stata perentoria, e in un modo che noi italiani non siamo abituati a prendere in considerazione, almeno per quanto riguarda il tennis. In fondo, tutto cominciò da lì, dal Centre Court e da una giornata di quelle infide. Matteo si era appena scoperto erbivoro (vittoria a Stoccarda, semifinale ad Halle, tre turni superati a Wimbledon) e, sebbene ora rivendichi che quella fu una delle svolte più incoraggianti della stagione, tale da spingerlo a considerazioni quanto mai benevole sui passi avanti fin lì compiuti, è difficile dimenticare come il nostro, allora, recitasse in un ruolo da attor giovane, a un passo dalla Top20. Erano gli ottavi di finale sull’erba dei Championships, la prima volta contro l’idolo Federer, la prima in un torneo del Grande Slam, la prima sul palcoscenico del Centre Court. Ci provò, Matteo, e Federer lo ridusse a un pizzico: cinque game in tre set, quanto basta per andarsi a nascondere sui monti. E invece, da quei fatti è nato il Matteo che conosciamo oggi, quello della vorticosa scalata alle posizioni di rilievo del ranking. Numero otto, figurarsi. E maestro fra i maestri a Londra. Alla faccia di chi non lo riteneva possibile. Stavolta le differenze sono sembrate decisamente ridotte. Qui troviamo un Matteo ormai sicuro di potersi misurare alla pari con i più forti. «Grandi rimpianti non ne ho», mette le carte in tavola Matteo. «Qualche punto, qui e là, avrei potuto giocarlo meglio, con più attenzione. Ma tirando le somme, ho disputato un buon match. Roger ha ritrovato tutto il suo tennis nel tie-break del primo set, insomma, quando il gioco si è fatto duro, subito gli sono spuntati gli artigli, ma nella seconda frazione, dopo aver perso il game d’avvio, sono stato io a procurarmi tre palle break. Le differenze con il match di Wimbledon? Bè, oggi ero più pronto, avevo una strategia di vittoria, sapevo che cosa fare. Sto giocando con i migliori tennisti del pianeta, li osservo da vicino, in continuazione. Mi sbaglierò, ma credo sia giusto sentirmi orgoglioso di quanto sto facendo». […]

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