Mio fratello Berrettini (Crivelli). L'italian job. Wimbledon veste azzurro (Azzolini)

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Mio fratello Berrettini (Crivelli). L’italian job. Wimbledon veste azzurro (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 giugno 2019

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Mio fratello Berrettini (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

[…] A casa Berrettini, invece, è accaduto il contrario: a tennis ha iniziato a giocare Jacopo, classe 1998, oggi numero 410 del mondo, e solo dopo, sulle sue orme, vi si è avvicinato anche Matteo, maggiore di due anni. Quante sfide nei campi dei circoli, e perfino contro il muro di casa: Matteo ora è alle soglie della top 20 e ha la possibilità di raggiungere i quarti anche a Halle nella sfida odierna con Seppi. Ma nessuno meglio di un fratello può spiegare cosa stia succedendo all’altro. Jacopo, è vero che se oggi Matteo è numero 22 del mondo lo dobbiamo un po’ anche a lei? «Diciamo che ho avuto un ruolo quando a dieci anni mio fratello voleva smettere con il tennis per dedicarsi al basket o al judo. Non vedeva un futuro, ma io gli dissi che se avesse lasciato, lo avrei fatto anch’io. Per fortuna mi ha dato retta». Del resto, siete una coppia di fratelli insolita: il maggiore che inizia a giocare a tennis per imitare il minore e che anche oggi lo ringrazia per gli esempi che gli dà. «Sono orgoglioso che Matteo parli di me in quei termini. È vero, rispetto a lui sono sempre stato più riflessivo e meno impetuoso e mi fa piacere che lo stia diventando anche lui, perché in campo gli permette di stare più concentrato sulle cose importanti. Siamo legatissimi, credo faccia bene a entrambi. E siamo molto fortunati a avere dei genitori che ci hanno sempre sostenuto e protetto». Con Matteo vi sentite tutti i giorni quando siete lontani? «Dipende dagli impegni, ma sicuramente ci sentiamo spesso, soprattutto in videochiamata. Non parliamo solo di tennis: siamo uno il confidente dell’altro». Quando si è reso conto che Matteo aveva fatto il salto di qualità? «Allenandomi insieme a lui ho avuto la fortuna di fare da sparring, a Roma, a fenomeni come Nadal e Djokovic e quello che ti colpisce è la pesantezza e la velocità della loro palla. Ecco, mi sono accorto che Matteo ormai era vicino a quei livelli. Si trattava solo di dargli un po’ di tempo». Però fino ad aprile ha fatto fatica. «Doveva semplicemente adeguarsi alla nuova dimensione di giocatore di alto livello. A dire la verità, non mi aspettavo potesse crescere così in fretta, il progetto di coach Santopadre è partito da lontano e prevedeva passi graduali. Matteo secondo me è già andato oltre quell’orizzonte e la cosa bella è che deve ancora maturare fino in fondo». Cosa l’ha colpita di più delle ultime vittorie di Matteo? «I progressi tecnici sono sotto gli occhi di tutti, e poi e migliorato anche negli spostamenti. Ma il vero segreto è la forza mentale: vincere un torneo senza mai perdere il servizio e alzando il livello di gioco nei momenti decisivi significa che ha raggiunto un equilibrio psicofisico perfetto». Come si convive con la pressione di avere in famiglia il numero 22 del mondo? «Nessuna pressione, ma solo grande soddisfazione. Per me è solo uno stimolo a fare sempre meglio. Certo, quando eravamo piccoli abbiano fatto una scommessa su chi sarebbe arrivato più in alto in classifica: adesso credo che quasi sicuramente la perderò io». Ora che è un top player, quale grande torneo Matteo vorrebbe vincere per primo? «Sicuramente Roma, perché è casa nostra […]

L’italian job. Wimbledon veste azzurro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Anche i Championships si sono accorti degli italiani, e di Berrettini in particolare. Il “grande uomo di Roma”, in un articolo che da qualche giorno raccoglie visite numerose sul sito ufficiale di Wimbledon, a firma Alix Ramsay, viene descritto come “il killer di questa estate del tennis”, un tipo a suo agio su tutte le superfici, ancora imbattuto sull’erba quest’anno, che ha tenuto a bada Khachanov e “smantellato” (proprio cosi, “dismantling”) un tipo da trattare con le pinze come Kyrgios. Potrebbe piacere (e molto) Berrettini agli inglesi. Ha la forza dei nervi distesi, il sorriso sincero, gli stessi riccioli che mostrano i volti delle statue della Roma guerriera. Un combattente che sa essere rispettoso verso le sue vittime. Ma per una volta il nostro tennis potrebbe sorprenderli ancora di più, gli appassionati british, con la solidità di un contingente che da queste parti, nel tennis maschile, non si era mai visto. Saranno in sei a trovare posto per vie dirette in tabellone, due le teste di serie, sedici a darci dentro nelle qualificazioni. Mancheranno le ragazze, ed è un peccato […] Ora è trascorso qualche tempo in più, ventuno anni dall’ultimo approdo di un italiano fra gli ultimi otto del torneo, ma potrebbe ugualmente essere l’anno giusto, c’è un entusiasmo che prima non si avvertiva, e potrebbe essere contagioso. Anzi, la speranza è che lo sia davvero. Agli inglesi, magari a quelli che il tennis lo vivono fra la “queue” e il grande schermo di Henman Hill, la parte più verace e popolare del tifo dei Championships, un ritorno degli italiani nei quadri alti del torneo potrebbe non dispiacere. Panatta piaceva moltissimo, e anche il pubblico che lo accompagnò nello “stupido” quarto di finale con DuPre fu apprezzato dai tifosi della Collina. Meno, magari, da quelli sul Centrale… Un quotidiano arrivò a definirlo un pubblico di camerieri, riferendosi al mestiere più comune dei ragazzi italiani a Londra in quegli anni, che venivano per imparare la lingua e cercavano con qualche lavoretto di alleviare i costi del soggiorno. Era una definizione cattivella, e sbagliata. Il pubblico “italiano” al seguito di Panatta era composto per la gran parte da studenti in gita scolastica, e le esagerazioni, i cori, furono il frutto di una partecipazione giovanile, magari un po’ troppo spensierata. Piacque anche Davide Sanguinetti, però. Perché aveva un tennis sotto traccia, nascosto e un po’ misterioso nelle scelte che lo avrebbero contraddistinto, e ancora di più per i lunghi monologhi cui il nostro dava vita nel corso delle sue partite, in tutto simili a sceneggiate. Si dava dei grandi cazzotti in testa a volte, mentre altre parlava a voce alta con se stesso, maltrattandosi con accanita partecipazione […]

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Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Piccardi). Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

La rassegna stampa di lunedì 16 settembre 2019

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Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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Il 19 ottobre, infatti, con dieci anni di ritardo su Roger Federer e cinque su Novak Djokovic, i rivali di una vita, l’ultimo hidalgo ammainerà la bandiera di scapolo per dire sì alla storica fidanzata, Maria Francisca Perello, 31 anni contro i 33 di Nadal. Per la Spagna, che considera il re dei 19 titoli Slam la testa coronata dello sport più vicina a Filippo VI, sarà l’evento sociale dell’anno. Di fronte alla reticenza di Rafa a parlarne («Si sta occupando di tutto Xisca, io sono stato messo al corrente solo delle cose più importanti»), El Pais ha sguinzagliato i suoi segugi sull’isola di Maiorca, dove Nadal è nato figlio della borghesia locale, tiene il suo buen retiro, un’accademia e una fondazione, tutto gestito in famiglia. È il clan, dallo zio Toni gestore delle cose tennistiche a Maria Francisca che sovrintende le iniziative benefiche che portano la firma di Rafa, il baricentro del delicato equilibrio nadaliano. E allora si apprende che il matrimonio si terrà nella blindatissima tenuta Sa Fortalesa, nel comune di Pollença, a nord dell’isola, 87 mila mq con un castello del XVII secolo affacciato su Punta Avançada, inaccessibile da terra (i 500 invitati saranno muniti di lasciapassare) e non fotografabile dal mare. Privacy e sicurezza dovranno essere assicurate perché tra gli ospiti, tra cui non mancheranno i calciatori dell’amato Real Madrid (Iker Casillas) e le stelle del basket (Pau Gasol), ci sarà anche l’ex re Juan Carlos di Borbone, che con doña Sofia si era già recato in visita privata a Maiorca per battezzare la fondazione Nadal. Testimoni Fernando Verdasco e Feliciano Lopez, gli amici che con Rafa hanno condiviso gavetta e trionfi, inclusa la vittoria della Coppa Davis 2011, l’ultima conquistata dalla Spagna. Nessuna conferma sulla presenza alle nozze di Federer, farci-nemico che intrattiene con Nadal una rivalità piena di confidenziale rispetto (ma Rafa al matrimonio di Roger non c’era). Sa Fortalesa, già set della serie tv «The Night manager» e delle cerimonie del fuoriclasse del Real Gareth Bale e del cestista Rudy Fernandez, non è una location scelta da Maria Francisca a caso: l’eliporto e la caletta privata garantiranno un viavai discreto a famigliari e ospiti.

 

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Amici dai tempi della scuola, insieme dal 2005 benché la relazione sia diventata di pubblico dominio solo nel 2008, Rafa e Mary (come è chiamata dalla famiglia Nadal, che la considera una terza figlia) costituiscono una delle coppie più discrete del circuito.

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E, forse, nemmeno una luna di miele. Le finali di Coppa Davis a Madrid incombono sulle nozze. E per l’hombre vertical il tennis è sempre stato il primo amore.

Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

Dopo venti mesi (…) l’azzurro Andreas Seppi, 35 anni, n.77 mondiale, è tornato a vincere un challenger Atp; (…) c’è riuscito a Cary, nella North Carolina, piegando in tre set lo statunitense Michael Mmoh, 21 anni, n.186 del mondo. Oggi sul cemento Indoor di San Pietroburgo toma in campo il baby altoatesino Jannik Sinner, opposto al kazako Kukushkin. In programma pure Travaglia col francese Mannarino. (…)

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Clijsters: “Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu” (Cocchi). Berrettini: “Io, un giovane vecchio” (Caputi)

La rassegna stampa del 14 settembre

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Clijsters: “Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Essere mamma a tempo pieno, soprattutto di tre bambini, può essere faticoso. Molto faticoso. Tanto faticoso da considerare l’ipotesi di tornare a fare la tennista professionista e distruggersi di allenamenti. Kim Clijsters ha deciso così: dopo 7 anni di totale dedizione alla famiglia, la belga ex numero 1 al mondo, campionessa di quattro Slam, ha sentito forte la nostalgia del campo, dell’adrenalina della battaglia, e cosa si è rimessa sotto. L’annuncio via Twitter, con un video: «Posso essere una mamma amorevole per i miei tre figli e dare il meglio sul campo da tennis? Voglio provarci, tornerò a giocare ancora una volta. Ci vediamo nel 2020».
[…] La raggiungiamo al telefono, per farci raccontare le tappe di avvicinamento a questo attesissimo rientro. ? Kim, ha già fissato la data del primo torneo? «Non ancora, ho ripreso ad allenarmi da poche settimane e la strada davanti a me è molto lunga. Per questo preferisco andare ancora un po’ avanti con il lavoro e poi decidere in quale torneo scendere in campo. A dicembre farò il punto col mio allenatore e decideremo. Se non mi sentirò in condizione, potrei anche posticipare». Che cosa le ha fatto scattare questa voglia? Insomma, con tre figli non sarà facile gestirsi. «Ho visto la forza di Serena (Williams, ndr). Ma non solo la sua. Ci sono tante madri vincenti nello sport. Mi piace la loro voglia di tornare ad alti livelli, di mettersi in gioco. E voglio riprovarci, anche se ho 36 anni e sono un po’ “arrugginita”». Come mai non l’ha fatto prima? «Con i due fratellini di Jada così piccoli (Jack ha 5 anni e Blake 2, ndr) non avevo il tempo e la forza. Ma alla mia età sento che ho ancora qualcosa da dare. Quando ho avuto la mia prima figlia, ero molto giovane e sono tornata subito, poi gli infortuni mi hanno costretto a fermarmi di nuovo. Ma ho sempre seguito l’istinto e stavolta mi dice di provare. È una sfida, e io ho sempre amato le sfide, non ho paura». ? Che cosa ha detto la sua primogenita Jada, che ora ha 11 anni, quando le ha annunciato che avrebbe voluto tornare sul circuito? «E stata entusiasta, mi ha detto che dovevo assolutamente provarci. Lei ama molto lo sport, gioca a basket. In questi ultimi tempi ci siamo anche allenate insieme. Mia figlia sa che cosa vuol dire essere un’atleta e apprezza tutti gli sforzi che faccio. I suoi fratelli sono ancora troppo piccoli per dire la loro. Lei è venuta con me a Wimbledon, ed era gasatissima quando le ho spiegato che mi sarebbe piaciuto tornarci da giocatrice». E dal punto dl vista puramente pratico? Serena si porta sempre dietro la bambina, Vika Azarenka anche. Ma tre figli non sono facili da gestire in giro per il mondo… «È un problema che affronterò di volta in volta. Innanzitutto non avrò una stagione piena come chi sta regolarmente sul tour. Jada va a scuola, quindi non potrò portarla molto spesso con me, mentre con gli altri due sarà più semplice. Cercherò di portarli a turno e magari negli Slam e nei tornei più vicini. Insomma, ci vorrà una bella riorganizzazione, ma fa parte del gioco». Negli ultimi anni sono cresciuti molti nuovi talenti tennistici: Osaka, ora l’exploit della Andreescu… Come pensa di confrontarsi con atlete che hanno una quindicina d’anni meno di lei? «Bianca è fortissima e mi ha fatto tanto piacere sentirle dire che ero una delle giocatrici a cui si è ispirata di più da bambina. Non vedo l’ora di guadagnarmi un duello con le nuove generazioni, è la mia motivazione più grande».

Berrettini: “Io, un giovane vecchio” (Massimo Caputi, Il Messaggero)

 

[…] «Roma per me vuol dire famiglia, amici, Foro Italico, i circoli in cui sono stato (Corte dei Conti e Aniene ndr) e il caos. Di sicuro mi manca, da alcuni mesi vivo a Montecarlo, appena posso faccio di tutto per tornarci» All’Aniene in tanti hanno seguito i tuoi allenamenti. «Mancavo da parecchio e dopo gli ultimi risultati il Circolo ci teneva a farmi sentire il suo affetto. Il presidente Massimo Fabbricini è stato fantastico, mi ha fatto due sorprese. La prima inaspettata e pazzesca: mi ha portato Carlo Verdone, uno dei miei idoli dal punto di vista cinematografico. Conosco tutti i suoi film a memoria. Quando l’ho visto, stavo giocando, mi sono emozionato e ho steccato due palle» E la seconda sorpresa? «Ha organizzato un piatto di carbonara, il piatto che preferisco, con tutta la mia famiglia, il team e i soci. Avere vicino persone speciali fa la differenza» Pesa la vita lontano da casa? «E’ dai 17 anni che è così, ci sono abituato. Stare fermo troppo in un posto mi annoia, mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare e conoscere posti nuovi. Mi pesa cambiare ogni due tre giorni posti e fuso orario. Mi ritengo comunque fortunato: la mia famiglia mi è sempre vicina, con videochiamate e messaggi siamo sempre in contatto. Poi mi trovo benissimo con il team, lavorare con dei professonisti che sono anche amici, rende più semplice stare fuori 10 mesi all’anno» Torniamo indietro di 15 anni, cosa pensava Matteo a 8 anni? «Facevo judo e nuoto, il tennis era l’ultimo dei miei sogni. Giocavo con mio fratello Jacopo e imitavamo i ragazzi che partecipavano alla coppa a squadre nel mio circolo, la Corte dei Conti. Mai pensato di trovarmi a certi livelli, è pazzesco» Quando è scoccata la scintilla? «Una delle prime volte che sono andato al Foro italico. Volandri giocava contro Federer e cercavo di entrare al Centrale senza biglietto. In quel momento ho sognato di esserci io un giorno» E’ vero che devi molto a tuo fratello Jacopo? «Quando avevo 3/4 anni iniziai a giocare con le palline di spugna, ma non mi piacque molto. Jacopo, che è più piccolo di medi due anni, mi ha spinto a riprovare e da li non ho più smesso. Il nostro è un rapporto molto forte, ci siamo sempre aiutati l’uno l’altro, è stato un percorso fatto insieme anche oggi(ieri) ci siamo allenati insieme. A lui tengo tantissimo» Chi è Matteo Berrettini? «Un ragazzo molto sensibile. Mi piace entrare nelle cose, voglio capire prima di fare. Da quando ho 14 anni e lavoro con Santopadre ho sempre voluto comprendere il fine di quanto mi è chiesto. Forse dovrei essere un po’ più rilassato, a volte rischio di incastrarmi. Riesco però a scavarmi dentro, trovando energie interiori che mi danno la forza di superare momenti difficili» Come vivi questo momento? «Con tanta gioia e orgoglio. Al di là della semifinale agli Us Open è un periodo in cui mi sento bene con me stesso. Ora sarà più difficile, sono in tanti a conoscermi, sento l’affetto delle persone. Devo essere bravo a gestire la pressione, proseguire per la mia strada e lavorare» Come gestisci la popolarità? «Quando arrivi a certi livelli devi conviverci. Sono circondato da persone che mi sanno consigliare, mi fido di loro al cento per cento» Ora per i tuoi colleghi sei un avversario da temere? «Prima ero il giovane emergente, ora che ho raggiunto certi risultati mi guardano differentemente. Questo rende tutto più complicato, ma al tempo stesso ne sono fiero. Il pensiero che prima di affrontarmi Federer o Nadal possano studiarmi mi emoziona» Come è stato dopo Federer l’impatto con Nadal? «La sconfitta con Federer, come tutte, mi è bruciata parecchio. Ho cercato di capire cosa avessi sbagliato e come migliorare. Contro Rafa sono entrato in campo più determinato, concentrato su cosa volessi fare, convinto dei miei mezzi» Dritto e servizio sono le tue armi vincenti. «E’ il piano tecnico e tattico da quando mi sono affacciato al professionismo. Vincenzo Santopadre, vedendomi crescere in altezza e che la mano andava veloce con il dritto, ha pensato che dovessimo investire su questo». E sei diventato un giocatore per tutte le superfici. «Sono nato sulla terra rossa, ma madre natura mi ha dato qualità che posso sfruttare sulle superfici veloci. Nulla nasce per caso, al mio primo anno da professionista Vincenzo ha voluto che giocassi il 70% delle partite sul cemento per abituarmi ed ha avuto ragione” Ventitrè anni, numero 13 al mondo: sfatato il mito che i nostri tennisti maturino più tardi. «Forse noi italiani facciamo più fatica di altri, ma una volta che arriviamo a mio parere abbiamo qualcosa in più dentro. Da piccolo non ero tra i primi d’Italia, ho avuto modo e tempo per lavorare senza fretta e soprattutto senza quella pressione, che da giovani pesa molto. Fondamentale è la maturazione mentale, solo dopo puoi pensare a risultati importanti» Cosa hai pensato dopo il doppio fallo con Monfils? «Ho riso dentro di me, un risata nervosa naturalmente. La mano mi tremava ed è cambiata l’impugnatura, non mi era mai accaduto. La svolta è stata riconoscere che era normale provare quelle sensazioni in un tale contesto. Mi sono perdonato, dovevo continuare con il mio tennis, le chance sarebbero arrivate» Le Atp Finals, un obiettivo? «Solo parlarne mi fa sorridere. Posso riuscirci, ma non giocherò per quello, ne per i punti o per il ranking. Vado avanti per la mia strada, lavorando e spingendo forte. Se le conquisterò sarà bellissimo, altrimenti ci saranno altre possibilità, magari in casa a Torino» Qual è il tuo idolo sportivo? «LeBron James seguo lui e l’ Nba dal 2011. Il calcio mi appassionava da bambino» Ora potrai diventare tu un idolo per i bambini «E’ uno dei miei obiettivi»

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La terza vita di Kim, un’altra mamma sfiderà le teenager (Clerici). Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Canfora). Billie Jean King: “Pensa alla tua battaglia, dando tutto” (Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 13 settembre 2019

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La terza vita di Kim, un’altra mamma sfiderà le teenager (Gianni Clerici, Repubblica)

Chissà se quella che — con le intenzioni più gentili — avevo ribattezzato “la pastorotta”, per il suo aspetto tanto diverso da una normale tennista soprattutto per la sua muscolatura, che la faceva somigliare a una donna dei campi, è ritornata dopo aver preso visione del triumvirato Federer, Nadal e Djokovic, o dopo essersi ispirata alla finale maschile dello Us Open, e a Rafa Nadal che, di muscoli, non ne ha certo meno di lei. Kim Clijsters potrebbe anche essere l’iniziatrice, figlia di un famoso calciatore e di una ginnasta, di una prassi divenuta abituale poi nell’Est, di tenniste predestinate, nate per diventare campionesse. Le notizie che vengono dal suo Paese, il Belgio, ci dicono che la fiducia in sé stessa tennista le è ritornata ma non ne approfondiscono le cause umane o sentimentali. Kim era stata la terza donna a vincere uno Slam da mamma, dopo simili avventure di Goolagong e di Court Smith, quest’ultima ricordata in questi ultimi giorni per la possibilità — poi svanita — di essere raggiunta da Serena al suo ventiquattresimo Slam. La pastora ritornò anche numero uno il 14 febbraio del 2011, dopo che aveva lasciato nel 2007 per poi ripresentarsi nel 2009. Il presidente e ceo della Women’s Tennis Association, Steve Simon, ha già fatto sapere che «spinta dal suo amore per il tennis, questa amabile campionessa continuerà a ispirare donne e uomini in ogni strada — avrei detto campo — del mondo. Auguro a Kim i migliori successi nel nuovo capitolo della sua carriera di giocatrice». Terminate simili informazioni diplomatiche veniamo informati che la Clijsters lavorerà nuovamente con il suo ex coach Carl Maes, e la sua osteopata […]

Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Mario Canfora, Gazzetta dello Sport)

 

Binaghi-Malagò: ormai è rissa verbale, con spettatore coinvolto il presidente e a.d. di Sport e Salute Rocco Sabelli […] Binaghi il primo attacco al presidente del Coni lo porta sui contributi: «Sabelli ci ha ribadito che ci sarà oggettività, è finita la bancarella e verranno premiati i migliori. Si passa dal medioevo al futuro». Poi tocca il tema della copertura del Foro Italico: «Abbiamo scoperto che il Coni si è opposto, non vuole portare avanti la procedura finché non viene firmato il contratto di servizio con Sport e Salute». Durissima la replica di Malagò: «Binaghi delirante, non si permetta più di mistificare la realtà dei fatti. Non so cosa voglia dal Coni e cosa il Coni debba fare con questo progetto. C’è la Sport e Salute, facessero quello che lui dice che questi fenomeni che sono arrivati sono in grado di fare». Controreplica di Binaghi: «Non sono io a delirare, chiedete a chi ha partecipato alla riunione che cosa ha detto il segretario del Coni, Mornati, sulla copertura del centrale» […]

Billie Jean King: “Pensa alla tua battaglia, dando tutto” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera 7)

Le dimensioni non contano. Sennò non si spiegherebbe come questo donnino di 164 centimetri, piedi da geisha e mani da bimba, la montatura rossa degli occhiali balsamo dell’austero marchio di fabbrica di un’infanzia da figlia primogenita di una famiglia conservatrice metodista di Long Beach (California), papà pompiere e mamma casalinga, abbia avuto la forza di prendersi sulle spalle il tennis femminile quando le ragazze con la racchetta non se le filava nessuno, altro che Serena Williams sulla cover di Vogue. È a Billie Jean King, 75 anni (quasi 76) portati in giro per il mondo con l’energia di un’adolescente, che Serena deve dire grazie se oggi, giocando a tennis come una donna, guadagna come un uomo. È sempre a lei che dobbiamo le prime undici sportive milionarie nella classifica 2019 dei guadagni di Forbes: tutte e undici tenniste […] Più che per i tornei che ha vinto (12 titoli Slam su ogni superficie, oltre a tutto il resto), Billie Jean è ricordata per un unico indimenticabile match, giocato in un’era geologica precedente ma tuttora attualissimo. Era il 20 settembre 1973 e davanti ai 30 mila spettatori (90 milioni come audience globale) dell’Astrodome di Houston Billie Jean rifilava 6-4, 6-3, 6-3 a quel “porco sciovinista” (cit.) di Bobby Riggs: più che una partita di tennis, un autodafé che 46 anni dopo continua a indicare un clamoroso momento di rottura. Da lì in poi, le ragazze dello sport avrebbero cominciato ad alzare la voce per chiedere — e ottenere — parità di diritti […] La lotta delle donne per la parità dei diritti beneficia ancora oggi della sua vittoria sul collega Bobby Riggs, Billie Jean. Aveva avuto la percezione, all’epoca, della portata di ciò che stava facendo? «Sapevo che il match aveva molto più a che fare con i cambiamenti della società che con il tennis. C’erano troppe cose in palio: il futuro della legge federale sui diritti civili, approvata dal congresso degli Stati Uniti nel 1972, che ci tutela dalla discriminazione sessuale, e le sue implicazioni. Il movimento femminista in quegli anni era all’apice della sua forza: temevo che, se non avessi vinto, la mia sconfitta sarebbe stata interpretata come un passo indietro rispetto ai progressi che avevamo fatto». Su quel match pesarono anche sospetti di combine. Come è possibile che un uomo (sia pur 55enne) perda da una donna, in effetti? «Bobby era stato campione di Wimbledon e dell’Us Open, e numero uno del mondo. Tutto, tranne che un tennista scarso. Però, come dice lei, aveva 55 anni e io, con le motivazioni che avevo in corpo, 29. Uno dei grandi insegnamenti di mio padre Bill è stato: mai sottovalutare l’avversario. Presi quel consiglio alla lettera e scesi in campo contro Bobby, che aveva battuto facilmente Margaret Court pochi mesi prima in una battaglia dei sessi in forma embrionale, armata di un rispetto totale per il suo tennis e il suo talento. Ecco perché, alla fine, vinsi io» […] Oggi una battaglia dei sessi, ad esempio Serena Williams contro Nick Kyrgios, avrebbe senso secondo lei? «Se sei la prima nella storia a fare qualcosa, quel momento sopravviverà negli anni. Quindi no, donna contro uomo nel 2019 non avrebbe senso. E men che meno l’appeal che ebbe nel ’73» […] Ai tempi della battaglia per l’eguaglianza delle donne, chi fu la sua principale fonte d’ispirazione? Insomma, come ci si inventa pasionaria? «Tutto cominciò con un’intuizione. Avevo 13 anni ed ero al Los Angeles Tennis Club. Guardandomi intorno, notai che chiunque giocasse a tennis era bianco. Chiesi a me stessa: dove sono tutti gli altri? In quel momento decisi di convogliare tutte le mie forze nella lotta per l’eguaglianza dei diritti». Quale era la sua paura più grande? Fallire, rendersi ridicola? «Sapevo di dover attirare l’attenzione per farmi sentire. Pensai che un buon modo sarebbe stato diventare numero uno del mondo: il tennis fu la piattaforma globale da cui parlare per lanciare i miei messaggi». Come si sente, Billie Jean, quando la parità di montepremi tra maschi e femmine viene tutt’oggi contestata (spesso dagli uomini)? «Le discussioni su questo argomento non si spegneranno mai, nemmeno quando avremo raggiunto la parità anche negli altri sport. Ma l’evoluzione non può che passare da qui: pari guadagni per pari lavoro. Le future generazioni di leader non potranno prescindere da questo punto». Considera Megan Rapinoe la sua erede? Si rivede in lei? «Collaboro con le calciatrici dal Mondiale ’99, vinto dagli Stati Uniti, e con la Federcalcio mondiale. Per la popolarità del loro sport, le calciatrici sono le portavoce di questa generazione di donne. Megan si batte per ciò in cui mi battevo io, pari trattamento con gli uomini sotto ogni punto di vista: premi, visibilità, allenamento, trasferte. Se le giocatrici americane ci riusciranno, saranno d’ispirazione per tutte le altre calciatrici del pianeta. Il ruolo di Rapinoe è fondamentale». Ci crede Billie Jean che le calciatrici italiane che sono arrivate nei quarti del Mondiale per la legge italiana sono dilettanti? «Non è normale, non può esserlo nel 2019! Loro fanno al meglio il loro lavoro, ma a trarne vantaggio sono altri… Serve il professionismo con le sue tutele anche in Italia, subito!». Le è piaciuta Emma Stone nei suoi panni nel film «La battaglia dei sessi»? «Il film ha colto l’essenza della storia e Emma è stata assolutamente fantastica. Mi ha studiata bene: camminava persino come me! Sono onorata di essere stata interpretata da un’attrice così talentuosa». A quasi 38 anni Serena Williams sembra distratta da troppi ruoli: mamma, attivista, celebrity, socialite… Continuerà a vincere titoli Slam secondo lei? «Dipende dalle sue priorità. Vincerà ancora molto solo se metterà da parte tutto il resto e si dedicherà anima e corpo al tennis. Lo sport professionistico richiede dedizione totale. Il tennis con Serena è migliore: è una campionessa strepitosa e un’attivista preziosa. Della sua forza trainante non possiamo fare a meno» […] La prossima battaglia, Billie Jean? «La parità dei diritti mi starà a cuore finché avrò respiro. Per le donne, la comunità Lgtb, gli afroamericani, le minoranze. E non mi darò pace finché non l’avrò raggiunta».

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