Challenger Ilkley: cinque edizioni alle spalle e tanta ambizione davanti

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Challenger Ilkley: cinque edizioni alle spalle e tanta ambizione davanti

Intervista con il direttore dell’Ilkley Trophy Charlie Manuder: “Siamo pronti ad affrontare nuove sfide”

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The Ilkley Lawn Tennis and Squash Club durante il Challenger di Ilkley 2019 (foto Vanni Gibertini)

La settimana scorsa il torneo di Ilkley (€137.000 di montepremi) ha celebrato il quinto anniversario del suo torneo Challenger, disputato ogni anno in contemporanea ad un ITF femminile da 100.000 dollari, con un’altra edizione che ha portato nello Yorkshire un gran numero di giocatori di alto livello alla ricerca non solo del titolo del torneo, ma anche della wild card per il tabellone principale di Wimbledon che ogni anno viene riservata ai vincitori del titolo.

I campioni di quest’anno, Dominik Koepfer e Monica Niculescu, hanno conquistato il titolo alla fine di due finali giocate di fronte a un pubblico da tutto esaurito che ha approfittato della settimana di sole per godersi dell’ottimo tennis.

Creato nel 2014 contestualmente all’allungamento della stagione sull’erba da due a tre settimane, l’Ilkley Trophy è progressivamente cresciuto di anno in anno per diventare non solo il più importante torneo Challenger della stagione erbivora inglese, ma anche un evento da non mancare nel calendario mondano dello Yorkshire. Il comitato organizzatore, guidato dal direttore dell’Ilkley Lawn Tennis and Squash Club, Charlie Maunder, che ricopre anche il ruolo di Direttore del Torneo, è riuscito a creare un’atmosfera davvero unica che tutti, dagli spettatori ai giocatori, sembrano apprezzare.

 

Prima della giornata conclusiva del torneo siamo riusciti a passare alcuni minuti con Charlie (tutti lo chiamano così), che ci hanno detto essere non troppo a suo agio quando deve a che fare con i media, preferendo lasciar parlare il suo lavoro al posto suo, ma in questo caso è stato così gentile da volerci concedere un po’ del suo tempo. Oppure i suoi collaboratori lo hanno messo alle corde non lasciandogli altra scelta… non lo sapremo mai.

Come pensi che sia andata questa edizione?
È stata la migliore edizione che abbiamo avuto, e finora ogni anno è stata migliore della precedente, siamo sempre riusciti a salire qualche gradino edizione dopo edizione. Quest’anno tutto è filato molto liscio, con molto meno stress rispetto agli anni precedenti. Tutta l’organizzazione, le soluzioni alternative, tutto ha funzionato molto bene, il team sapeva cosa doveva fare, gran parte di loro erano volti famigliari che ci aiutano da anni. I campi hanno resistito benissimo, soprattutto considerando che dove siamo seduti ora [appena dietro al Campo Centrale n.d.r.] appena 12 settimane fa era sott’acqua a causa di un’esondazione del fiume. La preparazione dell’evento ha richiesto quindi tanto lavoro, siamo dovuti rimanere concentrati sul risultato finale dall’inizio alla fine. Il riscontro ricevuto da giocatori, arbitri, spettatori e tutti quelli che hanno partecipato a vario titolo alla manifestazione è stato molto positivo, siamo riusciti a creare un’atmosfera unica intorno all’evento.

Quali risorse deve dedicare il club all’organizzazione del torneo durante l’anno?
C’è un piccolo gruppo di dipendenti del circolo, due o tre persone, che si incontrano una volta al mese per seguire il processo di preparazione del torneo. Poi ci sono i volontari, che costituiscono la maggior parte della squadra. È un team molto affiatato di circa 150-200 persone che ritornano anno dopo anno, tra membri del club, studenti che ritornano a casa dall’università per aiutare, ci sommergono con il loro entusiasmo ogni anno per aiutare l’organizzazione dell’evento. Senza di loro sarebbe impossibile fare quello che facciamo, quindi dobbiamo ringraziare soprattutto loro se riusciamo a mettere in scena un torneo di questo livello.

Quanti spettatori avrete nel corso di tutta la settimana?
Il numero totale sarà tra i 13.000 ed i 15.000 spettatori. Abbiamo avuto il tutto esaurito venerdì, sabato e domenica. Martedì è stata una giornata di grande successo, la presenza di Paul Jubb ci ha aiutato a riempire il centrale in mezzo alla settimana, dopo che lunedì siamo stati svantaggiati dalla pioggia. Siamo davvero soddisfatti delle presenze.

Ci sono altri tornei, Challenger o di livello superiore, nel Regno Unito o altrove, ai quali vi rapportate e dai quali traete ispirazione?
No, non proprio. Certamente ci guardiamo intorno per imparare come fare meglio alcune cose, ma il nostro obiettivo è solamente quelli di essere Ilkley, al meglio delle nostre possibilità. Organizziamo una festa per i nostri membri, cerchiamo di fare in modo che i giocatori siano contenti di venire qui. Quando si prova ad essere qualcun altro, credo che non si possa far altro che fallire; vogliamo essere unici, e credo che ci siamo riusciti: l’atmosfera e il fermento che si percepisce nei ground durante il torneo sono straordinari.

Il vostro torneo è al livello più alto possibile nell’ATP Challenger Tour e al livello più alto possibile nell’ITF World Tour femminile: avete il desiderio di andare oltre?
Siamo gli ultimi arrivati in questo mondo, siamo qui e stiamo producendo un prodotto di qualità, cercando di spingerci ogni anno verso nuovi traguardi. Tuttavia dobbiamo trovare il giusto equilibrio per raggiungere un livello che sia di gradimento ai membri del nostro Club. Il mio ruolo è quello di Direttore del Torneo ma è anche quello di Direttore del Club: la nostra dimensione attuale è tale da consentirmi di avere in controllo la situazione, ed è una situazione che ci piace molto. Siamo comunque aperti a raccogliere possibili sfide che verranno in futuro e saremo certamente lieti di poter organizzare un evento di livello più elevato qualora dovesse presentarsi l’occasione.

C’è una settimana del circuito ATP “in vendita” al momento: è quella immediatamente successiva alla vostra, per un 250 sull’erba. Ne siete a conoscenza?
Sì, sappiamo che c’è uno slot disponibile.

Avete pensato di fare domanda?
La prossima settimana nel calendario è piuttosto difficile: è in contemporanea alle qualificazioni di Wimbledon e viene immediatamente prima di un torneo dello Slam. Dobbiamo valutare molto attentamente il numero di incontri che vogliamo ospitare in una eventuale nuova settimana contro quello che offriamo ora: i due tornei che organizziamo al momento, quello maschile e quello femminile, hanno come protagonisti giocatori di ottimo livello, e c’è anche la favola della possibile wild-card da assegnare il giorno conclusivo del torneo. A volte l’erba del vicino non è più verde, e bisogna ponderare attentamente ciò a cui si rinuncia. Potremmo sempre fare due eventi in settimane consecutive: l’idea non mi spaventa!

Avete considerato organizzare altri eventi durante il resto dell’anno?
Abbiamo pensato a diverse opzioni, ma la natura del circolo è quella di un club per membri, è fondamentale non sottrarre troppo tempo alla loro possibilità di giocare sui loro campi. Dobbiamo stare attenti a non trasformare questa struttura in un impianto per competizioni, perché i nostri membri e le loro famiglie devono avere la priorità.

Ma le due cose non sono necessariamente in conflitto. Tuti sanno che Alexander Zverev è un grande ammiratore dello Yorkshire e del suo accento: i video delle sue interazioni con Johnathan Pinfield al Roland Garros hanno fatto il giro del mondo. Avete mai pensato di organizzare un qualche evento per farlo venire qui, oppure coinvolgere qualche altro giocatore di altissimo livello?
Sì, è un aspetto che dobbiamo analizzare, probabilmente potremmo cercare di attirate qualche grande nome. Naturalmente riceviamo richieste per wild card, che solitamente vengono assegnate ai giocatori inglesi [ attraverso la LTA n.d.r.]: sarebbe bello poter avere a nostra disposizione una wild card da distribuire a nostro piacimento a qualche tennista che magari non è riuscito a entrare in tabellone al Queen’s e vuole giocare qualche altra partita sull’erba.

Qual è stato il problema più grosso che avete dovuto risolvere quest’anno?
Niente di drammatico, solo qualche piccolo inghippo. Credo che la principale miglioria su cui dobbiamo concentrarci sia la possibilità di avere posti per gli spettatori nel caso in cui i match debbano essere spostati sui nostri campi indoor a causa del maltempo. Attualmente non ci sono tribune che possano accomodare 800-900 persone sui nostri campi indoor, e se fossimo costretti a giocare le finali al coperto sarebbe un problema.

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Sara Errani si racconta: “Le critiche al servizio mi hanno fatto soffrire”

Lunga intervista di Sara Errani a puntodebreak: “Sembra che siano passati mille anni dalla finale di Parigi, come se fosse stata un’altra persona a giocare e non io”

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Sara Errani - Indian Wells 125K 2018 (foto Luigi Serra)

La seconda vita tennistica di Sara Errani non ha i riflettori puntati addosso. Si svolge ai margini dell’anonimato, dove però è soprattutto la passione (insieme all’orgoglio) a tenere in vita la voglia di andare avanti. L’ex numero cinque del mondo è scivolata ben oltre la duecentesima posizione e annaspa nei bassifondi del circuito. Nell’ultimo torneo disputato è stata sconfitta – proprio quest’oggi – al primo turno dell’ITF di Riba-roja de Túria (montepremi 25000 dollari) da Georgina Garcia-Perez con un netto 6-0 6-4, due settimane dopo essere stata eliminata al secondo turno del più ricco ITF di Valencia (60000 dollari) da una giocatrice quindici anni più giovane, Marta Kostyuk. Se l’è giocata però con orgoglio, al punto da non sottrarsi – proprio durante il torneo – a una interessante intervista concessa al portale specializzato spagnolo Punto de Break.

Chiacchierata nella quale ha aperto la finestra sul suo nuovo mondo. A 32 anni, dopo una squalifica per doping che avrebbe potuto anche metterla definitivamente fuori dai giochi, ha scelto di continuare a lottare non tanto contro la classifica, ma più che altro contro se stessa. Contro i suoi limiti e le sue paure. Sotto la guida sicura di Pablo Lozano, il tecnico che rappresenta un punto di riferimento da quando ha messo piede in Spagna. Ormai la sua seconda casa.

Qui l’intervista originale di Punto de Break


Sara, è arrivata un’altra sconfitta. Risultato netto (6-2, 6-4) ma fuorviante guardando alla tua prestazione.
Sì, ero avanti 4-1 nel secondo set, ho avuto diversi vantaggi, ma devo ancora migliorare il livello. Soprattutto fisicamente, sono stata ferma per un mese a causa di un’ernia cervicale, senza poter fare nulla, lì ho perso molto ritmo.

Ma il circuito va avanti senza pause e non ti permette di fermarti.
Infatti, siamo andati in Cina sapendo che non ero ancora al 100%, è stato difficile per me colpire con il rovescio, ma avevo bisogno di allenarmi. Anche se giocare i tornei è completamente diverso, sono come un allenamento agonistico, così li chiamiamo, ma abbiamo deciso comunque di andare nonostante non fossi al meglio. Sono tornata con due sconfitte pesanti, ma bisogna andare avanti.

Gli ottavi in un W60K sembrano poco, ma la sensazione è che stai facendo un passo avanti.
Vedendo come sono arrivata e tutti i problemi che ho affrontato, la valutazione del torneo è positiva. Mi è piaciuto il gioco che sono riuscita ad esprimere contro Hogenkamp, mi sono sentita competitiva ed è quello che più mi manca in questo momento. Contro Kostyuk, pur avendo avuto poco tempo per recuperare è andata bene comunque.

Nessuna nel tabellone sa cosa vuol dire giocare una finale Slam, nemmeno passare il quarto turno. Nessuna giocatrice è mai stata tra i primi 50. Ti pesano questi dati?
Non do molto peso a questi dati, mi concentro su me stessa, cercando di migliorare e di fare le cose bene. Voglio tornare a essere quella che ero. Quando mi parli delle finali dello Slam sembra che siano passati mille anni, come se fosse stata un’altra persona a giocare e non io. Cerco di provare a fare le cose correttamente, ma poi nelle partite noto che accadono cose strane, cose che non mi sono mai successe prima.

Che genere di cose?
La testa, è come se andasse per conto suo. Sono cose delicate che a volte non sono facili da gestire.

Come gestisci questa pressione?
L’ideale sarebbe non sentire la pressione, specialmente nel mio caso. In questo momento sono molto indietro, ma non è facile da spiegare. Sento la pressione. Mi ricordo di aver giocato a un livello in cui ho ottenuto un sacco di risultati positivi, quando ero al top, ora quando vado in campo e non ci riesco mi brucia. Mi sento più nervosa, vorrei giocare meglio, mi chiedo come possa commettere tanti errori rispetto a prima, ma devo essere consapevole di quello che ho, di quello che sono in questo momento, ho bisogno di fare molti passi avanti per tornare al livello che possedevo. La fiducia si recupera vincendo le partite, ma per vincerle bisogna giocarle, e ora sono anche fisicamente carente. Una volta potevo giocare mille partite, lo facevo in forma automatica, devo recuperare quello stato.

Ti sta pesando il fatto di essere stata così brava, come essere perseguitata dai tuoi stessi risultati. Finalista del Roland Garros, ex numero 5 del mondo…
… e tutto quello che invece faccio adesso non è all’altezza. Se facciamo questo paragone, tutti i risultati che potrò ottenere saranno sempre peggiori. Il giorno dopo aver perso la finale a Parigi ho detto a Pablo: “D’ora in poi, tutto quello che farò sarà uno schifo, a meno che non vinca una finale“. Ma non puoi vederla così, altrimenti ti spareresti o smetteresti di giocare a tennis. Bisogna ritrovare quella sensazione di gioia nel giocare a tennis, ma non è facile.

Quello stesso giorno hai detto a Pablo una cosa ancora più importante: “Ora ho bisogno di te più che mai”. Hai capito cosa ti aspettava.
Quella settimana è stata molto difficile per tutte le interviste che ho tenuto. Onestamente, non mi piace essere al centro dell’attenzione. Abbiamo dovuto fare i conti con molti più fattori di quelli che potevamo gestire: ho perso un po’ del mio spazio, c’erano molte persone ad assistere ai miei allenamenti, mentre prima erano molto più tranquilli, per questo mi sono sentita in pericolo. Ecco perché gli ho chiesto aiuto, perché non potevo farcela da sola. Sono stata molto fortunata ad avere Pablo sempre accanto a me.

Prima, durante la partita, un uomo è venuto da me e mi ha chiesto: “Che ci fa Errani in questo torneo? Perché non vince più?” Non sapevo cosa rispondere.
Tutto quello che mi è successo negli ultimi due anni è stato pazzesco. La sanzione, la pausa, giocare in attesa di una risposta… è stato un calvario che non auguro a nessuno. Ho vissuto episodi inspiegabili che mi hanno lasciato delle ferite dentro, con cui non è facile convivere. Ho iniziato a provare paura, a vivere nuove situazioni che non sapevo come gestire, ma sono ancora qui per cercare di superarle.

In che modo l’ITF comunica il risultato positivo al controllo antidoping?
Dovremmo stare qui sette ore per spiegarlo bene (ride).

Quello che è chiaro è che era la loro parola contro la tua.
Il punto è che anche l’antidoping italiano era coinvolto, non ero solo io contro l’ITF. Quando mi è stata data la sanzione dei due mesi, più cinque mesi di risultati rimossi, quella era solo la parte dell’ITF. Poi è arrivata la WADA, dicendo che per loro non era sufficiente, volevano che io ottenessi più sanzioni. È stato un vero calvario.

Il momento peggiore della tua carriera.
Immaginati di giocare in attesa di una risposta, e di vederla rinviata ogni mese, fino a sette volte, e tu che continui a giocare! Sono cose che escono dall’ambito sportivo che ti rubano la concentrazione, perdi la testa, ti vedi indifesa e impotente. E poi, dopo sei mesi giocando in quelle condizioni, ti dicono che ti hanno aggiunto altri otto mesi di sanzione. Sono stata ferma tutto quel tempo, trattata come una delinquente.

Come si è comportata la stampa?
È stata molto dura, soprattutto in Italia. È brutto da dire, ma la stampa italiana è sempre stata dura con me. Hanno interferito con cose personali, con la mia famiglia, sono temi molto delicati, sono stati cattivi. Ci sono state molte persone che mi hanno sostenuto, ma la stampa ha cercato di corromperle con notizie basate su informazioni personali. Sopportare tutto questo ha reso la situazione ancora più difficile.

Anche Fognini ha avuto problemi con la stampa locale, invece di essere supportato.
Sarebbe bello se lo fosse, ma non lo è. Invece di fare il loro lavoro in modo costruttivo, scrivendo buoni articoli e facendo interviste interessanti, in Italia si concentrano sugli aspetti negativi, per danneggiarti. La cosa più logica sarebbe valorizzare i giocatori, aiutandoli a raggiungere un livello più alto, ma purtroppo fanno il contrario, dimostrando solo di volerti sminuire. Non so perché, ma è così.

Prima della carriera viene l’immagine; hai mai pensato che la tua carriera sarebbe stata macchiata per sempre?
Certo, ed è molto difficile. Ho sempre avuto molta paura del doping, questo te lo può confermare Pablo. Molte volte i medici mi davano da bere qualche medicina e io non lo facevo, senza farmi vedere, perché avevo paura! Sembra sciocco, ma quando partecipi ad un torneo passi tutto il giorno bevendo da bottiglie o in posti che non sono sicuri al 100%.

Comunque il tuo incidente è successo a casa.
Assolutamente. Una situazione assurda, è un peccato. Vorrei trovare una spiegazione per quello che mi è successo ma non ci riesco. È stato il destino o qualsiasi altra cosa.

In ogni caso la sensazione è che la questione sia già passata in secondo piano.
Beh, ora mi accusano di altre cose: “Non sai servire”, “Perché continui a giocare?”, “Ritirati”. L’altro aspetto è uscito un po’ di scena, ma quando vinco di nuovo due partite di fila, torna alla ribalta. Questo è quello che bisogna affrontare, sappiamo che i tennisti ricevono molti insulti sui social network, ma ciò non mi ferisce più. Da questo aspetto non mi faccio più influenzare, io cerco di fare quello che devo fare, di concentrarmi sulla mia carriera. Voglio sentirmi di nuovo bene in un campo da tennis, tornare ad amare questo sport, cosa che ultimamente mi è costata, ma per questioni esterne al gioco.

Un altro punto di svolta nella tua carriera è avvenuto alla fine del 2016, quando hai interrotto il tuo rapporto con Pablo dopo dodici anni insieme. Perché?
Sono successe delle cose che ci hanno portato alla separazione. La decisione era più mia che sua, ero stanca mentalmente, soffrivo, avevo qualche problema personale che ha avuto ripercussioni sul campo. Avevo meno voglia di lottare, ero triste, spenta, tutto ciò ci ha fatto entrare in contrasto. Comunque durante quell’anno lui ha continuato a guardare le mie partite e ci parlavamo dopo ciascuna di esse. Per me Pablo è come un fratello, anche quando non ci siamo allenati insieme ha continuato ad essere un supporto fondamentale.

Un anno dopo sei tornata a Valencia, hai ritrovato tutto come prima?
Era come se non ci fossimo mai separati, tutto era come prima. Abbiamo vissuto così tanto insieme che quella era una nuova sfida, proprio come la situazione attuale. Siamo fuori dalle prime 200 posizioni in classifica, dobbiamo lottare per scalare la classifica, partecipare ai tornei minori… è diverso, ma tra noi c’è ancora la stessa connessione.

Cosa ricordi degli inizi con Pablo?
Fin dall’inizio mi è piaciuto molto per il suo entusiasmo. In Italia non ho mai incontrato nessuno che avesse una visione così speciale, in lui vedevo così tanta convinzione e mi sono lasciata trascinare. La sua fiducia mi ha contagiata, lui ci credeva molto più di me. Non avrei mai immaginato di arrivare così in alto, ma lui era convinto al 100%. Ricordo quando all’inizio mi diceva: “Dai, vediamo se un giorno arriveremo a un quarto di finale in uno Slam”, e io gli rispondevo che era pazzo (ride). Sapeva portarmi al limite per far emergere le mie qualità migliori. Quando dopo una partita gli dicevo che non potevo giocare meglio di così, mi rispondeva sempre: “Sì che puoi”. Alla fine mi ha trasmesso la fiducia per fare molte più cose di quelle che pensavo fossero possibili.

Fiducia illimitata.
La vedevo nei suoi occhi quando mi allenava, mi ha tirato fuori più di quanto io potessi. Avere accanto una persona che si fida di te in questo modo, mostrando tanto entusiasmo per fare le cose al meglio, e allo stesso tempo divertirsi insieme, è davvero un dono. Ci siamo allenati e abbiamo sofferto, ma ci siamo divertiti.

“Sara non ha la macchina migliore, ma le abbiamo insegnato a guidarla alla perfezione”. Questo mi disse Pablo durante un’intervista nel 2016. Ti sei mai sentita inferiore a una rivale?
Ogni volta! (ride) Ogni volta che giocavo con Kvitova, Garcia, Serena, Sharapova, Stosur, ecc. Le vedevo di fronte a me e non ci credevo. Pensavo: “Servono meglio, hanno un dritto e un rovescio migliore del mio, hanno una condizione fisica migliore… stiamo scherzando?”.

Ma le hai battute.
E non chiedermi come (ride). Pablo mi ha aiutato molto, dall’esterno ha sempre trovato una chiave, una piccola cosa a cui aggrapparsi e su cui fare leva. A volte lasciavo il campo senza sapere come ci ero riuscita, ma l’importante è che ho potuto vincerle.

Il fatto che tu sia riuscita a competere con armi differenti rimarrà per sempre come un gran esempio. Oggi, se non si possiede un servizio a 200 km/h, è più difficile.
È un peccato vedere il modo in cui si gioca a tennis in questo momento, con così tanta potenza e così poca tattica. Pablo mi dice che questo viene a mio vantaggio, perché se tutti giocano nello stesso modo, io posso fare più danni con il mio stile; ma se parliamo di guardare il tennis confesso che non mi piace molto. Mi piace guardare giocare Carla Suarez o Simona Halep, perché posseggono molta più strategia. Il resto delle giocatrici fa molti più vincenti, sì, ma preferirei vedere più tattica e non così tanti punti portati da un buon servizio.

Ti sei mai sentita male per non riuscire a servire così bene come le tue rivali?
Quando ho raggiunto la finale del Roland Garros, ricordo di aver chiesto a Pablo di aiutarmi a migliorare il servizio. La stampa continuava a criticarmi, insinuando che non avrei potuto vincere nulla con quel servizio, e ho commesso l’errore di lasciarmi influenzare. Pablo in compenso mi diceva che era perfetto, che non l’avrebbe cambiato con quello di nessun’altra giocatrice. Era un servizio molto efficace, ideale per il mio stile, riuscivo ad arrivare a statistiche del 90% con la prima di servizio, e lui era felicissimo. Ovviamente continuammo ad allenarlo ogni giorno, ma su quella linea, che si dimostrava perfetta per il mio gioco.

Non voglio immaginare le critiche che ricevevi quando commettevi un doppio fallo.
È una questione che nel corso degli anni mi ha fatto soffrire, e di sicuro si è visto. È sempre stato il mio punto debole, così tante persone me lo facevano notare, che ciò ha influito sulla resa al momento di giocare, a causa della eccessiva preoccupazione.

Ricordi di aver perso una partita a causa del tuo servizio?
Pablo dice di no (ride). È chiaro che ci sono stati momenti in cui mi è pesato non avere un super servizio come altre giocatrici, ma l’ho compensato con altre abilità. Quando perdevo le partite, lo facevo a causa del gioco a fondo campo e non tanto per il servizio, questo è quello che mi diceva. Mi chiedevano di servire con maggiore potenza, ma così facendo mi sarebbe arrivata la risposta più rapidamente senza concedermi il tempo di posizionarmi. Nel modo in cui servivo invece avevo molto più tempo per posizionarmi e iniziare a mettere in atto la mia tattica di gioco.

La gente preferisce parlare del tuo servizio piuttosto che della tua solidità, del tuo modo di combattere, di arrivare su ogni pallina…
È sempre stato così. Ricordo partite in cui la stampa parlava del mio servizio scadente anche se avevo servito benissimo quel giorno. Come se non avessero visto la partita, qualsiasi articolo faceva riferimento a questo aspetto, quel concetto era sempre presente.

Vorrei parlare della tua finale al Roland Garros. L’hai rivista?
Sì.

Cosa cambieresti di quel giorno?
Non appena la partita è finita, ricordo che Pablo mi disse che avrei dovuto fare di più alcune cose e di meno altre, il tipico discorso dopo una sconfitta. Qualche giorno dopo, quando l’abbiamo rivista insieme, si è corretto dicendomi: “Hai giocato molto bene”. Durante la partita avevamo avuto la sensazione che avessi giocato peggio di quello che avevo fatto. Non cambierei nulla, ho cercato di fare del mio meglio, come in tutte le mie partite. In quel momento ho dato tutto quello che avevo, è stata un grande partita, ma lei ha giocato molto bene. Maria ha tirato un sacco di palle sulla linea, così tante che non puoi immaginarti. Si può sempre migliorare… all’inizio, per esempio, ho iniziato molto male, ero sotto 4-0. Era la mia prima finale dello Slam contro Sharapova, credo fosse normale. Mi sarebbe piaciuto vincere, ma il tennis è così, non posso biasimare me stessa.

E nello stesso periodo stavi vincendo titoli nel doppio. Insieme a Vinci hai vinto tutti e quattro gli Slam ed eravate al numero 1. Questo è impensabile ora.
Barty è una delle poche che sta scommettendo su entrambi i circuiti, questo rappresenta un duro sacrificio, soprattutto fisico. È stato un impegno fisico ma, allo stesso tempo, mi ha reso più resistente, è come una ruota. Giocare in entrambi i circuiti mi ha fatto migliorare molto ed è stato anche molto divertente. Vincere tutti gli Slam è stato tanto incredibile quanto inaspettato. Vincere Wimbledon! È una gioia inspiegabile, davvero, non ho parole.

In che momento si comincia a pensare che completare il Grande Slam sia un obiettivo?
Mai. Abbiamo giocato per divertirci, infatti, non ci siamo nemmeno allenate per il doppio. Entrambe ci siamo concentrate sul circuito individuale, di tanto in tanto facevamo qualche partita con Pablo per riscaldarci, ma non ci siamo mai concentrate espressamente sulla conquista dei titoli nel doppio. Entravamo, vincevamo e andavamo avanti. Ci siamo divertite.

Sei la n. 250 del mondo in questo momento (240 questa settimana, ndr). Hai 32 anni. Cosa ti spinge a continuare a combattere?
Non lo so, a volte è davvero difficile. Ciò che mi motiva di più è il desiderio di sentirmi di nuovo bene sul campo. Quando vivi esperienze così brutte, ti rimane un sapore molto amaro in bocca. Come posso pensare di fermarmi adesso? Voglio rivivere quelle belle sensazioni. So di essere più matura, ma voglio ritrovare quel buon feeling, non importa se devo giocare un ITF 25K, non mi dispiace giocare piccoli tornei. Certo, ho ancora la speranza di giocare di nuovo nei grandi tornei, ma quello che mi spinge di più è il desiderio di vedermi di nuovo in campo combattendo, soffrendo, sentendomi competitiva. Essere lì e dare tutto fino alla fine.

Hai perso con una diciassettenne oggi. Non senti di appartenere ad un’altra epoca?
Quando entro in campo non mi concentro sul fatto che la mia rivale abbia 17 o 35 anni, ma sul suo tennis. L’obiettivo è sempre quello di cercare di portare il gioco sul mio terreno, con la mia essenza, variando molto i colpi, con scambi lunghi, so di avere difficoltà contro giocatrici con uno stile molto rapido, ma anche il mio gioco le mette in difficoltà. Ho bisogno di condurre la partita sulla strada che più mi si addice, una lotta di stile.

E cambiare il tuo stile? Nadal o Ferrer sottolineano sempre la loro capacità di adattarsi per sopravvivere ai nuovi tempi. Servire meglio, accorciare i punti, colpire più forte…
Non lo sto facendo. In questo momento ho bisogno di recuperare le forze, per stare bene fisicamente, ma il nostro modo di vedere il tennis non è quello di cambiare il mio stile, non giocheremo allo ‘spara tutto’. È chiaro che dipende anche dal campo in cui si gioca, o dalle palline, su una superficie veloce la mia strategia non è la stessa, ma in linea generale, manteniamo il piano di sempre.

Non appena è finita la partita, sei andata ad allenare il servizio con Pablo per dieci minuti. Questo dice molto sulla tua ambizione.
Con Pablo l’ho fatto molte volte. Ho avuto problemi con il servizio e quello che volevo era pulire il colpo dopo la partita. Con la tensione e il nervosismo, sono consapevole di cambiare il movimento; ho bisogno di pulirlo dopo la partita in modo che domani, quando inizierò di nuovo, possa averlo al livello desiderato.

Una domanda difficile. Hai mai pensato al ritiro?
(Riflette) Sarò sincera, alcune volte l’ho pensato, ma ho subito rimosso questo pensiero. Ho passato dei momenti difficili, sia in campo che fuori. Sono arrivata a dubitare di me stessa pensando: “Sono davvero in grado di continuare a giocare a tennis?” Ma continuo. Continuo perché è una cosa che mi viene da dentro, perché voglio farlo, perché voglio recuperare quelle belle sensazioni e, soprattutto, voglio superare questa situazione.

Vinci te stesso.
Esatto. Voglio allontanare i miei fantasmi, le mie paure personali, questioni che non posso lasciare irrisolte. Queste sono le cose che ti fanno pensare al ritiro, ti invitano a lasciare tutto, ma io voglio superarle. Non per vincere le partite, ma per superare i miei limiti perché non voglio che rimangano tali.

Come immagini la fine?
È difficile rispondere, soprattutto trovare un modo adeguato. Quando vedo che la gente si ritira ci rimango male, con il ritiro di Ferru (Ferrer, ndr) ho pianto molto. Non credo che sarei in grado di farlo come lui, di annunciare che tra un anno smetterò, non potrei sopportare di trovarmi al centro di questa attenzione. Certo quando vai ai tornei è bello, ti fanno sentire bene dedicandoti molte attenzioni, ma sento che questo non fa per me. Quando deciderò, mi ritirerò senza annunci. Penso che lo farò in questo modo, ma non si sa mai. La cosa principale è sentirmi di nuovo bene, ma naturalmente se ci riesco, come potrei ritirami?

Pennetta si è ritirata vincendo uno Slam.
È assurdo, quasi impossibile da fare (ride). Immagino che quando arriverà il giorno, lo sentirò, lo scoprirò. Ora quello che voglio è divertirmi di nuovo, sentirmi bene e vedere fino a dove posso spingermi di nuovo. Come se fosse una seconda carriera. Farò del mio meglio, fino alla morte, per tornare dove mi compete. Se riuscissi ad esprimermi di nuovo al mio meglio, cos’altro potrei chiedere di più?

 

Traduzione a cura di Alessandro Toto

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Mamma d’un tennista, il mestiere più difficile

FIRENZE – L’arte d’esser presenti senza esser presenti. Marina Lorenzi, mamma di Paolo: “Quando restammo un mese in Bulgaria con una caviglia a pezzi…”

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto Jo Vinci)

Si dice che esser mamme (soprattutto brave) sia un mestiere dei più difficili. Posso confermare. Io non sono mai riuscito a esercitarlo. Per difetto costituzionale. Ma so che essere mamme di tennisti o aspiranti “pro”, poi, è ancora più dura. Perché il figlio, salvo che sia stato… battezzato Roger, Rafa, Novak o Andy, all’inizio non fa che perdere. Soprattutto quando gioca con i più grandi. E man mano che diventa più bravino, il guaio è che son quasi tutti più grandi.

La mamma che vede il figlio (o la figlia, è uguale) perdere, piangere, disperarsi, ammutolirsi, ingrugnirsi, soffre come una… mamma. Più è lungo il viaggio di ritorno dal maledetto luogo della sconfitta, più atroce è il martirio. Alla mamma spesso capita di essere, per tutta la carriera in embrione del pargolo determinato, l’autista che accompagna l’aspirante tennista nei luoghi più improbabili a disputare tornei. Il papà per solito – o almeno è stato così per la mia generazione – lavora per potersi permettere di mantenere un figlio che voglia fare il tennista. Non si offendano le mamme che oggi lavorano come e più dei padri, so che i tempi sono cambiati rispetto a 20-30 anni fa; è quindi molto più frequente trovare padri che accompagnano i ragazzi ai corsi (in percentuali forse ancora più modeste rispetto alle mamme… ma non datemi del maschilista retrogrado per questo!).

Ma torniamo alla mamma (se poi è il padre, è lo stesso). Se porti il figlio in ritardo alla lezione, al corso, il maestro si arrabbia e minaccia di lasciare il figlio innocente a bordo campo (ma si arrabbia anche il genitore, perché le lezioni costano care!); se lo porti in ritardo alla partita di torneo, giudice arbitro e avversario non aspettano. Anzi, spesso si fregano le mani. La partita è persa. Se anche una sola volta su mille la mamma in ritardo ha fatto perdere una partita al figlio, beh, state sicuri che non se lo dimenticherà mai. Né il figlio, né la madre. Mai conosciuti, in quel deprecabile e sfortunato caso (è sempre colpa del traffico, eh), figli comprensivi.

 

Di arti varie è pieno il mondo, ma l’arte di saper consolare un figlio sconfitto, e peggio se… derubato da un arbitro miope, da un avversario scorretto, da net e righe avverse, è una delle più difficili da apprendere e praticare. Innata non ce l’ha nessuno, non è come per… ‘arti minori’ quali la pittura, la musica… è molto più difficile. E durante il match del figlio? Se non lo guardi lui si arrabbia e poi ti accuserà di indifferenza, se lo guardi e ti scappa una smorfia a seguito di un errore… guai!, “tu non capisci nulla di tennis, come ti permetti?”, “non hai visto che la palla è rimbalzata male?”, “non ti sei accorta che il tuo avversario ha fatto un colpo formidabile?”. Né applausi eccessivi fuori luogo, please, che figura gli fai fare a tuo figlio? Insomma, comunque ti atteggi (per lui eh) sbagli. La tenerezza sarà più apprezzata dagli altri piuttosto che, sul momento, dal figlio incavolato.

Tu mamma, hai un impegno? Dimenticalo! La partita di torneo non sai mai a che ora davvero comincia – eh dai, lo devi sapere che dipende da quando finisce quella precedente – e non pretendere che finisca quando ti farebbe comodo. Mica si può vincere, o perdere, a comando, con l’orologio in mano. L’orologio delle mamme non conta, i minuti non girano o girano troppo, come le ore. E se hai sfiga che piove ci vuol pazienza, si aspetta sotto l’ombrello e se il circolo non ha una club house riscaldata portati una sciarpa. La disponibilità deve essere completa. Ci sono altri fratelli, sorelle, di cui occuparsi? Si arrangino. È più facile che un campione sia figlio unico, o abbia al massimo un fratello, una sorella minore.

Mai conosciuto un campione con sei fratelli a carico di una sola mamma: non potrebbe seguirlo. Già il figlio minore non ha i vantaggi della disponibilità di cui ha goduto il maggiore. Ricordate i tanti fratelli noti del grande tennis, i Panatta, Sanchez, McEnroe, Simonsson, Radwanska, Clijsters, Djokovic, Melzer, Granollers, Bennetau, Lapentti, Cuevas, Tacchini? Guarda caso il maggiore è sempre stato il più forte. Ci sono eccezioni (Serena per Venus Williams, Sascha per Mischa Zverev, Andy per Jamie Murray e pochi altri), ma se si chiamano eccezioni…

Il tennista è, fin da bambino, votato all’individualismo. Diventa, per forza di cose, egocentrico. Spesso egoista. E anche un tantino tirchio perché se putacaso un torneo, un incontro, se lo va a giocare da solo, i soldi che gli avranno dato i genitori non saranno mai troppi. Ho conosciuto tantissimi tennisti. Quelli che hanno faticato ad emergere, non gli Agassi che regalava auto a destra e manca, né gli altri enfant prodige subito ricchi, sono quasi tutti tirchi. Potrei fare mille esempi di giocatori diventati forti in età più avanzata che non hanno mai offerto un caffè a nessuno.

Di esperienze… materne indirette posso ricordare quella di mia moglie, mai stata tennista ma in compenso provetta autista che quando portava mio figlio al circolo del tennis di Firenze a mezzora di distanza casa per un’oretta e mezzo di corso non mancava di farmi presente che per lei quell’ora e mezzo non erano mai meno di tre e mezzo, fra anda, rianda, doccia e varie perdite di tempo. Fallo un giorno, fallo due… ma se lo devi fare per cinque giorni alla settimana e più, per mesi e magari per anni, diventa un incubo. Se poi ti accorgi che il figlio neanche è contento e spensierato come quando gioca a calcio o pratica gli sport di squadra perché in quelli non avverte alcun tipo di pressione, beh ti assalgono i dubbi: “Ma gli farà bene giocare a tennis?.

Vi invito quindi ad ascoltare sei minuti (sei…) di intervista audio che ho fatto al CT Firenze, durante il torneo challenger di cui diamo ampie cronache tutti i giorni, con la simpatica, spontanea e disponibilissima Marina, la mamma di Paolo Lorenzi.

L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Lei era un po’ recalcitrante all’inizio perchè non le piace proprio riudire la propria voce quando la sente registrata, ma alla fine ha ceduto alle mie garbate insistenze consentendomi di scrivere un pezzullo diverso dalla cronaca di un match. Credo che più dall’audio, dai toni, potrete probabilmente capire meglio che non dalla trascrizione che sì, si può diventare anche grandi giocatori di tennis, top 50 del mondo (non giocano a tennis tutti i 7 miliardi e mezzo del pianeta, ma qualche milione la racchetta in mano l’ha presa, essere uno dei migliori 50 non è proprio banale) ma se non si ha alle spalle una mamma pronta a tutto, come Marina, è dura sfondare.

Perché è duro soprattutto l’inizio. Una montagna da scalare… sulle pendici della quale, per esempio, si arrendeva più o meno inconsapevolmente mia moglie allorquando, dovendo portare a giocare mio figlio a un torneo a Grosseto, scappando dall’uscita di scuola all’una e mezzo per essere puntuali al campo per le 16 – che poi diventavano le 18 perché la partita precedente non finiva mai – e facendo ritorno a casa poco prima della mezzanotte con ancora i compiti del liceo classico da fare, beh dopo due o tre giorni di turni superati alla meno peggio… lei, pur innamorata del figlio più di Cornelia madre dei Gracchi, finiva per augurarsi che Giancarlo perdesse… anche se le due ore di auto per tornare a Firenze erano un incubo. L’incomunicabilità resa famosa dai film di Antonioni a confronto erano gag comiche.

Un’altra volta, se vi interessasse conoscere alcuni risvolti cronachistici di un padre che per l’appunto è anche ex tennista agonista (sia pur modesto) nonché giornalista con i limiti comportamentali che le due qualifiche si trascinano dietro, vi racconterò quanto non sia semplice neppure il ruolo del padre che si trova (sia pur sporadicamente) a seguire il figlio in gara. Ma ora spazio a mamma Lorenzi. Per chi rifugge dall’ascoltare gli audio, la redazione ha ricapitolato un sunto di quel che mi ha raccontato mamma Lorenzi poco dopo una sconfitta di misura (7-5 al terzo) patita da Paolo, che ha dovuto subire – proprio quando serviva sul 5-6 – una sciocca sospensione di 6/7 minuti dovuta alla riparazione di un buco (minimo) che si era formato nella rete.

Francamente l’arbitro avrebbe potuto aspettare la conclusione del match o semmai decidere per la riparazione sul 6 pari. Paolo un po’ si è innervosito, un po’ si è freddato (ed era già piuttosto provato, a quasi 38 anni meno pause si hanno e meglio è), fatto sta che in un baleno si è trovato sotto 0-40 con tre match point da annullare e non ce l’ha fatta. Così Paolo, toscano d’adozione (è nato a Roma ma è cresciuto a Siena e tifa Fiorentina) ha dovuto lasciare il passo all’argentino Marco Trungelliti, finalista a Firenze un anno fa (battuto da Andujar, il recente quartofinalista dell’US Open ).

Meglio lasciare in pace Paolo, di pessimo umore così come il suo allenatore Christian Brandi, e parlare invece con mamma Marina, un presente da mamma, un passato da giudice di linea prima, di …autista poi, di spettatrice-fan più che soddisfatta dei sacrifici un tempo compiuti… oggi.

“Mamma di un tennista? È difficilissimo, bisogna essere presenti non essendo presenti – definizione splendida, brava Marina! te la rubo per il sottotitolo… – bisogna saper fare un passo indietro, ma accompagnarli sempre. Tutti i giorni al tennis, tutti i giorni in giro – vivendo a Siena qualsiasi posto era lontano… sono riuscita persino a stare un mese filato in Bulgaria perché Paolo voleva prendere a tutti i costi i primi punti ATP! Quando è arrivato lì si è allenato subito con (Alessio) Di Mauro, allora grande giocatore (siciliano)… sennonché dopo solo due scambi Paolo si è fatto male ed è caduto; sono dovuta rimanergli accanto, portarlo all’ospedale, si era fatto male a una caviglia. L’infortunio è durato tutto il mese. Ma alla fine è riuscito a guadagnare i suoi primi cinque punti“.

Tanta garra. Di Paolo certo, ma anche di mamma Marina! Un mese in Bulgaria non è come andare sulla Costa Azzurra. Per riuscire a conquistare quei punti, quando aveva solo 17 anni, Paolo ha dovuto anche… fingere di non essersi fatto nulla! “Ha accettato l’idea di saltellare in campo, per far vedere che era in grado di giocare altrimenti il supervisor lo avrebbe sbattuto fuori per mancanza di impegno (tanking, ndr)! Solo al terzo torneo – era un torneo satellite fatto di tre tornei più un Master – ha vinto una partita e così ha conquistato quei primi punti che sognava”. Se gli archivi del 1999 non ci ingannano, la sua prima vittoria è stata un 6-2 6-1 ai danni della wild card locale Delian Borisov.

Paolo Lorenzi (foto IKE LEUS)

Lungi dall’essere soltanto motivo di soddisfazioni, un figlio che vuole diventare tennista professionista rappresenta inevitabilmente anche un discreto costo. Il tennis non è sport per famiglie poco abbienti, purtroppo. Non tutti se lo possono permettere. “A quei tempi Paolo non aveva nessun aiuto dalla federazione e il primo coach se l’è potuto permettere molto tardi. Noi genitori dobbiamo investire sui figli. Che sia per il tennis o per lo studio, è importante dare loro la possibilità di fare delle scelte“.

Una famiglia che non avesse la necessaria disponibilità economica sarebbe in gravi difficoltà. L’equivalente di 25.000 euro 20 anni fa… “Vai fino in Messico, perdi al primo turno, prendi 300 dollari…”.

Oggi non ne basterebbero 40.000 per chi voglia fare un’attività internazionale di livello, (potete trovare qualche informazione più dettagliata qui) sia pur magari dividendo lo stesso coach anche con altri giocatori (come fa anche adesso Paolo con Brandi, che segue anche altri ragazzi del team di Riccardo Piatti. Napolitano, Dalla Valle… a Firenze erano tre con Lorenzi, in altri tornei sono anche cinque). Marina non rimpiange nulla della lunga avventura, anzi, visti i risultati e le soddisfazioni poi ottenute dal figlio è più che contenta: “Ai tempi delle prime qualificazioni Slam l’ho sempre accompagnato, è stato certamente anche bello (per lei che ha sempre giocato e amato il tennis). Ho girato il mondo e visto il tennis (in posti magnifici…) ringrazierò sempre Paolo per questo, mi sono divertita molto“.

E come conciliare il tennis di un giocatore professionista che è arrivato a iscriversi alla facoltà di Medicina (poi inevitabilmente poco frequentata, diversamente dal fratello maggiore di Paolo che invece è medico a Londra). “Abbiamo studiato molto ovunque, anche in macchina, viaggiando, ho potuto aiutarlo raccontandogli la storia, risentendogli la matematica…“. 

Insomma bravo Paolo, certo, ci mancherebbe. Ma senza una mamma così dove saresti arrivato? Quando lo dico a Marina lei dapprima ha l’aria di volersi schermire un po’, ma poi lascia spazio alla sua naturale genuinità (mentre suo marito è stato discretamente in disparte per tutto il tempo): “Un po’ è vero, lo dico sempre!“. La mamma di Paolo, ragazzo d’oro nella vittoria come nella sconfitta, scoppia in una sanissima risata. E noi non possiamo che sorridere con lei.

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Interviste

Le due confessioni di Federer: il pianto di Wimbledon e la sbornia di New York

Il campione svizzero ha raccontato di aver bevuto qualche drink di troppo dopo uno US Open vinto. E che la finale contro Djokovic l’ha costretto alle lacrime

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Roger Federer - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

A Ginevra è tempo di Laver Cup. Il contesto favorevole ha spinto Roger Federer a lasciarsi un po’ andare in un’intervista – comparsa sulla Gazzetta dello Sport di oggi – in compagnia di Mikaela Shiffrin, sciatrice statunitense. L’incontro è stato patrocinato da Barilla, sponsor di entrambi gli atleti, e Shiffrin si è fatta portavoce delle domande di un gruppo selezionato di giornalisti.

Come spesso è accaduto nelle recenti interviste, la sfera privata del grande campione svizzero trova maggiore spazio dell’argomento tennis. Di qui a riuscire a metterlo completamente da parte, in ogni caso, ce ne vuole; è sempre un venti volte campione Slam a dar voce al microfono. Accade così che le prime due domande, quasi banali, sull’ultima volta che ha pianto e sulla domenica ideale di Federer, trovino subito riferimento all’inevitabile “elefante nella stanza”, l’ormai iconica sconfitta nell’ultima finale di Wimbledon. Roger afferma di essere scoppiato in lacrime l’ultima volta proprio in quell’occasione, dopo il maldestro tentativo di conforto di qualcuno che gli si è avvicinato per dirgli “Che sfortuna, ci eri vicino…”.

La domenica ideale, in teoria, è un concetto che dovrebbe esistere in modo del tutto indipendente (anzi, forse antitetico, considerando l’ultima esperienza domenicale a Londra) rispetto ai fatti dell’All England Club. Infatti la prima risposta di Federer è ‘una domenica senza sveglia, per poi andare a spasso per le montagne o al mare con la famiglia‘. Tutto regolare, se non fosse che poi… “Solo una vittoria a Wimbledon potrebbe farmi cambiare idea. A quel punto la domenica perfetta sarebbe quella. […] Ultimamente ne ho passata una davvero brutta…”. Sembra quasi inevitabile inciamparci, domanda dopo domanda.

L’atmosfera si distende, Federer parla dei suoi film preferiti – “Aquaman, il Gladiatore e Will Hunting” – e svela il personaggio storico con cui passerebbe una serata: “Nelson Mandela, ma sarei contento di incontrare chiunque, davvero”. Dove c’è Barilla, poi, non può che esserci domanda sul tipo di pasta preferito “La classica, spaghetti pomodoro e basilico, ma anche la carbonara”. L’argomento vira deciso verso le abitudini alimentari del tennista svizzero, e Federer svela un aneddoto sorprendente: una volta – non ci è dato in quale delle cinque occasioni tra 2004 e 2008 – si è ubriacato dopo aver vinto gli US Open! Ci ho messo tre giorni e mezzo per riprendermi completamente. […] Il bar stava per chiudere e abbiamo ordinato i drink in anticipo. Ci siamo accorti che ne avevamo ordinati troppi!”.

Nonostante questa piccola leggerezza (gli sarà concesso, almeno una volta su venti!) Federer mette davanti a tutto l’educazione dei figli: “Spero che un giorno diventeranno dei bravi cittadini, questo è il mio obiettivo principale”. Chiusura con un riferimento all’altro elefante nella stanza, forse ancora più massiccio, quello del ritiro dalle competizioni. “Avevo appena vinto il Roland Garros e già mi chiedevano del ritiro, ma avevo solo 28 anni! […] Ora sembra che in ogni intervista debbano chiedermelo perché i giornalisti pensano che in quel momento possa annunciarlo. […] Sono tranquillo a riguardo perché non lo so nemmeno io. Vorrei avere un’idea precisa e poterlo dire, non adesso”. Dichiarazioni che per ora ci lasciano tranquilli, il Re continuerà ancora a calcare i campi da tennis.

Giorgio Di Maio

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