Il sogno di Giulia Gatto-Monticone: "All'applauso finale mi è scesa una lacrima"

Wimbledon

Il sogno di Giulia Gatto-Monticone: “All’applauso finale mi è scesa una lacrima”

Trentenni agli antipodi: il ritiro di Sharapova, l’emozione di Gatto-Monticone. Non è detto che essere nate nello stesso anno significhi vivere esperienze tennistiche simili. Maria, Giulia e le parabole di carriera opposte

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Giulia Gatto-Monticone e Serena Williams - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il nostro inviato

Secondo giorno di torneo a Wimbledon, con meno scossoni del primo. Era al via la parte alta del tabellone, e delle 16 teste di serie impegnate in 13 hanno vinto. E lo hanno fatto tutte in due set. Tre le eliminate: la numero 22 Vekic, la 26 Muguruza, la 32 Tsurenko.

Donna Vekic paga le conseguenze di un sorteggio sfortunato, visto che si è imbattuta in Alison Riske, la tennista che forse aumenta di più il suo rendimento quando ci si sposta sull’erba rispetto alle altre superfici. È stato un match lottatissimo (3-6 6-3 7-5) terminato con il buio. Per questo c’è stato bisogno della luce artificiale, e della conseguente chiusura del tetto del Court 1: è la prima volta in assoluto che durante i Championships viene fatto ricorso alla nuova copertura mobile. Erano passate le nove (ora locale) quando è finito il match e con questo successo Alison si è fatta il miglior regalo di compleanno possibile, visto che il 3 luglio compie 29 anni.

 

Tecnicamente prevedibile la sconfitta di Tsurenko. Lesia è entrata fra le teste di serie da numero 33 del ranking, “ripescata” dopo il forfait di Andreescu. Per lei non è il miglior momento della stagione; in più aveva di fronte aveva una tennista esperta come Strycova, che conosce bene l’erba e che sa cogliere le occasioni quando si presentano: 6-3 6-2 in 71 minuti.

Discorso differente per Garbiñe Muguruza. Due anni fa, nel 2017, diventava la campionessa di Wimbledon. Fra l’altro durante il percorso vincente aveva anche sconfitto la vincitrice del 2018 Angelique Kerber. Oggi invece esce per mano di Beatriz Haddad Maia (6-4, 6-4), una giocatrice che una volta si sarebbe detto che proponeva un tennis simile al suo, ma con una consistenza inferiore. Purtroppo ho seguito solo qualche breve frazione del match e quindi non me la sento di esprimere un giudizio tecnico sulla partita. In ogni caso è un peccato che una giocatrice come Muguruza, capace di esprimersi a livelli altissimi, stia vivendo un periodo di crisi che dura da ben più di un anno. Già vederla solo al numero 26 delle teste di serie sembrava uno spreco, figuriamoci uscire al primo turno.

Garbiñe ha solo 25 anni, e quindi è in una età che normalmente si associa al massimo picco di rendimento. Sottolineo l’età perché temo che sia diventata il fattore determinante per spiegare l’uscita, per ritiro, di Maria Sharapova, battuta da Pauline Parmentier. Masha non è più una testa di serie: dopo tutte le tribolazioni fisiche vissute, è scesa al numero 80 del ranking, ma rimane pur sempre una delle poche tenniste in attività che a Wimbledon hanno sollevato il Venus Rosewater Dish.

Sharapova è nata nell’aprile 1987: quindi per lei gli anni sono 32, di cui oltre la metà vissuti da professionista, dato che ha iniziato da giovanissima. Dopo i guai alla spalla, se non interpreto male, riemergono altri malanni che le erano costati la rinuncia agli US Open 2015. Il suo fisico sembra diventato di cristallo: si ferma per un problema e quando rientra ne arriva un altro a impedirle di recuperare una condizione accettabile.

Per noi italiani la storia più intrigante è senza dubbio quella di Giulia Gatto-Monticone, che è nata nel 1987 proprio come Sharapova. Le dividono sette mesi: il 19 aprile è il compleanno di Maria, il 18 novembre quello di Giulia. Eppure le loro sono due carriere agli antipodi. Masha bambina prodigio, Giulia tennista dalla maturazione lenta, che dopo i 30 anni si sta prendendo le migliori soddisfazioni. Qualche settimana fa ha saputo conquistare per la prima volta un posto nel tabellone principale di uno Slam, al Roland Garros. Ora l’esordio a Wimbledon, addirittura sul Centre Court e contro Serena Williams.

Ricordo che quando è uscito il sorteggio i lettori di Ubitennis si sono divisi in due partiti. Il primo ha parlato di enorme sfortuna nel pescare una tennista virtualmente imbattibile come Williams. Non poteva per esempio capitare una wild card locale per fare ancora strada? Il secondo partito lo ha invece giudicato il miglior sorteggio possibile per chi si presentava per la prima volta nel tempio del tennis. Vale a dire una “esperienza da sogno da raccontare ai nipotini”.

Entrambe le posizioni avevano buoni argomenti, e allora per dirimere il dubbio a fine match l’ho chiesto direttamente a Giulia. Risposta senza incertezze: esordio da sogno, il migliore possibile. Poi però ha aggiunto che il suo coach, almeno all’inizio, non l’aveva presa bene, salvo poi metabolizzare la situazione e spostarsi anche lui sul versante ottimista.

E a conti fatti credo che di questo Wimbledon le rimarranno ricordi solo positivi. Ma le cose non erano cominciate bene. Avvio comprensibilmente complicato: 0-5 in pochi minuti, tanto che in tribuna stampa si cominciavano a evocare precedenti infausti, e c’era chi si chiedeva se la durata del match avrebbe assunto una brevità da record.

Invece poi Gatto-Monticone ha cominciato a carburare: ha vinto due giochi che le hanno permesso di chiudere il set con un più che accettabile 2-6. Quella che però è da incorniciare è la prestazione del secondo set. La qualità di gioco è salita, il rovescio ha cominciato a incidere, e soprattutto sulla seconda ha sofferto meno, passando dal 14% di punti vinti nel primo set al 50% del secondo.

Il set è stato in costante equilibrio e quando Serena ha operato uno strappo in avanti (sul 5-3 e servizio) Giulia è stata capace di ribrekkarla mentre Williams serviva per il match. A quel punto la partita ha assunto un sapore differente. Giornalisticamente non era più una vicenda “di colore” ma un evento sportivo da raccontare senza se o ma, in cui Serena ha rischiato davvero di giocarsi il secondo set al tie break, visto che Gatto-Monticone ha avuto la palla per il sei pari. Alla fine il match si è chiuso sul 6-2, 7-5 in 80 minuti esatti, 51 per il solo secondo set.

Si può interpretare la prestazione di Giulia da due punti di vista diversi. Da quello più generale questo match ha fornito una ulteriore prova che il movimento femminile diventa sempre più competitivo e anche fuori dalle prime 100 ci sono giocatrici che non solo non sfigurano sul Centrale di Wimbledon, ma che possono impegnare le prime del mondo.

In termini più personali la sua è una storia che, almeno per un giorno, ha offerto una prospettiva differente rispetto alla routine dei nomi che si incontrano tra loro in ogni torneo del mondo. A 31 anni è una giovane donna matura, che guarda al tennis con la consapevolezza della propria professione ma anche con la cultura sportiva necessaria per apprezzare davvero, sino in fondo, i nuovi traguardi che ogni giorno riesce a conquistare.

L’intervista in sala stampa è stata speciale anche per questo, perché Gatto-Monticone ha raccontato la sua esperienza con gli occhi di chi per tanti anni ha guardato verso Wimbledon da fuori, ma poi finalmente si è trovata a vivere tutto in prima persona. Per questo riporto ciò che ha detto nel modo più letterale possibile. Credo non occorra aggiungere altro.

Sulla partita: “Giocare su questo campo con una avversaria del genere mi ha richiesto una ventina di minuti per ambientarmi. Tre anni fa giocavo gli ITF da 15000 dollari, trovarsi sul centrale di Wimbledon non è proprio la stessa cosa. Poi mi sono sciolta. Nel secondo set non ho mai pensato al punteggio o all’idea di rovesciare il match perché mi sono sempre e solo concentrata sul singolo punto. Sulla palla e sulla racchetta. Appena c’era l’occasione, cercavo di spingere con l’obiettivo di farla muovere il più possibile, anche se non è una impresa facile”.

Sulle qualità di Serena: Certi suoi servizi si sentono proprio sul polso, per quanto sono pesanti (oggi ha superato i 200 km/h). Poi invece una volta nello scambio mi aspettavo una palla, devo essere sincera, molto più forte. Invece no. Però ovviamente, quando ce l’ha sopra la spalla… Però sa trovare angoli che altre tenniste si sognano. Per esempio nelle qualificazioni ho incontrato Oceane Dodin, che sa spingere forte la palla. Ma gli angoli di Serena non è assolutamente in grado di trovarli”.

Sì, effettivamente il punto del match point (con scambio a rete ravvicinato) avrei potuto anche vincerlo io: ma quando dall’altra parte delle rete c’è Serena le cose sono un po’ diverse… Sono state emozioni forti, e all’applauso finale una lacrima mi è scesa. A fine match è stata gentilissima. Lei mi ha detto ‘amazing player’ anche se non so se lo pensa davvero. Io le ho detto che è la regina di Wimbledon. E le ho chiesto se potevamo farci un selfie insieme, ma poi dal panico non trovavo il mio telefono. Allora lei ha preso il suo e mi ha detto che caricherà la nostra foto su Instagram. Poi abbiamo fatto un’altra foto con Tommaso (il coach) e Mouratoglou tutti e quattro insieme. È stata davvero gentilissima”.

Sulla esperienza a Wimbledon: “Oggi è stato un giorno emozionante. Questa mattina ci hanno fatto provare il percorso che porta dagli spogliatoi sino al Centre Court e che passa attraverso gli spazi del circolo. È un posto pazzesco: l’ingresso, divani, fiori, trofei. Mi hanno spiegato il cerimoniale: cosa fare, dove aspettare prima di entrare in campo”.

“E poi siamo arrivati al campo, ancora senza pubblico: bello. Bello (lo ripete due volte). Me lo aspettavo diverso. Dato che è piuttosto largo non mi ha fatto così impressione. Ma è stato fantastico, davvero emozionante. Quando l’ho rivisto pieno, con gli spettatori, ancora di più. E poi l’erba del Centrale non è certo quella del torneo di Nottingham. Durante la prova del percorso ero con il mio team. Ci siamo emozionati tutti. Da brividi. Il mio primo Slam è stato Parigi, ma ovviamente il Centrale di Wimbledon con Serena resteranno indimenticabili”.

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Wimbledon, appuntamento al 2020. Con una serie di citazioni

Prima di sciogliere definitivamente l’abbraccio con Wimbledon, le più belle citazioni sul (e dal) torneo inglese. Qual è la vostra preferita?

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Mancano soltanto 342 giorni all’inizio di Wimbledon 2020. Ne sono trascorsi invece già nove dall’epica finale dell’edizione 2019, che pure sembra si sia giocata ieri; ma non solo il tennis non è finito, come qualcuno temeva dopo la stretta di mano di domenica 14 luglio, ma addirittura ci sono già stati altri tornei, altri vincitori, e altri ce ne saranno.

La fine di uno Slam però, se per certi versi è un sollievo, per altri è molto simile a un dolore. Per superare il quale ci si affida alle solite cinque fasi. Siamo persuasi di essere finalmente arrivati all’ultima, quella dell’accettazione. Per tagliare definitivamente il cordone, e darci appuntamento al 2020, ecco una carrellata di citazioni illustri (raccolte dalla nostra collaboratrice Beatrice Di Loreto) che hanno Wimbledon come minimo comune denominatore.

Bye bye, Wimbledon. E grazie di tutto, come al solito.

“Puoi scoprire tutto quello che vuoi sapere su una persona facendola giocare sul Centre Court di Wimbledon”

John Newcombe

“Se dici qualcosa durante una partita di tennis, lo fanno sembrare come se avessi commesso un omicidio o qualcosa del genere”

 
John McEnroe

“Non avevo mai realizzato quale fosse il significato di tutto il resto. Niente, e intendo proprio niente, si può paragonare a vincere Wimbledon”

Andre Agassi

“Finché vinco, o muoio”


Ivan Lendl, su quanto a lungo avrebbe provato a vincere Wimbledon

“Puoi arrivare a Londra essendo il N. 1 del mondo, ma nessuno pensa che tu sia qualcuno finché non hai vinto Wimbledon. Si comportano come se avessero il più grande torneo del mondo. E hanno ragione, ce l’hanno. È proprio questo” 

Pete Sampras

“Il modo più semplice per diventare soci qui è vincere il torneo”

Anonimo, sull’All-England Tennis Club

“Non giocherò a Wimbledon perché sono allergico all’erba”

Ivan Lendl

“Amo il Campo Centrale. Vorrei poterlo abbracciare qualche volta”

Billie Jean King

“Restituirei tutto il mio prize money pur di vincere Wimbledon”


Andy Murray

“Scendevo a rete attaccando il suo dritto e mi passava; scendevo a rete attaccando il suo rovescio e mi passava. Restavo a fondocampo e anche lì mi passava”

Andy Roddick, dopo aver perso la finale di Wimbledon 2005 contro Roger Federer

“I newyorkesi amano vederti sputare l’anima là fuori; sputa l’anima a Wimbledon e ti fanno fermare e pulire” 


Jimmy Connors

“Se non dovessi vincere più una partita non mi importa. Qualsiasi cosa farò nella mia vita, ovunque andrò, sarò sempre un campione di Wimbledon”

Goran Ivanisevic

“Quando la folla gridava ‘Roger’ io sentivo ‘Novak’. Sembra sciocco, ma è così”

Novak Djokovic

(per i cultori del ‘tutto in lingua originale’: alla pagina successiva trovate le citazioni in inglese)

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Focus

Il vero eroe di Wimbledon

Sul podio: Ostapenko che colpisce tutti, Woody Harrelson ubriaco sugli spalti e soprattutto il vero eroe del Fedal: il ragazzino appassionato di vichingi

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E cosa altro vorresti raccontare. Quello lì, quello che c’ha un sacco di anni e continua a fare così incredibili, ha battuto in semifinale quell’altro che l’aveva appena battuto – meglio, dominato – a Parigi. Poi, in finale, non è stato capace di convertire match point, per la 22esima volta in carriera, contro quel terzo signore che più non lo amano e più lui vince, vince, vince. Ha vinto più di chiunque altro in questo decennio, e chissà nel prossimo.

Il primo, quello lì, ha sublimato il concetto di sconfitta: non in senso alchimistico e neanche spirituale, ma proprio per quanto attiene al suo significato in psicologia. Quello che è accaduto dal mancato 9-7 all’effettivo 12-13 è già letteratura, già in grado di esercitare una fascinazione collettiva persino superiore a una vittoria.

Sono state quarantotto ore fuori da ogni logica, o magari perfettamente in linea con la nuova logica applicata al tennis – meglio: imposta – da Federer, Nadal e Djokovic. Ne ha fatto mirabile sinossi Matteo Codignola su Rivistaundici, chiudendo così un articolo che vi consiglio caldamente di leggere.

Si tratta di giocare ancora un match, e un altro, per allontanare il più possibile quello che ormai  tutti quanti, a cominciare da Roger, Rafa e Nole – temiamo succeda: che al primo ritiro di uno dei tre, di colpo, il tennis come lo abbiamo conosciuto smetta di esistere. Sembra l’ultima scena di un episodio neanche troppo riuscito di Al di là della realtà, d’accordo. Ma francamente a cos’altro abbiamo assistito, sul Centre Court, fra il 12 e il 14 luglio 2019?

Il torneo femminile lo ha vinto Simona Halep, mamma che brava. Le è toccato fare la parte della guastafeste agli ottavi contro la bimba prodigio Cori Gauff, ma dopo aver lottato per un set contro Zhang ai quarti ha sostanzialmente triturato il resto della concorrenza: non l’ha vista Svitolina in semifinale, l’ha vista se possibile ancora meno Serena in finale. Ora è socia dell’All England Club e potrà venirci anche solo per mangiare a sbafo a ‘spese’ della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, che da tre anni può vantare il patrocinio di questo modesto circoletto londinese (un gradito regalo della regina Elisabetta).

 
L’eleganza sconvolgente di Kate, l’inchino doveroso di Nole (AELTC/Florian Eisele)

C’è stato però un altro Wimbledon, un Wimbledon di faccende meno altisonanti ma non per questo meno degne d’essere raccontate. Il vero Wimbledon, insomma.

Per assonanza con l’ambito patro-cinio di Kate viene in mente il sacrosanto don’t patro-nize me‘ di Johanna Konta al gionalista del Daily Express che pretendeva di parlarle come si fa ad una figlia quindicenne che non ha rispettato il coprifuoco. Brava Johanna, al 6,5 del nostro Garofalo mi sento di aggiungere almeno un paio di voti.

C’è stato il ritorno di Murray in doppio, che doveva essere un ritorno un po’ in sordina ma la scelta di affiancarsi a Serena Williams per il doppio misto l’ha trasformato in una delle storyline più seguite dell’intero torneo. Due vittorie, poi la sconfitta agli ottavi contro i favoriti Melichar/Soares. L’anca di Andy sembra limitarlo ancora parecchio nei movimenti e per New York si vedrà, ma intanto un pieno di affetto e sostegno dei tifosi che non fa mai male.

Sapete chi altro, ben lontana dal mettersi in luce in singolare (pur giocando regolarmente, a differenza di Murray), ha fatto parlare di sé in queste due settimane? Jelena Ostapenko, la cui vittoria al Roland Garros sembra lontana 150 anni e invece risale appena al 2017. La lettone ha giocato una partita in singolare (sconfitta subito da Hsieh), una in doppio femminile (in coppia con Kudermetova, subito fuori contro Cornet/Martic) ma ben sei in doppio misto: in coppia con lo svedese Robert Lindstedt ha raggiunto la finale, poi persa contro Chan/Dodig.

Eppure, povera Jelena, mica ha fatto parlare di sé per qualche stop volley prelibata. Proprio non le riusciva di smettere di colpire avversari e partner!

Nel primo episodio è riuscita a fare punto tirando un servizio nel quadrato sbagliato… ma direttamente addosso all’inviperita Cornet;

soltanto i riflessi felini di Gauff hanno impedito che si concretizzasse subito un secondo episodio, al primo turno del torneo di misto. Eppure il meglio doveva ancora venire…

secondo e terzo turno, episodi tre e quattro. Jelena bombarda due volte la schiena del malcapitato Lindstedt, che nonostante i tentativi di sabotaggio rimane stoicamente in piedi.

MEDAGLIA D’ARGENTO E D’ORO – A proposito di colpi proibiti. Come dimenticare il missile di Kyrgios che ha colpito Nadal nei pressi della rete, durante l’unico match che c’abbia davvero fatto battere il cuore prima delle semifinali (a parte quell’ dell’addio di Marcos, di cui non parliamo per evitare di versare altre lacrime)? Non un gesto proibito, sembrava lì per lì, se non che Nick s’è divertito a raccontare in conferenza che proprio al petto voleva colpirlo. Nadal, ben tronfio dopo la vittoria, ha risposto smontando tutti i ‘se’ che accompagnano i progetti di grandeur del ragazzone di Canberra.

Si sale di tono, eccome se si sale di tono, verso i primi due gradini del podio. Interessano fino a un certo punto le rimostranze di Fognini nei confronti della corona britannica, rea d’averlo spedito su un campetto infame a combattere col discusso Sandgren. C’è invece il solito buco della serratura da cui noi profani guardiamo gli abitanti dei seggiolini più prestigiosi del campo centrale, dove s’avvicendano ogni anno fior di divi, dalla musica al cinema, passando per sport e politica. Nel Royal Box ha trovato spazio il golfista Francesco Molinari che proprio in questi giorni difenderà, primo italiano di sempre a tentare un’impresa del genere in un Major, il titolo conquistato l’anno scorso al British Open.

Il primo sabato del torneo s’è persino vista sugli spalti Theresa May, la grande sconfitta dell’epopea Brexit ancora lungi dal trovare un compimento. Ma si diceva di attori: Benedict Cumberbatch e Tom Hiddleston, l’habitué Hugh Grent (lei e Anne Vintour, mente di Vogue, davvero non mancano mai), ma in questa sede si vorrebbe parlare di Woody Harrelson. L’attore texano è riuscito a dare persino più spettacolo della partita cui stava assistendo, la finale del doppio maschile vinta da Cabal/Farah contro Mahut/Roger-Vasselin dopo cinque ore di grandi emozioni.

Emozioni ne ha regalate anche l’alticcio Woody, che deve aver abusato dei privilegi a lui concessi da quel posto sul Centre Court. La performance dell’attore è diventata prima un thread virale, anzi viralissimo su Twitter, per poi conquistare anche l’informazione generalista. Il Washington Post ha scritto, letteralmente, ‘Woody Harrelson diventa un meme a Wimbledon‘. È andata esattamente così.

Però, però, il primo posto emotivo di questo Wimbledon 2019 spetta di diritto al coraggiosissimo ragazzino che ha emulato, ed evidentemente perfezionato, le imprese di un altro temerario fanciullo beccato a leggere avidamente ‘Le avventure di Tintin‘ durante il secondo turno tra Muguruza e Kontaveit del Roland Garros 2017. Fu certo un’impresa ragguardevole, con tanto di cappellino del PSG e sguardo veramente assorto, ma cosa direste di un altro che, ipoteticamente, decidesse di aprire un libro nelle fasi cruciali del primo set della semifinale tra Federer e Nadal?

Perché è successo, è successo davvero, sul 5-4 15-30 in favore di Federer (servizio Nadal): il centrale avvolto in un’atmosfera da brividi, quei due in campo che avrebbero rinunciato a un paio di Masters 1000 pur di portarsi in vantaggio, e lui a leggere “Viking Myths and Sagas: Retold from Ancient Norse Texts“.! Come se la storia non gli stesse scorrendo davanti, come se guardare Federer e Nadal sfidarsi per un posto in finale a Wimbledon non fosse tra gli eventi sportivi più esclusivi del pianeta, nell’anno di grazia 2019.

Quanto si deve essere deliziosamente superiori alle convenzioni per preferire l’accattivante prosa di Rosalind Kerven a un passante in corsa di Nadal, specie quando siedi a venti metri scarsi dalle schermaglie tra i due tennisti più rappresentativi di questa epoca e non su un divanetto del reparto ‘letteratura norrena’ di Barnes&Noble?

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ATP

Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

IL TABELLONE MASCHILE COMPLETO (con tutti i risultati)

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