Wimbledon delle novità: Strycova e Svitolina per la prima volta in semifinale

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Wimbledon delle novità: Strycova e Svitolina per la prima volta in semifinale

LONDRA – La ceca sorprende Konta e adesso proverà l’impresa contro Serena. Svitolina spegne le velleità di Muchova, bella ma inconcludente

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Barbora Strycova - Wimbledon 2019 (via Twitter, @WTA_insider)

Dopo che il Roland Garros al femminile aveva visto l’approdo di ben tre nuove semifinaliste a livello Slam (Anisimova, Vondrousova e la vincitrice del torneo Barty), Wimbledon ha confermato la tendenza al rimescolamento delle carte in campo femminile: delle quattro tenniste ancora in gioco, soltanto Simona Halep e Serena Williams hanno esperienza di semifinali a questo livello. Le loro sfidanti saranno invece all’esordio tra le prime quattro di un Major: l’avversaria di Halep sarà Elina Svitolina, quella di Serena avrà le sembianze di Barbora Strycova che ha osato interrompere il sogno della beniamina di casa Johanna Konta.

[8] E. Svitolina b. K. Muchova 7-5 6-4 (da Londra, il nostro inviato AGF)

Per la prima volta in carriera Elina Svitolina approda alla semifinale di Wimbledon, migliorando di due turni il suo record di carriera a Londra (ottavi di finale). Anzi: per la prima volta in carriera Svitolina approda a una semifinale Slam, oltrepassando un limite che per lei sembrava diventato invalicabile. Elina ha vinto un match dall’andamento altalenante ma simile nei due set: Muchova che parte meglio ma non riesce a gestire la pressione del vantaggio, finendo per perdersi quando i punti pesano di più.

 

Si gioca sul Court 1 in una giornata coperta, che inizialmente sembra minacciare pioggia. Dopo la maratona contro Pliskova (tre ore e 17 minuti) Muchova dovrà dimostrare di avere ancora benzina nel serbatoio, e non è affatto scontato che sia così.

ELINA IN RIMONTA – Muchova è all’esordio a Wimbledon e non ha mai giocato su un campo così importante, ma anche per Svitolina è la prima volta nei quarti di finale dei Champioships. Entrambe sembrano avere bisogno di assestarsi e infatti (con Muchova che apre al servizio) si inizia con break e controbreak. Karolina è la prima a entrare nel ritmo partita e comincia a proporre il suo gioco a tutto campo, ricco di verticalizzazioni e cambi di ritmo. Elina sembra in difficoltà a trovare le contromisure, e perde di nuovo la battuta nel quarto game. Muchova consolida e sale 4-1 in 14 minuti.

Si prosegue con la logica dei servizi, e con la sensazione che la maggior parte degli scambi siano in mano a Muchova: può fare il punto con un vincente o perderlo con un errore. In questa fase Elina riesce ad aggrapparsi alla battuta per non perdere ulteriore terreno; potrà così verificare la tenuta nervosa di Karolina al momento di servire per il set sul 5-3. Muchova è nuova a questi palcoscenici e mostra qualche titubanza di troppo. In più Svitolina ha il merito di rispondere a tuti i servizi avversari con grande profondità. Sono risposte che mandano in crisi Muchova nella fase di costruzione dello scambio: e così arriva il controbreak che rimette in equilibrio il set.

Sul 5 pari Muchova conquista una palla per il 6-5, ma si complica la vita con un doppio fallo. E comincia a dover salvare palle break in serie. La sesta è quella decisiva, che porta Elina in vantaggio 6-5. Elina chiude a proprio favore il set malgrado un game in cui non le entra mai la prima. 7-5 Svitolina in 48 minuti, che dal 2-5, ha conquistato cinque game consecutivi.

Nel confronto tra il “genio e sregolatezza” di Muchova con la concretezza di Svitolina, ha prevalso la seconda. Ma a Elina va riconosciuto il merito di avere risposto benissimo, senza mai regalare punti facili all’avversaria, cha ha dovuto sudarsi ogni quindici. Molto ha contato l’esperienza, e la capaità di raccolgliere i quindici importanti. Elina ha infatti vinto il set pur avendo vinto un punto in meno (36 a 37).

SECONDO SETSenza la pressione del punteggio, Muchova gioca più libera, sbaglia di meno e torna a portarsi avanti grazie al break ottenuto nel secondo game. Ma consolidare il vantaggio non è facile: troppo spesso perde la misura dei colpi e subisce il controbreak addirittura a zero.

Come nel primo set Svitolina ha il merito di non concedere troppi gratuiti e in questo modo approfitta dell’incostanza dell’avversaria, che dà la sensazione di avere quasi finito le energie, soprattutto quelle nervose. Per Karolina gli errori si moltiplicano e probabilmente comincia a pensare che recuperare la partita da un set e un break sotto è una impresa eccessiva per le sue condizioni odierne.

Elina continua la sua serie di game consecutivi rovesciando da 0-2 a 5-2 il parziale. E va a servire per il match sul 7-5, 5-2. Ma qui Muchova ha una reazione di orgoglio. Torna a sbagliare meno e visto che un po’ in tutto il match è stata lei a fare e disfare, in questo modo ottiene il break del 3-5 e poi tiene la propria battuta. Da 2-5 a 4-5.
E’ l’ultimo sussulto: Svitolina ha una seconda occasione di chiudere il match e, seppure con qualche tremore, riesce a farcela: 6-4 in 44 minuti, 92 totali.

Svitolina ha rischiato nel primo set, ma poi nel secondo si è garantita un margine di vantaggio tale da permetterle anche un piccolo passaggio a vuoto nel finale. A Muchova rimane la soddisfazione di aver mostrato il suo tennis molto tecnico e vario a una grande platea di appassionati, oltre che aver probabilmente raccolto i punti più spettacolari. Comunque da appassionato delle varietà di gioco fa sempre piacere vedere una giocatrice di 22 anni in grado di proporre con una certa regolarità classici del tennis da erba come il serve&volley o l’attacco slice a rete+volèe.

Saldo vincenti/errori non forzati: Svitolina +8 (24/16), Muchova +3 (34/31). Da notare che Muchova dopo i 14 ace del match contro Pliskova non ne ha messo a segno alcuno contro Svitolina.

Nella parte bassa del tabellone le due teste di serie, Svitolina e Halep hanno fatto valere la logica del ranking e si incontreranno fra loro per un posto in finale.

Elina Svitolina – Wimbledon 2019 (via Twitter, @WTA_insider)

B. Strycova b. [19] J. Konta 7-6(5) 6-1 (da Londra, il nostro inviato Antonio Garofalo)

Barbora Strycova interrompe il sogno di Johanna Konta (già semifinalista qui due anni fa) e del pubblico britannico di rivedere una giocatrice di casa in finale nel singolare femminile quarantadue anni dopo la vittoria di Virginia Wade e centra la sua prima semifinale in carriera in un torneo dello Slam.

La trentatreenne di Plzen, numero 54 WTA, affronterà giovedì Serena Williams contro la quale ha sempre perso nei tre precedenti (compreso uno a Wimbledon nel 2012) senza mai vincere nemmeno un set. In un match gradevole per oltre un’ora, caratterizzato dal contrasto di stili, le variazioni, i tagli con il rovescio bimane e le sortite a rete della ceca hanno avuto la meglio sulla potenza di Johanna Konta.

Nel primo set la padrona di casa era partita alla grande portandosi sul 4-1: il suo gioco potente e solido sembrava inattaccabile per il tennis offensivo ma leggero di Barbora Strycova. La ceca però era brava a mischiare le carte con le precise “affettate” del suo rovescio bimane e qualche ottima discesa a rete e riusciva a rimettersi in partita agganciando la sua avversaria sul 4-4, procurandosi anche una palla break per andare a servire per il set.

Qui era bravissima la britannica a salvarsi con un dropshot ed evitare di cedere due volte di fila la battuta, lei che fino ad oggi era la migliore nel tabellone femminile come percentuale di game di servizio tenuti (44 su 47, 96%). Il set si decideva al tie-break, giocato davvero alla grande da entrambe (da ricordare una stop volley della ceca un passante di rovescio in cross dell’inglese) sino al 6-5 Strycova quando sul set point Konta – vittima della tensione – affondava a mezza rete un comodo diritto per la disperazione del pubblico di casa.

La ventottenne britannica (nata a Sydney ma naturalizzata nel 2012) accusava nettamente il colpo e perdeva gran parte di quella solidità che l’aveva caratterizzata per tutto il torneo: scivolava subito dietro di un break (0-3) trai mormorii di disappunto del Centre Court.

Non c’era più partita, la ceca teneva il campo con disinvoltura mentre Johanna completava il disastro con uno schiaffo a volo fuori di un metro che concedeva alla sua avversaria un vantaggio incolmabile (1-5). Finiva così in un’ora e trentasette con la ceca che lasciava andare la racchetta al suolo e si lasciava andare a lacrime di gioia. Non ce ne vogliano gli inglesi, ma il tennis classico di Barbora meritava un premio così. Per Strycova c’è già un piccolo primato, ottenuto a discapito di una tennista italiana. Tra due giorni diventerà infatti la tennista più anziana in tutta l’Era Open (33 anni e 105 giorni) a giocare la prima semifinale Slam, sopravanzando la nostra Roberta Vinci che ci era riuscita nel 2015 a 32 anni e mezzo. E per curiosa coincidenza, l’avversaria di Strycova sarà la stessa.

IL TABELLONE COMPLETO (con tutti i risultati)

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Wimbledon, appuntamento al 2020. Con una serie di citazioni

Prima di sciogliere definitivamente l’abbraccio con Wimbledon, le più belle citazioni sul (e dal) torneo inglese. Qual è la vostra preferita?

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Mancano soltanto 342 giorni all’inizio di Wimbledon 2020. Ne sono trascorsi invece già nove dall’epica finale dell’edizione 2019, che pure sembra si sia giocata ieri; ma non solo il tennis non è finito, come qualcuno temeva dopo la stretta di mano di domenica 14 luglio, ma addirittura ci sono già stati altri tornei, altri vincitori, e altri ce ne saranno.

La fine di uno Slam però, se per certi versi è un sollievo, per altri è molto simile a un dolore. Per superare il quale ci si affida alle solite cinque fasi. Siamo persuasi di essere finalmente arrivati all’ultima, quella dell’accettazione. Per tagliare definitivamente il cordone, e darci appuntamento al 2020, ecco una carrellata di citazioni illustri (raccolte dalla nostra collaboratrice Beatrice Di Loreto) che hanno Wimbledon come minimo comune denominatore.

Bye bye, Wimbledon. E grazie di tutto, come al solito.

“Puoi scoprire tutto quello che vuoi sapere su una persona facendola giocare sul Centre Court di Wimbledon”

John Newcombe

“Se dici qualcosa durante una partita di tennis, lo fanno sembrare come se avessi commesso un omicidio o qualcosa del genere”

 
John McEnroe

“Non avevo mai realizzato quale fosse il significato di tutto il resto. Niente, e intendo proprio niente, si può paragonare a vincere Wimbledon”

Andre Agassi

“Finché vinco, o muoio”


Ivan Lendl, su quanto a lungo avrebbe provato a vincere Wimbledon

“Puoi arrivare a Londra essendo il N. 1 del mondo, ma nessuno pensa che tu sia qualcuno finché non hai vinto Wimbledon. Si comportano come se avessero il più grande torneo del mondo. E hanno ragione, ce l’hanno. È proprio questo” 

Pete Sampras

“Il modo più semplice per diventare soci qui è vincere il torneo”

Anonimo, sull’All-England Tennis Club

“Non giocherò a Wimbledon perché sono allergico all’erba”

Ivan Lendl

“Amo il Campo Centrale. Vorrei poterlo abbracciare qualche volta”

Billie Jean King

“Restituirei tutto il mio prize money pur di vincere Wimbledon”


Andy Murray

“Scendevo a rete attaccando il suo dritto e mi passava; scendevo a rete attaccando il suo rovescio e mi passava. Restavo a fondocampo e anche lì mi passava”

Andy Roddick, dopo aver perso la finale di Wimbledon 2005 contro Roger Federer

“I newyorkesi amano vederti sputare l’anima là fuori; sputa l’anima a Wimbledon e ti fanno fermare e pulire” 


Jimmy Connors

“Se non dovessi vincere più una partita non mi importa. Qualsiasi cosa farò nella mia vita, ovunque andrò, sarò sempre un campione di Wimbledon”

Goran Ivanisevic

“Quando la folla gridava ‘Roger’ io sentivo ‘Novak’. Sembra sciocco, ma è così”

Novak Djokovic

(per i cultori del ‘tutto in lingua originale’: alla pagina successiva trovate le citazioni in inglese)

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Focus

Il vero eroe di Wimbledon

Sul podio: Ostapenko che colpisce tutti, Woody Harrelson ubriaco sugli spalti e soprattutto il vero eroe del Fedal: il ragazzino appassionato di vichingi

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E cosa altro vorresti raccontare. Quello lì, quello che c’ha un sacco di anni e continua a fare così incredibili, ha battuto in semifinale quell’altro che l’aveva appena battuto – meglio, dominato – a Parigi. Poi, in finale, non è stato capace di convertire match point, per la 22esima volta in carriera, contro quel terzo signore che più non lo amano e più lui vince, vince, vince. Ha vinto più di chiunque altro in questo decennio, e chissà nel prossimo.

Il primo, quello lì, ha sublimato il concetto di sconfitta: non in senso alchimistico e neanche spirituale, ma proprio per quanto attiene al suo significato in psicologia. Quello che è accaduto dal mancato 9-7 all’effettivo 12-13 è già letteratura, già in grado di esercitare una fascinazione collettiva persino superiore a una vittoria.

Sono state quarantotto ore fuori da ogni logica, o magari perfettamente in linea con la nuova logica applicata al tennis – meglio: imposta – da Federer, Nadal e Djokovic. Ne ha fatto mirabile sinossi Matteo Codignola su Rivistaundici, chiudendo così un articolo che vi consiglio caldamente di leggere.

Si tratta di giocare ancora un match, e un altro, per allontanare il più possibile quello che ormai  tutti quanti, a cominciare da Roger, Rafa e Nole – temiamo succeda: che al primo ritiro di uno dei tre, di colpo, il tennis come lo abbiamo conosciuto smetta di esistere. Sembra l’ultima scena di un episodio neanche troppo riuscito di Al di là della realtà, d’accordo. Ma francamente a cos’altro abbiamo assistito, sul Centre Court, fra il 12 e il 14 luglio 2019?

Il torneo femminile lo ha vinto Simona Halep, mamma che brava. Le è toccato fare la parte della guastafeste agli ottavi contro la bimba prodigio Cori Gauff, ma dopo aver lottato per un set contro Zhang ai quarti ha sostanzialmente triturato il resto della concorrenza: non l’ha vista Svitolina in semifinale, l’ha vista se possibile ancora meno Serena in finale. Ora è socia dell’All England Club e potrà venirci anche solo per mangiare a sbafo a ‘spese’ della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, che da tre anni può vantare il patrocinio di questo modesto circoletto londinese (un gradito regalo della regina Elisabetta).

 
L’eleganza sconvolgente di Kate, l’inchino doveroso di Nole (AELTC/Florian Eisele)

C’è stato però un altro Wimbledon, un Wimbledon di faccende meno altisonanti ma non per questo meno degne d’essere raccontate. Il vero Wimbledon, insomma.

Per assonanza con l’ambito patro-cinio di Kate viene in mente il sacrosanto don’t patro-nize me‘ di Johanna Konta al gionalista del Daily Express che pretendeva di parlarle come si fa ad una figlia quindicenne che non ha rispettato il coprifuoco. Brava Johanna, al 6,5 del nostro Garofalo mi sento di aggiungere almeno un paio di voti.

C’è stato il ritorno di Murray in doppio, che doveva essere un ritorno un po’ in sordina ma la scelta di affiancarsi a Serena Williams per il doppio misto l’ha trasformato in una delle storyline più seguite dell’intero torneo. Due vittorie, poi la sconfitta agli ottavi contro i favoriti Melichar/Soares. L’anca di Andy sembra limitarlo ancora parecchio nei movimenti e per New York si vedrà, ma intanto un pieno di affetto e sostegno dei tifosi che non fa mai male.

Sapete chi altro, ben lontana dal mettersi in luce in singolare (pur giocando regolarmente, a differenza di Murray), ha fatto parlare di sé in queste due settimane? Jelena Ostapenko, la cui vittoria al Roland Garros sembra lontana 150 anni e invece risale appena al 2017. La lettone ha giocato una partita in singolare (sconfitta subito da Hsieh), una in doppio femminile (in coppia con Kudermetova, subito fuori contro Cornet/Martic) ma ben sei in doppio misto: in coppia con lo svedese Robert Lindstedt ha raggiunto la finale, poi persa contro Chan/Dodig.

Eppure, povera Jelena, mica ha fatto parlare di sé per qualche stop volley prelibata. Proprio non le riusciva di smettere di colpire avversari e partner!

Nel primo episodio è riuscita a fare punto tirando un servizio nel quadrato sbagliato… ma direttamente addosso all’inviperita Cornet;

soltanto i riflessi felini di Gauff hanno impedito che si concretizzasse subito un secondo episodio, al primo turno del torneo di misto. Eppure il meglio doveva ancora venire…

secondo e terzo turno, episodi tre e quattro. Jelena bombarda due volte la schiena del malcapitato Lindstedt, che nonostante i tentativi di sabotaggio rimane stoicamente in piedi.

MEDAGLIA D’ARGENTO E D’ORO – A proposito di colpi proibiti. Come dimenticare il missile di Kyrgios che ha colpito Nadal nei pressi della rete, durante l’unico match che c’abbia davvero fatto battere il cuore prima delle semifinali (a parte quell’ dell’addio di Marcos, di cui non parliamo per evitare di versare altre lacrime)? Non un gesto proibito, sembrava lì per lì, se non che Nick s’è divertito a raccontare in conferenza che proprio al petto voleva colpirlo. Nadal, ben tronfio dopo la vittoria, ha risposto smontando tutti i ‘se’ che accompagnano i progetti di grandeur del ragazzone di Canberra.

Si sale di tono, eccome se si sale di tono, verso i primi due gradini del podio. Interessano fino a un certo punto le rimostranze di Fognini nei confronti della corona britannica, rea d’averlo spedito su un campetto infame a combattere col discusso Sandgren. C’è invece il solito buco della serratura da cui noi profani guardiamo gli abitanti dei seggiolini più prestigiosi del campo centrale, dove s’avvicendano ogni anno fior di divi, dalla musica al cinema, passando per sport e politica. Nel Royal Box ha trovato spazio il golfista Francesco Molinari che proprio in questi giorni difenderà, primo italiano di sempre a tentare un’impresa del genere in un Major, il titolo conquistato l’anno scorso al British Open.

Il primo sabato del torneo s’è persino vista sugli spalti Theresa May, la grande sconfitta dell’epopea Brexit ancora lungi dal trovare un compimento. Ma si diceva di attori: Benedict Cumberbatch e Tom Hiddleston, l’habitué Hugh Grent (lei e Anne Vintour, mente di Vogue, davvero non mancano mai), ma in questa sede si vorrebbe parlare di Woody Harrelson. L’attore texano è riuscito a dare persino più spettacolo della partita cui stava assistendo, la finale del doppio maschile vinta da Cabal/Farah contro Mahut/Roger-Vasselin dopo cinque ore di grandi emozioni.

Emozioni ne ha regalate anche l’alticcio Woody, che deve aver abusato dei privilegi a lui concessi da quel posto sul Centre Court. La performance dell’attore è diventata prima un thread virale, anzi viralissimo su Twitter, per poi conquistare anche l’informazione generalista. Il Washington Post ha scritto, letteralmente, ‘Woody Harrelson diventa un meme a Wimbledon‘. È andata esattamente così.

Però, però, il primo posto emotivo di questo Wimbledon 2019 spetta di diritto al coraggiosissimo ragazzino che ha emulato, ed evidentemente perfezionato, le imprese di un altro temerario fanciullo beccato a leggere avidamente ‘Le avventure di Tintin‘ durante il secondo turno tra Muguruza e Kontaveit del Roland Garros 2017. Fu certo un’impresa ragguardevole, con tanto di cappellino del PSG e sguardo veramente assorto, ma cosa direste di un altro che, ipoteticamente, decidesse di aprire un libro nelle fasi cruciali del primo set della semifinale tra Federer e Nadal?

Perché è successo, è successo davvero, sul 5-4 15-30 in favore di Federer (servizio Nadal): il centrale avvolto in un’atmosfera da brividi, quei due in campo che avrebbero rinunciato a un paio di Masters 1000 pur di portarsi in vantaggio, e lui a leggere “Viking Myths and Sagas: Retold from Ancient Norse Texts“.! Come se la storia non gli stesse scorrendo davanti, come se guardare Federer e Nadal sfidarsi per un posto in finale a Wimbledon non fosse tra gli eventi sportivi più esclusivi del pianeta, nell’anno di grazia 2019.

Quanto si deve essere deliziosamente superiori alle convenzioni per preferire l’accattivante prosa di Rosalind Kerven a un passante in corsa di Nadal, specie quando siedi a venti metri scarsi dalle schermaglie tra i due tennisti più rappresentativi di questa epoca e non su un divanetto del reparto ‘letteratura norrena’ di Barnes&Noble?

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ATP

Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

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