Trionfo Halep, per la Williams la 'maledizione' del reverendo Court. Nole-Roger, così diversi così uguali (Scanagatta). Serena si inceppa sul più bello (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Clerici). La favola contro la logica. Roger e Nole, l'ultima sfida (Rossi, Crivelli)

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court. Nole-Roger, così diversi così uguali (Scanagatta). Serena si inceppa sul più bello (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Clerici). La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Rossi, Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 14 luglio 2019

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

TUTTE LE VOLTE è strafavorita, tutte le volte perde quando sembra vicinissima al traguardo dello Slam n.24. E perde pure male. Sarebbe blasfemo pensare che in qualche modo possa entrarci Margaret Court — oggi stimato reverendo presbiteriano in Australia — che detiene il record dei 24 Slam, la conquista dei quatto Majors nello stesso anno. Ma quella che sembra perseguitare Serena Williams pare quasi una maledizione divina. Ieri ha perso addirittura 62 62 in 56 minuti dalla romena Serena Halep con la quale aveva vinto 9 volte su 10 e l’unica che aveva perso non contava, nel girone eliminatorio del Masters WTA del 2014. Serena aveva reincontrato la Halep in finale e s’era vendicata brutalmente: 63 60. Ma l’anatema Court era arrivato già nel settembre 2015, quando Serena che aveva vinto i primi 3 Slam dell’anno era a due passi dal quarto e nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe potuto perdere dalla nostra Roberta Vinci. Soprattutto dopo il 62 d’abbrivio. Invece perse secondo e terzo set 64 e addio Grande Slam. Nel gennaio 2017 Serena, già incinta, ha vinto lo Slam n.23, battendo la sorella Venus in finale. Diventa mamma nel settembre di quell’anno e da allora più nessun torneo vinto. Ma tre finali Slam che non sembrava potesse perdere. Un anno fa qui con la tedesca Kerber invece rimedia un 63 63 che lascia tutti stupefatti. A settembre 2018 la seconda finale è con la giapponese Naomi Osaka: perde anche quella, 62 64, e succede di tutto, l’arbitro un po’ fiscale che l’ammonisce per il “coaching” di Mouratoglou, lei cha reagisce e lo accusa di sessismo. Ieri la terza debacle, la più pesante, con Simona Halep che ha detto: «La mia miglior partita di sempre». Un tennista romeno non aveva mai vinto sull’erba. Ilie Nastase aveva perso qui 75 al quinto la finale del ’72 da Stan Smith. Lei aveva già vinto uno Slam a Parigi…«Ma qui ora sono membro dell’All England Club, potrò venire a mangiarci quando vorrò»

Nole-Roger, così diversi così uguali (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 

SEDICI e undici anni alla ribalta. Ecco perché dei due finalisti odierni del singolare maschile di Wimbledon, dopo tutti questi anni di successi, con Roger Federer che ha vinto qui già nel 2003 e con Nole Djokovic che ha trionfato nel suo primo Slam in Australia nel 2008, si sa quasi tutto. Di sicuro gli incredibili risultati, comparati e non. Ma come sono i due campioni nel privato? Svizzero uno e serbo l’altro sembrano molto diversi, ma non è vero che in fondo lo siano così come appare. Il primo è decisamente più amato dal pubblico di tutto il mondo — «Gioca sempre in casa!» dice Novak che inevitabilmente lo invidia un po’ — anche se lo deve più alla classe cristallina, unica, che mostra sul campo piuttosto che fuori dove è quasi sempre molto attento a mostrarsi politically correct in ossequio alla tipica neutralità svizzera. E’ UN PERFETTO diplomatico. Difficile che in 1.400 conferenze stampa abbia detto qualcosa di spiacevole nei confronti di qualcuno. Federer è arrivato secondo in un referendum che coinvolse 50.000 votanti americani fra 54 persone da ammirare, dietro a Nelson Mandela, ma davanti al Dalai Lama, Barack Obama, Bill Gates. Roddick disse una volta di lui subito dopo averci perso: «Mi piacerebbe odiarti, ma sei troppo nice». Il secondo è meno elegante, come tennis e non solo, il rovescio bimane non sarà mai fine come quello a una sola mano, ma è più estroverso con una certa predisposizione a vestire, improvvisando, anche i panni dello showman. Non a caso Fiorello lo adora e lo invita, ogni che volta che Nole è in Italia, a prendere parte ai suoi show, rendendosi disponibile anche a scambiare palleggi sul palcoscenico impugnando magari una padella da cucina. Al tradizionale Players Party di Montecarlo Djokovic è pronto per tutti i ruoli, presentatore, ballerino, attore, perfino cantante. Federer non avrebbe mai neppure pensato a imitare i colleghi, nel timore che anche una minima gag e presa in giro potessero risultare a loro sgraditi. Però i colleghi svizzeri garantiscono che quando c’è da fare uno scherzo a qualcuno lui non si tira mai indietro, anzi. NOLE, quando non era ancora il n.1, non si era mai preoccupato delle reazioni che avrebbe potuto provocare: le sue imitazioni di Nadal, Sharapova, Becker, McEnroe erano spassose. Ma poi l’hanno costretto a smettere. Non tutti i presi di mira avevano il suo stesso sense of humour. In realtà anche Roger è spiritoso e ama scherzare. Sono certamente due ragazzi intelligenti, simpatici, per nulla montati se pensate a quanto hanno vinto, in tornei e soldi, a quanto sono famosi, veri idoli in patria dove non c’è altro sportivo che possa competere con loro quanto a popolarità. Entrambi padri di famiglia, quattro gemelli Roger, due figli Novak, sono legatissimi ai genitori, alla famiglia, alle tradizioni. Giocano a tennis e lo amano profondamente. Ne conoscono la storia, i record, entrambi hanno subito il fascino dei vecchi campioni. Federer, da sempre in adorazione per i grandi Australiani, Laver, Rosewall, ha avuto per coach — fra gli altri — Roche e poi (dopo Higueras e Annacone) Edberg prima di Ljubicic ad affiancare Luthi; Djokovic ha scelto prima Becker poi Agassi e ora Ivanisevic ad appoggiare il fedele Vajda. Federer e super abitudinanri, preciso come un orologio svizzero nelle sue routine. Di quel che fa in privato fa sapere poco o nulla. Neppure che tipo di pasta mangia, lui testimonial Barilla con tanto di cuoco al seguito in ogni trasferta, nulla trapela. Come delle baby sitter. Djokovic è più estemporaneo, non è celiaco, ma sulla sua dieta anti glutine ha fatto uscire perfino un libro

La gioia e l’incubo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il fantasma si è preso la sua anima, le ha prosciugato lo spirito guerriero, l’ha resa vulnerabile e senza difese. Lo spettro di Margaret Court e la maledizione del 24° Slam si abbattono ancora una volta sui sogni di Serena, e la pantera diventa così un cucciolo spaurito. Incredibile nemesi: l’improvvisa e inattesa debolezza della Williams ha il potere di consolidare le certezze della Halep, che in carriera si è spesso nascosta dietro un fragile e poco aggressivo carattere da agnellino. E’ la festa di Simona, è la festa della Romania, che aveva perso due finali maschili con Nastase e finalmente colma il gap con la ragazza di Costanza cresciuta in una fattoria dove i genitori producevano formaggio. Mamma Stania è in tribuna, e il suo pianto a dirotto è un viaggio che si conclude. Senza paura Una partita incredibile, anche perché non è una partita. Bensì un sorprendente monologo, favorito dalla giornata disastrosa di Serena, praticamente immobile (soprattutto sulla parte destra) e fallosissima, e dal piano perfetto della numero 7 del mondo già vincitrice a Parigi nel 2018, che risponde anche alle sassate e poi da fondo tesse la ragnatela che manda subito fuori giri la blasonatissima rivale (4-0 in avvio). Simona concederà appena tre gratuiti in tutta la finale, sbrigando la pratica in 56 minuti, senza tremare neppure quando il traguardo si avvicina: «Ho guardato il tabellone solo sul 5-2 del primo set e mi sono detta “Ok, nessun problema, è tutto vero”. L’avevo immaginata proprio così, sapevo che avrei dovuto subito provare a toglierla dal match con aggressività, senza farle prendere ritmo. Tutte le altre volte che l’ho affrontata (prima di ieri era sotto 9-1 nei precedenti, ndr) sono sempre stata in soggezione, stavolta ho pensato solo a quello che dovevo fare io e non a chi avevo di fronte. La miglior partita della mia vita». Basso profilo Si realizza dunque il sogno che coltivava fin da bambina e che quest’anno ha preso forza in un torneo sempre in crescendo: adesso è un membro a vita dell’All England Tennis Club. E dunque saltabecca felice tra una stanza e l’altra: «Era una cosa a cui tenevo in modo pazzesco, mi hanno detto che posso venire quando voglio, pranzare, cenare, giocare un po’ a tennis ma senza la pressione di un match il giorno dopo». E’ una campionessa semplice e umile, la Halep, che ebbe il primo momento di celebrità non voluto quando decise di ridursi il seno, nel 2009, perché le impediva i movimenti, faticando a comprendere perché una decisione assolutamente personale dovesse interessare anche gli altri. Timida fin quasi al mutismo, almeno all’inizio della carriera, ha perso spesso partite già vinte per un’autostima traballante e mai al sicuro nonostante 64 settimane da numero uno del mondo, decima di sempre. Ha iniziato questa stagione senza allenatore, poi ha preso il belga Van Cleemput e l’ha licenziato dopo una settimana e infine si è affidata al connazionale Dobre. Doveva ritrovare se stessa, c’è riuscita: «Ora sono un donna rilassata, fuori dal campo. Per questo sono scesa in campo così tranquilla contro un’avversaria gigantesca come Serena, che per tutte noi rimane un esempio e un modello da seguire». Quale futuro? […] Non le è bastato il sostegno nel Royal Box di una corrucciata Meghan Markle, la moglie del Principe Harry e amica di lunga data, per togliersi di dosso un tabù che si avvicina a quello di Bartali per la maglia di campione del mondo o di Buffon per la Champions: «Non credo fossi tesa, lei ha giocato benissimo e io ho commesso tantissimi errori. Non ha funzionato niente, mi rimandava tutto indietro e non ho saputo reagire. Tutte le sconfitte non sono facili da sopportare, ma mi rivedrete nei tornei americani». Solo che a settembre gli anni saranno 38 e alle avversarie non tremano più le gambe quando se la trovano davanti: «Non ho mai pensato al record, fin da quando ho 18 anni l’unica preoccupazione è stata di rimanere concentrata sul mio gioco e sulle mie qualità, giocare al meglio che posso. Solo che nel frattempo sono rimasta incinta, ho avuto una bambina, e sicuramente incide». Billie Jean King, un’altra icona, non gliele ha mandate a dire: «Serena dovrebbe lasciar perdere per un anno le battaglie per l’uguaglianza, smettere di fare la celebrità e rimanere focalizzata solo sul tennis». La risposta è bruciante: «Il giorno che smetterò di combattere per i diritti delle persone e contro i pregiudizi, sarà il giorno in cui mi troverete nella tomba». Il più bel punto vincente di giornata.

Serena si inceppa sul più bello (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

La maledizione continua Ferma sulla soglia dei 24 Slam, ancora una volta nor riesce a Serena Williams l’aggancio al record di Margaret Court Smith: nella finale di Wim bledon è Simona Halep ad imporsi. […] Al termine di un match nel quale ha letteralmente surclassato la statunitense, annientata con un doppio 6-2 in meno di un’ora per la precisione, appena 56′ durante i quali Halep – mai così avanti sull’erba di Church Road non ha sbagliato nulla, o quasi. Un solo errore gratuito nel primo set, vinto in carrozza grazie a due break. Dall’altra parte della rete, la brutta copia di Serena: errori in serie, il servizio inceppato, addirittura impacciata negli spostamenti, frenata anche nell’agonismo. Identica l’inerzia e la dinamica della seconda frazione, con la statunitense che – al di là di qualche urlo di auto-incitamento non dà mai la sensazione di poter tornare in partita. Finendo per arrendersi all’ineluttabile, scagliando quasi stizzita un rovescio in rete. Conclusione della seconda più breve finale degli ultimi 35 anni dopo quella del 2014 vinta da Petra Kvitova su Eugenie Bouchard (55′). E dire che nei 10 precedenti Halep aveva vinto una sola volta. Ma la storia sul Centrale ieri si è ribaltata: saldo negativo vincenti/ errori gratuiti per Serena (17/26), score sontuoso per la nuova regina di Londra, dall’alto di 76% di prime,13 vincenti e solo 3 errori gratuiti. «Sono felicissima soprattuto perché so quanto ho faticato per arrivare qui – la gioia della romena -Alla viglia dei torneo nello spogliatoio avevo detto al mio team di voler vincere per poter diventare una socia di questo magnifico club. Una soddisfazione in più». Persino scontata l’analisi del suo match. «Sono entrata in campo determinata a giocare d’attacco, essere aggressiva fin dal primo punto, toglierle l’iniziativa. Sono straconvinta che sia stato il miglior match della mia vita. E sull’erba contro di lei non è mai facile. Sono davvero orgogliosa della mia prestazione, e dell’intero torneo». Che aveva sognato di vincere già da bambina “Quando avevo 10 anni dicevo a mia mamma che un giorno avrei voluto giocare la finale di Wimbledon. Serena mi ha ispirato molto in questi anni». Non cerca scuse né alibi, Serena. Sorridente già in campo, durante la cerimonia di premiazione, ma anche davanti ai taccuini. «Non ho espresso il mio miglior tennis, senza dubbio. Ma è soprattutto merito di Simona che ha giocato un match semplicemente fantastico”, le parole della statunitense che dopo aver raggiunto quota 23 Slam (Australia 2017) ha perso tre finali di fila: due volte a Wimbledon e agli ultimi Us Open. Dove tra poco più di un mese inseguirà il riscatto.

Serena, scena muta con Simona (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non c è festa della mamma, e nemmeno quella di tutte le donne del mondo, evento che Serena Williams – chissà perché – ama collegare strettamente ai suoi risultati, da brava paladina dell’intero universo femminile. […]Spento l’ultimo sorriso al termine della cerimonia di premiazione, fatti i doverosi complimenti Simona Halep, Serena si presenta in conferenza con gli occhi rossi di pianto. «Ha giocato così bene Simona… Ditemi, io che altro avrei potuto fare?». Giocare meglio di quello che ha fatto, è l’unica risposta certificata, ma nessuno se la sente di affondare la lama nel suo dolore sincero. Ha sbagliato tutto, Serena, questa è la verità. Ha pensato di essere ancora in grado di prendere a pallate la piccola rumena, e invece quei tempi sono passati. Una botta di servizio e un ceffone con il dritto, ma i servizi per lo più si sono schiantati in rete, e i dritti, giocati spesso in condizioni difficili, in corsa o in recupero, hanno assunto traiettorie improbabili, fino a minacciare da vicino i giudici di linea Us Open 2018, Wimbledon 2018 e 2019, tre batoste una peggio dell’altra, difficili da mandare giù per una come lei, che di vittorie nello Slam ne ha ottenute 23. Si possono spiegare solo con l’insorgere di una qualche sindrome d’insufficienza che si manifesta quando Serena è a tu per tu con il titolo. Che altro? Come un anno fa contro la tedesca Kerber, Serena ha fatto scena muta. Non c’è stato match, Simona è partita a spron battuto, senza tentennamenti. Ha palleggiato lungo, verso gli angoli, costringendo Serena a correre. E dopo tre rincorse, mamma Williams era già pronta per la doccia. Così, su ogni palla raggiungibile, ha cercato di spaccare il mondo e ha offerto alla rumena la più facile delle vittorie. Quattro a zero al via, e sei-due il primo set. Due a uno Williams nel secondo, e cinque game di seguito per Simona Doppio 6-2 in 56 minuti, lo stesso punteggio che Serena, un tempo, regalava a tutta la concorrenza. Simona Halep è la prima del suo Paese a vincere Wimbledon. Ha fatto meglio di Ilie Nastase, finalista battuto al quinto set nel 1972 da Smith e poi da Borg nel 1976. «L’erba è buona per le mucche, non per i tennisti», diceva. Simona, ovviamente, non lo pensa. Tornerà in Romania lunedì, forse le tributeranno l’onore del trionfo in piazza. «Non so, ne sarei felice, ma in tanti sono corsi ad abbracciarmi oggi, da Tiriac a tutto il mio staff. Ho fatto una cosa grande, per me e per tutti loro. Anche per mia madre, che se ne sta di là a piangere. Le ho detto di calmarsi, che poi le racconto tutto». Anche Daniel Dobre il coach di quest’anno si e lasciato andare alle lacrime. «Lui lo fa sempre, a ogni partita È un uomo di grandi qualità, mi sta aiutando molto». È il secondo Slam di Simona, dopo la vittoria a Parigi un anno fa. «L’ho meritata. Serena è sempre grande e pericolosa. Mi sono detta, battiti con tutto quello che hai dentro. L’ho fatto, ho vinto. Sapevo che Wimbledon era speciale. Non pensavo lo fosse così tanto»

Serena stanca e lenta. Halep regina con poco. Che noia la partita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Se venerdì il prezzo dei biglietti sarebbe servito a pagarsi le vacanze a Capri, ieri, immaginando il livello della finale femminile, sarebbero bastate dieci sterline, forse meno. […] Mentre sonnecchiavo, mi è invece venuto in mente qualcosa che non avevo letto o sentito. Avevo letto che Serena stava tentando di eguagliare il record di 24 Slam stabilito da Margaret Smith maritata Court. Serena era giunta a 23, e sarebbe quindi passata alla storia alla pari, per poi stabilire un nuovo record in futuro, se si fosse astenuta da una nuova maternità ancor meno programmata della prima. Dei 24 successi di Margaret, dicevo, ben 11 erano però avvenuti al suo Paese, in Australia, in uno Slam al quale Lenglen (8) e Wills (19) non avevano mai partecipato, causa le 6 settimane di viaggio, e Steffi Graf (22) e Martina Navratilova (18) non si erano sempre iscritte. Detto ciò, che cosa ho visto nel secondo set di questa partita a metà mancata per dilettantismo? Mi avrebbero informato gli amici che Serena è riuscita a far passare una palla quando era ormai 0-4 nel primo set, e si è ripresa apparentemente all’inizio del secondo, quando è salita 2 a 1, evitando quella sorta di regolarità di Halep che funziona solo a velocità di palleggio moderata. Di lì è iniziato un nuovo disastro di Serena, mentre la rumena sembrava, soprattutto per gli errori di Williams, trasformata d’un tratto nella vincitrice del Roland Garros, e vinceva il 3-2 a 15, il 4-2 a 30, il 5-2 ai vantaggi, il 6-2 a 0. Non sono in grado, insieme a simili cifrette, di riferirvi le relative tattiche, perché non esistevano, e si trattava soltanto di palleggi alla fine dei quali Serena sbagliava regolarmente. Ecco, soprattutto questo aggettivo mi consente di riassumere la non-partita. Un match dagli sbagli regolari di Serena.

La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Per i ragazzi dell’81 non è mica cominciato bene il fine settimana. A Serena Williams, 38 anni da compiere a settembre, è rimasta indigesta la partita più bella mai giocata da Simona Halep, che voleva realizzare il sogno della mamma di vederla giocare (e vincere) di fronte al Royal Box di Wimbledon. Roger, che i 38 li farà ad agosto, ci prova oggi contro Novak Djokovic. Il mondo attende trepidamente il trionfo dello svizzero, pronto a celebrare la favola del più anziano che bacchetta i giovani, come accaduto nel venerdì santo con Nadal, e per questo osannato nell’ennesimo atto della loro rivalità giunta a 40 incroci. Ecco, a proposito di rivalità, la matematica racconta in realtà un’altra storia. Forse non politically correct per i tanti tifosi di Roger e Rafa, ma dice che lo svizzero ha dovuto fare i conti con Novak Djokovic — proprio lui — per ben 47 volte. E sempre il serbo ha affrontato 54 volte Nadal. Insomma, almeno per gli almanacchi questi anni indimenticabili non passeranno alla storia solo come quelli di Federer e Nadal. Ma a chi importa? L’idea di Roger che era finito, tramontato, e ora di nuovo in spolvero è una storia troppo bella per essere rovinata, sporcata da qualche numero. Venerdì sera però lo svizzero ha ammesso di «essere talmente stanco da non poter pensare ad allenamenti o strategie». Forse faceva pretattica: aiuta a rendere la vigilia un po’ più piccante e ci sta bene. Perché, come Federer aveva confermato, «c’è poco da scoprire quando ci hai giocato contro tante volte: qui hai meno tempo sui rimbalzi della palla: è l’unica strategia da rispettare». […] Ma che finale sarà? Djokovic è, fisicamente, più magro di Federer (78 kg, contro gli 85 di Roger), ma più alto. E, sebbene non ci sia nessuno abile e leggero a muoversi sul campo come lo svizzero, che sembra quasi danzare mentre si sposta, anche il serbo non scherza in quanto a velocità di gambe. In più è uno che sfrutta l’energia del colpo altrui, il che lo rende il palleggiatore ideale, attitudine che poi viene esaltata dal suo rovescio che riesce a tirare a 2800 rpm (giri al minuto). Non per nulla, affermano sempre le statistiche, è il serbo in vantaggio negli scontri diretti: 25-22. Non solo: l’inerzia degli incontri è a favore di Djokovic, che ha vinto le ultime quattro sfide e non perde con Federer dal 2015. Però, penserete, si gioca sull’erba, e dunque lo svizzero ha l’arma segreta dalla sua parte? Eh, spiacenti di dover dare anche questa delusione: Djokovic, sull’erba, vanta due vittorie contro una sconfitta. Tutti match disputati a Wimbledon, peraltro. Lo svizzero è dietro anche sul cemento e in parità sulla terra rossa. Djokovic, comunque, legge i dati con diffidenza: «L’erba esalta il suo gioco, gli si adatta perché Roger è veloce. Sa rubare il tempo all’avversario, ha esperienza. È una costante pressione con cui dover convivere. Però ci ho giocato un paio di finali epiche qui, per due anni di fila, quindi so cosa posso aspettarmi, anche di avere il pubblico contro». Idee chiare, perché Nole guarda oltre: «Potrei smettere per le cose che ho fatto, ma continuo perché vorrei essere quello con più Slam di tutti. La famiglia mi supporta, e per ora va bene». E a Federer sono fischiate le orecchie.

Le due partite di Federer. Con Djokovic per la nona, con Rosewall per il record (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ripresa a sua insaputa da una telecamera galeotta subito dopo l’ultimo punto della semifinale, Mirka Vavrinec ha pronunciato verso il suo box la frase che in quel momento stava attraversando la mente di qualche altro milione di appassionati: «Mio marito è Superman». […] Oggi, nel giardino di casa sua, 16 anni dopo il primo trionfo, pub alzare la coppa di Wimbledon per la nona volta, eguagliando i titoli della Navratilova, e soprattutto diventare, a 37 anni e 340 giorni, il più vecchio vincitore di sempre di uno Slam nell’Era Open, consegnando all’album dei ricordi il Rosewall del 1972 (37 anni e 62 giorni agli Australian Open). La strana rivalità. Certo, dall’altra parte della rete troverà un avversario, Novak Djokovic, che possiede indubbiamente la criptonite per disinnescare le facoltà miracolose del Maestro: lo ha battuto tre volte su quattro nelle finali Slam e soprattutto due volte su due ai Championships, nel 2014 e nel 2015. Una strana rivalità la loro, fatta fin qui di 47 episodi (25-22 per il serbo) e teoricamente con gli argomenti giusti per entrare nella leggenda: basti pensare che con la sfida di oggi diventa la partita più giocata nei Majors, 16 volte (e anche qui conduce Nole, 9-6). Eppure non raggiungerà mai la ferocia agonistica delle battaglie del Djoker contro Nadal e meno che mai l’epica mitologica dei duelli tra Federer e lo spagnolo, che restano inarrivabili, come entrambi ci hanno dimostrato venerdì e che indubbiamente hanno da sempre il potere di gettare un’ombra sul peso mediatico e di passione popolare del numero uno del mondo e dei suoi 15 Slam. Solo rispetto Almeno fino al 2011, del resto, Nole è stato solo il terzo incomodo, quasi un intruso nella diarchia Roger-Rafa, quello che vinceva quando gli altri due riposavano. È stato enorme nell’approdare al loro livello tecnico, ma ha sempre sofferto l’esclusione dal club, specialmente tra i tifosi. Ancora nel 2010, papà Srdjan, in un’intervista a un quotidiano, accusava Federer di doppiezza: «Forse è il miglior giocatore nella storia, ma come persona è totalmente diverso, quando ha capito che Novak poteva scalfire il suo dominio ha provato a screditarlo». Le stesse parole di fuoco (poi smentite senza troppa fermezza) che cinque anni dopo gli rivolgerà pure Becker nel ruolo di supercoach del serbo. Il tempo (e le vittorie) leniscono le ferite e riducono le distanze, la paternità di entrambi in qualche modo li ha avvicinati, ma il punto di partenza di Djokovic è sempre lo stesso: «Per Roger e anche per Rafa ho grande ammirazione e molto rispetto, ci siamo spinti a vicenda, ma lottiamo per qualcosa di troppo grande per essere amici». La partita L’ultima preda è un altro trionfo a Wimbledon (per Nole sarebbe il quinto), in un match dove il servizio e la solidità da fondo mostrati contro Nadal dovranno servire a Federer per disinnescare il gioco sempre in pressione del numero uno, impreziosito anche da una ricerca più costante della rete: «Nessuno è più solido e consistente di lui – ammette Roger – e poi mi salta addosso con il rovescio dalla mia parte sinistra. Sarà un match duro». Novak lo inquadra così: «Lui ti toglie il tempo, non ti fa pensare, dovrb essere molto bilanciato nelle mie soluzioni». Per la cronaca, sarà il 15° Wimbledon degli ultimi 17 e l’11° Slam consecutivo vinto da uno dei Fab Three. Con tanti saluti al povero resto del mondo.

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Troppo Nadal, Sonego travolto (Crivelli, Giammò, Azzolini). Il futuro è adesso (Bertolucci)

La rassegna stampa di domenica 3 luglio 2022

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Nadal con il trucchetto si lamenta per le urla (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il veleno arriva in coda a una partita fin lì senza pathos, dominata con imperiosa autorevolezza da Nadal senza concedere il minimo appiglio tecnico a un Sonego impotente. Ma alle 20.20 locali, con la luce naturale declinante, si decide di chiudere il tetto e di illuminare artificialmente il Centrale. Rafa è avanti di due set e di un break (4-2) e aspetta solo di celebrare la fine dell’ennesimo rito vincente, anche se avrebbe voluto continuare senza l’intoppo della sosta forzata. E infatti la pausa, durata in tutto venti minuti (il tetto è pronto in 10 ma non viene azionato subito, e completata l’operazione i giocatori fanno di nuovo il riscaldamento) raffredda gli ardori dello spagnolo, che nell’ottavo game perde per la prima volta il servizio e rimette in corsa Sonego. È li che, con un pizzico d’astuzia e il peso del blasone, Nadal chiama a rete l’avversario e, peraltro in toni civilissimi, si lamenta delle sue urla mentre gli scambi sono ancora In corso. Sonego, stranito, lancia sguardi di sorpresa verso l’arbitro francese Dumusois, chiede conforto e spiegazioni che non arrivano. A ogni modo, con il turno di servizio per salire 5-4, Lorenzo si incarta e perde la battuta, consegnandosi così alla sconfitta. Al momento del saluto finale, un lungo ma sereno conciliabolo tra i due servirà a ristabilire la pace. A mente fredda, però, l’italiano continuerà a ritenere un piccolo sopruso il gesto di Nadal: «Può succedere nei tornei di terza categoria o tra veterani ma non a questi livelli. Doveva rivolgersi all’arbitro, non chiamarmi a rete, anche se lo ha fatto con educazione. E poi è vero che grido in campo, ma lo faccio sempre e soltanto dopo aver ottenuto II punto. Certamente l’episodio in quel momento mi ha condizionato, alla fine mi ha chiesto scusa e ci siamo chiariti. Sulla partita, c’è poco da dire: nei primi due set è stato fenomenale, ha disinnescato tutte le mie armi». Rafa, come sempre sfiora la perfezione quando l’ostacolo richiede di alzare il livello: «La mia miglior partita del torneo contro l’avversario che aveva le caratteristiche più adatte per mettermi in difficoltà sull’erba. Non c’è stata malizia quando mi sono rivolto a lui, lo dico dal profondo del cuore. Se si è sentito offeso gli chiedo davvero scusa, ma non l’ho fatto con animo cattivo. Gli auguro di proseguire la stagione alla grande». […]

Troppo Nadal, Sonego travolto (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

E’ della Spagna il primo punto del doppio confronto con l’Italia che oggi vivrà il suo secondo atto con la sfida tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Troppo forte Rafa Nadal per Lorenzo Sonego, una vittoria mai in discussione, quella del maiorchino, che ne rilancia la candidatura tra i favoriti di questo Slam confermando anche la bontà della terapia a cui ha sottoposto il suo piede malandato dopo il Roland Garros. La testa di serie n.2 ha impiegato poco più di un’ora per portarsi sul 2-4 in un crescendo di colpi e soluzioni che non lasciavano trasparire alcun indizio circa le precarie condizioni fisiche con cui ha dovuto fare i conti in questa prima metà di stagione. Se l’anno scorso la sconfitta per Sonego aveva in sé il suono riconciliante del ‘puf…puf… puf’ del tennis di Federer, quest’anno i colpi usciti dalla racchetta dello spagnolo hanno risuonato per lui su quello stesso campo come i rintocchi di un’inesorabile sentenza. A ritardarne l’esecuzione non poteva bastare l’ottimismo con cui l’italiano si era calato nel match («l’erba è la superficie migliore per provare a batterlo»), occorreva anche altro: una strategia, poca propensione all’errore e la capacità di mantenere il suo gioco su standard più elevati rispetto alle sue ultime uscite. Al contrario, fin dalle prime battute, Nadal ha cominciato a macinare gioco tessendo una tela che in breve ha finito col soffocare il piemontese. A Sonego va dato almeno merito di non aver alzato bandiera bianca. Ma la lezione è di quelle severe, perché era da tempo che non assistevamo a un Sonego così impotente di fronte al tennis altrui, lui che sempre con tempra e coraggio era riuscito a colmare le iniziali distanze che lo separavano da avversari dal ranking migliore. Per quanto severa pero non cancella quanto di buono fatto dall’azzurro durante il torneo, autore di due vittorie diverse tra loro ma altrettanto convincenti per conduzione e caratura degli avversari. Farne tesoro sarà adesso importante per calibrare bene i prossimi step, magari ripensando e ripartendo da quell’ottavo game del terzo set in cui Sonego è riuscito a strappare a zero il servizio al suo avversario. In nessun altro sport le cose possono cambiare così in fretta come nel tennis, e anche se Nadal si è dimostrato ancora una volta impermeabile a crisi di questo tipo restituendo subito il break, quel po’ di nervosismo da lui tradito per l’unico passaggio a vuoto che ha concesso all’azzurro l’unico break della partita E qui le proteste di Nadal. Il maiorchino si è lamentato prima con l’arbitro quindi con lo stesso Sonego, “convocato” a rete, per rimproverargli un grido di troppo durante lo scambio. Un siparietto che si è ripetuto al termine del match (6-1 6-2 6-4), con il torinese visibilmente contrariato e lo spagnolo con un altrettanto visibile piglio da maestro. «Mi dispiace moltissimo se gli ho dato fastidio – ha poi dichiarato lo spagnolo a fine match – volevo dirgli qualcosa e volevo farlo in modo gentile e mi dispiace tantissimo che ci sia rimasto male» . […]

Duellanti ai ferri corti (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Esiste un linguaggio dei campioni. Lorenzo Sonego ne era al comente, lo aveva già sperimentato con Federer, proprio sullo stesso Centre Court un anno fa. E pure con Djokovic che una volta ha battuto a Vienna e un’altra, in una notte romana, ha spinto fino al terzo set. E’ una lingua composta quasi esclusivamente da segnali, da articolazioni fonetiche, assai semplificate, il più delle volle gutturali. La domanda utile, per inoltrarsi nella lingua dei Rafa e dei Roger è la seguente: che cosa c’è sotto? Normalmente, la risposta è opposta al divenire dei fatti. L’esempio è facile trarlo dallo stesso match di ieri tra Nadal e Sonego, su un Centre Court ormai spelacchiato a metà. Mi sta tritando, è la domanda che inevitabilmente Sonego è stato indotto a porsi, dopo i primi due set che sulla propria autostima hanno avuto l’effetto di uno tsunami… Gli sto antipatico? No. Nessuna antipatia. Sono un bocconcino troppo comodo per lui? No, anche in questo caso. E allora? Mi teme? No, ci mancherebbe altro. Rafa non teme nessuna Ma la risposta è già più appropriata. L’urgenza di Nadal nel condurre così rapidamente la propria azione di smantellamento dei capisaldi del tennis di Sonny, nasce dalla buona considerazione che lo spagnolo ha del nostro. Ha ritenuto questo match tra quelli difficili nella fase iniziale del torneo. E lo ha detto a fine partita nell’intervista in campo. E ha scelto di giocare al massimo della sue attuali possibilità. Il risultato è quello che si è visto, ormai agli atti. In tutti e tre i set, Rafa ha fatto il break alla prima occasione. Match non c’è stato, sebbene Sonego uscito dal frullatore dei primi due set, abbia tenuto il campo (e gli scambi con Rafa) in modo più adeguato. Nel terzo il punteggio è stato sempre più vicino, e dopo lo stop di una ventina di minuti dovuto alla chiusura del tetto, per poter accendere le luci e trasformare il match in una notturna (una richiesta che Lore aveva già rivolto in più occasioni all’arbitro), Sonego ha avuto modo di ottenere l’unico break del suo incontro e pareggiare quello di Rafa, riportando il punte o sul 4 pari. E’ stato alla fine di quel game che Rafa ha organizzato un insolito cazziatone pubblico a Sonny. Lo ha chiamato a rete per chiedergli di smetterla con i suoi grunt. Conclusione mesta del match. In tutti i sensi. Subìto il break Rafa se l’è subito ripreso e la partita è finita lì. Ma le incomprensioni non fanno bene al tennis, vanno chiarite subito. «Voglio andare subito da lui per spiegarmi», spiega infatti Rafa. «Io gli ho posto un problema, ma ho cercato di farlo senza animosità alcuna. Mi dispiacerebbe se lui l’avesse presa male. Il suo grunting, sul campo, è molto forte, vivace e a tetto chiuso rimbomba ovunque. Gliel’ho detto, proprio perché era una situazione insolita». […]

Il futuro è adesso (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Se guardiamo all’età, nell’ottavo di oggi si affronteranno due sbarbatelli: 40 anni e 29 giorni in coppia. Nella seconda settimana di Wimbledon, bisogna risalire all’edizione del 1985 per trovare una partita con protagonisti più giovani nella somma degli anni: quarto di finale tra Becker e Leconte, 39 anni e sette mesi. Tuttavia, se guardiamo all’aspetto tennistico, quella tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è la sfida tra i futuri dominatori del ranking mondiale. L’erba è ostica e richiede esperienza. Entrambi, prima di questo Wimbledon, avevano maturato pochissima esperienza sull’erba: Alcaraz ci aveva giocato due partite con una vittoria e una sconfitta, Sinner quattro senza mai ottenere un successo. I prati necessitano di tempo prima di dare confidenza, ma la forza di entrambi è che posseggono l’intelligenza e la struttura tecnica per imparare in fretta. Forse non sarà mai la loro superficie preferita, ma la capacità di adattamento, l’equilibrio tra tutti gli aspetti del gioco e la velocità di apprendimento lasciano ben sperare. E poi, alla quarta partita, i campi sono sicuramente più lenti: aspettiamoci dunque una partita più vicina ai canoni della terra. Aggressione da fondo, continuità nel pressing. Jannik secondo me non parte favorito, visti i precedenti e le caratteristiche tecniche dell’avversario. Inutile cercare di impostare la partita su una diagonale piuttosto che sull’altra. Al centro dell’attenzione metterei però la capacità di condurre le danze senza dover arretrare. Un pressing asfissiante lontano dal tennis percentuale potrebbe rivelarsi un fattore decisivo. La sfida contro Isner, per Sinner, è stata giocata a cento all’ora ma su pochi scambi; oggi, invece, il nostro dovrà essere in grado di mantenere la stessa velocità per un intervallo di tempo ben più superiore. Le altre armi, servizio e risposta, cambiano gli equilibri. Se la strategia è chiara, essa tuttavia va realizzata attraverso due armi fondamentali: la percentuale del servizio e la qualità della risposta. Un alto numero di prime, e l’abilità di leggere le traiettorie della battuta altrui rimettendo in gioco il maggior numero di palle, sarà alla base del successo tanto per l’azzurro quanto per lo spagnolo, perché consentirà di prendere in mano lo scambio, dettando ritmi e velocità sottraendosi all’immediata aggressione dell’avversario. […] La sfida contro un torello come Alcaraz rappresenta un test probante anche per valutare I progressi di Sinner sotto il profilo della resistenza. La testa. Sono simili: solidi e determinati. Su una cosa tutti gli esperti concordano: per mentalità, Sinner e Alcaraz sono decisamente i più forti giocatori della loro generazione. La loro testa, cioè, è già resettata per tutti i dettagli che devono formare un campione: malgrado la giovane età, sono professionisti che ragionano per l’obiettivo massimo, e questa determinazione si riverbera già sulla preparazione. Jannik e Carlos affrontano senza battere ciglio allenamenti da supermen, consapevoli che solo attraverso il sudore e il sacrificio si ottengono quel miglioramenti che servono a ottenere in campo i risultati desiderati. Sinner ci aggiunge un’altra qualità straordinaria: quando si trova di fronte a circostanze avverse, con le spalle al muro, in bilico sullo strapiombo riesce, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a superarle in virtù di un cuore e un cervello da campione. Sorprende per la capacità di sopportare lo stress e la pressione senza abbattersi e addirittura è capace di reagire di fronte alle avversità. È in grado di prendere decisioni risolutive in pochi istanti con la naturalezza di un giocatore esperto e navigato. Possiede il «rifiuto della sconfitta», una dote che lo accomuna senz’altro all’avversario odierno: Alcaraz ormai ha dimostrato ampiamente di non soffrire la pressione ed anzi si esalta nel clima da battaglia e di fronte ai rivali più forti, senza venirne soggiogato dal blasone. Ecco perché la sfida di oggi è l’anticipazione di una rivalità destinata a cambiare il destino del tennis del futuro.

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Crivelli). Sonego si regala un giorno con Nadal (Giammò). Sonego torna a essere Sonego (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 1 luglio 2022

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Se Wimbledon è il paradiso, come lo ha definito Sinner ammirato dalla perfezione di ogni dettaglio, le chiavi per accedervi richiedono giustamente la celebrazione di cerimonie sovrannaturali. Perso per Covid Berrettini, che aspirava decisamente ad ascendere al cielo, l’Italia del tennis, mai così poco rappresentata al terzo turno dal 2013, si aggrappa al fattore S, quello di Sonego e Sinner; ma l’ammissione alla visione celeste della seconda settimana richiede di passare attraverso esami terribili contro Nadal e Isner, cioè il vincitore di 22 Slam, tra cui due su questi prati nel 2008 e nel 2010, e il gigante americano redivivo capace di servire 90 ace in 50 turni di servizio, che significa in pratica partire quasi da 30-0 a ogni game di battuta: sull’erba, un’arma più che letale. Lollo si guadagna i galloni dell’affascinante sfida di domani con Rafa, probabilmente il Centrale, sul quale era stato sconfitto da Federer un anno fa, grazie alla miglior partita dell’anno, con la mortifera combinazione servizio-dritto a scardinare i tagli mancini del francese Gaston. Così, dopo aver affrontato due volte il Maestro di Basilea e due volte Djokovic, Sonego ha l’onore di incrociare la terza persona della trinità, che sta coltivando sotto traccia sogni di Grande Slam: «Fisicamente credo che Nadal stia bene, perché quest’anno i tornei importanti che ha giocato li ha vinti tutti, anche se magari sull’erba fa più fatica rispetto alla terra e al cemento. Le mie armi per batterlo sono sicuramente il servizio e il dritto. Non dovrò assolutamente giocare sulla difensiva, ma attaccare e rischiare. La palla qui salta meno e di solito rimane all’altezza del fianco: Rafa cercherà di farmi giocare tanti rovesci e dovrò fare in modo che i miei colpi siano profondi e veloci. L’evoluzione del mio tennis mi ha portato a cercare di fare il punto invece di attendere. Sono nato per difendermi, ma ora gioco per attaccare. Aspettare, a questi livelli, non paga mai». Lorenzo alla carica: contro i big ha sempre trovato motivazioni ed energie supplementari. Certo, la strada per un viaggio agli ottavi resta impervia, per lui e anche per Jannik, che tuttavia la sta percorrendo con la consapevolezza di una crescita graduale su una superficie ancora da digerire. Il test di oggi pomeriggio contro i due metri e otto di Isner e i suoi traccianti record al servizio (con una prima a 253km/h detiene il primato nella classifica riconosciuta dall’Atp), è il primo vero step di apprendimento per un ragazzo che sull’erba non aveva mai vinto una partita Atp fino a lunedì: «Non ho cambiato la mia routine della vigilia – racconta davanti a un caffé – perché sono abituato a concentrarmi sul mio gioco: so che devo tenere lo scambio io e non dargli occasioni sul mio servizio. Lui ha la miglior battuta del circuito, dovrò provare a leggere le traiettorie e poi sarà fondamentale l’aspetto mentale, perché non mi darà ritmo e dovrò abituarmi in fretta anche a una partita sporca, magari brutta. Dovrò avere un equilibrio perfetto in campo». […]

Sonego si regala un giorno con Nadal (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

Dopo Jannik Sinner impegnato oggi contro John Isner, l’Italia porta un altro uomo al terzo turno di Wimbledon. Merito di Lorenzo Sonego, che ieri in tre set (7-6(6), 6-4, 6-4) si è disfatto di Hugo Gaston al termine di una partita combattuta all’inizio e progressivamente risoltasi in suo favore. Partite ricche di insidie, quelle contro avversari simili. Sonego è giocatore che continua a dimostrarsi in crescita proprio perché in crescita sono ormai le sue prestazioni in match come quello di ieri. Giocare al meglio dei cinque set è condizione poi che ben si accorda a uno spirito che non conosce arrendevolezza e che sembra ricavare sempre più fiducia da risultati simili. Ieri il francese, intuita la consistenza del suo avversario nello scambio prolungato, ha provato a cambiare ritmo affidandosi a diverse smorzate che Sonego non solo è riuscito a disinnescare, ma da cui ha saputo anche innescare i suoi contrattacchi, tra lo stupore del pubblico presente. Adesso per Sonego il premio per il terzo turno sarà una sfida contro Nadal, lui che l’anno scorso aveva salutato il torneo sul Centrale perdendo da Federer. E non poteva esserci avversario migliore per tornare a specchiarsi su quel campo: crescita, progressi, solidità. Un anno dopo Rafa ci dirà quanta strada è stata fatta. «Dovesse essere Nadal? – ha scherzato Sonego a fine match – beh, lui è uno che ha vinto qualcosa ma forse l’erba è la superficie migliore per incontrarlo. Difendersi qui non conviene a nessuno e dovrei provare a essere aggressivo sia col servizio che col dritto. […] L’evoluzione del mio gioco è arrivata quando ho capito di poter contare su due armi come servizio e dritto e che dovevo andare a cercami il punto. A questo livello non si può aspettare».

Sonego torna a essere Sonego (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un bel tweener non si nega a nessuno. Palla tra le gambe e via, fronte-retro, spalle alla rete in assetto di corsa come insegnò Vilas (ora lo chiamavano Gran Willy), o in demi volée, alla Kyrgios. E alla Gaston, íl francese meno fortunato dell’originale disneyano che Sonego ha attratto nel Palio dei Tweener, e si è fatto cogliere impreparato e un bel po’ balbettante sulla chiusura in volée del torinese. Metà primo set di una giornata che Gipo Arbino definisce la migliore del suo Lorenzo da lungo tempo a questa parte. «Finalmente in palla su tutti i colpi, in pace con se stesso e propositivo come voglio io». Tre set vista Rafa cui Sonny è felicemente arrivato nel momento migliore della sua stagione, quello in cui si sta ritrovando dopo infiniti alti e bassi. Pronto a regalare un tweener anche a Rafa. «Sarò propositivo. E’ vero, nasco difensore; da bimbetto lo ero a pieno titolo. Ma ho lavorato tantissimo per diventare più aggressivo. E propositivo, appunto. II tennis di oggi è così, e se non giochi per fare il punto, non arrivi da alcuna parte». Concetto ripreso e perfezionato da coach Arbino, che si dichiara grande appassionato di tutti coloro che non avevano le carte in regola per confrontarsi con i superatleti di oggi, ma non hanno rinunciato a essere aggressivi. «Guardateli, gente come Schwartzman, o anche Ruud, che certo non hanno i centimetri. Saltano sulla palla e la colpiscono come se non ci fosse un domani. Io li ammiro». Con Sonego è stato utile aspettare, la crescita ha portato i centimetri che servivano. «Ma convincerlo a lasciare le amate barricate difensive, è stato un lavoro lungo, insieme di convincimento e di pungolo». […]

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Berrettini, che sfortuna (Crivelli). Berrettini esemplare (Azzolini). Berrettini Covid, Wimbledon trema (Giammò). Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 29 giugno 2022

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Berrettini, che sfortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fuori prima ancora di scendere in campo. Le ambizioni che vanno in frantumi, le altissime aspettative personali ridotte in cenere da quel fuoco subdolo che si chiama Covid. Pensavamo fosse un incubo ormai lontano, e invece si è insinuato di nuovo, pesantemente tra di noi. Berrettini non giocherà a Wimbledon: un tampone positivo effettuato ieri mattina lo priva della possibilità di difendere la finale dell’anno scorso e soprattutto di andare oltre quel risultato, provando a vincere come gli pronosticavano tutti i bookmakers appena dietro il campione in carica Djokovic, che eventualmente avrebbe ritrovato all’ultimo atto, per una rivincita attesissima e scintillante. E così Matteo piomba di nuovo nel baratro apparentemente senza fondo del guai di salute che dal gennaio 2021, dal ritiro agli Australian Open prima degli ottavi con Tsitsipas a causa di uno strappo addominale, allungano ombre sulla sua carriera. Il conto con la sfortuna, adesso, comincia a farsi pesantissimo e se è vero che l’allievo di Santopadre è sempre uscito più forte dalle pause forzate, questa mazzata richiederà energie mentali supplementari per essere metabolizzata. Berrettini avrebbe dovuto scendere in campo alle 13 locali, le 14 Italiane, contro Garin. Il cielo minaccia pioggia, ma il Campo 1 ha íl tetto e dunque il match non può correre rischi. Solo che in agguato c’è un’altra tempesta. Attorno alle 11, infatti, prima ancora che il torneo emetta un comunicato ufficiale, è il profilo Instagram di Matteo a condividere con il mondo la ferale notizia: «Mi si spezza il cuore di dover annunciare il mio ritiro da Wimbledon a causa di un risultato positivo a un test per il COVID-19. Ho avuto un po’ di febbre e mi sono isolato nel corso degli ultimi giorni. Nonostante la mancanza di sintomi gravi, ho deciso di fare un altro test questa mattina (Ieri, ndr) per la salute e la sicurezza del miei colleghi e di tutti quelli coinvolti nel torneo. Non ho parole per descrivere quanto sono deluso. Per quest’anno íl sogno è svanito, ma tornerò ancora più forte. Grazie per il vostro supporto». Qualche minuto dopo, una scarna email degli organizzatori conferma il ritiro, aggiungendo che il suo posto verrà preso dal lucky loser svedese Elias Ymer. Nel frattempo, il tam tam dei social amplifica l’enorme delusione di milioni di appassionati, mentre alcuni segnali dei giorni precedenti diventano più decifrabili. Ad esempio, la mancata conferenza stampa pre torneo di Berrettini, incomprensibile per un finalista uscente, o ancora, i continui aggiornamenti del suo programma di allenamento fino alla definitiva cancellazione di domenica e lunedl. Peraltro, rimettendosi alle linee guida sul Covid del torneo, Matteo non era obbligato ad effettuare il tampone, nemmeno in presenza di sintomi. Cioè, avrebbe potuto tacere e giocare ugualmente, ma per senso di responsabilità ha optato per il test. La sua positività, come quella dell’altro ex finalista (nel 2017) Cilic, annundata lunedì, ha Improvvisamente fatto ripiombare íl torneo nei gorghi drammatici del terrore che íl virus possa stravolgere il tabellone: giovedì scorso, Berrettini e il croato si erano allenati sul Centrale rispettivamente con Nadal e con Djokovic, condividendone per un pomeriggio lo stesso spogliatolo. Significa perciò che in questo momento le prime due teste di serie del torneo sono contatti stretti di positivi, anche se in assenza della bolla è una situazione senza conseguenze immediate; e Infatti ieri lo spagnolo ha giocato il suo primo match, mentre il Djoker si è allenato tranquillamente con Sinner. Ma non c’è dubbio che l’esplosione di casi cui si sta assistendo sia seguita con una certa preoccupazione, anche se al momento gli organizzatori hanno riferito che non d saranno cambiamenti nel protocollo.

Berrettini esemplare (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Matteo si fa da parte. Ha il Covid. E lo dice. Anzi, si scusa. Lo fa tramite lnstagram. Voleva fosse il suo Wimbledon, lo lascia ad altri senza colpo ferire. Ha giusto un po’ di temperatura. Dicono che in quest’ultima versione quattro giorni di febbre siano assicurati, anche per i campioni del tennis. Lui, Matteo Berrettini, campione lo è per certo, e anche tessera ad honorem di correttezza. E di sfiga. Non basta… Da ieri il circo del tennis gli attribuisce anche la patente di “eroe fesso”. E questa, se permettete, merita una breve indagine. Eroe sembra un po’ troppo, chiediamo in giro, ma addirittura fesso è quasi inspiegabile. Tra le risposte ricevute, ne scegliamo una di un amico manager che chiede l’anonimato. Intervista autentica, se vi va di crederlo, al cento per cento. Dice l’amico: «Sì, un fesso da ammirare. Sembra strano, vero? Be, guardatevi intorno…», ci dice mostrandoci la lieta bagarre di saluti e sorrisi che si agita sulla terrazza riservata a giocatori e familiari, accesso consentito a un ristretto numero di giornalisti. «Ecco, di tutti i giocatori che vedete, le giocatrici, i loro accompagnatori, la metà ha il Covid. Ma non lo dicono. Tutti, esclusi Berrettini e Ciic, gli unici che si siano ritirati, sono pronti a giocare. Se va bene, tornano in campo dopo due giorni sperando che il Covid sia passato, se va male, diranno di avere una bua da qualche parte, e chi s’è visto s’è visto». La nostra espressione incredula, da un lato, e il subitaneo ricorso alla mascherina, dall’altro, ci costano un bel po’ di prese per i fondelli. «Tenete conto che Matteo, facendosi da parte, rinuncia a un premio intorno alle 100 mila sterline fra primo e secondo turno. Parliamo di 140 mila euro». Dunque, eroico? «Bé, Matteo ha preso una decisione per non creare problemi agli altri giocatori, una decisione che la gran parte non avrebbe preso. Ha carattere, non si tira indietro, paga di persona. Che volete di più? Eroico e fesso. Come si vede…». «Ai tennisti – racconta Jasmine Paolini – hanno detto di fare come se la sentivano». Senza regole, insomma. Allo stesso Benettini hanno detto che se avesse voluto giocane, nessuno si sarebbe opposto. L’ha fatto lui, anche per gli altri, Ha preferito non essere causa di problemi per nessuno. Ora il governo inglese è in agitazione e c’è chi chiede che si torni all’ufficialità dei tamponi. E il torneo si preoccupa per Djokovic (che si è allenato con Cilic, il primo a ritírarsi) e per Nadal, partner – guarda un po’ – proprio di Matteo. Resta la sfiga. E quella prima o poi dovrà pur finire.

Berrettini Covid, Wimbledon trema (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Proprio nel giorno del suo debutto. Per di più nel torneo che l’anno scorso lo vide finalista e che stavolta avrebbe affrontato con legittime ambizioni di vittoria, Il Covid non poteva scegliere momento meno opportuno per mettere fine ai sogni inglesi di Matteo Berrettini, risultato positivo ieri mattina a un tampone e per questo costretto a ritirarsi dal tabellone di Wimbledon. A darne l’annuncio è stato lo stesso azzurro dai suoi profili social: «E’ col cuore spezzato – si legge nel suo post – che sono costretto a ritirarmi da Wimbledon a causa di un tampone risultato positivo. Ho avuto alcuni sintomi influenzali e sono rimasto in autoisolamento negli ultimi giorni. Nonostante i sintomi fossero lievi ho deciso che fosse importante sottopormi a un altro test stamattina (ieri, ndr) per salvaguardare la salute dei miei colleghi e di tutte le persone coinvolte nel torneo. Non ho parole per descrivere quanta io sia dispiaciuto. Per quest’anno il sogno finisce qui, ma tornerò ancora più forte. Grazie a tutti per il vostro sostegno». Vittorioso al Queen’s lo scorso 19 giugno e allenatosi con Rafa Nadal (che ieri ha giocato e vinto) sul Centrale giovedì 23, il contagio dovrebbe esser avvenuto nei giorni successivi: domenica infatti Berrettini aveva cancellato la sua sessione di allenamento e la conferenza stampa che aveva in programma. L’amarezza è tanta, così come la sfortuna che questa stagione sembra perseguitare Berrettini. Se nelle occasioni precedenti Berrettini aveva sempre dato prova di caparbietà, l’italiano questa volta ha dimostrato anche grande responsabilità. I protocolli anti Covid a Wimbledon quest’anno sono infatti assai laschi e tutto è lasciato alla discrezionalità e all’iniziativa dei giocatori. Nessun obbligo di tampone a gestirne il via vai all’interno dell’AEC né tantomeno negli spogliatoi, ambienti comuni per eccellenza dove il virus ha più probabilità di proliferare. Una gestione discutibile, vista la recrudescenza di casi cui si sta assistendo, che però sembra trovare riscontri anche altrove a giudicare da quanta dichiarato da Alizé Cornet al termine del match da lei vinto contro Putintseva: «Al Roland Garros c’è stata un’epidemia di Covid e nessuno ne ha parlato. Tutti l’hanno avuto negli spogliatoi, e quando abbiamo saputo del ritiro di Krejcikova (risultata positiva dopo aver perso al primo turno) ci siamo resi conto di avere gli stessi sintomi. Dev’esserci stato un tacito accordo – ha poi concluso la francese – non ci siamo autotestati per non metterci nei guai da soli, ma ho visto colleghe indossare la mascherina e questo mi ha fatto pensare». Cornet ha poi precisato che di sospetti si tratta, e che prove a sostegno della sua tesi non ce ne sono. Ma il rischio, ora, è che anche Wimbledon debba fare i conti col suo focolaio.

Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ci vuole Armonia. Per comprendere che l’era della gloria, così fiammeggiante nel lunghi periodi di dominio, resta ormai un dolce ricordo: Wimbledon, dove ha vinto sette volte in carriera, e probabilmente il tennis, non sono più la casa di Serena Williams. E alla soglia dei 41 anni (li compirà a settembre), con interessi multiformi ed extrasportivi da gestire fuori dal campo e il fisico ammaccato da mille battaglie e altrettanti infortuni, è probabilmente il prezzo normale da pagare, nonostante la passione mia sopita e il sogno mai davvero abbandonato di conquistare finalmente il 24° Slam della leggenda per staccare la Court. Festeggia dunque Harmony Tan, che alle nipoti, quando la carriera agonistica sarà un ricordo, potrà dire di aver battuto un mito dello sport. La francese con radici cambogiane e vietnamite era alla prima partita di sempre sui sacri prati di Church Road e non ha tremato di fronte alla monumentale grandezza della rivale, neppure quando ha fallito il match point sul 6-5 del terzo set o si è ritrovata sotto 4-1 nel super tie break. Aiutata, va detto, dall’ombra di Serena, arrugginita dalla lunghissima assenza (in singolare, non giocava una partita dal 29 giugno 2021, quando si ritirò qui al primo tunro contro la Sasnovich) e senza più l’esplosività degli anni ruggenti: «Per me è un sogno, qualcosa di incredibile – dirà un’ emozionatissima Tan – sono cresciuta ammirandola in tv». Sic transit gloria mundi. Intanto, il martedì nero del tennis italiano, con il ritiro forzato di Berrettini e le eliminazioni di Musetti, Paolini e Giorgi, trova un pizzico di conforto solo nel faticoso successo di Sonego su Kudla al culmine di una battaglia di 3 ore e48′. Neanche a dirlo, a ergersi a protagonista di giornata è il solito, ineffabile Kyrgios, e non tanto per la vittoria da pronostico, anche se molto più difficile del previsto, contro la wild card inglese Jubb, ma piuttosto per le solite mattane, iniziate con un battibecco con la giudice di sedia, continuate con la polemica contro i giudici di linea ( «Hanno 90 anni, non possono vederci bene») e culminate con uno sputo a uno spettatore ripreso dalla tv e da lui stesso confermato: «Qualcuno del pubblico mi ha mancato di rispetto. È vero, gli ho sputato, ma non l’avrei mai fatto a qualcuno che mi stava sostenendo. La colpa è anche dei social, noi atleti siamo i più odiati. Rispettate il nostro lavoro, non ho mai visto nessuno rimproverare un addetto al supermercato che mette a posto le verdure». Fuoco alle micce.

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