Trionfo Halep, per la Williams la 'maledizione' del reverendo Court. Nole-Roger, così diversi così uguali (Scanagatta). Serena si inceppa sul più bello (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Clerici). La favola contro la logica. Roger e Nole, l'ultima sfida (Rossi, Crivelli)

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court. Nole-Roger, così diversi così uguali (Scanagatta). Serena si inceppa sul più bello (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Clerici). La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Rossi, Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 14 luglio 2019

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

TUTTE LE VOLTE è strafavorita, tutte le volte perde quando sembra vicinissima al traguardo dello Slam n.24. E perde pure male. Sarebbe blasfemo pensare che in qualche modo possa entrarci Margaret Court — oggi stimato reverendo presbiteriano in Australia — che detiene il record dei 24 Slam, la conquista dei quatto Majors nello stesso anno. Ma quella che sembra perseguitare Serena Williams pare quasi una maledizione divina. Ieri ha perso addirittura 62 62 in 56 minuti dalla romena Serena Halep con la quale aveva vinto 9 volte su 10 e l’unica che aveva perso non contava, nel girone eliminatorio del Masters WTA del 2014. Serena aveva reincontrato la Halep in finale e s’era vendicata brutalmente: 63 60. Ma l’anatema Court era arrivato già nel settembre 2015, quando Serena che aveva vinto i primi 3 Slam dell’anno era a due passi dal quarto e nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe potuto perdere dalla nostra Roberta Vinci. Soprattutto dopo il 62 d’abbrivio. Invece perse secondo e terzo set 64 e addio Grande Slam. Nel gennaio 2017 Serena, già incinta, ha vinto lo Slam n.23, battendo la sorella Venus in finale. Diventa mamma nel settembre di quell’anno e da allora più nessun torneo vinto. Ma tre finali Slam che non sembrava potesse perdere. Un anno fa qui con la tedesca Kerber invece rimedia un 63 63 che lascia tutti stupefatti. A settembre 2018 la seconda finale è con la giapponese Naomi Osaka: perde anche quella, 62 64, e succede di tutto, l’arbitro un po’ fiscale che l’ammonisce per il “coaching” di Mouratoglou, lei cha reagisce e lo accusa di sessismo. Ieri la terza debacle, la più pesante, con Simona Halep che ha detto: «La mia miglior partita di sempre». Un tennista romeno non aveva mai vinto sull’erba. Ilie Nastase aveva perso qui 75 al quinto la finale del ’72 da Stan Smith. Lei aveva già vinto uno Slam a Parigi…«Ma qui ora sono membro dell’All England Club, potrò venire a mangiarci quando vorrò»

Nole-Roger, così diversi così uguali (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 

SEDICI e undici anni alla ribalta. Ecco perché dei due finalisti odierni del singolare maschile di Wimbledon, dopo tutti questi anni di successi, con Roger Federer che ha vinto qui già nel 2003 e con Nole Djokovic che ha trionfato nel suo primo Slam in Australia nel 2008, si sa quasi tutto. Di sicuro gli incredibili risultati, comparati e non. Ma come sono i due campioni nel privato? Svizzero uno e serbo l’altro sembrano molto diversi, ma non è vero che in fondo lo siano così come appare. Il primo è decisamente più amato dal pubblico di tutto il mondo — «Gioca sempre in casa!» dice Novak che inevitabilmente lo invidia un po’ — anche se lo deve più alla classe cristallina, unica, che mostra sul campo piuttosto che fuori dove è quasi sempre molto attento a mostrarsi politically correct in ossequio alla tipica neutralità svizzera. E’ UN PERFETTO diplomatico. Difficile che in 1.400 conferenze stampa abbia detto qualcosa di spiacevole nei confronti di qualcuno. Federer è arrivato secondo in un referendum che coinvolse 50.000 votanti americani fra 54 persone da ammirare, dietro a Nelson Mandela, ma davanti al Dalai Lama, Barack Obama, Bill Gates. Roddick disse una volta di lui subito dopo averci perso: «Mi piacerebbe odiarti, ma sei troppo nice». Il secondo è meno elegante, come tennis e non solo, il rovescio bimane non sarà mai fine come quello a una sola mano, ma è più estroverso con una certa predisposizione a vestire, improvvisando, anche i panni dello showman. Non a caso Fiorello lo adora e lo invita, ogni che volta che Nole è in Italia, a prendere parte ai suoi show, rendendosi disponibile anche a scambiare palleggi sul palcoscenico impugnando magari una padella da cucina. Al tradizionale Players Party di Montecarlo Djokovic è pronto per tutti i ruoli, presentatore, ballerino, attore, perfino cantante. Federer non avrebbe mai neppure pensato a imitare i colleghi, nel timore che anche una minima gag e presa in giro potessero risultare a loro sgraditi. Però i colleghi svizzeri garantiscono che quando c’è da fare uno scherzo a qualcuno lui non si tira mai indietro, anzi. NOLE, quando non era ancora il n.1, non si era mai preoccupato delle reazioni che avrebbe potuto provocare: le sue imitazioni di Nadal, Sharapova, Becker, McEnroe erano spassose. Ma poi l’hanno costretto a smettere. Non tutti i presi di mira avevano il suo stesso sense of humour. In realtà anche Roger è spiritoso e ama scherzare. Sono certamente due ragazzi intelligenti, simpatici, per nulla montati se pensate a quanto hanno vinto, in tornei e soldi, a quanto sono famosi, veri idoli in patria dove non c’è altro sportivo che possa competere con loro quanto a popolarità. Entrambi padri di famiglia, quattro gemelli Roger, due figli Novak, sono legatissimi ai genitori, alla famiglia, alle tradizioni. Giocano a tennis e lo amano profondamente. Ne conoscono la storia, i record, entrambi hanno subito il fascino dei vecchi campioni. Federer, da sempre in adorazione per i grandi Australiani, Laver, Rosewall, ha avuto per coach — fra gli altri — Roche e poi (dopo Higueras e Annacone) Edberg prima di Ljubicic ad affiancare Luthi; Djokovic ha scelto prima Becker poi Agassi e ora Ivanisevic ad appoggiare il fedele Vajda. Federer e super abitudinanri, preciso come un orologio svizzero nelle sue routine. Di quel che fa in privato fa sapere poco o nulla. Neppure che tipo di pasta mangia, lui testimonial Barilla con tanto di cuoco al seguito in ogni trasferta, nulla trapela. Come delle baby sitter. Djokovic è più estemporaneo, non è celiaco, ma sulla sua dieta anti glutine ha fatto uscire perfino un libro

La gioia e l’incubo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il fantasma si è preso la sua anima, le ha prosciugato lo spirito guerriero, l’ha resa vulnerabile e senza difese. Lo spettro di Margaret Court e la maledizione del 24° Slam si abbattono ancora una volta sui sogni di Serena, e la pantera diventa così un cucciolo spaurito. Incredibile nemesi: l’improvvisa e inattesa debolezza della Williams ha il potere di consolidare le certezze della Halep, che in carriera si è spesso nascosta dietro un fragile e poco aggressivo carattere da agnellino. E’ la festa di Simona, è la festa della Romania, che aveva perso due finali maschili con Nastase e finalmente colma il gap con la ragazza di Costanza cresciuta in una fattoria dove i genitori producevano formaggio. Mamma Stania è in tribuna, e il suo pianto a dirotto è un viaggio che si conclude. Senza paura Una partita incredibile, anche perché non è una partita. Bensì un sorprendente monologo, favorito dalla giornata disastrosa di Serena, praticamente immobile (soprattutto sulla parte destra) e fallosissima, e dal piano perfetto della numero 7 del mondo già vincitrice a Parigi nel 2018, che risponde anche alle sassate e poi da fondo tesse la ragnatela che manda subito fuori giri la blasonatissima rivale (4-0 in avvio). Simona concederà appena tre gratuiti in tutta la finale, sbrigando la pratica in 56 minuti, senza tremare neppure quando il traguardo si avvicina: «Ho guardato il tabellone solo sul 5-2 del primo set e mi sono detta “Ok, nessun problema, è tutto vero”. L’avevo immaginata proprio così, sapevo che avrei dovuto subito provare a toglierla dal match con aggressività, senza farle prendere ritmo. Tutte le altre volte che l’ho affrontata (prima di ieri era sotto 9-1 nei precedenti, ndr) sono sempre stata in soggezione, stavolta ho pensato solo a quello che dovevo fare io e non a chi avevo di fronte. La miglior partita della mia vita». Basso profilo Si realizza dunque il sogno che coltivava fin da bambina e che quest’anno ha preso forza in un torneo sempre in crescendo: adesso è un membro a vita dell’All England Tennis Club. E dunque saltabecca felice tra una stanza e l’altra: «Era una cosa a cui tenevo in modo pazzesco, mi hanno detto che posso venire quando voglio, pranzare, cenare, giocare un po’ a tennis ma senza la pressione di un match il giorno dopo». E’ una campionessa semplice e umile, la Halep, che ebbe il primo momento di celebrità non voluto quando decise di ridursi il seno, nel 2009, perché le impediva i movimenti, faticando a comprendere perché una decisione assolutamente personale dovesse interessare anche gli altri. Timida fin quasi al mutismo, almeno all’inizio della carriera, ha perso spesso partite già vinte per un’autostima traballante e mai al sicuro nonostante 64 settimane da numero uno del mondo, decima di sempre. Ha iniziato questa stagione senza allenatore, poi ha preso il belga Van Cleemput e l’ha licenziato dopo una settimana e infine si è affidata al connazionale Dobre. Doveva ritrovare se stessa, c’è riuscita: «Ora sono un donna rilassata, fuori dal campo. Per questo sono scesa in campo così tranquilla contro un’avversaria gigantesca come Serena, che per tutte noi rimane un esempio e un modello da seguire». Quale futuro? […] Non le è bastato il sostegno nel Royal Box di una corrucciata Meghan Markle, la moglie del Principe Harry e amica di lunga data, per togliersi di dosso un tabù che si avvicina a quello di Bartali per la maglia di campione del mondo o di Buffon per la Champions: «Non credo fossi tesa, lei ha giocato benissimo e io ho commesso tantissimi errori. Non ha funzionato niente, mi rimandava tutto indietro e non ho saputo reagire. Tutte le sconfitte non sono facili da sopportare, ma mi rivedrete nei tornei americani». Solo che a settembre gli anni saranno 38 e alle avversarie non tremano più le gambe quando se la trovano davanti: «Non ho mai pensato al record, fin da quando ho 18 anni l’unica preoccupazione è stata di rimanere concentrata sul mio gioco e sulle mie qualità, giocare al meglio che posso. Solo che nel frattempo sono rimasta incinta, ho avuto una bambina, e sicuramente incide». Billie Jean King, un’altra icona, non gliele ha mandate a dire: «Serena dovrebbe lasciar perdere per un anno le battaglie per l’uguaglianza, smettere di fare la celebrità e rimanere focalizzata solo sul tennis». La risposta è bruciante: «Il giorno che smetterò di combattere per i diritti delle persone e contro i pregiudizi, sarà il giorno in cui mi troverete nella tomba». Il più bel punto vincente di giornata.

Serena si inceppa sul più bello (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

La maledizione continua Ferma sulla soglia dei 24 Slam, ancora una volta nor riesce a Serena Williams l’aggancio al record di Margaret Court Smith: nella finale di Wim bledon è Simona Halep ad imporsi. […] Al termine di un match nel quale ha letteralmente surclassato la statunitense, annientata con un doppio 6-2 in meno di un’ora per la precisione, appena 56′ durante i quali Halep – mai così avanti sull’erba di Church Road non ha sbagliato nulla, o quasi. Un solo errore gratuito nel primo set, vinto in carrozza grazie a due break. Dall’altra parte della rete, la brutta copia di Serena: errori in serie, il servizio inceppato, addirittura impacciata negli spostamenti, frenata anche nell’agonismo. Identica l’inerzia e la dinamica della seconda frazione, con la statunitense che – al di là di qualche urlo di auto-incitamento non dà mai la sensazione di poter tornare in partita. Finendo per arrendersi all’ineluttabile, scagliando quasi stizzita un rovescio in rete. Conclusione della seconda più breve finale degli ultimi 35 anni dopo quella del 2014 vinta da Petra Kvitova su Eugenie Bouchard (55′). E dire che nei 10 precedenti Halep aveva vinto una sola volta. Ma la storia sul Centrale ieri si è ribaltata: saldo negativo vincenti/ errori gratuiti per Serena (17/26), score sontuoso per la nuova regina di Londra, dall’alto di 76% di prime,13 vincenti e solo 3 errori gratuiti. «Sono felicissima soprattuto perché so quanto ho faticato per arrivare qui – la gioia della romena -Alla viglia dei torneo nello spogliatoio avevo detto al mio team di voler vincere per poter diventare una socia di questo magnifico club. Una soddisfazione in più». Persino scontata l’analisi del suo match. «Sono entrata in campo determinata a giocare d’attacco, essere aggressiva fin dal primo punto, toglierle l’iniziativa. Sono straconvinta che sia stato il miglior match della mia vita. E sull’erba contro di lei non è mai facile. Sono davvero orgogliosa della mia prestazione, e dell’intero torneo». Che aveva sognato di vincere già da bambina “Quando avevo 10 anni dicevo a mia mamma che un giorno avrei voluto giocare la finale di Wimbledon. Serena mi ha ispirato molto in questi anni». Non cerca scuse né alibi, Serena. Sorridente già in campo, durante la cerimonia di premiazione, ma anche davanti ai taccuini. «Non ho espresso il mio miglior tennis, senza dubbio. Ma è soprattutto merito di Simona che ha giocato un match semplicemente fantastico”, le parole della statunitense che dopo aver raggiunto quota 23 Slam (Australia 2017) ha perso tre finali di fila: due volte a Wimbledon e agli ultimi Us Open. Dove tra poco più di un mese inseguirà il riscatto.

Serena, scena muta con Simona (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non c è festa della mamma, e nemmeno quella di tutte le donne del mondo, evento che Serena Williams – chissà perché – ama collegare strettamente ai suoi risultati, da brava paladina dell’intero universo femminile. […]Spento l’ultimo sorriso al termine della cerimonia di premiazione, fatti i doverosi complimenti Simona Halep, Serena si presenta in conferenza con gli occhi rossi di pianto. «Ha giocato così bene Simona… Ditemi, io che altro avrei potuto fare?». Giocare meglio di quello che ha fatto, è l’unica risposta certificata, ma nessuno se la sente di affondare la lama nel suo dolore sincero. Ha sbagliato tutto, Serena, questa è la verità. Ha pensato di essere ancora in grado di prendere a pallate la piccola rumena, e invece quei tempi sono passati. Una botta di servizio e un ceffone con il dritto, ma i servizi per lo più si sono schiantati in rete, e i dritti, giocati spesso in condizioni difficili, in corsa o in recupero, hanno assunto traiettorie improbabili, fino a minacciare da vicino i giudici di linea Us Open 2018, Wimbledon 2018 e 2019, tre batoste una peggio dell’altra, difficili da mandare giù per una come lei, che di vittorie nello Slam ne ha ottenute 23. Si possono spiegare solo con l’insorgere di una qualche sindrome d’insufficienza che si manifesta quando Serena è a tu per tu con il titolo. Che altro? Come un anno fa contro la tedesca Kerber, Serena ha fatto scena muta. Non c’è stato match, Simona è partita a spron battuto, senza tentennamenti. Ha palleggiato lungo, verso gli angoli, costringendo Serena a correre. E dopo tre rincorse, mamma Williams era già pronta per la doccia. Così, su ogni palla raggiungibile, ha cercato di spaccare il mondo e ha offerto alla rumena la più facile delle vittorie. Quattro a zero al via, e sei-due il primo set. Due a uno Williams nel secondo, e cinque game di seguito per Simona Doppio 6-2 in 56 minuti, lo stesso punteggio che Serena, un tempo, regalava a tutta la concorrenza. Simona Halep è la prima del suo Paese a vincere Wimbledon. Ha fatto meglio di Ilie Nastase, finalista battuto al quinto set nel 1972 da Smith e poi da Borg nel 1976. «L’erba è buona per le mucche, non per i tennisti», diceva. Simona, ovviamente, non lo pensa. Tornerà in Romania lunedì, forse le tributeranno l’onore del trionfo in piazza. «Non so, ne sarei felice, ma in tanti sono corsi ad abbracciarmi oggi, da Tiriac a tutto il mio staff. Ho fatto una cosa grande, per me e per tutti loro. Anche per mia madre, che se ne sta di là a piangere. Le ho detto di calmarsi, che poi le racconto tutto». Anche Daniel Dobre il coach di quest’anno si e lasciato andare alle lacrime. «Lui lo fa sempre, a ogni partita È un uomo di grandi qualità, mi sta aiutando molto». È il secondo Slam di Simona, dopo la vittoria a Parigi un anno fa. «L’ho meritata. Serena è sempre grande e pericolosa. Mi sono detta, battiti con tutto quello che hai dentro. L’ho fatto, ho vinto. Sapevo che Wimbledon era speciale. Non pensavo lo fosse così tanto»

Serena stanca e lenta. Halep regina con poco. Che noia la partita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Se venerdì il prezzo dei biglietti sarebbe servito a pagarsi le vacanze a Capri, ieri, immaginando il livello della finale femminile, sarebbero bastate dieci sterline, forse meno. […] Mentre sonnecchiavo, mi è invece venuto in mente qualcosa che non avevo letto o sentito. Avevo letto che Serena stava tentando di eguagliare il record di 24 Slam stabilito da Margaret Smith maritata Court. Serena era giunta a 23, e sarebbe quindi passata alla storia alla pari, per poi stabilire un nuovo record in futuro, se si fosse astenuta da una nuova maternità ancor meno programmata della prima. Dei 24 successi di Margaret, dicevo, ben 11 erano però avvenuti al suo Paese, in Australia, in uno Slam al quale Lenglen (8) e Wills (19) non avevano mai partecipato, causa le 6 settimane di viaggio, e Steffi Graf (22) e Martina Navratilova (18) non si erano sempre iscritte. Detto ciò, che cosa ho visto nel secondo set di questa partita a metà mancata per dilettantismo? Mi avrebbero informato gli amici che Serena è riuscita a far passare una palla quando era ormai 0-4 nel primo set, e si è ripresa apparentemente all’inizio del secondo, quando è salita 2 a 1, evitando quella sorta di regolarità di Halep che funziona solo a velocità di palleggio moderata. Di lì è iniziato un nuovo disastro di Serena, mentre la rumena sembrava, soprattutto per gli errori di Williams, trasformata d’un tratto nella vincitrice del Roland Garros, e vinceva il 3-2 a 15, il 4-2 a 30, il 5-2 ai vantaggi, il 6-2 a 0. Non sono in grado, insieme a simili cifrette, di riferirvi le relative tattiche, perché non esistevano, e si trattava soltanto di palleggi alla fine dei quali Serena sbagliava regolarmente. Ecco, soprattutto questo aggettivo mi consente di riassumere la non-partita. Un match dagli sbagli regolari di Serena.

La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Per i ragazzi dell’81 non è mica cominciato bene il fine settimana. A Serena Williams, 38 anni da compiere a settembre, è rimasta indigesta la partita più bella mai giocata da Simona Halep, che voleva realizzare il sogno della mamma di vederla giocare (e vincere) di fronte al Royal Box di Wimbledon. Roger, che i 38 li farà ad agosto, ci prova oggi contro Novak Djokovic. Il mondo attende trepidamente il trionfo dello svizzero, pronto a celebrare la favola del più anziano che bacchetta i giovani, come accaduto nel venerdì santo con Nadal, e per questo osannato nell’ennesimo atto della loro rivalità giunta a 40 incroci. Ecco, a proposito di rivalità, la matematica racconta in realtà un’altra storia. Forse non politically correct per i tanti tifosi di Roger e Rafa, ma dice che lo svizzero ha dovuto fare i conti con Novak Djokovic — proprio lui — per ben 47 volte. E sempre il serbo ha affrontato 54 volte Nadal. Insomma, almeno per gli almanacchi questi anni indimenticabili non passeranno alla storia solo come quelli di Federer e Nadal. Ma a chi importa? L’idea di Roger che era finito, tramontato, e ora di nuovo in spolvero è una storia troppo bella per essere rovinata, sporcata da qualche numero. Venerdì sera però lo svizzero ha ammesso di «essere talmente stanco da non poter pensare ad allenamenti o strategie». Forse faceva pretattica: aiuta a rendere la vigilia un po’ più piccante e ci sta bene. Perché, come Federer aveva confermato, «c’è poco da scoprire quando ci hai giocato contro tante volte: qui hai meno tempo sui rimbalzi della palla: è l’unica strategia da rispettare». […] Ma che finale sarà? Djokovic è, fisicamente, più magro di Federer (78 kg, contro gli 85 di Roger), ma più alto. E, sebbene non ci sia nessuno abile e leggero a muoversi sul campo come lo svizzero, che sembra quasi danzare mentre si sposta, anche il serbo non scherza in quanto a velocità di gambe. In più è uno che sfrutta l’energia del colpo altrui, il che lo rende il palleggiatore ideale, attitudine che poi viene esaltata dal suo rovescio che riesce a tirare a 2800 rpm (giri al minuto). Non per nulla, affermano sempre le statistiche, è il serbo in vantaggio negli scontri diretti: 25-22. Non solo: l’inerzia degli incontri è a favore di Djokovic, che ha vinto le ultime quattro sfide e non perde con Federer dal 2015. Però, penserete, si gioca sull’erba, e dunque lo svizzero ha l’arma segreta dalla sua parte? Eh, spiacenti di dover dare anche questa delusione: Djokovic, sull’erba, vanta due vittorie contro una sconfitta. Tutti match disputati a Wimbledon, peraltro. Lo svizzero è dietro anche sul cemento e in parità sulla terra rossa. Djokovic, comunque, legge i dati con diffidenza: «L’erba esalta il suo gioco, gli si adatta perché Roger è veloce. Sa rubare il tempo all’avversario, ha esperienza. È una costante pressione con cui dover convivere. Però ci ho giocato un paio di finali epiche qui, per due anni di fila, quindi so cosa posso aspettarmi, anche di avere il pubblico contro». Idee chiare, perché Nole guarda oltre: «Potrei smettere per le cose che ho fatto, ma continuo perché vorrei essere quello con più Slam di tutti. La famiglia mi supporta, e per ora va bene». E a Federer sono fischiate le orecchie.

Le due partite di Federer. Con Djokovic per la nona, con Rosewall per il record (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ripresa a sua insaputa da una telecamera galeotta subito dopo l’ultimo punto della semifinale, Mirka Vavrinec ha pronunciato verso il suo box la frase che in quel momento stava attraversando la mente di qualche altro milione di appassionati: «Mio marito è Superman». […] Oggi, nel giardino di casa sua, 16 anni dopo il primo trionfo, pub alzare la coppa di Wimbledon per la nona volta, eguagliando i titoli della Navratilova, e soprattutto diventare, a 37 anni e 340 giorni, il più vecchio vincitore di sempre di uno Slam nell’Era Open, consegnando all’album dei ricordi il Rosewall del 1972 (37 anni e 62 giorni agli Australian Open). La strana rivalità. Certo, dall’altra parte della rete troverà un avversario, Novak Djokovic, che possiede indubbiamente la criptonite per disinnescare le facoltà miracolose del Maestro: lo ha battuto tre volte su quattro nelle finali Slam e soprattutto due volte su due ai Championships, nel 2014 e nel 2015. Una strana rivalità la loro, fatta fin qui di 47 episodi (25-22 per il serbo) e teoricamente con gli argomenti giusti per entrare nella leggenda: basti pensare che con la sfida di oggi diventa la partita più giocata nei Majors, 16 volte (e anche qui conduce Nole, 9-6). Eppure non raggiungerà mai la ferocia agonistica delle battaglie del Djoker contro Nadal e meno che mai l’epica mitologica dei duelli tra Federer e lo spagnolo, che restano inarrivabili, come entrambi ci hanno dimostrato venerdì e che indubbiamente hanno da sempre il potere di gettare un’ombra sul peso mediatico e di passione popolare del numero uno del mondo e dei suoi 15 Slam. Solo rispetto Almeno fino al 2011, del resto, Nole è stato solo il terzo incomodo, quasi un intruso nella diarchia Roger-Rafa, quello che vinceva quando gli altri due riposavano. È stato enorme nell’approdare al loro livello tecnico, ma ha sempre sofferto l’esclusione dal club, specialmente tra i tifosi. Ancora nel 2010, papà Srdjan, in un’intervista a un quotidiano, accusava Federer di doppiezza: «Forse è il miglior giocatore nella storia, ma come persona è totalmente diverso, quando ha capito che Novak poteva scalfire il suo dominio ha provato a screditarlo». Le stesse parole di fuoco (poi smentite senza troppa fermezza) che cinque anni dopo gli rivolgerà pure Becker nel ruolo di supercoach del serbo. Il tempo (e le vittorie) leniscono le ferite e riducono le distanze, la paternità di entrambi in qualche modo li ha avvicinati, ma il punto di partenza di Djokovic è sempre lo stesso: «Per Roger e anche per Rafa ho grande ammirazione e molto rispetto, ci siamo spinti a vicenda, ma lottiamo per qualcosa di troppo grande per essere amici». La partita L’ultima preda è un altro trionfo a Wimbledon (per Nole sarebbe il quinto), in un match dove il servizio e la solidità da fondo mostrati contro Nadal dovranno servire a Federer per disinnescare il gioco sempre in pressione del numero uno, impreziosito anche da una ricerca più costante della rete: «Nessuno è più solido e consistente di lui – ammette Roger – e poi mi salta addosso con il rovescio dalla mia parte sinistra. Sarà un match duro». Novak lo inquadra così: «Lui ti toglie il tempo, non ti fa pensare, dovrb essere molto bilanciato nelle mie soluzioni». Per la cronaca, sarà il 15° Wimbledon degli ultimi 17 e l’11° Slam consecutivo vinto da uno dei Fab Three. Con tanti saluti al povero resto del mondo.

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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Rassegna stampa

Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Grilli). L’Italia in America è davvero little (Pasini). Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Crivelli). Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 14 agosto 2019

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Rusty, arrugginito, lo hanno definito i giornali anglosassoni. D’altra parte non era possibile pensare che Andy Murray, a distanza di 210 giorni dalla sua ultima gara di singolare (primo turno agli Open d’Australia, il 14 gennaio scorso, sconfitta in cinque set da Bautista Agut) potesse giocare tanto meglio di come ha fatto lunedì contro Gasquet (6-4 6-4 per il francese) a Cincinnati, dove aveva ricevuto un invito degli organizzatori (lo scozzese al momento è numero 324 della classifica). Tutti ricordiamo le sue parole dopo il ko di Melbourne a gennaio, quel suo annunciare tra le lacrime un probabile ritiro, per i persistenti problemi all’anca destra che lo perseguitano da un paio di anni. E invece, a 32 anni, il tre volte vincitore di Slam (due trionfi a Wimbledon e uno a Flushing Meadows, più due medaglie d’oro alle Olimpiadi) non si è voluto arrendere e dopo un secondo intervento chirurgico all’anca a fine gennaio ha ripreso poco per volta confidenza con il tennis tornando in campo a giugno, nel torneo di doppio del Queen’s Club, dove ha vinto in coppia con Feliciano Lopez (e ieri i due hanno battuto in primo turno Rojer e Tecau, teste di serie numero 4). Poi i doppi a Wimbledon (il misto con Serena Williams) e a Washington e la richiesta di una wild card a Cincinnati, per “testarsi in singolare”. Contro Gasquet si sono visti alcuni sprazzi del Murray che conosciamo, ma lui si è mostrato giustamente soddisfatto. «Penso di essermi comportato bene – ha detto dopo la partita – naturalmente ci sono state tante cose che avrei dovuto fare meglio, ma bisogna essere realistici. Arrivare qui è stato un percorso lungo e sapevo che non tornerà tutto magicamente come prima in una partita o in una settimana. Gasquet mi ha fatto muovere molto, cercando gli angoli, facendo smorzate, e correre non è una cosa che sappia fare molto bene in questo periodo. Nel secondo set, però, mi sembra di essere migliorato» . Murray dovrebbe scendere in campo la prossima settimana nel torneo di Winston-Salem; non giocherà invece il singolare agli US Open, avendo rinunciato alla wild card: «Speravo di potere avere un po’ di tempo in più per decidere se tornare a giocare tre set su cinque set, capire meglio come avrebbe reagito il mio fisico, e invece gli organizzatori volevano annunciare subito le wild card. Avrei dovuto dare una risposta prima di scendere in campo contro Gasquet, e non me la sono sentita. Poi, se avessi accettato ma non fossi stato in grado di giocare? Non sarebbe stato giusto» . A New York, quindi, sarà impegnato solo in doppio. […]

L’Italia in America è davvero little (Giorgio Pasini, Tuttosport)

 

L’Italia che s’è riscoperta potenza del tennis (un azzurro in Top10, sette nei primi 100, undici nei 150) a Cincinnati torna più che little, piccola. Sparisce. E subito. Nel Masters 1000 che porta agli Us Open, in poche ore si consuma tutto, perché dopo le sconfitte di una Camila Giorgi da poco rientrata in gioco, di un Marco Cecchinato ormai in caduta libera e di un Matteo Berrettini che non riparte dopo la delusione Wimbledon, pagando probabilmente la disabitudine alle partite, nella notte americana sono arrivati anche il forfeit di Fabio Fognini e il ko di Lorenzo Sonego. Il torinese però non passa inosservato. Nel match contro Nick Kyrgios, regge alla terrificante onda d’urto dello showman australiano (85% di prime palle, 95% di punti con esse, appena 8 “quindici” concessi in 11 turni di battuta) fino al 5-5 del primo set, poi incassa il primo break e va subito sotto anche nel secondo parziale. Risultato 7-5 6-4 in un’ora e 21 minuti, ma con la conferma che Sonego ha «qualcosa di speciale», come certificato da Roger Federer dopo il confronto diretto al Roland Garros. Discorso diverso per Fognini, che non ha recuperato il problema che si trascina da tempo ai tendini e che la scorsa settimana è riemerso a Montreal durante il match con Rafa Nadal, che per altro ha vinto il torneo e a sua volta rinunciato a Cincinnati. Il forfeit del ligure, probabilmente per non compromettere lo Slam newyorkese, certifica ulteriormente che il tennis di oggi, specie sul cemento, è troppo esigente e stressante per il fisico. […]

Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il mondo non è un posto molto comodo se si ha un incubo da affrontare. Davanti agli occhi il dritto lungo sulla risposta di Djokovic e il passante del serbo sulla riga dopo un suo attacco tremebondo. I due match point sprecati nella finale di Wimbledon che hanno sottratto Federer al paradiso di una leggenda senza fine per consegnarlo all’inferno dei rimpianti che ti tormentano. Il Divino è tornato in campo nella notte a Cincinnati per la prima volta da quel pomeriggio londinese da tregenda, e il contatto con le fragranze della gara gli servirà forse per cancellare definitivamente i ricordi della sconfitta più amara. Come ha confessato lui stesso, non ha toccato racchetta per dieci giorni dopo l’ultimo punto della partita maledetta, e ha subito cercato in famiglia il conforto per dimenticare. Una lunga gita sulle amate montagne di casa con il caravan: così ha cominciato a esorcizzare l’incubo del nono Championship svanito quando ormai lo teneva tra le mani. Il racconto si snoda proprio dal ritorno a casa: «Già il lunedì ho noleggiato il camper, e i miei figli erano talmente eccitati che mi hanno chiesto di dormire li quella notte. Li abbiamo accontentati, anche se è stato difficile salire la scaletta per raggiungere il mio posto letto. Il martedì mattina mi sono svegliato e mi sono ritrovato mezzo rotto: un po’ perché ho dormito piuttosto male, e un po’ perché era ancora troppo fresca la delusione di Wimbledon, ma dopo qualche ora ho avvertito che la tensione negativa se ne stava andando». A scacciarla del tutto ci ha pensato la tranquillità del comprensorio dell’Alpstein, una meta apprezzata da sempre dal Maestro, che in quelle vallate aveva già trascorso le vacanze nel 2016: «Abbiamo fatto escursioni, abbiamo preparato le grigliate: ci siamo presi del tempo per noi ed è stato fantastico». Dopo l’avventura alpestre, si è spostato a Nyon per riprendere la preparazione: «Prima solo training fisico, poi qualche ora di tennis ma senza forzare, perché volevo presentarmi fresco ai tornei americani». Ed è stato in quegli istanti, quando ha ritrovato gli attrezzi del mestiere, che i rimpianti della finale persa sono tornati a farsi brucianti: «Ti volti indietro per qualche giorno mentre provi ad allontanare la pressione di ciò che è successo. Certamente quando sono tornato ad allenarmi, sul campo ho avuto dei flashback della partita, sia dei momenti belli sia di quelli brutti, ma dopo un paio di sessioni tutto è tornato alla normalità e adesso mi sento pronto per Cincinnati e per gli Us Open». Nel mezzo, è capitato anche il 38° compleanno (1’8 agosto), un’altra occasione per farsi avvolgere dal calore degli affetti più cari: «Mirka mi ha preparato la torta, i miei figli hanno voluto spegnere le candeline insieme a me e ho passato la serata con gli amici: una festa molto tranquilla e molto gradevole». Il Masters 1000 dell’Ohio è quello che in carriera ha dato più soddisfazioni a Federer: sette successi, il primo addirittura nei 2005. «Mi piace sempre venire qui, ci sono pace e tranquillità, abbiamo già tanti altri tornei in grandi città, perciò questo è un bel modo per me di ricominciare l’estate. E poi il pubblico è meraviglioso, viene qui per apprezzare il gioco e per nient’altro. Mi ricorda un po’ Indian Wells». Il ritorno alla realtà non si sostanzierà solo nel match appena giocato contro Londero e in tutti gli altri che eventualmente verranno, ma anche in un ritrovato impegno politico: lui e Nadal, infatti, sono appena stati eletti nel consiglio Atp. Roger conferma che lui e Rafa si sono sentiti prima della scelta: «Gli ho detto che avrei accettato se ci fosse stato anche lui, credo sia il momento di ritrovare equilibrio».

Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Com’è stretto il crinale che divide la gloria dallo sconforto più nero. Se Federer ha metabolizzato a fatica i due punti che gli sono costati Wimbledon e il 21° Slam, Djokovic arriva a Cincinnati sulle ali di un trionfo che ha confermato il ritrovato status di più forte al mondo dell’ultimo anno, con quattro major su cinque vinti e la convinzione che una volta terminate le meravigliose carriere dei Fab Three, sulla questione di chi sarà stato il più grande si dovrà aprire un dibattito che sicuramente lo coinvolgerà. Anche Novak non ha più giocato una partita da quella finale, ma dopo le vacanze e la ripresa degli allenamenti ha deciso di ripresentarsi a modo suo, postando sui social una seduta di agopuntura per l’applicazione di piccole dosi di erbe medicinali cinesi: «Non sempre piacevole, ma efficace», il suo commento. Del resto il Djoker da qualche anno è particolarmente attento alle discipline orientali, anche se la scelta di Marbella per la preparazione post-Wimbledon ha rinfocolato addirittura le voci di un riavvicinamento al guru Pepe Ymaz, che gestisce la struttura dove il numero uno si è allenato e che dopo il successo londinese gli ha dedicato un lungo post di congratulazioni. In realtà i due sono sempre rimasti amici, anche se il ritorno dello storico coach Vajda era stato subordinato alla condizione che l’ex giocatore spagnolo diventato trainer motivazionale non avesse più voce nelle scelte tecniche. Vajda peraltro a Marbella non c’era, come non ci sarà a Cincinnati per stare con la famiglia. Così all’angolo di Nole siederà Goran Ivanisevic, confermato almeno fino al termine degli Us Open dopo la settimana di collaborazione a Wimbledon. Un altro supercoach dopo i grandi successi con Becker e il fallimento con Agassi, con l’ex campione eccitatissimo dalla nuova avventura: «Quando ti chiama uno come Djokovic, è una grande scommessa e soprattutto il riconoscimento del tuo lavoro. È bastata un’altra telefonata perché mi confermasse nel team». La decisione di ingaggiare un allenatore croato aveva suscitato polemiche in Serbia, dove i ricordi e le divisioni della guerra che ha sconvolto la Jugoslavia sono ancora una ferita aperta, ma Djokovic è voluto tornare una volta di più sull’argomento: «Io cerco sempre di essere aperto ed educato, so che le conseguenze del conflitto sono ancora fresche e capisco la gente che non la pensa come me. Ma se non possiamo dimenticare, possiamo sicuramente perdonare e io voglio trasmettere energie positive con il mio esempio. Considero i Croati molto cari, e chiedo che si rispettino i miei pensieri».

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Rassegna stampa

Serena e la maledizione (Crivelli). Montreal è casa Nadal (Nazione-Carlino-Giorno Sport)

La rassegna stampa di lunedì 12 agosto 2019

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Serena e la maledizione, si ritira in finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello sport)

Niente da fare: Alexis Olympia continua a non avere una coppa con cui trastullare la sua esuberanza di bambina di due anni. La maledizione di mamma, infatti, non s’arresta: da quando la piccola è nata, Serena Williams non ha più vinto un torneo, perdendo quattro finali. Dopo le due sconfitte a Wimbledon (2018 e 2019) e gli Us Open di un anno fa, stavolta l’ex numero uno rimane in campo appena 16 minuti nell’epilogo della Rogers Cup (2.530.000 €) a Toronto (quest’anno le donne giocano in Ontario) per dolori alla parte bassa del dorso, aprendo la strada al trionfo dell’eroina di casa, la teenager Bianca Andreesscu. Sotto 3-1 e già sofferente, Serena si è avvicinata all’avversaria e le ha annunciato con la voce rotta dall’emozione che la partita sarebbe finita lì: «Mi spiace, ma oggi non posso giocare. Ho provato, ma non ci riesco. Bianca, tu sei una grande persona. Ringrazio il mio team, è un anno veramente duro ma la vita e il mio tennis continuano». La Williams resta così ferma agli Australian Open 2017, l’ultimo sorriso, tra l’altro da incinta senza saperlo: poi solo delusioni, guai fisici, sprazzi di talento ma anche la pervicace volontà di non arrendersi comunque, con il miraggio del benedetto 24° Slam con cui eguaglierebbe finalmente Margaret Court. In Canada, tra l’altro, Serena aveva avuto un cammino tutto sommato agevole, con l’eccezione della semifinale contro la Bouzkova, e si era presa anche la rivincita contro la Osaka dopo lo psicodramma di New York di un anno fa.

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La conclusione poco ortodossa della finale non deve peraltro oscurare l’ascesa imperiosa della Andreescu, al terzo successo su tre finali giocate nel 2019, iniziato da numero 152 Wta e che oggi la porterà al numero 14, la migliore delle nate dal 2000 in poi. Nel torneo, la canadese di radici romene ha battuto tre top ten (Bertens, Pliskova e appunto la Williams), portando il record contro avversarie tra le prime dieci a 7-0. Numeri da predestinata.

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Montreal, è casa Nadal. Demolito Medvedev (Nazione – Carlino – Giorno Sport)

Rafa Nadal ha vinto la Rogers Cup. Un successo fulmineo per lo spagnolo, impostosi nettamente sul russo Medvedev in due set con il punteggio di 6-3 6-0. Per il maiorchino, qualificatosi senza disputare la semifinale a causa del ritiro di Monfils, si tratta della quinta affermazione in carriera nel Masters 1000 sul cemento di Montreal. Nadal non ha lasciato scampo all’avversario, numero 9 del ranking Atp, prendendo il largo sin dalle prime battute e concedendo pochissimo a un Medvedev mai in grado di impensierirlo con soli 3 game portati a casa in tutto il match. Con quest’ultimo successo, il numero 2 del mondo ha ritoccato il primato assoluto di Masters 1000 vinti portandolo a 35, due in più di Djokovic, secondo in questa classifica. (…)

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