Wimbledon, il quinto trionfo di Novak Djokovic (Scanagatta, Garofalo, Crivelli, Clerici)

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Wimbledon, il quinto trionfo di Novak Djokovic (Scanagatta, Garofalo, Crivelli, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 15 luglio 2019

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 Un terzetto irripetibile di fenomeni (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche perché il suo tennis, pur straordinario, è purtroppo meno originale. Il rovescioa due mani, il corri e tira… e anche se recupero palle incredibili con il rovescio, le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, chi lo guarda non si entusiasma, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi mancini, brutali, fenomenali di Rafa Nadal. Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi nel conto degli Slam, approfittando dei cinque anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciagli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal (…). Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. E’ quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

(…)

 

E’ un grande e sarà sempre più grande. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Roger, lacrime per Mirka e i figli: “Volevo dare loro un’altra gioia” (Antonio Garofalo, QS- Quotidiano sportivo)

È appena terminata l’incredibile battaglia di 4 ore e 56 minuti e sul Centre Court Sue Barker dice a Roger Federer appena sconfitto, quello che pensiamo tutti, ovvero che il match appena concluso è uno di quelli che non dimenticheremo mai. Federer, con un sorriso amaro, prova a sdrammati zare: «Io cercherò di dimenticarlo subito!. Ho dimostrato che a 37 non è ancora finita, ho dato tutto quello che potevo e resto ancora in piedi. Spero di riuscire ad ispirare altri ragazzi, che anche a questa età si può essere competitivi». Mirka e i quattro figli hanno assistito in tribuna a tutto il match. «Non saranno eccitati all’idea di avere in casa un altro piatto», alludendo al premio per il finalista sconfitto. Novak Djokovic è sopravvisuto a due match point sulla strada del suo quinto titolo a Wimbledon. «È una delle tre più grandi finali che ho vinto, se non la più dura. È indimenticabile, incredibile aver annullato due match point sul suo servizio ed aver vinto 13-12 al tiebreak. Ho vinto tre tiebreak? Beh, speravo di arrivare lì». Grande rispetto trai due contendenti, suggellati dall’abbraccio finale.

(…). Novak sa che questa vittoria vale tantissimo. «Queste partite danno un senso ad ogni minuto speso sul campo. Contro Nadal magari ho avuto battaglie più dure fisicamente, ma questa da un punto di vista mentale è stata incredibile». E rende omaggio ai suoi due grandissimi rivali. «Roger e Rafa sono il motivo per il quale gioco ancora, provo a fare quello che hanno fatto loro. Non so se ci riuscirò, ma è il mio obiettivo». Federer è deluso ma non abbattuto. «Non si può rimanere depressi dopo un match così, bisogna avere la mentalità di andare avanti ed essere contenti del proprio livello. Io lo sono. Un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due match-point. Non so se perdere in modo netto faccia meno male. Ma cerco di vedere i lati positivi, ero sotto un break e l’ho rimontata, è stata dura avere quelle possibilità e sprecarle, certo. Ma Novak è un grande campione e ogni vittoria aumenta la sua grandezza». La partita di oggi a molti ha ricordato un altro epico match perso da Federer qui, la finale del 2008 con Nadal. «Questa è stata una partita più regolare forse, senza interruzioni, senza il buio alla fine. La similitudine con quella partita, direi che è la delusione che sento». Roger è comunque soddisfatto del suo percorso stagionale: «Penso che giocare sulla terra mi abbia fatto bene, ho giocato match duri che mi hanno dato un buon ritmo. Salterò Montreal per preparare al meglio gli Us Open». Le leggende guardano sempre avanti.

La finale infinita è di Djokovic (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Quattro ore e 56 minuti avvitato alla mia seggiolina senza poter fare nemmeno pipì per la finale forse più incredibile cui abbia mai assistito, anche se era la n.46. L’ha vinta Novak Djokovic, «Serbinator», ed è la quinta per lui, dopo essere stato avanti per 4-2 nel quinto set ma dopo aver annullato anche due matchpoint consecutivi a Roger Federer che serviva sull’8-7 40-15. Per Federer è la ventiduesima partita che perde dopo aver avuto i matchpoint a favore. Forse anche al più forte tennista di tutti i tempi ogni tanto può venire il braccino. Non ha messo la prima nel primo matchpoint e ha sbagliato un dritto abbastanza comodo. Sul secondo matchpoint ha messo la prima, ma ha attaccato maluccio ed è stato passato da un cross di dritto di Djokovic. Rimpiangerà entrambi chissà per quanto. «E’ un match che non dimenticheremo mai» gli diceva sul campo Sue Barker e lui: «Io invece cercherò di dimenticarlo!». Il punteggio favorevole al serbo dice quanto sia stata incredibile questa partita. Di sicuro unica: 76(5), 16, 76(4), 46, 13-12(3).

(…)

Certo è che Djokovic ha vinto tre tiebreak su tre, quindi i punti più importanti, quelli che contano il doppio. I punti (218 a 204, 14 in più per lo sconfitto!), gli ace (25) e i break (7) per lo svizzero venivano salutati da veri e propri boati, i doppi falli di Djokovic (9) anche da qualche applauso. Erano in campo 35 Slam, 570 settimane da n.1, 12 Wimbledon e si sono visti tutti. Se avesse vinto Roger ci sarebbe stato un gap di 3 Slam fra lui, Rafa e Nole. Ma ha vinto invece Novak e ora il gap è solo 2: 20 Slam per Roger, 18 per Rafa, 16 per Novak. Federer non era mai riuscito a battere in uno Slam Nadal e Djokovic in successione — gli era stato possibile soltanto in un Masters nel 2010, ma nei Masters non si gioca al meglio dei cinque set — ma mai c’era stato vicino come ieri, anche se già due volte con Djokovic in due anni in successione, all’US Open 2010 e 2011, aveva avuto due matchpoint al quinto set e aveva finito per perdere.

(…). Anche questa è stata una partita incredibile, di spaventosa intensità, con scambi pazzeschi. Federer giocava molti più rovesci incrociati e tagliati che contro Nadal perché al mancino spagnolo sarebbero finiti sul dritto. Era meglio quindi giocare rovesci coperti. Quella era stata la chiave della vittoria. Invece per Djokovic e il suo rovescio bimane… tirar su rasoiate che non si alzavano dall’erba era tutt’altro che semplice.

(…). Il secondo set di Djokovic (1-6, appena 11 punti contro i 26 di Federer), ad esempio, è stato decisamente brutto, quasi che avesse avuto necessità di rilassarsi dopo il primo vinto al tiebreak. Novak, in quel set dominato dai servizi aveva annullato nel quarto game l’unica palla break. E quel tiebreak era andato avanti a piccole serie: 3-1 Djokovic, 5-3 Federer con 2 minibreak, 7-5 Djokovic. Insomma Federer che avrebbe teoricamente potuto vincere tre set a zero perché sul 5-4 del terzo si era procurato un setpoint con una straordinaria, fenomenale demivolee — ma Djokovic si è salvato servendogli un missile al corpo — si è trovato sotto due set a uno dopo un tiebreak dominato da Novak, 3-0, 5-1, 6-4,7-4. Eppure la prima pallabreak di Djokovic per strappare la battuta a Federer è arrivata soltanto nel quarto set, peraltro quando lo svizzero era già avanti di un doppio break, sul 5-2. Il break è arrivato dopo altri scambi da fenomeni, ma Roger si sarebbe poi trovato ugualmente al quinto set. Sembrava però spacciato sul 2-4 e invece già nel game successivo recuperava. Poi entrambi tenevano i servizi abbastanza agevolmente — Djokovic non era in gran giornata alla risposta — fino al 7 pari quando uno spettacolare passanti di dritto di Roger gli procurava il brak dell’8-7 che pareva poter chiudere la partita. Quindi i due matchpoint annullati già descritti. Per Djokovic una vittoria ancora più sofferta di quella con Nadal nell’Australian Open 2012, sebbene quella fosse durata 5h e 53 minuti, quasi un’ora di più. Ma lui non muore davvero mai. E a Federer non gli basta annullare un matchpoint a match. Preferisce farlo due volte.

Djokovic-Federer, uno show di cinque ore. Nole, brividi e gioia, salva due matchpoint poi il quinto trionfo (Riccardo Crivelli, La Gazztta dello Sport)

Contro il mondo. Contro i numeri. Contro un rivale gigantesco, il sovrano di questo meraviglioso giardino che è Wimbledon, più ancora del vero erede al trono, il Principe William, che impettito ed elegante non si perde uno scambio dal suo scranno al Royal Box, abbagliato come tutti dal luccichio di una disfida consegnatasi seduta stante alla leggenda. L’enorme cuore di Djokovic si prende il Centrale alle 19 e 7 minuti di una serata indimenticabile, dopo 4 ore e 57′ di duello rusticano contro Federer, l’avversario più rispettato ma anche meno amato, respinto sulla soglia del nono trionfo, con due match point non sfruttati.

(…) è anche una degli scontri frontali più intensi mai visti sull’erba sacra di Church Road e che regala ai 15.000 estasiati possessori del biglietto il primo tie break con la nuova regola, su112-12 del quinto.

(…). Qui, aveva già battuto Roger in due finali, nel 2014 e nel 2015, ma questa porta con sé la magia di una rivoluzione compiuta, il sacco a casa del nemico più temuto e dopo aver guardato in faccia l’abisso. L’ace con cui Roger inaugurerà la partita è subito salutato dagli osanna, perché il Divino aveva cominciato allo stesso modo contro Rafa in semifinale e la scaramanzia ha sempre il suo peso. Ma non serve la cabala per profetizzare che l’otto volte campione non ha smarrito le energie nell’impresa di venerdì, perché il servizio è sostanzialmente intoccabile e da fondo tiene botta, alternando il rovescio slice a soluzione coperte, reggendo sul pericoloso per lui incrocio di sinistra. Federer è più propositivo, ma Nole fa partita pari con la battuta e l’attenzione, fino all’inevitabile tie break che il numero tre del mondo si fa scivolare via con tre gratuiti banali dal 5-3 per lui.

(…) Dopo un’ora e 23′ è un set pari, ma torna subito l’equilibrio in una cornice di qualità elevatissima. Roger nel decimo game del terzo parziale si procura con una deliziosa demivolée la palla per il set, Nole la annulla con il servizio. È ancora tie break, è ancora il Maestro che si mette dietro la lavagna con troppi errori non forzati: e così si ritrova sotto due set a uno senza aver mai concesso palle break e con le occasioni evaporate con cui poteva addirittura aver già chiuso una partita che diventerà leggenda. Ma a questo punto finisce lo spettacolo e comincia l’epica. Federer non dimostra di avere quasi 38 anni: anziché cedere sale di nuovo e domina il quarto set, ottenendo perle anche dal rovescio lungolinea. Quando nel quinto cede il servizio per il 4-2 Djokovic, sembra finita. Invece immediato controbreak e un match che a ogni punto si fa leggenda. Ancora break di Roger per l’8-7 con un passante di dritto, e nel game successivo ecco i due match point: svaniscono con un dritto largo su una robusta risposta di Nole e poi sul passante del numero uno su un attacco morbido. Terzo tie break, la conclusione più degna: il Divino si umanizza, non mette le prime che servono, mentre l’altro giganteggia. Un dritto steccato manda Djokovic in paradiso, un grandissimo Federer non finisce certo qui ma perde un match in cui ha ottenuto 94 vincenti a 54 e 14 punti in più, 218 a 204: è la 22a volta che viene sconfitto con match point a favore, la terza dal Djoker negli Slam. Nessuno è perfetto, mentre Novak, più incisivo nei momenti cruciali e dunque più meritevole, non esulta neppure, come al solito mangia l’erba, poi si batte i pugni sul petto lanciando sguardi di brace alla gente delusa. Non sarà mai nei loro cuori come lo sconfitto. Ma che campione immenso.

Che stupidaggine questo tie-break. Il risultato giusto era un pareggio (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sapete tutti o quasi, che ha vinto Nole Djokovic in 4 ore e 57 minuti, realizzando così il record della finale più lunga a Wimbledon. Mentre gran parte del pubblico sperava tuttavia che vincesse Roger Federer, e si giocavano le ultime palle di quel tie-break immaginato da un incompetente, ho pensato al film che verrà inevitabilmente girato da un produttore tifoso. Non potrà non presenziare la Regina, che era in realtà venuta in tribuna solo per assistere al match della sua suddita Virginia Wade, e, ad un certo punto, Elisabetta entrerà in campo, prima del tie-break finale, per impossessarsi della mano di Federer, e alzarla.

(…) La Regina, in circostanze estreme, può continuare a comportarsi come facevano le vere Regine, può scegliere il vincitore. II tie-break del quale avrebbe vergogna l’inventore americano Jimmy Van Alen è stato in realtà la vicenda più deludente (…). Non capisco ancora come abbia fatto un divino tennista di quasi 38 anni a raggiungerlo, e forse un’analisi di ben più dei dieci minuti che mi restano non servirà a spiegarmelo. Dall’uno pari raggiunto con una riga Federer è andato a 1 a 4, ma ancora una volta ha continuato a battersi come in una sorta di palleggio agonistico, senza far emergere il dramma della partita. E risalito a 3-4,

(…) sul 6-3, ha finito di sommergerlo con un long line di rovescio vincente.

(…). Devo dire che il confronto dei rispettivi rovesci, sui quali contavo perché Djokovic vincesse la partita, non si è verificato, perché anche con il suo colpo meno autorevole, il fenomeno svizzero è riuscito ad opporsi in modo entusiasmante al colpo bimane dell’avversario. E devo anche dire che mai Roger è parso di tanti anni superiore al suo avversario. È stato un match di fronte al quale uno spettatore neutrale e poco esperto del gioco avrebbe suggerito un pareggio, e che mi viene in mente di proporre al produttore del film se gli verrà impedito di servirsi della Regina. Certo, ho sempre pensato al tennis come a un gioco nel quale non fosse mai contemplato, non fosse mai possibile il pareggio. Ma in questa occasione, io che non so fare tifo, mi son visto in dubbio più di una volta. Un bel 12 pari al quinto. Non lo avrebbero meritato entrambi?

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Fognini sceicco d’Arabia e i nuovi sogni azzurri (Crivelli). Serena Williams e Alexis Ohanian, storia di una coppia straordinaria (Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 13 dicembre 2019

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Fognini sceicco d’Arabia e i nuovi sogni azzurri (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nella foto di gruppo, lasciata ai posteri a mo’ di Atp Finals, l’unico a disagio nel dishdasha, l’abito tradizionale, è lo spilungone Isner, perché coprire di stoffa i suoi due metri e otto rimane impresa ardua. Per il resto, gli otto protagonisti della Diriyah Cup stanno scrivendo a loro modo una pagina di storia, perché mai una partita di tennis, anche se è un’esibizione, è stata ospitata dall’Arabia. Insieme a Isner, in campo ci sono Medvedev, Monfils, Fognini, Goffin, Wawrinka, Pouille e Struff. I sauditi e l’antica capitale Diriyah scelgono lo sport per proiettare verso il futuro l’immagine di un paese che vuole aprirsi al mondo provando a cancellare un passato anche recentissimo di pesanti violazioni dei diritti umani, tanto che Federer ha rinunciato al viaggio già un anno fa e Tiger Woods ha detto no al torneo Pga di golf che si disputerà a febbraio. Gli sforzi di normalità vanno a braccetto con un montepremi di lusso (2.700.000 euro), un’ospitalità sentita e un’organizzazione comunque di alto livello. Per i giocatori l’occasione di riprendere un blando contatto con il clima partita nella fase più delicata della stagione. quella dei preziosi allenamenti invernali. Dopo l’Arabia. Fabio (che ha ufficializzato Barazzutti come coach) tornerà a Barcellona a rifinire la preparazione. prima del debutto ufficiale nel 2020 con la Atp Cup. Il programma subirà la più dolce delle modifiche quando Flavia Pennetta partorirà la secondogenita della coppia. In ogni caso, fino ad aprile, il numero 12 del mondo ha pochissimi punti da difendere e quindi può serenamente pianificare un altro assalto alla top ten. Chi nei dieci sta molto comodo (e felice) è Matteo Berrettini. ottavo giocatore del mondo dopo un’irresistibile ascesa (un anno fa di questi tempi era ancora fuori dai 50). Passate le vacanze a Miami con la compagna Tomljanovic, che in Florida si allena, Berretto ha ripreso la preparazione a Montecarlo sotto la guida attenta di coach Santopadre, consapevole che questo mese sarà fondamentale per immagazzinare la benzina idonea a rendere meno faticoso un calendario che giustamente dovrà essere ambizioso. Matteo partirà per l’Australia il 28 dicembre, giocherà pure lui l’Atp Cup e dopo gli Australian Open batterà la terra e il cemento sudamericani. In Australia trascorrerà l’inizio del 2020 anche Jannik Sinner. Il vincitore delle Next Gen seguirà Piatti a Brisbane, dove il coach sarà all’angolo della Sharapova nel torneo femminile: «Jannik giocherà gli Australian Open per la prima volta e voglio che si ambienti bene». […]

Serena Williams e Alexis Ohanian, storia di una coppia straordinaria (Gaia Piccardi, Corriere della Sera – 7)

 

Sei uova. Mezzo litro di latte rigorosamente di mandorla. Farina senza glutine per accontentare Serena. Lamponi per far felice Olympia. Mescolare tutto in una terrina. Con amore quanto basta. Possibilmente, in abbondanza. «Cascasse il mondo, il rito della colazione della domenica è un piacere a cui non rinuncio. Cucino io i pancakes per le mie donne. Telefonini spenti, televisione silenziosa, solo parole. Per far funzionare un matrimonio non servono gesti eclatanti. Noi non siamo diversi dagli altri. Il segreto sta nei dettagli». Detto da Alexis Ohanian, il marito che per soddisfare una voglia di spaghetti alle vongole della moglie incinta la portò con un volo privato a Venezia e che per darle il bentornato al tennis dopo la maternità fece tappezzare gli ultimi 30 chilometri dell’Interstate 10 per Palms Springs (California) di cartelloni pubblicitari (“Serena Williams GMOAT’, dove l’acronimo sta per Greatest mum of all time, Serena Williams la più grande mamma di tutti i tempi), si fa fatica a crederlo. Il 16 novembre 2017 ha sposato a New Orleans la ragazza più ingombrante d’America, una personalità strabordante. Eppure, grazie alla fondamentale collaborazione di Serena, Alexis porta avanti una relazione globetrotter e impegnativa. In realtà basterebbe osservare l’espressione con cui lui la guarda mentre gioca, per rendersi conto che gli Ohanians – la coppia all’apparenza più paritaria ed equilibrata nel variegato universo delle celebrities – sono veri, di carne, ossa e ventricoli palpitanti. Tutto era cominciato sulla terrazza dell’Hotel Cavalieri, nella bellezza verde e panoramica di Monte Mario, proprio sopra i campi del Foro Italico. Maggio 2015. Serena è la stella degli Internazionali d’Italia, Alexis lo speaker di una conferenza nella Capitale. Lei si sveglia tardi, di malumore; la sala colazioni è già chiusa, per un caffè la indirizzano al bar in terrazza. Lui è seduto là fuori, gli occhi pesti di sonno dopo il volo intercontinentale puntati sul computer. «Io fossi in te lascerei quel tavolo: lì sotto c’è un topo», scherza Serena. «Baby non mi impressioni, sono di Brooklyn: tra i topi, ci sono cresciuto», ribatte Alexis. Il primo settembre 2017, non senza complicazioni, nasce Alexis Olympia Ohanian junior. «Assistere mia moglie che è stata molto male per dare la vita a nostra figlia, mi ha cambiato la prospettiva sull’esistenza». ll punto di vista sulle cose di Serena lo conosciamo. È interessante, invece, partire alla scoperta di quello di Alexis, che ha appena lanciato una battaglia: far diventare il congedo di paternità un diritto garantito dalla legge. «Mettermi in aspettativa quando è nata Olympia, per me, è stato facile», racconta. «Sono il capo di me stesso. Ma tutti i padri dovrebbero poterne usufruire: fa bene al bambino, alla coppia e, in ultima analisi, al lavoro. Perché quando torni in ufficio sei una persona più appagata, felice e soddisfatta». Esserci, con qualità: ecco il tesoro che Alexis ha portato nella relazione con Serena. Prima regola: «Mai più di una settimana lontani, se è possibile. Quando sei sposato con la più grande tennista di tutti i tempi, la logistica può rivelarsi complicata». Il modello parentale è l’architrave di qualsiasi relazione. «Tutto il merito di quello che so in fatto di rapporti interpersonali, è di mio padre Chris e mia madre Anke», racconta. «Lui armeno, lei tedesca dell’Est. Mia madre seguì negli Stati Uniti mio padre da clandestina, lavorando come ragazza alla pari mentre aspettava il visto. Le nozze la misero in regola con la legge. La vita, quando ero piccolo, non è sempre stata facile. Magari mancava un pasto caldo in tavola ma i miei c’erano sempre. Di sostegno l’uno all’altra e a loro figlio. Presenti nonostante i sacrifici. […] Io e Serena non passiamo la giornata a contare i trofei sulle mensole però sappiamo quanto lavoro e dedizione servono per riuscire nella vita e questa conoscenza condivisa è un valore aggiunto sulla nostra tavola. Parliamo tanto, ci facciamo domande a vicenda: cosa desideri raggiungere? Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? Siamo lontani dalla perfezione, ma concordiamo su un punto: al di là delle legittime ambizioni personali, ci stiamo impegnando a crescere una figlia forte e autodeterminata». […]

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Perde 6-0 6-0 senza fare punti. Ma c’è l’ombra delle scommesse (Lombardo)

La rassegna stampa di mercoledì 11 dicembre 2019

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Perde 6-0 6-0 senza fare punti. Ma c’è l’ombra delle scommesse (Marco Lombardo, Il Giornale)

Lo chiamano Golden Match, ma in questo caso l’unico oro in palio se lo è intascato chissà chi. Il sospetto è questo, quasi una certezza dopo aver visto le immagini del torneo ITF M15 Qatar, in un periodo dell’anno in cui le uniche presenze nel circuito mondiale sono figlie di un tennis minore. L’incontro tra il thailandese Krittin Koaykul e l’ucraino Artem Bahmet è finito 6-0, 6-0 in appena 22 minuti. E la cosa grottesca non è che il secondo non sia riuscito a mettere insieme neanche un punto, ma è come l’ha fatto. Vedere (su internet) per credere. Dunque: alla fine il match è durato quarantotto punti di fila messi a segno da uno che viaggia al numero 1367 della classifica mondiale, ma il problema è che l’altro non si sapeva bene chi fosse. Avete presente i famosi giocatori da circolo? Ecco: molto peggio. Di Bahmet non esiste nessuna traccia negli albi dei tennisti, e visto come gioca non c’è da dubitarne. La domanda però è perché fosse lì. E la risposta sembra facile facile. L’ucraino – a quanto risulta al sito spagnolo Abc – sarebbe in realtà un manager, anche un questo caso non si sa di chi. Di certo c’è che nel tabellone di questo malandato torneo ci fossero ancora dei vuoti, e dunque l’organizzazione ha deciso di mettere in azione i buttadentro: chi arriva primo si iscrive. Bahmet l’ha fatto, e a suo modo è entrato nella storia del tennis. Peccato però che questa favola dello sport al contrario abbia un retrogusto un po’ strano: ci si può ridere, fino a quando non viene il sospetto che dietro a tale assurdità ci sia la mano della criminalità. Sempre ben presente sugli spalti dove nessuno ci può fare caso. E quindi: la prima partita ufficiale di Artem Bahmet finisce un po’ così, per scommessa. E il seguito potrebbe essere ancora peggio.

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Sonego: “La top 20 è il mio obiettivo” (Capello)

La rassegna stampa di martedì 10 dicembre 2019

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Sonego: “La top 20 è il mio obiettivo” (Enrico Capello, Tuttosport)

Fa bei sogni, Lorenzo Sonego. Ieri il tennista torinese, classe 1995, numero 52 del ranking mondiale, è stato premiato a Torino dall’Ussi (Unione Stampa Sportiva Italiana) Subalpina, presieduta da Federico Calcagno, come atleta piemontese dell’anno. «Un voto alla mia stagione? Otto – spiega – Non avrei mai creduto di entrare nei 50 al mondo così velocemente (è il n. 46), di vincere un torneo sull’erba ad Antalya, di raggiungere i quarti in un Masters 1000 a Montecarlo e di sfidare il mio idolo, Roger Federer, al Roland Garros. Per il 2020, punto a entrare nei primi 20. Devo lavorare sul rovescio e sulla risposta e fare tanta esperienza ad alto livello contro i più forti per imparare a gestire le situazioni dei match e a crearmi una mia identità di gioco». Sonego, che inizierà l’anno con i tornei di Doha e Auckland, ha tre grandi obiettivi sul medio periodo. «Sono ambizioso. Vorrei giocare almeno un’edizione delle ATP Finals a Torino e provare a vincere gli Internazionali d’Italia, perché anche se servizio e dritto mi aiutano sul veloce la mia superficie resta la terra, e la Coppa Davis. Con Berrettini, Fognini e Cecchinato siamo una nazionale forte e completa, solo la Spagna, secondo me, oggi ci è superiore. L’anno prossimo spero sia quello buono per l’insalatiera anche se questa formula concentrata in una settimana non mi piace. Non c’è pubblico e i ritmi forsennati danneggiano noi atleti e lo spettacolo. Qualcosa andrà cambiato» […]

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