Vajda, l'ombra vincente di Nole (Crivelli). Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Clerici). Paolo Bertolucci: "Mi hanno insultato dopo la telecronaca" (Rossi). Vince ma non piace (Azzolini)

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Crivelli). Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Clerici). Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Rossi). Vince ma non piace (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 16 luglio 2019

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

AIla fine, si torna sempre lì. Alla madre di tutte le partite. Anzi, di tutte le sconfitte. Quarti di finale del Roland Garros 2018, Djokovic perde in quattro set da Marco Cecchinato, numero 72 del mondo e sostanzialmente uno sconosciuto a quei livelli. Una delle più incredibili sorprese di sempre. Distrutto, a fine match un Novak spettrale sembra quanto di più lontano possa esserci da un giocatore di tennis che voglia continuare a faticare in campo. Coach Vajda, ricordando quella giornata, dirà: «È stata davvero dura, la sconfitta peggiore, perché non sapevo se avrebbe sopportato ancora di perdere, come ormai gli accadeva troppe volte». Appena 13 mesi dopo Nole non solo è tornato numero uno del mondo (allora era 22), ma ha vinto quattro Slam su cinque, l’ultimo domenica a Wimbledon al culmine di una delle partite più belle della storia che ha sublimato, una volta di più, la sua forza mentale contro un rivale pazzesco come Federer. Siamo di fronte a una delle più incredibili resurrezioni agonistiche di sempre, dopo un percorso tormentato, travagliato, a volte cervellotico ma che alla fine è approdato, per tornare al successo, alle vecchie, solide certezze di un tempo. Lo spartiacque, ancora una volta, è il Roland Garros, ma del 2016, quando Djokovic finalmente si toglie dalle spalle la scimmia dell’unico Slam che gli manca battendo Murray in finale. Dopo cinque anni intensissimi, la rincorsa si è conclusa e la testa perfetta di Robonole si prende una pausa: il tennis con i suoi sacrifici non è più il primo pensiero, ci sono questioni familiari da risolvere e una vita fuori dai campi da scoprire. Il Djoker si affida allora al guru spagnolo Pepe Imaz, ex giocatore che ha un approccio spirituale all’agonismo, pace e amore applicati alle racchette. A fine 2016, e non può essere altrimenti, se ne va Becker, che era con lui dal 2013 e con cui aveva conquistato sei titoli dello Slam, e tre mesi dopo Novak si separa anche da Vajda, dal 2006 fidato consigliere non solo tecnico, il coach che da teenager lo ha fatto diventare uomo. Così, chiama Agassi, che non ha alcuna esperienza da allenatore ma come lui è passato in carriera attraverso la nausea per il suo sport. Un’esperienza sostanzialmente fallimentare, anche perché il serbo nel frattempo decide di operarsi al gomito destro sofferente da tempo e si ferma sette mesi. E quando rientra, un po’ in anticipo sui tempi di recupero consigliati dai medici, si imbatte in due sconfitte pesantissime a Indian Wells e Miami. Nole è l’ombra del campione che fu. Per uscirne, non può che tornare all’antico: a fine marzo 2018 richiama Vajda e ricostruisce tutto lo staff dei grandi successi. Il crollo con Cecchinato, che aveva fatto temere il peggio per il prosieguo della carriera del serbo, sarà l’abisso da cui risalire: «La condizione che avevo posto — rivelerà poi il coach slovacco — era che nel team non ci fosse più Imaz, non volevamo trattare il tennis come una filosofia e non volevamo che Nole fosse influenzato da persone che conoscono il gioco ma non capiscono la psiche di un atleta di alto livello». Malgrado un relazione decennale, ripartire non è stato semplice: «Aveva molti dubbi. Giustamente continuava a considerarsi un campione, è stato difficile lavorare senza guardare il passato e senza pensare al futuro. Gli ho suggerito soltanto di riprendere le sue abitudini. Serviva tanta fiducia reciproca, soprattutto per superare i momenti duri». La finale del Queen’s persa con Cilic è una ripartenza, ma è Wimbledon 2018, in particolare la spettacolare semifinale contro Nadal, che segna definitivamente la rinascita: «La partita della svolta – riconosce Vajda – e un match incredibile. Dopo aver vinto, Novak non ha più avuto la paura della sconfitta». E i tempi del guru sono finiti nell’oblio: «Ora si lavora come un team – sono sempre le parole del coach – e il team di adesso è quello che mi piace di più» […] Nella finale di domenica, nei tre tie break, Federer ha commesso 11 errori gratuiti, Djokovic nessuno. Perché giocare bene conta, ma giocare bene i punti importanti è il marchio dell’immortalità.

Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Gianni Clerici, Repubblica)

 

L’hanno vista tutti […] L’ha vista anche il mio farmacista Carlo forse perché era domenica e non aveva da dispensare consigli ai suoi clienti, come i farmacisti di una volta che scomparivano dal banco per riapparirvi con la scatolina adatta a ogni richiesta. Chissà se la medicina non avrebbe potuto essere utile a Roger Federer, del quale mi si chiede perché abbia perso, mentre io non sono professionalmente in grado di rispondere, anche perché non son riuscito a trovare al telefono un mio ex-allievo che mi ha largamente superato, il coach Riccardo Piatti. Un paio di amici, sorpresi quanto me sulle statistiche che vedete, nettamente favorevoli a Federer, non si capacitano del risultato, apparentemente inspiegabile. Uno che vince nel 90% dei settori, non può alla fine ritrovarsi battuto, commentano. Il quesito è stato forse risolto da un amico che concede, insieme, visite psicologiche e lezioni di tennis, e al quale ho promesso di non rivelare il nome. Lo citerò dunque soltanto quale Gianluca. Quel che potrà tentar di rendere logica la sconfitta di Federer è un dato molto ben nascosto tra suoi, i dati positivi e altrimenti incomprensibili. Si tratta dei punteggi dei tre tie-break vinti da Djokovic. In quelle tre circostanze Nole ha concluso per 7 punti a 5, 7 punti a 4, 7 punti a 3, in decrescendo. Questo significa che, giunti al crepaccio gelato del tie-break bisogna rischiare meno, essere più regolari, più attenti, meno immaginifici, più solidi? Non so spiegarlo io stesso, soltanto i tre risultati dei tre giochi decisivi parlano da soli, forse dovrei scrivere punteggi. Non fosse esistito il tie-break […] come sarebbe finito il match? Ci sarebbero bastate le statistiche dei 52 errori gratuiti di Nole, e dei 62 di Federer? O non avremmo creduto un grossolano sbaglio statistico i 94 punti vincenti di Federer contro i 54 di Djokovic? Sarebbe stato possibile un simile articoletto senza l’intelligente attenzione di Gianluca? Credo di no, e ricordo che sembrerebbe meglio la regolarità della creatività. La saggezza dell’emotività. Ma se avesse vinto Federer?

Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Paolo Rossi, Repubblica)

Paolo Bertolucci non ci ha dormito la notte. Eppure qualche momento intenso nel tennis l’ha vissuto anche lui, che 43 anni fa vinse la Davis. Però la finale di Wimbledon fra Djokovic e Federer, che ha commentato per Sky (7,43% di share nel tie-break del quinto), lo ha toccato. «Mi sembra come se avessi giocato anch’io, dallo stress». Ma è stata davvero la partita più bella di sempre? «Sì. No. Boh. Ma come fai a dirlo? Era più bella Borg-McEnroe? Federer-Nadal del 2008? Ivanisevic-Rafter? È questione di variabili: se hai 60 anni, ne preferisci una. Se ne hai 20, un’altra. Spesso le partite memorabili le abbiniamo a un momento particolare della nostra vita. Quella di domenica è stata fantastica, entra nel novero di quelle indimenticabili. Poi è inutile interrogarsi su quella che sia universalmente “La Partita”». Risultato giusto? «Ha prevalso la tecnica di Djokovic unita alla sua grande caparbietà: la forza di volontà nel momento in cui sembrava finita. Questo ha fatto la differenza in un match così equilibrato» […] La sua telecronaca ha diviso gli spettatori, l’hanno accusata di essere un Federeriano. E sui social l’hanno insultata. «L’udito va dove lo porta il tifo. Ma non parlerei di spettatori, sono tifosi da tastiera. E odiatori: c’è gente che deve aver memorizzato da qualche parte l’incipit ‘figlio di puttana’. Un conto è dire che le mie telecronache sono faziose, e un conto è l’insulto». Contromisure? «Li blocco. Io commento il tennis perché mi piace, perché è uno sport di intenditori e di persone educate. Ovvio che se esci dalla nicchia poi il rischio è quello, e poi non puoi piacere/accontentare tutti. Me ne hanno dette di tutti i colori anche dopo Federer-Nadal, eppure Benito Barbadillo – portavoce di Rafa – mi ha scritto ringraziandomi […]

Vince ma non piace (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Creano turbamenti, le sconfitte di Federer. È cosi da sempre, e oggi di più. Nel sentimento comune l’immagine del Più Grande sconfitto si accompagna a quella di una carriera ormai alle ultime battute, e le percezioni che ne derivano sono insopportabili per la gran parte degli appassionati. E sono milioni in tutto il mondo […] L’indomani di una sconfitta così dura da accettare è sempre il più difficile. Domenica sera Federer, un po’ intontito, ne ha preso atto. Ieri è stato probabilmente il giorno in cui la recuperata lucidità gli ha consentito di darsi, in cuor suo, del fesso. La gran parte dei commentatori ha tentato di spiegare che cosa avrebbe o non avrebbe dovuto fare, senza avvedersi del fatto che così facendo finiscono per fargli un torto. Ovvio, le spiegazioni, anche quelle tecniche, servono sempre, e ancora di più serviranno un domani, quando questa stirpe di tennisti iscritta al Club dei Favolosi (i Fab Four, un tempo; oggi Fab Three; e in qualche breve ma lieta occasione anche i Big Five, con le aggiunte a turno di Wawrinka e Del Potro) sarà andata in pensione, e al suo posto ci sarà spazio per i più giovani, tutti aitanti e fortissimi nel fisico, ma tutti fatti con lo stampo. Allora, nel gioco a specchio che vedremo, magari ammirati dall’efficienza di quelle perfette macchine da guerra, sarà utile prendere atto di un colpo che poteva essere fatto, e di un altro che sarebbe stato meglio evitare. Ma con Federer, Nadal e Djokovic, è quasi una perdita di tempo. Essi rappresentano, più che il gioco del tennis, il gioco della vita. Ognuno di essi è il perfetto fenotipo del suo modo di essere, e per estensione del modo di essere di molti tra noi. Il tennis di Federer non potrebbe mai tralasciare una dose di rischio, perché ama completarsi nella bellezza, ed è uno scopo alto, così come è alto il prezzo da pagare. Quello di Nadal è il tennis di chi ama assaltare i problemi, ed è fatto di scontri fisici e mentali. Quello di Djokovic, infine, è il tennis di chi sa tesaurizzare, e sa che in ogni conquista vi deve essere una quota sua e una offerta invece dagli altri. Il più sparagnino? Come vi pare, ma che straordinaria dote quella di essere sempre pronto ad approfittarne. È difficile nella vita reale, ma se la riportate al tennis, alla velocità con cui viaggiano i colpi, alle dimensioni ristrette del campo, date retta, è quasi un miracolo la sua capacità di colpire sempre al momento giusto, di prendere campo quando l’avversario gliene offre appena un centimetro. Domenica, a tradire Federer è stata l’emozione. Non è la prima volta che gli capita… Sono 22 in carriera i match dispersi con almeno un match point a favore. Ma quando si giunge alla palla che vale il match, significa che tutto ciò che si doveva fare per vincere è stato fatto. Tranne quell’ultimo piccolo segmento da aggiungere al resto. Appropriarsene, come ha fatto Djokovic, dà la misura della sua qualità. Resta il confronto fra i tre. Nei giorni scorsi, per divertimento, si è scritto di Goat e biGoat, indicando due “greatest of all time”, Federer e Nadal. E la scelta del pubblico, badate, non la nostra. Lassù ci sono quei due, non ancora Djokovic, che piace un po’ meno. Potrebbe cambiare tutto se Nole superasse entrambi nel conto delle vittorie Slam? Difficile, proprio perché nel gioco della vita, la sua scelta è quella che ottiene minori consensi. Ma certo si riaprirebbero infinite discussioni […]

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 26 gennaio 2020

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Da bad boy a eroe in quattro ore e 26 minuti. Tanto è durato il braccio di ferro, di colpi e di nervi, tra Nick Kyrgios e Karen Khachanov, cinque set con il super tiebreak finale ad aumentare la suspence. Alla fine la spunta Nick, davanti al pubblico australiano che aspetta un vincitore dal 1976 con Edmonson e un finalista dal 2005 con Hewitt, anche ieri nel box del talento pazzoide come capitano di Davis. Nick parte lanciato, accumula un vantaggio di 2 set a 0, spreca match point sia nel terzo che nel quarto, e alla fine chiude al tie break del quinto, crollando a terra sfinito, di gioia e di paura dopo la vittoria 6-2, 7-6 (7/5), 6-7 (6/8), 6-7 (7/9), 7-6 (10/8). Il match più lungo della sua carriera, e forse quello più importante per il ragazzaccio dal cuore d’oro, che ha lanciato la sottoscrizione per le vittime degli incendi, ma è ancora in «libertà vigilata» dopo le intemperanze estive contro gli arbitri. Dovrà trattenersi anche domani, quando avrà di fronte il suo nemico numero 1, Rafa Nadal. Ogni volta che i due si incrociano sono sempre scintille. Fin dalla prima, quando il ragazzo di Canberra ha battuto il mancino di Maiorca agli ottavi di Wimbledon 2014. Una delle sconfitte più dolorose subite da Nadal. Che con l’australiano, ora 24enne, ha perso tre volte. L’ultima a febbraio del 2019, quando Nick ha dato il meglio di sé facendo impazzire l’avversario tra medical time out tattici e servizi «da sotto». Pochi mesi dopo, al secondo turno di Wimbledon, l’australiano ha anche cercato di perforare lo spagnolo tirandogli addosso un violentissimo passante di dritto. I riflessi hanno salvato Rafa da una bella botta, per la quale il bad boy non solo non si è scusato, ma addirittura ha messo il carico: «Perché avrei dovuto scusarmi? Con tutti gli Slam che ha vinto, e i milioni che ha guadagnato, non può prendersi una pallata nel petto?». Allora la reazione di Rafa è stata come sempre di grande fair play: «Non penso lo faccia per provocarmi. Ma certi colpi possono essere pericolosi. Non sono arrabbiato, mi interessa solo giocare a tennis». […]

Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

«Una delle partite più pazze della mia vita». E se lo dice lui, Nick il Folle, bisogna credergli. Cinque set, quattro ore e 26 minuti, quattro tie-break Alla fine – chi l’avrebbe detto? – dalla battaglia di nervi che vale un ottavo di finale contro Nadal è uscito con le braccia alzate proprio Nick Kyrgios, una delle cose migliori che, in teoria, sarebbero capitate al tennis negli ultimi sei anni. In teoria, e “sarebbero”, perché Nick le sue imprevedibili equazioni fra braccio e mente non riesce a risolverle quasi mai. Quando nel 2014 si materializzò a Wimbledon come un meteorite ingovernabile, sradicando dal torneo la quercia Nadal, era sembrata l’epifania di un nuovo Genio. Fisico potente, stacchi da Nba, grande velocità di braccio. Un giovane Holden made in Canberra, con una sintassi tennistica tutta sua, e purtroppo una scatola cranica brillante ma non sempre connessa con le esigenze del professionismo. […] Accanto al dottor Nick c’è però anche Mr Kyrgios, quello che s’ingarella con il pubblico, dileggia gli avversari; che butta le partite e tira in campo le sedie (al Foro, l’anno scorso). Che si fa multare, sospendere, odiare da molti. E amare, nonostante tutto, da chi sogna di vederlo rinascere come figliol prodigo, non normalizzato ma un minimo gestibile, soprattutto da se stesso. Contro Khachanov ha perso due tie-break e ne ha vinti altri due, soprattutto l’ultimo, il super tie-break del quinto, dopo essere stato a un centimetro dalla sconfitta. Ha finito con una mano distrutta, i polmoni esausti e le gambe «che pesavano quaranta chili ciascuna», come ha detto piegato in due sul campo. «E’ stato un match da pazzi, da malati. Ho avuto match-point nel terzo set, nel quarto, poi mi sono trovato sotto 8-7 nel tie-break del quinto e ho iniziato a pensare a qualsiasi cosa. Soprattutto che stavo per perdere…». […] All’Australia manca da tempo un eroe, il discendente se non di Laver e Rosewall almeno di Rafter e Hewitt, e al tennis un “bad boy” che non sia troppo “bad”, e che soprattutto vinca qualcosa di importante. Il match di domani contro Nadal – Nick ha vinto 3 volte su 7, un bilancio mica male – può diventare uno spartiacque, e illuminare il torneo. «Non ho mai detto che odio Nadal», ha precisato. «E’ un grandissimo tennista, e come persona è okay, fra noi c’è rispetto. Tutti sanno come gioca, ma lo fa così bene che diventa impossibile batterlo. Sono eccitato dall’idea di affrontare un campione così sul centrale nel mio Slam di casa: sarà molto “cool”».

Nick il profeta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Come far capire a Nick Kyrglos che non è lui il numero uno? C’è qualcuno che se la sente di spiegarglielo? Badate, il problema è serio. Il moro di Adelaide con i capelli acconciati come fossero un tatuaggio, metà malese, metà greco, ma tutto australiano, è assolutamente convinto di essere il capofila di almeno due o tre graduatorie innovative, che tutte assieme gli garantirebbero il ruolo di tennista più seguito dal pubblico. Più di Federer? «Credo di sì». Più di Nadal? «Quello è certo». In ordine, le classifiche sono quella dei maggiori casinisti in circolazione, dei colpi più entusiasmanti, e dell’attenzione mediatica. Ragazzo intelligente, si è accorto presto di avere dei più forti soltanto i colpi, non la tenuta mentale, la continuità, la vita ordinata, nemmeno il corredo da bravo ragazzo che avrebbe concorso a dare solidità alla sua candidatura. Decise così di mettere da parte le motivazioni più classiche dei tennisti di vertice, la rincorsa agli Slam, la voglia di supremazia, il titolo da n. 1. Stabilì di poter svettare in ben altre graduatorie, su tutte quella del tennista più seguito, capace ovunque di riempire le tribune. Si corredò di lingua lunga, di scatti d’ira improvvisa, di sfrontatezza e faccia tosta, e di un arsenale di colpi da circo cui ha aggiunto il settore dei “Colpi Impropri” come il lancio delle sedie in campo, la calata dei pantaloncini sotto il livello dei glutei, lo scuotimento del seggiolone arbitrale. Finora, in questi Australian Open che ancora cercano una loro definizione, Kyrgios ha fatto il bravo, utilizzando giusto il repertorio dei colpi a effetto, quello da eseguire strettamente con racchetta e piatto corde. La vittoria di ieri su Khachanov gli ha dato modo di proporre un finale molto patriottico, stendendosi sul campo e baciando il cemento. Ha condono nei primi due set, ha avuto due match point nei tie break del terzo e del quarto, ha rincorso e vinto, stavolta da giocatore vero. Ma è nel prossimo turno che Nick verrà tenuto sotto stretta sorveglianza, dato l’incrocio con uno dei soggetti che maggiormente scatenano la sua natura polemica, quello con Rafa Nadal. Una vecchia storia, che si trascina fin dai giorni del primo confronto, sul Centre Court di Wimbledon nel 2014, che Nick vinse rivolgendosi apertamente al pubblico affinché lo sostenesse. «Non mi piace cosa dicono e pensano quelli che stanno intorno a Rafa», tentò di spiegare una volta Kyrgios, «ho sempre la sensazione che mettano loro stessi in cima a tutto. Ce l’hanno con me perché non accettano che riesca spesso a trovare un modo per batterlo». Si chiude intanto la rincorsa di Camila Giorgi, contro la Kerber. Partita discretamente giocata, vinta dalla più forte in tre set.

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La grande occasione (Crivelli). Il super tie break salva Federer (Semeraro, Clerici). Serena a casa: Darei un pugno al muro (Viggiani, Crivelli). Fabio perfetto e Coco incanta (Azzolini)

La rassegna stampa del 25 gennaio

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La grande occasione. Dopo le maratone Fognini va veloce. Il sogno dei quarti passa da Sandgren (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo il pane duro, caviale e champagne. […] E Pella, con le sue rotazioni mancine e il rovescio pungente che sulla diagonale poteva pizzicare il dritto, il colpo più instabile di Fabio, non era un rivale facile da ammansire con il pregresso di due maratone da oltre sette ore complessive. L’autostrada. Invece, dopo essere diventato il primo giocatore del nuovo corso degli Australian Open a vincere due partite di fila al tie break (introdotto l’anno scorso con la formula al 10), Fogna si sottrae con talento e lucidità alle insidie del gaucho di Bahia Blanca, numero 25 del mondo e particolarmente grato a Milano (ci ha vinto Avvenire, Bonfiglio e anche il Challenger dell’Harbour), rinato grazie al consigli di una psicologa e al matrimonio con la modella-influencer Stephanie. Ancora una volta, la via della gloria è tracciata dal servizio di Fabio, 64% di prime con il 77°% dei punti, forse l’arma meno attesa ma che in questa settimana gli sta dando la sicurezza per assumere il controllo anche mentale delle partite, soprattutto nei momenti caldi. […] Nelle due occasioni precedenti in cui ha raggiunto il quarto turno, Fognini in pratica è stato cancellato dal match prima da Djokovic (nel 2014) e poi da Berdych (nel 2018). Stavolta gli si para davanti un opportunità ghiotta per eguagliare il Roland Garros del 2011, l’unico Slam che fin qui gli ha regalato i quarti di finale (che poi non giocò per infortunio): l’autostrada che potrebbe condurlo a Federer (e se Roger è quello di ieri, ci sarebbe da divertirsi) ha come prossima fermata il cowboy del Tennessee Sandgren, numero 100 del mondo, già ai quarti due anni fa e qui giustiziere di Berrettini al secondo turno. A farsi indirizzare dall’ultimo precedente, sei mesi fa a Wimbledon, ci sarebbe da palpitare (Tennys, nomen omen, si impose in tre set nei sedicesimi), ma Fabio vuole ricominciare proprio da là: «Quella partita mi è rimasta in gola, anche per il passante incrociato irreale con cui vinse il secondo set. Sicuramente Sandgren vale più della sua posizione in classifica, ha ottenuto tre belle vittorie. Quindi se ci limitiamo al ranking parto favorito, ma credo sarà un match alla pari. Però è vero che se guardiamo ai due big che mi hanno battuto agli ottavi le altre due volte, questa possibilità è sicuramente più concreta. Ma al momento voglio solo godermi la vittoria». Nuovo amico. Maturata anche al ristorante giovedì sera, quando Fabio ha cenato piacevolmente con Alessandro Diamanti, l’ex calciatore, tra l’altro, di Livorno, Bologna e della Nazionale, da luglio ai Western United di Melbourne, poi invitato all’angolo anche nella partita contro Pella: «Mi ha scritto qualche tempo fa e abbiamo cominciato a scambiarci messaggi, qui siamo andati a cena e ci siamo scambiati tanti aneddoti, visto che a me piace il calcio e lui è un appassionato di tennis. Vorrei andarlo a vedere giocare, ma torno in campo in contemporanea». Il sogno di un quarto in Australia val bene una rinuncia.

Il super tie break salva Federer (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Questione di centimetri. Anzi, no: di formati. […] Così, per lo scorno e la delusione di John Millman, il suo avversario al terzo turno degli Australian Open, Il Genio è ancora vivo nel torneo. Magari un po’ stanchino, viste le quattro ore e tre minuti che ha impiegato per raccogliere la sua vittoria numero 100 a Melbourne, uscendo dalle grinfie di Millman, il pedalatore del Queensland, che magari non ha proprio un braccio d’oro ma sembra fatto di ferro, non si ferma mai. E che soprattutto il Numero 1 Emerito nello Slam lo aveva sorpreso due anni fa a New York. E quindi con qualche ragione sperava, progettava, sognava di rifarlo. «Sull’8 a 4 per John nel tie-break, onestamente ho pensato che ero pronto a spiegare in conferenza stampa perché avevo perso, ha raccontato Roger zuppo di sudore, gli occhi ancora fissi sul baratro. «E devo dire grazie al super tie-break, altrimenti sarei fuori E’ stata dura. Però ho continuato a provarci. Per vincere partite del genere l’esperienza conta molto. Non mi sono fatto prendere dallo stress quando ho perso il primo set, e poi il quarto, nemmeno quando mi sono ritrovato sotto di un break nel quinto (Millman ha avuto anche la chance per il 3-1; ndr). Però sono stato fortunato. John avrebbe meritato di vincere. lo sono solo contento di aver colpito quel diritto sul match-point…». Una saetta in cross planata nel sette del campo alla destra di Millman, una delle poche che Federer è riuscito a piazzare in una giornata alla fine più epica che impeccabile, e che in calce sul suo referto porta 82 errori gratuiti (48 di diritto), contro 62 vincenti, compresi 16 ace. Non una statistica rassicurante. DOMANDE. Alla vigilia Federer aveva buttato li che gli servivano tre match per iniziare a giocare bene, ieri è entrato veramente in partita solo dopo il secondo set «John mi ha dominato per gran parte del match sulle diagonali, sia di diritto, sia di rovescio. Ho cercato delle soluzioni per tutta la partita, alzando la traiettoria dei colpi, usando lo slice di rovescio, ma non funzionava. E’ riuscito a tenermi indietro, solo all’ultimo sono riuscito a mettere i piedi in campo. E lì John ha scelto il lato sbagliato». La dura legge del tennis. […] Ha scontato un paio di giocate finalmente degne di Federer – specie una smorzata confezionata con infinita dolcezza da fondo campo dopo uno scambio stracciapolmoni – ha sentito la tensione. Errore imperdonabile, contro un avversario del genere. Ci si può chiedere, Millman sicuramente lo ha già fatto, se ha senso che uno sport che cambia in continuazione superfici, continenti e padroni, si complichi la vita adottando anche quattro formati differenti negli Slam per il quinto set (a Parigi non c’è tie-break, a Wimbledon si gioca a 7 punti ma sui 12 game pari, agli US Open a 6 game pari ma con la formula classica). Ed è legittimo domandarsi anche quanta strada può ancora fare a Melbourne questo Roger 38enne. Mai rassegnato, certo, ma non brillante come ai bei tempi Quelli in cui un avversario volenteroso, tonico, uno dei tennisti meglio preparati sul circuito come Millman (n.47, best ranking 33, zero titoli vinti in carriera: qualcosa vorrà pur dire) lo avrebbe congedato serenamente in tre set. Negli ottavi domani gli tocca un altro test simile contro il muscolo educato di Marton Fucsovics, 28 anni, n.67, che al secondo turno ha brutalizzato Sinner. Molto dipenderà da come Roger riuscirà a recuperare. Questione di ore, e di anni di differenza

Federer baciato dal super tie-break. Il tifo per lui va oltre le bandiere (Gianni Clerici, La Repubblica)

Negli Anni 60 sono stato molto vicino a Jimmy Van Alen, uno dei massimi contributori del Museo del Tennis di Newport, che mi ha ospitato più volte prima dei Campionati degli Stati Uniti, durante il suo torneino da amatori. Mi pare che Jimmy si sia risvegliato dalla sua tomba nel momento in cui Roger Federer si risvegliava durante un tie-break che l’inventore dello stesso non avrebbe approvato. […] Era il 1970. Il maggior clamore si verfficò durante la semifinale di Wimbledon 1991, vinta dal germanico Stich sullo svedese Edberg col triplice punteggio di 4-6 7-6 7-6 7-6. Oggi, vista la inefficienza della Federazione Internazionale, ci sono formule diverse al quinto set: a Wimbledon il tie-break sul 12 pari, ai 7 punti; allo Us Open sul 6 pari, ai 7 punti; al Roland Garros non è previsto; agli Australian Open il cosiddetto super tie-break a 10 punti, senza il quale Federer sarebbe stato battuto. Roger ha vinto 10-8 un match che avrebbe perduto 7-4. Giocava contro un tennista che conosceva, John Millman, mugnaio australiano che lo aveva battuto agli Us Open, n.47 del mondo dopo esser stato n.33, e il significato del match diventato a un tratto difficile per l’efficienza della battuta e del diritto avverso, si vedeva non solo dai palleggi, ma dai moti visivi di Mirka e di Ljubicic e di quanti facevano il tifo per l’uomo di Basilea e non per quello di Brisbane. Roger vale ormai, nella considerazione dei suoi sostenitori, che non riesco a definire tifosi ma adoratori, più della nazionalità sua o dell’avversario. […] Millman serviva non solo forte ma tagliato, uno slice che quasi mai permetteva a Federer di comandare lo scambio, e il suo diritto era capace di impedire allo svizzero di comandare il gioco. Non gli accadeva certo quel che in fondo tocca agli avversari di Federer, essere ammirati dalle scelte tecnico-tattiche dello svizzero. Così la partita scivolava verso il tie-break finale e vedeva, come ho detto, il punteggio quasi definitivo di 8 a 4 per l’australiano. Ma Federer poteva risorgere anche da simile circostanza, e avere un’altra storia da raccontare, più incredibile di quante gliene siano avvenute.

Serena a casa: Darei un pugno al muro (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

«Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico». […] L’unica certezza è che la 28enne cinese, in età abbastanza saggia per una giocatrice di tennis, comunque ora n.29 del mondo, soltanto quattro mesi fa rimediò giusto un game e quindici punti in 44′ contro Serena Williams, nei quarti dello US Open. E invece ieri, nel terzo turno dell’Australian Open, l’ha spuntata lei per 6-4 6-7 7-5 dopo 2h41′, nonostante il “braccino” nel secondo set, quando ha fallito la palla del 5-2 e ha servito sul 5-4. Allo stupore della Wang («Sono felice, ho sempre creduto che un giorno sarei riuscita in un’impresa del genere»), s’è contrapposta la sincerità di Serena, che ha così fallito l’ennesimo assalto al 24° Slam da mettere in una bacheca che eguaglierebbe quella di Margaret Court: «Ho fatto troppi errori (56 in tutto contro i 20 della cinese – ndr), per una giocatrice professionista. Non posso giocare in questo modo. Perdere fa male esattamente come dieci anni fa, solo che a differenza di allora forse ora riesco a dissimulare meglio, sono migliorata come attrice. Riesco a far finta di nulla, quando vorrei tirare un pugno contro il muro». L’altra sorpresa di giornata nel torneo femminile è arrivata dalla teenager terribile “Coco” Gauff, erede designata di Serena. Anche qui si è trattato di una rivincita: Naomi Osaka la eliminò nel terzo turno dello US Open 2019 per 6-3 6-0 in 1h05′, stavolta è statala 15enne di Delray Beach a battere la giapponese, n.4 del mondo, per 6-3 6-4 in 1h05′. WOZNIACKI. Era una ragazzina, Caroline, quando debuttò nel circuito Wta: aveva appena 15 anni e 8 giorni. […] Il suo era un ritiro agonistico annunciato, colpa più che altro dell’artrite reumatoide che l’affligge da tempo: è avvenuto nel terzo turno contro la tunisina Ons Jabeur, che s’è detta dispiaciuta «per aver messo la parola fine alla carriera di una campionessa che è stata esempio per tante di noi. Non è stato facile giocare pensando che magari un mio vincente avrebbe chiuso la sua avventura». La Wozniacki s’è congedata in lacrime ma anche con grande serenità, affiancata e festeggiata dai genitori, dal fratello e dal marito David: «Avevo un sogno, vincere uno Slam, e l’ho trasformato in realtà. E lo stesso è avvenuto quando sono diventata numero 1 del mondo. E questo saluto lo ricorderò per sempre. Ora è tempo di diventare mamma». Invece la Jabeur affronterà proprio baby Gauff

La resa di Serena, il volo della Gauff. L’ex regina ha l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La regina è caduta, evviva la regina. Nel gran ballo a corte del tennis femminile, il 24 gennaio 2020 degli Australian Open rischia di marchiare un’epoca, di riscrivere i libri di storia. […] La Serena Williams originale, lavorata ai fianchi da un avversaria che cinque mesi fa a New York aveva annichilito in 44 minuti, saluta il torneo già nella prima settimana come non le accadeva dal 2006, mentre il suo clone, Cori Gauff, la nuova Serena incarnata, a 16 anni non ancora compiuti elimina la campionessa uscente Osaka e senza emozioni apparenti si prende in carico, con grazia da fanciulla e faccia tosta da predestinata, il peso di un’investitura che nel passato ha schiacciato spalle ben più pesanti. […]Contro il muro. La vera Serena era atterrata a Melbourne con l’aureola ritrovata della favorita grazie al primo torneo vinto da mamma (ad Auckland), che pareva aver finalmente tolto il tappo alle pressioni della nuova vita. E poi, poteva essere la cinesina Qiang Wang, numero 29 del mondo (con un fresco passato al 12), colei che agli ultimi Us Open riuscì a conquistare appena 15 punti in una delle partite (6-1 6-0, era un quarto di finale) meno equilibrate di sempre, a interrompere il cammino della somma Williams? Quella lezione evidentemente è servita, se l’allieva di Peter McNamara stavolta resta piantata sulla riga di fondo cercando sempre l’anticipo pur contro le spingardate dell’americana, alla fine battuta sul ritmo e sulla corsa. Niente ottavi per Serenona, niente incrocio del cuore con la miglior amica Wozniacki, peraltro pure lei battuta (dalla Jabeur) e poi in lacrime nella cerimonia che ne celebra il ritiro (era all’ultimo torneo), e solo tanta rabbia: «Perdere fa male esattamente come dieci anni fa, solo che a differenza di allora forse ora riesco a dissimulare meglio, sono migliorata come attrice… Oggi riesco a far finta di nulla, quando in realtà vorrei tirare un pugno contro il muro». Il fantasma della Court e dei suoi 24 titoli negli Slam continua a tormentarla, ma a sentirla la sfida non finisce qui: «Credo fermamente di poter competere con tutte le altre e di poter conquistare un altro Major. Non gioco per divertirmi, perché perdere non mi diverte affatto». La rivincita. […] Negli ormai fatali Us Open di settembre, Cori prese una stesa dalla Osaka, un’altra che si ispira da sempre alla Williams, conquistando appena tre game. Che rivincita: «Alla mia età cinque mesi sono lunghissimi e ho imparato a essere molto più calma, preparata e questo mi ha aiutata a partire meglio». L’ostacolo Kenin negli ottavi, pur complesso, lascia presagire orizzonti di gloria fm da questo torneo: «Per ora inizio ogni partita solo con l’intenzione di divertirmi, giuro che è così. Non mi sto ponendo obiettivi ma neanche limiti. Posso almeno sperare, fino al lancio della monetina, fino al riscaldamento, di battere chiunque». Perfino una leggenda come Rod Laver si sta sciogliendo ai suoi piedi, tanto da averle spedito un tweet per chiederle di incontrarla: «Che bello, se succederà mi farò un selfie per Instagram». L’unico vezzo da ragazzina.

Fabio perfetto e Coco incanta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Abilissimo nell’imbastire un match a suo modo “molto fogniniano” ben bilanciato nell’esplorazione di tutti gli angoli del campo, non privo di buonissime trame e di qualche ovvio brivido, Fabio Fognini aggiunge un merito al suo sesto ottavo di finale nello Slam, quello di porgere un indispensabile compendio alle indicazioni fornite da una delle giornate più strampalate che si siano mai viste nei major delle ultime stagioni. […] Curiosamente, il match di Fognini, vinto all’apparenza a mani basse contro l’argentino Guido Pella, testa di serie mancina numero 22, contiene le linee guida di questa sussultante sessione di metà torneo. Ha giocato una partita ben congeniata, lucida, evidentemente studiata in quella forma e apparecchiata con grande attenzione, esattamente quello che non hanno saputo fare Serena Williams, allo sbando contro la cinese Wang e nuovamente battuta nei turni iniziali di uno dei suoi tornei preferiti, e men che meno Naomi Osaka, qui vincitrice un anno fa e quest’anno consegnatasi senza colpo ferire al tennis sempre più evoluto, in qualche caso sin troppo smaliziato (non dimenticatevi l’età, compirà 16 anni a marzo) di Cori Gaul , da ieri definitivamente, per gli australiani, “la più forte che vi sia”: «Sembra un sogno, ma so di avere le carte in regola», dice la piccina, ormai adulta. Ha lavorato molto bene la palla, Fabio, contro un giocatore cui non conviene lasciare spazio, perché Pella sa giocare di rovescio come pochi ed è rapido nel mettere in pratica i suoi schemi. Identica manualità che ha messo in campo una giocatrice che meriterebbe più attenzione, la tunisina Ons labeur, che si è presa l’incarico di chiudere la carriera di una ex numero uno come Caroline Wozniacki, vittoriosa su questi campi appena due anni fa. […] Dritto allo scopo, Fognini. Molto ispirato. Proprio quelle illuminazioni improvvise, estrose, fulminanti, che sono di colpo sparite dal match di Stefano Tsitsipas, imbambolato dai servizi sempre ben piazzati di Milos Raonic, tornato finalmente a giocare “da sano” dopo un lunghissimo periodo di rimessaggio. Un addio imprevisto, quello del greco “maestro” alle ultime Atp Finals e l’anno scorso semifinalista in Australia, che veniva dato come una delle alternative più accreditate per una vittoria fuori dalla cerchia dei tre Favolosi. «Uno dei miei peggiori match, non ho scuse», la sua chiosa, più che onesta. «Una prestazione con la P maiuscola», dice invece Fabio del suo match. «Il resto, non cambia Continuo ad avere dolori alla caviglia e ai piedi. Sopporto, non ci penso. Ma poi, quando le cose vanno bene, la soddisfazione è grande». Prestazione di basso profilo tecnico (eppure coraggiosa e orgogliosa) quella di Federer, impantanatosi ancora una volta contro Millman, che lo mise fuori dagli Us Open due anni fa. Un tipo dal tennis schematico, che Roger ha scelto – chissà perché – come personale “bete noire: Match vinto da Roger fra molte dimenticanze e solo al super tie break del quinto set, con uno spericolato sorpasso dal 4-8 al 10-8 finale. Ottantadue errori da incubo, ma negli ultimi otto minuti della partita, solo vincenti. Fognini andrà ora alla ricerca del suo secondo quarto di finale Slam (il primo fu a Parigi, 9 anni fa), contro Sandgren, l’americano che considera il presidente Trump “troppo di sinistra”. «Ha battuto Berrettini che è un top ten, ha dato tre set a zero a Querrey, e a me fece lo sgambetto a Wimbledon. Un pessimo cliente».

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Rassegna stampa

Riecco la Giorgi. Nuova battuta e gambe veloci per ripartire (Crivelli). Gulbis e Camila, che show! (Azzolini). Riecco Camila bum-bum (Semeraro). Gauff-Osaka, è il giorno della rivincita (Clerici)

La rassegna stampa di venerdì 24 gennaio 2020

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Riecco la Giorgi. Nuova battuta e gambe veloci per ripartire (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sono vittorie così che attizzano il fuoco dei rimpianti su cosa potrebbe essere Camila Giorgi e invece non è ancora stata. Crolli e resurrezioni, prodezze e sconfitte sciagurate, questa è la fotografia di una carriera sempre ai confini tra l’apoteosi e la banalità. Eppure, a 28 anni, non è troppo tardi per immaginarla di nuovo a ridosso delle big, e magari con loro, soprattutto se riuscirà a mettere finalmente insieme una stagione libera da guai fisici, perché è indubbio che per tante ragioni a Camila sia sempre mancata la continuità del campo. Intanto, approda per la terza volta (la seconda consecutiva) al terzo turno degli Australian Open al culmine di una prestazione perentoria e autorevole contro la Kuznetsova, due vittorie Slam nell’altra decade, stella certamente cadente ma che comunque le sta davanti di 49 posti in classifica (53 a 102). Troppo più veloce la Giorgi, di gambe e di palla, per soffrire il gioco della russa. Più che altro, è il servizio con il movimento cambiato (più compatto e accorciato), a dare un surplus di qualità alla nuova Giorgi: appena due doppi falli in due partite e 10 punti su 10 con la prima nel secondo set contro Sveta. Gongola pure la Garbin, capitana di Fed Cup («Non l’ho mai vista giocare così bene»), mentre Camila finalmente può sorridere: «Mi sono sentita bene in tutti i punti del campo, sono stata solida. Quest’inverno ho lavorato tanto sul fondo, ma anche per migliorare e rendere più aggressivo il mio gioco, ho curato molti più dettagli». Il prossimo step è impegnativo, perché la Kerber ha già vinto a Melbourne (nel 2016) e soprattutto l’ha battuta in quattro occasioni su quattro: «La Kerber? Sono concentrata sul mio gioco, su quello che devo fare e su come migliorare. Ci ho sempre perso, ma ogni partita e diversa dall’altra».[…]

Gulbis e Camila, che show! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Le magliette le compra dall’amico negoziante. Anche le scarpe, di buona marca, firmate da una multinazionale statunitense dell’abbigliamento sportivo che per un po’ lo tenne con sé. Una volta un collega, per scherzo, gli chiese perché non si comprasse l’intera azienda, invece che un capo alla volta. Era una battuta, ma non lo fu la sua risposta. «Dovrei fare due conti…». Ernie le Falot, lo chiamavano a Parigi nell’anno della semifinale del 2014. Falot, falotico nella nostra lingua, è l’uomo stravagante, e lui lo è a pieno titolo. Ma ama dirlo con le giuste parole… «Non sono strano. Non esattamente. Ho appena una sopportabile inclinazione per le cose stupide». A trentun anni, tredici di circuito, una breve permanenza nella top ten (sempre il 2014), due vittorie su Federer in cinque incontri, e tre tentativi di risalita dalle profondità di una vita sportiva dedita allo spreco del suo talento cristallino, Ernests Gulbis, continua a essere più noto come il figlio del gasdotto. Quello più grande che vi sia, intendiamo: il “siberiano”. Ernie gira per i challenger con l’aereo personale. Uno dell’hangar di famiglia, dal quale già una ventina di anni fa, partiva due volte a settimana un jet in direzione di Monaco di Baviera, per prelevare coach Nikki Pilic e portarlo a casa Gulbis, dove il piccolo Ernie lo aspettava per la consueta lezione di tennis. Ora il coach è Gunther Bresnik. Lo era stato anche prima, poi si era accasato con Dominic Thiem. Finita la liaison è corso a riprenderselo. «E’ il tennista più ricco di talento che abbia mai allenato. Ora che gli è tornata voglia di giocare lo sostengo con piacere, credo meriti di tornare nei primi cento. Anzi, per il livello di tennis che sa esprimere credo possa valere già oggi un posto fra i primi venti o trenta». Parole pronunciate con convinzione.[…] Una nota tricolore l’ha aggiunta il nostro tennis, portando in terzo turno una Camila Giorgi che raramente avevamo visto giocare cosi bene. Il dato è incoraggiante, perché anche ora che la nostra furia bionda annaspa sui bassi fondali della classifica (al numero 102), tutto il circuito resta convinto che, se mai le dovessero capitare quindici giorni in grande spolvero, lei potrebbe ancora vincere contro chiunque. Ieri si è avventata su Svetlana Kuznetsova, un tempo numero due e vincitrice di due Slam. E chi è la Kuznetsova? «Non lo so, non la conosco, mai vista giocare… Ma lo sapete, io il tennis lo seguo poco, e nel caso solo quello maschile». Prossima avversaria, la Kerber. Ti ha sempre battuto, Camila, cosa pensi di fare? «Non so… Ma se gioco come oggi non le faccio toccare palla». Peccato non si siano incontrati Ernests e Camila. Sarebbero stati perfetti, l’uno per l’altra.

Riecco Camila bum-bum. Kuznetsova presa a pallate (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Se amate il rischio, puntate su Camila Giorgi. Fate il vostro gioco, lei farà il suo: tirare al massimo e infischiarsene di cosa succede dall’altra parte della rete. Stavolta è successo che Camila ha battuto 6-3 6-1 Svetlana Kuznetsova, ex n. 2 del mondo, vincitrice di due Slam (US Open 2004, Roland Garros 2009). Oggi è una resiliente 36enne, scesa al n. 53 del ranking, ma sempre scomoda da maneggiare. Ai bei tempi Sveta martellava come poche; Camila però nel ramo picchiatrici è un caso a parte. Quando il match come ieri diventa un tirassegno, con una media di massimo due o tre colpi a scambio, e i missili le rimangono in campo, vince lei. Matematico. Il 2019 per l’italiana è stato un anno storto, è fuori dalle prime 100, un serio infortunio al polso l’ha bloccata per tre mesi e di nuovo ha dovuto fermarsi in autunno. Ora però l’articolazione sembra a posto e anche il tagliando tecnico fatto al servizio durante l’inverno sembra riuscito: 76% di punti con la prima palla, addirittura il 100% nel secondo set contro la russa. In un’oretta insomma è finito tutto. A Melbourne al primo turno si è sbarazzata della qualificata Lottner; il posto negli ottavi se lo giocherà contro un’altra grande decaduta, la ex n. 1 del mondo Angelique Kerber, oggi n.18 e non al massimo della forma. […] Un filo di fiducia è quello che è mancato ad Andreas Seppi nel quinto set contro Stan Wawrinka. Sotto due set a uno, Andreas è stato bravissimo a rientrare in partita portando il match al quinto, e nel finale ha anche piazzato uno scatto apparentemente decisivo, con un break che l’ha portato a servire sul 4-3. Lì però ha tentennato, concedendo rimmediato controbreak. E Stan, indice puntato alla tempia a indicare il luogo dove spesso si decidono le partite, non ha avuto pietà. […]

Gauff-Osaka, è il giorno della rivincita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Coco somiglia sempre più a Suzanne Lenglen, che non andò a Wimbledon alla vigilia della Prima guerra mondiale ma dovette limitarsi a vincerlo quando fu finita. Interrogata dal mio amico Chris del New York Times, Coco ha risposto di non conoscere la Lenglen, ma di aver giocato due volte con Venus, battendola anche a questi Australian Open, e le basta. Adesso sta pensando a Naomi Osaka che l’aveva battuta a New York e che incontrerà nella Rod Laver Arena, «e mi dicono che Laver ci sarà. Io penso di essere meno nervosa che a New York. Mi sto abituando: mi ha invitata un gruppo di gente famosa che all’inizio vedevo solo in tv: Serena e Naomi, Federer, Nadal, Djokovic. A New York Naomi era la n.l e mi ha tolto il servizio 5 volte. Nonostante piangessimo entrambe, io e la commentatrice della Espn, Mary Jo Fernandez, è stato un bel momento». Su Serena ha aggiunto: «Quando avrò un bambino mio vorrei che avesse la sportività di Serena, superiore alla grinta». Serena, Halep e Kerber sono state tutte aiutate da Wim Fissette, il tecnico ora con Azarenka. «Io ho mio papà Corey. Sento spesso anche Jean-Christophe Faurel, ma soprattutto attendo che le mie gambe si muscolino come quelle delle mie avversarie. Attendo anche di avere la forza di una donna che non ho ancora. Ma verrà tutto: un anno fa ero numero 684, allo Us Open sono scesa a 67. Devo giocare contro Naomi e non sapevo che, passandola, avrei Serena nei quarti. Ma è meglio che mi concentri su Naomi. Non devo guardare il tabellone troppo avanti nel tempo. Due anni fa lo vedevo sul computer». Adesso il computer è diventato realtà.

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