Numeri: 103 anni totali, eppure dominano sempre Djokovic, Nadal e Federer

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Numeri: 103 anni totali, eppure dominano sempre Djokovic, Nadal e Federer

Solita scorpacciata di numeri dopo le due settimane di Wimbledon. La timida ascesa degli under 23, il dominio inatteso di Halep, la Race monopolizzata dai tre fenomeni

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

3 – le vittorie di Halep nelle ultime dodici finali giocate prima di Wimbledon. Simona era arrivata ai Championships senza un titolo da undici mesi (lo scorso agosto aveva vinto il Premier 5 di Montreal), il digiuno più lungo della carriera da quando, nel maggio 2013, a Norimberga vinse il primo di quelli che prima di Londra erano 17 titoli. L’ex numero 1 del mondo (lo era stata anche a inizio 2019) due settimane fa non era certo in fiducia, pur occupando comunque un discreto settimo posto della Race. Inoltre, Halep non aveva mai brillato sull’erba – un solo titolo, vinto a S’Hertogenbosh nel 2013, appena una semi nel 2014 (sconfitta da Bouchard) e due sole volte ai quarti in otto partecipazioni a Wimbledon – una superficie sulla quale diverse tenniste tra le prime sedici teste di serie avevano un miglior score del suo.

Eppure, sui prati di Church Road, la rumena classe 91 ha trovato la forma necessaria per centrare il secondo Slam della carriera, dopo il Roland Garros dello scorso anno. Impressionante, in particolare, il suo cammino dal terzo turno in poi: dopo aver sconfitto Sasnovich in due set lottati (nel secondo era sotto 2-5 prima di chiudere 6-4 7-5) e aver perso un parziale con Buzarnescu, ha concesso appena venticinque giochi complessivi a Azarenka, Gauff, Zhang, Svitolina e Serena Williams (e contro queste ultime due era indietro nei precedenti, in particolare contro la statunitense aveva vinto solo una volta delle dieci nelle quali l’aveva affrontata).

5- i tennisti under 23 nella top 100 del ranking ATP ad aver realizzato il best career ranking questa settimana. Se nelle fasi finali l’edizione del singolare maschile di Wimbledon non ha di certo testimoniato il rinnovamento – nei quarti il più giovane era il classe ’90 Goffin – e piuttosto sancito la bocciatura dei Next Gen e di chi non lo è più da poco tempo (persino in ottavi c’erano solo due under 25, Berrettini e Humbert) i movimenti della classifica testimoniano che la nuova generazione stia muovendosi. A piccoli e lenti passi, ma tanti giovani si stanno affacciando nel tennis che conta. L’under 23 a raggiungere il best career più alto questa settimana è stato Taylor Fritz: lo statunitense -eliminato al secondo turno da Struff dopo aver sconfitto Berdych – è entrato per la prima volta nella top 30 del ranking.

Il secondo è Ugo Humbert: in quello che era solo il quarto Major giocato in carriera, grazie agli ottavi conquistati superando Monfils, Granollers e Auger-Auliassime, il 21enne francese ha accumulato i punti per entrare tra i primi 50 al mondo. Crescono anche tennisti ancora più giovani di quelli sin qui menzionati: il non ancora 20enne Kecmanovic diventa 66 ATP; un altro giovanissimo francese, Moutet, si qualifica a Wimbledon e sconfigge poi Dimitrov per salire all’81°posizione del ranking. Analogo a quello del transalpino il percorso seguito da Popyrin: il tennista australiano nato nell’agosto del 1999 e vincitore del Rolang Garros juniores 2017, ha superato le quali ai Championships e, avendo la meglio su Carreno Busta, ha ottenuto la quarta vittoria in una partita a livello Major del suo 2019, entrando per la prima volta tra i primi 90 tennisti al mondo.

9 – i tennisti europei nella top ten dell’ultima classifica dell’ATP. Con l’uscita nelle ultime settimane dalla fascia di classifica di maggior prestigio di Isner, Del Potro e, dopo Wimbledon, anche di Anderson, il tennis maschile ai massimi livelli è ormai sempre più appannaggio della scuola tennistica del Vecchio Continente (e la tendenza si è intravista anche nell’edizione femminile di Wimbledon, nella quale, a parte il mito di Serena, le altre tre tenniste erano dell’Est Europa). Spicca la presenza tra i primi 10 al mondo, per la prima volta dopo tanti anni, di due tennisti russi, Khachanov e Medvedev (ma al termine del 2000, con Safin e Kafelnikov, la Russia ne ebbe addirittira due tra i migliori cinque), così come inorgoglisce il nuovo best career ranking di Fognini, salito al nono posto.

La contemporanea conferma di Berrettini alla ventesima posizione permette così all’Italia di essere tra i pochi paesi (con Russia appunto, Spagna e Croazia) ad avere due giocatori nella top 20. Il movimento canadese con Raonic, Shapovalov e Auger-Auliassime si conferma nel suo ottimo momento appaiando le scuole francesi, argentine e spagnole che ormai, secondo tradizione, sono le migliori nello sfornare con costanza buonissimi giocatori, come dimostrato dalla presenza di tre loro rappresentanti nella top 30.

12- le vittorie ottenute nelle quattordici partite giocate sull’erba da Matteo Berrettini nel 2019. Un ottimo bilancio per chi è appena alla sua seconda effettiva stagione nel circuito maggiore, sebbene già l’anno scorso il romano si fosse tolto la soddisfazione, nel suo primo Wimbledon, di sconfiggere Jack Sock, primo top 20 superato in carriera. Quest’anno, dopo aver fatto il suo esordio in Coppa Davis vincendo sui prati indiani, il 23enne romano ha vinto l’ATP 250 di Stoccarda, conquistato la semi ad Halle e raggiunto gli ottavi a Wimbledon. Per riuscirci, Matteo ha sconfitto due volte il top 10 Khachanov e avuto la meglio, tra gli altri, sul top 20 Basilashivili, su un probabile futuro campione come Auger-Auliassime e su un funambolo come Kyrgios. Piazzamenti che gli hanno permesso di raggiungere prima e conservare poi la top 20, un piazzamento che potrebbe essere migliorato nelle prossime settimane (nella Race è attualmente dodicesimo). 

Di Matteo impressionano positivamente non solo il fisico da granatiere e il tennis potente da giocatore moderno (ottimi i fondamentali di servizio e dritto), ma soprattutto la fame atavica di vittoria e la freddezza con le quali scende in campo ed è capace di gestire i momenti difficili che periodicamente si presentano nel corso di una partita di tennis. Berrettini eccelle in queste caratteristiche, non acquisibili con l’allenamento e difficilmente migliorabili con il tempo: sono piuttosto doti innate in chi ha un futuro roseo davanti a sé, proprie solo dei grandi tennisti. Se il tennista romano – ragazzo molto posato, il che non guasta mai – conserverà la salute, l’umiltà e la professionalità che lo hanno portato a realizzare i risultati di quest’anno, le rosee prospettive per la sua ancora giovane carriera potrebbero concretizzarsi e farlo divenire presto una delle stelle del tennis mondiale. La netta sensazione è che il meglio per lui debba ancora venire.

33 – le partite vinte da Serena Williams nel corso dei suoi ormai tredici tornei giocati da quando nel marzo 2018 è rientrata nel circuito. Un bilancio davvero magro per la campionessa di ventitrè Slam che, quando aveva lasciato temporaneamente l’attività per la gravidanza, era numero 1 al mondo, posizione riconquistata con la vittoria degli Australian Open 2017 in finale sulla sorella Venus. Serena non è più riuscita a trovare la forma e la continuità necessaria per tornare ai livelli ai quali aveva abituato: una serie di fastidi fisici (che l’hanno costretta a ritirarsi in tre dei tredici tornei iniziati in questo anno e mezzo) non le hanno comunque impedito di raggiungere tre finali nei Major (negli ultimi due Wimbledon e agli US Open 2018, con la relativa furiosa polemica col giudice di sedia Ramos) e di risalire in classifica sino alla nona posizione del ranking.

Sebbene siano risultati tuttaltro che banali, in particolar modo sulla soglia dei 38 anni, stridono in maniera piuttosto netta con quelli della Serena dominatrice del circuito sino a due anni fa. Pochi avrebbero immaginato che nei sedici mesi del suo ritorno all’attività agonisticala californiana non avrebbe aggiunto nemmeno un titolo ai 72 già precedentemente conquistati, arrivando in soli quattro tornei almeno ai quarti di finale. La più piccola delle sorelle Williams, da quando è divenuta mamma, ha vinto solo due delle sette volte nelle quali ha giocato contro top ten (l’ultima sconfitta è arrivata nella finale di Wimbledon persa nettamente contro Halep): l’ultimo step per tornare quel era è proprio la competitività con le migliori. Vedremo sin dai prossimi mesi se ne avrà la forza.

 

64 (%) – l’identica percentuale di successo nelle finali Slam di Federer (ne ha vinte venti e perse undici) e Djokovic (sedici trionfi e nove sconfitte). Appena migliore è quella di Nadal, fermo al 69% grazie ai 18 Major vinti nelle 26 finali giocate, anche in virtù della sua netta superiorità sulla terra (e quindi al Roland Garros). Il maiorchino, tra i tre primatisti nella classifica dei tornei del Grande Slam vinti, è anche il più vincente nelle semifinali di questi tornei, vinte l’81% delle volte, a differenza del 69% che, incredibilmente, di nuovo accomuna Federer (31-14) e Djokovic (25-11). Molto si è discusso su cosa nell’ultima finale di Wimbledon abbia determinato la vittoria di Djokovic e molti hanno puntato anche sull’incapacità di Federer di dare il meglio di sè nei momenti topici e/o di estremo equilibrio delle grandi sfide.

Si è fatto cenno alle ventidue partite perse in carriera dallo svizzero avendo match point a favore, dimenticando le diciannove in cui era accaduto il contrario e, soprattutto, tutta l’abilità mostrata tante volte da Federer per vincere contro altri campioni senza dover arrivare allo sprint. Altri hanno menzionato il saldo negativo di Roger al quinto set nelle finali Slam (quattro vittorie e cinque sconfitte), dimenticando che anche quello di Nadal è negativo (2-3) e che il solo Djokovic, tra chi nell’Era Open ha giocato il parziale decisivo almeno tre volte nella finale di un Major, è in attivo (3-1), con il serbo secondo a pari merito con Agassi (3-1 anche per lui) in questa graduatoria dietro solo a Borg (5-1).

Se però in cinque ore di splendida partita sia il serbo che lo svizzero si sono rimontati a vicenda e hanno avuto in precedenza la chance di chiudere, nessuno dei due meritava di vincere più dell’altro. C’è però poco da fare: la gradazione più intensa della gioia che uno sportivo possa raggiungere è stata toccata da Djokovic dopo la rimonta occorsagli per vincere il suo quinto Wimbledon davanti a un pubblico che in grandissima maggioranza sosteneva il suo avversario. Allo stesso tempo, l’abisso più profondo della delusione che uno sportivo possa provare si è annidata nell’animo di Federer dopo aver perso una finale già vinta. Lo svizzero ripenserà mille volte alle varie occasioni sfumate di un soffio. Quel che è certo è che nella finale del torneo più celebre del mondo, il tennis si è confermato sport straordinario per lo spettacolo e le storie che sa offrire, ma anche impossibile da giocare ad alti livelli per chi, pur molto talentuoso, non sia dotato di nervi d’acciaio e freddezza glaciale.

18.010 – la somma dei punteggi nella sola Race conquistati da, in ordine di classifica, Djokovic, Nadal e Federer. Per capire quanto il 2019 sia stato sin qui dominato da questi tre tennisti, basti pensare che si devono sommare i punti ottenuti dal quarto (Thiem) fino al dodicesimo (Berrettini) nella stessa classifica per ottenere un totale superiore ai 18010 ottenuti dai primi tre nei tornei giocati da inizio gennaio sino a oggi. Accadeva per la prima volta nel 2007 che questi tre grandissimi campioni fossero ai primi tre posti della classifica della Race dopo il torneo di Wimbledon: considerata la grandezza dei tre tennisti in questione nessuno dodici anni fa si sarebbe sorpreso se la circostanza si fosse ripetuta successivamente a nuove edizioni dei Championships, come infatti avvenuto nel 2008, 2011, 2012 e 2014. Ma che addirittura sarebbe accaduto dodici anni dopo la prima volta, quando ormai in tre sommano 103 anni, davvero è sbalorditivo e indicativo dell’eccezionalità della loro carriera. Si parla ormai da anni di “Next Gen”, ma questi tre fenomeni hanno vinto tutti i Major si qui giocati nel 2019, hanno monopolizzato due finali Slam su tre, vinto tre dei cinque Masters 1000 sin qui disputati e portato a casa due ATP 500. Una ‘triarchia’ egemonica che lascia davvero le briciole agli altri protagonisti del circuito.

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ATP

Evans ha il vento in poppa, a Dubai sfiderà Tsitsipas in semifinale

La prima semifinale opporrà il britannico, che ha sorpreso Rublev ed entrerà in Top 30 per la prima volta, al secondo favorito del torneo, che ha battuto Struff in volata

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Dan Evans - Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

Il vento l’ha fatta da padrone anche oggi in quel di Dubai, premiando chi si è saputo adattare meglio. Vediamo come sono andati i primi due quarti di finale, che hanno promosso l’atteso Stefanos Tsitsipas (finalista in carica) e il meno atteso Dan Evans.

D. Evans b. [6] A. Rublev 6-2 7-6 (9)

Le emozioni di sicuro non mancano quando Dan Evans scende in campo, come si è visto oggi nel successo su Andrey Rublev, ottenuto in due ore e 12 minuti vendicando la sconfitta del mese scorso ad Adelaide.

 

Reduce da due match durissimi contro Fognini ed Herbert, l’aspettativa era che il britannico avesse bisogno di colpire subito per non trovarsi coinvolto in un’altra maratona. In realtà solo il primo dei due assunti si è rivelato corretto: Evans ha colpito subito, concretizzando la terza chance avuta nel primo gioco, ed è scappato sul 4-1 pesante da cui Rublev non è riuscito a rientrare.Ammirevole il piano tattico dell’una volta tracagnotto albionico, il cui riadattamento tattico post-ban ricorda un po’ quello di Mardy Fish all’inizio dello scorso decennio – nato come giocatore di rete, Evans si è costruito un gioco difensivo di prim’ordine, l’apparente passività della sua posizione in campo compensata dalla straordinaria consistenza del suo back e dalla sua bravura nel cambiare lungolinea, e non è che si sia dimenticato come chiudere nei pressi del net, tutt’altro.

Il vento ha chiaramente determinato l’alto numero di break di questa settimana, influenzando per prima cosa il lancio di palla, e Rublev è forse il giocatore che ne ha fatto più le spese. Fra i giocatori di vertice, il russo è quello che perde più velocità fra prima e seconda, risultando perciò dipendente da alte percentuali con la prima, che non sono arrivate – solo 58% di prime in campo nel primo set, con un magro 57% di punti realizzati, 50 e 64 nel secondo.

Più di tutto, però, è stato lo zero su sei nelle palle break a condannarlo nel primo parziale (problema già avuto ieri con Krajinovic), in cui si è trovato immediatamente con le spalle al muro, implicitamente rendendo molto più pesante ogni eventuale chance avuta e sprecata. Furioso, e spesso coinvolto in una sticomitia con sé stesso, il russo ha dato la sensazione di poterla ribaltare all’inizio del secondo, quando ha salvato tre palle break immediate per poi passare nel quarto gioco, iniziando a muovere l’avversario, costretto a colpire tanti dritti in corsa.

Invece, Evans ha ritrovato le gambe, e ha iniziato a spingere lo slice per prendersi il punto a rete (19 discese nel secondo contro le 10 del primo), completando il capolavoro tattico che l’ha portato a servire per il match sul 5-4. Proprio al momento di chiudere, però, Evans si è irrigidito, commettendo un doppio fallo e un gratuito di dritto che hanno offerto due palle break a un avversario che era parso rassegnato alla sconfitta, trascinando il set al tie-break.

Come successo ieri con Herbert, Evans ha sfruttato il vento per spingere un’altalena di emozioni: si è portato avanti 3-1 con un altro punto di grande acume, chiamando l’avversario avanti due volte per poi passarlo con un rovescio lungolinea:

5/17 a rete per il russo, che però ha continuato il forcing da fondo recuperando immediatamente. L’equilibrio si è rotto con un doppio fallo esiziale del britannico sul 5-5, ma Rublev ha sotterrato il set point in rete in maniera desolante, ed Evans non si è fatto pregare, attaccando la seconda successiva a rete per salire a match point. Rublev è stato molto bravo, però, e ha giocato uno scambio attentissimo in cui Evans non ha mai potuto spingere. Il britannico è salito di nuovo a match point con uno slice lungolinea che ha sorpreso il russo, ancora bravo a salvarsi nello scambio. Un altro contropiede gliene ha dato un terzo sul 10-9, e stavolta il passante di Rublev è finito lungo, dandogli il più importante risultato della carriera a livello 500.

Ho fatto un casino sui match point, soprattutto quando ho servito per il match“, ha detto, sempre candido. “Sembra un clichè, ma alla fine conta rimanere lì con la testa e resistere, perché sapevo che le chance sarebbero arrivate. La calma e la freddezza sono gli aspetti di cui sono più contento al momento“.

Ho ancora benzina, è per questo che mi alleno, per durare cinque match in questo tipo di tornei“, ha risposto alla domanda su quanto i lunghi match giocati finora l’abbiano prosciugato. “Sarò pronto per domani“. In questo momento Evans salirebbe al N.27 delle classifiche mondiali, una rinascita incredibile per un giocatore soggetto a una squalifica per abuso di sostanze illegali – il parallelo con il fresco ritiro di Sharapova non può che sovvenire, con i dovuti distinguo. Per il tipo di gioco che ha è difficile che possa salire ancora molto, ma non può che far piacere vedere un giocatore che non solo possiede una grande varietà, ma anche una garra insospettabile.

Dan Evans – Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

[2] S. Tsitsipas b. J.-L. Struff 4-6 6-4 6-4

Decisamente diverso ma persino più combattutto il match fra due giocatori con un servizio molto più pesante quali il finalista 2019, Stefanos Tsitsipas, e Jan-Lennard Struff, con il greco che ha prevalso in due ore e 22 minuti, pareggiando gli scontri diretti sul 2-2.

La prima opportunità l’ha avuta proprio il teutonico (spesso vincente nel braccio di ferro), nel quinto game, ma una buona prima al centro di Tsitsipas gli ha fatto scentrare la risposta. Il greco è calato con la prima, però, scendendo dall’oltre 80% di inizio match al 59, concedendo lo 0-40 nel decimo gioco, tre set point. La tds N.2 ha salvato le prime due chance, ma sulla terza Struff ha spinto alla grande, esibendosi in due parate a rete che hanno portato l’avversario a steccare il passante in controbalzo, consegnandogli il parziale.

Tsitsipas non è certo tipo da uscire dal match, ed è passato subito nel secondo, dettando sapientemente e giocando sul tennis erratico del tedesco e crescendo con il rovescio, con cui è riuscito ad opporsi con più vigore alle prime e alle botte semi-piatte dell’avversario. La lentezza del campo ha continuato a favorire il peso di Struff, che si è procurato la palla del contro-break nel quarto gioco, fallita mettendo largo un dritto su una palla bassa. Nel quinto gioco ha steccato un dritto che avrebbe di fatto chiuso il set, rischiando di pagarlo quando Struff si è portato 15-40 nel momento in cui stava servendo per il set. Il servizio l’ha però cavato d’impaccio, permettendogli di andare al terzo.

Il set decisivo si è aperto come il precedente, con due palle break Tsitsipas, ma stavolta Struff si è salvato, grazie anche a un avversario un po’ incerto sugli appoggi, tenendo la battuta dopo due ulteriori chance avute dal greco e divenendo ancora più aggressivo. Al momento del dunque, però, Tsitsipas ha messo i pattini rimontando da 40-0 sotto nel nono game, procurandosi la palla per servire per il match con due recuperi clamorosi. Un’altra stecca l’ha inizialmente fermato, ma una risposta profonda ha nuovamente aperto la strada, e stavolta Struff ha regalato, mettendo lungo un dritto che ha chiuso la partita.

Stefanos Tsitsipas – Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

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ATP

Djokovic scherza con Khachanov a Dubai, resterà N.1

Terza passeggiata di salute per il serbo, che chiude di nuovo in un’ora. Rimarrà in vetta per almeno due settimane, ma potrebbero diventare due mesi

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Novak Djokovic non sembra accorgersi del crescente livello degli avversari, stendendo la tds N.7 Karen Khachanov per 6-2 6-2 in un’ora e sette minuti, portando il totale speso in campo a tre ore e sei, meno della finale di Melbourne.

La buona notizia per il serbo, aldilà di una condizione scintillante, è che questa vittoria gli permette di rimanere in vetta al ranking per le prossime due settimane a prescindere dal risultato di Nadal ad Acapulco – Nole difende pochissimi punti (appena 315) fino a Madrid, ed è quindi probabile che resti davanti per almeno i prossimi due mesi, superando Pete Sampras e avvicinando le 310 settimane di Federer.

Khachanov l’aveva notoriamente battuto in finale a Bercy nel 2018, ma questo match è somigliato di più al loro recente confronto in Davis, vinto facilmente da Nole – i confronti diretti sono sul 3-1 ora.

 

Nole ha sofferto pochissimo, prendendo le misure all’avversario come un boa fin dall’inizio, e ha breakkato a zero nel quarto gioco, quando Khachanov ha sbagliato tutto lo sbagliabile prima di essere trafitto da una risposta vincente di dritto:

Il russo non è quasi mai riuscito a rispondere, perdendo i primi otto punti sulla prima dell’avversario, e ha ceduto nuovamente la battuta mostrando tutti i suoi limiti di mobilità e rapidità di braccio – anche una striscia di 14 punti di fila per Nole durante il parziale. Gli va dato comunque merito per aver avuto un sussulto d’orgoglio sul 5-1, quando ha salvato set point su una brutta smorzata e per la prima volta è riuscito a dominare gli scambi, cancellando uno dei due break. Djokovic non si è scomposto, e ha subito chiuso il parziale, vincendo il 60% di punti sulla prima dell’avversario.

Nuovo set ma stessa storia: immediata opportunità per Djokovic su un dritto in rete del russo, che è riuscito a reggere in quella situazione ma ha continuato ad arrancare sui drop shot di Djokovic, mai infastidito dalla pressione dell’avversario e pronto a chiudere lo scambio a piacimento. L’ennesima smorzata, al termine di uno scambio da 20 colpi, gli ha dato lo 0-40 nel terzo gioco, subito sfruttato con un pallonetto non controllato da Khachanov. Ecco la palla corta:

Il match si è concluso rapidamente, se mai è iniziato. Khachanov ha mostrato simpatia quando ha esultato su un raro punto fatto su una palla corta del serbo, ma ha concesso un altro break che ha chiuso la partita senza colpo ferire.

Mi sento bene e sto giocando bene, amo giocare in notturna“, ha detto Nole. “Mi piace giocare qui, l’ho sempre detto. Anche se sono concentrato non vuol dire che non mi diverta, la competizione è sempre qualcosa che mi dà piacere. Non sono sempre calmo in campo, ma la capacità di focalizzarmi sui colpi e l’esperienza di anni sul tour sicuramente mi aiutano a non perdere il controllo“.

Il suo prossimo avversario sarà il vincente del derby Gasquet-Monfils, contro i quali ha uno score totale di 29-1, perciò è presumibile che possa guardare con ottimismo al match di domani, anche perché quando sta così non ci sono partite per cui non possa farlo.

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ATP

Djokovic, un’ora di lezione a Kohlschreiber. A Dubai avanza ancora un Evans miracolato

Nole gioca una gran bella partita: ora gli manca una sola vittoria per difendere il primo posto, almeno per questa settimana. Struff batte Basilashvili in appena 39 minuti, avanza Tsitsipas

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dal sito ufficiale del Dubai Duty Free Tennis Championships

Pare che Novak Djokovic stia affrontando il torneo di Dubai come il warm-up del Sunshine Double che sarà, tra un paio di settimane. Per meglio dire: la rilassatezza è quella con cui si scende in campo quando non c’è nulla in palio (e si prova ogni soluzione tecnica traendone profitto), ferocia e concentrazione tradiscono il facilmente intuibile motivo per cui il serbo ha fatto scalo negli Emirati. Difendere la prima posizione in classifica riconquistata in Australia, trono per la cui difesa dovrà spendersi verosimilmente con un certo ardore fino alle falde del torneo di Roma, quando per il suo rivale Nadal inizierà a suonare un allarme da 3000 punti (i 1000 degli Internazionali e i 2000 di Parigi).

Per essere certo di volare in California da capoclassifica gli serve un’altra vittoria, e proverà a ottenerla ai quarti contro Karen Khachanov. Il russo costituirà certamente un banco di prova più affidabile, poiché né lo sfortunato Jaziri due giorni fa né tantomeno Kohlshcreiber oggi sono riusciti a costringere Nole al sudore. Anzi, il tedesco già sconfitto undici volte su tredici ha addirittura visto l’impietoso cronometro arrestarsi 33 secondi prima che scattasse l’ora di gioco, quasi il serbo avesse da onorare un appuntamento per cena. A lezione finita, Djokovic ha abbracciato l’avversario con fare guascone e vagamente consolatorio, somministratagli che aveva l’amara dozzina (sono infatti dodici, adesso, le sconfitte subite contro il serbo).

Kohlschreiber sicuramente non si è divertito, Djokovic – e i tifosi – certamente di più. Il serbo ha colpito con grande agio, per ricordare a chi ne lamenta un gioco troppo noioso che il suo modo di colpire la palla è un grande spettacolo, quando praticato con questa libertà d’esecuzione. E come spesso accade quando il serbo non ‘sente’ il timore di perdere, si è prodotto in vincenti di pregio assoluto. La splendida palla corta scoccata da lontanissimo – era quasi oltre il corridoio – e rivelatasi irraggiungibile per Kohli a inizio secondo set, per creare i presupposti di un immediato break, o il passante brutale con cui ha fulminato il tedesco che aveva incautamente guadagnato la rete nel terzo gioco .

Visibilmente e comprensibilmente scoraggiato, Kohlschreiber ha pure fallito un paio di comodissime benedizioni a rete (un devoto grazie a Rino per averci donato l’espressione) che se non altro hanno avuto il pregio di accorciargli l’agonia. Non era certo questo il giorno in cui dimostrare che a 37 anni può avere ancora qualcosa da dire nel circuito, sebbene il trend di classifica l’abbia visto sgusciare fuori – lo scorso maggio – da una top 50 difesa quasi ininterrottamente per dodici anni, e questo vorrà pur dire qualcosa.

GLI ALTRI INCONTRI – Nessuna grossa sorpresa, nessuno scossone consistente per il tabellone guidato da Djokovic. Degna di menzione la memorabile stesa subita da Basilashvili per mano di Struff, un 6-1 6-0 durante appena 39 minuti e 8 secondi che senza gli storici ventotto minuti dell’iconico Nieminen-Tomic di sei anni fa avrebbe forse ottenuto un piazzamento più dignitoso nella top 10 dei match più corti in Era Open. Tsitsipas ha annullato cinque palle break al tumultuoso Bublik senza per questo concedergli set, Rublev ha vinto il quindicesimo match stagionale contro Krajinovic e andrà a sfidare un sempre più miracolato Dan Evans.

Proprio il britannico è stato protagonista dell’unica partita davvero vibrante di giornata, nella quale si è permesso di annullare ben tre match point a Herbert nel tie-break del terzo set (è stato sotto 6-4 e poi 7-6). Da un lato è il francese che sta prendendo questa cattiva abitudine, se è vero che anche a Marsiglia ne aveva mancati tre contro Auger-Aliassime, dall’altro è Evans che dopo aver approfittato degli sciupii di Fognini ha trasformato un’altra sconfitta in una vittoria. Si dice che non ci sia due senza tre: dovesse ripetere l’impresa anche contro il centratissimo Rublev di queste settimane, avrebbe ottime possibilità di firmare un nuovo best ranking.

Risultati:

[1] N. Djokovic b. P. Kohlschreiber 6-3 6-1
D. Evans b. P-H. Herbert 7-5 3-6 7-6(7)
[6] A. Rublev b. F. Krajinovic 7-6(3) 6-0
[2] S. Tsitsipas b. A. Bublik 7-6(1) 6-4
[7] K. Khachanov b. [Q] D. Novak 6-3 6-4
J-L. Struff b. Basilashvili 6-1 6-0
R. Gasquet b. [8] B. Paire 6-4 6-4
[3] G. Monfils b. [Q] Y. Uchiyama 6-1 6-2

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