Caruso si rompe con il suo sogno (Benvenuti). Onda rosa su Palermo (Vannini). Essere Federer in due match point (Imarisio)

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Caruso si rompe con il suo sogno (Benvenuti). Onda rosa su Palermo (Vannini). Essere Federer in due match point (Imarisio)

La rassegna stampa di domenica 21 luglio 2019

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Caruso si rompe con il suo sogno (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Dura un’ora esatta il sogno di Salvatore Caruso di approdare alla finale dell’Open di Umago contro il già qualificato ungherese Attila Balazs. Un infortunio alla gamba sinistra, verificatosi proprio nell’ultimo game del primo set, nega infatti al giocatore di Avola la possibilità di regalare al tennis italiano per il quarto anno consecutivo la sfida per il titolo del torneo croato inserito nel circuito ATP World Tour 250 series dopo Fabio Fognini (vincitore nel 2016), Paolo Lorenzi (finalista nel 2017) e il campione uscente Marco Cecchinato. Un cocente rammarico, giacché Caruso aveva iniziato il match in maniera convincente, trovando un prezioso break al terzo gioco (2-1) e poi difendendo il vantaggio fino al 5-3, ottenuto a zero. A quel punto, tuttavia, il serbo Dusan Lajovic (testa di serie numero 4) aveva comunque iniziato a salire di livello, vincendo tre game di fila e portandosi sul 6-5. Quindi, il siciliano andava a servire per agganciare almeno il tie-break ma, sullo 0-30 (e dopo 51′ esatti di gioco), si infortunava e a nulla valeva anche l’intervento del fisioterapista. Inutile anche lo stoico tentativo di continuare, mentre l’avversario non aveva difficoltà a chiudere in scioltezza gioco e set contro un giocatore menomato. Caruso ha provato anche a iniziare il secondo set con il servizio a favore ma, vistosamente claudicante, stringeva quasi subito la mano a Lajovic e all’arbitro sul punteggio di 0-40. In precedenza, l’ungherese Balazs (proveniente dalle qualificazioni e vittorioso in semifinale contro Stefano Travaglia) aveva superato abbastanza agevolmente il serbo Laslo Djere. E’ finita in semifinale, dopo cinque match vinti di fila, la corsa di Martina Di Giuseppe sulla terra di Bucarest, in Romania. La 28enne romana, n.211 del ranking mondiale, promossa dalle qualificazioni, cede per 6-3 6-2, in poco più di un’ora di partita, alla kazaka Elena Rybakina, 20 anni, 106 Wta, che oggi si giocherà il titolo con la rumena Patricia Maria Tig, senza ranking dopo 18 mesi di stop per infortunio prima e perla nascita della sua primogenita poi.

Onda rosa su Palermo (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

 

Palermo torna dopo cinque anni nel circuito internazionale del tennis e spera di portare con sé “l’Onda rosa” che per tanti anni ha caratterizzato il nostro movimento. In un momento di flessione delle ragazze italiane, dopo le stagioni d’oro delle moschettiere di Fed Cup, alla 30^ edizione del Palermo Ladies Open, scattata ieri coi match di qualificazione, ben cinque azzurre sono nel tabellone principale, sia pure grazie a delle wild card, e con in più la sorpresa di Martina Di Giuseppe, che entrerà di diritto nel main draw in virtù di uno special exempt dovuto alle sorprendenti semifinali raggiunte a Bucarest. Ognuna delle azzurre presenti sulla tersa rossa del Country Club ha una storia interessante da raccontare. Ed è un peccato che la nostra numero 1, Camila Giorgi, a lungo corteggiata dagli organizzatori, alla fine abbia detto no per le precarie condizioni fisiche. Ma gli stimoli delle altre sono solidi. Si va dalla voglia di rivalsa di Sam Errani, che ha legato a questo torneo alcuni dei momenti più belli della carriera (2 vittorie e 2 finali), alla notorietà che, a quasi 32 anni, ha conquistato Giulia Gatto Monticone, dopo la passerella sul Centrale di Wunbledon opposta a Serena Williams. Cerca conferme di una crescita graduale Jasmine Paolini e ha trovato posto grazie a una serie di ritiri anche Martina Trevisan. C’è anche curiosità per la seconda puntata in un torneo Wta della Di Giuseppe, che potrebbe fare un bel balzo in classifica e trovare, anche lei già 28enne, quella fiducia che solo i risultati possono regalare. E’ un’occasione che le azzurre dovranno provare a sfruttare perché tornei di casa ce ne sono pochi […]: confortante la risposta degli abbonamenti, ben 1.350. Il sorteggio di ieri sera ha già fissato un derby assolutamente medito: Errani contro Di Giuseppe, chi va avanti troverà sulla propria strada la testa di serie n. 5, la francese Parmentier. Complicata la sfida della Trevisan, opposta alla seconda favorita, l’altra francese Cornet, che è appena arrivata in finale a Losanna. Un’altra testa di serie, la Siegemund (n. 6), reduce da un ottimo risultato a Bucarest, sarà anche sulla strada della Paolini. Più abbordabile appare il match della Gatto Monticone con la tedesca Lottner, n.190. Ancora in corsa fra le azzurre anche la Cocciaretto che ieri ha superato il 1° turno delle qualificazioni. Furori invece Deborah Chiesa, Federica Rossi e Cristiana Ferrando. Le maggiori attenzioni si convoglieranno su Kiki Bertens, l’olandese n. 5 Wta, al ritorno sulla terra rossa e in Italia dopo le semifinali raggiunte a Roma e una buona stagione sull’erba (una finale e una semifinale).

Essere Federer in due match point (Marco Imarisio, Corriere della Sera)

A una settimana di distanza, quei due match point sono quasi diventati un’entità viva, con la quale sfogarsi e recriminare, cercando di elaborare un lutto collettivo. Non esiste un amore sportivo paragonabile a quello che il mondo prova per Roger Federer. Gli altri, nel calcio o nel basket, hanno una squadra e una bandiera. Il Re è di tutti. E quando perde, i suoi ammiratori soffrono come se fosse uno di famiglia, il genio buono a cui speri che tutto vada bene. Domenica scorsa a Wimbledon, Federer non ha solo perso. Ha sofferto e sta soffrendo, come mai forse gli era capitato. Proprio quando era a un solo punto dalla sua vittoria più bella, quella che avrebbe chiuso ogni discussione sul più grande di sempre. Abbiamo letto distopie dove l’ultima palla steccata dal Re ricade nel campo di Novak Djokovic che sbaglia, e la partita continua fino alla sua vittoria. Abbiamo visto comparazioni dell’ultimo match point della finale di domenica con quello della vittoria del 2012 contro Andy Murray, simili ma non uguali, quasi che l’immagine affiancata della sua gioia di sette anni fa, potesse evocare quel che doveva essere. Non c’è neppure una spiegazione tecnica o un senso compiuto a cui aggrapparsi, se non riconoscere la natura umana di quello che è invece considerato un Dio, ma è anche il giocatore che ha perso più partite con match point a disposizione, ben ventiquattro. Uno di noi, con le sue paure, e non una divinità lontana. Ma questo non addolcisce la sensazione di ingiustizia. Ce l’aveva fatta, era il giorno dei buoni, toccava a lui. «I due match point di Federer». Allora torniamo indietro. A sorpresa l’ago della bilancia del quinto set pende verso di lui. Djokovic non gioca bene. Resiste, tutto qui. Lo obbliga a giocare ogni volta due colpi in più. Ma subisce. E subisce anche il break. 8-7. Alle 19.24, ora italiana, Federer serve per il match. Con due aces centrali sale 40-15. Eccoci. Non c’è mai stata una posta in gioco più alta nella storia di questo sport. Non è solo Wimbledon. È la chiusura del cerchio. Roger, Rafa, il neoclassicismo e la sua nemesi sotto forma di pura forza di volontà. E poi Novak Djokovic, il dio minore, quello che è arrivato dopo, e insidia una storia d’amore che si vorrebbe infinita. I tre più grandi, tutti nella stessa epoca. Federer non ha mai vinto uno Slam battendo quei due. Nadal lo ha fatto al Roland Garros quando Djokovic era ancora bambino, non vale. Djokovic nell’ormai lontano Us Open del 2011, il suo primo anno di grazia. Il valore simbolico di quell’ultimo punto è spaventoso. I tifosi di tutto il mondo pregano. «Ancora una volta». Sanno che se fa quel punto non ci sarà più nulla da chiedere, tutto questo amore sarà appagato. Federer tira una prima esterna. Djokovic risponde profondo. Lo svizzero non ha altra scelta, cerca il vincente di contro balzo. Fuori. II cordoglio collettivo si concentra sul secondo match point. Federer va a rete subito, quasi a liberarsi, a finirla una volta per tutte, dai che sbaglia, la metterà fuori. Invece è dentro. Ha lottato per altri quaranta minuti. Ma sembra che tutto sia finito in quel momento. Quando finisce davvero, la Bbc conclude la sua cronaca in diretta senza una parola sul vincitore. «Due match point. Sul suo servizio. Potrebbe non avere mai più un’occasione del genere». Lo pensano tutti, e per chi lo ama è un pensiero intollerabile. […]

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Panatta: «Vorrei credere nell’aldilà, nel dubbio porto la racchetta» (Piccardi). Tiafoe, altro positivo. Nadal, ombre su NY (La Gazzetta dello Sport). Sonego centra il bis (Bertellino)

La rassegna stampa di domenica 5 luglio 2020

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Panatta: «Non trovo più i miei cimeli. Vorrei credere nell’aldilà, nel dubbio porto la racchetta» (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Adriano, sono settanta. «Ma di cosa parliamo?». Settant’anni giovedì. «Cerchi rogne?». Daaai. Giro di boa importante: tentiamo un bilancio? «Il bilancio facciamolo tra dieci anni, se ci arrivo. I 70 non me li sento addosso. Tocco ferro: sono ipocondriaco da sempre, ma sto bene. Ogni tanto ho un po’ di mal di schiena. L’ha usata parecchio, Panatta, mi ha detto il dottore. Verissimo. Però il tennis, alla fine, è stato gentile con me».

Cominciamo da Roma, Parigi o dalla Davis in Cile? Tutto nel ’76.

 

Possiamo fare finta che non ho mai vinto nulla e parlare d’altro? È vero: non ho una coppa. Ho perso tutto. Non è un vezzo, giuro. Ho fatto tanti di quei traslochi in vita mia…

Sparita anche la maglietta rossa che a Santiago si dice abbia fatto infuriare Pinochet? «Tutto! Non sono un feticista, l’idea del salotto-museo mi fa orrore. Non l’ho mai detto a nessuno, conservo un’unica cosa: la pallina del match point contro Vilas a Roma, una Pirelli. Se la fece regalare mio padre Ascenzio, custode del Tc Parioli. Quando è mancato, riordinando casa, l’ho trovata. Poi è sparita di nuovo, misteriosamente. L’ha ripescata di recente mia figlia Rubina in un cassetto. È sbiadita, dura come un sasso. E con il tempo si è rimpicciolita, come i vecchi.

I trofei, il boom del tennis alla fine degli Anni 70, la grande popolarità ancora oggi: di cosa va più fiero, Adriano?

Penso di essere stato una brava persona, con tutti. Non ho sospesi. Non sono vendicativo, non serbo rancore. Ho avuto parecchie delusioni però poi scordo tutto: nomi, cognomi, motivo dei contrasti… Comunque ho una certezza: ho avuto più amici che nemici. Paolo Villaggio: Un uomo di cultura mostruosa e intelligenza straordinaria. Un fratello, un fuoriclasse, un genio assoluto. Ci divertivamo con poco, non parlando mai né di cinema né di tennis. Lo adoravo perché sapeva sempre sorprendermi. Fu lui a presentarmi Fabrizio De André, che scoprii essere timidissimo. Ugo Tognazzi: irresistibile, quando era in forma. Dopo Roma e Parigi, mi ero messo in testa di vincere Montecarlo. Nell’81 sto giocando bene, sono tirato a puntino: arrivo in semifinale contro il solito Vilas. La vigilia piombano in riviera Paolo e Ugo. Voglio cenare alle otto e andare a letto presto, dico. Come no. Si presentano alle undici, ci sediamo a tavola a un’ora assurda, la serata finisce alle tre del mattino tirando fuori Ugo che vomita da un cespuglio. Il giorno dopo, non vedo palla: Vilas mi massacra.

Quindi è vero: se fosse stato meno viveur e meno pigro avrebbe vinto molto di più.

Questa è una leggenda da sfatare: io non sono pigro, è che mi hanno dipinto così. Certo non ero Borg, ma non farei mai cambio. Non mi allenavo come Vilas, però nemmeno passavo le giornate a poltrire. La verità è che avevo un gioco molto rischioso, da equilibrista, senza margini, che mi richiedeva di essere sempre al cento per cento. E poi avevo tanti interessi, mica solo il tennis. Certo tornassi indietro, sono sincero, alcune cose non le rifarei.

Ed eccoci a Wimbledon ’79, a quel quarto di finale perduto con Pat Du Pre.

Non me lo perdono, il più grande rimpianto della carriera. Ho sempre snobbato Wimbledon, non me ne fregava niente: gli inglesi, le loro tradizioni, l’erba su cui la palla rimbalzava da schifo… Levava la parte artistica dal gioco, la odiavo.

Ha mai sognato di rigiocare il match con Du Pré?

Uff! Tante di quelle volte… E nemmeno nel sogno riesco a vincere. Mi sveglio sempre un attimo prima. Un paio di volte mi sono sognato in campo con un mestolo in mano: un’angoscia! Tu pensa la testa…[…]

Il più grande dl sempre?

Facile, Roger Federer. Le statistiche a favore di Djokovic non mi interessano. Io guardo il complesso: lo stile, la mano, la completezza. Federer è, e sempre sarà, quello che gioca a tennis meglio di tutti gli altri. […]

Francesco Guccini, fresco 80enne, sostiene che l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire.

Non è vero: anche gli elefanti se ne accorgono.

Crede che nell’aldilà continuerà a giocare a tennis, Panatta?

C’è un aldilà? Mi farebbe molto piacere crederci. Nel dubbio, però, la racchetta me la porto.

Tiafoe, altro positivo. Nadal, ombre su NY (La Gazzetta dello Sport)

Senza pace. Più si avvicina l’ora X, il 3 agosto a Palermo per le donne e il 14 agosto a Washington per gli uomini, e più il tennis si ritrova incartato nelle enormi problematiche del coronavirus. Dopo il caos dell’Adria Tour con Dimitrov, Coric, Troicki e soprattutto Djokovic, adesso tocca a Francis Tiafoe finire nel calderone della positività, rilevata ad Atlanta dove stava partecipando all’All American Team Cup. Il numero 81 del mondo ha accusato i sintomi del Covid-19 dopo la vittoria su Querrey di venerdì e lo ha comunicato su Twitter: «Sfortunatamente sono risultato positivo. Negli ultimi due mesi, mi sono allenato in Florida e sono risultato negativo fino a una settimana fa. Ho in programma di svolgere un secondo test all’inizio della prossima settimana, ma ho già adottato il protocollo di isolamento come suggerito dallo staff medico». Il torneo prosegue con tutte le misure di sicurezza già previste, ma accompagnato dalle critiche, visto che si gioca a porte aperte (pur con capienza limitata a 450 spettatori) e in uno stato, la Georgia, in cui i contagi sono in crescita esponenziale. Insomma, un’altra potenziale tegola sugli Us Open, proprio nei giorni in cui Djokovic esprime ancora perplessità e manda una lettera in merito ai colleghi e zio Toni Nadal (con il supporto di McEnroe) consiglia al nipote Rafa di evitarsi il viaggio, malgrado sia campione in carica: «Cosa ne sarà della quarantena richiesta dagli Stati europei al ritorno? E poi il calendario è folle, dovrebbe giocare sul cemento e poi subito sulla terra: meglio si prepari per il rosso, anche se è difficile rinunciare a difendere uno Slam».

Sonego centra il bis (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Lorenzo Sonego ha raddoppiato e dopo il titolo italiano conquistato a Todi la scorsa settimana ha centrato con merito anche il successo nella 2a tappa dello ZzzQuil Tennis Tour andata in scena al Tennis Club Perugia, chiusa ieri e organizzata da MEF Tennis Events. Il torinese, numero 3 d’Italia e 46 del mondo, si è calato perfettamente nella parte dando anche una lezione di stile a tanti suoi colleghi che hanno preferito le esibizioni del periodo (senza alcun valore agonistico e tecnico) al mettersi in gioco in competizioni ufficiali. La sua imbattibilità è proseguita ieri in finale contro il croato Viktor Galovic, best ranking di numero 173 ATP. Nel primo set Galovic ha chiuso sul 6-3. Nel secondo set equilibrio assoluto in avvio (2-2) con Sonego che ha chiesto anche un intervento medico al cambio campo del game numero 3, sul 2-1 in proprio favore per un problemino agli adduttori. Break poi per l’allievo di Gipo Arbino, salito sul 4-2 e servizio. Non capitalizzato e subito restituito (4-3). Il tie-break ha deciso la frazione con dominio del torinese (7-1). Nella terza frazione un solo break ha fatto la differenza, in favore di Sonego, che ha chiuso al decimo gioco e al secondo match point utile: «Il mio avversario è partito forte – ha detto in conclusione – è stato difficile adattarmi al suo gioco e crescere nel corso dell’incontro. Ho mantenuto l’atteggiamento giusto e alla fine, con grinta, ce l’ho fatta. Sono state due settimane fantastiche che hanno confermato la qualità del lavoro dell’ultimo periodo di allenamento. Ho tirato fuori il meglio di me e ora sono in fiducia per il prosieguo della stagione». […]

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). “A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Semeraro). John fece la storia (Condò)

La rassegna stampa del 4 luglio 2020

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Ieri ad Atlanta e scattata l’All American Team Cup, un minitorneo di tre giorni riservato ai primi otto giocatori statunitensi nella classifica Atp. La novità più rilevante, però, riguarda la presenza dei tifosi e quindi l’evento e monitorato con attenzione in ottica Us Open. A seguire le partite di Isner, Querrey, Tiafoe, Sandgren, Paul, Fritz, Johnson e Opelka avrà accesso un numero limitato di tifosi (qualche centinaio): tutti saranno tenuti a compilare un questionario sullo stato di salute e a farsi misurare la temperatura corporea. I posti saranno distanziati di due metri ma non sarà obbligatorio indossare mascherine. Tra le altre misure di sicurezza ci sarà il divieto di utilizzare denaro in contanti per comprare cibo e bevande. Insomma, regole stringenti, ma nonostante il possibile riverbero sugli Us Open, lo Slam newyorkese rimane sempre al centro della tempesta. Secondo il quotidiano spagnolo Marca, Djokovic sarebbe tornato all’attacco, manifestando ai colleghi le perplessità legate alla quarantena da fare una volta tornati in Europa (con Madrid e Roma programmati per le due settimane successive). In veste di presidente dei giocatori, poi, ha assicurato che se i tornei americani venissero cancellati, chiederà il rimborso totale delle spese già sostenute da tutti.

Le Finals più grandi (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Torino si riapre al mondo intero. Per quanto manchi ancora più di un anno, che se organizzi un simile evento equivale a domani, però. Il post è del sindaco di Torino Chiara Appendino: «”Vogliamo creare l’evento più grande del tennis mondiale”. Sono le parole del direttore generale della Federtennis, Marco Martinasso. Parole che come Città di Torino facciamo nostre e che confermiamo con il grande impegno che stiamo profondendo in questo senso. A dare prova del clima di fiducia che si respira intorno a questo evento, che Torino ospiterà dal 2021 al 2025, ci sono 10 raggruppamenti d’impresa – a cui va il nostro ringraziamento – che hanno presentato una proposta per definire il master plan dell’evento. Progetti concreti, investimenti. Pronti per rilanciare l’immagine di Torino in tutto il mondo attraverso questo evento internazionale. Ora, la pandemia ovviamente ha imposto degli interrogativi circa la presenza del pubblico su cui stiamo lavorando affinché possano essere il meno impattanti possibile. A fine mese il progetto definitivo». Appendino si è anche espressa in video, a commento del nuovo Piano regolatore e dell’accordo con la Banca Europea Investimenti per combattere il cambiamento climatico e rendere la città più vivibile e moderna: «Stiamo lavorando molto perché è un evento molto impattante per la città che avverrà per cinque anni consecutivi. In questi giorni è stato pubblicato il bando per la costruzione del Master Plan. Hanno partecipato dieci cordate. Entro fine luglio avremo i dettagli del master plan e poi inizieremo con tutti i lavori. Le Finals Atp porteranno a trasformare l’area Combi abbandonata da anni. Ad inizio settembre ci sarà una presentazione». Secondo il direttore della Fit, Martinasso, le ricadute positive saranno superiori agli 80 milioni previsti. Le aziende in corsa sono Balich Worldwide Shows, Parcolimpico e Live Nation, Prodea e Armando Testa, Next Group, Ey, Recchi, Rcs Sport e Carlo Ratti Associati, Awe Sport, Benedetto Camerana e Nielsen Sport, Hdra e Anvi, Pwc e GroupM, Master Group Sport e Pininfarina, Deloitte e Italdesign. Tutte presenteranno un progetto architettonico e comunicativo. Come noto, campi d’allenamento saranno allo Sporting circolo della Stampa di corso Agnelli. Ma è possibile si unisca anche il Palavela. Un evento che coinvolga l’intera città, era l’idea di partenza della candidaura. E si sta sviluppando.

“A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] La cancellazione dei Championships, che sarebbero alla fine della prima settimana, non l’ha presa bene. Che cosa ha pensato quando ha sentito la notizia? «Mi ha sorpreso che una decisione che riguardava un evento previsto a luglio sia stata presa a marzo. In quel periodo sono stati cancellati molti eventi, ci si è fatti prendere dal panico. Giusto pensare alla sicurezza, ma si sarebbe potuto aspettare prima di cancellare tutto». Gli Us Open si giocheranno in clausura… «Non ci sarà il pubblico, non sarà il tennis che conosciamo, ma l’importante è che si ritrovi una continuità». Djokovic e Nadal storcono il naso… «I tennisti capiscono che c’è una crisi, si adatteranno. Certo, a tutti piace sentire la folla durante una finale, ma una cosa del genere non era mai successa prima. Poi il 95 per cento dei giocatori è interessato a guadagnarsi da vivere». Che cosa pensa delle critiche ricevute da Djokovic per le sue uscite no-vax e i contagi dell’Adria Tour? «Novak è molto di più che un tennista. Viene da una storia difficile, è stato bravo a sviluppare le sue qualità di atleta. Sono sempre d’accordo con lui? No, ma è importante che non si limiti a parlare solo di tennis. Sta ricevendo critiche ingiuste, la sua esibizione aveva uno scopo nobile. È vero che la partita a basket e le feste non erano necessarie, ma anch’io a 30 anni volevo divertirmi. Non giustifico ciò che è accaduto, ma capisco la tentazione». In che rapporti è rimasto con lui? «Ottimi, dopo tre anni e mezzo di grandi successi fra noi è nata un’amicizia vera. Parliamo ancora di tennis». Roma e Parigi a fine settembre la convincono? «A Roma si può giocare all’aperto a ottobre e anche a novembre. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di cosa è meglio. Il meglio è dare agli atleti e ai tornei di che guadagnarsi da vivere». Lei è ancora popolarissimo: merito dei successi o del carattere? «Una combinazione. Ho vinto tanto, poi sono diventato commentatore e coach. A me piace pensare che sia per merito del mio carattere». Per servire come faceva lei è più importante la testa, il cuore o il braccio? «Tutto parte dalla testa. Devi capire l’importanza del servizio, che oggi è sottovalutato, e infatti in molti lo eseguono male. Poi devi assimilare la giusta tecnica. Ma senza cuore come fai a giocare la seconda di servizio sulla palla break?» La vera epoca d’oro è quella di Federer, Djokovic e Nadal, o la sua negli Anni ’80? «Sono un grande tifoso dei Big 3, quello che hanno fatto loro e Murray è straordinario. Ma sono stati messi in grado di farlo. Borg e McEnroe, Lendl, Edberg, e mi ci metto anch’io, hanno reso il tennis popolare nel mondo. Altri hanno portato avanti quel fenomeno». Nel 2021 vede meglio i giovani o i Patriarchi del tennis? «Intanto mi piacerebbe vedere tutti a New York quest’anno. Non giocare per sei mesi non va bene né per i giovani né per i vecchi, ci saranno sorprese. L’esperienza conta più della forma, ma fino a quando non li vedremo in campo non lo sapremo». Ivan Ljubicic, coach di Federer, dice che con i grandi si lavora solo sui dettagli. D’accordo? «Credo che giochi a nascondersi. I top player sanno come giocare, ma ci sono l’aspetto mentale, la strategia, la preparazione. I coach sono molto importanti. Ivan e Luthi hanno fatto un grande lavoro, se non fosse stato così Roger non li avrebbe voluti al suo fianco così a lungo. Lo stesso vale per Djokovic e per Nadal. Scelgono bene lo staff e si concentrano sulle cose importanti». Tornerà ad allenare? «Ora mi occupo del settore nazionale tedesco, ma se ci fosse l’occasione non lo escludo». Cosa pensa di Berrettini e Sinner? «Il futuro dell’Italia è roseo. Berrettini è già forte, di Jannik mi piace lo stile, è un ragazzo gradevolissimo e Riccardo Piatti è uno dei migliori coach in circolazione. Ma dovete dargli tempo». Quale momento sceglie della sua love story con Wimbledon? «Non scelgo. È bello pensare alle finali, ma da pro sai che vincere il primo turno conta altrettanto». A 52 anni Becker è sempre un ribelle o è diventato un conservatore? «Sono sempre un ribelle, non cambierò mai. Ma la vita mi ha dato molte lezioni e oggi mi piace usare la mia esperienza per fare la cosa giusta».

John fece la storia (Paolo Condò, Sport Week)

Il 5 luglio del 1980, quarant’anni fa, il pubblico del centrale di Wimbledon seguì sbalordito il tie-break più bello della storia, quello che John McEnroe vinse 18-16 su Björn Borg. Alcuni libri sostengono la tesi che si trattasse del quarto set della finale, e che prima e soprattutto dopo quel maestoso tie-break Borg l’abbia fatta sua per la quinta e ultima volta. Baggianate. Di quel pomeriggio è passato alla storia il tiebreak (che tra poco rileggeremo nel dettaglio) come del Mondiale di calcio ’74 ricordiamo l’Olanda, come il Mondiale di ciclismo di Gap del ’72 ci è entrato nel cuore per la fuga di Franco Bitossi. […] La carica eversiva del ventunenne John si esprime alla perfezione nel suo inevitabile servizio-volée. Sul primo punto del tie-break Borg disegna pure un gran pallonetto, ma McEnroe si allunga allo spasimo, e schiaccia (1-0). I primi due servizi di Borg danno esiti simili: blando rovescio in rete di Mac, il primo di risposta (1-1), l’altro dopo breve palleggio (1-2). Non erano colpi difficili. John appare disgustato da se stesso. Per fare pace blocca una stop-volley appena oltre la rete, piccola opera d’arte (2-2), e allunga con un servizio che Borg ribatte in rete senza speranze (3-2). Sul punto successivo Björn rischia, perché la volée – pure lui segue a rete ogni battuta – è troppo lunga e Mac ha l’angolo per passare. Ma il suo rovescio è un filo fuori (3-3), figlio della stima per lo svedese: per batterlo devi giocare oltre il limite, non sempre puoi restarci dentro. Il servizio successivo è sulla riga, si alza proprio la nuvoletta (3-4). Tocca di nuovo a McEnroe, da sinistra a uscire: Borg si sposta bene sul dritto ma la palla è troppo veloce, la risposta in lungolinea va fuori di un metro (4-4). Björn è carico, John lo sente e fa due net prima di mettere la prima. La risposta però gli atterra nei piedi. Mac la estrae dal terreno come petrolio da un pozzo: un miracolo, ma che offre a Borg un passante quasi comodo. Primo mini-break (4-5), lo svedese ha due servizi per chiudere. Come un killer seriale che replica le modalità di precedenti omicidi – Copycat, bel film con Sigourney Weaver – così John ribatte nei piedi di Björn e poi lo passa facile (5-5): quel che è fatto è reso, e in un momento delicatissimo. Borg deve ricorrere alla seconda sul servizio successivo, e la mette molto profonda guadagnandosi lo spazio per il successivo passante da metà campo (5-6). Quasi senza accorgercene, siamo arrivati al match-point. E il terzo per Borg, che ne ha già mancati due nel set. Punto memorabile: Mac deve tirare la seconda a uscire, grande passante incrociato di Björn (che ormai ha capito come spostarsi sul dritto per sparare) e il modo in cui John si allunga sotto rete per raggiungere la pallina e toccarla appena oltre manda letteralmente fuori di testa la gente. Quel colpo è l’urlo di Tardelli in versione tennistica (6-6). Cambio di campo. Borg costringe l’americano a una complicata volée, lo passa (6-7) e risale al match-point, ma stavolta sul proprio servizio. E Mac riveste i panni di Copycat: lo costringe a una volée difensiva, in realtà non difficile, prima di passarlo (7-7). Il punto successivo è il più strategico: dieci colpi per arrivare a un gran passante di Mac, che s’era aperto il campo con un pallonetto (8-7). La gente è felice per il primo set-point di John, per di più sul suo servizio, ma la risposta di Borg è un fulmine che manda l’americano col culo per terra (8-8). Nessuna volgarità: c’è un’inquadratura famosa a testimoniarlo. Per un po’ si procede regolare. Bella volée alta di Mac (9-8). Volée di rovescio chirurgicamente vicina alla linea di Borg (9-9). Risposta sballata di John (9-10), riscattata da un servizio vincente (10-10). Poi, un impercettibile calo di McEnroe consente a Borg un altro mini-break di passante (10-11). […] Lo scambio al solito è breve, molto trattenuto, e il rovescio di Mac colpisce il nastro, vi si arrampica e cade beffardo nel campo di Borg (11-11). Il telecronista dice: «E con questo abbiamo visto tutto». Björn si vendica facendo fare il tergicristallo al rivale (11-12), ma sul quinto match-point, settimo complessivo, deve arrendersi a un rovescio che Picasso non avrebbe dipinto meglio (12-12). Sempre su livelli impercettibili, ma Mac sta prendendo il sopravvento: magnifica volée in controtempo (13-12), due righe salvano Borg (13-13), mini-break grazie a una risposta seppellita fra i piedi dello svedese (14-13). Tombstone. Sul solito superservizio esterno, Mac riceve una risposta debole e disperata: è a rete per ghermire la preda, ma la volée in campo aperto gli esce di un centimetro, un errore inconcepibile (14-14). Mac mima “non ci posso credere”, trasalisce sul punto successivo perché sbaglia la volée, ma il giudice di linea lo salva chiamandogli fuori in ritardo il servizio. Sulla seconda, stop-volley d’autore (15-14). Borg torna in parità grazie a una risposta appena fuori (15-15). Cambio campo, l’ultimo. La gente freme. Batte Borg, gran risposta salvata a stento, e McEnroe azzecca il successivo passante (16-15). Una volée sbagliata maluccio dall’americano (16-16). Serve ancora Mac, e Borg sfiora soltanto la risposta vincente (17-16). Ormai ogni colpo è un tentativo di chiudere, i due non stanno più in piedi dalla tensione. Il crac dello svedese è una volée in rete (18-16), non difficile se solo questa appena conclusa non fosse stata la fine del mondo su un campo da tennis. Dicono che poi abbiano proseguito, e al quinto abbia vinto Borg. Dicono, io ci credo , poco.

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Serena Williams: «Fermarmi mi ha reso più forte» (Piccardi). Roland Garros, porte riaperte. Ok per 20mila persone al giorno (La Nazione). Djokovic negativo. Roma, il rischio è la quarantena (La Gazzetta dello Sport)

La rassegna stampa di venerdì 3 luglio 2020

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Serena Williams: «Fermarmi mi ha reso più forte» (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

La differenza, come sempre, sta nei dettagli. Il corriere Dhl che a metà giugno ha suonato il campanello di casa Ohanian-Williams, villa di Palm Beach, Florida, aveva in agenda una consegna importante. «Un pezzetto di Laykold, la nuova resina acrilica su cui si giocherà l’Open Usa, confermato a New York con inizio il 31 agosto» ha rivelato al mondo del tennis Stacey Allaster, primo direttore donna in 140 anni di storia dello Slam americano, scatenando la fantasia dei retroscenisti: perché mai il torneo, che quest’anno ha deciso di cambiare superficie di gioco, ha dovuto favorire Serena Williams spedendole a casa una mattonella-campione del campo rinnovato? La risposta è nel dna della campionessa dei 23 titoli Slam: la pandemia mondiale che ha congelato lo sport per mesi non ha tolto alla fuoriclasse la voglia di vincere. Durante il lockdown, Serena si è fatta costruire in giardino un campo identico a quello su cui sabato 12 settembre, giorno della finale femminile dell’Open Usa, proverà a conquistare il 24esimo Major, agganciando alla fine di una rincorsa durata ventuno anni l’antenata australiana Margaret Court, detentrice del record. Ennesimo piccolo, ma fondamentale, dettaglio: quel sabato mancheranno appena dieci giorni al suo 39esimo compleanno. «Torno, e non vedo l’ora» ha detto la Williams in un videomessaggio che ha riacceso la fibrillazione tra le legioni di fan, che includono Barack e Michelle Obama, Oprah Winfrey, Megan Markle, Beyoncé e Ellen DeGeneres, oltre a 12,4 milioni di follower su Instagram e 10,8 su Twitter. L’entusiasmo non era scontato: a un certo punto si era sparsa la voce che l’americana e il marito Alexis Ohanian, volessero approfittare della lunga quarantena per allargare la famiglia. E invece Serena non è sazia di vittorie. Da un’ardita triangolazione tra il coach di lungo corso Patrick Mouratoglou e la storica agente Jill Smoller, ecco la risposta della Williams alla nostra domanda ‘ma chi te lo fa fare?’ «Giocare a tennis è la cosa che mi viene meglio. Ho un amore sconfinato per il mio sport. Questo break è stato un male necessario: non l’ho chiesto, non l’ho voluto, ce l’ha imposto Il virus, ma sento che mi ha fatto bene. In retrospettiva posso dirlo: il mio corpo ne aveva bisogno. E adesso mi sento bene come non mai. Più rilassata, più in forma, più centrata. È come se il mio cervello mi dicesse okay, adesso finalmente puoi giocare il tuo vero tennis!». Messaggio ai naviganti: finora Serena ha scherzato, è da adesso che si comincia a fare sul serio. E non è follia pensare che il lockdown abbia davvero allungato la carriera della Williams, permettendole di conservare intatte certe fibre muscolari che l’usura del circuito rischiava di rendere lise e di covare sotto la cenere motivazioni che sembravano evaporate con il tempo. […]

Roland Garros, porte riaperte. Ok per 20mila persone al giorno (La Nazione)

 

Ora è ufficiale: il Roland Garros sarà il primo torneo tennistico dello Slam con il pubblico dopo l’emergenza Coronavirus. Ad annunciarlo è stato ieri il presidente della federtennis francese, Bernard Giudicelli: «Quest’anno si giocherà con il pubblico, 20mila persone al giorno, e diecimila al massimo per le finali». Gli Open di Francia, rinviati a causa della pandemia, si giocheranno dal 21 settembre (qualificazioni comprese) all’11 ottobre. Giudicelli ha anche spiegato come verrà limitato il numero di spettatori all’interno degli impianti. «Sui tre campi principali (il Philippe-Chatrier, il Suzanne-Lenglen e il Simonne-Mathieu), i posti a sedere seguiranno un preciso protocollo – ha detto -: su ogni fila ci sarà un posto vuoto che dividerà ogni gruppo di acquirenti perché ci sarà un massimo di 4 persone che vogliono sedersi in posti adiacenti. Sugli altri campi, invece, un posto su due sarà lasciato vuoto per rispettare la giusta distanza». Ne viene fuori che, così facendo, il numero di spettatori ammessi ai match del Roland Garros sarà compreso tra il 50 e il 60% della capacità normale (circa 20.000 biglietti disponibili per i primi turni, 10.000 per le finali).

Djokovic negativo. Roma, il rischio è la quarantena (La Gazzetta dello Sport)

Il pasticciaccio brutto dell’Adria Tour sembra virare verso il sereno per Novak Djokovic, almeno dal punto di vista sanitario. A dieci giorni dalla positività del tampone effettuato a Belgrado, un comunicato stampa dell’entourage del campione ha dato notizia della negatività del numero uno Atp e della moglie Jelena dopo un secondo test. Nole teoricamente dovrebbe rimanere in isolamento per altri cinque giorni, per rispettare le due settimane. Secondo le ultime linee guida dell’OMS, tuttavia, un paziente che non abbia mai manifestato sintomi potrebbe uscire dalla quarantena dopo 10 giorni e quindi Djokovic avrebbe la possibilità di tornare ad allenarsi già oggi, visto che è asintomatico. Intanto, in attesa della ripartenza di agosto, i tornei già in calendario cominciano ad organizzarsi per garantire l’apertura al pubblico. Ieri il Roland Garros (21 settembre – 11 ottobre) ha comunicato il suo programma: si giocherà a porte aperte e l’intenzione è di riempire gli spalti tra il 50 e il 60% della capienza, quindi con 20.000 presenze al giorno. Chiaramente questa strategia verrà applicata se i protocolli sanitari non verranno ulteriormente inaspriti. La vendita dei nuovi biglietti partirà dal 9 luglio per i francesi, mentre la vendita libera comincerà il 16 luglio. Su ogni fila, un posto verrà lasciato libero a dividere ogni gruppo di acquirenti, mai più numeroso di quattro unità. Ci sarà l’obbligo di indossare sempre la mascherina. Uno schema che verrà mutuato con ogni probabilità anche dagli Internazionali d’Italia (inizio il 20 settembre), che apriranno al pubblico con metà della capienza. Il problema dei tornei europei (c’è anche Madrid) è il divieto attualmente in vigore degli spostamenti da alcuni paesi extra Schengen, in particolare gli Stati Uniti, e della quarantena richiesta ai viaggiatori, due situazioni che preoccupano Atp e Wta. I tennisti, tra l’altro, non sono considerati atleti professionisti (per i quali esiste la deroga): per questa ragione a breve ci sarà un incontro tra i Ministri della Salute di Italia, Spagna e Francia per approvare un decreto sotto l’egida della Ue.

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