Riccardo Piatti: "Sinner un fenomeno? No, deve imparare tanto" (Semeraro)

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Riccardo Piatti: “Sinner un fenomeno? No, deve imparare tanto” (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 6 agosto 2019

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Intervista a Riccardo Piatti: “Sinner un fenomeno? No, deve imparare tanto” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

«Dopo la finale ho chiamato Jannik per fargli i complimenti, certo. Ma gli ho anche detto che avrebbe dovuto vincere in due set. E che aveva servito male in alcuni momenti…». Dura la vita dell’aspirante campione. Specie se il tuo coach si chiama Riccardo Piatti. Jannik Sinner, 18 anni fra meno di due settimane, è il più giovane fra i primi 200 tennisti del mondo. A Lexington ha vinto il suo secondo Challenger dell’anno (è appena l’undicesimo 17enne a conquistare almeno due titoli) e questa settimana è salito al numero 135 […] Riccardo Piatti, che Sinner se lo è cresciuto insieme con Massimo Sartori nel suo tennis center di Bordighera, si sta godendo qualche giorno di vacanza a San Marino, in attesa di volare negli Usa, dove fra l’altro seguirà Maria Sharapova […] Neanche otto mesi e i Top 100 sono già nel mirino… «Fico – sbuffa Riccardo – io Jannik l’ho mandato negli Usa proprio per evitare questi discorsi. A me classifica e risultati per ora non interessano. Meglio: non me ne frega niente. Ci penseremo quando avrà 22-23 anni, allora capiremo cosa davvero è in grado di fare. Adesso mi interessa che cresca, che arrivi a giocare al livello che ho in mente io. Deve nutrirsi di esperienze, non di punti. Per questo ho rifiutato una wild card che ci era stata offerta per Kitzbuhel. Voglio che conosca il circuito americano, che migliori sul cemento. Avevo chiesto una wild card ad Atlanta e Washington, non ce l’hanno data. Bene: ha giocato Lexington e questa settimana sarà ad Aptos, due Challenger». L’America minore… «Esatto. La settimana scorsa mi ha chiamato, era nervoso. Perché non è tutto rose e fiori come a Indian Wells o agli US Open. La finale l’ha giocata mentre nel campo a fianco si giocava quella femminile. Deve fare la gavetta, imparare il mestiere. E farlo in fretta. Quindi ero contento che fosse nevoso…». Che sia già così in alto l’ha stupita? «No. Mi ricorda gli inizi con Caratti. Quando vedi che si allenano con intensità, che stanno sempre lì, lo sai che sono destinati ad arrivare. Devi solo dargli tempo. Se a Jannik spieghi il perché di un esercizio, non si tira mai indietro». La stessa cosa che dicevano di Federer. Tecnicamente in cosa deve migliorare? «Diritto, rovescio, servizio, volée. Tutto. Faccio un esempio? Quando gioca con un avversario sotto il numero 120 del mondo Jannik mette, diciamo, il 65% di prime di servizio. E ci ricava il 75-80% di punti. Se gioca con Sousa, o con Jarry, un n.50, mette sempre il 65% di prime, ma ci ricava il 60-65% di punti. Nei Challenger vince con il servizio, ma ancora non ha il livello per giocare contro i migliori. Non sempre almeno. Contro Bolt, in finale a Lexington, nel secondo set si è incartato quando serviva dal lato dei vantaggi, finendo per fare il gioco che voleva l’altro. Poi ha vinto lo stesso, perché è più forte. Ma non basta. Che sa giocare bene a tennis lo si vedrà quando salirà di livello». Il risultato che le piaciuto di più del 2019? «La cosa migliore che ha fatto: tre tornei sull’erba, due settimane di allenamento sul cemento, velocissimo, dell’Elba, poi è andato a Umago, sulla terra, e ha vinto il primo turno e giocato un’ottima partita contro Bedene. Grande adattabilità. Jannik è una spugna. Ha una grande capacità di apprendere e risolvere i problemi in campo. Per questo bisogna mettergli dentro tanti contenuti» […]

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Grande Italia al Roland Garros (Scanagatta, Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Super Trevisan e un infortunio: Gauff e Williams a casa (Crivelli). Il vaffa di Sara: «Tutta scena» (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 1 ottobre 2020

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Da Sinner a Travaglia, azzurro speranza a Parigi (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

La giornata del Roland Garros finalmente risparmiata dalla pioggia parte con due botti. Il primo è scambiato per una bomba da Wawrinka e Koepfer in campo e dai 1000 spettatori ammessi al Roland Garros. Che paura! Era stato un aereo dell’aviazione francese che, alzatosi in volo per raggiungere un aereo civile che aveva perso contatto con i controllori di volo, ha superato il muro del suono. Il secondo botto verso mezzogiorno: Serena Williams annuncia il suo ritiro. Tendine di Achille. «Mi dava fastidio da New York, ma speravo di poter recuperare». Per la campionessa di 23 Slam sfugge il sospirato Slam n.24 al decimo Major di fila. Uguaglierà mai il record di Margaret Court? Ha compiuto 39 anni, gli acciacchi si susseguono e conciliare tennis e maternità diventerà sempre più dura. Poi il match dai contorni quasi drammatici e perso da Sara Errani con l’olandese Kiki Bertens n.5 del seeding. Sara non batteva una top-ten dal 2015 e questa volta ha avuto il matchpoint sul 6-5 nel terzo, ma lo ha perso 9-7. La Bertens da un’ora accusava crampi a una mano e a una coscia, si lamentava e fermava dopo ogni punto. Poi però correva come una lepre facendo imbestialire la Errani, già nervosa da quando, avanti 5-2 nel primo set, aveva iniziato a fare doppi falli: non riusciva ad effettuare un corretto lancio di palla. Lo sbagliava, due, tre, quattro e anche cinque volte, fino a che rimediava una prima ammonizione e poi una seconda per il mancato rispetto della regola dei 25 secondi massimi fra un punto e l’altro. Per evitare la terza ammonizione e la perdita del punto, Sara dopo 3 o 4 lanci sbagliati, batteva dal sotto. Avrà perso la palla per aria una cinquantina di volte. Roba mai vista a livelli Slam. Eppure stava per vincere ugualmente. Negli scambi comandava lei. L’olandese l’ha però spuntata per 76 36 97, e poi si è buttata per terra in preda a crampi ancora più forti. Sara non l’ha aspettata. E’ uscita dal campo lanciando un gran “vaffa…” amplificato dai microfoni. La giornata azzurra filava molto meglio dopo. Al femminile, colpo di Martina Trevisan (n.159 del ranking) che si concedeva il lusso di battere il baby fenomeno Usa Coco Gauff (n.51) 46 62 75. Poi tutti i tennisti italiani tranne Giustino in mission impossible con Schwartzman, sono approdati al terzo turno, Sonego, Travaglia, Cecchinato e Sinner. Per Sonego, Travaglia e Sinner è la prima volta. Non accadeva dal 1958 che ne portassimo 4 al terzo turno. Sonego (n.46 Atp) ha annullato due setpoint al kazako Bublik (n.49) nel primo set e vinto in 3 (76 61 75). Stefano Travaglia (n.73) ha sconfitto il “giap” Nishikori (n.35) 64 26 76 46 62 (3h e 53m) e trova ora Nadal. Un Cecchinato ritrovato ha battuto l’argentino Londero 63 62 57 62, Sinner ha travolto ìl francese Bonzi 62 64 64. Oggi è poi il turno di Matteo Berrettini contro il sudafricano Harris.

Italtennis nella storia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Cecchinato, Sinner, Sonego, Travaglia. I quattro moschettieri azzurri che, nella casa dei moschettieri del tennis, hanno scritto la storia. In attesa di Matteo Berrettini, che giocherà oggi il suo incontro di secondo turno contro Harris (in caso di sua vittoria gli italiani passati sarebbero cinque) l’Italia può già festeggiare un’edizione da record nell’era Open (ovvero dal 1968 ad oggi). Per trovarne un’altra con più di tre giocatori italiani al terzo turno bisogna tornare al 1958, con Beppe Merlo, Antonio Maggi, Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola. Tante le prime volte dentro questa giornata da ricordare. Stefano Travaglia, mai così avanti in un torneo dello Slam, ha vinto la sua prima partita in carriera al quinto set. Ha sconfitto Kei Nishíkori. Il giapponese non perdeva un match al quinto set dall’Australian Open del 2017. A quasi 29 anni, Travaglia regala la quasi certezza di scendere in campo sul Philippe Chatrier per il prossimo match. Affronterà infatti il 12 volte campione del Roland Garros Rafa Nadal. LORENZO. Prima volta al terzo turno di un major anche per Lorenzo Sonego, più continuo rispetto al kazako Alexander Bublik, numero 49 del mondo. Per un posto agli ottavi sfiderà Taylor Fritz, testa di serie numero 27. Prosegue il Roland Garros del riscatto di Marco Cecchinato, a cui evidentemente fa bene l’aria di Parigi. Il siciliano ha fatto la differenza anche sulla diagonale del rovescio contro l’argentino terraiolo Juan Ignacio Londero. L’azzurro ha tirato un po’ il fiato nella parte finale del terzo set, ma la partita non è mai stata in discussione. Cecchinato sfiderà Alexander Zverev numero 7 del ranking. Jannick Sinner, alla prima partecipazione nel torneo, sembra già perfettamente a suo agio, padrone del mestiere. Non ha avuto alcuna difficoltà contro il francese Benjamin Bonzi, sconfitto 6-2 6-4 6-4. Lo aspetta un terzo turno non proprio impossibile contro Federico Coria, il fratello dell’ex top 5 argentino Guillermo, che ha eliminato Benoit Paire. L’ultima impresa della serata la firma Martina Trevisan, che supera 4-6 6-2 7-5 la sedicenne Cori Gauff. «E’ la mia vittoria più bella».

L’Italia che fa storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

E’ un’Italia che va e nessuno la ferma più. Il cielo di Parigi si illumina di straordinari riflessi di azzurro in questa strana edizione autunnale dell’ultimo Slam di stagione. Non era mai accaduto, nell’Era Open, che quattro nostri giocatori approdassero al terzo turno del Roland Garros e per trovare la stessa impresa bisogna scartabellare annali ormai ingialliti dal tempo: nel 1958 ci riuscirono Orlando Sirola, Nicola Pietrangeli, Antonio Maggi e Beppe Merlo, nomi mitici che danno plasticamente il senso del momento che stiamo vivendo 62 anni dopo. E se oggi Matteo Berrettini confermerà il pronostico contro il sudafricano Harris, ne porteremo addirittura 5, come solo nel 1955 (il record è del 1947 con sei, quando pertò il torneo scontava le defezioni postbelliche). L’ultimo a qualificarsi è anche il più veloce sul campo e quello che soffre di meno. Del resto, il Sinner ammirato fin qui sulla terra, da Roma a Parigi, è un campione in erba di appena 19 anni ma con grande maturità e solidità. Perciò non può spaventarlo il francese di chiarissime origini italiane Bonzi, numero 227 Atp. Troppo diverso il peso della palla, troppo centrato il gioco di Jannik da un angolo all’altro perché la partita possa avere una storia diversa rispetto alla lezione in tre set data al rivale transalpino, che non appena prova a reggere lo scambio non trova più il campo. […] L’unica difficoltà di giornata si è rivelata la lunghissima attesa: «Ho fatto riscaldamento alle dieci del mattino, un’ora dopo ero in hotel nella bolla e ho dovuto aspettare fino a sera per giocare. Per fortuna le condizioni ambientali stavolta erano buone, non c’era vento e io credo di aver giocato bene, ho gestito il ritmo del match a mio piacimento». Ció che sorprende è la forza mentale complessiva dei nostri, che non abbandonano mai la partita anche quando l’inerzia sembra spostarsi dall’altra parte della rete. Così Travaglia, conquistato il terzo set dopo aver annullato tre set point nel tiebreak a Nishikori, si ritrova un po’ svuotato e con l’altro che lo aggredisce pure scendendo a rete, fino a un quinto set che dovrebbe rappresentare un salto nel buio. Lo dicono i numeri: il giapponese ha un record di 23-6 al quinto e ha vinto le ultime 9 partite, Travaglia invece un match così lungo non l’ha mai vinto. Infatti trionfa lui, ritrovando la spinta da fondo che gli consente di aprirsi il campo e pizzicare con il dritto un rivale ormai affannato, regalandosi il meraviglioso sogno di un terzo turno sul Centrale (e dove altrimenti?) contro Nadal, 12 volte signore di queste lande: «Sarà una bella sensazione, ma non credo mi emozionerò o che farò una figuraccia. Ormai ho imparato a dare sempre il cento per cento e credo che in campo si veda». […]

Ciac: Paris, Italia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Lo spirito è quello giusto, lo stesso dei marinai di una volta. Si va e si vede che cosa appare all’orizzonte. Non è un gioco, e i nostri non sono più bambini, ma tennisti già da un bel po’. Il bello è che non hanno ancora messo da parte l’idea di imparare, e di crescere, di conoscere. Ognuno con i propri modi. Sonego dalle gambe bislunghe e l’aria trasognata, Travaglia che estrae colpi pregiati dagli affanni, Cecchinato che esegue giochi di prestidigitazione con le smorzate. E anche Sinner, che per motivi di età è costretto a ripetere di essere qui per imparare, e intanto dà lezioni. La cosa buffa è che loro stessi esplorano e vengono esplorati. Sono in tanti ormai a chiedersi da dove siano usciti tutti questi italiani. Anche Matteo Berrettini, che è già al numero 8, è costretto alle forche dell’altrui curiosità. In fondo nei suoi Roland Garros non ha ancora raccolto granché, ma i servizi e i dritti che produce, e quel suo modo di stare sul campo, dove sembra più grande di avversari che lo superano in altezza, incuriosisce. Lo chiamano Le Marteu, il martello. Tutto il mondo lo chiama allo stesso modo. Re Martello torna oggi, contro il sudafricano Lloyd Harris. […] Sonego aveva il match meno decifrabile, con il russo Bublik, che infila colpi spesso simili a perle, ma li dispone sempre a casaccio. E’ la sua filosofia, non l’ha mai nascosto. È convinto, il russo stipendiato dal Kazakhstan, che a tennis vinca chi più di altri sa domare la fortuna, o la sa indirizzare. Il principio lo induce a tentarle tutte, anche le più strambe. Se la fortuna gira per il verso giusto che problema volete che vi sia? […] «Vincere il primo set ha dato al match l’impronta giusta. Da lì il kazako non mi è sembrato più così lucido. È un tipo strano, di gran talento e fa cose che uno non si aspetta. Come servire da sotto… Io mi sono tenuto aggrappato al match, sapevo che resistendogli avrei finito per ricevere un bel po’ di regali. Così è stato. Ora Fritz, forte ma poco da terra rossa». L’impresa la firma Stefano Travaglia. Cinque set arrabbiati per battere un Nishikori in ripresa dopo infortuni e coronavirus. Timido in avvio, Steto esce allo scoperto nel secondo, e impone le sue manovre da fondo, che sono consistenti e preparano bene il punto. Il set che decide tutto è il quinto e Nishikori ne ha persi pochissimi in carriera. Ma Steto mostra personalità e idee chiare. Si porta avanti di due break, 5-1, e chiude due game più tardi, regalandosi Nadal. […]

Super Trevisan e un infortunio: Gauff e Williams a casa (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Mancava un tocco di rosa a illeggiadrire la splendida avventura tricolore a Parigi. E così la fenomenale Martina Trevisan, con talento e dedizione e senza alzare la voce, si regala e regala al tennis femminile italiano un pomeriggio da ricordare. Aveva appena vinto la prima partita in carriera in uno Slam approfittando del ritiro della Giorgi, ci ha aggiunto l’asso di uno splendido successo in rimonta al secondo turno sulla Gauff, 51 del mondo (lei è 159), forse troppo presto battezzata come prossima dominatrice tra le donne ma sicuramente avversaria di spessore mondiale. Approfittando di 19 doppi falli della sciagurata rivale, la fiorentina risale con pazienza fino a mettere molta pressione all’americanina: «Fin dall’inizio, non mi sono fatta intimidire, non ho voluto pensare a chi avevo davanti, sono sempre stata propositiva e tranquilla». Così tranquilla da metabolizzare in fretta una chiamata orribile e sbagliata sul 5-4 per lei nel terzo set, fino al trionfo più bello della carriera: «Nell’ultimo anno la mia mentalità è cambiata, ci sto lavorando molto». La testa, nella vita di Martina, ha sempre avuto un ruolo decisivo: nel 2009, a 15 anni, travolta dalle aspettative non realizzate, cadde in depressione e vittima dell’anoressia, tanto da smettere con il tennis per oltre quattro anni, prima che le tornasse il fuoco dentro anche grazie all’aiuto di una psicoterapeuta. Con un fantasma sta invece facendo i conti Serena Williams: è quello di Margaret Court e dell’ormai maledetto 24° Slam, un film dell’orrore che l’ex numero uno si vede passare sullo schermo dal 2017 agli Australian Open e che le agita i sonni a ogni Major. Stavolta il problema non è stata l’avversaria, la bulgara Pironkova già battuta agli Us Open, perché l’americana ha dovuto arrendersi prima ancora di scendere in campo, sconfitta da un tendine infiammato che la tormenta dalle semifinali di New York: «Soffro di un’elongazione del tendine d’Achille, è un infortunio serio che non ti permette di giocarci sopra perché se peggiora la situazione si complica». In ogni caso, sulla sua stagione cala il sipario e l’appuntamento è per gli Australian Open di gennaio, dove il record dei 24 Slam tornerà a pizzicarle i pensieri: «Adesso devo stare assolutamente ferma dalle quattro alle sei settimane, ma il mio è solo un arrivederci all’anno prossimo. Intanto mi godo la mia famiglia».

Il vaffa di Sara: «Tutta scena» (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La stagione del vaffa si apre ufficialmente anche sui campi da tennis. Madrina d’eccezione, Sara Errani, che chiosa nel modo più semplice e diretto gli attriti e le incomprensioni di un incontro che l’ha vista arrivare per prima al match point e poi perdere contro l’olandese Kiki Bertens. Il vaffa si fa largo fra i corridoi dell’impianto, appena la nostra ha messo i piedi fuori dal campo da gioco. Ma è pieno, rotondo, urlato, e arriva nei microfoni delle telecamere. «L’ho detto? Si, l’ho detto. Ma ero ormai fuori, e potevo dire quello che mi pare». Storia di un match talmente brutto da catturare l’occhio degli spettatori e indurli in uno stato ipnotico. Uno di quei match in cui il gioco quasi non conta, mentre spiccano le situazioni ingarbugliate, tali da muovere incomprensibili emozioni. Una battaglia che ha preso forma sin dalle prime battute, con una Errani spregiudicata e padrona del campo. Due break immediati, che hanno costretto l’olandese (n.5 del tabellone e 7 Wta) a reagire. Ecco il contro break, che dà la stura a una serie infinita di servizi perduti. Per tre volte Errani serve per il primo set, ma il suo servizio è in uno di quei giorni che non vuole entrare. Ha difficoltà già dal lancio di palla, e al terzo tentativo infruttuoso si becca un “time violation” cui segue un “15” di penalizzazione. Ce n’è abbastanza per decidere di battere da sotto. Lo fa, e Kiki rimonta e si prende il set, ma nel secondo Sara non sbaglia niente (servizio a parte) e nel terzo le due si sfidano a chi riesce per prima a ottenere un punto con il proprio servizio. Break dopo break (dieci di seguito) si arriva ai match point. Quello di Sara sul 6-5, annullato con autorità dalla Bertens. La quale, nel frattempo, ha cominciato ad accusare i crampi. Non alla gamba, ma dappertutto, perfino alle dita del piede e a quelle della mano. Sara reagisce male. È convinta che l’olandese stia bluffando, e il match s’incarognisce. Kiki tiene finalmente un servizio e sull’8-7 ha i primi tre match point, Sara li assorbe con grande vigore, ma sul quarto affonda. Bertens viene portata via in lacrime, su una sedia a rotelle. Sara, liberato il vaffa, non demorde: «Sedia a rotelle? Ma se l’ho vista ora al ristorante, fresca come una rosa. Mi chiedete se abbia bluffato? La mia risposta è semplice: sì». […]

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Berrettini vince e “punta” Djokovic ai quarti (Scanagatta). Robe da Matteo (Cocchi). Matteo da battimani (Mastroluca). Quando la palla è un problema (Azzolini). I campioni come Serena si caricano sotto stress (Mouratoglou)

La rassegna stampa di mercoledì 30 settembre 2020

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Berrettini vince e “punta” Djokovic ai quarti (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

La pioggia e il maltempo imperversano su Parigi quasi quanto il Covid – 16.000 contagi in un giorno ultimamente – ma di sicuro il tennis italiano non sembra risentirne. Anzi, il cielo sarà grigio plumbeo, ma al Roland Garros non è mai apparso così azzurro. Matteo Berrettini, favorito n.7 del torneo, ha dominato (63 61 63) il canadese Pospisil, n.76 ATP, e giocherà da favorito sia contro il sudafricano Harris che poi – eventualmente – con il vincente di Struff-Altmaier, nonché in ottavi contro chi emergerà dal trio Bautista Agut, Pella, Carreno Busta. Insomma il traguardo dei quarti, per uno scontro forse letale con Djokovic, facile vincitore ieri (60 62 63) dello svedese di colore Ymer, non appare per nulla improbabile. Ha perso ieri un match interrotto per pioggia due volte e giocato sotto le insistenti goccioline un Mager (n.88 Atp) insolitamente nervoso con il serbo Lajovic, n.24. Ma gli azzurri al secondo turno sono 6 e aggiunti alle 3 ragazze è un record. Il mondo del tennis si chiede il perché di questa invasione azzurra sempre più costante sia nei top 100 (otto) sia negli Slam – qui la pattuglia azzurra era di 14 “soldatini”, 10 uomini e 4 donne – e le risposte ormai più volte ricordate sono legate all’apporto dei team privati, non più in conflitto con la federtennis, e alla seria fedeltà decennale dei giovani tennisti ai loro coach, Berrettini con Santopadre, Sinner con Piatti, Sonego con Arbino, etcetera. E poi alla proliferazione dei challenger in Italia. Aiutano a viaggiare di meno, a fare punti e classifica in casa. Costano di meno. Oltre a Berrettini hanno grandi chances di fare strada soprattutto Sinner, superfavorito oggi con il qualificato francese Bonzi e successivamente anche con Paire o Coria per arrivare agli ottavi contro Zverev. Cecchinato gioca un match alla pari con l’argentino Londero, Sonego e Travaglia non sono chiusi contro – rispettivamente – il kazako “matto” Bublik e il “Giap” Nishikori che sui terreni pesanti potrebbe soffrire la sua insostenibiole leggerezza, nel fisico e nei colpi.

Robe da Matteo (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Matteo ama il silenzio, preferisce che sia il campo a parlare. Come ieri, quando ha strapazzato in tre set il canadese Vasek Pospisil, concedendogli appena 7 game e regalando all’Italia il primato di sei azzurri al 2° turno del Roland Garros, mai accaduto nell’Era Open. Il prossimo impegno sarà contro Lloyd Harris, battuto da Lorenzo Musetti pochi giorni fa. Il martello del romano picchia duro, pronto a sbriciolare i dubbi che lo accompagnano come un rumore di fondo dal nuovo inizio della stagione. Lo scorso anno a Parigi si era fermato al secondo turno contro Casper Ruud, lo stesso che lo ha dolorosamente castigato agli Internazionali.

Matteo, l’inizio migliore per cancellare un po’ quel rumore di fondo sugli ultimi risultati.

Non sarei sincero se dicessi che non ho sentito questo “rumore”. Lo avverto, un po’ naturalmente mi dispiace, ma l’unica cosa che posso fare e andare avanti sulla mia strada, che so essere quella giusta. Contro Pospisil mi sono sentito molto bene in campo, mi sono mosso bene, ho dato più peso ai colpi. Per ora non sento nessuna pressione. Sarebbe bello poter far capire a tutti che non è stato facile raggiungere gli ottavi a New York e i quarti a Roma. Ho lottato a ogni match, ho affrontato e superato momenti difficili. Non è che i risultati piovano dal nulla. […] Ora sono concentrato e sereno. Continuo ad avere un confronto costante con il mio mental coach Stefano Massari. Il tema è non farmi trascinare dalle aspettative altrui. Se lavoro e mi impegno per raggiungere un risultato è perché lo voglio io, perché così sono più felice, non di certo perché temo di deludere gli altri.

Quest’anno guidava un gruppo nutrito. Dieci italiani nel tabellone maschile. L’ultimo a essersi fatto notare è stato Lorenzo Musetti. Ottavi a Roma e primo Challenger conquistato. Come lo vede?

Lorenzo lo conosco abbastanza bene e mi piace molto. Ha un tennis bello da vedere, è umile, un grande lavoratore, molto focalizzato sul tennis. Condividiamo Umberto Rianna come tecnico e lui già da qualche tempo mi diceva che questo ragazzo ci farà divertire. Però bisogna lasciarlo crescere con calma e sbagliare. Jannik invece è certamente più avanti al momento, ma a quest’età è difficile stabilire quanto futuro possa avere un giocatore. Se quando avevo 18 o 19 anni avessero detto che sarei diventato un top 10 non penso che nessuno ci avrebbe creduto. Sinner sta migliorando in fretta, lo abbiamo visto anche qui a Parigi.

Che consiglio si sentirebbe di dare a queste nuove leve?

Di non avere fretta di bruciare le tappe. Di vivere ogni vittoria, sconfitta, viaggi, difficoltà e trarne un insegnamento. Da fuori sembra tutto facile, ma arrivare sul circuito maggiore può essere un piccolo shock. Quindi più esperienze vivi, più puoi crescere. […]

L’organizzazione a Parigi è diversa da quella di New York?

No è molto simile. Dobbiamo fare tamponi ogni due giorni e possiamo uscire soltanto per andare ad allenarci o a giocare. Può essere alienante. Mi accorgo di essere a Parigi perché se guardo dalla finestra dell’albergo la Tour Eiffel è così vicina che la posso toccare.

Come si è trovato con le condizioni del campo?

Tutto molto diverso da come siamo abituati di solito. Fa freddo, soprattutto se si arriva dai 35 gradi degli Internazionali a Roma. Il campo è lento e io non nego che prediligo le situazioni in cui la palla viaggia un po’ di più. Però tutti noi dobbiamo fare i conti con questa situazione, non è solo un problema mio.

Tra condizioni meteo e palline nuove si dice che Rafa non sia così favorito per il 13 titolo del Roland Garros.

Beh, non mettere tra i favoriti uno che ha vinto già 12 volte mi sembra un po’ azzardato. Alla prima uscita non è parso in difficoltà… È vero però che Djokovic sembra ritemprato dopo i fatti di New York, e arriva con un pieno di fiducia grazie alla vittoria di Roma. Ma non dimentichiamoci Thiem, la terra è il suo pane, e magari uno Slam tira l’altro.

Matteo da battimani (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Matteo Berrettini si muove come a casa sul Suzanne Lenglen, il secondo campo per importanza del Roland Garros.Il suo esordio in questa edizione fredda e piovosa, senza punti di riferimento, è solido, efficiente, sicuro. Berrettini lascia sette game, e appena sette punti con la seconda di servizio, al canadese Vasek Pospisil. Il 6-3 6-1 6-3 finale, in un’ora e 48 minuti di gioco, dà la misura di una partita mai davvero in discussione. «Non penso che lui abbia giocato male, io però ho servito e risposto bene, gli ho messo molta pressione. Mettevo più peso sulla palla e vedevo che faticava a vincere gli scambi» ha detto il numero 1 azzurro dopo il match. Rispetto alle condizioni abituali al Roland Garros, quest’anno le palline si appesantiscono più facilmente e rimbalzano più basse. In questo modo sono emerse con ancora maggiore evidenza le difficoltà sulla terra battuta di Pospisil. ll canadese ha giocato appena venti partire in carriera su questa superficie nel circuito maggiore, e ha perso tutte le ultime 19. Fin dall’inizio del match, i colpi potenti di Berrettini hanno messo in evidente difficoltà il canadese, più leggero da fondo. Mentre la pioggia inizia a cadere leggera rendendo il campo più scivoloso, Pospisil nel secondo set prova ad accorciare gli scambi e a scendere di più a rete. Ma la fretta non è una buona consigliera e dopo un’ora, per la gioia del capitano di Coppa Davis Corrado Barazzutti, è già avanti due set a zero. Nel terzo, Berrettini non spreca più energie del necessario. «Mi concentravo sui miei turni di battuta e aspettavo l’occasione per fare un break. Ero fiducioso, ma dovevo rimanere presente e concentrato perché tutto avrebbe potuto cambiare da un momento all’altro». […] Il suo Roland Garros proseguirà contro Lloyd Harris, sudafricano numero 90 del mondo che la settimana scorsa si è ritirato contro Lorenzo Musetti in semifinale al Challenger di Forlì. […]

Quando la palla è un problema (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non è un tennis per giovani, forse. Ma nemmeno per attempati tennisti che sul Tour ne hanno viste di tutti i colori. Non basta la vivacità dei venti anni e non è risolutiva l’esperienza di chi ha giocato in tutte le condizioni possibili. La prima edizione autunnale del Roland Garros ha le sue esigenze, e propone sfide ai limiti del tennis conosciuto. È un tennis per adulti, quello che si richiede a 128 rimasti in gara, 64 per parte, un tennis che va studiato e capito, rabbonito con molti accorgimenti particolari, ma sempre con le dovute buone maniere. In molti non l’hanno capito, o non ci stanno, e smoccolano come camalli quando in porto si presentano troppe navi insieme, tutte da scaricare. Ce l’hanno con le palle, quasi tutti. Il Roland Garros le ha cambiate e quelle che sono state scelte dopo i primi tre colpi diventano arruffate come gatti e ingrassano a vista d’occhio, fino a diventare obese. «Non vanno bene nemmeno per i nostri cani», la sentenza di Dan Evans, numero 34 del ranking e primo fra i britannici, in attesa che Murray si rifaccia vivo. «A Roma e Amburgo abbiamo giocato con altre palline, qui è tutto differente. Quel che è peggio è che non abbiamo avuto il tempo per abituarci». […] Anche Rafa Nadal va per le spicce. «Non è il solito Roland Garros, e sarà ancora più difficile arrivare fino in fondo. Il gioco è lento, troppo lento, le palle si spingono a fatica. Difficile dire se possono favorire qualcuno, la gran parte dei tennisti ormai gioca da fondo campo, ma colpendo con forza e sfruttando la velocità della palla. Con queste non ci si riesce. Cambiare non è stata una scelta opportuna, e non doveva essere fatta. Queste palle con cui giochiamo non sono adatte alla terra rossa, forse vanno bene per i terreni più rapidi, ma non su questa superficie». L’altro aspetto che poco funziona è che molto fa rabbia viene dalla scivolosità dei campi. «Quella mi preoccupa non poco», dice Berrettini, «io ho sempre avuto problemi alle caviglie. È una questione di grip… Nelle zone più umide il piede slitta sotto il peso del corpo. Il rischio di farsi male è serio».

I campioni come Serena si caricano sotto stress (Patrick Mouratoglou, La Gazzetta dello Sport)

Oggi Serena Williams torna in campo per il 2° turno contro la bielorussa Pironkova. All’esordio contro la connazionale Kristie Ahn ci sono stati due match in uno da parte della Williams, come si evince dal risultato 7-6 6-0. Un primo set molto combattuto, e un secondo nel quale si è distaccata dall’avversaria fin dai primi game. Dopo il match Serena ha ammesso di risentire molto dello stress di inizio partita, collegato al suo perfezionismo. Ha anche spiegato che mano a mano che la partita va avanti, riesce a sentirsi meglio e giocare il suo miglior tennis, e il risultato finale lo dimostra. È evidente che per tutti i giocatori, l’ansia di ritornare in campo in una competizione importante come Roland Garros, e la mancanza di partite giocate dopo tanti mesi di fermo, occupa un ruolo predominante che si ripercuote sulla qualità del gioco della maggior parte dei partecipanti allo Slam parigino. Sono convinto che molti degli spettatori stenteranno a credere che una giocatrice come Serena Williams, vincitrice di 39 tornei del Grande Slam, (considerando singolare, doppio e doppio misto), che non deve provare più nulla, possa ancora risentire dello stress da primo turno in un Torneo del Grande Slam come Parigi, ma è così. Serena ha bisogno di essere coinvolta al 100% tanto emotivamente quanto fisicamente e visto che il risultato finale è per lei importantissimo, di qualsiasi match si tratti, questo le genera ansia. Quest’ansia per lei è indispensabile e positiva. Mi spiego: per essere performante al massimo, Serena deve sentire questo stress, grazie al quale lei riesce a dare il massimo, a elevare il suo livello di gioco al limite. Durante una partita bisogna battere l’avversario, ma c’è una battaglia da vincere anche con se stessi, il tennis è uno sport individuale e tu sei solo davanti al rivale. Serena deve lottare e “addomesticare” il suo stress, trasformandolo in una forza positiva che la faccia sentire migliore tennisticamente e mentalmente.

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Rassegna stampa

La maratona vincente di Giustino al Roland Garros (Scanagatta, Crivelli, Mastroluca, Azzolini). Errani, sorriso Slam dopo tre anni a secco. Fognini, altro crac? (Cocchi)

La rassegna stampa di martedì 29 settembre 2020

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Giustino, maratona vincente di 6 ore. Nadal ok (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Tradizione vuole che al Roland Garros i 128 singolari di primo turno dei due tabelloni, maschile e femminile, richiedano tre giorni e non due come in Australia e a Wimbledon. Così, prima che stamani alle 11 Matteo Berrettini (n.8 Atp) scenda sul Suzanne Lenglen contro il canadese Pospisil (n.76) e che Mager (n.88) sfidi poi il serbo Lajovic (24), non si può fare un bilancio completo per gli azzurri. Ma rispetto all’anno scorso, quando su 9 uomini e 2 donne, solo Berrettini, Fognini e Caruso superarono il primo turno, andiamo già molto meglio. La pattuglia azzurra vedeva già 8 dei nostri al secondo turno prima del match di oggi di Berrettini (Caruso invece ha perso in 4 set dall’argentino Pella). Intanto tre ragazze, Trevisan (n.159 Wta ed emersa dalle qualificazioni), Paolini (n.90 che ha battuto la spagnola Bolsova n.97 64 63) e Errani (n.134 vittoriosa 62 61 sulla campionessa olimpica di Rio Puig, n.98) sono approdate al secondo round. Anche se sarà dura andare avanti, per Trevisan e Paolini è una “prima” assoluta in uno Slam, mentre per Sara Errani si tratta di un gradito ritorno in questo torneo che la vide protagonista soprattutto nel 2012, quando perse soltanto in finale da Maria Sharapova e vinse il doppio con Roberta Vinci, arrampicandosi al quinto posto del ranking mondiale. Trevisan con Gauff, Paolini con Kvitova e Errani con Bertens non sono favorite, ma intanto sono lì. E sono lì anche già 5 azzurri: a Sinner, Cecchinato e Travaglia si sono aggiunti anche due maratoneti di casa nostra, il torinese Sonego (25 anni e n. 46) e il napoletano Giustino (29 anni e n.156). Il primo dopo una battaglia di 5 set (67 63 61 67 63) in 4 ore e 7 minuti con Emilio Gomez, ecuadoriano e figlio d’arte destrimane di quell’Andres mancino che trionfò al Roland Garros nel 1990 battendo a sorpresa Andre Agassi. Il secondo al termine del match più lungo del torneo contro il francese Moutet (n.70), 6 ore e 5 minuti, con un ultimo set interminabile, 18-16! Punteggio 06 76 76 26 e 18-16. E’ il match più lungo mai giocato da un italiano, il primato precedente apparteneva a Omar Camporese, che perse 14-12 al 5° con Becker all’Australian Open del ’91, in 5 ore e 11 minuti. Al Roland Garros un solo match è stato più lungo, Santoro-Clement del 2004 durato 6 ore e 33 minuti. Sonego troverà domani Bublik che ha sorpreso Monfils, Giustino invece Schwartzman. Rafa Nadal, che punta a vincere lo Slam n.20, ha vinto in 3 set con Gerasimov, e Serena Williams, che sogna lo Slam n.24 in 2 con la connazionale Ahn.

Nella storia in 6 ore (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La notte di San Lorenzo. Una stella venuta dal nulla illumina la fredda serata parigina e scrive uno di quei romanzi bellissimi che resteranno per sempre tra gli scaffali magici dello sport. C’era una volta, le favole cominciano cosi. C’era una volta il mezzo scugnizzo Giustino, nato a Napoli ma cresciuto a Barcellona, che aveva tentato di qualificarsi al tabellone principale di uno Slam per 17 volte prima di riuscirci al Roland Garros autunnale (aveva giocato anche in Australia a gennaio, ma da lucky loser, perdendo subito da Raonic). Lorenzo, che a 29 anni non aveva ancora vinto un match Atp e solo una volta in carriera era riuscito a battere un top 100 e d’improvviso sceglie il modo più ardito, imprevedibile e affascinante per infilarsi da protagonista nella mappa del tennis dei grandi, piegando il mancino francese Moutet, 71 del mondo, dopo una maratona di sei ore e cinque minuti. Nessun italiano, nella storia, si era mai spinto così in là, visto che il record apparteneva a Camporese, vittima di Becker agli Australian Open 1991 in una battaglia di 5 ore e 11 minuti. Nello Slam parigino, invece, resta intonso il primato di Santoro (vittorioso) e Clement, che rimasero in campo 6 ore e 33 minuti nel 2004. Giustino spalma l’impresa che non t’aspetti su due giorni, perché il match era stato sospeso domenica alle dieci di sera causa pioggia e terreno scivoloso, con l’italiano avanti 4-3 e servizio nel terzo set. Alla ripresa, vinto il terzo set e perso il quarto, l’incrocio con Moutet diventa antologico. Il set decisivo, da solo, durerà tre ore esatte. Giustino non sfrutta un match point sull’8-7, ottiene altrettanti controbreak nelle due occasioni in cui l’avversario può servire per il match e al 34′ game può finalmente festeggiare il trionfo con i muscoli massacrati dal crampi: «A un certo punto ho deciso di tirare a tutto braccio e di stare con i piedi sulla riga di fondo per farlo correre e impedire che lui muovesse me, perché altrimenti sarei morto». E invece sopravviverà, provando immediatamente a recuperare energie immergendosi nel ghiaccio in vista di un secondo turno da brividi con Schwartzman: «Un grande giocatore – sorride Giustino — e io adesso sono vuoto. Vuoto ma felice. Proverò a fare il mio, intanto cercherò di ritemprarmi bevendo tanta acqua con il sale, assumendo carboidrati e proteine senza grassi e dormendo con le gambe in alto per la circolazione». Sul punto decisivo, steso sulla terra rossa, Lorenzo avrà indubbiamente benedetto il giorno in cui i genitori, in vacanza a Barcellona, decidono di rimanerci per dare un futuro migliore ai figli. Lui ha sette anni, si divide già tra sci e tennis, ma in Catalogna sceglie definitivamente la racchetta. Quando il grande Manolo Orantes, che frequenta lo stesso club, lo vede palleggiare, gli suggerisce di intensificare gli allenamenti e le soddisfazioni non tardano ad arrivare: a livello giovanile vince sia i campionati catalani sia quelli spagnoli, tanto che Luis Bruguera tenterà senza successo di naturalizzarlo. per farlo giocare con la Roja. Ma è con il figlio di Luis, Sergi, il due volte vincitore di Parigi, che Giustino completa il suo percorso, seppur frenato da problemi fisici ed economici. Del resto, all’Accademia applicano la filosofia che si attaglia perfettamente alla sua personalità da perfezionista: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Da due anni, è seguito da coach Gianluca Carbone, che gli ha migliorato servizio e dritto e soprattutto gli ha infuso nuove convinzioni: «Mi ha fatto capire che si può crescere tecnicamente a qualsiasi età». […]

Le 6 ore da sogno del señor Giustino (Alessando Mastroluca, Corriere dello Sport)

Disteso e felice. Mentre l’azzurro della maglia si impasta con l’ocra della terra, Lorenzo Giustino assapora l’impresa la prima volta che non si può dimenticare. A 29 anni, ha festeggiato così la prima vittoria nel circuito maggiore. Ha impiegato sei ore e tre minuti, spalmati in due giorni, per battere Corentin Moutet, mancino francese con la passione per il pianoforte e le palle corte. Ha chiuso 0-6 7-6 7-6 2-6 18-16, il quinto set da solo è durato tre ore. L’ultimo dritto lungolinea, al terzo match-point, fa calare il sipario sulla seconda partita più lunga nella storia del Roland Garros. Durò mezz’ora in più la maratona record di Parigi, la vinse “il Mago” Fabrice Santoro nel 2004 contro Arnaud Clement. Anche allora, si giocò in due giorni. Domenica Moutet ha forzato la sospensione per pioggia sul 4-3 per l’azzurro nel terzo set. Alla ripresa, Giustino ha vinto il parziale al tie-break, poi ha perso nettamente il quarto set. Il quinto è un romanzo che combina voglia di non mollare e paura di vincere. Tre volte Moutet ha servito per il match (7-6, 14-13, 15-14), tre volte Giustino ha piazzato il break della speranza e la partita è diventata una maratona. Giustino la dura e la vince, pur con 25 punti in meno del francese (217 a 242). Ha completato meno colpi vincenti (57 contro 88), ha commesso più errori (96 a 88), ha ottenuto in percentuale meno punti al servizio sia con la prima, sia con la seconda. Eppure, è lui a festeggiare. Numero 157 del mondo, con un best ranking di 127 nell’agosto 2019 prima di un infortunio al braccio, Giustino ha firmato la seconda vittoria in carriera contro un Top 100. Al secondo turno sfiderà Diego Schwartzman, l’argentino numero 11 del mondo che a Roma ha battuto Rafa Nadal e Denis Shapovalov a 24 ore di distanza. […]

Giustino in tempo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un giorno di gloria, e di ordinaria follia. Quasi tutto trascorso sul campo. Sei ore e cinque minuti divisi in due giornate. Cominciate malissimo e poi trasformate in un gioiello di straordinaria lucentezza. La storia di Lorenzo Giustino è di quelle che nessuno conosce, ma sono cariche di buoni propositi e grondano pensieri stupendi. E non è vero che siano storie di retrovia, di quelle che valgano una sola giornata, e alla fine della stessa si dissolvano. Forse per noi o per altri, ma non per lui, che la sua giornata «più bella della vita» se l’è capata con tutto l’amore e l’affetto, l’attenzione e la sofferenza che merita un’opera d’arte. La prima vittoria nel Tour, la prima in uno Slam. Può esserci qualcosa di più grande per un tennista che si è sempre fatto in quattro per competere nel circuito, e ha trovato nella voglia di partecipare a quei quattro tornei che hanno fatto la storia la sua idea guida, quella che gli ha dato la forza di darci dentro, senza mai smettere d’inseguire la meta sognata? Dal 2014 ne ha giocati 17, tutti smarriti nelle qualificazioni, fino agli Australian Open dello scorso gennaio. Promosso e subito opposto a Milos Raonic. Poi, di nuovo a Parigi, tre turni di qualifiche e finalmente la patita della vita. Giocatore di challenger Lorenzo Giustino. Ne ha vinti sette in carriera, e uno in doppio. […] Prossimo avversario Diego Schwarzman, il campione in formato mignon, recente finalista a Roma, uno che d’improvviso ha scoperto che contro Lorenzo non sarà una passeggiata. Il fatto è che Lorenzo Giustino ha vinto una delle più incredibili battaglie che si siano mai viste su questi campi del Mondiale in rosso, seconda solo a Santoro-Clement del 2004, durata 28 minuti in più. Del resto, in 6 ore e 5 minuti può succedere di tutto. Era partito malissimo, domenica scorsa. Subito un bagel, un sei-zero in lingua tennistica. Dovuto ai nervi, alla disabitudine, alla voglia di spaccare il mondo che come sempre diventa un freno per le grandi imprese. Ma Giustino alle condizioni disagevoli c’è abituato, Moutet assai meno. Mentre la serata si fa avanti e sul campo la luce scarseggia, Lorenzo aggiusta i colpi e comincia a giocare in contropiede, rallenta e d’improvviso aumenta i battiti del proprio tennis, cerca traiettorie difficili e in mezzo infila una smorzata. Moutet non comanda più. Il tie break del secondo va al napoletano, che si porta avanti anche nel terzo. Per i francesi è troppo… Sospensione. Si torna in campo dopo le 12, lunedì. E qui comincia la storia di Lorenzo, la sua giornata più bella, quella che farà dire a Moutet… «Non so che dire, non sento più il mio corpo, come lo avessero devastato». Giustino viene raggiunto ma si riprende nel tie break del terzo e passa avanti 2-1, perde il quarto, e nel quinto comincia una battaglia. Giustino va avanti 3-0 e sull’8-7 ha il primo match point. Moutet arranca, ma si salva. Sul 13 pari è il francese che fa il break, ma Giustino se lo riprende. Moutet ne fa un altro, e Giustino si riprende anche quello. Quindici pari. È quasi tempo di match point. Il secondo arriva sul 16-17, e Lorenzo spreca con un rovescio lungo. Ma sul terzo piazza un dritto che sembra uno straccio, sul quale Moutet si avventa inutilmente. Palla in rete. Occhi al cielo. Mani sul volto. È la giornata di Lorenzo, forse non cambierà il tennis, ma il tennis è felice per lui.

Errani, sorriso Slam dopo tre anni a secco. Fognini, altro crac? (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il sorriso Slam le mancava da tre anni e ieri a Parigi, la sua Parigi, Sara Errani (n. 150 Wta) l’ha ritrovato superando 6-2 6-1 la portoricana Monica Puig, n.90 del ranking e oro olimpico a Rio de Janeiro. Un successo cercato, desiderato, arrivato nel match numero 100 in uno Slam e dopo un lungo periodo di difficoltà seguito alla squalifica per doping. D’altronde, per Sara, Parigi è da sempre foriera di buone notizie a partire dalla finale del 2012, sconfitta da una Maria Sharapova all’apice della forma. L’anno successivo, il 2013 aveva raggiunto la semifinale, mentre nel 2014 e 2015 era uscita ai quarti. Ieri, per Sara, le condizioni erano più difficili: freddo, umidità e le nuove palle che, ha dichiarato fin dalle qualificazioni, non le piacciono molto: «Monica non ha giocato molto bene – ha dichiarato la romagnola nella conferenza post match -. Ma sono contenta del mio rendimento anche al servizio, e più in generale di come sta andando la stagione». L’obiettivo dichiarato è di tornare almeno tra le prime 100 giocatrici al mondo, ma soprattutto ritrovare la giusta serenità in campo e continuità. Intanto, al secondo turno, uno scoglio ben più alto da superare, l’olandese Kiki Bertens, n. 8 del mondo e semifinalista proprio al Roland Garros nel 2016. I precedenti, 5-0, sono tutti a favore della Errani, ma le due non si incrociano da quattro anni. Passa anche Jasmine Paolini. La 24enne di Castelnuovo di Garfagnana, n. 94 del ranking, e alla seconda presenza del tabellone principale, ha battuto 6-4 6-3 la spagnola Aliona Bolsoya, n.97, che l’anno scorso a Parigi aveva raggiunto gli ottavi. Per lei adesso Petra Kvitova, semifinalista nel 2012 e mai incrociata precedentemente in carriera. […] Esce sconfitto e acciaccato Fabio Fognini dal primo turno contro il kazako Michail Kukushkin. Fabio, alla terza presenza sul circuito dopo l’operazione a entrambe le caviglie subita a fine maggio, ha faticato da subito contro il rivale non irresistibile sulla terra. La situazione del campo così diversa dal solito lo ha messo ancora più in difficoltà. La forma mostrata dal 33enne numero 15 al mondo nelle prime uscite non è stata certo all’altezza della sua fama e delle sue capacità, ma era prevedibile dopo un intervento così invasivo subito appena quattro mesi fa. Le condizioni di Fognini, seguito anche a Parigi da Corrado Barazzutti, non sarebbero tali da pregiudicare il resto della breve annata tennistica: «Sono fiducioso – ha detto il capitano di Davis -, mi auguro che Fabio riuscirà a giocare fino alla fine della stagione».

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