Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

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Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

Per la prima volta il torneo in Ohio avrà due finalisti nati in Russia. Due cavalcate diversissime, caratterizzate dal fuoco tennistico ineguagliabile della scuola russa

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Svetlana Kuznetsova – Western & Southern Open (foto via Twitter @CincyTennis)
 

Due finalisti russi a Cincinnati non s’erano mai visti, neanche allargando il campo di analisi alla dimensione combined che il torneo non ha sempre avuto nella sua storia. Dall’inizio dell’Era Open, i tornei maschile e femminile si sono disputati in contemporanea dal 1969 al 1973; poi per quattordici edizioni si è disputato solo quello maschile, nel 1988 si è giocata una singola edizione combined (con vittorie di Barbara Potter e Mats Wilander) e per altri quindici anni le donne non sono scese in campo a Cincinnati, per poi farvi ritorno nel 2004. Per otto stagioni il combined è stato asimmetrico, con i due tornei disputati in due settimane diverse, e dal 2011 si è tornati alla contemporaneità, curiosamente l’ultima edizione di un sessennio d’oro per il tennis russo femminile a Cincinnati: dal 2006 al 2011, infatti, una tennista russa è sempre arrivata in finale e ha vinto il torneo in quattro occasioni (Zvonareva, Petrova, Čakvetadze e Sharapova)

Otto anni dopo assistiamo all’inaspettata cavalcata di Svetlana Kuznetsova, a cui s’accompagna quella di Daniil Medvedev. Due finali che hanno radici molto differenti, sebbene i due giocatori condividano la nazionalità.

Svetlana è arrivata in Nord America con l’umore piuttosto nero per il disguido burocratico che le ha impedito di difendere il titolo di Washington, con conseguente tonfo in classifica, ma non è da escludere che proprio questo ostacolo si sia rivelato cruciale in termini di motivazioni. La 34enne ha battuto tre top 10 in fila (Stephens, Pliskova e Barty) per raggiungere la finale, peraltro perdendo un solo set: non le era mai riuscito in 19 anni di carriera. “Beh, non avevo neanche mai raggiunto la finale a Cincinnati” ricorda la diretta interessata, che di finali in carriera ne ha già disputate 41 (vincendone 18).

Medvedev invece giocherà la terza finale consecutiva in tre settimane, dopo le delusioni di Washington e Montreal. La sua, insomma, è un’impressionante dimostrazione di continuità ad alti livelli che probabilmente gli impedirà di essere al 100% a New York, ma nel frattempo gli ha portato in dote ben 1500 punti (che possono ancora diventare 1900) e la ghiotta chance, battendo in finale Goffin, di riportare la Russia in top 5 nove anni dopo Davydenko, uscito dalle prime cinque posizioni della classifica nel luglio 2010.

Non ce ne vogliano poi i tennisti di altre nazionalità, ma anche fuori dal campo i russi continuano ad essere personalità ben degne d’attenzione. Forse non siamo sui livelli della lucida follia di Marat Safin, o della dialettica algida e ammaliante di Maria Sharapova (assistere a una sua conferenza rimane una delle esperienze più gratificanti per il modesto cronista tennistico, credeteci), ma sul collo di Svetlana e Daniil sono montate due belle testoline. Della prima sapevamo, quanto al secondo lo stiamo imparando adesso.

Kuznetsova si è soffermata parecchio sulla natura duale del suo tennis, e per certi versi della sua personalità. Lei che si è trasferita in Spagna a 14 anni per diventare una campionessa, e ci è riuscita, al ‘prezzo’ di edulcorare la sua indole tennistica russa, tipicamente votata al rischio e al colpo vincente, con quella che lei stessa ha definito la ‘Spanish way‘, un modo di intendere il tennis molto più ragionato e conservativo. Parlando della risposta vincente che ha indirizzato dalla sua parte il primo set della semifinale contro Barty, una staffilata di dritto colpita dal lato del rovescio, ‘Sveta’ si è espressa così: “Ho sempre amato quel colpo, in Spagna mi hanno insegnato a colpirlo incrociato. Dicono sia più stabile. Probabilmente è questo il motivo per cui i russi si trovano bene col tennis spagnolo, perché noi siamo davvero pazzi, rischiamo fino in fondo, e il metodo spagnolo ci rende più equilibrati. In quell’occasione, ho scelto la ‘strada russa’. Ho imparato ad essere paziente, ma a volte ‘la Russia’ viene fuori. Non puoi nasconderla per tutto il tempo!”, ha concluso sorridendo.

In campo si sente più russa o spagnola, le chiedono senza mezzi termini? “Non so risponderti, ma ho scoperto che non riesco più a lavorare con un russo perché nella mia testa ‘parlo’ tennis spagnolo. Quando un allenatore russo prova a dirmi qualcosa, con tutto il rispetto, non credo riesca a capirmi. I russi non capiscono il modo di giocare spagnolo e viceversa. Per me è molto facile giocare ‘alla spagnola’ ma è frustrante perché, anche se mi aiuta a vincere, non posso spingere fino in fondo. E comincio ad essere come tutti. Ma da quel modo di giocare ho imparato tantissimo, e adesso è il mio gioco”.

Al momento Kuznetsova condivide con Kasatkina – che è stata molto gentile ad accettare di concedergli l’impegno su due fronti, parola di Sveta – proprio un allenatore spagnolo, Carlos Martinez, che in passato aveva già lavorato con Kuznetsova. Il cerchio si chiude: il ritorno all’antico, mediato dalla via spagnola che ne ha caratterizzato la formazione tennistica, coincide con il ritorno (seppur parziale, non è detto che questa splendida settimana avrà un seguito) di Svetlana Kuznetsova ad alti livelli.

Lo spirito guida di Daniil Medvedev invece è francese e risponde al nome di Gilles Cervara, ex (modesto) tennista che meno di due anni fa non sapeva che pesci prendere col suo allievo russo, seppur talentuoso. Al punto che non riusciva a fargli capire che divorare due cornetti a colazione non fosse il viatico migliore per iniziare gli allenamenti trenta minuti dopo. Poi, chissà quale incantesimo deve avergli somministrato, Medvedev si è trasformato in una macchina da tennis. Col suo stile personale, coi suoi colpi imprevedibili, ma soprattutto con una tenuta atletica e un dinamismo che non solo sarebbe stato quasi impossibile attribuirgli due anni fa, ma rimane difficile da spiegare anche oggi alla luce dei suoi 198 centimetri d’altezza. Per ritrovare un tennista tanto alto capace di muoversi così bene, bisogna probabilmente scomodare l’eccellente footwork di Sir Andy Murray che comunque deve sette centimetri a Medvedev.

Il mio allenatore è super importante. Ho iniziato a lavorare con lui solo due anni fa, prima dell’inizio della stagione 2017/18. Da allora sono soltanto migliorato, e anche quando non ho ottenuto i risultati sperati lui era sempre sul campo con me per un confronto. Probabilmente è il membro più importante del mio team e passo più tempo con lui che con mia moglie“, la romantica ammissione di Daniil. Che, non lo dimentichiamo, battendo Djokovic in semifinale è riuscito a prevalere due volte in quattro mesi sul numero uno del mondo. E ha iscritto per la prima volta la Russia nella geografia delle finali del torneo di Cincinnati; prima di lui, il migliore era stato Kafelnikov capace di raggiungere due semifinali consecutive nel biennio 1998-99.

Decisiva è stata la scelta di giocare un tennis più aggressivo, specie nel secondo set e soprattutto con la seconda di servizio con la quale ha addirittura ottenuto cinque ace. “Credo fosse sul 3-3 30-30 quando ho fatto il primo; dovevo giocare la seconda e mi sono detto che ormai ero lì per perdere. Probabilmente avevo il 20% di punti di vinti con la seconda, mi stava mettendo molta pressione. Quindi ho pensato: anche se faccio un doppio fallo, non cambierà nulla. Ma se provo a spingere, magari farò un ace e si è rivelata una buona scelta“.

 

Cambiare tattica in corsa contro il tennista più forte del mondo, e riuscire a batterlo, non è mica una sciocchezzuola che riesce a tutti. Peraltro Medvedev non aveva ancora giocato sul centrale prima della semifinale: “Il campo probabilmente è uguale, ma l’atmosfera è completamente diversa e incide anche sulla traiettoria dei colpi. Sugli altri campi devi controllare la palla perché non finisca fuori, sul centrale dovevo spingerla di più perché non si fermasse a rete. Nei primi game non sentivo la palla, ma adesso mi sono abituato e sarò pronto per domani“. Oggi, in verità, contro un altro campione – mantenendo le dovute proporzioni – di regolarità come David Goffin, alla prima finale in un Masters 1000.

Nel caso di Medvedev, al netto della stanchezza che dopo tre settimane così intense non è certo un fattore che si può trascurare, a fare la differenza sarà probabilmente la sua capacità di tenere a bada ‘l’evil Daniil‘ che fino a due anni fa sembrava insopprimibile. Quello capace di tirare delle monetine a un arbitro per frustrazione, di farsi sospendere per cinque mesi durante la carriera juniors per una serie di violazioni reiterate o di guadagnarsi (anno di grazie 2016) l’espulsione da un challenger per aver insinuato che il suo avversario (Donald Young) fosse in combutta con l’arbitro. Quando il gemello cattivo rimane sott’acqua, Daniil è capace davvero di grandi cose. Se ancora più grandi di queste, lo scopriremo nei prossimi mesi.

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ATP Tokyo: Kyrgios in versione doctor Jekyll e mister Hyde, vince in rimonta. Avanti anche Tiafoe

Nick soffre nel primo set l’ottimo livello espresso da Majchrzak, ma poi è un vulcano in eruzione continua. Un eroico Kecmanovic annulla sei match e trova Tiafoe nei quarti

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Nick Kyrgios - US Open 2022 (foto Twitter @atptour)

[5] N. Kyrgios b. K. Majchrzak 3-6 6-2 6-2

Sarà stato a causa delle ripercussioni psicologiche dovute al processo che sta affrontando dopo l’accusa di percosse dell’ex fidanzata, o sarà dipeso semplicemente dal non riuscire accettare che l’avversario odierno potesse esprimere un tale livello di gioco – quello ammirato nel primo set -; che il Nick Kyrgios sceso in campo nella frazione d’apertura sia stato passivo, evanescente e nervoso. Dopo aver giocato benissimo i primi due punti del match, si è spento inesorabilmente ad eccezione dei suoi lamenti vocali. La musica, però, è decisamente cambiata alla ripresa delle operazioni: fondamentale per l’australiano aver salvato una pericolosissima palla break in apertura, per poi mettersi finalmente a giocare e travolgere l’avversario con un parziale stratosferico di 12 game a 4 nei due successivi set: 3-6 6-2 6-2 in 1h23′ il punteggio ai danni di Kamil Majchrzak.

Un dominio senza sconti, conseguenza anche di un innalzamento della resa al servizio: a parte i due game in cui ha concesso break point, è stato letteralmente ingiocabile grazie alla bellezza di 22 ace scagliati, il 70% di prime in campo, l‘84% di punti vinti e un ottimo 61% di trasformazione con la seconda. Per Kyrgios si tratta della 37esima vittoria stagionale, che gli frutta il nono quarto di finale del 2022, il terzo in un ATP 500 – dopo Halle e Washington -. Inoltre è il decimo successo ottenuto in rimonta da Nick quest’anno; di contro invece continua la maledizione del polacco contro i Top 20: è l’ottava sconfitta in altrettanti confronti, che gli costa anche il primo quarto a livello ‘500’. Il tutto poi viene sublimato dalla tds n. 5, con l’affermazione n. 205 della carriera. Sulla sua strada, ora, uno tra il lucky loser di casa Moryia e la tds n. 3 Taylor Fritz.

 

IL TABELLONE COMPLETO DELL’ATP 500 DI TOKYO

IL MATCH – Kyrgios è centratissimo fin da i primissimi scampoli di partita, incide immediatamente in risposta attraverso un devastante mix di potenza e profondità delle sue accelerazioni. Majchrzak trova grande difficoltà in questo inizio, soprattutto sulla diagonale sinistra nel contrastare il bimane australiano. Con questo colpo sta letteralmente facendo sfracelli, sfruttando la brevissima apertura di tale esecuzione per garantirsi la possibilità di togliere costantemente il tempo al polacco. Sullo 0-30, tuttavia, nonostante fosse ormai prossimo il break a freddo; Kamil riesce a venire fuori perfettamente rimontando grazie al serafico schema: servizio-dritto.

Il gioco del finalista di Wimbledon, dopo i primi due quindici travolgenti, inizia ad incontrare i primi scricchioli: sfumato lo strappo in apertura, è il 27enne di Canberra a cedere la battuta. Un allungo, quello del n. 121 ATP, causato da una serie di attacchi scriteriati del n. 20 del ranking, che prendendo la rete all’arma bianca si espone ai passanti polacchi. Nick scaglia una ace di seconda, ma è comunque costretto a concedere il proprio turno di servizio a 30. Innervosito dall’esito di questo avvio di gara, l’ex n. 13 delle classifiche comincia a sparacchiare qualsiasi palla torni nella sua metà campo: forzando ogni esecuzione da fermo, senza il men che minimo gioco di piedi o di gambe, propedeutico a ricercare la palla nel migliore dei modi. Dunque 3-0, e contestualmente Radio Kyrgios che va in onda.

Sembra quasi che il giocatore aussie non accetti, che il suo avversario possa esprimere un livello di tennis così alto; al quale però vanno dati grandi meriti per come sta interpretando il match. Majchrzak infatti sta esprimendo un tennis veramente di alto profilo, restituendo agli spettatori una performance giganteggiante sia con il fondamentale d’inizio gioco, che nei turni di risposta. Al servizio è in grado di variare opportunamente, in base al momento, o cercando un angolo acuto per darsi la possibilità di comandare lo scambio sin dal primo colpo in uscita oppure incidendo direttamente mediante una prima vincente. Il break maturato nel secondo gioco della sfida si rivelerà decisivo ai fini del parziale, poiché nessuno dei due offrirà chance di strappo. Il finalista di Cincinnati 2017 prova ad assaltare il fortino, seppur sporadicamente, tramite nostalgiche SABR di federiana memoria ma prima ai vantaggi e poi a 30 regge benissimo il polacco. Entrambi poi finiscono in scioltezza alla battuta, per cui il 26enne di Piotrkow Trybunalski si mette in cascina il primo parziale 6-3 in 27 minuti.

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Un versione indolente, passiva e nervosa quella dell’australiano ammirata nel set appena concluso, che se ha voglia di ribaltare l’inerzia dell’incontro dovrà certamente cambiare il proprio atteggiamento. In apertura di seconda frazione, quantomeno, s’intravedono dei piccoli miglioramenti nel tennis di Kyrgios: adesso le sue legnate di dritto, e le sue catenate di rovescio non sono più unicamente lampi isolati. Finalmente, difatti, Nick mette in mostra qualche punto costruito a puntino, perché ciò che deve assolutamente comprendere – e che quasi non vuole accettare – è che contro questo Kamil non può sfondare da fondo alla prima o alla seconda sbracciata: la difesa e la copertura del campo è di quelle magistrali, per cui deve avere pazienza altrimenti sarà sempre lui ad incorrere nell’errore. Ambedue salvano una palla break nel loro primo turno di servizio del parziale. Tuttavia si prosegue senza scossoni sul filone delle battute, l’ex n. 75 al mondo continua a dimostrare una solidità ed un’intensità nello scambio, decisamente sorprendente e quasi disarmante. C’è da dire, comunque, che ad esclusione del suo primo turno di servizio nei due parziali, Kyrgios è stato ingiocabile alla battuta, andando sempre di fretta a suon di punti diretti e aces. Ebbene ciò significa che a Nick, basta accendersi per ritrovare il proprio straripante tennis, e questo si materializza nel sesto game. All’improvviso dopo aver avuto per tutto l’incontro grandi difficoltà nel leggere le traiettorie del servizio avversario, l’australiano si risveglia dal torpore e appena si mostra leggermente dinamico, il match cambia padrone inesorabilmente: parziale di 16 punti a 5, filotto di quattro game consecutivi. Tutto a favore del bad boy aussie, che si è messo a giocare e ora non ce ne per nessuno: 6-2 in 31 minuti.

Ora Kamil è in totale balia, tramortito da quello che adesso è un Nick dominante. Una situazione per nulla semplice per il n. 121, che difatti aveva concesso l’ultimo game del set precedente offrendo con il doppio fallo il terzo set point all’avversario. Purtroppo per lui, la situazione non migliora con il passare dei minuti, anzi. Kyrgios è un vulcano in eruzione continua, difficilmente frenabile. La striscia di giochi in fila del 27enne di Canberra si assesta addirittura a sette consecutivi, con tre break strappati in seguito. Semplicemente dal 3-2 del secondo set, non c’è stata più partita: non appena ha iniziato a giocare, l’altro non ha potuto far altro che consegnarsi: ancora 6-2 in 24 minuti.

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VITTORIE PER TIAFOE E KECMANOVIC – Nei primi due match di giornata, invece, è stato delineato l’accoppiamento del secondo quarto della parte alta del tabellone del Rakuten Japan Open Tennis Championships, dove a contendersi un posto in semifinale saranno la tds n. 4 Frances Tiafoe e il serbo Miomir Kecamanovic. Il tennista statunitense si è imposto per 6-1 7-6(7) sullo spagnolo Bernabé Zapata Miralles in 1h34′. Dopo un primo set dominato, il semifinalista dell’ultimo US Open ha sprecato ben due match point nel decimo gioco prima di trionfare al tie-break al quinto tentativo complessivo. A fare la differenza i 9 ace messi a referto dall’americano e il suo 83% di salvataggio sulle palle break (5/6). Dunque un secondo set veramente duro, anche perché l’iberico ha avuto una chance – non sfruttata – sul 6-5 per lui di andare a servire con l’obbiettivo di rimandare ogni discorso alla frazione finale, e tosto durato più di un’ora; ma nulla di paragonabile dal punto di vista del pathos prodotto dall’incontro andato in scena sucessivamente.

Sfida che ha visto alla fine accedere al turno successivo il n. 33 ATP – ancora una volta vincitore al terzo, dopo la rimonta sul campione di Seoul Nishioka al turno precedente – con lo score di 6-3 3-6 7-6(4) in quasi tre ore di battaglia incandescente, ai danni della tds n. 8 Daniel Evans. A decidere le sorti del match un incredibile decimo game del terzo set, in cui Kecmanovic ha avuto la forza di frantumare ben sei match point, e tre di questi consecutivi rimontando dallo 0-40. A rendere ancora più incredibile questi salvataggi, la modalità con cui il 23enne di Belgrado ha cancellato uno dei match ball affrontati: irreale recupero in tweener, e rovescio in avanzamento successivo tirato al corpo con Evans che non controlla la volée mandandola lunga. Tutta al carica adrenalinica da questo game folle portato a casa, ha dato il là a Miomir per andare oltre il match ball non concretizzato sul 6-5 e vincere al tie-break, a sublimazione di una prestazione eroica.

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ATP

Alcaraz in buona compagnia: anche Djokovic, Federer e Murray hanno perso contro lucky loser da numeri 1

“Devo imparare da match come questi. È stato difficile abituarsi alle condizioni del campo” – ha detto lo spagnolo dopo la sconfitta con Goffin

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Carlos Alcaraz - ATP Astana 2022 (foto via Twitter The Net Magazine)

Carlos Alcaraz, il numero uno più giovane di sempre, ha mancato due occasioni. Due occasioni per cominciare nel verso giusto la sua nuova vita tennistica dopo la vittoria dello US Open e la scalata al vertice del ranking. Il 16 settembre è sceso per la prima volta in campo dopo essere stato annunciato come “numero uno del mondo” e ha perso contro Auger-Aliassime in Coppa Davis. Martedì, ad Astana, ha avuto una seconda chance: l’esordio da primo della classe nel circuito ATP. Le cose, però, sono andate persino peggio con la sconfitta subita per mano del lucky loser David Goffin che è fin qui l’unico ad aver battuto in stagione il murciano senza aver perso nemmeno un set. Spulciando tra i database, possiamo però rintracciare almeno un paio di statistiche che forse potranno consolare Alcaraz.

Carlos, infatti, non è né il primo numero uno del mondo a esordire con una sconfitta nel circuito ATP dopo aver conquistato la vetta del ranking, né il primo a perdere con un lucky loser. A fargli compagnia, nella prima statistica (che prende in considerazione solo il secolo in corso), c’è Lleyton Hewitt che nel 2002 visse un’eliminazione ben più pesante di quella di Alcaraz ad Astana. L’australiano, infatti, iniziò nel peggiore dei modi il suo regno perdendo al primo turno dello Slam di casa contro lo spagnolo Martin (tra l’altro dopo aver vinto il primo set 6-1). Il resto della stagione, però, andò decisamente meglio con cinque tornei tra cui Wimbledon.

Quanto alla seconda statistica (anch’essa riferita agli anni dal 2001 in poi), il parterre in cui da ieri si è inserito Alcaraz è di assoluto prestigio. Tra i Fab 4, infatti, solo Nadal non ha subito alcuna sconfitta contro un lucky loser mentre era numero uno del mondo. Federer, Murray e Djokovic, invece, hanno affrontato questa inopinata esperienza. Allo svizzero capitò nel 2007 (anno in cui giocò tutte le finali Slam vincendone tre) a Indian Wells, dove si arrese all’argentino Canas, che replicò incredibilmente l’impresa pochi giorni dopo a Miami (questa volta da qualificato). Andy ha avuto il suo incubo in Coric negli ottavi di finale del 1000 di Madrid del 2017, mentre è stato il nostro Lorenzo Sonego il responsabile di questo smacco per Djokovic in quel di Vienna due anni fa.

 

La sconfitta di Alcaraz al primo turno ad Astana rimane comunque piuttosto sorprendente. Il classe 2003 ha provato allora a darsi alcune spiegazioni in conferenza stampa a partire dall’ottima prestazione dell’avversario: “David ha giocato in maniera magnifica. Tornare alla competizione non è mai facile dopo tanto tempo (dopo i due match in Coppa Davis, Carlos si è preso un paio di settimane senza tornei, ndr). Avevo già giocato su questo campo in due occasioni ma essendo così lento non è stato affatto facile abituarsi. Non sono stato in grado di adattarmi alle condizioni e al match: lui è stato molto aggressivo e non sono riuscito a reggere la pressione che mi metteva costantemente addosso”.

Chissà che lo spagnolo non abbia accusato anche la pressione derivante dall’etichetta di numero uno del mondo che è andata a rimpiazzare quella di predestinato. In ogni caso, è facile immaginare la stanchezza fisica e soprattutto mentale accumulata nel corso di una stagione straordinaria che è anche la prima che Carlos ha vissuto interamente nel circuito ATP e per di più da attore protagonista. Lo stesso discorso può essere applicato anche a Ruud che, sebbene più esperto, si è ritrovato quest’anno a competere a livelli prima sconosciuti, con tutto quello che ciò comporta in termini di attenzione mediatica e pressioni. E infatti anche Ruud, dopo la finale allo US Open, sembra aver esaurito la scorta di energie psico-fisiche. Il grande interrogativo è quindi se ce la faranno a ricaricarsi in vista degli ultimi appuntamenti stagionali.

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Flash

Race WTA: corsa apertissima per cinque posti. Pegula vicina alla qualificazione aritmetica

Solo Swiatek e Jabeur sono già sicure di volare in Texas. L’americana quasi. Almeno dieci giocatrici in lizza per gli ultimi pass

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Jessica Pegula – US Open 2022 (foto via Twitter @usopen)

Quando il circuito ATP farà tappa a Parigi Bercy per l’ultimo ‘mille’ dell’anno, nonché ultimo torneo prima delle Finals, le otto migliori giocatrici della stagione femminile saranno invece già negli Stati Uniti pronte per concludere al meglio l’anno. Ciò significa che il calendario WTA è veramente agli sgoccioli. Eppure, quando mancano solo due settimane di tornei (a cui va aggiunta quella in corso e un evento 125 in Messico proprio a ridosso delle Finals), la situazione della Race è tutt’altro che definita. Solo Iga Swiatek e Ons Jabeur hanno già il posto assicurato a Fort Worth, in Texas, e quindi per gli altri sei posti è e sarà battaglia aperta. In realtà, gli spazi realisticamente ancora disponibili sono cinque: al terzo posto della classifica annuale c’è infatti Jessica Pegula a cui mancano poco più di 200 punti per non dover preoccuparsi dei risultati altrui.

Finita questa settimana in cui si sta giocando un 500 ad Ostrava e un 250 a Monastir, la quota massima di punti raggiungibili scenderà a 1500. Da lunedì si replicherà lo schema 500 + 250 con i tornei di San Diego e Cluj-Napoca. Seguirà poi il ‘mille’ di Guadalajara, città che l’anno scorso ospitò proprio le Finals. Insomma, siamo sì allo sprint ma una volata a partire dalle retrovie potrebbe ancora risultare efficace.

Chi sicuramente non sarà della partita in Texas è Simona Halep che è attualmente ottava nella Race ma ha annunciato di aver già concluso la sua stagione dopo un’operazione al naso. Le speranze sono ancora vive, invece, per almeno dieci giocatrici. Le cinque, oltre a Pegula, che ad oggi sarebbero qualificate sono Gauff, Garcia, Kasatkina, Sabalenka e Sakkari. Le prime quattro sono riunite nel giro di poco più di 100 punti, mentre Maria è leggermente più staccata. La greca è però in gara ad Ostrava a differenza di Coco, Caroline e Aryna e proverà quindi a sfruttare l’occasione anche per staccare chi ha messo il mirino su di lei in quanto all’ultimo posto disponibile: una necessità visto che sarà una delle poche tra le giocatrici in lizza per la qualificazione a fermarsi la prossima settimana. Anche per Kasatkina il torneo in corso rappresenta una grande opportunità per mettere un’ipoteca sulla qualificazione. Sulla sua strada, però, potrebbe incrociare la numero uno Swiatek.

 

In Repubblica Ceca sono ancora in tabellone anche Bencic, Kontaveit e Kvitova. Quest’ultima è la più lontana (15esima posizione, senza considerare Halep) ma comunque a soli 500 punti da Sakkari. Chiunque dovesse ottenere un buon risultato, insomma, potrebbe scavalcare diverse posizioni o addirittura portarsi momentaneamente tra le prime otto. Dovranno rimandare queste velleità alla prossima settimana, invece, Badosa e Keys, rispettivamente 11esima e 12esima nella Race e a un distacco dalla greca che si aggira attorno ai 300 punti.

Madison è stata eliminata al primo turno dalla campionessa di Wimbledon Rybakina. Proprio lei – attualmente 22esima – rischia, a meno di una striscia di vittorie ai limiti dell’impossibile, di essere tra le escluse più eccellenti di queste Finals e per via di una doppia beffa. Con i 2000 punti che non le sono stati assegnati dopo il trionfo ai Championships, Elena avrebbe infatti già prenotato volo e albergo per la trasferta texana. Inoltre, a differenza di quanto prevede il regolamento ATP, non ci sono privilegi per i campioni Slam stagionali: mentre Djokovic potrà essere a Torino pur non figurando tra i primi otto della Race se rimarrà, come ampiamente pronosticabile, entro la 20esima posizione, la kazaka, invece, non otterrebbe la qualificazione nemmeno se riuscisse a scavalcare un paio di colleghe.

Tra le altre giocatrici che invece sono ancora ampiamente in corsa ci sono Kudermetova – la più vicina a Sakkari (soli 11 punti le dividono) ed impegnata nel 250 di Monastir dove c’è sicuramente meno concorrenza (è infatti numero 2 del seeding) ma anche un bottino di punti in palio meno sostanzioso – Haddad Maiaeliminata al primo turno a Ostrava e 14esima nella Race – e Collins che punterà quasi tutte le fiche che le rimangono sul torneo di casa di San Diego.

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