Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

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Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

Per la prima volta il torneo in Ohio avrà due finalisti nati in Russia. Due cavalcate diversissime, caratterizzate dal fuoco tennistico ineguagliabile della scuola russa

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Svetlana Kuznetsova – Western & Southern Open (foto via Twitter @CincyTennis)
 

Due finalisti russi a Cincinnati non s’erano mai visti, neanche allargando il campo di analisi alla dimensione combined che il torneo non ha sempre avuto nella sua storia. Dall’inizio dell’Era Open, i tornei maschile e femminile si sono disputati in contemporanea dal 1969 al 1973; poi per quattordici edizioni si è disputato solo quello maschile, nel 1988 si è giocata una singola edizione combined (con vittorie di Barbara Potter e Mats Wilander) e per altri quindici anni le donne non sono scese in campo a Cincinnati, per poi farvi ritorno nel 2004. Per otto stagioni il combined è stato asimmetrico, con i due tornei disputati in due settimane diverse, e dal 2011 si è tornati alla contemporaneità, curiosamente l’ultima edizione di un sessennio d’oro per il tennis russo femminile a Cincinnati: dal 2006 al 2011, infatti, una tennista russa è sempre arrivata in finale e ha vinto il torneo in quattro occasioni (Zvonareva, Petrova, Čakvetadze e Sharapova)

Otto anni dopo assistiamo all’inaspettata cavalcata di Svetlana Kuznetsova, a cui s’accompagna quella di Daniil Medvedev. Due finali che hanno radici molto differenti, sebbene i due giocatori condividano la nazionalità.

Svetlana è arrivata in Nord America con l’umore piuttosto nero per il disguido burocratico che le ha impedito di difendere il titolo di Washington, con conseguente tonfo in classifica, ma non è da escludere che proprio questo ostacolo si sia rivelato cruciale in termini di motivazioni. La 34enne ha battuto tre top 10 in fila (Stephens, Pliskova e Barty) per raggiungere la finale, peraltro perdendo un solo set: non le era mai riuscito in 19 anni di carriera. “Beh, non avevo neanche mai raggiunto la finale a Cincinnati” ricorda la diretta interessata, che di finali in carriera ne ha già disputate 41 (vincendone 18).

Medvedev invece giocherà la terza finale consecutiva in tre settimane, dopo le delusioni di Washington e Montreal. La sua, insomma, è un’impressionante dimostrazione di continuità ad alti livelli che probabilmente gli impedirà di essere al 100% a New York, ma nel frattempo gli ha portato in dote ben 1500 punti (che possono ancora diventare 1900) e la ghiotta chance, battendo in finale Goffin, di riportare la Russia in top 5 nove anni dopo Davydenko, uscito dalle prime cinque posizioni della classifica nel luglio 2010.

Non ce ne vogliano poi i tennisti di altre nazionalità, ma anche fuori dal campo i russi continuano ad essere personalità ben degne d’attenzione. Forse non siamo sui livelli della lucida follia di Marat Safin, o della dialettica algida e ammaliante di Maria Sharapova (assistere a una sua conferenza rimane una delle esperienze più gratificanti per il modesto cronista tennistico, credeteci), ma sul collo di Svetlana e Daniil sono montate due belle testoline. Della prima sapevamo, quanto al secondo lo stiamo imparando adesso.

Kuznetsova si è soffermata parecchio sulla natura duale del suo tennis, e per certi versi della sua personalità. Lei che si è trasferita in Spagna a 14 anni per diventare una campionessa, e ci è riuscita, al ‘prezzo’ di edulcorare la sua indole tennistica russa, tipicamente votata al rischio e al colpo vincente, con quella che lei stessa ha definito la ‘Spanish way‘, un modo di intendere il tennis molto più ragionato e conservativo. Parlando della risposta vincente che ha indirizzato dalla sua parte il primo set della semifinale contro Barty, una staffilata di dritto colpita dal lato del rovescio, ‘Sveta’ si è espressa così: “Ho sempre amato quel colpo, in Spagna mi hanno insegnato a colpirlo incrociato. Dicono sia più stabile. Probabilmente è questo il motivo per cui i russi si trovano bene col tennis spagnolo, perché noi siamo davvero pazzi, rischiamo fino in fondo, e il metodo spagnolo ci rende più equilibrati. In quell’occasione, ho scelto la ‘strada russa’. Ho imparato ad essere paziente, ma a volte ‘la Russia’ viene fuori. Non puoi nasconderla per tutto il tempo!”, ha concluso sorridendo.

In campo si sente più russa o spagnola, le chiedono senza mezzi termini? “Non so risponderti, ma ho scoperto che non riesco più a lavorare con un russo perché nella mia testa ‘parlo’ tennis spagnolo. Quando un allenatore russo prova a dirmi qualcosa, con tutto il rispetto, non credo riesca a capirmi. I russi non capiscono il modo di giocare spagnolo e viceversa. Per me è molto facile giocare ‘alla spagnola’ ma è frustrante perché, anche se mi aiuta a vincere, non posso spingere fino in fondo. E comincio ad essere come tutti. Ma da quel modo di giocare ho imparato tantissimo, e adesso è il mio gioco”.

Al momento Kuznetsova condivide con Kasatkina – che è stata molto gentile ad accettare di concedergli l’impegno su due fronti, parola di Sveta – proprio un allenatore spagnolo, Carlos Martinez, che in passato aveva già lavorato con Kuznetsova. Il cerchio si chiude: il ritorno all’antico, mediato dalla via spagnola che ne ha caratterizzato la formazione tennistica, coincide con il ritorno (seppur parziale, non è detto che questa splendida settimana avrà un seguito) di Svetlana Kuznetsova ad alti livelli.

Lo spirito guida di Daniil Medvedev invece è francese e risponde al nome di Gilles Cervara, ex (modesto) tennista che meno di due anni fa non sapeva che pesci prendere col suo allievo russo, seppur talentuoso. Al punto che non riusciva a fargli capire che divorare due cornetti a colazione non fosse il viatico migliore per iniziare gli allenamenti trenta minuti dopo. Poi, chissà quale incantesimo deve avergli somministrato, Medvedev si è trasformato in una macchina da tennis. Col suo stile personale, coi suoi colpi imprevedibili, ma soprattutto con una tenuta atletica e un dinamismo che non solo sarebbe stato quasi impossibile attribuirgli due anni fa, ma rimane difficile da spiegare anche oggi alla luce dei suoi 198 centimetri d’altezza. Per ritrovare un tennista tanto alto capace di muoversi così bene, bisogna probabilmente scomodare l’eccellente footwork di Sir Andy Murray che comunque deve sette centimetri a Medvedev.

Il mio allenatore è super importante. Ho iniziato a lavorare con lui solo due anni fa, prima dell’inizio della stagione 2017/18. Da allora sono soltanto migliorato, e anche quando non ho ottenuto i risultati sperati lui era sempre sul campo con me per un confronto. Probabilmente è il membro più importante del mio team e passo più tempo con lui che con mia moglie“, la romantica ammissione di Daniil. Che, non lo dimentichiamo, battendo Djokovic in semifinale è riuscito a prevalere due volte in quattro mesi sul numero uno del mondo. E ha iscritto per la prima volta la Russia nella geografia delle finali del torneo di Cincinnati; prima di lui, il migliore era stato Kafelnikov capace di raggiungere due semifinali consecutive nel biennio 1998-99.

Decisiva è stata la scelta di giocare un tennis più aggressivo, specie nel secondo set e soprattutto con la seconda di servizio con la quale ha addirittura ottenuto cinque ace. “Credo fosse sul 3-3 30-30 quando ho fatto il primo; dovevo giocare la seconda e mi sono detto che ormai ero lì per perdere. Probabilmente avevo il 20% di punti di vinti con la seconda, mi stava mettendo molta pressione. Quindi ho pensato: anche se faccio un doppio fallo, non cambierà nulla. Ma se provo a spingere, magari farò un ace e si è rivelata una buona scelta“.

 

Cambiare tattica in corsa contro il tennista più forte del mondo, e riuscire a batterlo, non è mica una sciocchezzuola che riesce a tutti. Peraltro Medvedev non aveva ancora giocato sul centrale prima della semifinale: “Il campo probabilmente è uguale, ma l’atmosfera è completamente diversa e incide anche sulla traiettoria dei colpi. Sugli altri campi devi controllare la palla perché non finisca fuori, sul centrale dovevo spingerla di più perché non si fermasse a rete. Nei primi game non sentivo la palla, ma adesso mi sono abituato e sarò pronto per domani“. Oggi, in verità, contro un altro campione – mantenendo le dovute proporzioni – di regolarità come David Goffin, alla prima finale in un Masters 1000.

Nel caso di Medvedev, al netto della stanchezza che dopo tre settimane così intense non è certo un fattore che si può trascurare, a fare la differenza sarà probabilmente la sua capacità di tenere a bada ‘l’evil Daniil‘ che fino a due anni fa sembrava insopprimibile. Quello capace di tirare delle monetine a un arbitro per frustrazione, di farsi sospendere per cinque mesi durante la carriera juniors per una serie di violazioni reiterate o di guadagnarsi (anno di grazie 2016) l’espulsione da un challenger per aver insinuato che il suo avversario (Donald Young) fosse in combutta con l’arbitro. Quando il gemello cattivo rimane sott’acqua, Daniil è capace davvero di grandi cose. Se ancora più grandi di queste, lo scopriremo nei prossimi mesi.

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Australian Open

Australian Open, Ivanisevic: “Novak ha ragione: questa è la sua vittoria Slam migliore”

“In campo può dirmi quello che vuole. L’importante è che vinca” così il coach di Djokovic, Goran Ivanisevic. Il 22-22 con Rafa? “Come un match di pallamano. Se Nadal gioca a Parigi è sempre favorito”

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Dopo la conferenza del vincitore Novak Djokovic, e quella dello sconfitto Stefanos Tsitsipas, ha parlato anche il coach del neo-numero 1 del mondo: Goran Ivanisevic.

D. Goran, in che posizione collochi questo successo nella classifica dei titoli vinti da Novak con la tua collaborazione?
IVANISEVIC: Credo che lui abbia ragione, e che questo sia proprio il migliore. Non solo per il suo ritorno dopo quello che è successo lo scorso anno, ma anche per le ultime tre settimane, che sono state oltremodo dure. Credevo di aver visto tutto nel 2021, quando vinse qui con uno strappo agli addominali. È stato incredibile, voglio dire, giocare ogni giorno sempre meglio. Impressionante.

D. Ha detto che temeva di non poter giocare più qui. Quanto c’era di vero in questo?
IVANISEVIC: Diciamo così: io non dico il 100% di lui, magari il 97%. Al sabato quando tu vedi il risultato della risonanza magnetica, vai e ti ritiri dal torneo. Ma non lui. È di un altro pianeta; il suo cervello lavora in maniera diversa. Sono con lui da cinque anni, e ogni cosa è legata al modo in cui pensa. Ha dato tutto; 77 terapie al giorno. Ha migliorato piano piano, non me l’aspettavo. Mi ha scioccato. Tutto bene per i primi due turni, ma poi contro Dimitrov è stato spaventoso. Alla fine, ne è uscito e ha vinto.

 

D. Quando abbiamo parlato con Novak l’altro giorno, ci ha confessato che il non avere suo padre sugli spalti lo ha influenzato. Puoi dirci quanto è stato difficile dal punto di vista emotivo per lui?
IVANISEVIC: È stata dura. Nel match contro Tommy Paul è stato più fragile: da 5-1 a 5 pari, in questi casi di solito lui chiude 6-1, non importa chi sia l’avversario. Cose che capitano, fortunatamente ha saputo vincere il torneo nonostante tutto. È un traguardo incredibile.

D: Tu lavori con Novak ormai da un po’. Hai imparato qualcosa di nuovo su di lui durante il torneo?
IVANISEVIC: Si impara sempre. Lui è ogni giorno più matto (ride). La sua follia non ha limite, in senso buono (sorride). Sul serio, è un tipo incredibile, indescrivibile. Di nuovo credevo di aver visto tutto, e poi è andata così. Probabilmente ne vedrò ancora delle belle. Sul campo ha emozioni, ci parliamo; anche oggi, come durante tutto il torneo, ha avuto momenti buoni e momenti meno buoni. Ma alla fine non importa, ha vinto 10 Australian Open. Spagna-Serbia sembra una sfida di pallamano: 22-22. Nel 2023 la questione si fa interessante.

D: Dopo questi match ti chiede sempre scusa, spiegando quanto sia difficile avere a che fare con lui. Davvero è così dura? A cosa si riferisce?
IVANISEVIC: Potrei andare avanti a parlarne per dieci giorni. Insomma, sono stato un tennista, anche piuttosto matto. Capisco come si sente, le sue emozioni. Siamo in una finale Slam, se parlarci lo aiuta, allora parliamo. Gliel’ho detto, dimmi quello che vuoi ma tu devi vincere, altrimenti avrai un problema. Finché vince, non ci sono problemi. L’anno scorso non è stato facile; niente è facile anche per un coach. Per esempio, il coach del Real Madrid ha bisogno di avere pressione; se non vinci uno o due incontri, ti fanno fuori. È bello fare le finali, ma le devi vincere. Contano solo gli Slam, ed è una grande sfida. E io ci sono abituato; ormai sono nella sua squadra da quattro anni.

D: Oggi ti ha ben impressionato il suo dritto?
IVANISEVIC: il suo diritto mi ha impressionato per tutto l’anno; ci abbiamo lavorato molto. Ha iniziato a giocarci così a Torino, ma abbiamo lavorato molto nella pre-season. Ad Adelaide è andato bene. Ma qui quando si è fatto male ha avuto bisogno di essere più aggressivo. Ha intensificato lo sforzo e ha iniziato a colpire di dritto in maniera incredibile; credo le migliori due settimane di dritti che io abbia mai visto nella sua vita. Non aveva mai colpito così bene prima d’ora. Forse oggi è stato un giorno in cui li ha colpiti meno bene; ma quando ne ha avuto bisogno, ha giocato un grande tennis.

D: Hai parlato del 22-22 tra Novak e Rafa. Nole ha 36 quasi anni. Ci sono alcuni ragazzi che ne hanno 19; quanto tempo pensi ancora lui possa stare a questi livelli?
IVANISEVIC: Due o tre anni ancora. È incredibile il modo in cui si prende cura del suo fisico, approccia ogni aspetto, il cibo. Incredibile. I giovani sono il futuro del tennis, ma ancora abbiamo questi due ragazzi che si danno battaglia. Melbourne è il campo di casa per Novak, e adesso andiamo a casa di Rafa, per continuare il match di pallamano. Alcaraz sta arrivando; è un grande. Ma secondo me se Rafa scende in campo a Parigi, per me è sempre il favorito. In diversi lo possono battere, anche Novak. Ma Rafa ha vinto 14 volte, pazzesco. Quei due si sono davvero spinti l’un l’altro a migliorarsi. È bello avere i giovani; Stefanos vincerà un gran Slam sicuramente, perché è un giocatore incredibile.

D: Puoi dirci qualcosa di quando Novak è venuto da voi subito dopo il match? Non l’avevamo mai visto così emozionato dopo una vittoria Slam. Ti ha colpito questo fatto?
IVANISEVIC: Sinceramente, sì e no. Lui si tiene tutto dentro, e a volte bisogna esplodere. Mi ha sorpreso vederlo tranquillo per un set e mezzo; alla fine ha lasciato emergere tutto. È stato emozionante per noi e per lui. Un grande risultato dopo tre settimane davvero dure. È riuscito a vincere su tutto.

D: Hai parlato del Roland Garros; quanto sarebbe speciale vincere il ventitreesimo titolo?
IVANISEVIC: Ho detto otto o nove anni fa che Novak e Rafa avrebbero superato Roger. Considerato quanto fossero indietro, la gente mi guardava come se fossi matto, e ora siamo 22-22. Due guerrieri incredibili, due tennisti incredibili, cosa hanno fatto per il tennis! Non vedo l’ora che entrambi stiano al meglio, e poi la battaglia sarà là, con i giovani che cercheranno la loro strada per fare qualcosa di buono. Ma saranno quei due ad avere l’ultima parola.

Danilo Gori

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Flash

WTA Hua Hin, il tabellone: guidano Andreescu e Putinseva. C’è anche Linda Fruhvirtova

La giovane ceca tenta il colpaccio in Thailandia: al primo turno c’è l’highlander Mattek-Sands. Nessuna italiana al via

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Bianca Andreescu - Toronto 2022 (foto Twitter @NBOtoronto)

Archiviata, insieme al primo Slam dell’anno, la parentesi australiana, il mese di gennaio tramonta con i successi di Aryna Sabalenka e Novak Djokovic a Melbourne. Il tennis però non si ferma mai e domani si torna già in campo, almeno a livello femminile. Il circuito ATP, infatti, si è preso qualche giorno di pausa in più visto che da venerdì 3 a domenica 5 febbraio andranno in scena le qualificazioni di Coppa Davis.

Il circuito WTA, invece, ricomincia con i tornei ‘250’ di Lionedove a guidare il seeding c’è la n°5 del ranking Caroline Garcia – e Hua Hin. Il torneo thailandese torna a disputarsi a distanza di tre anni dall’ultima edizione: nel 2020 aveva trionfato Magda Linette, grande protagonista all’Australian Open, battuta soltanto in semifinale dalla futura campionessa Sabalenka.

Alla guida del seeding del Thailand Open presented by E@ c’è Bianca Andreescu, la cui uscita prematura in Australia (eliminata al secondo turno dalla qualificata spagnola Bucsa) ha privato gli appassionati di un terzo turno scoppiettante contro Iga Swiatek. La campionessa dello US Open 2019 ha così deciso di rifarsi subito, ricevendo una wild card per partecipare al torneo thailandese.

 

Testa di serie numero 1 del tabellone, la canadese esordirà contro la britannica Harriet Dart, numero 96 del mondo. Ai quarti di finale, seguendo le proiezioni del seeding, Andreescu potrebbe trovare l’ucraina Marta Kostyuk, testa di serie numero 5 impegnata nel suo primo match contro En-Shuo Liang, n°172 del ranking proveniente dalle qualificazioni.

Nel secondo quarto scontro interessante tra la n°4 del tabellone Anna Kalinskaya ed Ekaterina Makarova, che non gioca un WTA250 (o un torneo di categoria superiore) dallo scorso luglio. L’altra testa di serie presente in questo quarto (n°6) è la semifinalista di Wimbledon Tatjana Maria.

La parte bassa del tabellone inizia da Linda Fruhvirtova, n°8 del seeding che esordirà contro la 37enne statunitense (e navigata doppista) Bethanie Mattek-Sands, in un vero e proprio scontro generazionale. La classe 2005 ceca, andata ad un passo dal primo quarto Slam da minorenne, potrebbe trovare sulla sua strada ai quarti la cinese Xiyu Wang, numero 3 del tabellone impegnata subito nel derby con la connazionale Lin Zhu, giustiziera di Maria Sakkari a Melbourne.

Nell’ultimo quarto un’altra cinese testa di serie (n°7), Xinyu Wang, proverà a farsi strada contro la qualificata svizzera Joanne Zuger, in un esordio tutto sommato morbido visto il ranking della sua avversaria (n°195 WTA). Sulla sua strada potrebbe poi esserci Yulia Putinseva, n°2 del tabellone che inizierà la sua avventura thailandese contro la britannica Heather Watson.

Il tabellone completo del WTA 250 di Hua Hin

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Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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