Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

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Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

Per la prima volta il torneo in Ohio avrà due finalisti nati in Russia. Due cavalcate diversissime, caratterizzate dal fuoco tennistico ineguagliabile della scuola russa

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Svetlana Kuznetsova – Western & Southern Open (foto via Twitter @CincyTennis)

Due finalisti russi a Cincinnati non s’erano mai visti, neanche allargando il campo di analisi alla dimensione combined che il torneo non ha sempre avuto nella sua storia. Dall’inizio dell’Era Open, i tornei maschile e femminile si sono disputati in contemporanea dal 1969 al 1973; poi per quattordici edizioni si è disputato solo quello maschile, nel 1988 si è giocata una singola edizione combined (con vittorie di Barbara Potter e Mats Wilander) e per altri quindici anni le donne non sono scese in campo a Cincinnati, per poi farvi ritorno nel 2004. Per otto stagioni il combined è stato asimmetrico, con i due tornei disputati in due settimane diverse, e dal 2011 si è tornati alla contemporaneità, curiosamente l’ultima edizione di un sessennio d’oro per il tennis russo femminile a Cincinnati: dal 2006 al 2011, infatti, una tennista russa è sempre arrivata in finale e ha vinto il torneo in quattro occasioni (Zvonareva, Petrova, Čakvetadze e Sharapova)

Otto anni dopo assistiamo all’inaspettata cavalcata di Svetlana Kuznetsova, a cui s’accompagna quella di Daniil Medvedev. Due finali che hanno radici molto differenti, sebbene i due giocatori condividano la nazionalità.

Svetlana è arrivata in Nord America con l’umore piuttosto nero per il disguido burocratico che le ha impedito di difendere il titolo di Washington, con conseguente tonfo in classifica, ma non è da escludere che proprio questo ostacolo si sia rivelato cruciale in termini di motivazioni. La 34enne ha battuto tre top 10 in fila (Stephens, Pliskova e Barty) per raggiungere la finale, peraltro perdendo un solo set: non le era mai riuscito in 19 anni di carriera. “Beh, non avevo neanche mai raggiunto la finale a Cincinnati” ricorda la diretta interessata, che di finali in carriera ne ha già disputate 41 (vincendone 18).

Medvedev invece giocherà la terza finale consecutiva in tre settimane, dopo le delusioni di Washington e Montreal. La sua, insomma, è un’impressionante dimostrazione di continuità ad alti livelli che probabilmente gli impedirà di essere al 100% a New York, ma nel frattempo gli ha portato in dote ben 1500 punti (che possono ancora diventare 1900) e la ghiotta chance, battendo in finale Goffin, di riportare la Russia in top 5 nove anni dopo Davydenko, uscito dalle prime cinque posizioni della classifica nel luglio 2010.

Non ce ne vogliano poi i tennisti di altre nazionalità, ma anche fuori dal campo i russi continuano ad essere personalità ben degne d’attenzione. Forse non siamo sui livelli della lucida follia di Marat Safin, o della dialettica algida e ammaliante di Maria Sharapova (assistere a una sua conferenza rimane una delle esperienze più gratificanti per il modesto cronista tennistico, credeteci), ma sul collo di Svetlana e Daniil sono montate due belle testoline. Della prima sapevamo, quanto al secondo lo stiamo imparando adesso.

Kuznetsova si è soffermata parecchio sulla natura duale del suo tennis, e per certi versi della sua personalità. Lei che si è trasferita in Spagna a 14 anni per diventare una campionessa, e ci è riuscita, al ‘prezzo’ di edulcorare la sua indole tennistica russa, tipicamente votata al rischio e al colpo vincente, con quella che lei stessa ha definito la ‘Spanish way‘, un modo di intendere il tennis molto più ragionato e conservativo. Parlando della risposta vincente che ha indirizzato dalla sua parte il primo set della semifinale contro Barty, una staffilata di dritto colpita dal lato del rovescio, ‘Sveta’ si è espressa così: “Ho sempre amato quel colpo, in Spagna mi hanno insegnato a colpirlo incrociato. Dicono sia più stabile. Probabilmente è questo il motivo per cui i russi si trovano bene col tennis spagnolo, perché noi siamo davvero pazzi, rischiamo fino in fondo, e il metodo spagnolo ci rende più equilibrati. In quell’occasione, ho scelto la ‘strada russa’. Ho imparato ad essere paziente, ma a volte ‘la Russia’ viene fuori. Non puoi nasconderla per tutto il tempo!”, ha concluso sorridendo.

In campo si sente più russa o spagnola, le chiedono senza mezzi termini? “Non so risponderti, ma ho scoperto che non riesco più a lavorare con un russo perché nella mia testa ‘parlo’ tennis spagnolo. Quando un allenatore russo prova a dirmi qualcosa, con tutto il rispetto, non credo riesca a capirmi. I russi non capiscono il modo di giocare spagnolo e viceversa. Per me è molto facile giocare ‘alla spagnola’ ma è frustrante perché, anche se mi aiuta a vincere, non posso spingere fino in fondo. E comincio ad essere come tutti. Ma da quel modo di giocare ho imparato tantissimo, e adesso è il mio gioco”.

Al momento Kuznetsova condivide con Kasatkina – che è stata molto gentile ad accettare di concedergli l’impegno su due fronti, parola di Sveta – proprio un allenatore spagnolo, Carlos Martinez, che in passato aveva già lavorato con Kuznetsova. Il cerchio si chiude: il ritorno all’antico, mediato dalla via spagnola che ne ha caratterizzato la formazione tennistica, coincide con il ritorno (seppur parziale, non è detto che questa splendida settimana avrà un seguito) di Svetlana Kuznetsova ad alti livelli.

Lo spirito guida di Daniil Medvedev invece è francese e risponde al nome di Gilles Cervara, ex (modesto) tennista che meno di due anni fa non sapeva che pesci prendere col suo allievo russo, seppur talentuoso. Al punto che non riusciva a fargli capire che divorare due cornetti a colazione non fosse il viatico migliore per iniziare gli allenamenti trenta minuti dopo. Poi, chissà quale incantesimo deve avergli somministrato, Medvedev si è trasformato in una macchina da tennis. Col suo stile personale, coi suoi colpi imprevedibili, ma soprattutto con una tenuta atletica e un dinamismo che non solo sarebbe stato quasi impossibile attribuirgli due anni fa, ma rimane difficile da spiegare anche oggi alla luce dei suoi 198 centimetri d’altezza. Per ritrovare un tennista tanto alto capace di muoversi così bene, bisogna probabilmente scomodare l’eccellente footwork di Sir Andy Murray che comunque deve sette centimetri a Medvedev.

Il mio allenatore è super importante. Ho iniziato a lavorare con lui solo due anni fa, prima dell’inizio della stagione 2017/18. Da allora sono soltanto migliorato, e anche quando non ho ottenuto i risultati sperati lui era sempre sul campo con me per un confronto. Probabilmente è il membro più importante del mio team e passo più tempo con lui che con mia moglie“, la romantica ammissione di Daniil. Che, non lo dimentichiamo, battendo Djokovic in semifinale è riuscito a prevalere due volte in quattro mesi sul numero uno del mondo. E ha iscritto per la prima volta la Russia nella geografia delle finali del torneo di Cincinnati; prima di lui, il migliore era stato Kafelnikov capace di raggiungere due semifinali consecutive nel biennio 1998-99.

Decisiva è stata la scelta di giocare un tennis più aggressivo, specie nel secondo set e soprattutto con la seconda di servizio con la quale ha addirittura ottenuto cinque ace. “Credo fosse sul 3-3 30-30 quando ho fatto il primo; dovevo giocare la seconda e mi sono detto che ormai ero lì per perdere. Probabilmente avevo il 20% di punti di vinti con la seconda, mi stava mettendo molta pressione. Quindi ho pensato: anche se faccio un doppio fallo, non cambierà nulla. Ma se provo a spingere, magari farò un ace e si è rivelata una buona scelta“.

 

Cambiare tattica in corsa contro il tennista più forte del mondo, e riuscire a batterlo, non è mica una sciocchezzuola che riesce a tutti. Peraltro Medvedev non aveva ancora giocato sul centrale prima della semifinale: “Il campo probabilmente è uguale, ma l’atmosfera è completamente diversa e incide anche sulla traiettoria dei colpi. Sugli altri campi devi controllare la palla perché non finisca fuori, sul centrale dovevo spingerla di più perché non si fermasse a rete. Nei primi game non sentivo la palla, ma adesso mi sono abituato e sarò pronto per domani“. Oggi, in verità, contro un altro campione – mantenendo le dovute proporzioni – di regolarità come David Goffin, alla prima finale in un Masters 1000.

Nel caso di Medvedev, al netto della stanchezza che dopo tre settimane così intense non è certo un fattore che si può trascurare, a fare la differenza sarà probabilmente la sua capacità di tenere a bada ‘l’evil Daniil‘ che fino a due anni fa sembrava insopprimibile. Quello capace di tirare delle monetine a un arbitro per frustrazione, di farsi sospendere per cinque mesi durante la carriera juniors per una serie di violazioni reiterate o di guadagnarsi (anno di grazie 2016) l’espulsione da un challenger per aver insinuato che il suo avversario (Donald Young) fosse in combutta con l’arbitro. Quando il gemello cattivo rimane sott’acqua, Daniil è capace davvero di grandi cose. Se ancora più grandi di queste, lo scopriremo nei prossimi mesi.

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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ATP

ATP Dubai, l’entry list: torna Djokovic. Presente anche Sinner

Il numero uno del mondo dovrebbe esserci per l’ATP 500 in programma negli Emirati dal 14 febbraio

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Novak Djokovic con il trofeo - Dubai 2020 (via Twitter, @NatSportUAE)

Continua la stagione del tennis sul cemento dopo l’Australian Open, e le entry list ci forniscono informazioni interessanti sul futuro di Novak Djokovic. Il numero uno del mondo non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo il fiasco dell’Australian Open ma ha fatto sentire la sua presenza nell’entry list dell’ATP 500 di Dubai, in programma dal 14 febbraio sul cemento degli Emirati. Non è la prima volta per Djokovic nel torneo arabo: Nole l’ha infatti vinto per sei volte, di cui tre consecutive tra il 2009 e il 2011 e una nell’ultimo torneo disputato pre-lockdown (vinse una semifinale tiratissima con Gael Monfils prima di battere Tsitsipas in finale). Negli Emirati Arabi Uniti non è richiesto l’obbligo vaccinale, fattore che favorisce sicuramente la presenza di un Djokovic che vorrà ritrovare ritmo partita in attesa di capire a quali tornei potrà partecipare nel prossimo futuro, se continuerà nella sua decisione di non vaccinarsi.

Non mancheranno i tennisti di alto profilo oltre a Djokovic. Fra questi il campione in carica Aslan Karatsev, che proprio qui l’anno scorso concluse al meglio in finale contro Lloyd Harris una prima parte di stagione fantastica per gioco e risultati. Presenti anche tre Top 10, tra cui il canadese Felix Auger-Aliassime, Andrey Rublev e il nostro Jannik Sinner, che nel 2021 uscì ai quarti proprio contro Karatsev.

 

Anche fuori dai primissimi ci saranno tanti tennisti di alto profilo come Gael Monfils, Roberto Bautista-Agut e Marin Cilic, tutti reduci da buone prestazioni all’Australian Open, e il croato Borna Coric, al ritorno nel Tour dopo mesi di assenza per un infortunio alla spalla. Poca la presenza degli italiani, che oltre Sinner vedranno soltanto Lorenzo Musetti ai nastri di partenza. Il tennista di Carrara ha deciso di saltare lo swing sudamericano su terra per migliorare il suo gioco sul veloce ma si trova a sei ritiri di distanza dall’entrare nel tabellone principale e per ora dovrà disputare le qualificazioni (Dubai fu peraltro il suo primissimo main draw ATP).

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ATP

Australian Open, sinfonia di un perfetto Tsitsipas: Sinner deve arrendersi in tre set [VIDEO]

Prestazione fantastica del greco, che rifila all’italiano una dura lezione. A un bravissimo Jannik non rimane che stringere la mano all’avversario e prendere spunto per migliorare

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Australian Open 2022 - Stefanos Tsitsipas (Twitter - Australian Open)
Australian Open 2022 - Stefanos Tsitsipas (Twitter - Australian Open)

[4] S. Tsitsipas b. [11] J. Sinner 6-3 6-4 6-2

Un favoloso Stefanos Tsitsipas rifila una dura lezione a Jannik Sinner. Netta vittoria in tre set del giocatore greco, che si dimostra campione di rara qualità qualificandosi per la terza volta alle semifinali dell’Australian Open. Il punteggio, netto, dice tutto: non c’è mai stato equilibrio a causa del livello stellare tenuto da Stefanos per tutta la partita. Tsitsipas ha dominato su tutti i fronti: ha sempre impedito all’italiano di entrare nello scambio, ha servito con altissime percentuali (senza concedere palle break: è solo la seconda volta in carriera che capita a Sinner), è stato puntuale in risposta e dal punto di vista fisico ha avuto una marcia in più. Sinner non ha molto da rimproverarsi: il primo quarto di sempre a Melbourne gli regala diversi spunti di riflessione al fine di capire cosa gli manca per salire ulteriormente di livello, ma in sostanza, quando si incontra un giocatore in stato di grazia come lo Tsitsipas di oggi, c’è solo da stringergli la mano e augurargli buona fortuna per la semifinale, dove incontrerà Medvedev o Auger-Aliassime.

LA PARTITA – Nel primo set, parte subito molto bene dai blocchi Tsitsipas, che fa subito il break al secondo game (pur con la collaborazione di Sinner). Si capisce fin dalle prime battute che il greco non è nella versione combattiva ma fallosa vista contro Taylor Fritz due giorni prima. Stefanos è una vera e propria furia: il servizio efficiente impedisce a Sinner di entrare nello scambio, e la capacità di comandare il gioco con il diritto – soprattutto dall’angolo sinistro – permette al greco di scappare via nel primo set e di chiuderlo 6-3 senza permettere mai all’italiano di arrivare a parità. Nel terzo game del secondo set, con uno splendido rovescio dal centro del campo, si guadagna una palla break. Aggressivo con la risposta, Stefanos mette subito il piede avanti strappando subito il servizio all’italiano. A quel punto inizia a piovere e la partita viene sospesa per una ventina di minuti, il tempo di chiudere il tetto della Rod Laver Arena.

 

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L’interruzione non deconcentra Tsitsipas, sospinto anche da una gran quantità di tifosi greci sugli spalti. Impressionante il dinamismo e il timing sulla palla, il quale toglie sempre il tempo a Sinner, che sul ritmo da fondocampo di certo non è l’ultimo arrivato. Stefanos rifiuta regolarmente lo scambio lungo e impedisce a Jannik di entrare in partita veramente. Sinner prova a rimanere attaccato tenendo il servizio, sperando in un calo del greco che però non arriva. Stefanos serve per il secondo set sul 5-4 due prime palle vincenti, poi una risposta di rovescio in rete a una seconda porta Stefanos a due set point. Sinner ha una fiammata con il diritto per cancellarne una; poi commette uno dei pochissimi errori forieri di qualche rimpianto, mettendo fuori un diritto dopo aver risposto ottimamente. Tsitsipas sale quindi due set a zero ed è sempre in controllo del match grazie anche alla sua qualità in risposta: quando Jannik non mette la prima, il greco divora la pallina e mette in difficoltà il nostro. Nel terzo game del terzo set, Tsitsipas arriva a due palle break con questo passante di rovescio lungo linea da cineteca.

Jannik, tramortito, mette in rete un diritto ed è subito break per il greco (2-1). Nel game successivo, l’altoatesino prova una disperata reazione e per la prima volta arriva a parità sul servizio dell’avversario; ma quello gioca una volée di rovescio sulla linea e poi è ingiocabile con servizio e diritto per salire 3-1. Da lì in poi la partita si chiude in un amen, con Sinner che perde nuovamente il servizio e Tsitsipas che si invola verso la vittoria.

LE PAROLE A CALDO – Queste alcune dichiarazioni rilasciate da Tsitsipas a caldo intervistato da Jim Courier sulla Rod Laver Arena. “Ho cercato di concentrarmi sui miei colpi migliori. Sono felicissimo di come ho servito, di come ho giocato a rete. La tattica ha funzionato. Sarà meraviglioso tornare in campo su questa arena e poter godere del supporto di questo pubblico. L’interruzione per il meteo? Sono rimasto concentrato. Col tetto chiuso sono cambiate le condizioni, più veloci, la palla non rimbalzava più come prima ma mi sono adattato e ha funzionato. Il gomito? Il medico mi ha detto che non si aspettava di vedermi giocare in Australia, sono contento di aver dimostrato che si sbagliava, ma lo devo ringraziare per avermi rimesso in sesto”.


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