Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

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Cincinnati in Russia: la rinascita di Kuznetsova e un Medvedev senza freni

Per la prima volta il torneo in Ohio avrà due finalisti nati in Russia. Due cavalcate diversissime, caratterizzate dal fuoco tennistico ineguagliabile della scuola russa

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Svetlana Kuznetsova – Western & Southern Open (foto via Twitter @CincyTennis)

Due finalisti russi a Cincinnati non s’erano mai visti, neanche allargando il campo di analisi alla dimensione combined che il torneo non ha sempre avuto nella sua storia. Dall’inizio dell’Era Open, i tornei maschile e femminile si sono disputati in contemporanea dal 1969 al 1973; poi per quattordici edizioni si è disputato solo quello maschile, nel 1988 si è giocata una singola edizione combined (con vittorie di Barbara Potter e Mats Wilander) e per altri quindici anni le donne non sono scese in campo a Cincinnati, per poi farvi ritorno nel 2004. Per otto stagioni il combined è stato asimmetrico, con i due tornei disputati in due settimane diverse, e dal 2011 si è tornati alla contemporaneità, curiosamente l’ultima edizione di un sessennio d’oro per il tennis russo femminile a Cincinnati: dal 2006 al 2011, infatti, una tennista russa è sempre arrivata in finale e ha vinto il torneo in quattro occasioni (Zvonareva, Petrova, Čakvetadze e Sharapova)

Otto anni dopo assistiamo all’inaspettata cavalcata di Svetlana Kuznetsova, a cui s’accompagna quella di Daniil Medvedev. Due finali che hanno radici molto differenti, sebbene i due giocatori condividano la nazionalità.

Svetlana è arrivata in Nord America con l’umore piuttosto nero per il disguido burocratico che le ha impedito di difendere il titolo di Washington, con conseguente tonfo in classifica, ma non è da escludere che proprio questo ostacolo si sia rivelato cruciale in termini di motivazioni. La 34enne ha battuto tre top 10 in fila (Stephens, Pliskova e Barty) per raggiungere la finale, peraltro perdendo un solo set: non le era mai riuscito in 19 anni di carriera. “Beh, non avevo neanche mai raggiunto la finale a Cincinnati” ricorda la diretta interessata, che di finali in carriera ne ha già disputate 41 (vincendone 18).

Medvedev invece giocherà la terza finale consecutiva in tre settimane, dopo le delusioni di Washington e Montreal. La sua, insomma, è un’impressionante dimostrazione di continuità ad alti livelli che probabilmente gli impedirà di essere al 100% a New York, ma nel frattempo gli ha portato in dote ben 1500 punti (che possono ancora diventare 1900) e la ghiotta chance, battendo in finale Goffin, di riportare la Russia in top 5 nove anni dopo Davydenko, uscito dalle prime cinque posizioni della classifica nel luglio 2010.

Non ce ne vogliano poi i tennisti di altre nazionalità, ma anche fuori dal campo i russi continuano ad essere personalità ben degne d’attenzione. Forse non siamo sui livelli della lucida follia di Marat Safin, o della dialettica algida e ammaliante di Maria Sharapova (assistere a una sua conferenza rimane una delle esperienze più gratificanti per il modesto cronista tennistico, credeteci), ma sul collo di Svetlana e Daniil sono montate due belle testoline. Della prima sapevamo, quanto al secondo lo stiamo imparando adesso.

Kuznetsova si è soffermata parecchio sulla natura duale del suo tennis, e per certi versi della sua personalità. Lei che si è trasferita in Spagna a 14 anni per diventare una campionessa, e ci è riuscita, al ‘prezzo’ di edulcorare la sua indole tennistica russa, tipicamente votata al rischio e al colpo vincente, con quella che lei stessa ha definito la ‘Spanish way‘, un modo di intendere il tennis molto più ragionato e conservativo. Parlando della risposta vincente che ha indirizzato dalla sua parte il primo set della semifinale contro Barty, una staffilata di dritto colpita dal lato del rovescio, ‘Sveta’ si è espressa così: “Ho sempre amato quel colpo, in Spagna mi hanno insegnato a colpirlo incrociato. Dicono sia più stabile. Probabilmente è questo il motivo per cui i russi si trovano bene col tennis spagnolo, perché noi siamo davvero pazzi, rischiamo fino in fondo, e il metodo spagnolo ci rende più equilibrati. In quell’occasione, ho scelto la ‘strada russa’. Ho imparato ad essere paziente, ma a volte ‘la Russia’ viene fuori. Non puoi nasconderla per tutto il tempo!”, ha concluso sorridendo.

In campo si sente più russa o spagnola, le chiedono senza mezzi termini? “Non so risponderti, ma ho scoperto che non riesco più a lavorare con un russo perché nella mia testa ‘parlo’ tennis spagnolo. Quando un allenatore russo prova a dirmi qualcosa, con tutto il rispetto, non credo riesca a capirmi. I russi non capiscono il modo di giocare spagnolo e viceversa. Per me è molto facile giocare ‘alla spagnola’ ma è frustrante perché, anche se mi aiuta a vincere, non posso spingere fino in fondo. E comincio ad essere come tutti. Ma da quel modo di giocare ho imparato tantissimo, e adesso è il mio gioco”.

Al momento Kuznetsova condivide con Kasatkina – che è stata molto gentile ad accettare di concedergli l’impegno su due fronti, parola di Sveta – proprio un allenatore spagnolo, Carlos Martinez, che in passato aveva già lavorato con Kuznetsova. Il cerchio si chiude: il ritorno all’antico, mediato dalla via spagnola che ne ha caratterizzato la formazione tennistica, coincide con il ritorno (seppur parziale, non è detto che questa splendida settimana avrà un seguito) di Svetlana Kuznetsova ad alti livelli.

Lo spirito guida di Daniil Medvedev invece è francese e risponde al nome di Gilles Cervara, ex (modesto) tennista che meno di due anni fa non sapeva che pesci prendere col suo allievo russo, seppur talentuoso. Al punto che non riusciva a fargli capire che divorare due cornetti a colazione non fosse il viatico migliore per iniziare gli allenamenti trenta minuti dopo. Poi, chissà quale incantesimo deve avergli somministrato, Medvedev si è trasformato in una macchina da tennis. Col suo stile personale, coi suoi colpi imprevedibili, ma soprattutto con una tenuta atletica e un dinamismo che non solo sarebbe stato quasi impossibile attribuirgli due anni fa, ma rimane difficile da spiegare anche oggi alla luce dei suoi 198 centimetri d’altezza. Per ritrovare un tennista tanto alto capace di muoversi così bene, bisogna probabilmente scomodare l’eccellente footwork di Sir Andy Murray che comunque deve sette centimetri a Medvedev.

Il mio allenatore è super importante. Ho iniziato a lavorare con lui solo due anni fa, prima dell’inizio della stagione 2017/18. Da allora sono soltanto migliorato, e anche quando non ho ottenuto i risultati sperati lui era sempre sul campo con me per un confronto. Probabilmente è il membro più importante del mio team e passo più tempo con lui che con mia moglie“, la romantica ammissione di Daniil. Che, non lo dimentichiamo, battendo Djokovic in semifinale è riuscito a prevalere due volte in quattro mesi sul numero uno del mondo. E ha iscritto per la prima volta la Russia nella geografia delle finali del torneo di Cincinnati; prima di lui, il migliore era stato Kafelnikov capace di raggiungere due semifinali consecutive nel biennio 1998-99.

Decisiva è stata la scelta di giocare un tennis più aggressivo, specie nel secondo set e soprattutto con la seconda di servizio con la quale ha addirittura ottenuto cinque ace. “Credo fosse sul 3-3 30-30 quando ho fatto il primo; dovevo giocare la seconda e mi sono detto che ormai ero lì per perdere. Probabilmente avevo il 20% di punti di vinti con la seconda, mi stava mettendo molta pressione. Quindi ho pensato: anche se faccio un doppio fallo, non cambierà nulla. Ma se provo a spingere, magari farò un ace e si è rivelata una buona scelta“.

 

Cambiare tattica in corsa contro il tennista più forte del mondo, e riuscire a batterlo, non è mica una sciocchezzuola che riesce a tutti. Peraltro Medvedev non aveva ancora giocato sul centrale prima della semifinale: “Il campo probabilmente è uguale, ma l’atmosfera è completamente diversa e incide anche sulla traiettoria dei colpi. Sugli altri campi devi controllare la palla perché non finisca fuori, sul centrale dovevo spingerla di più perché non si fermasse a rete. Nei primi game non sentivo la palla, ma adesso mi sono abituato e sarò pronto per domani“. Oggi, in verità, contro un altro campione – mantenendo le dovute proporzioni – di regolarità come David Goffin, alla prima finale in un Masters 1000.

Nel caso di Medvedev, al netto della stanchezza che dopo tre settimane così intense non è certo un fattore che si può trascurare, a fare la differenza sarà probabilmente la sua capacità di tenere a bada ‘l’evil Daniil‘ che fino a due anni fa sembrava insopprimibile. Quello capace di tirare delle monetine a un arbitro per frustrazione, di farsi sospendere per cinque mesi durante la carriera juniors per una serie di violazioni reiterate o di guadagnarsi (anno di grazie 2016) l’espulsione da un challenger per aver insinuato che il suo avversario (Donald Young) fosse in combutta con l’arbitro. Quando il gemello cattivo rimane sott’acqua, Daniil è capace davvero di grandi cose. Se ancora più grandi di queste, lo scopriremo nei prossimi mesi.

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ATP Rio: si ferma in finale la corsa di Mager, Garin campione

Gianluca Mager ha avuto chance in entrambi i set, ma è stato Cristian Garin a sollevare il trofeo. Best ranking per entrambi la settimana prossima

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Cristian Garin - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

[3] C. Garin b. [Q] G. Mager 7-6(3) 7-5

Si è chiusa con una sconfitta la settimana magica di Gianluca Mager, ma ci sono tutti i motivi per essere soddisfatti di questo torneo che probabilmente segnerà uno spartiacque nella carriera del 25enne di Sanremo. Partito dalle qualificazioni ha infilato due scalpi di assoluto prestigio (Ruud e Thiem sulla terra sono vittorie di cui andare fieri, anche se nessuno dei due era al meglio della condizione) ed ha portato a casa 320 punti (300 per la finale più 20 per la qualificazione) che lo proiettano al 77° posto della classifica ATP, con la pressoché matematica certezza di entrare in tabellone in tutti i rimanenti tornei dello Slam di quest’anno, oltre ad una chance di giocarsi un posto alle Olimpiadi di Tokyo.

Che Mager potesse partire piuttosto lentamente dopo la grande battaglia vinta in semifinale solo poche ore prima era tutto sommato piuttosto prevedibile, quindi in pochi hanno battuto ciglio quando il ragazzo di Sanremo è andato subito sotto 2-0 contro un avversario che aveva invece chiuso molto velocemente il suo impegno precedente contro Borna Coric. Un po’ meno prevedibile era che il buon Gianluca, una volta presa coscienza della sua presenza in finale, rimontasse da 1-3 a 4-3 e si procurasse addirittura due palle break per il 5-3, principalmente grazie alle sue accelerazioni di rovescio che con quella preparazione così lineare e così minima mascherano meravigliosamente la traiettoria dei colpi.

 

Svanite le tre opportunità per andare a servire per il set, si è arrivati abbastanza tranquillamente al tie-break, nel quale Mager, forse sentendo di dover fare qualcosa di più, ha commesso almeno tre errori non forzati che gli sono costati il set con il punteggio di 7 punti a 3 in 50 minuti.

Dopo aver perso il primo tie-break del torneo (in precedenza il ligure era a 4 su 4), Mager ha chiesto l’intervento del fisioterapista per farsi massaggiare l’inguine dalla parte della coscia destra, e c’è da chiedersi che mani abbia quel fisioterapista perché Gianluca è riuscito a infilare una striscia di 10 punti consecutivi che lo ha portato in vantaggio per 3-1 con un break ottenuto a zero in grande stile. La pressione di Garin però iniziava ad aumentare: sul 3-2 Mager si salvava dallo 0-40, ma al momento di servire per il set sul 5-4 tre risposte vincenti di Garin rimettevano il set in parità. Il cileno continuava a spingere, e questa volta il serbatoio di Gianluca appariva davvero vuoto: con niente da opporre alla pressione dell’avversario, Mager subiva un parziale di 16 punti a 2 che chiudeva il match dopo 1 ora e 35 minuti.

Prosegue così la striscia di nove vittorie consecutive sulla terra battuta di Cristian Garin, che conquista così il suo secondo titolo dell’anno (il quarto in totale, e il secondo battendo un italiano in finale avendo sconfitto Berrettini a Budapest lo scorso anno) dopo quello di Cordoba due settimane fa e si appresta ad andare nella sua Santiago del Cile per continuare questa cavalcata. Ci arriverà con il nuovo best ranking di n.18 e addirittura come n.4 della Race to London, per far sognare tutti i suoi compatrioti e che sperano di rinverdire i fasti di Nicolas Massu e Fernando Gonzalez alle Olimpiadi di Atene 2004.

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Ancora pioggia a Rio, Mager fermato a tre giochi dalla finale

Ottimo primo set per Gianluca Mager, poi ancora la piogga. Christian Garin in vantaggio su Borna Coric. Si riprende domenica alle 17 italiane

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Gianluca Mager - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Ci hanno provato fino in fondo, gli organizzatori del Rio Open, a completare il programma della giornata. Ma verso mezzanotte e mezzo, con le due semifinali a metà del secondo set e la pioggia ancora incessantemente a impantanare i campi rossi, hanno dovuto alzare bandiera bianca e rimandare a domenica. Dopo il completamento dei quarti di finale nel primo pomeriggio, le semifinali erano state ritardate di oltre cinque ore rispetto all’orario previsto delle 17, ma la tregua concessa da Giove Pluvio non è stata sufficientemente lunga per giocare un incontro completo.

Gianluca Mager (n.128 del mondo, ma da lunedì entrerà in top 100) si è trovato nella bizzarra situazione di dover incontrare di nuovo, sei giorni dopo, un avversario già battuto in questo torneo, quell’Attila Balazs (n.106 ATP) cui aveva lasciato solo due game nel turno decisivo delle qualificazioni. Nella partita di gran lunga più importante delle due il sanremese ha preso il comando del punteggio aggiudicandosi un primo set nervoso e altalenante, ma chiuso con grande carattere in un tie-break giocato con i nervi d’acciaio.

Attila Balazs – Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Il campo ridotto quasi a pantano dalla pioggia e l’importanza della posta in palio hanno pesato non poco sulla qualità del tennis espresso, che non è stato di livello eccelso. D’altra parte si trattava senza alcun dubbio della partita più importante della carriera per entrambi i giocatori: c’erano in palio ben 120 punti e quasi 88.000 dollari di montepremi.

 

Al buon inizio di Mager, che si è portato subito sul 2-0, ha fatto seguito la rimonta e il sorpasso di Balazs sul 4-2 che poi si è comunque fatto raggiungere sul 4-4. Entrambi hanno usato con grande frequenza la palla corta, che su un campo così pesante risultava alquanto efficace. Né i colpi lineari di Mager, normalmente più ficcanti, né quelli più arrotati di Balazs risultavano abbastanza rapidi da poter generare vincenti, e così eccezion fatta per le palle corte e le sporadiche discese a rete dei due, i punti venivano decisi principalmente dagli errori. Sul 5-5 si doveva sospendere il gioco per diversi minuti perché la pioggerella che ha accompagnato tutta la partita si era fatta più fitta e le righe erano diventate scivolose, ma fortunatamente si è potuto riprendere quasi subito.

Il primo set si è concluso al tie-break, altalenante come il resto del parziale, ma nel quale Mager ha dato ancora una volta dimostrazione di quella freddezza che lo ha accompagnato nei momenti decisivi in questa settimana (tre tie-break vinti su tre) mostrando un tennis molto solido e disciplinato. L’errore più grave lo ha compiuto Balazs, che sul 3-4, con il servizio a disposizione, ha fermato lo scambio reputando fuori un diritto di Mager che invece, secondo l’arbitro, ha toccato la riga. L’azzurro ha capitalizzato quel vantaggio tenendo i suoi due turni di servizio successivi mettendo quindi in cascina il primo set per 7-4 in 62 minuti.

Mentre la pioggia aumentava di intensità, ma nessuno voleva smettere, il match continuava sugli stessi binari di equilibrio fino al 3-3, quando, allo scoccare della mezzanotte locale, ci si doveva arrendere all’evidenza e i giocatori venivano mandati ancora una volta negli spogliatoi.

Le semifinali saranno completate a partire dalle 13 ora locale (le 17 in Italia), con la finale programmata non prima delle 17.30 locali (21.30 in Italia).

I risultati completi:

[3] C. Garin vs [5] B. Coric 6-4 4-4 sosp.
[Q] G. Mager vs [LL] A. Balazs 7-6(4) 3-3 sosp.

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Tsitsipas supera Bublik. Seconda finale a Marsiglia, dove trova Auger-Aliassime

Tsitsipas controlla l’avanzata del kazako Bublik e accede per il secondo anno consecutivo alla finale di Marsiglia. Affronterà Auger-Aliassime, vittorioso contro il mai domo Simon

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Stefanos Tsitsipas- Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

Da Marsiglia, la nostra inviata

[2] S. Tsitsipas b. A. Bublik 7-5 6-3

Il detentore del titolo fornisce un’altra prestazione convincente superando per 7-5 6-3 il n. 55 del mondo Alexander Bublik. Il tennis champagne e d’attacco del kazako non basta per impensierire Tsitsipas, che fatica solo nel primo set dopo essersi fatto rimontare da 5-2.

 

Dopo un concerto rap con tanto di violini e l’inno americano in onore del giudice di sedia (americano, appunto) suonato dalla banda della “We are tennis Academy” presente oggi per la prima volta in tribuna, Stefanos Tsitsipas conferma sin dai primi punti di essere in grande spolvero; il servizio funziona alla grande e anche da fondo il greco è solidissimo. Ma Bublik non è da meno e tiene senza problemi il suo primo game di battuta. C’è equilibrio fino al 2-2; Tsitsipas è a volte impreciso di rovescio ma complessivamente è in totale controllo. Entrambi cercano di verticalizzare ma la differenza la fa Tsitsipas sul 3-2, approfittando di alcune disattenzioni dell’avversario e riuscendo così a strappargli il servizio.

Sale 4-2 e, con i piedi sempre dentro il campo, cerca di far muovere Bublik e contrastarne le numerose discese a rete. Allunga ancora il passo sul 5-2, ma il kazako persevera nel suo tennis propositivo e d’attacco, con tagli insidiosi e passanti millimetrici da fondo. Insomma, un vasto repertorio che funziona alla grande, soprattutto sul 4-5: Bublik gioca un game particolarmente spumeggiante e annulla il gap con Tsitsipas impattando sul 5-5. Tuttavia, a differenza del greco, Alex è più falloso e spesso mette in atto il suo piano di gioco con troppa fretta. Il primo set alla fine è appannaggio del greco che chiude 7-5.

Bublik continua imperterrito a scaraventare i suoi passanti ma soprattutto a togliere il tempo all’avversario scendendo a rete, e delizia il pubblico con un’altra saetta di dritto lungolinea. Sul 2-1 Tsitsipas, il kazako si cimenta in un tentativo maldestro di smorzata e consegna così due palle break all’avversario. Ne salva una ma poi, una volta ancora, non ha la pazienza di attendere, scende a rete e viene ancora trafitto dal passante millimetrico di Stefanos. C’è il break e il greco avanza ancora sul 3-1 per poi rafforzare il distacco sul 4-1. Il pubblico esulta con il tennis brillante di Bublik ma il grande tifo è quasi tutto per Tsitsipas, salutato da un gruppo di connazionali greci che fanno sventolare la bandiera ellenica.

Sul 5-2 ci sono tre match point greci. Bublik tenta di salvarsi ancora e lo fa in modo rocambolesco: con un servizio da sotto alla Kyrgios, una smorzata imprendibile e un ace, per poi aggiudicarsi il game. Nel gioco successivo il n. 5 del mondo si procura altre tre possibilità di chiudere l’incontro. Bublik attacca imperterrito ma questa volta non funziona, a prevalere – definitivamente – è la solidità di Stefanos. Dopo un’ora e otto minuti, il campione uscente accede per il secondo anno di fila alla finale dell’Open 13 con lo score di 7-5 6-3.

[7] F. Auger-Aliassime b. G. Simon 7-5 7-6(2)

Match di grandissima intensità tra il “veterano” Gilles Simon (35 anni e n. 58 del mondo) e il NextGen Félix Auger-Aliassime (classe 2000 e 18 ATP). Il francese è in testa per quasi tutto il primo set ma poi si fa rimontare dal canadese che chiude la prima frazione 7-5 in rimonta. Nel secondo parziale il testa a testa continua ma è ancora Félix ad essere più concreto e solido nei momenti cruciali. Vince 7-5 7-6(2) e raggiunge la sua seconda finale di fila dell’anno dopo quella di Rotterdam.

È Gillou ad interrompere l’equilibrio dell’inizio del primo set procurandosi tre palle break sul 3-2 a suo favore. Félix fa fatica ad aprirsi il campo con Simon che disegna il campo con la pazienza e la precisione di cui è maestro. Niente da fare. Il canadese mira alle righe ma i suoi colpi sono imprecisi. Con la calma che gli è congenita, il tennista di Nizza vola sul 5-2. Il canadese, avvicinatosi sul 3-5, pasticcia spesso a rete, consegnandogli punti preziosi. Félix spinge e spinge ancora, avanzando ancora e, questa volta, in un game particolarmente lottato, il break è suo, 4-5. Ora lo stesso Gilles si incarta e Félix comincia ad ingranare, a far valere il maggior peso nei colpi, è il 5-5 ne è naturale conseguenza. Addirittura Simon offre tre possibilità di sorpasso per il 6-5. Il francese è furioso, la rabbia gli dà l’adranalina giusta per salvare due break point, ma la terza è del canadese, che passa in vantaggio 6-5. La rimonta di Félix è definitiva e dopo un’ora di gioco intasca la prima frazione per 7-5.

Nel secondo set c’è un perfetto equilibrio fino al 5-5;  lo score è serrato, gi scambi sono intensi ed entrambi sono in controllo con i rispettivi servizi. Sul 5-5 si siede in tribuna anche Apostolos Tsitsipas, ad osservare il prossimo avversario del figlio Stefanos. Si giunge al tie-break, dominato da Aliassime che prende il largo sul 6-2, nonostante Simon lotti come un leone. Dei quattro match point a disposizione, questa volta a Felix basta il primo (a differenza del match folle contro Herbert): ci pensa un doppio fallo di Simon a chiudere le ostilità dopo quasi due ore di gioco.

Auger-Aliassime giocherà la quinta finale della sua giovane in carriera, ed è in vantaggio 2-1 negli scontri diretti contro Tsitsipas. Inoltre, non ci ha mai perso nelle sfide disputate da junior.

Il tabellone completo

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