Infinita Serena, è a un solo passo dalla storia (Scanagatta). Serena contro Serena (Basile, Cocchi, Azzolini). "Berrettini-Nadal è il mio sogno Davis" (Cocchi)

Rassegna stampa

Infinita Serena, è a un solo passo dalla storia (Scanagatta). Serena contro Serena (Basile, Cocchi, Azzolini). “Berrettini-Nadal è il mio sogno Davis” (Cocchi)

La rassegna stampa del 7 settembre

Pubblicato

il

Infinita Serena, è a un solo passo dalla storia (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino- Nazione Sport)

STASERA Serena Williams cercherà di mettere fine alla maledizione che le ha impedito di conquistare un solo torneo dacchè è diventata mamma. Ci riuscisse sarebbe lo Slam n.24 che le consentirebbe di eguagliare il record dell’australiana Margaret Court, favorita dall’aver trionfato in 11 Australian Open quando il campo di partecipazione era limitato, per la difficoltà di raggiungere l’Australia. Il suo ultimo torneo, e Slam, Serena lo ha vinto proprio in Australia nel gennaio 2017, quando era già incinta e neppure lo sapeva. A cercare di impedirgli questo sospirato successo ci sarà una ragazza canadese di 19 anni, Bianca Andrescu che — dopo che Serena aveva battuto l’ucraina Svitolina per la quinta volta in sei sfide — ha superato in semifinale in due set tiratissimi la svizzera Belinda Bencic che aveva fatto a lei e a Serena il gran piacere di togliere di mezzo Naomi Osaka. Cioè la giapponese che un anno fa aveva sconfitto, fra mille polemiche, Serena che andò in escandescenze, furibonda con l’arbitro Carlos Ramos che osò ammonirla due volte per coaching, per aver fracassato una racchetta e poi avergli dato — in pratica — del ladro in campo, del misogino e del razzista in conferenza stampa. Non c’è mai stata una differenza anagrafica più ampia in una finale di Slam: 18 anni e 264 giorni separano Serena da Bianca. Comunque vada con la rivelazione Andrescu Serena merita oggi di essere considerata, con Martina e la Court — la Lenglen perse un solo incontro negli anni Venti, ma era un altro tennis — la più forte tennista di tutti i tempi e certo del terzo millennio. La Andrescu, n.15 ora e n.152 a fine 2018 non è ancora molto conosciuta, ma nessuna ha fatto i suoi progressi. […] Ha una notevole personalità per essere così giovane, giocherà la sua prima finale Slam (e Serena la n.33!). Però quest’anno ha già conquistato due titoli importanti, Indian Wells e Toronto dove in finale ha approfittato del ritiro di Serena.

Incubo o record. Caccia al 24° Slam. Ma tra Serena e la leggenda c’è una predestinata (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Un numero, un’ossessione, un record, un traguardo. Serena Williams stasera proverà a liberarsi dall’incubo del 24, il numero degli Slam conquistati da Margaret Court, nella finale contro la teenager Bianca Andreescu. […]. Due anni di attesa, di tentativi, lavoro, frustrazioni e crisi di nervi, come quella che la colpì proprio qui a New York lo scorso anno, nella finale che doveva essere dei sogni e che invece si è trasformata in un incubo. Litigio furibondo con l’arbitro Ramos per un warning comminato per «coaching», partita persa con la ventenne Naomi Osaka, figuraccia mondiale (anche se difesa dalla federtennis americana). In salute. Da allora a oggi, la Williams, è caduta, si è rialzata, ha avuto a disposizione due finali di Wimbledon (k.o. da Kerber e Halep) e appunto una agli Us Open per agganciare la ormai «odiatissima» Margaret, ma è rimasta sempre lì, a 23. Oggi è il giorno, la grande occasione, quella da non mancare perché la rivale, la diciannovenne canadese Bianca Andreescu, è solida e ha una grande personalità, ma Serena ha dimostrato di essere finalmente sana e competitiva come non la si vedeva da tempo. Più reattiva, potente, sorridente, vincente. In semifinale ha strapazzato malamente la Svitolina, nei quarti aveva polverizzato la sventurata cinese Wang, annichilita a tal punto da non riuscire a mettere in campo nemmeno un vincente, oggi contro Bianca sarà il definitivo esame della ritrovata maturità. A digiuno. C’era un tempo in cui Serena Williams vinceva tutto, era insaziabile, imbattibile. Aveva vinto 21 delle sue prime 25 finali dello Slam. Poi i superpoteri si sono affievoliti e vuoi per lo sgambetto della Vinci nel 2015, che le ha impedito la gioia del Grande Slam in semifinale, vuoi per la maternità, la statunitense ha perso cinque delle ultime sette, ben tre dopo il ritorno dalla maternità. Ora, alla decima finale a Flushing Meadows, la 37enne (38enne tra pochi giorni) Serena è curiosa di quello che accadrà: «Fino ad ora è andato tutto bene – ha detto -, fisicamente sto bene, la gente mi sostiene, ma quando ti giochi uno Slam, cambia tutto. Ci sono in ballo un sacco di emozioni: aspettative, ansia, alti e bassi», esattamente quello che le accaduto negli ultimi due anni, con il picco della scenata contro la Osaka. E poi c’è sempre quell’aspettativa in più, il maledetto (o benedetto, a seconda di come finirà) numero 24 da raggiungere. Fino a oggi, restando in tema di numeri, ha comunque centrato quota 101 match vinti allo Us Open, alla pari con Chris Evert, che potrebbe superare proprio stasera, se sollevasse il trofeo: «Essere in compagnia di Crissie, qualunque sia il contesto, è sempre un privilegio e un onore», ha detto. E a chi le chiedeva se quella di stasera fosse l’occasione più importante per tornare a vincere ha risposto: «Non lo so, non ci penso, fino a ora sono stata fin troppo rilassata». La prima di Bianca. Questa notte dunque, va in scena il duello tra l’esperienza di Serena e la spensieratezza di Bianca, nuovo prodotto vincente di Tennis Canada (dopo Aliassime e Shapovalov), che ha ammesso di aver sempre sognato di potersi confrontare con la Regina «prima che si ritirasse». Un’uscita entusiastica che sa un po’ di irriverenza, come quando a 19 anni giudichi i quasi quarantenni. Alla Andreescu, vincitrice quest’anno a Auckland, Indian Wells e Toronto, fermata nel mezzo da un infortunio alla spalla destra, manca solo un po’ di esperienza a livello Slam: «E’ un momento che sognavo da quando ero piccolissima – ha detto Bianca, dopo aver battuto la Bencic in semifinale -. Però penso che in pochi credessero di vedermi arrivare fino qui. Che la mia prima volta sia contro la più grande tennista di sempre, è un regalo ancora più grande». Comunque vada, sarà un successo.

Serena contro Serena (Massimo Basile, Corriere dello Sport)

L’ ascensore mentale di Serena sarà la vera cosa da seguire oggi. «Ci sono sensazioni particolari in una finale – ammette – vai su e giù nel giro di poco». Serena Williams, a quasi 38 anni, non poteva essere più chiara. Basta vedere le due ultime stagioni, quelle del contagio malefico: dopo aver vinto 21 delle sue prime 25 finali di un Grande Slam, ha perso cinque delle ultime sette, ha perso tutte le ultime tre e dopo la maternità non ha vinto finali. Il mondo ha smesso di girarle attorno. Ha perso a Wimbledon nel 2018 in due set contro Angelique Kerber e quest’anno con un doppio 6-2 contro Simona Halep, l’anno scorso agli US Open è stata battuta in due set da Naomi Osaka in una delle finali più tumultuose al Queens, dietro solo al ring tra Ilie Nastase e John McEnroe del 1979. […] Serena non è mai stata, ecco, serena. Il grande dubbio è se può esserlo in una finale come quella di oggi, che ha un peso straordinario e inedito: non c’è solo in gioco l’ennesimo US Open. Vincendo, l’americana raggiungerebbe il record di 24 Grand Slam vinti dell’australiana Margaret Court e lo farebbe all’Arthur Ashe, dove vent’anni fa cominciò la serie. Dovrà superare una ragazza che nel ’99 non era neanche nata, la canadese Bianca Andreescu, 19 anni, n.15 del ranking, che ha sconfitto in semifinale Belinda Bencic e, ai quarti, la principessa dell’Ashe, Taylor Townsend. Conquistando il suo 24° Slam sarebbe la più grande tennista di sempre, vincendone un altro taglierebbe ogni discorso con la Court NERVI. Contro Elina Svitolina, Serena partiva, in teoria, da sfavorita, lei n8 contro l’ucraina, n. 5. A parte i primi giochi, la partita è sembrata più una corsa dei duecento che una cinquemila. Serena aveva fretta Ha demolito l’avversaria, spaventandola con un servizio tornato, finalmente, il pezzo forte. A un certo punto l’americana ha servito a una velocità di 174 Km/h, il suo record in questi vent’anni di US Open, ma è stata capace anche di variare, ricorrendo a un inatteso serve-and-volley per salvarsi da un break nel primo set. Per la quarta volta negli ultimi quattordici mesi, Serena proverà a vincere uno Slam, in un campo dove ha già trionfato sei volte ma dove, come abbiamo visto, è franata con i nervi. Anche tra Nastase e McEnroe c’era una sfida generazionale di mezzo, tra un volpone e un ragazzino, come oggi tra la campionessa e una nata nel 2000. In più giocheranno in uno stadio frequentato da un pubblico anarchico, privo di filtro emotivo, che può risultare decisivo. Tiferanno tutti per Serena, sperando sia più forte del suo mistero. Ma dovrà giocare, guardando il trofeo scintillante messo lì a pochi metri. Questo potrebbe darle una carica antica o farle raffiorare freschi incubi.

Dopo 20 anni ancora Serena per il record dei titoli Slam (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E sono venti anni. Dalla polvere che si è ormai posata sui ricordi della prima vittoria agli Us Open, nel 1999 contro Martina Hingis, escono felicemente saltellanti le perline bianche della pettinatura “afro” di Serena, che si staccavano nell’aire dei colpi per sparpagliarsi sul campo, obbligando il giudice arbitro a implorare la piccoletta (non tanto, già allora, ma aveva 18 anni appena) a raccoglierle. […] Da quando è mamma. Serena non ha vinto più niente. Eppure, è ancora in finale, come un anno fa quando, tritata da Naomi Osaka, sottopose a identico trattamento l’arbitro Carlos Ramos che le aveva tolto un punto per coaching, e che ora fa finta di non conoscere. «Ramos? Scusate, non so di chi stiate parlando». Lei sbagliò tutto in quella disputa, ed ebbe dei modi che sarebbero stati censurabili anche al mercato del pesce. Ma lui, seguendo alla lettera il regolamento, la fece passare per una che giocava col trucco, telecomandata a distanza dal suo coach, Mouratoglou. Proprio lei, figurarsi. Una capace di dire a chi le sta intorno anche quando è il momento di fare la pipi. Decima finale agli Us Open, sei vittorie, tre sconfitte. Ma anche la quarta finale Slam da quando è mamma e gioca 12 o 13 tornei l’anno appena. Tutte perdute, compresa quella di Wimbledon, due mesi fa, contro la Halep. Non sa più vincere, Serena? Mah, in finale sa ancora arrivare. E vuole disperatamente, per sé e la figlia («Il regalo più bello») vincere il 24° Slam della serie, che vale il record delle vittorie nei Major, sia pure alla pari con Margaret Court, la tennista oltranzista, impegnata per la famiglia “purché tradizionale; contro le donne con troppi grilli per le meches, e contro i gay “vil razza dannata, l’esatto contrario politico di Serena. Per la quale infatti si muovono Spike Lee e Queen Latifah. Non ha fatto toccare palla a Elina Svitolina, affronterà Bianca Andreescu, che ha resistito e poi infilato la Bencic. Bianca ha la stessa età di quando Serena vinse la prima volta, e ricorda (un po’) nel gioco Martina Hingis. «Ma è più potente», parola di Martina Navratiiova. Serena e Bianca si sono conosciute a Toronto, nella finale che ha visto la Sister ritirarsi per un problema alla schiena dopo 4 game. Bianca l’ha consolata. Serena le ha voluto subito bene. Le finali, lo sapete, si giocano anche sui sentimenti.

“Berrettini-Nadal e il mio sogno Davis” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Berrettini-Nadal, Italia-Spagna. Un clàsico, tra caldo, basket e mille altre sfide. […] Gerard è cofondatore e presidente della Kosmos, la società che attraverso l’accordo con l’Itf ha rivoluzionato il format della storica competizione. Gerard, è sempre Italia-Spagna, anche nel tennis. Un duello che potrebbe rinnovarsi anche a Madrid. «Sarebbe bellissimo. Tra Italia e Spagna c’è sempre spettacolo e devo dire che Berrettini è davvero un giocatore che mi piace molto. Ho assistito alla sfida con Monfils, che combattente, uno spettacolo appassionante. Una battaglia tra gladiatori come Nadal-Berrettini nelle Davis Finals, farebbe emozionare ogni appassionato». Quando i giocatori italiani vestono la maglia della Nazionale, di qualunque sport, danno l’anima. «A me lo dice? Ne ho avuto le prove diverse volte._ Sono sicuro che la squadra italiana farà bene. Ci sono ottimi giocatori tutti ad alto livello, e con un Berrettini così, avrete da divertirvi». I più conservatori si sono opposti strenuamente al nuovo format della Coppa Davis, alcuni della cosiddetta Next Gen invece sono favorevoli. Pensa che i giovani siano la chiave per il successo di questo nuovo progetto? «Ne sono assolutamente convinto. I giovani di adesso sono molto forti, guardando anche soltanto a questi ultimi giorni torniamo all’esempio di Matteo Berrettini, ma anche di Daniil Medvedev. Entrambi se tutto andrà bene saranno in campo a novembre a Madrid, e saranno due nomi di spicco per la competizione». Federer è stato molto critico e ha detto da subito che non avrebbe partecipato, Djokovic invece alla fine ha cambiato idea. « Federer non potrebbe comunque giocare perché la Svizzera non si e qualificata, quindi purtroppo al momento il problema non si pone. Con Nole ho un ottimo rapporto, abbiamo parlato a lungo. Gli ho detto “Nole, tu sei un fiero rappresentante della tua nazione, penso che i tuoi concittadini vorrebbero vederti con la maglia della Serbia vincere anche in Davis”. Alla fine ha capito, e siamo davvero felici che sia salito a bordo”. Senta, ma lei è sempre in giro per il tennis, Valverde non si arrabbia mai? ‘Per riuscire a far quadrare tutto, tra un po’ lavoro 24 ore al giorno! E con Valverde cerco di barcamenarmi, Gioco d’astuzia. C’è un aneddoto divertente a proposito. Quando l’anno scorso dovevo chiedergli il permesso di andare al board Itf del 16 agosto, che avrebbe approvato la nuova Davis, non gli ho detto dove sarebbe stato. Pensava fosse a Parigi o Londra. E mi ha detto si. Poi ho segnato contro il Siviglia e abbiamo vinto la Spanish Super Cup, sono tornato alla carica e ho rivelato che era a Orlando._ Ma a quel punto non poteva dirmi no…». Astuzie da vecchio campione, che vuole vincere anche nel tennis.

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Seppi, benedizione per Sinner: “Il futuro della Davis è lui” (Cocchi). Piqué difende la Coppa Davis e manda Federer in pensione (Semeraro). Djokovic e Murray, i Big non tradiscono (Palliggiano)

La rassegna stampa di giovedì 21 novembre 2019

Pubblicato

il

Seppi, benedizione per Sinner: “Il futuro della Davis è lui” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Non è ancora il momento della staffetta, del passaggio del testimone, ma uno sguardo al futuro prossimo di questa squadra di Davis si può già dare. Forze fresche unite a compagni esperti. Andreas Seppi compirà 36 anni a febbraio e questa settimana ha sofferto e tifato, si è allenato, nel caso avesse avuto bisogno di farsi trovare pronto. Lui è il ponte tra passato prossimo e futuro molto vicino, lui è il trait d’union tra l’esperienza e il nuovo che avanza. Altoatesino di Caldaro, Andreas Seppi è uno degli idoli di Jannik Sinner […] Andreas, che ha seguito la crescita di Sinner, anche se a distanza: «Da quando è andato a Bordighera non sono riuscito a vederlo, spesso però ci sentiamo, ci scambiamo messaggi». È stato proprio Massimo Sartori, storico allenatore di Seppi, a segnalare il ragazzino a Piatti: «Mi fa piacere che ci sia una continuità di tennisti che arrivano dalla nostra zona – dice Andreas -. E Jannik è il futuro. Non ci siamo allenati insieme molte volte, l’ultima è stata prima del torneo di Montecarlo e già lì avevo notato una grande miglioramento. È forte, e potrà migliorare ancora perché ha tanta voglia di crescere e un giorno potrà essere importante anche in azzurro, bisogna lasciarlo crescere e fare esperienza. È quello che sta facendo e molto in fretta». Questa Davis sul filo del rasoio Sinner l’ha seguita da lontano, senza vivere da dentro le pressioni di queste partite da dentro o fuori: «Ma al momento non mi sembra uno che si faccia prendere da ansie o pressione — chiude Andreas, che diventerà papà a marzo e a gennaio riprenderà da Doha la stagione proprio come Jannik —. È un ragazzo sereno e allegro, che impara in fretta». Il segreto per crescere è confrontarsi con i più forti, secondo il Maestro Andreas: «Sì, è l’unico modo. E lui già lo sta facendo, gioca tornei difficili, si allena con giocatori molto forti, da ognuno di loro e da ogni situazione riesce a portare a casa qualche informazione utile. È così che si diventa grandi» […]

Piqué difende la Coppa Davis e manda Federer in pensione (Stefano Semeraro, Stampa)

[…] Federer non è a Madrid in questi giorni per le Finals in sede unica. Ha sempre fatto sapere di non gradire il formato rivoluzionario e a parer suo poco rispettoso della storia della Coppa. Che peraltro, dopo averla vinta nel 2014, non ha più onorato neanche con la vecchia formula, lasciando affondare la Svizzera anche a febbraio nel primo turno di qualificazione. Piqué lo aveva invitato, Roger non si è degnato, preferendo un miliardario tour di esibizioni in Sud America. «Capisco le sue ragioni – ha spiegato Piqué al giornale Marca -. Federer ha già un suo torneo, la Laver Cup (mega-esibizione settembrina che da tre anni imita la Ryder Cup del golf, ndr). È uno spettacolo molto ben realizzato, posso immaginare che per lui sia in concorrenza con la Davis. Noi invece ci sentiamo diversi, perché il nostro torneo dura da 119 anni». Touché. Ma non è finita qua nonostante le critiche che gli sono piovute addosso in questi giorni per l’astrusità del formato, i buchi sugli spalti e gli orari folli. «Federer può pensare quello che vuole, noi andiamo avanti per la nostra strada, e comunque la Svizzera non si è qualificata. Se fosse andata diversamente, chissà… In ogni caso credo che invece di concentrarsi su un solo giocatore sia meglio pensare al futuro e al presente […]

Djokovic e Murray, i Big non tradiscono (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

Non c’è verso, i big non sbagliano. Meglio così, per una Davis entrata nel vivo e sempre più spettacolare. Anche il pubblico, dopo un inizio timido, sta lentamente riempiendo i tre campi della Caja Magica, sold out solo per la Spagna, ma con una discreta cornice anche durante gli altri match. Ha avuto un inizio un po’ difficile non tanto dal punto di vista tecnico, ma ambientale, poi si è ripreso alla grande Novak Djokovic, chiamato a ripetere, ma in team, l’impresa del maggio scorso, quando strappò a Nadal, con l’aiuto in semifinale di Tsitsipas, il Masters 1000 madrileno. Era terra, ora è sintetico, ma la sostanza non cambia: Nole ha stracciato in due set il giapponese Nishioka (6-1 6-2), secondo punto di una Serbia portatasi avanti con Krajinovic, che ha avuto la meglio su Sugita (6-2 6-4). La Serbia poi ha ottenuto il 3-0 grazie al doppio Tipsarevic/Troicki. Meglio di così, insomma, non poteva cominciare. «Dopo le Finals ho avuto tempo per recuperare e prepararmi come si deve. All’inizio mi sono dovuto ambientare sulla superficie e all’illuminazione, ma poi è andata bene – dice l’ex numero uno del mondo, scalzato recentemente da Nadal -. Per quanto riguarda il nuovo formato, credo fosse un sacrificio che andava fatto. Molti giocatori si lamentano solo perché non hanno la possibilità di giocare la Davis in casa. Anche a me dispiace non giocare in Serbia, ma è così e bisogna accettarlo. Sono però d’accordo sul fatto che qualcosa andava cambiato, rivoluzionato. Forse ci sarebbe voluta una via di mezzo: un torneo d’elite a 8 squadre con qualificazioni da svolgersi 2-3 settimane prima. Ma ripeto, sono assolutamente felice di tornare a giocare per la Serbia dopo due anni e mezzo in questa competizione: è un onore e un piacere». Come la Serbia, ottiene la sua prima vittoria anche la Gran Bretagna. Andy Murray, tornato in Davis dopo tre anni di assenza, vince con grande fatica in 2 ore e 55′ contro l’olandese Griekspoor; n.179 del mondo (6-7 6-4 7-6). Ha giocato, sorretto da un gran tifo, sul campo numero 3, quello più piccolo della Caja Magica con soli 1.500 posti e neanche tutti esauriti. È andato sotto 1-4 nel terzo set, ma si è ripreso. È andato sotto 1-4 anche nel tie break decisivo, poi ha tirato fuori i colpi del campione aggiudicandosi l’incontro. «Avevo detto che non mi sentivo in gran forma – si giustifica lo scozzese – e credo si sia visto. Sarò sincero: non credo di aver meritato di vincere questa partita» […]

 

Continua a leggere

Rassegna stampa

Davis, Italia spalle al muro (Cocchi). Nella Davis in bilico un’Italia equilibrista (Azzolini). La Russia spaventa la Caja Magica. (Palliggiano)

La rassegna stampa di mercoledì 20 novembre 2019

Pubblicato

il

Italia, spalle al muro. Travolgere gli USA per poter sperare (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il giorno dopo la grande delusione non c’è tempo, nè voglia, di leccarsi le ferite. L’Italia deve già ripartire, con un unico obiettivo: battere gli Stati Uniti. Possibilmente tre a zero. Perché il girone a tre non lascia scampo e il Canada ieri, battendo Fritz e compagni senza regalare nemmeno un set in singolare — ma poi regalando un punto agli Usa col ritiro nel doppio —, si è assicurato il primato nel Gruppo F. Si qualificano ai quarti di Coppa Davis le prime dei sei e le due migliori seconde che solo domani in tarda mattinata. Ieri per Matteo Berrettini e Fabio Fognini è stata una giornata dedicata al riposo. Poco allenamento e molto scarico. Anche perché la sera della sfida col Canada le cose sono andate piuttosto per le lunghe con i due singolari e il doppio che hanno tenuto gli azzurri in campo fino a mezzanotte. Poi gli impegni con la stampa, l’antidoping e infine la fisioterapia, morale: sono andati a dormire oltre le 3 del mattino. Una situazione che ha creato un certo nervosismo non solo nel gruppo italiano ma anche nei canadesi,che ieri sera alle 18 erano nuovamente in campo contro gli Stati Uniti: «Verremo direttamente in pigiama — ha detto Shapovalov —, faremo la conferenza stampa alle 3 di notte…». Per evitarlo, hanno preferito saltare il doppio. Il capitano Barazzutti ha criticato la nuova formula della Coppa Davis: «Ci sono troppe cose che non funzionano. Non è possibile che dei giocatori che sono stati in campo ore debbano restare in piedi fino alle 3 del mattino. Questa è la nuova Davis? Va bene, giochiamola, ma bisogna risolvere diversi problemi». […] Fabio Fognini di Davis ne ha giocate tante, è stato protagonista di imprese e rimonte e quando veste di azzurro si accende. Contro Pospisil non è riuscito a trovare il filo del discorso ma il doppio gli ha ridato sorriso e spetanza: «È stato un punto fondamentale quello che siamo riusciti a conquistare con Matteo. Lui poi è stato bravissimo, è rimasto in campo cinque ore di fila. Ora rimbocchiamoci le maniche e spero solo di non giocare contro Opelka». Il gigante americano di 2 metri e 11 ha battuto Fognini pochi mesi fa, agli Us Open. […]

Italia, vincere e pregare (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

 

Esausti dopo una prima giornata massacrante. Oggi c’è un solo risultato a disposizione per sperare di passare il turno. Vincere e bene contro gli Usa è un diktat per l’Italia. La gara con il Canada è stata persa: una maratona iniziata lunedì alle 16 e terminata quasi a mezzanotte. Una formula, quella della nuova Davis, che non piace a Barazzutti e nemmeno ai nostri giocatori: «Sono nostalgico – dice il capitano -, sarà perché l’ho giocata, ma così non mi piace, va sistemata». Il motivo, al di là del discorso tecnico, è semplice. La conferenza stampa post gara degli azzurri è andata in scena all’una di notte. Subito dopo Fognini e Berrettini si sono dovuti sottoporre ai test antidoping tomando in albergo alle 3.30. C’è il rischio che oggi si finisca ancora più tardi. Con gli Usa il primo match degli azzurri è sul campo 2 alle 18. Stanchi, ma lucidi nell’analizzare i match che li hanno visti uscire sconfitti: «Pospisil ha meritato la vittoria – racconta Fognini – Ha giocato bene, nulla da dire. Per fortuna abbiamo vinto il doppio che ci tiene a galla e che può valere tanto in vista della partita con gli Stati Uniti. Spero solo di non giocare con Opelka». Fabio ha sofferto la fisicità del canadese e per questo preferirebbe non incontrare il gigante americano di 211 cm e numero 36 del mondo contro il quale ha perso in quattro set quest’anno al primo turno a Flushing Meadows. […] Oggi non è escluso, a meno di sorprese, che siano Opelka e Fritz ad affrontare rispettivamente Fognini e Berrettini. […]

Nella Davis in bilico un’Italia equilibrista (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Consigli per sopravvivere, la nuova Davis sembra averne già bisogno. Al momento cammina in bilico sullo strapiombo, con le movenze incerte di chi compia i primi passi, e l’immagine nell’insieme non è certo di quelle rassicuranti. Ma i cahiers de doleance sono già aperti, fitti d’impressioni (non proprio positive) e anche di suggerimenti ed esortazioni. Sta a Gerard Piqué cogliere qui e là le sollecitazioni che vengono dagli altri giocatori in campo (tennisti, addetti ai lavori, media), per rimettere in fretta le cose a posto. Non è mancato il pubblico, ed è un buon punto di partenza. Non c’è il pienone, ma neanche gli spalti vuoti. […] Gli orari sono sballati, il turno pomeridiano stabilito alle 16 per la prima giornata, alle 18 per le successive, spinge i match a orari buoni per il Giappone e l’Australia, mentre per l’Europa sembrano dedicati solo agli insonni. Peggio che mai le conferenze stampa organizzate solo a risultato definitivo, che nel turno delle ore 18 potrebbero significare per i tennisti (c’è da eseguire anche l’antidoping) un rientro in albergo alle tre di notte. Il doppio italiano contro i canadesi, giocato di forza e di nervi da Berrettini e Fognini, è finito dopo la mezzanotte e non ha permesso di raccontare agli appassionati italiani né il risultato (hanno vinto Fabio e Matteo, in tre set) né rivedere il giudizio su Fognini, che sì, ha perso male il match con Pospisil, ma ha fatto da architrave alla tenuta della coppia italiana, e soprattutto non ha consentito di spiegare che, anche nel giorno della sconfitta, ottenere almeno un punto può tenere alta la speranza e aprire le porte a una qualificazione da miglior seconda classificata (due i posti in palio, su sei gironi). La prova italiana con il Canada mette gli azzurri nell’obbligo di battere gli Stati Uniti (oggi, ore 18), la successiva vittoria dei canadesi sugli statunitensi, assegna un’unica possibilità, quella del ripescaggio. […]

La Russia spaventa la Caja Magica. Bautista perde, Nadal pareggia
(Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

Rafa non delude e infiamma il suo pubblico. L’ultima volta sul centrale della Caja Magica, poco più di sei mesi fa, aveva perso contro Tsitsipas nella semifinale del Masters 1000 di Madrid poi vinto da Djokovic. Una delusione forte per i tifosi locali, riscattata in parte dal match di ieri di quello che è tomato recentemente ad essere il numero uno del mondo, capace di entusiasmare contro Khachanov (piegato in due set, con soffertissimo tie break nel secondo, 9-7) e ridare un pizzico di speranza a una Spagna incredibilmente sotto dopo il primo singolare con la Russia, che lunedi aveva rifilato un netto 3-0 ai campioni in carica della Croazia. La caccia alla sesta Coppa Davis è partita dunque ieri sera: la Spagna gioca in casa, l’occasione è ghiotta, ma l’esordio è stato inaspettato. Bautista Agut, infatti, cade contro Rublev davanti a oltre 10.000 spettatori tutti per lui, diventati poi 12.000 per Nadal. Il centrale della Caja Magica ha spinto il trentunenne di Castellón de la Plana a vincere il primo set per 6-3. Nel secondo il russo gli ha ricambiato il punteggio e poi al tie-break, nel terzo set, ha chiuso con un perentorio 7-0. Nadal, imbattuto da quindici anni in Davis (parziale di 24-0 dopo l’unica sconfitta subita all’esordio nel 2004) ha riportato poi il giusto entusiasmo nell’impianto madrileno. Bandiere, cori, una mini orchestra di fiati ad accompagnare poi l’immancabile “vamos Rafa!” gridato a più riprese per quella che è forse la stella più brillante dello sport locale in un periodo in cui la Spagna è salita sul tetto del mondo nel basket e ancora una volta nel motociclismo. […] Questa mattina tocca invece al numero 2 del mondo, Novak Djokovic, che con la sua Serbia affronta alle 11 sul centrale il Giappone. Nole, come Nadal, deve riscattare la delusione delle ATP Finals di Londra. Il suo gomito sta bene, qualcuno ha pensato potesse perdere l’appuntamento, ma si è presentato regolannente a Madrid tre giorni fa, si è allenato e ora è pronto per guidare la sua Serbia alla conquista della Davis.

Continua a leggere

Rassegna stampa

Fognini-Berrettini, falsa partenza (Scanagatta). Fognini e Berrettini subito al tappeto. La Davis è in salita (Cocchi). Che fine ha fatto Fabio, il divo di Montecarlo? (Clerici)

La rassegna stampa di martedì 19 novembre 2019

Pubblicato

il

Fognini-Berrettini, falsa partenza. Una Davis a rischio Usa e getta (Ubaldo Scanagatta, Giorno – Carlino – Nazione)

Non è cominciata per nulla bene l’avventura italiana a Madrid per la nuova Coppa Davis che riunisce nella Caja Magica le squadre di 18 Paesi con la società Kosmos del calciatore del Barcellona Piqué che ha promesso un investimento di 3 miliardi in 25 anni. Il Canada conduce 2- 0 dopo i due singolari e prima del doppio iniziato nella tarda serata di ieri, ma comunque ininfluente sull’esito finale. L’Italia esordiva ieri col Canada che, causa l’indisponibilità di Raonic e la caviglia malandata di Auger-Aliassime, sembrava sfavorita contro gli azzurri che schieravano Berrettini n.8 e Fognini n.12. Il capitano canadese Dancevic ha preso un rischio schierando nel primo singolare il doppista Pospisil, che in classifica di singolare è soltanto n.150. Ma il rischio ha pagato perché Pospisil, alto un metro e 93 per 88 kg, serve mediamente 30 km orari più forte di Fognini e su questo velocissimo campo intitolato a Aranxta Sanchez (3500 spettatori la capienza ed era bello pieno) ha quasi sempre comandato gioco e punteggio. 4-1 nel primo set, prima che Fognini risalisse a 4 pari e sul 5-5 si procurasse 3 pallebreak consecutive. Due belle battute del canadese e un errore gratuito di Fabio (che dava la sensazione di essere claudicante) hanno fatto sfumare quelle opportunità, con Fognini furibondo che ha lanciato una palla in tribuna rimediando l’inevitabile ammonizione. E al successivo tiebreak Pospisil ha sempre condotto per chiuderlo 7 punti a 5. Un solo break, avvenuto sul 5 pari, e anche il secondo set è stato appannaggio di Pospisil. Molto più bello e combattuto il secondo match, caratterizzato dall’assenza di break. Berrettini ne ha avute 3 – che erano setpoint sul 5-4 del primo set poi perso – e Shapovalov 7, tutte annullate. Ha vinto Shapovalov, n.15 del mondo, su Berrettini con tre set conclusi al tiebreak, 7-6(5) 6-7(3) 7-6(5). L’Italia dovrà giocare mercoledì contro gli USA di Fritz e Tiafoe (o Opelka) e dei doppisti Sock e Querrey.

Fognini e Berrettini subito al tappeto. La Davis è in salita (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

E dire che dopo aver eliminato Gael Monfils volevamo tutti così bene a Denis Shapovalov. Aveva dato una spintarella al destino mandando Matteo Berrettini nel paradiso delle ATP Finals, però il karma esiste. E le gufate contro il povero francese sono tornate indietro come un boomerang decapitando le velleità dell’Italia in Coppa Davis. Perde Fabio Fognini contro Vasek Pospisil messo all’ultimo al posto di Felix Auger Aliassime, perde Matteo Berrettini contro Denis Shapovalov. Il canadese, da quando ha cambiato guida tecnica passando a Mikhail Youzhny, è cresciuto esponenzialmente ritrovando potenza, elasticità e gioia di giocare che sembrava aver perso. E così Berrettini si ritrova a ringraziare per il favore di Bercy nel modo più doloroso; mentre l’Italia si lecca le ferite a quota zero punti in classifica nel Gruppo F. Si ribaltano così le prospettive del capitano Barazzutti e della squadra più forte, sulla carta, degli ultimi anni. Con il numero 8 e il numero 12 al mondo si pensava a ben altro epilogo, ma le forze fresche canadesi si sono fatte pesantemente valere sul gruppo azzurro, arrivato a fine stagione con le sue bocche da fuoco prosciugate da una lunga serie di risultati positivi: «I ragazzi sono molto stanchi come è normale che sia a questo punto dell’anno — diceva Barazzutti — ma sanno di dover fare un ultimo sforzo e si sono messi a disposizione con entusiasmo». Non c’è tempo di piangersi addosso, non tutto è perduto e bisogna ricompattare le forse fisiche e mentali per presentarsi alla sfida di domani contro gli Stati Uniti al massimo della solidità fisica e mentale. Oggi il Canada di Shapovalov (e Aliassime?) affronterà gli Stati Uniti che hanno in Taylor Fritz e nel gigante Opelka i numeri uno e due, ma che possono contare anche su Querrey e Tiafoe, oltre a un Sock riconvertito in doppista di lusso. Qualora gli Usa battessero il Canada e gli azzurri superassero gli Usa, allora si riaprirebbe tutto e si andrebbe a contare il quoziente match e set. Ma è necessaria una reazione immediata […] A Berrettini non si poteva chiedere di più, onestamente. Sceso dalla scaletta dell’aereo da Londra e catapultato agli allenamenti, ben felice di farlo, l’azzurro era reduce dal sogno della prima vittoria alle Finals, primo italiano di sempre a riuscirci: «Sto ancora cavalcando l’onda – diceva prima del match -. Sono super fiero ed orgoglioso di quanto ho fatto in questo 2019, ma la maglia azzurra ti dà sempre motivazioni extra» […] L’unico del team azzurro ad avere la forza di dire qualcosa dopo il 2-0 è Umberto Rianna, nello staff di Matteo Berrettini insieme allo storico coach Vincenzo Santopadre. Parole di conforto per il romano che a 23 anni è arrivato a chiudere la stagione da numero 8 del mondo: «Non c’è molto da dire, Matteo è arrivato un po’ prosciugato da tutte le emozioni che ha vissuto a Londra – è il commento del tecnico azzurro -. È sceso in campo e ha dato fondo a tutte le energie che gli rimanevano, per questo deve uscire dal campo a testa alta. I set point? Sarebbe sbagliato adesso recriminare su un punto o due, è stata una grande partita». Peccato solo per il risultato.

Che fine ha fatto Fabio, il divo di Montecarlo? (Gianni Clerici, Repubblica)

Se posso così chiamarlo, ho visto un match tra un finto giocatore di doppio e uno finto di singolare. Pospisil nel primo caso, Fognini nel secondo […] Il povero Fognini giocava già in difesa da quando serviva: mai un ace, mai un serve and volley. Subiva. Chissà dove si era nascosto il Fognini di Montecarlo. Chissà dov’era il Fognini patriota che, dalla Davis, ha sempre tratto il suo meglio. Un Fognini così ammirato dell’avversario, così passivo non lo ricordo, tanto da far apparire Pospisil un grande doppista in una occasionale giornata di singolare. Con il servizio, seguito poi da discese a rete e da volèe definitive, da grande giocatore di volo, che avrebbe voluto essere o diventare. Ma che non è mai stata e che mai non sarà, eccettuata la giornata odierna.

 

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement