Re Nadal è già in volo verso il record (Scanagatta). Ti prendo, Roger (Cocchi). Fra i segreti di Nadal (Rossi). Rafa, scacco matto a Medvedev (Piccardi)

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Re Nadal è già in volo verso il record (Scanagatta). Ti prendo, Roger (Cocchi). Fra i segreti di Nadal (Rossi). Rafa, scacco matto a Medvedev (Piccardi)

La rassegna stampa di martedì 10 settembre 2019

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Re Nadal è già in volo verso il record (Ubaldo Scanagatta, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Ha singhiozzato e pianto come mai negli ultimi anni, diversamente dal sempiterno rivale Roger Federer che si commuove quasi ad ogni trionfo. Era seduto semidistrutto da una maratona (7-5 6-3 5-7 4-6 6-4, 4 ore e 54 minuti) imprevedibile alla vigilia e ancor più quando lui era avanti 2 set a zero e 3-2 con un break nel terzo, in attesa del trofeo e dell’assegnuccio (3 milioni e 850.000 dollari). Ma Rafa Nadal, quarta volta campione a New York (una più di Djokovic…), quando ha visto sul mega schermo dell’Arthur Ashe accanto al suo nome la scritta 19 Slam a caratteri cubitali, non è proprio riuscito a trattenere le lacrime. «Si invecchia, ci si commuove più facilmente», si sarebbe quasi scusato il maiorchino, 33 anni e vittorioso sul mai domo magrissimo russo Daniil Medvedev, 10 anni più giovane nonché fresco n.4 del mondo. Il sofferto poker di Rafa Nadal all’US Open, alla presenza del solito “vippaio” made in USA — fra cui l’onnipresente Anna Wintour, Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones — arriva appunto insieme alla conquista dello Slam n. 19. Rafa ha un bel dire: «Non penso al numero di Slam da vincere, il tennis è qualcosa di più. Non esistono solo gli Slam. Io gioco per essere felice». Tuttavia se Federer non dovesse vincere l’Australian Open — dove se starà bene il favorito sarà Djokovic che li ha vinti 7 volte — Rafa con il prossimo Roland Garros ha grandissime possibilità di pareggiare i 20 Slam di Federer, rispetto al quale ha 5 anni di meno nei quali può rimpinguare il suo bottino. Rafa, probabile n.1 a fine anno (per la quinta volta), saggiamente mette le mani avanti: «Con tutti i problemi fisici che ho avuto nella mia carriera non puoi mai sapere quale successo possa essere l’ultimo». Discorso valido anche per gli altri due dei “Tre Big”. Se però anche uno solo dei tre sta bene… quello resta ovunque il favorito del torneo, sebbene Medvedev più di Thiem abbia dimostrato di non essere loro lontano. Ma negli ultimi 3 anni i 12 Slam li hanno vinti tutti i “Tre Big”, dacchè Wawrinka fu campione Us Open 2016. Nei suoi primi 5 Us Open Rafa non era mai arrivato neppure in semifinale. Ma poi con i campi più lenti le cose sono cambiate. In 10 anni 4 trionfi contro 3 di Djokovic, mentre Federer, dopo 5 vittorie consecutive 2004-2008, non solo non ha più vinto qui, ma ha raggiunto una sola finale. Insomma il re della terra battuta, sul cemento non è poi tanto meno fenomeno. Contro Medvedev, miglior tennista del 2019 per numero di vittorie (49), Nadal ha dimostrato ancora una volta di non sentire i 33 anni, correndo e recuperando palle impossibili. «Se dovessi perdere questo Slam dormirei bene lo stesso», aveva detto Nadal. Forse non sarebbe stato così se avesse subito fino in fondo la rimonta di Medvedev che ha avuto tre pallebreak per il 2-0 al quinto. Avrà sicuramente dormito meglio da campione.

Ti prendo, Roger (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

 

Piange il guerriero Rata. Mai, dopo una vittoria, era crollato in questo modo. Le immagini che scorrono sui maxi schermi dell’Arthur Ashe Stadium dopo la sua vittoria epica contro Daniil Medvedev, sono una lunga carrellata dei suoi 19 trofei Slam. E lui, in quelle immagini, ripercorre la sua vita. Un’esistenza dedicata al tennis, alla fatica, al recupero dai mille infortuni che sembrava avrebbero limitato la sua carriera. E invece la sua forza incredibile è stata, in questi anni, più forte di tutto. Un fuoco che brucia dentro, capace di ardere paure e difficoltà. Un fuoco che domenica, dopo il quarto successo agli Us Open, alla fine di una battaglia di 4 ore e 50′ che resterà nella leggenda del tennis come la terza più lunga della storia del torneo, ha sciolto anche lui. Prima lacrime, poi veri e propri singhiozzi, con le mani davanti al viso. Come un bambino, come quel bambino che gli permette ancora oggi di correre dietro a ogni palla come se fosse l’ultima del suo gioco preferito. E invece no, Rafa, il gioco è ancora lungo, e adesso sta arrivando il bello. Perché Roger Federer è lì, a un solo Slam di distacco. Mai i due erano stati così vicini nella contabilità dei Major: quando Nadal vinse il primo Slam, a Parigi 2005, Roger ne aveva già conquistati 4. Ora la lotta tra chi sia il più grande di sempre è un testa a testa da Formula Uno. Roger si è fermato ai box, eliminato ai quarti da Grigor Dimitrov e da un risentimento muscolare alla schiena, e Rafa ha messo giù il piede, a tavoletta, un altro giro veloce. Per dare un’idea dell’accelerazione: Nadal ha vinto 5 degli ultimi 11 Slam dal Roland Garros del 2017, e fra i Big Three (c’erano una volta i Fab Four, poi Murray ha abbandonato il gruppo) è quello che ha conquistato più titoli Major dopo i 30 anni, cinque, cosa che il Magnifico e Djokovic non sono riusciti a fare, ancora fermi a quota quattro. Ma sembra che la collezione dei supertrofei non sia l’obiettivo per cui Nadal si sveglia la mattina: «A volte mi sembra di essere ripetitivo – spiega – è ovvio che sarebbe stupendo chiudere la carriera con il maggior numero di titoli Slam, però non ci penso più di tanto. Mi spiego: non fatico, lotto e mi alleno per il record, lo faccio perché amo il tennis. Il tennis è molto di più di una collezione di titoli. Gioco per essere felice, non solo per contare le vittorie». Dritto per la sua strada, dritto al suo cuore: «Se dovessi sempre stare a guardare cosa hanno o cosa fanno gli altri, rischierei di essere frustrato. Sia in campo sia nella vita c’è sempre qualcuno che ha più di te. Io mi sento felice quando mi rendo conto di aver dato tutto, di aver fatto del mio meglio». Se Federer è nel mirino di Nadal per il numero di Slam conquistati, Novak Djokovic, anche lui fermato da un infortunio (alla spalla sinistra), vede i fari di Rafa avvicinarsi pericolosamente al numero uno del ranking mondiale. Appena 640 punti separano il campione mancino dal cannibale serbo, a quota 16 nei Major: «Non mi piace fare calcoli – ha sottolineato il campione di quattro Us Open -: se posso arrivare di nuovo in cima alla classifica continuando con il mio cammino, va benissimo, sarà una gioia. È bello essere in lotta per qualcosa, anche se l’obiettivo che mi pongo non sono mai i record, ma la carriera, il gioco. Stare a fare calcoli e considerazioni su dove e cosa giocare per arrivare alla vetta non è nel mio modo di pensare il tennis». A 33 anni compiuti, sollevato l’ultimo Slam da scapolo, visto che a fine ottobre si sposerà nella sua Maiorca con la storica fidanzata Xisca Perello, il diavolo di Manacor pensa solo a giocare il più possibile, preservando carriera e salute. «È il mio obiettivo: giocare il più a lungo possibile cercando di essere competitivo. Se stai li a inseguire il numero uno rischi di perdere due anni di carriera. Se posso giocare bene fino alla fine della stagione, e avere una possibilità di salire in alto, va bene. Ma non piegherò i miei programmi a questo obiettivo» […]

Fra i segreti di Nadal (Paolo Rossi, Repubblica)

“Aguanta Rafa”. Deve essersene ricordato a un certo punto Daniil Medvedev. La frase, ormai celebre, era quella che Toni Nadal, zio di Rafa appunto, usa per svezzare i giovani ragazzini che frequenta l’Academy di Maiorca, mostrando come esempio per tutti le capacità del nipote alla fatica e alla resistenza. Domenica notte, a New York, il russo ha provato l’impossibile: indietro 5-7 e 3-6, ha trascinato cocciutamente la finale degli Us Open al quinto set. Ma, nonostante l’Arthur Ashe Stadium lo sostenesse da pazzi («volevano più tennis e io ho dato il cuore»), ha dovuto cedere allo spagnolo ora giunto al 19° Slam e a una sola distanza da Roger Federer. «Ricorderò questa partita anche quando avrò 70 anni» ha detto Medvedev, mentre per la prima volta è stato visto piangere Rafa Nadal. “Apoteosico” hanno titolato i media spagnoli, inchinandosi come tutti gli appassionati di ogni sport. Il mondo ha celebrato il mancino di Maiorca che, a 33 anni, continua a dare lezioni a chi ne aveva pronosticato il tramonto. Perché? Proviamo a fare un viaggio nel suo mondo personale […] Ginocchia, caviglie, addome, adduttori, polsi, spalle, schiena: in realtà non c’è una parte del suo corpo che non l’abbia tormentato […] Nel tempo, però, ha cambiato dieta (a Roma lo hanno visto divorare un salmone intero), e ha snellito il suo corpo per non appesantire ossa e articolazioni e diminuire il rischio di infortuni. Poi ha usato altre idee alternative: la fiala di acqua marina del Mar Cantabrico con i sali contro la disidratazione nel 2015 a Melbourne, e adesso invece i datteri al posto degli integratori. «Ho modificato il mio gioco in base agli infortuni». Ma se un tipo che può vantare un patrimonio personale di 300 milioni di dollari continua a giocare a tennis è per un altro motivo. Uno solo, molto semplice: «Gioco perché amo il mio sport. Non è che la cosa mi rende più o meno felice, perché la mia felicità viene dalla soddisfazione personale». Con il trionfo di Flushing Meadows Rafa Nadal ha prenotato la poltrona di n. 1 a fine anno: Djokovic, oggi leader, dovrà darsi molto da fare per impedirlo. Ma lo spagnolo tiene il profilo basso: «Se riesco a tornare numero uno, fantastico. Ma non è la mia priorità. Non posso perdere energie o tempo per questo. Voglio solo essere competitivo il più possibile». Oltre il tennis. Perché c’è altro, oltre alla racchetta: «Devo pensare anche alle altre cose». Magari al matrimonio con Xisca (Francisca) Perello, riservata fidanzata che lo segue da ormai 14 anni. L’evento è programmato per questo autunno, probabilmente più in inverno […] Questo è Rafa, il suo stile: il tennis sarà meraviglioso, ma la vita offre sempre di più.

Rafa, scacco matto a Medvedev (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Proprio quando pensavamo di aver capito tutto, cioè che l’epica finale di Wimbledon avesse disallineato i pianeti a favore di Novak Djokovic, ecco che Rafa Nadal si riappropria della Santissima Trinità vincendo a New York contro Daniil Medvedev una partita di raro tatticismo passata alla storia come la (surreale) finale dell’Open Usa 2019. L’anti-eroe di Mosca dai tratti indecifrabili che pare uscito dalla penna di Dostoevsky (ma tutt’altro che idiota), non a caso, è un ottimo giocatore di scacchi. E il suo personalissimo stile, sostenuto dall’esuberanza dei 23 anni e da una manina fatata, ha costretto Nadal a snaturarsi come mai aveva fatto in carriera: 66 discese a rete, tre volte tanto la media stagionale, per guardare meglio negli occhi il giocatore più bollente dell’estate (quattro finali in un mese, Washington, Montreal, Cincinnati e New York) e risolvere un rompicapo che al quinto set pareva diventato un incubo […] E allora Rafa ha arato il cemento di Flushing per cinque set e cinque ore, punito a intervalli regolari da un arbitro che non ha più tollerato le lungaggini imposte dalla routine delle sue nevrosi, risucchiato da due set di vantaggio dal palleggio imperscrutabile di Medvedev, capace con la stessa aria triste di fare il dito medio al pubblico del centrale, di farsi fischiare e poi applaudire fino a spellarsi le mani, sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso, suo e del rivale al di là della rete, personaggio schizofrenico di fascino letterario. È stato l’enorme talento del russo, di difficile gestione quasi si trattasse di un’inconsapevole tara del carattere («Nella vita sono una persona pacata ma in campo escono fuori tutti i miei demoni»), a innalzare il livello di una finale che ha eguagliato — per qualità dei punti e intensità di gioco — i picchi del quadretto impressionista dipinto da Federer e Djokovic sull’erba di Wimbledon consegnando a Nadal, gelido benché ribollente di rabbia sul terzo warning (quinto set, secondo game, terza mortifera palla break salvata), il quarto titolo dell’Open Usa e il 19esimo Major, a un passo dal record del maestro di Basilea (20) inchiodato come una farfalla da collezione ai suoi 38 anni suonati. «Il nostro dominio non durerà in eterno e se pensassi all’inseguimento di Federer non mi godrei la bellezza di quello che ho», ha detto un Rafa filosofo e sempre più stempiato nella notte del trionfo che ha segnato il 12esimo Slam consecutivo rotolato su uno dei tre lati del triangolo isoscele Federer-Nadal-Djokovic. Mentre con il successo di Bianca Andreescu su quel che resta di Serena Williams le donne completano la terza stagione di fila firmata da quattro diverse regine, gli dei del tennis maschile restano fedeli all’usato sicuro. Medvedev è il primo Next Gen che raggiunge una grande finale ma non sfonda: rimane sulla soglia. E quindi il tormentone può ricominciare: chi è il migliore di sempre? […]

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Nadal: «Pronto a giocare, ma in un tennis sicuro per tutti» (Semeraro). Toni Nadal: «Buon compleanno Rafa, questo stop ti aiuterà per superare Federer» (Cocchi)

La rassegna stampa di mercoledì 3 giugno 2020

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Nadal: «Pronto a giocare, ma in un tennis sicuro per tutti» (Stefano Semeraro, La Stampa)

Oggi il re della terra compie 34 anni. Le candeline Rafa Nadal è abituato a spegnerle a Parigi, nella sala stampa del Roland Garros, il torneo dello Slam che ha vinto dodici volte, un record quasi surreale se pensiamo che Federer a Wimbledon ha vinto “solo” otto volte. Stavolta festeggerà a Manacor, in famiglia, nella sua Accademia piena di ragazzini che sperano di diventare un mito dello sport come lui. L’isolamento durante la pandemia è stato duro, «ma la vera preoccupazione – dice – è la catastrofe che ha colpito tante persone. Il tennis non è così importante». Chi ama il tennis può comunque contare su di lui: se il Roland Garros verrà recuperato a settembre, anche a porte a chiuse, Rafa ci sarà. Nadal, nel giorno del suo 34° compleanno ci fa un bilancio della sua carriera? «Penso che il bilancio di una carriera si deve fare una volta che è finita. Da ragazzo non mi sarei mai aspettato di raggiungere questi risultati. Sono però sicuro di una cosa: una volta che sarà finita sarò molto felice di quello che avrò fatto».

In questi giorni avrebbe dovuto essere al Roland Garros, a difendere il suo titolo. Cosa le manca di più di Parigi?

 

Gareggiare. Ho una vera passione per lo sport in generale e per il tennis in particolare, quindi mi manca fare ciò che amo di più: giocare a tennis.

Cosa ha sofferto di più in questi mesi? E cosa ha apprezzato della vita in quarantena?

Essere chiusi in un appartamento non piace a nessuno, credo… Ma ho apprezzato il tempo che ho potuto passare con mia moglie. Ho avuto più tempo per tutte le cose che di solito non riesco a fare nei tornei, tipo cucinare. Un’attività a cui mi dedico spesso a Wimbledon, perché lì affittiamo una casa.

Quale dei 12 trionfi al Roland Garros le è più caro?

Tutti i titoli sono importanti, soprattutto al Roland Garros. Se proprio devo scegliere prendo quelli al rientro da un infortunio. E poi l’ultimo, che è sempre speciale perché non si mai cosa ti riserva il futuro.

Crede che il torneo potrà essere recuperato tra settembre e ottobre?

Sì, credo che la Federazione francese voglia giocare. Non sarà il Roland Garros che conosciamo, ma se ci saranno tutte le condizioni di sicurezza, non solo per noi giocatori ma per chiunque sia coinvolto nel torneo, non avrò problemi. Giocherei anche a porte chiuse, anche se non è una situazione che mi piace.

Durante la fase più dura del contagio ha avuto paura?

Non per me in particolare, ma ho sofferto per tutti quelli che sono mancati. E stato ed è ancora terribile ascoltare le notizie da tutto il mondo, Italia e Spagna poi sono state fra le più colpite. Le Baleari invece hanno avuto meno problemi di altre parti della Spagna, ma la preoccupazione c’è stata. A Manacor sono rimasti bloccati anche i ragazzi dell’accademia. Una situazione molto difficile. In 85 non potevano tornare a casa, e con loro 70 fra allenatori e dipendenti che sono restati volontariamente. La nostra preoccupazione era di garantire la sicurezza di tutti, sono molto felice e soddisfatto che ci siamo riusciti. Ora stiamo tornando alla normalità e dico a quelli che intendono venire in estate di godersi Maiorca, un’isola straordinaria.

Il tennis cambierà dopo la pandemia?

Certamente sì, non sappiamo ancora come. Il presidente dell’Atp Andrea Gaudenzi ci sta lavorando ma nessuno può avere certezze. Io spero che torneremo alla vita di prima il più presto possibile. Questa terribile esperienza ha cambiato tutti noi. Ci ha fatto apprezzare tante cose a cui prima non badavamo. Il primo giorno che sono uscito mi sono goduto una passeggiata come fosse una cosa eccezionale. Prima mai avrei pensato di fare una passeggiata… Credo che dovremo riflettere molto anche sui sistemi sanitari dei nostri Paesi. Mi ha molto colpito il tremendo lavoro di medici e infermieri, delle forze dell’ordine, e il senso di responsabilità dei cittadini. […]

Chi sono i suoi rivali più pericolosi sulla terra, a parte i soliti Djokovic e Federer?

Sicuramente Thiem, dopo la finale del 2019 a Parigi e quella di gennaio in Australia, insieme ad altri giovani che cominciano a farsi avanti.

Che cosa pensa di Matteo Berrettini e Jannik Sinner?

Ho visto giocare Sinner e mi sono allenato con lui in Australia: può diventare molto forte e ha un team molto professionale che lavora per lui, è importante. Mi aspetto grandi cose da lui, ma va lasciato tranquillo. Berrettini ha dimostrato di essere un grande giocatore, con la semifinale a New York e le Atp Finals. Mi piace il suo atteggiamento, in campo e fuori.

Toni Nadal: «Buon compleanno Rafa, questo stop ti aiuterà per superare Federer» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Un compleanno speciale. Rafa Nadal oggi compie 34 anni. Il maiorchino era solito regalarsi un Roland Garros per festeggiare, ma il Covid ha cambiato i piani di tutti. Toni Nadal, lo zio-allenatore che lo ha cresciuto, oggi non sarà sulle tribune dello Chatrier ad applaudire la sua creatura, il guerriero capace di conquistare dodici volte la terra di Parigi.

Toni, sfogliamo l’album dei ricordi: quali sono i tre momenti più belli dei 12 Roland Garros vinti con Rafa?

La prima vittoria, nel 2005. Rafael era giovanissimo e quello era il traguardo più ambito, raggiunto dopo tanto lavoro, fatica, abnegazione. Poi il successo del 2010 è stato molto importante. Forse, come impatto emotivo, quanto il primo. Perché Rafael aveva perso con Soderling l’anno precedente. Per noi era stata una sconfitta scioccante quella agli ottavi, puntavamo al quinto titolo a Parigi. La prima cosa che mio nipote mi disse appena rientrato negli spogliatoi fu: “L’obiettivo del prossimo anno è tornare a essere il migliore sulla terra rossa”. E così fu. Nel 2017 invece arrivava da due anni senza vincere e bisognava tornare a sollevare quel trofeo per riprendere la strada.

Che effetto le fa restare a casa in questi giorni solitamente consacrati alla terra parigina?

Strano. Ma in questo periodo è tutto un po’ strano, con quello che il mondo sta vivendo…

È stato molto difficile per Rafa restare fermo così a lungo per la pandemia?

Non ne abbiamo parlato molto. Ci siamo confrontati di più sull’Accademia, sui ragazzi che erano rimasti bloccati durante l’isolamento. Si è preoccupato che tutti passassero quelle settimane al massimo della sicurezza, senza troppe ripercussioni sul piano emotivo, lontani dalle famiglie. Di certo, però, più che l’allenamento, gli mancano le partite. Credo che per lui sia stato difficile soprattutto perdere la routine, i viaggi in giro per il mondo, i match. Rafael è un lottatore nato, ma come lui tutti i gli sportivi soffrono a non potersi affrontare. La competizione è la sua benzina.

Oggi suo nipote compie 34 anni. Per quanto tempo pensa che lo vedremo ancora protagonista del tennis mondiale?

Se il corpo e la salute lo assisteranno, penso che abbia ancora almeno tre o quattro anni davanti. Chissà, magari anche di più, perché questo 2020 gli sta permettendo di rallentare e non forzare il fisico. I giocatori più “anziani” saranno quelli che trarranno più beneficio da questo periodo, quindi anche Federer e Djokovic. Se sommiamo l’esperienza, al tempo che hanno avuto per rimettersi in sesto, penso che saranno loro quelli con più chance di vittoria quando la stagione ripartirà.

Parliamo di record: Rafa supererà l’amico-rivale Federer nel numero di Slam?

Penso che sia Rafael che Djokovic potranno sorpassare Roger. L’età è dalla loro parte, anche se ci sono tanti giovani forti che stanno facendo esperienza e diventano ogni anno più pericolosi. Se Rafael dovesse vincere a Parigi quest’anno arriverà a quota venti come lo svizzero, poi si vedrà.

Tra Federer e Djokovic qual è l’avversario più complesso da affrontare per suo nipote?

Come indicano anche i risultati è Nole l’avversario più ostico. Perché anche se giochi bene, non sai mai come e quando poterlo attaccare, non ti lascia uno spazio per infilarti. Invece con Federer, per quanto sia un fenomeno, avevamo una tattica più chiara, ci dava più possibilità per colpirlo.

Se lo Slam parigino, come sembra, si giocherà a fine settembre pensa che Rafa possa essere svantaggiato?

Lui ama il clima più caldo, perché resiste molto bene alle condizioni difficili. Però, alla fine, penso che non cambierà molto, se sta bene.

Come sarà questo compleanno diverso per Rafa?

Un compleanno in famiglia, senza Parigi sullo sfondo o vittorie da celebrare, ma comunque speciale.

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Osaka-Gauff, doppio contro il razzismo (Cocchi). La maturazione di Musetti (Bertellino). Schiavone: “Ho il cielo pieno di angeli e un nuovo senso per la vita” (Piccardi). Berrettini: “Roma, aspettami” (Cocchi)

La rassegna stampa di martedì 2 giugno 2020

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Osaka-Gauff, doppio contro il razzismo. Le baby star vogliono cambiare il mondo (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Naomi e Coco. Gioventù e determinazione. Agonismo e impegno. Osaka e Gauff sono le star del futuro, la rivalità che manca al tennis femminile per tornare sulle prime pagine. Questa volta, però, le due hanno unito le forze per un’impresa che non prevede una racchetta in mano. Niente palline gialle da rincorrere, solo coraggio. La missione è la partita della vita, la lotta contro il razzismo. Osaka e Gauff si sono esposte immediatamente dopo il caso di George Floyd, afroamericano ucciso da un poliziotto bianco a Minneapolis. La Osaka andando sul posto, marciando prima nel Minnesota e poi a Los Angeles e mettendo le immagini su Instagram, poi cancellate probabilmente per la pressione degli sponsor. Coco, invece, ha postato un video su Tik Tok, il social dei balletti, amato dalle ragazzine che si improvvisano starlette. Il messaggio qui era diverso, potente: una foto di Trayvon Martin, adolescente nero il cui omicidio ha fatto nascere il movimento Black Lives Matter, e poi lei, con un cappuccio nero in testa, le mani alzate in segno di resa e la scritta «Sarò io la prossima?». Su Twitter poi ha lanciato un altro messaggio che delinea chiaramente la strada che vuole prendere: «Userò i social network per rendere il mondo un posto migliore». #BlackLivesMatter, le vite delle persone di colore hanno importanza, è l’hashtag che sta facendo il giro dei social dal 25 maggio, giorno dell’omicidio di Floyd, e che le due ragazze magiche hanno tatuato sull’anima. Coco è la 16enne che ha stupito il mondo battendo il suo idolo Venus Williams a Wimbledon l’anno scorso e ripetendosi per poi piazzarsi tra le prime 50 al mondo. […] Lo ha dimostrato in questi giorni, esponendosi in prima linea. Mettendo anche il simbolo del pugno nero nel suo profilo Twitter, poi levato per questioni di «opportunità» e sostituto soltanto con un bollino nero. Naomi è giapponese di bandiera, mamma di Osaka e padre di Haiti, statunitense di formazione. Lei è quella «grande», con i suoi 22 anni, quella esperta, forte di due Slam e del numero uno al mondo conquistato per qualche settimana prima di calare per una crisi tecnica e di personalità. Timida, con la sua faccia buffa da cartone animato. Stavolta la personalità l’ha trovata e l’ha mostrata insieme alle unghie da guerriera con cui ha affrontato questi ultimi giorni: «Soltanto perché non sta succedendo a te, non vuol dire che non stia succedendo» è stato il suo messaggio. Che ha ancora più valore perché arriva dall’atleta più pagata dell’anno […]

“Io, l’erba e l’apnea”. La maturazione di Musetti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Da chi è nato sulla terra rossa ti aspetteresti che la domanda sul “torneo dei tornei” in chiave personale trovasse quale risposta o il Roland Garros o Roma. Invece Lorenzo Musetti, classe 2002, carrarino assolutamente non banale, né in campo né fuori, non ha dubbi: «Wimbledon, dove ho raggiunto i quarti a livello junior provando grandi emozioni. Non avevo mai giocato sull’erba ma ho immediatamente trovato le giuste cadenze. Sarebbe il massimo fare bene tra i big». Un predestinato Lorenzo, con gli occhi di tutti puntati su di se fin dalle categorie giovanili. A volte non è facile gestire le pressioni. «Mi sono abituato e sono maturato – sottolinea – soprattutto dopo il boom mediatico che è seguito al mio successo dello scorso anno agli Australian Open junior. Un mese continuo di chiamate, interviste, ospitate. Ho fatto un po’ di fatica a rifocalizzarmi interamente sul tennis in quel periodo. Piano piano ho imparato a gestire la situazione, anche lavorandoci sotto il profilo fisico e motorio. In certe situazioni mi si bloccava il diaframma, non riuscivo a fare ciò che volevo e mi innervosivo. Ho chiesto il supporto ad un ragazzo di Livorno che insegna agli apneisti e ne sono venuto fuori. Quando mi capita ora ho le contromisure». Sogni importanti e step intermedi, guardando al domani. «Il massimo, e lo dico con lo stesso spirito di un bimbo che inizia a giocare, diventare il numero 1 del mondo. In stagione, di concerto con il mio coach di sempre, Simone Tantarini, ci eravamo posti quale primo traguardo entrare nelle qualificazioni del Roland Garros. Mi mancavano ancora una cinquantina di posizioni in classifica mondiale, ma credo che sarei riuscito a scalarle visti i tanti appuntamenti che avrei potuto sfruttare. Sarebbe stato fantastico giocare a Parigi. Ora l’imperativo è migliorarsi tutti i giorni mantenendo elevata la motivazione. Un mattoncino alla volta, per costruire una casa solida. Questa è la nostra filosofia». Simbiotico il rapporto con Tartarini. «Dura da molto tempo ed è un secondo padre per me. Nel periodo di quarantena, prima di riprendere gli allenamenti, mi è mancato molto il rapporto quotidiano, quello che ti porta a condividere tornei, trasferte, viaggi, gioie e “cazziatoni”. Si ride, si scherza, ma si fa tutto molto sul serio. Siamo veramente una famiglia». Dal 4 maggio scorso di nuovo in campo a provare i colpi, al TC Junior San Benedetto di La Spezia. «Una bella cosa, dopo oltre un mese di astinenza, riprovare certe sensazioni, in compagnia di Alessandro Giannessi. Sentire il rumore della palla sul piatto corde è stato piacevole. Pensavo che avrei fatto più fatica a ritrovare il ritmo ed invece non è stato cosa, anche perché ho sempre lavorato fisicamente nel periodo di chiusura totale. In tale fase abbiamo anche agito mentalmente con i preparatori che ci ha messo a disposizione la Federazione via Instagram, per tenere comunque alta la concentrazione. Il dubbio che nessuno ad oggi può risolvere è quello sulla data effettiva della ripresa del circuito internazionale, anche se la sensazione è che non si possa tornare alla normalità a breve. La speranza è quella di poterlo fare magari a settembre-ottobre, anche se non sarà facile». […]

Intervista a Francesca Schiavone: “Ho il cielo pieno di angeli e un nuovo senso per la vita” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

«Stiamo condividendo un’esperienza, la pandemia, che ci costringe a riflettere. I più forti sono quelli che non ne usciranno a mani vuote, ma portandosi dietro qualcosa». La ragazzina milanese spettinata e impertinente che dieci anni fa seduceva Parigi (prima italiana nella storia a vincere uno Slam, terza in assoluto dopo Pietrangeli e Panatta) è diventata grande senza farsi mancare nulla: amori folli (il tennis, ma non solo), una malattia importante e superata, oggi un bistrot sui Navigli («Sifà») e un ritrovato gusto per la vita. A 40 anni (il 23 giugno, auguri di cuore), Francesca Schiavone è molto più della campionessa del Roland Garros 2010 inzaccherata di terra rossa e sogni scintillanti. E lei, Francesca, cosa si è messa in tasca dopo il linfoma e il lockdown? «Io il mio patrimonio me lo porto dentro. Mi sono ripresa la salute, che non è poco, e il tempo. Ora mi rendo conto di quando vado troppo veloce. Il campione è chi sa fermarsi, respirare e dare alle cose il giusto valore». […] Quanto è presente, un decennio dopo, il ricordo di quel mitico Roland Garros? «È buffo: ricorda più il corpo della mente. La sensazione della pancia e delle gambe per terra sul centrale ruvido, dopo il match point con la Stosur, è qui con me. Sentivo la forma che mi cresceva dentro, partita per partita, fino alla finale. Un’emozione difficile da spiegare». Uno stato di grazia? «Una presenza grandissima: ero totalmente calata nel momento e nella situazione. Ricordo il pensiero prima dell’ultimo punto: mandami la palla, che la gioco come voglio io. Se mi servi sul rovescio, io la colpisco alta, in anticipo, e te la rimando sul rovescio. Io posso, io faccio, io, io, io. Zero paura, soltanto positività». Poi la steccata di Stosur. «Eh, qualche angioletto in quel momento è passato…». Sono rimasti nel suo cielo, poi, quegli angioletti. «A questo punto posso dire di credere nel destino: lo disegniamo noi. Poi ci sono forze più grandi che ci aprono le strade. Linfoma, è la diagnosi. Ti chiedi perché, perché proprio io? Io che non ho mai bevuto né fumato…». […] Come si cambia in dieci anni, attraverso il prisma della malattia? «Di base, sono scema come allora (ride). Però comunico di più, mi sono aperta. Prima filtravo, mi proteggevo. Oggi ho un senso dell’esistenza diverso: la malattia mi ha regalato la pazienza». Rifarebbe tutto? «Sì, tutto, e anche di più. Investirei subito su di me: un coach, un preparatore, un viaggio negli Usa senza aspettare. Ma trentacinque anni fa non potevo, non avevo soldi». […] E il tennis, il suo tennis, che fine ha fatto? «Dell’idea di allenare se ne riparlerà nel 2021: ancora non posso prendere aerei, devo essere prudente. Ma ogni tanto vado in campo a Buccinasco con Mila, la ragazzina che ha vinto la mia borsa di studio. Sono ancora bravina!». Diventare coach di Fognini è un gioco o un progetto? «Flavia mi dice: parli a Fabio con un cervello da maschio. A parte che Barazzutti è eterno, allenare un uomo sarebbe una gran bella sfida» […]

 

Berrettini: “Restiamo uniti e ci risolleveremo. Roma, aspettami” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Il messaggio arriva forte e chiaro in collegamento dalla Florida, dove Matteo si trova dall’inizio dell’emergenza Covid: «Per fortuna sono stato qui e la situazione è stata meno pesante. L’Italia ha sofferto e io con lei, da lontano. Ero sempre in contatto con la mia famiglia e so quanto è stato difficile – racconta alla Gazzetta per Inno all’Italia -. Ma siamo una grande paese, non dobbiamo mollare ma farci forza. Siamo un popolo coraggioso, lo dimostriamo in campo e fuori. Dobbiamo solo stare uniti e darci una mano. Questa è la chiave per ripartire». Parola di numero uno italiano che ancora non sa quando tornerà a casa: «Per il momento stiamo ancora decidendo come muoverci. Insieme al team abbiamo qualche opzione, stiamo aspettando di prendere una decisione definitiva». Non si sa dunque se rivedremo Matteo in campo a Todi per i campionati assoluti in programma dal 22 giugno, ripartenza ufficiale del tennis italiano. Dove non ci sarà nemmeno Fabio Fognini, fresco di operazione a entrambe le caviglie e fermo per almeno sei settimane: «Sapevo che Fabio aveva dolore – racconta il n. 8 al mondo -. Me ne aveva parlato, era indeciso sul da farsi, ma ha scelto il momento giusto per farsi operare. Gli faccio un grande in bocca al lupo e l’augurio di una guarigione il più veloce possibile. Per fortuna in carriera non ha avuto troppi infortuni quindi lo aspettiamo in campo più forte di prima». Intanto c’è ancora molta incertezza su quando potremo vedere in campo i campioni del circuito. Sullo Us Open ci sono ancora parecchi dubbi, e anche Berrettini, che pure da mesi si trova negli Stati Uniti non sa bene se potrà difendere la sua storica semifinale del 2019: «È difficile capire cosa succederà – spiega -. Qui in Florida la situazione è buona, ma a New York l’epidemia è ancora in corso. In più in questo momento ci sono movimenti che vanno al di là dello sport e che stanno scuotendo la nazione». Il romano si riferisce ovviamente ai disordini seguiti all’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto a Minneapolis: «Gli Us Open hanno il 50 per cento di possibilità di giocarsi – conclude-, e io spero di esserci». Altrimenti lo rivedremo tra la metà e la fine di settembre agli Internazionali a Roma, al momento confermati: «Sarebbe bellissimo poter giocare al Foro Italico. L’ho detto tante volte, è il mio torneo di casa e ci tengo particolarmente a poter fare bene». Ci arriverà riposato, dopo questo periodo che secondo lui ha favorito i Big 3: «Sono i migliori giocatori di sempre. Avranno sfruttato al meglio questo periodo e sono abituati anche a lunghi stop dovuti agli infortuni. Comunque spero di batterli prima o poi» […]

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Rassegna stampa

Fognini, è già partita la fase 2. Dieta e terapie: obiettivo Roma (Cocchi). Flavia tra famiglia e passioni:”Amo il tennis ma non torno” (Nettis)

La rassegna stampa di lunedì 1 giugno 2020

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Fognini, è già partita la fase 2. Dieta e terapie: obiettivo Roma (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

È già a casa a godersi le cure della moglie Flavia Pennetta e dei loro bimbi. Fabio Fognini è partito ieri in mattinata da Ravenna dove sabato ha subito un doppio intervento in artroscopia alle caviglie. Una ripulitura da alcune calcificazioni che da ormai tre anni creavano problemi al numero 11 al mondo.

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Non aveva tutti i torti, come spiega il dottor Pier Francesco Parra, responsabile medico della Federtennis e luminare nella chirurgia al laser: «A essere precisi erano frammenti di calcificazioni, non ossei, però soprattutto nella caviglia destra il più grosso era di quasi due centimetri. E stata una decisione saggia quella di approfittare dello stop per operarsi». Ora inizia il percorso per riconsegnare Fognini al tennis: «Diciamo che tra un mese e mezzo potrà tornare ai carichi abituali – spiega ancora Parra -. Bisogna vedere come procede il decorso. A sinistra è stato un intervento leggero, la caviglia destra era quella più sofferente». Il chirurgo, attraverso i suoi fisioterapisti, seguirà Fabio nel primo periodo di riabilitazione. Recupero che passa anche dalla tavola, con una dieta che sarà fondamentale nei primi tempi per ricostituire i tessuti ed evitare di prendere peso durante il periodo di inattività: «L’alimentazione è decisiva per un atleta infortunato – spiega Mario Ciarnella, il medico nutrizionista del team Fognini -. E importante che abbia una composizione corporea equilibrata e povera di grasso, elemento che crea infiammazione e non aiuta la guarigione». Insomma, dieta ferrea per Fabio che durante le vacanze in Puglia non dovrà cedere alle tentazioni della gola: «Seguirà un regime alimentare e una integrazione specifica per rigenerare i tessuti. Una dieta a basso carico di carboidrati, ma ricca di frutta, verdura, pesce per gli Omega 3 e succo di frutti rossi per l’ossigenazione. Fabio è molto attento e scrupoloso, si affida completamente a quello che il team gli dice, a volte mi manda pure le foto di quel che mangia per avere la mia approvazione. Dopo un paio di settimane modificheremo le indicazioni alimentari a seconda del recupero e delle attività che dovrà fare». Programma Corrado Barazzutti, capitano di Davis e tecnico di Fognini, è costantemente informato sul decorso del suo assistito

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Dunque è confermato, Fabio rientrerà in tempo per la ripresa del circuito: «Quando, come, e se ci sarà – sottolinea Barazzutti -. Sembra che si giocheranno i tornei sulla terra, Roma a metà settembre, Madrid e Parigi, e poi la Davis. In questo mese e mezzo di riabilitazione avremo le idee più chiare e potremo programmare la preparazione giusta a seconda del calendario. Per ora navighiamo a vista». Ma è il tennis in alto mare.

Flavia tra famiglia e passioni: “Amo il tennis ma non torno” (Patrizia Nettis, La Gazzetta del Mezzogiorno)

Flavia Pennetta a tutto campo per «La Gazzetta del Mezzogiorno». La (ex) tennista brindisina, vincitrice degli Us Open del 2015 (nella mitica finale contro l’amica tarantina Roberta Vinci) è la regina della Puglia nello sport al femminile. Mai nessuno come lei. Che possa tornare a giocare fra qualche mese? La pallina l’ha lanciata il suo Fabio Fognini. Ma lei, Flavia, non ci pensa nemmeno.

Pennetta, lei si è affrettata a smentire, ma ormai Fabio ha messo la pulce nell’orecchio a tutti e un po’ anche a lei. Sia sincera: non pensa proprio a un ritorno in campo? «Non ho nessuna intenzione di tornare a giocare. Assolutamente, no. Mio marito scherzava, la cosa è stata presa un po’ sul serio e forse non ho capito nemmeno io che non scherzava, ma diceva sul serio». Eppure Serena Williams e Kim Klijsters… «Le rispetto, anzi sono secondo me fenomeni, perché ritornare dopo aver avuto dei figli e dopo che il corpo è stato fermo per tanto tempo, non è facile. Soprattutto per Kim che non giocava un torneo da 7 anni e mezzo. Ma l’ho vista in campo nei pochi tornei che ha giocato prima dell’arrivo del virus e l’ho trovata molto bene. Chapeau a loro, quindi».

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Da quanto tempo non torna in Puglia? Cosa le manca di più? «Dal 13 novembre e non vedo l’ora di tornare. Mi manca terribilmente, mi mancano i miei affetti, la mia famiglia, mi manca la mia terra (dovrebbe “scendere” a luglio, con marito e figli al seguito, ndc). Sono abituata a stare lontano, ma non sono mai mancata tanto tempo da casa». Dica la verità: è stato più difficile gestire la finale di Montecarlo dall’angolo di Fognini o la finale degli Us Open in campo contro una delle sue più care ami *** che? «La mia, senz’altro. Per quella di Fabio ero tesa, ma giocava lui, quindi…». I figli di due tennisti giocano già a tennis? «I miei bimbi faranno ciò che desiderano, ma dovranno fare tanto sport, qualsiasi tipo. Dovranno essere sportivi, nel senso di atletici».

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A differenza di quanto avviene in campo maschile, nel tennis femminile sembra esserci difficoltà nella costanza di rendimento. Negli ultimi dieci anni, esclusa Serena Williams, pare ci sia stata una penuria di talenti di lunga durata. Più meteore che campionesse, insomma. «Nei maschi ci sono Federer, Nadal e Djokovic che hanno creato una storia incredibile del tennis negli ultimi 15 anni, ma alle loro spalle ci sono già giovani solidi e consistenti. Nel femminile non c’è più l’icona, quella che traina, quella che “vende” biglietti. C’è ancora Serena, ma anche lei comincia a fare un po’ di fatica. Sharapova si è ritirata ed era un simbolo, anche fuori dal campo. Da una parte, ogni torneo è divertente perché possono vincere quasi tutte, ma questo fa riflettere perché prima le top ten erano un gradino, anzi due, sopra le altre» Lei è l’ambasciatrice rosa della Puglia nello sport. Ma a pochi chilometri dalla sua Brindisi c’è una baby prodigio del nuoto che scalpita e potrebbe toglierle lo scettro. Che ne pensa del fenomeno Pilato? «Sarei molto felice se mai dovesse togliermi questo primato. Penso che sia una ragazzina, passatemi questo termine affettuoso, che ha un potenziale incredibile, una voglia, una passione, una forza strepitose. Le auguro il meglio e di esaudire tutti i suoi sogni, anche se in realtà già ha cominciato a farlo». Il calcio prova a ripartire tra qualche settimana. Lei immagina nel tennis una finale di uno slam senza pubblico? «Spero per loro che abbiano fatto scelta giusta e che garantiscano massima sicurezza a tutti i lavoratori. Nel tennis siamo ancora un po’ distanti. Il paradosso è che é forse lo sport più sicuro, ma il problema è che un tennista deve viaggiare molto, prendere aerei, andare nei ristoranti. È un po’ complicato. Non mi immagino comunque una finale di uno slam senza pubblico».

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