Clamoroso: Kim Clijsters ritorna nel circuito WTA dal 2020

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Clamoroso: Kim Clijsters ritorna nel circuito WTA dal 2020

Sorprendente annuncio dell’ex numero uno del mondo, che tornerà a competere dalla prossima stagione: “Amo fare la mamma, ma amo anche giocare a tennis”

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Sette anni dopo il suo secondo ritiro, la 36enne Kim Clijsters tornerà a competere nel Tour WTA a partire dalla prossima stagione, come riporta in esclusiva il sito ufficiale della WTA. “Non sento come se dovessi dimostrare qualcosa” ha detto l’ex numero uno del mondo, questa per me è una sfida. Ho tanti amici che dicono di volere correre la maratona di New York prima di compiere 50 anni. Io invece voglio giocare a tennis. Quando mi capita di essere a un evento del Grande Slam per giocare tra le leggende e qualcuno mi chiede di fare due scambi, do subito la mia disponibilità per fare da sparring partner. Amo ancora giocare a tennis.

Clijsters ha vinto 41 titoli nella sua carriera, di cui quattro Major (uno all’Australian Open e tre agli US Open) ed è diventata numero uno del mondo sia in singolare che in doppio nel 2003, due anni dopo essersi aggiudicata anche la Fed Cup con il Belgio. Nel maggio del 2007 ha annunciato il suo primo ritiro dal tennis. Troppi infortuni e tantissima voglia di mettere su famiglia con il neo marito Bryan Lynch: nel giugno del 2008 dà alla luce la piccola Jada. Un anno dopo Kim ritorna in modo dirompente nel Tour, vince gli US Open 2009 (la prima campionessa Slam mamma dal 1980) e 2010 e l’Australian Open 2011, prima di annunciare un secondo (e, fino a poche ore fa, definitivo) ritiro nel 2012, dopo gli US Open.

Ora la campionessa belga si ripresenta nel Tour con al suo seguito altri due figli (Jack, 5 anni, e Blake, 2), ma tanta voglia di riprendere a fare da professionista ciò che gli ha dato più soddisfazione negli ultimi vent’anni, cioè calcare i campi da tennis: “Negli ultimi sette anni ho fatto la mamma a tempo pieno. Ho amato questo periodo, ma amo anche essere una tennista professionista. E onestamente mi manca quella sensazione. Perciò, perché non provare a fare entrambi? Posso essere una mamma adorabile per tre bambini ed esprimere il mio meglio sul campo da tennis? Lo farò, tornerò in campo un’altra volta. Ci vediamo nel 2020.”

 

Quando Kim giocherà il suo primo torneo nel 2020 rientrando ufficialmente nella classifica WTA, solo Serena Williams e Venus Williams potranno vantare più trofei di lei (rispettivamente 72 e 49). Tra le giocatrici ancora in attività in tante hanno già sfidato Clijsters almeno cinque volte, ma solo una ha un record positivo: Serena ha vinto sette dei nove confronti diretti. La belga è in vantaggio negli head to head con Venus (7-6), Zvonareva (8-3), Sharapova (5-4), Kuznetsova (7-1), Azarenka (4-3) e Stosur (5-0). Grazie alle normative WTA, potrà ricevere un numero illimitato di wild card in qualità di ex numero uno del mondo per poter tornare a un alto livello.

In questi sette anni non avrà certo perso la stoffa della campionessa, ma sarà molto difficile tornare a competere per i titoli più importanti come un decennio fa: “Vedremo se riuscirò a mettermi in forma per giocare al livello che vorrei, so nella mia mente dove voglio arrivare. Prima di tutto devo valutare se il mio corpo è in grado di farlo. Ci sono momenti durante gli US Open in cui mentre guardo un po’ di tennis penso non potrò mai arrivare a quei livelli, perché colpiscono la palla troppo forte. In ottica del mio rientro nel 2020, penso che se a dicembre non sarò neanche vicina a dove voglio stare, non andrò in campo solo per il piacere di andare da qualche parte. Voglio sentirmi in grado di raggiungere il livello che ho in mente. Ho ancora tre mesi e mezzo per prepararmi e migliorare, vedremo dove potrò arrivare.”

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L’infanzia di Rublev in un documentario: “Ricordo una partita con Medvedev: io piagnucolavo, lui urlava!”

Il tennista russo ripercorre la sua infanzia nella città natia, i primi passi allo Spartak Club di Mosca e la rivalità con Medvedev: “Una volta abbiamo giocato pallonetti per circa 4 ore. Siamo entrambi fuori di testa!”

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Andrey Rublev - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La conduttrice sportiva russa Sofya Tartakova ha realizzato una lunga intervista ad Andrey Rublev, che sports.ru ha pubblicato su YouTube in forma di documentario. La visita allo Spartak Tennis Club di Mosca, il primo circolo dove Rublev ha mosso i primi passi, è dunque l’occasione per raccontare come è iniziata la sua carriera di tennista.

Il documentario completo, sottotitolato in inglese

Mi sembra di essere sempre stato in campo, anche prima che iniziassi ad allenarmi. Ero lì tutto il giorno. Oltre a giocare a tennis, c’erano i miei amici. Per me è più di un semplice club, è stata tutta la mia infanzia. Al di fuori del club, stavo solo a casa. Tutti i miei amici vengono da questi campi; praticavo il tennis lì, scherzavo, giocavo con gli amici, mangiavo ecc. Tutta la mia infanzia è collegata a quel luogo ed è ancora fantastico ogni volta che lo visito. Anche se è stato completamente riorganizzato e sembra così diverso, va bene comunque”.

Stare molto tempo sui campi da tennis, però, nel caso del piccolo Andrey non significa stare lontano dalla mamma perché Marina Maryenko di professione fa l’allenatrice di tennis. “Tutto ciò di cui avevo bisogno, i miei genitori me lo hanno sempre dato. Mi sento come un bambino normale. Mi piaceva stare in campo con lei e i miei amici, anzi, non mi piacevano i fine settimana perché rimanevo a casa”. La situazione tutta rosa e fiori è però cambiata quando Rublev si è trasferito a Barcellona nel 2016. Inizialmente i risultati hanno tardato ad arrivare e in famiglia sono sorti dubbi sulla bontà della scelta appena fatta. “La gente iniziò a fare pressioni sui miei genitori. ‘Come puoi lasciarlo rimanere in Spagna? Sta sprecando il suo potenziale!’ Forse i miei genitori hanno avuto troppi consigli da questi… esperti. Deve essere stato difficile per mia madre.. La tua vita sta andando in un certo modo e poi cambia drasticamente”.

 

Le cose si sono rapidamente sistemate, perché nel 2017 Rublev ha fatto prepotente irruzione in top 100 e poi subito in top 50. Nel 2020 ha fatto un’ulteriore salto di qualità passando dalla posizione 23 alla n. 8 in classifica, vincendo cinque titoli e guadagnando l’accesso alle ATP Finals.

COME SENTIRSI A CASA? – “Mi piace ogni visita che faccio a Mosca, mi ricarica. Grazie alla mia famiglia e ai miei amici. Mi distraggono da questa vita. Ma ho decisamente perso il ‘senso di casa’ nel corso degli anni. Senza di loro mi sentirei solo”. Il tennis, però, non è solo un lavoro ma anche una via di fuga. Non so chi sarei senza il tennis e sto cercando questa risposta. Il tempo me la darà”.

Il suo aspetto silenzioso lascia trasparire una personalità malinconica e lui stesso ne dà conferma. Durante i tornei di San Pietroburgo, Amburgo e Vienna ero depresso. Ora non lo sono perché sono occupato e mi sto ricaricando; avere cose da fare mi distrae. Quando ero in Germania l’ho sentita in maniera più forte. Avevo molta ansia per mia nonna e mio nonno; inoltre vivevo solo sui campi da tennis e negli hotel”. I nonni hanno ricoperto per anni ruoli cruciale nella sua vita, e la morte della nonna avvenuta ad ottobre, durante il Roland Garros, è stato un duro colpo. La vittoria successiva nel torneo di San Pietroburgo “è stato il momento più emozionante della mia carriera, ha sottolineato il tennista russo.

DRITTO VELOCE, PIEDI LENTI – Una delle giocate più frequenti che lascia il pubblico a bocca aperta durante una partita di Rublev è il dritto vincente, giocato da ogni parte del campo ma soprattutto dal lato destro. Lui però non sempre è stato consapevole di questa sua forza.“Beh, è ​​stato così fin da quando ero bambino, in modo naturale. A 13-14 anni mi hanno detto che il mio diritto è fantastico. In realtà avevo sempre pensato che fosse debole e dopo che la gente lo ha elogiato, mi sono detto ‘se il mio dritto è così buono, perché servo male?’ Forse, se non me l’avessero detto, avrei continuato a servire come prima senza ragionarci troppo”. Il russo è dunque soddisfatto del suo dritto esplosivo – e come potrebbe non esserlo! – ma chiamato a sceglierne uno, tra quello dei suoi colleghi, fa una scelta insolita: Mi piace il dritto di Dominic Thiem“.

Parlando delle debolezze, invece, Rublev va dritto al punto:Non sono veloce quanto potrei, mi muovo lentamente in campo. I miei piedi potrebbero essere più veloci e c’è molto da lavorare. Credo che quello attuale non sia il mio limite. Vedo come si muovono altri ragazzi più alti di me: sono più veloci, più bilanciati. Daniil Medvedev per esempio è molto più veloce, basta guardare a quali servizi riesce a rispondere. È molto più alto di me, almeno 10 cm, e corre due volte più veloce“.

© Peter Staples/ATP Tour

I CAPRICCI CON BABY MEDVEDEV – “È stato il mio primo vero torneo. non era nemmeno ufficiale, eravamo bambini: avevo 6 anni. Non so se Danya [Daniil Medvedev, ndr] si ricorda, ma è stata l’unica volta che l’ho battuto”. Rublev infatti ha perso contro Medvedev tutte le quattro partite disputate nel circuito maggiore, l’ultima allo US Open 2020. Tornando a quella sfida di molti anni fa, Andrey ricorda: “Erano quattro game a set, terzo set con tie-break da 7 punti e siamo riusciti a giocare questa partita breve per circa 2 ore e mezza, usando i pallonetti. Poi ci siamo incontrati di nuovo al torneo ufficiale under-10 a Zhukovka, e anche lì abbiamo giocato 3 set – di nuovo per circa 4 ore. Era davvero dramma per noi. A quel punto ho capito che siamo entrambi fuori di testa“.

Se possiamo dire che la follia si è un po’ attenuata negli atteggiamenti in campo di Andrey, lo stesso non vale per Daniil. “Giocavamo pallonetti, ogni scambio durava dieci minuti. Abbiamo continuato a spingere quei pallonetti fino all’esaurimento! Uno di noi due sbagliava il pallonetto, poi c’erano tre minuti di pianti e lanci di racchette. Poi via col secondo punto, altri dieci minuti di attesa e altri tre di pianto; magari uno si rotolava sul campo dopo aver vinto e l’altro imprecava ‘è tutto terribile‘. Andava avanti così per 3-4 ore.”

Entrando nello specifico della ‘follia in campo’ dei due russi, la distinzione che fa Rublev è chiara. “Danya lanciava racchette piangere e piagnucolare, invece urlava contro tutto e tutti, compresi i giudici. Dava di matto così. Sarebbe capace dire al giudice cosa pensa di lui senza problemi. Io per lo più piagnucolavo, piangevo, ogni tanto lanciavo le racchette. Afferravo la terra dal campo e la mangiavo”. Per fortuna, la sua dieta è migliorata parecchio e con essa anche l’atteggiamento in campo è diventato invidiabile. Tutte qualità che possono dargli lo slancio necessario per fare un passo ulteriore ed entrare in top 5. Magari già a partire dall’Australian Open.

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Petra Kvitova: “Sapevamo di poter finire in isolamento”

La campionessa ceca si racconta a Tennis Majors. Tra il lavoro della off-season e le difficoltà della quarantena australiana

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Petra Kvitova - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

A Melbourne con il coach e il fisioterapista, Petra Kvitova si sta preparando per lo Slam di cui è stata finalista due anni fa, sconfitta da Naomi Osaka. La compagna di allenamento prescelta, Amanda Anisimova, è però risultata positiva al test effettuato ad Abu Dhabi e non è potuta partire per l’Australia. Non si è perfezionato nemmeno l’accoppiamento con Jennifer Brady, tra le sfortunate passeggere di uno degli aerei “infetti”, così ora scambia con l’altra Petra, la croata Martic, “una brava ragazza”, dice la due volte campionessa di Wimbledon nell’intervista concessa a Tennis Majors in cui racconta le sue giornate, le regole della quarantena, l’atteso ritorno del pubblico sugli spalti e altro ancora.

Petra ha i suoi tempi, suoi ritmi, lo sappiamo, quindi non tutte le quarantene vengono per nuocere.“Onestamente, sono una di quelle fortunate: posso uscire almeno per allenarmi. Ma, in generale, ho lavorato molto durante la off-season e finalmente ho un po’ di tempo per riposarmi” ammette. “Così, in realtà, mi godo anche il tempo libero. Guardo delle serie ceche, bevo un caffè, leggo l’ultimo libro giallo, chiamo amici e familiari e, certo, devo anche fare esercizio fisico. C’è comunque tanto da fare”.

Come già avevano rilevato diversi tennisti, la sicurezza colpisce per la rigidità di alcune regole, ma si tratta di abituarcisi e comprendere il quadro generale. “Sono molto severi” conferma Petra. “Non puoi aprire la porta perché ti va, ma solo quando ti portando da mangiare e bussano. All’inizio, nessuno conosceva davvero le regole e sentivo spesso le porte aprirsi. Una volta ho provato a spiegare di averla aperta perché non sapevo se il pasto fosse arrivato mentre dormivo e quelli della reception mi hanno detto di chiamarli la prossima volta, in modo che possano mandare qualcuno a vedere se c’è qualcosa di fronte alla mia porta e avvertirmi. Ho detto ‘va bene’, ma penso che sia più semplice aprire la porta di dieci centimetri” aggiunge la nostra con comprensibile perplessità. “Era dura all’inizio, ma ora le cose si sono sistemate e vanno via lisce”.

Per quanto riguarda i contatti con i colleghi (e con chiunque altro), più che limitati sono pressoché inesistenti. “Naturalmente possiamo parlarci al telefono, ma non vedo nessuno, davvero. Anche quando siamo sulla navetta per andare ai campi, ci sono due metri di distanza e devi disinfettarti le mani tipo cinque volte prima di arrivare e lo stesso al ritorno. È molto rigoroso, ma capisco che è importante”.

 

È consapevole delle critiche da parte di alcuni giocatori costretti all’isolamento per 14 giorni e sa che Craig Tiley conosce perfettamente la situazione. “Da un lato, è più che comprensibile la frustrazione dei giocatori; dall’altro, so che è difficile, ma dobbiamo conviverci. Io non sono rinchiusa e loro sì, ma Tennis Australia sta cercando di aiutarli con l’equipaggiamento, i pesi, le cyclette. Credo che tutti sapessimo più o meno che sarebbe potuto accadere di finire in quarantena dura”. Per essere precisi, quella che per loro è quarantena dura altro non è che “quarantena” per qualsiasi altra persona. Chiamiamola allora isolamento per distinguerla da quella che consente di uscire per allenarsi. “Probabilmente, pensavamo di avere fortuna e poter giocare, ma c’era comunque questa possibilità”.

Al momento dell’intervista, Petra non aveva ancora sentito di cambi di programma nella settimana che precede lo Slam per aiutare chi non ha potuto allenarsi, ma in questi giorni ci sono state novità, come un nuovo torneo riservato alle tenniste ora in isolamento e la riduzione a un solo turno delle qualificazioni per i due WTA 500, mentre l’inizio dei due ATP 250 è stato posticipato di ventiquattro ore. ”Credo però che tutti stiano pensando più all’Australian Open perché i tornei precedenti sono una sorta di preparazione – importante, ma meno dello Slam”. Qui Kvitova sembra un po’ mancare il punto e aggiunge che, in termini di tempo per l’allenamento in campo, ci sarà un po’ differenza, “ma credo che tutti sappiano come si gioca a tennis e si rimetteranno presto sulla strada giusta. È sicuramente difficile”. Un punto su cui si è espresso in termini ben diversi il preparatore atletico di Andy Murray che, estremizzando all’opposto, vede importanti rischi per il fisico di quei giocatori.

Tra campo, palestra e cibo, i tennisti non “isolati” hanno cinque ore a disposizione. Quasi certamente a qualcuno stanno strette, ma a Kvitova? “Se devo essere sincera, per me è sufficiente. Gioco circa un’ora e mezza compreso il riscaldamento, poi vado dritta in palestra per un’ora, un’ora e mezza al massimo. Immagino che per altri probabilmente non sia abbastanza giocare solo una volta al giorno, ma a me va benissimo” assicura la trentenne di Bilovec. “Sto diventando vecchia e ho bisogno di salvaguardare un po’ il corpo”.

Kvitova ha giocato tre tornei nella seconda parte della stagione 2020: dopo l’uscita precoce al Western&Southern Open, sono arrivati gli ottavi allo US Open e la semifinale di Parigi. “So che ci sono persone che stanno perdendo il lavoro, quindi sono molto riconoscente per l’opportunità di competere. E non è facile neanche per chi gioca, con tanti tornei cancellati”. Quella decina di incontri è stata però sufficiente a farla abituare all’assenza (o quasi) di pubblico, tanto da pensare che, se saranno ammessi molti spettatori a Melbourne, “sarà assolutamente diverso, mi darà la pelle d’oca”. I tornei dello Slam e le Olimpiadi sono i cinque obiettivi della stagione di Petra, che spera di “restare in salute e giocare del buon tennis, come ho cercato di fare durante tutta la carriera”.

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Tra i segreti di Medvedev, il parere del data analyst: “A Bercy più fortuna che merito dei numeri”

Prima parte della chiacchierata con Fabrice Sbarro, esperto di numeri e artefice di molti dei successi di Medvedev. “Non voglio criticare Nadal, ma tagliare contro Daniil non era l’opzione migliore”

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Fabrice Sbarro

Durante i tempi duri del primo lockdown, abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con Fabrice Sbarro, l’analista di fiducia di Gilles Cervara, coach di élite nel circuito maschile e allenatore storico di Daniil Medvedev. Potete rileggere la prima intervista a questo link, mentre se volete approfondire il lavoro di Sbarro fate un salto sul suo sito internet.

A fine 2020 abbiamo pensato di ricontattare Fabrice per fare un recap dell’anno appena concluso, e ne abbiamo ricavato anche questa volta diversi spunti interessanti. Prima di tutto, eravamo curiosi di saperne di più sul finale d’anno scoppiettante del russo, che ormai sembra pronto a vincere uno Slam; l’interessante cronistoria degli ultimi match del 2020 di Medvedev trova spazio in questa prima parte. Nella seconda parte, che verrà pubblicata nei prossimi giorni, abbiamo discusso di giovani stelle in ascesa come Felix Auger-Aliassime e Jannik Sinner.

Prima di partire, un piccolo riepilogo delle puntate precedenti: il periodo che va dall’estate 2019 alla fine del 2020 è stato un periodo di montagne russe per Medvedev, che possiamo riassumere più o meno in tre fasi, anche rispetto al tipo di utilizzo dei dati statistici:

 
  • La prima fase va da Montreal a Shanghai 2019, quando Daniil sembra praticamente inarrestabile, e infatti l’unico in grado di sbarrargli la strada è Nadal, che specie nella finale dello US Open deve letteralmente svuotare le tasche e tirare fuori tutto quello che ha per battere il giovane russo. In questo periodo, Fabrice aiuta Cervara nella preparazione dei match in modo molto lineare.
  • La seconda fase va da Parigi-Bercy 2019 al lockdown. In questo periodo gli stimoli sono ormai troppi e impediscono a Daniil di seguire i piani di gioco determinati a tavolino, come invece era successo nel corso dell’estate 2019. Fabrice collabora in pratica solo con analisi ex post. In occasione della sconfitta all’Australian Open, “non stava eseguendo il game plan, stava improvvisando sulla base di quello che gli passava per la testa in quel momento” – dichiara Fabrice. È un periodo di burn out mentale per il russo, costretto a fare i conti con la pressione derivata dai grandi risultati ottenuti.
  • La terza fase, che va dalla ripresa del gioco ad oggi, è un mix di match preparation e di analisi ex post. La preparazione dei match non è più riconoscibile in campo come all’inizio, ma senza dubbio Gilles Cervara ha ormai incapsulato gli input statistici nella sua preparazione dei match per il tennista russo: “Non posso dire adesso cosa deriva puntualmente dalle statistiche; all’inizio era tutto molto riconoscibile, adesso il processo va visto nella sua globalità”.

Per chiudere questa premessa, possiamo dire che quando si è ripreso a giocare le statistiche erano ancora parte integrante del processo di coaching di Medvedev. A fine 2020 qualcosa si è acceso; andiamo allora a vedere in dettaglio cosa è successo con le parole di Fabrice.

“Ho il mio punto di vista, come Gilles Cervara o Daniil Medvedev. Posso dirti come la penso come analista di dati dietro le quinte. Iniziamo con Bercy, per rendere le cose più facili, analizzando partita per partita. Prima di Bercy Daniil non era in buona forma. Ha perso al primo turno in un paio di tornei. Non era davvero sicuro di sé. A Bercy ha ricevuto un bye al primo round e poi ha dovuto affrontare Kevin Anderson al secondo round, e Kevin lo aveva appena battuto a Vienna; ok, ci siamo detti ‘non è un buon sorteggio. Se Kevin lo ha battuto a Vienna, ha la possibilità di ripetersi anche a Bercy’. Penso che in questa partita Daniil sia stato un po’ fortunato perché Kevin si è fatto male e ha dovuto abbandonare sul 6-6 nel primo set“.

“Quella che pensavo sarebbe stata una partita molto difficile, all’improvviso è diventata una passeggiata” continua a raccontare Sbarro. “In questo primo match le statistiche non hanno influito. Poi, nella seconda partita Daniil è andato sotto di un set contro de Minaur; all’improvviso Daniil ha vinto il secondo e il terzo set, 6-2 6-2. De Minaur non giocava più a tennis, non sappiamo neanche cosa sia successo. Non voglio sminuire le statistiche perché sono un vero sostenitore, ma c’è da essere onesti. Di solito, un buon piano di gioco dovrebbe aiutarti di più all’inizio di una partita; in quel caso sembrava che de Minaur potesse vincere in due set ma all’improvviso ha smesso di giocare a tennis. In questo caso, per me è più fortuna. Certo, Daniil non stava giocando male ma possiamo dire che le prime due partite di Bercy non hanno avuto nulla a che fare con le statistiche dal mio punto di vista”. Anche chi si guadagna da vivere con i numeri, è costretto ad ammettere l’impatto decisivo del caso in alcune situazioni di gioco.

“Nei quarti di finale Medvedev ha giocato contro Schwartzman. Diego aveva conquistato il giorno prima la matematica qualificazione alle Finals, un traguardo per lui storico. Praticamente non è sceso in campo, non c’è stata assolutamente partita e Daniil ha vinto in due set 6-1, 6-3. Ancora una volta, le statistiche non sono servite a granché in questi successi. Poi c’è stata la semifinale contro Raonic, che aveva appena battuto Hugo Humbert 7-6 al terzo. Non era fresco contro Daniil: non sto dicendo che fosse infortunato, semplicemente risentiva della battaglia del giorno prima. Per fronteggiare Milos avevamo delle strategie e penso che abbiano funzionato più o meno, ma ancora una volta ci tengo a sottolineare che Raonic non era fresco”.

Si giunge poi alla finale contro Zverev: “Sascha ha giocato davvero bene nel primo set ed è andato avanti nel punteggio. Il secondo set è stato fantastico e si sono intraviste alcune cose che avevamo preparato e hanno funzionato. Forse Daniil ha iniziato a cambiare le cose da solo, penso sia più venuto dal giocatore che dalle statistiche. Recuperare un set di svantaggio è stato merito della tenacia di Daniil, è stato bravo a dare tutto e portarla al set decisivo dove Zverev è rimasto senza benzina. Aveva giocato il giorno prima contro Nadal ed è crollato”.

“Questo è il torneo di Parigi-Bercy”, riassume Fabrice. “La fortuna ha giocato un ruolo decisivo, e anche la forza mentale di Daniil quando era in svantaggio. Certo, ogni partita è preparata con le indicazioni di Gilles, ma non era così ovvio come tra Montreal e Shanghai nel 2019. Come ho detto prima, il processo di preparazione è adesso più sfaccettato, anche se le statistiche rimangono una componente. È come lavorare con un fisioterapista, che è lì tutti i giorni. Ma non si può dire che un risultato sia direttamente dovuto alla fisioterapia; è un processo globale e durante il torneo di Bercy per me è stata più fortuna e forza mentale che merito delle statistiche.

Daniil Medvedev – Bercy 2020 (via Twitter, @RolexPMasters)

IL CAMMINO TRIONFALE DI LONDRA

Dopo Parigi-Bercy, sono arrivate le Finals di Londra e la magia è continuata: “Daniil è entrato nel Master con fiducia. L’anno precedente era arrivato cotto. Aveva giocato troppo mentre quest’anno era totalmente fresco perché non aveva giocato molto, e in secondo luogo aveva appena vinto un master 1000 a Parigi-Bercy: quindi era arrivato con una miscela di fiducia e freschezza, racconta Sbarro, che poi inizia ad analizzare le singole partite giocate da Medvedev a Londra.

“Ancora una volta Daniil ha giocato contro Zverev e lo ha battuto. Conoscevamo il piano; sapevamo esattamente cosa fare dopo Parigi-Bercy. Poi è stato il turno di Djokovic, ma il serbo chiaramente non era mentalmente al 100%. Infine l’ultima partita del girone è stata contro Schwartzman, che era già fuori dal torneo. E quindi sono arrivate la semifinale e finale: abbiamo preparato molto con Gilles Cervara queste due partite e avevamo delle strategie che hanno funzionato davvero bene. Dal punto di vista statistico posso parlare meglio di semifinale e finale, perché le altre partite non sono state combattute”.

“La semifinale era contro Nadal e sapevamo che con Rafa dovevamo giocare di più sul suo diritto. Sapevamo che quando giochi di più contro il suo diritto e lo attacchi da quella parte – specialmente nei campi indoor – i suoi numeri non sono buoni come quando giochi contro il suo rovescio. Quindi sapevamo più o meno che Daniil doveva andare un po’ di più sul dritto di Nadal e attaccarlo quando se ne presentava l’occasione. Penso che sia stata una delle cose che ha funzionato”.

Sbarro prosegue poi analizzando la tattica usata da Nadal: “La maggior parte dei giocatori contro Medvedev pensa di dover giocare lo slice sul suo rovescio. Voglio dire, questo non è ovvio e ne parliamo con Gilles da un anno e mezzo. E ogni volta dico a Gilles che giocare lo slice in un scambio dà risultati in media solo nel 46% dei casi, al di sotto della barriera del 50%; quindi perfetto, non c’è bisogno di farsi prendere dal panico: se gli avversari vogliono giocare tagliato contro Daniil, lasciamoli fare. E il piano di gioco di Nadal era quello di usare lo slice di rovescio ed è divertente quando vedi che l’avversario sta adottando una strategia che non funziona. Quindi, non voglio criticare Nadal, che è una delle migliori menti tattiche del tour, ma tagliare contro Daniil non era l’opzione migliore. Anche se Nadal avesse vinto, lo slice di rovescio non sarebbe stata la chiave della partita. Sarebbe stato qualcosa di negativo ma lo spagnolo avrebbe compensato e vinto in altri modi. Quindi per quanto riguarda la semifinale questa era la strategia che ha funzionato, e ancora una volta è emersa la forza mentale di Daniil”.

“Il bello di lavorare a lungo con lo stesso giocatore è che si inizia ad avere una base dati composta da tante partite e si possono riprendere i vecchi match per sapere qual è la storia. Conoscevamo tutta la storia con Nadal perché Daniil aveva giocato contro di lui a Montreal, nella finale degli US Open e l’anno prima al Master, quando tra l’altro era avanti 5-1; di conseguenza, quando ho preparato la partita contro Nadal, ad esempio, ho messo insieme tutta la serie storica e ho visto cosa aveva funzionato per Daniil e cosa non aveva funzionato. E questo fa parte della mia preparazione per la partita. Prendere vecchie partite contro l’avversario per vedere se c’erano alcune cose specifiche che funzionavano”.

Medvedev giunge così alla finale contro Dominic Thiem: “Contro l’austriaco è stata un po’ la stessa cosa. Avevamo molte partite contro Dominic, in particolare la più recente, la semifinale dello US Open. Abbiamo preso questa partita come riferimento principale e sono emerse due cose: 

  1. Daniil doveva essere più aggressivo in risposta, non tanto sulla prima dove riceveva molto arretrato, quanto sulla seconda per dare meno opportunità a Thiem di dominare i punti direttamente con la sua potenza; quindi uno dei piani di gioco era prendere un po’ più di rischio in risposta sulla seconda; 
  2. trarre insegnamento dalla semifinale degli US Open in cui penso che Daniil abbia giocato l’85% di colpi incrociati di rovescio. Ma quel 15% lungolinea all’epoca aveva funzionato, quindi il piano di gioco per la finale del Master era anche quello di andare di più con il rovescio lungolinea per attaccare Thiem sul suo diritto. Thiem è quello che io chiamo un ‘pouncher’ (picchiatore). I pouncher sono giocatori con un buon diritto, che non amano essere attaccati sul loro punto forte. Con Nadal in semifinale era un po’ lo stesso; certo, se giochi l’intera partita sul dritto di Nadal o Thiem verrai distrutto, ma se li sorprendi di tanto in tanto con un attacco sul dritto è un’altra cosa, e questa strategia penso abbia funzionato bene in finale”. 

“Non dimentichiamo però che Thiem è stato avanti di un set”, ammette Sbarro. “Per questo motivo non sottovaluterei la tenacia mentale di Daniil e la fiducia che ha ottenuto dalla vittoria di Parigi-Bercy. E poi forse le statistiche lo hanno aiutato in qualche punto strategico”.

Sbarro conclude ripensando al 2019 e al periodo trascorso tra Montreal e Shanghai: Le statistiche in quel caso hanno avuto sicuramente più peso. Oggi, onestamente, non le metterei al primo posto. Come ho già detto nella prima fase era diverso, l’ho potuto vedere. Credo che abbiano aiutato molto più di adesso. Ora le statistiche fanno parte di un processo, fanno parte della mentalità di Gilles e di questa squadra. Come sai, non sono più nel team di Medvedev, sono solo una parte del team di Gilles. Forse nel 2021 tornerò a far parte in pieno anche del team di Daniil, ma per il momento ancora no”.

Nel futuro di Fabrice Sbarro – e forse già nell’immediato futuro – sembrano esserci altri progetti. L’analista ha già fatto sperimentare i suoi servigi a Felix Auger-Aliassime, ma spera di poter fare lo stesso con un giovane tanto rossiccio e dinoccolato quanto pieno di talento: “Mi piacerebbe avere la possibilità di mostrare il mio lavoro alla squadra di Sinner“, ci ha raccontato Fabrice. Ma di questo, e del suo parere sul processo di crescita di Jannik, parleremo nella seconda parte dell’intervista.

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