Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Piccardi). Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

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Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Piccardi). Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

La rassegna stampa di lunedì 16 settembre 2019

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Fortezze, elicotteri e un re. Rafa e Mary (alla fine) sposi (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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Il 19 ottobre, infatti, con dieci anni di ritardo su Roger Federer e cinque su Novak Djokovic, i rivali di una vita, l’ultimo hidalgo ammainerà la bandiera di scapolo per dire sì alla storica fidanzata, Maria Francisca Perello, 31 anni contro i 33 di Nadal. Per la Spagna, che considera il re dei 19 titoli Slam la testa coronata dello sport più vicina a Filippo VI, sarà l’evento sociale dell’anno. Di fronte alla reticenza di Rafa a parlarne («Si sta occupando di tutto Xisca, io sono stato messo al corrente solo delle cose più importanti»), El Pais ha sguinzagliato i suoi segugi sull’isola di Maiorca, dove Nadal è nato figlio della borghesia locale, tiene il suo buen retiro, un’accademia e una fondazione, tutto gestito in famiglia. È il clan, dallo zio Toni gestore delle cose tennistiche a Maria Francisca che sovrintende le iniziative benefiche che portano la firma di Rafa, il baricentro del delicato equilibrio nadaliano. E allora si apprende che il matrimonio si terrà nella blindatissima tenuta Sa Fortalesa, nel comune di Pollença, a nord dell’isola, 87 mila mq con un castello del XVII secolo affacciato su Punta Avançada, inaccessibile da terra (i 500 invitati saranno muniti di lasciapassare) e non fotografabile dal mare. Privacy e sicurezza dovranno essere assicurate perché tra gli ospiti, tra cui non mancheranno i calciatori dell’amato Real Madrid (Iker Casillas) e le stelle del basket (Pau Gasol), ci sarà anche l’ex re Juan Carlos di Borbone, che con doña Sofia si era già recato in visita privata a Maiorca per battezzare la fondazione Nadal. Testimoni Fernando Verdasco e Feliciano Lopez, gli amici che con Rafa hanno condiviso gavetta e trionfi, inclusa la vittoria della Coppa Davis 2011, l’ultima conquistata dalla Spagna. Nessuna conferma sulla presenza alle nozze di Federer, farci-nemico che intrattiene con Nadal una rivalità piena di confidenziale rispetto (ma Rafa al matrimonio di Roger non c’era). Sa Fortalesa, già set della serie tv «The Night manager» e delle cerimonie del fuoriclasse del Real Gareth Bale e del cestista Rudy Fernandez, non è una location scelta da Maria Francisca a caso: l’eliporto e la caletta privata garantiranno un viavai discreto a famigliari e ospiti.

 

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Amici dai tempi della scuola, insieme dal 2005 benché la relazione sia diventata di pubblico dominio solo nel 2008, Rafa e Mary (come è chiamata dalla famiglia Nadal, che la considera una terza figlia) costituiscono una delle coppie più discrete del circuito.

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E, forse, nemmeno una luna di miele. Le finali di Coppa Davis a Madrid incombono sulle nozze. E per l’hombre vertical il tennis è sempre stato il primo amore.

Seppi conquista un challenger dopo 20 mesi (Corriere dello Sport)

Dopo venti mesi (…) l’azzurro Andreas Seppi, 35 anni, n.77 mondiale, è tornato a vincere un challenger Atp; (…) c’è riuscito a Cary, nella North Carolina, piegando in tre set lo statunitense Michael Mmoh, 21 anni, n.186 del mondo. Oggi sul cemento Indoor di San Pietroburgo toma in campo il baby altoatesino Jannik Sinner, opposto al kazako Kukushkin. In programma pure Travaglia col francese Mannarino. (…)

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Riecco la Giorgi. Nuova battuta e gambe veloci per ripartire (Crivelli). Gulbis e Camila, che show! (Azzolini). Riecco Camila bum-bum (Semeraro). Gauff-Osaka, è il giorno della rivincita (Clerici)

La rassegna stampa di venerdì 24 gennaio 2020

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Riecco la Giorgi. Nuova battuta e gambe veloci per ripartire (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sono vittorie così che attizzano il fuoco dei rimpianti su cosa potrebbe essere Camila Giorgi e invece non è ancora stata. Crolli e resurrezioni, prodezze e sconfitte sciagurate, questa è la fotografia di una carriera sempre ai confini tra l’apoteosi e la banalità. Eppure, a 28 anni, non è troppo tardi per immaginarla di nuovo a ridosso delle big, e magari con loro, soprattutto se riuscirà a mettere finalmente insieme una stagione libera da guai fisici, perché è indubbio che per tante ragioni a Camila sia sempre mancata la continuità del campo. Intanto, approda per la terza volta (la seconda consecutiva) al terzo turno degli Australian Open al culmine di una prestazione perentoria e autorevole contro la Kuznetsova, due vittorie Slam nell’altra decade, stella certamente cadente ma che comunque le sta davanti di 49 posti in classifica (53 a 102). Troppo più veloce la Giorgi, di gambe e di palla, per soffrire il gioco della russa. Più che altro, è il servizio con il movimento cambiato (più compatto e accorciato), a dare un surplus di qualità alla nuova Giorgi: appena due doppi falli in due partite e 10 punti su 10 con la prima nel secondo set contro Sveta. Gongola pure la Garbin, capitana di Fed Cup («Non l’ho mai vista giocare così bene»), mentre Camila finalmente può sorridere: «Mi sono sentita bene in tutti i punti del campo, sono stata solida. Quest’inverno ho lavorato tanto sul fondo, ma anche per migliorare e rendere più aggressivo il mio gioco, ho curato molti più dettagli». Il prossimo step è impegnativo, perché la Kerber ha già vinto a Melbourne (nel 2016) e soprattutto l’ha battuta in quattro occasioni su quattro: «La Kerber? Sono concentrata sul mio gioco, su quello che devo fare e su come migliorare. Ci ho sempre perso, ma ogni partita e diversa dall’altra».[…]

Gulbis e Camila, che show! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Le magliette le compra dall’amico negoziante. Anche le scarpe, di buona marca, firmate da una multinazionale statunitense dell’abbigliamento sportivo che per un po’ lo tenne con sé. Una volta un collega, per scherzo, gli chiese perché non si comprasse l’intera azienda, invece che un capo alla volta. Era una battuta, ma non lo fu la sua risposta. «Dovrei fare due conti…». Ernie le Falot, lo chiamavano a Parigi nell’anno della semifinale del 2014. Falot, falotico nella nostra lingua, è l’uomo stravagante, e lui lo è a pieno titolo. Ma ama dirlo con le giuste parole… «Non sono strano. Non esattamente. Ho appena una sopportabile inclinazione per le cose stupide». A trentun anni, tredici di circuito, una breve permanenza nella top ten (sempre il 2014), due vittorie su Federer in cinque incontri, e tre tentativi di risalita dalle profondità di una vita sportiva dedita allo spreco del suo talento cristallino, Ernests Gulbis, continua a essere più noto come il figlio del gasdotto. Quello più grande che vi sia, intendiamo: il “siberiano”. Ernie gira per i challenger con l’aereo personale. Uno dell’hangar di famiglia, dal quale già una ventina di anni fa, partiva due volte a settimana un jet in direzione di Monaco di Baviera, per prelevare coach Nikki Pilic e portarlo a casa Gulbis, dove il piccolo Ernie lo aspettava per la consueta lezione di tennis. Ora il coach è Gunther Bresnik. Lo era stato anche prima, poi si era accasato con Dominic Thiem. Finita la liaison è corso a riprenderselo. «E’ il tennista più ricco di talento che abbia mai allenato. Ora che gli è tornata voglia di giocare lo sostengo con piacere, credo meriti di tornare nei primi cento. Anzi, per il livello di tennis che sa esprimere credo possa valere già oggi un posto fra i primi venti o trenta». Parole pronunciate con convinzione.[…] Una nota tricolore l’ha aggiunta il nostro tennis, portando in terzo turno una Camila Giorgi che raramente avevamo visto giocare cosi bene. Il dato è incoraggiante, perché anche ora che la nostra furia bionda annaspa sui bassi fondali della classifica (al numero 102), tutto il circuito resta convinto che, se mai le dovessero capitare quindici giorni in grande spolvero, lei potrebbe ancora vincere contro chiunque. Ieri si è avventata su Svetlana Kuznetsova, un tempo numero due e vincitrice di due Slam. E chi è la Kuznetsova? «Non lo so, non la conosco, mai vista giocare… Ma lo sapete, io il tennis lo seguo poco, e nel caso solo quello maschile». Prossima avversaria, la Kerber. Ti ha sempre battuto, Camila, cosa pensi di fare? «Non so… Ma se gioco come oggi non le faccio toccare palla». Peccato non si siano incontrati Ernests e Camila. Sarebbero stati perfetti, l’uno per l’altra.

Riecco Camila bum-bum. Kuznetsova presa a pallate (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Se amate il rischio, puntate su Camila Giorgi. Fate il vostro gioco, lei farà il suo: tirare al massimo e infischiarsene di cosa succede dall’altra parte della rete. Stavolta è successo che Camila ha battuto 6-3 6-1 Svetlana Kuznetsova, ex n. 2 del mondo, vincitrice di due Slam (US Open 2004, Roland Garros 2009). Oggi è una resiliente 36enne, scesa al n. 53 del ranking, ma sempre scomoda da maneggiare. Ai bei tempi Sveta martellava come poche; Camila però nel ramo picchiatrici è un caso a parte. Quando il match come ieri diventa un tirassegno, con una media di massimo due o tre colpi a scambio, e i missili le rimangono in campo, vince lei. Matematico. Il 2019 per l’italiana è stato un anno storto, è fuori dalle prime 100, un serio infortunio al polso l’ha bloccata per tre mesi e di nuovo ha dovuto fermarsi in autunno. Ora però l’articolazione sembra a posto e anche il tagliando tecnico fatto al servizio durante l’inverno sembra riuscito: 76% di punti con la prima palla, addirittura il 100% nel secondo set contro la russa. In un’oretta insomma è finito tutto. A Melbourne al primo turno si è sbarazzata della qualificata Lottner; il posto negli ottavi se lo giocherà contro un’altra grande decaduta, la ex n. 1 del mondo Angelique Kerber, oggi n.18 e non al massimo della forma. […] Un filo di fiducia è quello che è mancato ad Andreas Seppi nel quinto set contro Stan Wawrinka. Sotto due set a uno, Andreas è stato bravissimo a rientrare in partita portando il match al quinto, e nel finale ha anche piazzato uno scatto apparentemente decisivo, con un break che l’ha portato a servire sul 4-3. Lì però ha tentennato, concedendo rimmediato controbreak. E Stan, indice puntato alla tempia a indicare il luogo dove spesso si decidono le partite, non ha avuto pietà. […]

Gauff-Osaka, è il giorno della rivincita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Coco somiglia sempre più a Suzanne Lenglen, che non andò a Wimbledon alla vigilia della Prima guerra mondiale ma dovette limitarsi a vincerlo quando fu finita. Interrogata dal mio amico Chris del New York Times, Coco ha risposto di non conoscere la Lenglen, ma di aver giocato due volte con Venus, battendola anche a questi Australian Open, e le basta. Adesso sta pensando a Naomi Osaka che l’aveva battuta a New York e che incontrerà nella Rod Laver Arena, «e mi dicono che Laver ci sarà. Io penso di essere meno nervosa che a New York. Mi sto abituando: mi ha invitata un gruppo di gente famosa che all’inizio vedevo solo in tv: Serena e Naomi, Federer, Nadal, Djokovic. A New York Naomi era la n.l e mi ha tolto il servizio 5 volte. Nonostante piangessimo entrambe, io e la commentatrice della Espn, Mary Jo Fernandez, è stato un bel momento». Su Serena ha aggiunto: «Quando avrò un bambino mio vorrei che avesse la sportività di Serena, superiore alla grinta». Serena, Halep e Kerber sono state tutte aiutate da Wim Fissette, il tecnico ora con Azarenka. «Io ho mio papà Corey. Sento spesso anche Jean-Christophe Faurel, ma soprattutto attendo che le mie gambe si muscolino come quelle delle mie avversarie. Attendo anche di avere la forza di una donna che non ho ancora. Ma verrà tutto: un anno fa ero numero 684, allo Us Open sono scesa a 67. Devo giocare contro Naomi e non sapevo che, passandola, avrei Serena nei quarti. Ma è meglio che mi concentri su Naomi. Non devo guardare il tabellone troppo avanti nel tempo. Due anni fa lo vedevo sul computer». Adesso il computer è diventato realtà.

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La nuova vittoria di Fognini al quinto set (Crivelli, Semeraro, Clerici). Dolce Wozniacki, è lungo l’addio (Azzolini). C’era una volta Sharapova (Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 23 gennaio 2020

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Fognini, il maratoneta (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Chi di rimonta ferisce, di rimonta perisce. Trascinati da un messia piuttosto improbabile e con i baffetti alla Burt Reynolds, all’approssimarsi della mezzanotte australiana i 10.500 tifosi urlanti della Melbourne Arena si danno di gomito al pensiero della parabola evangelica: sta a vedere che quel satanasso di Fognini capace di risalire per otto volte in carriera da 0-2 sotto, stavolta subisce il contrappasso. Un pensiero, tra l’altro, che in quel quinto set infinito alberga a intermittenza pure nella testa di Fabio: «Sì, a un certo punto ho pensato davvero di perderla». Sarebbe stata un’atroce vendetta del destino dopo l’impresa spalmata su due giorni contro Opelka: perché Fognini, stavolta, prende subito il largo contro Jordan Thompson, numero 66 del mondo, e nel secondo set dà perfino spettacolo. Tanto da scomodare un paragone quasi irriverente: «In quel momenti sembravo Federer». Ma quando Fognini non sfrutta due palle break nel primo game del terzo set, il vento cambia: «Per forza, ho fatto il figo e l’ho pagata. Lui faceva numeri che vanno oltre la sua classifica perché io avevo dolori dappertutto: ai piedi, al tendine destro, alla caviglia sinistra. Poi credo di aver avuto anche un calo glicemico. Forse sto cominciando a diventare vecchio». […] Della seconda maratona in 72 ore, però, potrebbe accorgersi il fisico ammaccato, in vista di un incrocio delicato contro l’argentino Pella, che è un mancino fastidioso e ti fa correre molto: «Spero di recuperare bene – ammette Fognini — e non so nemmeno se mi allenerò prima del match, magari mi faccio un giro per Melbourne». […] Intanto, dopo gli squilli di tromba dell’ultima parte del 2019, il tennis italiano si ritrova a ringraziare una volta di più i soliti noti: con Fabio, l’altro ancora in corsa è l’eterno Seppi (gioca nella mattinata italiana con Wawrinka). Non è un passo indietro, bensì il normale assestamento nella crescita imperiosa di Berrettini e Sinner. Matteo per poco non recupera una partita complicatissima contro Sandgren, ma nel quinto un paio di scambi decisivi prendono la strada dell’America: «Questa partita mi servirà parecchio. La caviglia destra mi dà ancora un po’ fastidio, è una questione di struttura fisica e ci devo convivere. Quando mi sono fatto male agli addominali, ho capito che non avrei potuto giocare l’Atp Cup ed era in dubbio anche l’Australian Open, quindi sono già contento di averlo giocato». Quanto a Jannik, l’ungherese Fucsovics è ancora troppo solido ed esperto, anche nel maneggiare il vento: «Non stiamo qui a parlare del meteo, lui ha fatto meglio di me. Devo imparare a battere questi giocatori, i 40, 50, 60 del mondo. Piano piano ci arriverò».

Estasi e tormento, Fognini-show (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, ma nella stessa persona. Sangue sulle nocche (per i cazzotti dati alla racchetta, non all’avversario) e polvere magica sulle corde. Il corpo che urla, l’anima che gode. E alla fine le vene grosse sul collo, le mani a coppa sulle orecchie. Il labiale a sferzare la torcida australe: «Come dite? Non vi sento…». Il Fogna, delirio ed estasi, è ancora nel torneo. Dopo i centimetri da pivot dello yankee Opelka, rimontato da due set sotto, ha rispedito a casa anche il local hero Jordan Thompson, che si era illuso di averlo messo al tappeto. Sinner e Berrettini, l’Italia che avanza, hanno fatto check out. Fognini il maratoneta resiste. «Il primo set l’ho vinto ma ho giocato malino – racconta – nel secondo sembravo Federer. Mi riusciva tutto, il guaio è che ho iniziato a pensare troppo. A inizio del terzo ho giocato un game stupido, e ho temuto che la partita mi sfuggisse. Thompson ha iniziato a fare dei numeri che vanno oltre la sua classifica perché io avevo dolori ovunque. Credo di aver avuto 75 matchpoint Poi per fortuna ho giocato un grande tie-break». […] «Ero preoccupato – ammette – perché avevo davvero male a piedi, al tendine destro, alla caviglia destra. Credo di aver avuto anche un calo di zuccheri. Mi sentivo spappolato. In testa mi è passato di tutto». La morale? «Il tennis è uno sport stronzo. E io forse sto diventando vecchio». […] Il sentiero che porta lontano, nello Slam che più di tutti assomiglia a una Via Crucis – ogni turno una sofferenza – passa per un terzo turno con Guido Pella. Caviglia e anagrafe permettendo. Il bilancio dei precedenti è 2-1 per il gaucho, ma l’ultimo se l’è preso in Davis il Fogna. «Altri cinque set? Okay, li gioco. Ma solo se mi dite che vinco…. Lui e un mancino che corre molto e gioca meglio con il rovescio, adesso però non voglio pensarci. Vediamo come mi sveglio e a che ora. Ho tanto di quel tennis nelle gambe che quasi quasi invece di venire qui mi faccio un giro in città». Magari lo fa davvero.

Berrettini poteva pensarci prima, e Fognini ringrazia i 75 match point (Gianni Clerici, La Repubblica)

Non avevo visto il primo turno di Berrettini, vinto facilmente tre set a zero contro lo sconosciuto australiano Andrew Harris, ma mi avevano detto che era in cattive condizioni fisiche. Non ho visto nemmeno il secondo, contro Tennys Sandgren, il n. 100 del mondo, ma ho letto le dichiarazioni di Matteo, che riferisco insieme al risultato della vicenda. «So che questa partita mi servirà parecchio per quelle future. Sono uno che chiede tanto a se stesso, ma alcune volte devo un attimo tranquillizzarmi La caviglia destra mi dà ancora un po’ di fastidio, lavoro tutti i giorni, ma è una questione di struttura fisica». Io mi permetterei quindi di accertare se qualcuno che non è in grado di giocare deve andare sino a Melbourne per accertarsene. Forse è così, ma non poteva finir meglio la partita contro l’americano Tennys Sandgren e poi continuare il torneo con miglior fortuna? Mentre lascio al lettore la risposta mi soffermo a rivedere la partita dell’altro italiano Fabio Fognini, che è riuscito a battere 7-6 (4), 6-1, 3-6, 4-6, 7-6(10-4) Jordan Thompson, dotato di un gran servizio in grado di trascinarlo spessissimo a rete «dopo 75 match point», dirà lui. In realtà sono stati 5, 2 nel 10° game e 2 nel 12, più quello decisivo nel supertiebreak finale. Prima di assistere alla vicenda di Fognini avevo visto ringhiare Serena Williams, ignorando i diritti della volenterosa avversaria, la serba Tamara Zidansek e appariva addirittura disumana nella ricerca del punto che coglieva, quasi al posto della racchetta avesse in pugno un’arma contundente. In tribuna la seguiva compiaciuto di quella violenza il coach Mouratoglou che vorrebbe anche lui, per interposta Serena eguagliare il numero di 24 Slam della vecchia australiana Margaret Court Smith, alla quale è intitolato uno dei tre campi coperti messi a protezione dal clima avvelenato dai recenti incendi australiani. In proposito Alexander Zverev si è segnalato promettendo il suo primo, eventuale premio in danaro, per le vittime, nel caso vincesse il torneo.

Dolce Wozniacki, è lungo l’addio (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E’ l’ultimo torneo, ma c’è ancora tempo per insegnare qualcosa alle giovani apprendiste. Caroline Wozniacki i modi da professoressa li ha sempre avuti. Paziente, mai esagerata, una che si è costruita la carriera con argomenti solidi. Gambe da corsa, palleggi prolungati, visione chiara della partita. A ventinove anni non è troppo presto per passare la mano, né troppo tardi per avere rimpianti. Ma lei ha deciso. Basta tennis. Vuole fare la mamma e occuparsi d’altro. Caro è stata la numero uno, ha condotto il gruppo quando la sua amica più grande, Serena Williams, ha subito gli infortuni che ne hanno spezzettato la carriera. Lei, atleta a tutto tondo, era “la più forte a non aver mai vinto uno Slam”. Ma alla fine ha chiuso anche quella parentesi che era diventata sin troppo ingombrante… successo due anni fa, proprio a Melbourne. Si è presa lo Slam e ripresa il primo posto in classifica. Per questo ora è pronta a farsi da parte, si è sposata (l’anno scorso, in Toscana, con David Lee, stella del basket) ed è convinta che tutto quello che doveva essere fatto ha trovato alla fine una collocazione nella sua vita. L’unico problema spetta alle altre risolverlo. Chi riuscirà a batterla? Ieri ci ha provato Dayana Yastremska, 19 anni, numero 21 Wta, ucraina dal tennis pesante, muscoloso. «Mi stava soffocando», racconta Woz, «così mi sono detta che era giunto il momento di allungare gli scambi. Non pensavo di crearle così tanti problemi, ma la variazione degli schemi del match le ha tolto sicurezza». E alla fine, ha perso la giovane Yastremska. Avanti un’altra, dunque. Caro è ancora in piedi.

C’era una volta Sharapova. Piatti è l’ultima chance (Enrico Sisti, La Repubblica)

«Dolcissima Maria, non voltarti più», cantava la Premiata Forneria Marconi. Forse Maria Sharapova farebbe bene a seguire il loro lontano consiglio e magari ascoltare quella magnifica canzone. Maria è sotto attacco e non sa più difendersi. Urla come urlava prima: “Solo che adesso“, scrivono in Australia dove Maria ha salutato lo Slam al primo turno, accecata dalla rabbia giovane di Donna Vekic, “Maria urla come le avessero strappato un cerotto dalla pelle più tenera, urla come dopo una telefonata sgradevole, urla perché si rende conto di essere alle prese con una questione ormai più grande di lei, e non può (più) vincere“. I colpi escono ma sono carezze. Maria va capita. Non si torna grandi perché si decide di farlo. Non a 32 anni e non dopo un’operazione alla spalla dalla quale ti risvegli, si, ma pieno di dubbi. Maria non è più stata lei, non ha più servito come prima e vederla muoversi a fondo campo (che già non è mai stata una sua virtù peculiare) era diventato uno strazio: «Uno può anche fare le cose giuste – ha ammesso – ma se non credi in te stessa è tutto inutile». Vero. Quando lei perde, ormai, perde una qualsiasi. Forse è questo che più l’addolora. Se al primo turno di un Australian Open esce la futura n. 366 del mondo, chi volete che ci faccia caso? Nemmeno se è Maria, la ragazza che stravolse il tennis a 17 anni prendendosi Wimbledon come se non avesse fatto altro in vita sua. Il suo grunting l’urlo in campo, era diventato un marchio di fabbrica del nuovo tennis femminile, muscolare, occhi dolci e cuore cacciatore, lunghi capelli biondi e ferocia inaudita. Maria ha cercato di rigenerarsi. Le ha provate tutte. Forse anche qualcosa di troppo. Tanto è vero che l’hanno inchiodata per aver fatto uso di Meldonium, il farmaco sintetizzato in Lettonia negli anni 80, si dice, per aiutare le truppe russe in Afghanistan, e messo fuorilegge dalla Wada con provvedimento postumo. Ma in realtà nessuno sapeva a cosa servisse e forse non lo sapeva nemmeno Maria. A quel punto il sospirato ritorno diventava una scalata a mani nude. Da qualche mese Maria si è messa a disposizione di Riccardo Piatti. Doveva essere solo per un breve periodo. Poi la “belva” si è accorta di trovarsi bene a Bordighera. Piatti l’ha accolta e protetta: «Lasciatela lavorare in pace». Anche per lui, uno dei più talentuosi coach del mondo, era una sfida: «Ho allevato e allenato ragazzi ma non mi era mai capitato di confrontarmi con una campionessa così». Forse, dentro, non le va più. Forse ha voglia di un’altra vita. E stata una meraviglia, Maria. In campo la sua testa andava al doppio della velocità delle altre. Aveva una capacità di concentrazione fuori dalla norma. Aveva. Avrà ancora? Cedeva solo a Serena. Ora dice: «Non ho la palla di vetro. Non ho idea di come sarà il mio 2020». […]

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Fognini, che cuore. Sinner alla Federer (Cocchi). Fognini incanala la rabbia e vince (Semeraro). Il predestinato (Azzolini). Eclisse di Masha: fuori dalle 300 (Viggiani)

La rassegna stampa di mercoledì 22 gennaio 2020

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Fognini, che cuore, ribalta pure Opelka. Sinner alla Federer (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Colazione dolcissima per l’Italia del tennis: la rimonta miracolosa di Fognini e il battesimo vincente di Sinner all’Australian Open. Il sollievo dopo la paura e la gioia di una prima volta Slam da fenomeni. Fognini ormai ci ha abituato a tutto, ma la versione double face da un giorno all’altro, dopo l’interruzione per la pioggia, rimarrà tra le memorie più belle della carriera. Fabio riparte sotto di due set (e -0-1 nel terzo), per la prosecuzione della sfida contro Opelka, il giocatore più alto del circuito (2.11) che lo aveva annichilito agli ultimi Us Open, anche se il nostro si era preso la rivincita in Davis. In aggiunta, ha la mano destra martoriata e gonfia per le lesioni che si è procurato malmenando più volte la racchetta. Eppure, si capisce subito che stavolta la musica sarà diversa: Fogna risponde meglio alle seconde dell’americano e dunque può controllare più agevolmente il gioco del gigante. È una partita calda, c’è in ballo tutto: e nel quinto Fabio sbrocca contro l’arbitro Bernardes per un penalty point (spacca un’altra racchetta): «Non mi piaci, non so più come dirtelo, quando ci sei tu mi viene l’ansia. Non sono tranquillo quando sei sulla sedia». Fortunatamente Fabio non perde la concentrazione e nel tie break decisivo rispedisce in aeroporto il gigante yankee. Così, Fognini completa il personale Slam delle rimonte, avendo vinto partite da uno svantaggio di due set a zero in tutti e quattro i Major. Fabio torna in campo nella mattina italiana, contro il giocatore di casa Thompson. Ormai tra i top player è tutto un darsi di gomito: «Oh, ma hai visto Sinner?». Jannik ha vinto a Melbourne contro il qualificato Purcell la prima partita in un torneo dello Slam a soli 18 anni e 5 mesi. Cose da grandi, e anche se in Italia il più giovane a farcela è stato Diego Nargiso al Roland Garros del 1988, Jannik condivide l’età della prima volta con Roger Federer. Non male come precedente. E di sicuro Federer stravede per Sinner. Lo ha più volte voluto come compagno di allenamento, anche in queste giornate australiane, e stimolato sull’argomento ha ancora una volta intessuto le lodi del teenager Italiano: «Sentiremo parlare di lui a lungo — ha detto —. Tira con la stessa forza di dritto e di rovescio, una qualità che ho riscontrato in Aliassime e in pochi altri. In campo è uno spettacolo e per di più è un ragazzo d’oro. Una combinazione di aspetti che adoro».

Fognini incanala la rabbia e vince (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Fabio Fognini, ovvero l’arte dello stupore: proprio e altrui. Abituati da un decennio a vederlo sbroccare nelle situazioni più diverse, ci ritroviamo ora a vederlo trasformato in una sorta di McEnroe in minore. In uno, tanto per capirci, che con la benzina delle incazzature ci vinceva le partite, invece che bruciarsi il serbatoio mentale. Vedi il match giocato, e vinto, in due giorni agli Australian Open contro Opelka, il “noiosissimo” (per Fabio) pivot americano da 211 centimetri che l’anno scorso l’aveva buttato fuori dagli US Open. Qui a Melbourne sembrava spacciato. Sotto due set a zero, nervoso e poco ispirato, era stato salvato dalla pioggia. Nella seconda puntata del un match, però, Fabio non ha mollato. Ha subito approfittato di una pausa di Opelka al servizio all’inizio del terzo set, mentre nel quarto è stato invece l’americano a perdere il controllo, infuriandosi per un warning su una “time violation” e arrivando a dare anche del «patetico» al giudice di sedia Carlos Bernardes. Fabio ne ha approfittato per scucirgli il set, e nel quinto – dopo essersi beccato a sua volta un penalty point e nonostante uno scambio avvelenato con Bernardes («non ti voglio più vedere arbitrate, ma tanto danno retta solo a Nadal…») – ha chiuso con un tie-break lucidissimo (10 a 7, in Australia si gioca con il formato più lungo) dopo 3 ore e 18 minuti complessivi. […] Stamattina alle 9 al secondo turno gli tocca il numero 66 del mondo, l’australiano Jordan Thompson, con cui non ci sono precedenti, e vedremo se Fabio saprà stupirci ancora. […]

Il predestinato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

C’è sempre una prima volta, e in talune occasioni c’è persino l’ottava. Potranno sembrare annotazioni superficiali, in un tennis che sempre più spesso gioca con i numeri e lancia statistiche come fossero coriandoli. Ma fra la prima di Jannik e l’ottava di Fabio, corrono i nuovi e gli antichi fasti del nostro tennis, il futuro che tutti aspettano e quel che resta di un passato che ha ancora voglia di stupire. I diciotto anni di Sinner si sono fatti largo anche all’altro capo del tennis. Lo conoscono tutti, a Melbourne, almeno così dicono. E se non è del tutto vero, poco importa, perché ne parlano in tanti e vogliono vederlo. Tanto più dopo le presentazioni di John McEnroe e di Roger Federer, che senza lasciare troppo spazio ai dubbi, l’hanno insignito del ruolo più difficile da sopportare che vi sia. Quello del predestinato, l’erede dei campioni che lo hanno preceduto. «Ha davanti a sé una carriera ricca di vittorie importanti», ha detto McEnroe. E Federer non si è risparmiato, lui sempre attento e misurato, nei pensieri e nelle parole. «E’ impressionante, sa usare tutti i colpi a una velocità pazzesca e ha gambe rapidissime». Così, l’impresa di giornata è di quelle che nemmeno stupiscono. La prima vittoria in uno Slam. A Melbourne Sinner si è affacciato per la seconda volta in un tabellone del Grande Slam, la prima grazie a una classifica giunta a un passo dal numero 70. Passa le qualifiche a New York, e perde da Wawrinka. Qui l’hanno sorteggiato con un australiano ventenne, Max Purcell, e lui l’ha tenuto a bada. Non gli ha permesso di andare in fuga nei primi scambi della giornata iniziale, e quando ieri si sono ritrovati in campo per riprendere la disfida, gli sono bastati due game (e un nuovo break) per sistemare la pratica. […] «Sono qui per provare ad andare avanti», dice, con la convinzione che riesce a estrarre dalla giovanile timidezza. «Non ci sarà il match con Shapovalov, pazienza, mi sarebbe piaciuto. Ne parlavano in tanti, ma si erano dimenticati che dovevamo ancora vincere il primo turno. Me la vedrò con Fucsovics, che conosco poco. E un ottimo ribattitore, ma dovrò studiare bene che cosa fare, insieme a coach Piatti». L’obiettivo? Niente di roboante. «Ogni partita che gioco mi offre un infinità di cose da imparare. Giocarne molte è l’obiettivo. Diventare forte, credibile. Vedremo se ne sarò capace». L’impresa di Fognini è di natura diversa. Nasce dalla volontà di resistere, e dalla necessità di fare continuamente i conti con se stesso (oltre che con l’arbitro). Ma ribaltare un risultato negativo contro Reilly Opelka è come scalare una montagna. Di buono c’è che Fabio è maestro nei ribaltoni. Questo è l’ottavo della serie.[…]

Eclisse di Masha: fuori dalle 300 (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

C’era anche il nuovo compagno di allenamenti Jannik Sinner a seguire Maria Sharapova, nel suo match di esordio agli Australian Open 2020, ieri nella Rod Laver Arena. Peccato però che l’avversaria dell’ex Tigre Siberiana fosse la lanciatissima Donna Veldc, ormai affrancatasi dall’etichetta di ex fidanzata di Stan Wawrinka e numero 20 del mondo, dopo aver raggiunto i quarti degli US Open 2019. E così la partita è durata appena 1h21′: 6-3 6-4 per la croata, che era la favorita del match. «Non so se ci vedremo il prossimo anno, non lo so», le esplicite parole della Sharapova, che a 32 anni fatica ad avere ancora uno spazio significativo nel circuito pro, in cui ha debuttato nel 2001, nel giorno del 14° compleanno. Da allora ha conquistato 36 tornei e il suo nome compare nell’albo d’oro dei quattro Slam (ha trionfato a Wimbledon quando era 17enne). Adesso però non vince un match dall’agosto scorso (Cincinnati, 1° turno contro Alison Riske), non ne vince due di fila dall’Australian Open 2019, non batte una Top 20 (Caroline Wozniadd) dallo stesso AO 2019 ed è alla terza eliminazione consecutiva al l° turno in uno Slam. Maria era arrivata a Melbourne da 145 del mondo e solo una wild card le aveva assegnato un posto nel tabellone principale. L’anno scorso, colpa della spalla destra spesso mal messa, ha disputato in tutto appena otto tornei. Nello Slam australiano arrivò agli ottavi (sconfitta contro Ashleigh Barty, attuale n.1 del ranking) ma adesso perderà quei preziosi 240 punti Wta conquistati allora e sprofonderà almeno al n. 366, posizione che potrà anche peggiorare da qui alla conclusione degli AO e soprattutto dopo due settimane di tornei minori che invece porteranno più in alto altre giocatrici attualmente dietro di lei. Lasciando da parte la… fuoriuscita del 2016 per la positività al meldonium, era dall’estate 2002 che la Sharapova non si trovava fuori dalle Top 300: solo che allora era poco più che 15enne. La nuova classifica in futuro le consentirebbe di essere ammessa solo ai tornei Itf e non certo a quelli Wta, specie i più importanti. Tùttavia, in quanto vincitrice di Slam, ci sarà sempre una wild card a sua disposizione in ogni torneo. «Inutile riparlare della mia lotta con i problemi alla spalla, di tutto quello che ho passato. Pensavo di giocare meglio, qui a Melboume, ma non è andata come avrei voluto: fare le cose giuste non ti garantisce certo di vincere e andare avanti. Con Riccardo Piatti ho lavorato e lavoro bene, continuerò con lui come coach. Il mio futuro? Non ho la palla di vetro, non so se tra un anno sarò ancora qui».

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