Sinner 100 e lode (Scanagatta). Sinner batte anche Tiafoe. Un giorno da Top 100 e due record nel mirino... il futuro è azzurro (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Rossi, Clerici). "Ricorda Djokovic ma è all'inizio" (Semeraro)

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Sinner 100 e lode (Scanagatta). Sinner batte anche Tiafoe. Un giorno da Top 100 e due record nel mirino… il futuro è azzurro (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Rossi, Clerici). “Ricorda Djokovic ma è all’inizio” (Semeraro)

La rassegna stampa del 19 ottobre

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Sinner 100 e lode (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Chi lo ferma più il Pel di Carota della Val Pusteria? Non contento di aver battuto Gael Monfils n. 13 ATP, si è ripetuto nella “prova del nove”. E’ il match che segue il grande exploit e che le immancabili attenzioni rendono più duro, anche se sulla carta l’avversario, in questo caso l’americano di colore Francis Tiafoe, n. 53 del mondo (24 posizioni indietro rispetto al best ranking di febbraio), sembra più debole. Ma di certo Tiafoe, 21 anni, figlio di emigranti della Sierra Leone, era ben più assetato di successi dell’ex n.6 mondiale Monfils. Jannik Sinner, 18 anni il 16 agosto, non si è lasciato distrarre da chi già lo descrive come un fenomeno perché nessun tennista italiano ha mai giocato cosi bene, non è mai stato cosi competitivo a livello dei top-100 già alla sua età: in un’ora e 41 minuti ha battuto il costolone americano (un metro e 87cm come lui, ma ben più possente muscolarmente) 64 36 63. Ha così raggiunto la prima semifinale di un torneo “pro” ATP. E’ già n. 100 del mondo. Così lunedi avremo 9 azzurri nei primi 100. Un record. Lui sarà un posto dietro al siciliano Caruso, n.99. Dalle Alpi alle Piramidi. Alla sua età Barazzutti, top-10 a 24 anni, vinceva l’Orange Bowl fra gli under 18, Panatta, n.4 a 26 anni nel ’76, non giocava neppure con gli adulti. E Matteo Berrettini, n.8 nella Race ATP 2019, fino a 19 anni non aveva neppure un punto ATP. Jannik ne ha già 554. A Sinner, n.551 a a gennaio, non manca nulla. Ha un gran bel servizio, anche se imparerà ad angolarlo di più, ha un dritto pesante che fa già male e con il rovescio bimane fa le buche anche nei tappeti, non solo sulla terra battuta. E ha la personalità di chi non teme di osare. A 13 anni ha lasciato casa e genitori (con i quali parla in tedesco) per trasferirsi alla corte del miglior coach italiano Riccardo Piatti, a Bordighera. Una scelta non facile per un ragazzino. Ma lui voleva fare il tennista. A scoprirlo era stato Massimo Sartori, il coach di Andreas Seppi, l’altro altoatesino che a Mosca ieri ha battuto il n.8 ATP Khachanov. Oggi Jannik ritrova Stan Wawrinka, 34 anni, vittorioso su Simon 63 67 62. Potrebbe essere stanchino. Lo svizzero che ha vinto 3 Slam e che all’US Open lo battè in 4 set dopo una magnifica partita giocata senza alcun timore reverenziale. Ebbe 14 palle break, ne trasformò solo 4. Ah l’esperienza! Lo intervistai subito dopo e mi aspettavo fosse felice di aver giocato sull’Armstrong Stadium davanti a 13.000 spettatori il suo primo tre set su cinque e aver ispirato, all’uscita del campo, addirittura gli applausi ammirati di Wawrinka. Macchè! Jannik era furioso: «Avrei potuto vincere il primo, il secondo e il quarto set!». Capito il ragazzo? Non parlò così da presuntuoso, ma come chi è convinto del fatto suo. L’eccessiva umiltà nello sport non paga. Bisogna crederci. E lui ci crede. Fossi Wawrinka oggi non sarei tranquillo. Su www.ubitennis.com anche l’exploit di Seppi che, battuto Khachanov n.8 Atp, è in semifinale a Mosca, il matrimonio di Nadal e le proteste di mamma Djokovic per i tifosi che non rispettano Novak.

Sinner batte anche Tiafoe. Un giorno da Top100 e due record nel mirino…il futuro è azzurro (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Con quella faccia da bambinetto inesperto, i riccioli rossicci che spuntano sotto il cappellino giallo fluo e le lentiggini, Sinner ti frega. Scende in campo contro gente esperta, da anni sul circuito, li illude di essere un tenero e inesperto teenager e poi li annichilisce. Giovedì, agli ottavi del 250 di Anversa, a cadere nella sua trappola è stato Gael Monfils. Ieri ai quarti è stata la volta di Frances Tiafoe, numero 53 al mondo, e tra i protagonisti delle Next Gen Finals in programma tra due settimane a Milano. Uno scontro diretto tra protagonisti del futuro che ha promosso Sinner. L’altoatesino centra così la prima semifinale Atp della vita che giocherà oggi pomeriggio contro Stan Wawrinka. Vale doppio Una vittoria che vale doppio quella in tre set contro Tiafoe: non solo la semifinale, ma anche una giornata da numero 100 al mondo. Tutto ancora è da decidere, il ranking sarà ufficiale solo lunedì e dietro di lui c’è almeno un giocatore, il giapponese Uchiyama, che potrebbe superarlo, ma il 18enne per almeno 24 ore ha respirato l’aria rarefatta della top 100. […] Una prova convincente quella di ieri, con un primo set chiuso agilmente, e un secondo di appannamento che ha permesso a Tiafoe di rientrare. Quando però si è trattato di chiudere i giochi, l’allievo di Riccardo Piatti ha spinto sull’acceleratore, allungando 4-2 grazie a un passante di rovescio al fulmicotone che ha costretto all’errore Frances. Solo un po’ di (normale) braccino sul 5-3, quando ha concesso al rivale due palle break, ma col servizio (saranno l’80% i punti con la prima) è riuscito facilmente a togliersi dagli impicci e regalarsi una «rivincita» del primo turno Us Open contro Wawrinka. Atteggiamento Mai un momento di stizza, pochi, misurati, e rispettosi i gesti di entusiasmo. Ennesima prova della grande umiltà che contraddistingue il ragazzo della Val Pusteria: «Ha una incredibile cultura del lavoro e un’educazione sempre più rara da trovare tra i ragazzi della sua età», è solito ripetere come un mantra coach Piatti. La stessa educazione che, subito dopo aver conquistato un posto in semifinale, gli fa ringraziare gli organizzatori per l’invito nel tabellone di Anversa. Tutto merito della famiglia che lo ha cresciuto con valori molto solidi e non lo tratta mai da «campioncino». E non lo farà nemmeno se il piccolo di casa dovesse toccare i due record che sta rincorrendo, ovvero diventare il più giovane italiano nella top 100 da Diego Nargiso (che ci riuscì a 18 anni e 5 mesi nell’agosto 1988), e diventare anche il più giovane tra i primi cento al mondo superando Felix Auger Aliassime, che di anni ne ha 19 e due mesi. Numeri che presto potrebbero incastonare Sinner nella storia del tennis, italiano e no. La rivincita Intanto si «accontenta» di essere il più giovane italiano di sempre in una semifinale Atp. Per tentare l’assalto alla finale si affiderà al suo servizio bomba, oltre i 200 km orari: «Credo che il servizio sia stato decisivo nel match contro Tiafoe – ha commentato dopo la partita —. Veramente quando ho servito per il match ho avuto un po’ di tremarella, ma me la sono cavata sempre con la battuta». Oggi alle due del pomeriggio potrà testare la sua crescita degli ultimi due mesi. Dopo la vittoria con Monfils aveva dichiarato di aver imparato molto dall’incontro con Wawrinka agli Us Open, oggi lo troverà di nuovo dall’altra parte della rete: «Sono curioso di vedere come andrà questa volta. Spero proprio che mi dia la rivincita». O Jannik farà in modo di prendersela

Gigante Sinner (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Il ragazzo Jannik Sinner fa parte della leva tennistica dell’anno 2001 e promette benissimo. Trema appena prima di tirare un calcio di rigore – una volée di diritto facile facile – ma poi va in gol: battuto 6-4 3-6 6-3 l’americano Frances Tiafoe, n.53 Atp, oggi ad Anversa gioca la prima semifinale Atp della sua carriera contro il volpone Stan Wawrinka, che di semifinali ne ha già a referto 59. A 18 anni, un mese e 28 giorni, Jannik è il settimo più giovane a riuscirci nel Terzo Millennio, dopo Nadal e un malloppo di top-10 presenti e appena passati. Si farà, il ragazzo. Anzi, è quasi pronto. […] BRIVIDI. «In effetti alla fine ho tremato un po’», ammette lo Spago d’Acciaio, un metro e 88 per 75 chi di resilienza tennistica e (solitamente) calma olimpica. «Però dopo quella volée mi sono resettato, e alla fine credo di aver giocato bene». Quattro palle break su cinque salvate, dieci ace, la solita esultanza ai limiti dell’impercettibile. Magari un cenno a Cristian Brandi, che ad Anversa segue Paolo Lorenzi (con cui Sinner ieri ha passato il turno anche in doppio) ma gli fa da consigliori a fanco di Andrea Volpini per conto di Riccardo Piatti «Ce la ridevamo per quella volée», spiega Cristian. «Adesso vediamo con Wawrinka. Agli Us Open ci ha fatto partita (strappandogli un set, ndr). Questione di pochi punti, e nel tie-break del secondo set Stan ha piazzato cinque ace». Insomma l’idea è di giocarsela alla pari con un signore di 34 anni che ha in bacheca tre Slam. Il tutto dopo aver vinto appena sei match a livello di Atp Tour: CRESCITA. Una crescita da capogiro – a febbraio 2018 non aveva neppure una classifica – ma Janník non è tipo da soffrire di vertigini. A 12 anni era una promessa dello sci, a 13 ha preso il fagottino e da Sesto Pusteria, provincia di Bolzano, ha attraversato l’Italia per domiciliarsi chez Piatti, a Bordighera. Un adolescente con una missione: diventare uno dei migliori. Magari qualcosa di più. «Quando giocavo un paio di volte a settimana il tennis era divertente – ha spiegato – adesso lo è sempre, ma anche qualcosa di diverso. La mia ambizione non è di diventare il più forte in Italia, ma nel mondo. E’ una cosa, però, che richiede tempo e al momento non ci sto pensando troppo». FAMIGLIA. Come confermava ieri pomeriggio anche papà Hans Peter fra un piatto e l’altro servito con mamma Siglinde al rifugio Fondovalle, sopra Sesto Pusteria «No, non abbiamo ancora sentito Jannik, ma siamo molto fieri di quello che sta facendo. Alla classifica non ha mai guardato troppo, ci ha sempre detto che il suo obiettivo era imparare a giocare bene a tennis». Coach Piatti, che da cinque anni lo cura come un fiore di serra, sottoscrive. SCONFITTE. Del resto a 15 anni Jannik perdeva sempre, ‘e a quell’età di solito giochi i tornei junior – racconta – ma il mio team mi ha sempre detto che avevo il livello per giocare fra i grandi». Nel 2019 ha iniziato a vincere spessissimo, gustandosi ogni scalino: dai 15 mila e 25 dollari Futures (vittoria a Trento e Santa Margherita di Pula) ai Challenger (vittoria a Bergamo e Lexington). Il debutto Atp, e la prima vittoria in tabellone, sono arrivati all’Atp 250 di Budapest, il primo 1000 a Roma, il primo 500 ad Halle, l’esordio negli Slam a New York. La calma è sempre stata il suo forte, insieme al ritmo soffocante da fondo, al servizio che viaggia sereno sopra i 200 all’ora, alla capacità di andarsi a cercare il punto a rete. Om si stanno aggiungendo un po’ di muscoli, e tonnellate di fiducia. FUTURO. Dopo Anversa, comunque vada, ci sarà un’altra wild card per il 500 di Vienna, poi le Next Gen Finals di Milano. «Non mi spaventa giocare con i più forti, anche perdere mi serve: ad andare più veloce in futuro». I grandi giocatori li vedi dal coraggio, oltre che dalla fantasia.

Prodigio Sinner (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Lui batte Tiafoe, e gli altri dibattono su di lui. Vanno così le cose nel mondo degli adulti, Jannick Slnner dovrà farsene una ragione e non sarà così facile come passare nel tritatutto Gael Monfils e superare in dribbling Frances Tiafoe nel corso di un infuocato terzo set, pratiche che ha mostrato di saper sbrigare con l’improntitudine di chi vuole arrivare lontano. Ci arriverà, magari facendo perno proprio su questo primo exploit che lo introduce nel mondo dei grandi, la prima semifinale nel circuito che conta, ad Anversa, il numero 100 in classifica virtualmente raggiunto, con l’aggiunta di una poltrona da numero 94 nella Race. Mamma Pennetta prova a suggerire di lasciarlo tranquillo, perché i molti elogi creano vortici impetuosi e improvvise depressurizzazioni del proprio stato d’animo, e nessuno potrebbe darle torto sebbene mentre espone il suo affettuoso pensiero, non si riesca a fare a meno di pensare quanto Sinner sia più tranquillo e distante dalle emozioni dell’impetuoso marito di Flavia, l’acciaccato papà Fognini. […] Riccardo Piani che è a capo del “progetto Sinner” ha scelto una doppia via, che da una parte spinga Jannik al confronto diretto con il circuito, dall’altra imponga periodi di ripasso e di sana meditazione, così da abbassare il tasso di eccitazione accumulato nelle giornate di sbornia agonistica. Molte carezze e qualche salutare ceffone. «Non è tempo di guardare alla classifica – dice Riccardo -, ma come il lavoro venga immagazzinato e se le correzioni apportate siano recepite. Jannik ha dalla sua una grande capacità di lavoro e di attenzione. Se è convinto dei nostri consigli si dà da fare per metterli in pratica. Per questo gli chiediamo di non smettere mai di imparare». Messaggio ricevuto: non è importante la semifinale di Anversa, ma le molte semifinali e finali che dovranno arrivare nei prossimi anni. Nel frattempo, ci consentiamo una piccola liaison fra Berretlini n.11 e Sinner virtuale n.100… Sembrano possedere una identica qualità, quella di voler capire i motivi del lavoro che sono chiamati a svolgere. Si chiama “consapevolezza. Splendida parola. Di certo, anche il tetragono Piatti avrà apprezzato come Sinner sia passato dall’ottimo 81% di punti realizzati con una prima di servizio andata però troppe poche volte a segno (52%), del match con Monfls, alla bella tenuta a suon di servizi piatti e filanti (76% e7 ace) messa in mostra nei tre set contro Tiafoe. Non è un caso, insomma, che Jannik abbia risolto così le difficoltà dell’ultimo game contro l’americano n.53 del mondo, quando si è trovato a servire per il match. Il momento più delicato di un confronto che l’ha visto padrone della situazione nel primo set e costretto ad arretrare il raggio d’azione sull’arrembante ritomo di Tiafoe nel secondo. E stato il break al sesto gioco della terza frazione a determinare il distacco definitivo, e quando Jannik si è trovato a un niente dal restituire la dote, sul 5-4 15-40, dopo una volée che più brutta non poteva essere, la reazione è stata fulminea, con 4 servizi piazzati e violenti, sui quail ha preso campo, recuperato e firmato la vittoria Diciotto anni, un mese, 28 giorni giovane italiano in una semifinale Atp e il più giovane in assoluto nell’attualeTopl00. Se la giocherà contro Stan Wawrinka, che l’ha battuto agli Us Open, ma in 4 set e non senza fatica. Un’occasione per misurare i progressi compiuti, direbbe Piatti. Ma c’è un altro semifinalista italiano. È Seppi, che ha battuto Khachanov a Mosca. Un campo che gli piace, sul quale nel 2012 ha vinto uno dei suoi tre titoli. Due della provincia di Bolzano, per questo fine settimana capitale del nostro tennis.

Fate largo a Sinner, è già da top100 (Paolo Rossi, La Repubblica)

Si chiama Sinner ma non ha peccati da espiare, anzi: lui li punisce, gli altri, sui campi di tennis. E poi ha più confidenza con il tedesco (essendo nato a San Candido-Innichen, anche se è di Sesto Pusteria-Sexten) che con l’inglese. Diamo il benvenuto a Jannik Sinner che – a 18 anni, 1 mese e 28 giorni (il conto si fa sul giorno d’inizio del torneo) – è il più giovane semifinalista italiano in un torneo Atp e per oggi nei Top 100, il più giovane di tutti. […] Ad Anversa ha battuto ieri Frances Tiafoe 6-4, 3-6, 6-3 confermando che l’exploit nei quarti (la vittoria su Monfils) non era casuale. In realtà di casuale non c’è un bel niente, e lo ribadisce Massimo Sartori, il coach che lo prese bambino dalle mani del primo maestro (Iteri Mayr), e lo portò da Riccardo Piatti a Bordighera. I due coach lavorano all’unisono. «Ci godiamo quanto succede ad Anversa, ma il progetto è molto più ambizioso», dice senza nascondersi Sartori. «Vedete, Jannik già sei mesi fa giocava così. Perché oggi succede questo, mi chiedete? Perché ha avuto la fortuna di giocare match importanti e confrontare il suo valore. Sappiate però che, nonostante la crescita, noi pensiamo che ci vogliano ancora due anni per completare il suo percorso formativo e portarlo a giocare a un livello altissimo e continuativo». Poi, certo, Piatti e Sartori accettano volentieri i miglioramenti. «Non sono stati gli Us Open e il match con Wawrinka, che oggi si ripete in Belgio e vale la semifinale, ma tutta la trasferta americana ad avergli fatto fare un salto di qualità, l’essersi giocato tutte le partite e non averle buttate vie dietro alibi o giustificazioni». Al ritorno dal torneo gli toccherà il Next Gen di Milano. «Ma saprà gestire l’attenzione dei media, e anche le partite gli serviranno per acquisire altri dati. Questo è lo spirito con cui affrontare le cose». E Sinner non ha paura: «Ne avevo solo quando sciavo, con certe discese davvero ripide. Il tennis no: per questo uso l’istinto. Prima gioco, e poi penso».

La fortuna di avere il coach giusto (Gianni Clerici, La Repubblica)

Jannik Sinner era già predestinato con il nome, chiamandosi, a un dipresso come YannickNoah. Poi ha trovato sul suo cammino Riccardo Piatti, un coach come in Italia non si usava e come non avevano trovato i quattro grandi italiani a lui precedenti: De Stefani, Gardini, Pietrangeli e Panatta. […] Sinner ha anche un coach. Che, abitando nella mia stessa citta, Como, un giorno mi disse – lui di una famiglia di setaioli – «Domani vado a Roma». «Cosa vai afare» chiesi io. «Vado a fare il Maestro» rispose lui. Capii che aveva ragione le due volte che suoi allievi raggiunsero i quarti, Cristiano Caratti in Australia e Renzo Furlan a Parigi. Ora io auguro a Sinner ogni bene, ma non sono in grado di sapere dove finirà questo fenomeno che gioca tutti i colpi come fossero vincenti, diritto o rovescio che siano. Che si permette di battere il più forte dei neri americani, quel Tiafoe che è stato paragonato a Ashe. Quel Tiafoe pieno di muscoli che, se il tennis fosse boxe, farebbe ancor più paura. Domato ieri-in un terzo set di colpi vincenti, con un parziale di dodici punti a quattro, mentre io quasi non credevo a me stesso. Se il bambino, dalle guance rosate e dai capelli rossi inanellati, riuscisse a vincere l’intero torneo, non mi parrebbe una esagerazione.

Resta lucido nelle difficoltà: caratteristica da fuoriclasse (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Salite sulla macchina di Ritorno al Futuro e tornate a due anni fa di questi tempi: aggrappati al talento di Fognini, alla costanza di Seppi, all’applicazione di Lorenzi, mentre si celebravano le virtù di nuove promesse coreane, canadesi oppure greche, ci chiedevamo quando anche noi italiani avremmo tenuto a battesimo il progetto di un fenomeno. Eravamo semplicemente frettolosi, perché la sete del campionissimo ci accompagna da troppo tempo: il seme però era stato gettato, la sinergia tra settore tecnico federale e coach privati, la vera chiave della svolta, stava preparando il terreno per accogliere nuovi tesori. A novembre 2018, Matteo Berrettini si incagliava nel torneo di qualificazione per la wild card italiana alle Next Gen Finals, oggi è ottavo nella Race e con un piede alle altre Finals, quelle vere, dopo una stagione da protagonista, con tanto di semifinale Slam a New York: altroché prossima generazione, lui è già nel presente. E da ieri, ma non era difficile immaginarlo, pure in buona compagnia: Anversa ha benedetto la nascita di un predestinato. Jannik Sinner ha 18 anni e due mesi ma gioca come chi sta sul circuito da secoli: dopo essersi mangiato Monfils giovedì, non ha fallito quella che i maestri di giornalismo un tempo defmivano la «prova del nove», piegando anche Tiafoe. Per timing sulla palla, movimenti, rovescio in spinta, il ragazzo ricorda Andy Murray, con la possibilità di crescere ancora nella solidità complessiva del servizio e nel gioco di volo. Di lui sorprende soprattutto la lucidità nei momenti caldi, cioè la dote dei fuoriclasse, messa in campo anche ieri per avere la meglio sull’americano. […] Non vorremmo mettergli fretta. Il problema è che se la sta dando da solo.

“Ricorda Djokovic ma è all’inizio, riparliamone tra qualche anno” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Si, èstato bravo. Ma il vero Sinner lo vedremo fra quattro anni….». Smorza, sopisce, soffia sul fuoco Riccardo Piatti. Ma anche al telefono lo capisci che gongola. […] Riccardo, si lasci andare: per Jannik è la prima semifinale, ad appena 18 anni. «Okay: è una vittoria importante, più di quella contro Monf is, perché Tiafoe è attorno al numero 50 Atp e ha più o meno la sua età e rispetto a Gael, che gioca una palla sempre uguale gli offriva più difficoltà. Significa che è già a buon livello, forse anche sopra la media. Ma Jannik resta un giocatore in costruzione. Gioca bene, ma a sprazzi. Resta tanto da lavorare». Lei di giocatori forti ne ha allenati parecchi, da Djokovic a Ljubicic, da Gasquet a Coric: Sinner gliene ricorda qualcuno? «Diciamo che è molto simile. Ma deve dimostrare di sapersi migliorare come loro, di avere la stessa testa. Djokovic è uno che ha lavorato tantissimo su se stesso. Per ora ha fatto tutti i passi giusti, ora sta maturando fisicamente. I prossimi quattro anni saranno decisivi. Non deve perdersi». A Bordighera da qualche mese si allena anche Maria Sharapova: ha dato qualche consiglio a Sinner? Duee settimane fa ho portato Jannik a cena con lei e Marat Safin. Per capire come pensano, come ragionano i numeri uno, dentro e fuori dal campo. Maria ad esempio è una ragazza molto semplice, la sua forza è che sa scegliersi due o tre priorità, il resto non conta. E Marat ha spiegato a Jannik come affrontare certe partite. Facciano un esempio? <Jannik era arrabbiato perché aveva perso contro Kukushkin (kazako, n.58 Atp). `Non sbagliava mai, dovevo sbagliare di meno anch’io’, mi ha detto. Sbagliato: a Maria e Marat ho chiesto come giocavano loro a 18 anni, e tutti e due hanno risposto: non ci preoccupavamo di non fare errori, ma di spingere per vincere. E’ quello che deve fare Jannik. Non deve preoccuparsi di mettere la palla in campo con Kukushkin, ma di migliorare per essere forte domani». Quanto forte? «Fra i più forti. Ma per riuscirci deve continuare così, senza distrazioni, su questo sono molto severo. La forza di Jannik è che va spedito. Adesso è facile, attorno ha tanta gente, ma sapeva farlo già a 15 anni, quando ha perso 35 partite, 6-0 6-1, e nessuno se lo filava». Per Piatti quanto importante è Sinner? «E’ uno de progetti più importanti della mia carriera. La fortuna è che da quando è venuto a Bordighera a 13 anni non ho mai avuto problemi con i genitori o con altri coach. Jannik è molto simpatico e intelligente, il 18enne che tutti vorrebbero come figlio, ma pensa solo a giocare a tennis, e lo fa bene. Una volta gli ho chiesto chi era secondo lui il miglior coach del mondo. `Sei tu’, mi ha risposto. No, gli ho detto. `lo ti metto a disposizione delle opportunità, ma sei tu il miglior coach di te stesso’»

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Niente Wimbledon ma premi per tutti (Crivelli, Marcotti, Bertellino). Federer in Italia palleggia sui tetti (Alvisi)

La rassegna stampa del 11 luglio 2020

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Wimbledon, premi ai giocatori anche senza il torneo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Anche nell’anno in cui la pandemia l’ha obbligato a non aprire le Doherty Gates per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, Wimbledon ribadisce la sua diversità: e lo fa distribuendo premi in denaro aI 620 giocatori e giocatrici (singolaristi, doppisti e tennisti in carrozzina) che avrebbero avuto la classifica per giocare il torneo o almeno le qualificazioni. La cifra utilizzata,11.850.000 euro, è quella che l’All England Lawn and Tennis Club ha ricevuto come indennizzo dall assicurazione Covid e verrà così distribuita: ai 256 giocatori dei tabelloni principali 27.940 euro, aI 224 che avrebbero potuto iscriversi alle qualificazioni 13.970 euro, aI 120 doppisti 6984 euro. […] Ma c’è un’altra grande novità che arriva da Londra: dall’anno prossimo, le teste di serie maschili non saranno più legate all’algoritmo che dal 2002 le decide sulla base del ranking e dei risultati sull’erba degli ultimi due anni, con la conseguenza di favorire gli specialisti, ma seguiranno pedissequamente la classifica (per le donne è già così). In questi giorni in cui Wimbledon avrebbe celebrato il suo epilogo, la pioggia si è trasferita a Kitzbuehel, all’esibizione organizzata da Thiem: l’austriaco è in finale dopo aver battuto Bautista, 6-7 6-2 6-2, ma la semifinale Berrettini-Rublev è stata rinviata a oggi con il russo avanti 6-4 2-1.

Niente Wimbledon ma premi per tutti (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

 

[…] Non era mai successo dalla Seconda guerra mondiale che l’All England Club non organizzasse i Championships, il torneo più antico e prestigioso del circuito tennistico. Ma, di fronte alla pandemia di coronavirus, è stata proprio la sua peculiarità – ovvero il disputarsi (unico Slam rimasto) sull’erba – a condannarlo, rendendo impossibile ogni alternativa. Come, per esempio, accadrà con il Roland Garros, slittato a settembre. Una soluzione impraticabile a Wimbledon, perché sono davvero troppo poche le settimane asciutte nell’estate britannica per immaginare un rinvio anche solo di qualche mese. […] Nel frattempo si devono accontentare delle imprese epiche del passato, sicuri che Wimbledon – nell’immaginario collettivo – resterà unico e inimitabile. Anche nella scelta, ufficializzata ieri, di distribuire pure quest’anno, a dispetto della cancellazione, il “prize money’: oltre 11 milioni di euro da ridistribuire ai 620 giocatori che avrebbero avuto la classifica – prima dell’emergenza sanitaria – per disputare il torneo. OSSIGENO. Ciascun giocatore di singolare dei tabelloni maschile e femminile riceverà dunque un assegno di 25.000 sterline, l’equivalente di 28.000 euro. Per i super campioni come Federer e Nadal si tratta di una mancetta di cortesia, ma per altri, i comprimari, rappresenta di certo una somma considerevole, più che mai gradita in questo periodo di limitata attività agonistica. Come ha sottolineato il direttore di Wimbledon, spiegando il senso della decisione. «Sappiamo che per molti atleti questi sono mesi di grande incertezza e preoccupazione – le parole di Richard Lewis – In molti dovranno affrontare difficoltà economiche inattese fin qui, ed è per questo che, avendone avuto la possibilità, siamo stati lieti di riconoscere questi premi». Grazie a una polizza assicurativa rinnovata dall’ultima epidemia di Sars, l’All England Club è riuscita ad annullare i contraccolpi economici causati dalla cancellazione dell’edizione 2020, riuscendo a coprire tutte le perdite. Rispetto ai qualificati di diritto al tabellone principale, ai giocatori che avrebbero affrontato le qualificazioni (224) verrà riconosciuto un gettone di 14.000 euro, il doppio di quanto andrà a ciascun doppista (7.000 euro). Un gesto di attenzione e generosità esteso anche ai professionisti che animano il torneo in carrozzina (singolare e doppio), tutti ugualmente omaggiati.

Ora Wimbledon paga tutti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Wimbledon si dimostra regale anche in un anno di cancellazione del torneo causa pandemia. Pagherà infatti 12,5 milioni di dollari in premi in denaro a 620 giocatori. […] I dirigenti del club hanno spiegato che i 256 giocatori che avrebbero partecipato al sorteggio del tabellone principale riceveranno ciascuno 31.000 dollari, mentre i 224 giocatori che avrebbero partecipato alle qualificazioni riceveranno ciascuno 15.600 dollari. Verranno pagati importi inferiori anche per i concorrenti in doppio e su sedia a rotelle. Cambieranno nel 2021 i criteri per la compilazione dei tabelloni. Non più teste di serie anche in funzione dei risultati su erba, ma solo derivanti dal ranking. In casa Italia domani torna (ore 10) la serie Al, maschile e femminile. […] Nel girone 1 maschile i campioni in carica del Selva Alta Vigevano fanno visita allo Sporting Sassuolo, mentre TC Match Ball Siracusa e CT Maglie si affrontano a caccia dei primi punti. Nel girone 2 l’ambizioso Park Genova, forte tra gli altri di Bolelli e Musetti, fa visita al Massalombarda. L’altra sfida oppone il TC Vela Messina al TC Panoli. Nel terzo raggruppamento regna l’equilibrio con le quattro formazioni tutte ad un punto dopo la “prima”. Testa a testa tra TC Genova 1893 e TC Sinalunga, TC Vicenza, con Marco Cecchinato, e TC Crema Nel girone 4 Lorenzo Sonego, che giovedì ha ricevuto ufficialmente il titolo di ambasciatore del territorio dalla sindaca di Torino, difenderà i colori del TC Italia Forte dei Marmi contro il New Tennis TDG. L’altro match opporrà l’SG Angiulli di Bari al Circolo del Tennis Palermo. In campo femminile l’US Tennis Beinasco di Giulia Gatto Monticone, numero 3 d’Italia, affronta il TC Parioli: «Sfida classica – ha detto la torinese – che cercheremo di portare dalla nostra parte, dopo il bell’esordio di domenica scorsa». Nello stesso girone completa il quadro CT Siena-TC Genova 1893. Girone 2 con match infine tra la CanottierCasale e le campionesse in carica del TC Prato; Bal Lumezzane e Tennis Lucca Semifinale bagnata e più volte interrotta quella di ieri tra Matteo Berrettini e Andrey Rublev, la seconda in ordine di tempo nel Thiem 7, torneo esibizione organizzato dall’austriaco numero 3 del mondo nella “sua” Kitzbuhel. Il primo stop dopo il palleggio di riscaldamento, il secondo sul 3-3 del primo set; il terzo sul 6-4 2-1 Rublev, con il russo che intanto aveva operato il break decisivo al decimo gioco del primo parziale. Il rinvio a stamane dopo l’ultimo tentativo di ripresa non riuscito. Oggi finalina alle 11,30, non prima delle 13 la finale con protagonista Thiem che ieri ha fermato in tre set lo spagnolo Bautista Agut. Alle 10 odierne conferenza stampa molto attesa a Palermo per il Wta che segnerà il ritorno del circuito agonistico mondiale femminile (1-9 agosto). Si sveleranno carte e nomi di spicco.

Federer in Italia palleggia sui tetti (Matteo Alvisi, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 In tempo di lockdown si allenavano a tennis giocando da un tetto all’altro delle loro abitazioni a Finale Ligure: il loro video era diventato subito virale. Ieri a Vittoria Oliveri e Carola Pessina si è unito addirittura la leggenda vivente del tennis mondiale, ovvero il campione svizzero Roger Federer che si è esibito a palleggiare sul ‘loro’ tetto anche insieme alle due ragazze. L’obiettivo dell’iniziativa era girare il nuovo spot della pasta italiana di cui l’ex numero uno è testimonial, proprio nella stessa location dove le due giovani tenniste sono diventate star del web, grazie al video che ha avuto ben 9 milioni di visualizzazioni ed è finito in prima pagina sul New York Times. […]. In questi giorni Re Roger, che ha in bacheca qualcosa come 20 titoli del Grande Slam, ha confessato che il ritiro dai tornei non è lontano, ma ha ribadito l’intenzione di tornare competitivo nel 2021 appena risolti i guai fisici che lo tormentano.

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Da ragazzino antipatico ad amico di una vita (Bertolucci). Berrettini: “Il primo coach? Mia nonna” (Burreddu)

La rassegna stampa di venerdì 10 luglio 2020

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Da ragazzino antipatico ad amico di una vita (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Ci siamo conosciuti tanti anni fa a Cesenatico. Io avevo 11 anni e lui 12. Ci siamo affrontati per la prima volta e devo dire che non era particolarmente simpatico. Io venivo da un piccolo paese, Forte dei Marmi, lui romano dei Parioli e il suo nome già circolava da tempo nell’ambiente tennistico. Poi abbiamo iniziato a frequentarci e la Federazione ci ha convocato a Formia con Mario Belardinelli che ci ha messo in camera insieme. Al mattino andavamo a scuola e il pomeriggio ci allenavamo. Sei anni in college ci hanno fatto crescere ed è maturata una bella amicizia. Da compagni di doppio a testimoni di nozze dei rispettivi matrimoni. Questo rapporto particolare è poi proseguito fuori dal campo anche negli anni seguenti. Adriano è sempre stato una persona molto generosa, che si annoiava nella ripetizione. Gli piaceva sempre inventarsi qualcosa, era un’anima in pena. Questo suo modo di intendere la vita lo esprimeva anche sul campo. Da ragazzino antipatico ad amico di una vita mai due punti alla stessa maniera, si inventava sempre qualcosa di diverso. Perché doveva creare, detestava la monotonia. Lo si vedeva anche fuori nella vita. Motonautica, paracadutismo. Ha fatto di tutto. Ora ci sentiamo meno, ogni tanto lo vedo sulle Dolomiti ma non scia più, passeggia come le persone di una certa età… Ultimamente gli ho anche detto: «Caro Panatta – lo chiamo sempre così -, passa il tempo, vedo che ti annoi». […] Panatta è un romano con un cuore d’oro che quando ha voluto esprimere il proprio talento ha dimostrato di essere un grande del tennis.

Berrettini: “Il primo coach? Mia nonna” (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

La fantasia l’ha imparata da nonna Lucia, che quando era piccolo gli ripeteva «leggi tanto e scrivi tanto», e allora Matteo Berrettini chiudeva gli occhi, faceva sì con la testa e quel consiglio non se l’è mai più scordato. Poi alla fantasia ha unito la tecnica, il talento, la sfacciataggine, il coraggio, ed è venuto fuori quel gran pezzo di tennis italiano che è. «Sto bene, mi sto anche divertendo. Mi mancavano l’agonismo, l’adrenalina, l’emozione: sto ritrovando anche tutto il resto. Stavo giocando un’altra esibizione, ma questa si avvicina al tennis normale». Scende tra le strade a esse di Kitzbuhel, dove Matteo è andato a disputare il torneo dell’altro ragazzo prodigio del tennis, Dominic Thiem. Ma il suo sguardo è più lungo, arriva fino a settembre, a quegli US Open che un anno fa servirono per farci innamorare di lui. «Ti cambia la vita in alcuni aspetti, ma non cambia il rapporto con le persone che ci sono sempre state. Una persona si può innamorare di me e del mio tennis, però non altera il mio modo di interfacciarmi ai miei familiari. La differenza è che loro sono ancora più fieri di me. Il successo è una cosa a parte, uno lo gestisce come vuole. lo però non sono un vip, non mi piace vivere nella notorietà». […] Giocherà gli US Open? «Ci sono troppi punti interrogativi ancora, la situazione è un po’ complessa, bisogna sapere alcune cose: il viaggio d’andata, il ritorno, cosa succederà se uno dovesse risultare positivo in America, se può tornare o se non può. Quindi decideremo una volta sapute tutte queste cose». Ma la pancia che le dice? «E’ ovvio che mi piacerebbe, mi piacerebbe tornare a competere a livelli di quel tipo. Anche se sarebbe diverso, senza pubblico». Come vive i tamponi, i continui controlli: sono un peso o si sente più sicuro? «Ormai siamo abituati, quindi non è un peso. Credo sia necessario per la sicurezza di tutti. E’ giusto che si faccia, se questo serve a tenerci lontano dai problemi. Finché non arriva il vaccino questa è l’unica maniera per stare sicuri». influirà sul tennis? «Sarà decisamente diverso. Il modo di giocare no, ma rapportarsi con gli altri sì. Le prime settimane di tutti i tornei saranno strane. La maggior parte dei tennisti non gioca da tempo, non ha l’adrenalina, la tensione. Di esibizioni ce ne sono tante, ma è diverso. E lo è anche il calendario: dal cemento alla terra in cosa pochi giorni». […] E’ la nonna che le ha dato i consigli giusti. «Le mie prof alle medie dicevano che scrivevo male, quella del liceo che scrivevo bene. Nonna fu la prima a dirmi che dovevo continuare a farlo. Adesso con il mio mental coach insistiamo su questa cosa». Ci vuole costanza. «Di indole non sono pigro, ma per alcune cose sì. Con la scrittura divento pigro se non mi sento ispirato. Ma la coltivo parecchio, il mio mental coach dice che riesco a mettere in parole quello che sento e che provo. Mi è utile”. […] Cosa le manca di più della vita di prima? «La libertà di fare quello che vuoi senza dover pensare troppo, senza aspettare notizie dagli organi competenti». Ha scoperto qualcosa di sé nel lungo periodo di stop, qualcosa che non sapeva di avere? «Mi sono accorto di quanto la competizione e il tennis fossero una parte integrante della mia vita quotidiana. Mi è mancata l’adrenalina, la sfida, il voler essere il migliore in tutto quello che faccio. Non ci pensavo. Pensavo di poter vivere in maniera più rilassata». Invece ha avuto crolli? «No, ma ho avuto dubbi rispetto a quello che stava succedendo, dubbio sul fatto che non si potesse ricominciare. Se non si può viaggiare, mi dicevo, come si fa a fare la vita che faccio». E quindi non può esserci un tennis senza essere nel frullatore? «Per me no, ma io mi ci sono ritrovato. Magari Federer è più abituato, il suo frullatore frulla un po’ meno. Il mio però va al massimo. E’ la vita che facciamo».

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Panatta 70: arte e incoscienza (Azzolini). Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Rossi)

La rassegna stampa di giovedì 9 luglio 2020

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Panatta 70: arte e incoscienza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono settanta Adriano… Auguri. A cosa ti fanno pensare? «Mah. Sono un mucchio… Direi un Mucchio Selvaggio. Tanti e sempre di corsa. Non mi lamento, ma un po’ mi girano. Nell’insieme me la sono cavata, sono stato fortunato e anche bravo, credo. I momenti belli sono stati più numerosi di quelli grigi. E gli amici in maggioranza rispetto ai nemici. E anche migliori. Però sì, mi girano. Un po’». […] Già. Settanta anni e un solo nemico… «Sì, uno». Lo dici tu? «Nessun segreto. La noia. Se mi annoio, la testa mi cappotta, come quei tennisti che per tentare una smorzata sono obbligati a eseguire un tuffo carpiato con avvitamento rovesciato, tanto è estrema l’impugnatura che utilizzano. Mi butto in qualsiasi impresa per sconfiggere la noia. Sono un cacciatore di noia». Nel tennis, il primo grande attaccante per noia… «È un’estremizzazione, ma c’è del vero. L’attacco era funzionale alla tattica, la presa della rete uno dei dettami del tennis che mi hanno insegnato, nel quale la prima sfida era cogliere le altrui debolezze, mentre oggi, lo sapete, è sommergere di botte l’avversario. Ma è vera una cosa: stare a fondo campo a spallettare mi faceva venire due… Come posso dire? Due…» Palloni pressostatici? Mongolfiere? Zeppelin? «Ecco, due mongolfiere grandi come dirigibili. E allora andavo avanti per vedere subito come finiva quel punto, e ricominciare da capo. All in… Tutto in uno. E non sono mai stato un giocatore di poker». All in… Anche a Parigi nel ’76, con Hutka. Sul match point hai attaccato sulla seconda di servizio, appoggiato una volée, annullato un pallonetto con la veronica e ottenuto il punto con una volée smorzata in tuffo. Arte o incoscienza? «Perché, l’una esclude l’altra? L’ho rivisto Hutka, proprio di recente. Ero al ritiro bagagli dell’aeroporto di Parigi, mi sento chiamare… Vedo un tipo bello, biondo, fascinoso. E tu chi sei, gli chiedo. Sono Pavel, mi fa. Ma chi, quel Pavel? Mi abbraccia e mi dice: quel match point me lo sono sognato per anni, poi l’ho rivisto di recente su internet e ho pensato che solo tu potevi giocarlo in quel modo. E stato un bel complimento». Con Kim Warwick è andata diversamente, mi sembra. «Situazione assurda, più unica che rara. Undici match point a Roma, primo turno del 1976. E vabbè, questa è storia nota… Lo incontro dopo un anno, al Queens, sull’erba, ottavi di finale. Vince il primo set e va avanti nel secondo. Arriva al match point e glielo annullo. Poi altri tre o quattro prima del tie break che si giocava sull’8 pari. Lì andiamo al faccia a faccia e mi costringe a fare i salti mortali. Alla fine, gli cancello altri undici match point. Ripeto… Undici. Incredibile. E vinco il tie break. Vedo Kim che si affloscia, come un bucatino stracotta Salgo 2-0 nel terzo set e lui ferma il gioco, mi chiama a rete. Mi fa.. «Io con te non gioco più». Ma dai, ma via, non te la prendere, siamo amici. Mi guarda con gli occhi vuoti. «Mai più», ripete quasi in lacrime, e se ne va dal campo. L’arbitro se la rideva, il pubblico non capiva. Chiesi se potevo tentare di riportarlo indietro. E mi precipito alla ruota di Kim. Dite, si è mai visto uno inseguire l’avversario per pregarlo di non ritirarsi? Niente, non volle sentire ragioni». L’hai più incontrato? «In campo no. Per sua fortuna». E fra i pallettari, il peggiore? «Higueras. Noioso e lamentoso. Al suo confronto Barazzutti aveva la verve di Jerry Lewis. Una volta in America terminai il mio match poco prima che i due scendessero in campo. Me ne andai al ristorante, mi intrattenni un po’ con gli amici, presi il caffè e l’ammazzacaffè. Quando tornai erano ancora sul 2-1 del primo set, e il pubblico tirava le lattine di Cola in campo». Che avversario fu Barazzutti? «Tosto. Era difficilissimo batterlo». Mai amici, però… «Mah, che vuoi che ti dica, siamo opposti per carattere e visione della vita, e gli anni hanno finito per depositare nuove scorie sul nostro rapporto. Non è stato mai l’amico del cuore, ma ci conosciamo fin troppo bene, eravamo parte di una squadra che si faceva rispettare. Una grande squadra. Non sono cose che si dimenticano. Una volta giocammo insieme anche in doppio…». Varsavia, 1919. Panatta/Barazzutti contro Fihak/Novicki «Vincemmo?» Sì, in quattro set. Ci fosse mai una volta che ti ricordi se un match l’hai vinto oppure no. Ci fai o ci sei? «Ci sono, ci sono… Ma guarda, è il mio antidoto. Con la complicità della memoria sbadata prendo le distanze dal tennis. Mi piace parlarne, ma a grandi linee, per massimi sistemi. Mi piace raccontarne le storie. E poi, nella mia vita ho fatto tante altre cose, per fortuna». La motonautica. A proposito di imprudenza… […] Settanta. Gli anni Settanta… «Troppo tennista per godermeli fino in fondo, ma anche troppo italiano per non avvertirne la carica negativa. La rabbia, le tensioni, la politica delle armi, la notte della Repubblica. All’inizio, pero, anni strepitosi, di inventiva e di voglie mai più sopite. Sentirsi liberi di costruire la propria vita. Un dono che, se solo potessi, farei alle generazioni di oggi. Il tennis era una piccola riserva indiana, ma con un privilegio, quello di offrirmi un passepartout per osservare un mondo che voleva cambiare, ovunque. Credo che le proteste degli anni Settanta siano state il primo movimento davvero globale, in tempi in cui la globalizzazione nemmeno esisteva sul vocabolario». Diciotto anni nel Sessantotto… «Sì, metà junior, metà già tennista, grandi pensieri e faccia da bambino. A Londra mi dicevano che somigliavo a Paul McCartney. Non era così vero, ma con le ragazze funzionava. Fu l’anno del cambiamento, l’inizio della cosiddetta Era Open. Lo sport dei ricchi apriva le porte alla popolarità, e lo faceva nel momento giusto. In fondo, nel sostituirsi ai re e all’aristocrazia come classe dirigente, la borghesia volle appropriarsi di un unico sport, il tennis, che simboleggiava uno status regale. L’Era Open fu l’ultimo passaggio, l’apertura definitiva alle masse». Per te furono anche gli anni di Formia. «Ogni tanto mi torna alla mente qualcosa e ci rido da solo. Dormivo all’Hotel Fagiano, in una stanzetta minima, due letti, l’altro era per Bertolucci. Di notte un freddo mai più sentito. Mettevamo la papalina e ci coprivano con le pagine dei giornali infilate sotto il pigiama. Di giorno, due campetti e tanto tennis, nel centro che ospitava anche gli azzurri dell’atletica. Mitici. Al grande Berruti quelli della velocità combinavano scherzi atroci. Un giorno riuscirono a parcheggiargli la macchina appena acquistata sopra un albero. Come abbiano fatto resta un mistero. Noi aspettavamo Pietrangeli, che di tanto in tanto si allenava con il gruppo. Io lo attaccavo e lui si spazientiva. “Aha, ariecchilo che m’attacca ‘st’impunito”. Poi urlava cercando Belardinelli, il nostro papà coach: “Belardaaa, questo m’attacca, glielo dici tu, o lo meno io?” Si rideva, e anche Nicola si divertiva». La tua prima vittima, Pietrangeli «Mah, era arrivato il momento. Fu un passaggio di consegne che prima o poi sarebbe giunto per vie naturali. Lui era un grande tennista, e io lo cercavo per batterlo. Nei tornei italiani chiedevo agli organizzatori di mettermi dalla sua parte del tabellone. Ma il match della svolta fu la prima finale agli Assoluti. Lo rimontai nel quinto set, lui gioco un match da leone e quando vinsi lo vidi triste e mi dispiacque. Ma abbiamo avuto sempre un tratto in comune, io e Nicola, non soffriamo di gelosie né di invidie. Zero, su tutta la linea. Negli anni successivi mi fece da chaperon in giro per tornei. Mi ha fatto conoscere attori, grandi personaggi, e anche il suo modo di vivere, un’autentica filosofia. Siamo amici da sempre, qualche volta ci sentiamo, ma ci vediamo giusto a Parigi, nei giorni del Roland Garros. Lui mi aspetta, perché vuole che lo porti in giro, nei locali che ama di più». E chi è stato… «Stai per chiedermi chi sia stato il più forte. Non farlo…» … Sì, invece. Chi? «Lui ha vinto di più in un tennis più facile del mio, e ha battuto grandissimi campioni. Io ho vinto di meno in un tennis più difficile del suo, e ho battuto grandissimi campioni. La conclusione? Non mi è mai fregato nulla di sapere chi sia stato il più forte, giuro. Di sicuro i miei anni hanno coinciso con l’affermazione del tennis in Italia. Credo di aver dato una mano, in quel senso». E il più forte di domani? Questo lo puoi dire. «Fognini ha ancora tempo per stupire, gioca un tennis di alto livello. Sinner è messo bene, anche di testa, cosa che alla sua età fa impressione. Occhio però all’eccessiva esposizione mediatica, data l’età, ma è forte e si vede. Piatti sta facendo un ottimo lavoro. Berrettini è la mia passione. Romano, bravo figlio, ma con l’aria di chi la sa lunga. Uno che gioca per migliorarsi, che poi è il segreto dei più forti. Sembra intenzionato ad andare di più a rete, e fa bene. Può ottenere punti facili e risparmiare un po’ di corse. Agli Us Open dell’anno scorso ho fatto un tifo becero per Matteo. Gli auguro di vincere molto più di me. Le doti non mancano». […] La questione Djokovic e i casi di Coronavirus. Ora lo chiamano DjoCovid… «Le regole si rispettano, punto. Altrimenti si fa la guerra al potere e si traggono le dovute conseguenze. Djokovic non ha fatto niente di tutto questo. Una brutta pagina. Peccato. Era una iniziativa benefica, ma si è trasformata in un disastro. Nole sembra assillato dall’idea di piacere a tutti i costi al pubblico, ma il confronto con Federer ormai è perso, gli appassionati hanno scelto Roger e al suo fianco pongono Nadal. Goat e bi-Goat. Nole è un grandissimo giocatore, ma alla fine, come sempre, non sarà decisiva la conta dei titoli vinti». Un consiglio ai ragazzi che cercano di ribaltare il vertice del tennis. «Si va in campo per vincere. E questo lo sanno benissimo. Ma lo spettacolo deve valere il prezzo del biglietto, e questo ogni tanto se lo scordano. Migliorare sempre, mettersi in discussione, è l’unica via». Chi ci riuscirà? Un nome solo… «Tsitsipas. Ha qualcosa in più». Alla fine, Adriano, la differenza sostanziale fra il tuo tennis e quello di oggi, qual è? «Sembrano due mondi differenti. Noi non scendevamo in campo per sopraffare l’avversario, ma per studiarlo, conoscerlo, e capire come batterlo. E poi, il Tour creava amicizie che durano ancora oggi. Con Bertolucci ho condiviso quasi tutto, con Nastase e Borg mi sento spesso al telefono, poi Tiriac, e Gerulaitis, povero Vitas, che dispiacere quando se n’è andato. Newcombe e Hoad, che mi dava del coglione perché non mi decidevo a vincere Wimbledon. Anche Dibbs. E Vilas, che ora non sta bene, per il quale provo un affetto grande così. Amici… Con cui condividevo storie bellissime e talvolta stupidissime». Ne racconti una? «Le conosci tutte, dai… Quella in Portogallo, con Nastase, Borg e Vitas, per esempio. Tornavamo in macchina dopo una serata parecchio folle, ed era ormai mattina. Il giorno dopo avevamo un’esibizione. Nastase era alla guida. Nel rimbecillimento generale, lo sento mugolare: se non faccio pipi, muoio. Vedo un posto, poco lontano, con un sacco di gente. Fermati lì, gli faccio. Ci fermiamo, chiediamo di indicarci il bagno, “Al secondo piano” dicono. Ci precipitiamo. C’era il cartello: bagno. Porta aperta con corrimano rosso. Però, che eleganza. Entriamo “Guarda questo pitale – ci dice Ilie sollevato, perché finalmente si liberava – ha perfino delle scene di caccia al cervo dipinte di lato”. Eravamo finiti nella residenza di campagna della famiglia reale, che era aperta al pubblico come museo». […]

Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Paolo Rossi, Repubblica)

[…] Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita? «Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli». Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza? «Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà chi. È bastato solo usare il cervello, sono sempre rimasto me stesso: quello che pensavo vent’anni fa lo penso anche adesso. Capisco che oggi basta vincere due partite e l’ultimo str**o va in televisione a pontificare. Ma non è mai stato il mio caso». Merito dell’educazione. O del carattere? «Sarà per l’educazione ricevuta dal miei genitori, ma anche per il mio modo di fare: non mi sono fatto travolgere, ho sempre parlato con tutti, con grande umiltà. Ripeto, non ho mai pensato di essere chissà chi perché tiravo delle palline all’incrocio delle righe». Suo papà, Ascenzio, cosa direbbe oggi? «Penso sarebbe orgoglioso di me, di quello che ho fatto. Oggi che la gente si ricorda ancora di me. Se penso a come veniva al Foro Italico a vedermi: sempre in maniera molto tranquilla, mai a vantarsi del figlio campione: lui si sedeva nella tribuna giocatori e, con grande discrezione, assisteva ai miei match». […] E oggi Ascenzio cosa direbbe di questo tennis moderno? «Sorriderebbe, vedendolo. Sì, credo proprio che avrebbe un sorriso un po’ ironico. Lo guarderebbe esattamente come lo guardo io. Così». Anche a lei non piace? «Non è questo. In fondo il tennis è cambiato per forza di cose: è, come definirlo, esasperato? Pieno di divismo. Guardate i giocatori, si muovono come stessero facendo chissà cosa». Invece le sue tante vite come sono state? «Vite? No, una sola e intensa. Una vita con tanti interessi, tanta voglia di curiosare e imparare a fare nuove cose. Perché non me n’è mai fregato niente di essere un campione, e non c’è niente di più faticoso di vivere la vita dell’ex campione. Per questo mi sono messo a fare altre cose: qualche volta ci sono riuscito, altre no». Come il suo tennis. «Esatto, lo esprimevo anche nel tennis. Ma perché c’è un motivo di fondo: io mi annoio facilmente, quindi ho bisogno di cose nuove, non sono un metodico. Ma capisco che ognuno ha il proprio carattere: io ho sempre voglia di mettermi in gioco, errori inclusi, come capita a tutti. È normale, no?». Il ciuffo ribelle le è rimasto. «Ribelle? Non so se è corretto. Ripeto, non ho mai finto di essere qualcun altro. Sono sempre stato così, per cui se per gli altri sono stato un ribelle va bene, ma io non sono mai cambiato e sono rimasto coerente a me stesso». Cosa ha lasciato al tennis? Quale eredità, o messaggio? «Spero in un bel ricordo, che la gente si sia divertita nel vedermi. Che si sia anche un po’ incazzata quando ho giocato sotto tono. Spero di aver lasciato un’emozione, perché penso che lo sport sia una forma di spettacolo e quindi quando esco vorrei andarmene con un’emozione. Come a teatro». […] Va bene: senta, ma tra il tennis e gli italiani che rapporto c’è? «Il tennis è perfetto per noi, che abbiamo estro e fantasia. Fattori che purtroppo oggi contano meno…». Ci fossero ancora le racchette di legno, chissà… «Sarebbe stato un altro gioco, completamente diverso. Ma probabilmente se i Federer, i Nadal e i Djokovlc avessero iniziato anche loro con il legno penso che sarebbero riusciti a trovare le soluzioni: ormai la palla si colpisce in maniera diversa». La sua soddisfazione più grande, Il Roland Garros? «L’essere nonno: ho figli e nipoti bellissimi, questa è la mia soddisfazione più grande». […] È il giorno del desideri: l’ultimo sfizio che vorrà togliersi? «Vivere gli ultimi anni della mia vita in serenità, umiltà, tranquillità e coerenza. In linea con quella che è stata la mia vita. Tutto qua».

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