Berrettini, cuore e testa verso le Finals (Crivelli). Berrettini gioca da Top 10. Dimitrov ko coi tie-break (Semeraro)

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Berrettini, cuore e testa verso le Finals (Crivelli). Berrettini gioca da Top 10. Dimitrov ko coi tie-break (Semeraro)

La rassegna stampa di giovedì 24 ottobre 2019

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Berrettini, cuore e testa verso le Finals (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Nei giorni dei match, cannonate con il dritto e con il servizio e nessun gesto d’affetto verso gli avversari. Fin qui, la settimana asburgica di Berrettini si è snodata alla perfezione: cuore, testa e braccio. Soprattutto, sta portando in dote altri punti pesanti per il sogno delle Finals, che sarebbero il premio meritatissimo a una maturazione rapida in cui si sono mescolati talento, ambizione, volontà e sacrificio. In Austria, Matteo si può godere per la prima volta fuori competizione (per lei la stagione è finita) la compagnia di Ajla Tomljianovic, la collega australiana con cui si frequenta da Wimbledon. E dunque martedì si sono dedicati a se stessi, ai musei e alle caffetterie del centro, prima di allenarsi insieme con una scommessa in palio: «Abbiamo deciso di giocare un tiebreak – racconta divertito il numero uno azzurro – e alla fine lo ha vinto lei, anche se forse non dovrei dirlo». Non preoccuparti, Berretto: nei tiebreak che contano davvero, non tradisci. Lo scopre sulla propria pelle di ex numero tre del mondo Grigor Dimitrov, certamente declinante ma sempre pericoloso nella giornata buona (chiedere al Federer di New York) e comunque 29 del mondo: rimane attaccato a una partita in cui è l’allievo di Santopadre a procurarsi le poche occasioni per allungare, ma nei due tiebreak si inchina alle prodezze di Matteo, meraviglioso soprattutto nel secondo, quando sigilla la sfida con il favoloso passante in corsa del 5-1 degno del miglior Lendl. Un’altra prova di feroce consapevolezza […] I numeri raccontano di 36 vincenti di Berrettini (14 ace) e l’89% di punti con la prima, un viatico di lusso verso i quarti di domani contro il vincente tra Chung e Rublev, partita che fu la finale della prima edizione delle Next Gen Finals nel 2017, mentre Matteo aveva appena perso il torneo della wild card italiana a Milano 3. La corsa verso Londra Ebbene sì: in appena 24 mesi Berretto è passato dalla delusione di un’assenza alla fondata speranza di una presenza. Rimane ottavo nella Race, guadagna altri 45 punti e oggi potrà gettare un occhio con serenità sui risultati dei rivali diretti (Bautista, Goffin e Fognini a Basilea, Monfils a Vienna contro Sinner), mentre Nishikori si sottrae dalla lotta comunicando lo stop per il resto della stagione e l’intervento chirurgico al polso destro che lo tormenta da mesi. La conquista delle Finals ci riporterebbe indietro fin quasi al 1976, la stagione mirabile del nostro tennis e l’ingombrante pietra di paragone di ogni generazione di tennisti italiani negli ultimi 40 anni […]

Berrettini gioca da Top 10. Dimitrov ko coi tie-break (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Matteo Berrettini batte anche Grigor Dimitrov e si prende i quarti dell’Atp 500 di Vienna (è la settima settimana consecutiva che un italiano ci riesce): 45 punti in più che valgono oro nella corsa alle Atp Finals. Il romano, che al momento è n.8 della Race e quindi virtualmente qualificato, sale a 2570 punti, 285 in meno di Zverev (n.7), ko martedì nell’altro “500” della settimana che si sta giocando a Basilea. Quel che conta di più, Matteo resterà in vantaggio sul suo immediato concorrente Bautista Agut, anche se lo spagnolo dovesse vincere oggi in Svizzera il suo secondo turno arrivando a 2530. Una sorta di slalom parallelo nella Mitteleuropa tennistica che prelude al gran finale della prossima settimana a Parigi-Bercy. La sconfitta di Zverev in realtà non ha aiutato troppo Matteo, visto che Bautista e l’altro inseguitore Goffin (10° con 2325 punti) restano in teoria padroni della parte bassa del tabellone di Basilea, dove dovrebbero incontrarsi nei quarti. Una chance la conservano, oltre a Fognini (11° a 2280), anche Monfils (12° a 2215), che a Vienna ha sudato tre set, facendo temere anche un ritiro, contro il ceco Novak; e Wawrinka, vincitore a Basilea su Cuevas – 14° a 1865 punti ma 13° di fatto visto il forfait di Nishikori per il reato della stagione. Giustamente però Matteo non bada ai faticosi calcoli della classifica virtuale, ma a vincere. La caviglia non è al 100%, ma il Berrettini che ha usato magistralmente due tie-break per sbarazzarsi dell’ex Top 10 Dimitrov (ora n.29) è l’identikit del giocatore vero, di un Top 10 autentico […] Ora attende il vincente fra Rublev e Chung. Oggi a Vienna torna in campo il baby meraviglia Jannik Sinner che ritrova Monfils, superato la settimana scorsa ad Anversa (2° match dalle 17.30), mentre Fognini sfida Krajinovic (2° match dalle 19) a Basilea […]

Sinner da record a 18 anni e 2 mesi. È il più giovane nella Top 100 del 2019 (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Il coach, ma anche un secondo padre, fin da quando accolse Sinner appena tredicenne all’Accademia di Bordighera. Riccardo Piatti racconta che l’unico momento di tensione con l’allievo è capitato prima degli Internazionali di Roma, quando il ragazzino, insieme con gli amici, ha passato un giorno di riposo dagli allenamenti facendo una gara di tuffi dagli scogli, non esattamente l’attività più consigliata per chi sta studiando da stella del tennis che verrà. È bastato tuttavia guardarlo negli occhi per accorgersi che il messaggio era passato. Del resto, soprattutto di fronte alle ultime, esaltanti giornate di Jannik, il pensiero che abbia solo 18 anni e due mesi e quindi le spinte emotive tipiche dell’età, rimane confinato ai margini: in tutto ciò che riguarda il suo sport, Sinner si muove e ragiona come un veterano. Ma intanto i numeri ci dicono che da lunedì sarà il più giovane top 100 del 2019, e il più giovane italiano di sempre, meglio dei 18 anni e 5 mesi di Nargiso. Stavolta non ci saranno dubbi o giapponesi dai nomi strani a impedirne l’ingresso in pompa magna nel primo scalino dell’elité: se anche dovesse perdere oggi a Vienna contro Monfils, appena affrontato e battuto ad Anversa, sarà al peggio numero 98, mentre in caso di vittoria salirebbe addirittura al numero 83, garantendosi sostanzialmente gli Australian Open dalla porta principale. Un salto nella storia autorizza i sogni: a parte il fenomeno Nadal, che entrò nei 100 a 16 anni e 9 mesi, Djokovic e Federer ci arrivarono a 18 anni e un mese da numero 94 e numero 95. Insomma, siamo in linea con i più grandi. E la wild card che gli è stata intelligentemente concessa per le Next Gen Finals di Milano (5-9 novembre) rischia di rivelarsi inutile, perché Jannik può qualificarsi direttamente: al momento è 10°, ma Tsitsipas andrà al Masters dei grandi e Auger-Aliassime è infortunato, tanto che salterà Parigi-Bercy […]

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Niente Wimbledon ma premi per tutti (Crivelli, Marcotti, Bertellino). Federer in Italia palleggia sui tetti (Alvisi)

La rassegna stampa del 11 luglio 2020

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Wimbledon, premi ai giocatori anche senza il torneo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Anche nell’anno in cui la pandemia l’ha obbligato a non aprire le Doherty Gates per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, Wimbledon ribadisce la sua diversità: e lo fa distribuendo premi in denaro aI 620 giocatori e giocatrici (singolaristi, doppisti e tennisti in carrozzina) che avrebbero avuto la classifica per giocare il torneo o almeno le qualificazioni. La cifra utilizzata,11.850.000 euro, è quella che l’All England Lawn and Tennis Club ha ricevuto come indennizzo dall assicurazione Covid e verrà così distribuita: ai 256 giocatori dei tabelloni principali 27.940 euro, aI 224 che avrebbero potuto iscriversi alle qualificazioni 13.970 euro, aI 120 doppisti 6984 euro. […] Ma c’è un’altra grande novità che arriva da Londra: dall’anno prossimo, le teste di serie maschili non saranno più legate all’algoritmo che dal 2002 le decide sulla base del ranking e dei risultati sull’erba degli ultimi due anni, con la conseguenza di favorire gli specialisti, ma seguiranno pedissequamente la classifica (per le donne è già così). In questi giorni in cui Wimbledon avrebbe celebrato il suo epilogo, la pioggia si è trasferita a Kitzbuehel, all’esibizione organizzata da Thiem: l’austriaco è in finale dopo aver battuto Bautista, 6-7 6-2 6-2, ma la semifinale Berrettini-Rublev è stata rinviata a oggi con il russo avanti 6-4 2-1.

Niente Wimbledon ma premi per tutti (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

 

[…] Non era mai successo dalla Seconda guerra mondiale che l’All England Club non organizzasse i Championships, il torneo più antico e prestigioso del circuito tennistico. Ma, di fronte alla pandemia di coronavirus, è stata proprio la sua peculiarità – ovvero il disputarsi (unico Slam rimasto) sull’erba – a condannarlo, rendendo impossibile ogni alternativa. Come, per esempio, accadrà con il Roland Garros, slittato a settembre. Una soluzione impraticabile a Wimbledon, perché sono davvero troppo poche le settimane asciutte nell’estate britannica per immaginare un rinvio anche solo di qualche mese. […] Nel frattempo si devono accontentare delle imprese epiche del passato, sicuri che Wimbledon – nell’immaginario collettivo – resterà unico e inimitabile. Anche nella scelta, ufficializzata ieri, di distribuire pure quest’anno, a dispetto della cancellazione, il “prize money’: oltre 11 milioni di euro da ridistribuire ai 620 giocatori che avrebbero avuto la classifica – prima dell’emergenza sanitaria – per disputare il torneo. OSSIGENO. Ciascun giocatore di singolare dei tabelloni maschile e femminile riceverà dunque un assegno di 25.000 sterline, l’equivalente di 28.000 euro. Per i super campioni come Federer e Nadal si tratta di una mancetta di cortesia, ma per altri, i comprimari, rappresenta di certo una somma considerevole, più che mai gradita in questo periodo di limitata attività agonistica. Come ha sottolineato il direttore di Wimbledon, spiegando il senso della decisione. «Sappiamo che per molti atleti questi sono mesi di grande incertezza e preoccupazione – le parole di Richard Lewis – In molti dovranno affrontare difficoltà economiche inattese fin qui, ed è per questo che, avendone avuto la possibilità, siamo stati lieti di riconoscere questi premi». Grazie a una polizza assicurativa rinnovata dall’ultima epidemia di Sars, l’All England Club è riuscita ad annullare i contraccolpi economici causati dalla cancellazione dell’edizione 2020, riuscendo a coprire tutte le perdite. Rispetto ai qualificati di diritto al tabellone principale, ai giocatori che avrebbero affrontato le qualificazioni (224) verrà riconosciuto un gettone di 14.000 euro, il doppio di quanto andrà a ciascun doppista (7.000 euro). Un gesto di attenzione e generosità esteso anche ai professionisti che animano il torneo in carrozzina (singolare e doppio), tutti ugualmente omaggiati.

Ora Wimbledon paga tutti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Wimbledon si dimostra regale anche in un anno di cancellazione del torneo causa pandemia. Pagherà infatti 12,5 milioni di dollari in premi in denaro a 620 giocatori. […] I dirigenti del club hanno spiegato che i 256 giocatori che avrebbero partecipato al sorteggio del tabellone principale riceveranno ciascuno 31.000 dollari, mentre i 224 giocatori che avrebbero partecipato alle qualificazioni riceveranno ciascuno 15.600 dollari. Verranno pagati importi inferiori anche per i concorrenti in doppio e su sedia a rotelle. Cambieranno nel 2021 i criteri per la compilazione dei tabelloni. Non più teste di serie anche in funzione dei risultati su erba, ma solo derivanti dal ranking. In casa Italia domani torna (ore 10) la serie Al, maschile e femminile. […] Nel girone 1 maschile i campioni in carica del Selva Alta Vigevano fanno visita allo Sporting Sassuolo, mentre TC Match Ball Siracusa e CT Maglie si affrontano a caccia dei primi punti. Nel girone 2 l’ambizioso Park Genova, forte tra gli altri di Bolelli e Musetti, fa visita al Massalombarda. L’altra sfida oppone il TC Vela Messina al TC Panoli. Nel terzo raggruppamento regna l’equilibrio con le quattro formazioni tutte ad un punto dopo la “prima”. Testa a testa tra TC Genova 1893 e TC Sinalunga, TC Vicenza, con Marco Cecchinato, e TC Crema Nel girone 4 Lorenzo Sonego, che giovedì ha ricevuto ufficialmente il titolo di ambasciatore del territorio dalla sindaca di Torino, difenderà i colori del TC Italia Forte dei Marmi contro il New Tennis TDG. L’altro match opporrà l’SG Angiulli di Bari al Circolo del Tennis Palermo. In campo femminile l’US Tennis Beinasco di Giulia Gatto Monticone, numero 3 d’Italia, affronta il TC Parioli: «Sfida classica – ha detto la torinese – che cercheremo di portare dalla nostra parte, dopo il bell’esordio di domenica scorsa». Nello stesso girone completa il quadro CT Siena-TC Genova 1893. Girone 2 con match infine tra la CanottierCasale e le campionesse in carica del TC Prato; Bal Lumezzane e Tennis Lucca Semifinale bagnata e più volte interrotta quella di ieri tra Matteo Berrettini e Andrey Rublev, la seconda in ordine di tempo nel Thiem 7, torneo esibizione organizzato dall’austriaco numero 3 del mondo nella “sua” Kitzbuhel. Il primo stop dopo il palleggio di riscaldamento, il secondo sul 3-3 del primo set; il terzo sul 6-4 2-1 Rublev, con il russo che intanto aveva operato il break decisivo al decimo gioco del primo parziale. Il rinvio a stamane dopo l’ultimo tentativo di ripresa non riuscito. Oggi finalina alle 11,30, non prima delle 13 la finale con protagonista Thiem che ieri ha fermato in tre set lo spagnolo Bautista Agut. Alle 10 odierne conferenza stampa molto attesa a Palermo per il Wta che segnerà il ritorno del circuito agonistico mondiale femminile (1-9 agosto). Si sveleranno carte e nomi di spicco.

Federer in Italia palleggia sui tetti (Matteo Alvisi, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 In tempo di lockdown si allenavano a tennis giocando da un tetto all’altro delle loro abitazioni a Finale Ligure: il loro video era diventato subito virale. Ieri a Vittoria Oliveri e Carola Pessina si è unito addirittura la leggenda vivente del tennis mondiale, ovvero il campione svizzero Roger Federer che si è esibito a palleggiare sul ‘loro’ tetto anche insieme alle due ragazze. L’obiettivo dell’iniziativa era girare il nuovo spot della pasta italiana di cui l’ex numero uno è testimonial, proprio nella stessa location dove le due giovani tenniste sono diventate star del web, grazie al video che ha avuto ben 9 milioni di visualizzazioni ed è finito in prima pagina sul New York Times. […]. In questi giorni Re Roger, che ha in bacheca qualcosa come 20 titoli del Grande Slam, ha confessato che il ritiro dai tornei non è lontano, ma ha ribadito l’intenzione di tornare competitivo nel 2021 appena risolti i guai fisici che lo tormentano.

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Da ragazzino antipatico ad amico di una vita (Bertolucci). Berrettini: “Il primo coach? Mia nonna” (Burreddu)

La rassegna stampa di venerdì 10 luglio 2020

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Da ragazzino antipatico ad amico di una vita (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Ci siamo conosciuti tanti anni fa a Cesenatico. Io avevo 11 anni e lui 12. Ci siamo affrontati per la prima volta e devo dire che non era particolarmente simpatico. Io venivo da un piccolo paese, Forte dei Marmi, lui romano dei Parioli e il suo nome già circolava da tempo nell’ambiente tennistico. Poi abbiamo iniziato a frequentarci e la Federazione ci ha convocato a Formia con Mario Belardinelli che ci ha messo in camera insieme. Al mattino andavamo a scuola e il pomeriggio ci allenavamo. Sei anni in college ci hanno fatto crescere ed è maturata una bella amicizia. Da compagni di doppio a testimoni di nozze dei rispettivi matrimoni. Questo rapporto particolare è poi proseguito fuori dal campo anche negli anni seguenti. Adriano è sempre stato una persona molto generosa, che si annoiava nella ripetizione. Gli piaceva sempre inventarsi qualcosa, era un’anima in pena. Questo suo modo di intendere la vita lo esprimeva anche sul campo. Da ragazzino antipatico ad amico di una vita mai due punti alla stessa maniera, si inventava sempre qualcosa di diverso. Perché doveva creare, detestava la monotonia. Lo si vedeva anche fuori nella vita. Motonautica, paracadutismo. Ha fatto di tutto. Ora ci sentiamo meno, ogni tanto lo vedo sulle Dolomiti ma non scia più, passeggia come le persone di una certa età… Ultimamente gli ho anche detto: «Caro Panatta – lo chiamo sempre così -, passa il tempo, vedo che ti annoi». […] Panatta è un romano con un cuore d’oro che quando ha voluto esprimere il proprio talento ha dimostrato di essere un grande del tennis.

Berrettini: “Il primo coach? Mia nonna” (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

La fantasia l’ha imparata da nonna Lucia, che quando era piccolo gli ripeteva «leggi tanto e scrivi tanto», e allora Matteo Berrettini chiudeva gli occhi, faceva sì con la testa e quel consiglio non se l’è mai più scordato. Poi alla fantasia ha unito la tecnica, il talento, la sfacciataggine, il coraggio, ed è venuto fuori quel gran pezzo di tennis italiano che è. «Sto bene, mi sto anche divertendo. Mi mancavano l’agonismo, l’adrenalina, l’emozione: sto ritrovando anche tutto il resto. Stavo giocando un’altra esibizione, ma questa si avvicina al tennis normale». Scende tra le strade a esse di Kitzbuhel, dove Matteo è andato a disputare il torneo dell’altro ragazzo prodigio del tennis, Dominic Thiem. Ma il suo sguardo è più lungo, arriva fino a settembre, a quegli US Open che un anno fa servirono per farci innamorare di lui. «Ti cambia la vita in alcuni aspetti, ma non cambia il rapporto con le persone che ci sono sempre state. Una persona si può innamorare di me e del mio tennis, però non altera il mio modo di interfacciarmi ai miei familiari. La differenza è che loro sono ancora più fieri di me. Il successo è una cosa a parte, uno lo gestisce come vuole. lo però non sono un vip, non mi piace vivere nella notorietà». […] Giocherà gli US Open? «Ci sono troppi punti interrogativi ancora, la situazione è un po’ complessa, bisogna sapere alcune cose: il viaggio d’andata, il ritorno, cosa succederà se uno dovesse risultare positivo in America, se può tornare o se non può. Quindi decideremo una volta sapute tutte queste cose». Ma la pancia che le dice? «E’ ovvio che mi piacerebbe, mi piacerebbe tornare a competere a livelli di quel tipo. Anche se sarebbe diverso, senza pubblico». Come vive i tamponi, i continui controlli: sono un peso o si sente più sicuro? «Ormai siamo abituati, quindi non è un peso. Credo sia necessario per la sicurezza di tutti. E’ giusto che si faccia, se questo serve a tenerci lontano dai problemi. Finché non arriva il vaccino questa è l’unica maniera per stare sicuri». influirà sul tennis? «Sarà decisamente diverso. Il modo di giocare no, ma rapportarsi con gli altri sì. Le prime settimane di tutti i tornei saranno strane. La maggior parte dei tennisti non gioca da tempo, non ha l’adrenalina, la tensione. Di esibizioni ce ne sono tante, ma è diverso. E lo è anche il calendario: dal cemento alla terra in cosa pochi giorni». […] E’ la nonna che le ha dato i consigli giusti. «Le mie prof alle medie dicevano che scrivevo male, quella del liceo che scrivevo bene. Nonna fu la prima a dirmi che dovevo continuare a farlo. Adesso con il mio mental coach insistiamo su questa cosa». Ci vuole costanza. «Di indole non sono pigro, ma per alcune cose sì. Con la scrittura divento pigro se non mi sento ispirato. Ma la coltivo parecchio, il mio mental coach dice che riesco a mettere in parole quello che sento e che provo. Mi è utile”. […] Cosa le manca di più della vita di prima? «La libertà di fare quello che vuoi senza dover pensare troppo, senza aspettare notizie dagli organi competenti». Ha scoperto qualcosa di sé nel lungo periodo di stop, qualcosa che non sapeva di avere? «Mi sono accorto di quanto la competizione e il tennis fossero una parte integrante della mia vita quotidiana. Mi è mancata l’adrenalina, la sfida, il voler essere il migliore in tutto quello che faccio. Non ci pensavo. Pensavo di poter vivere in maniera più rilassata». Invece ha avuto crolli? «No, ma ho avuto dubbi rispetto a quello che stava succedendo, dubbio sul fatto che non si potesse ricominciare. Se non si può viaggiare, mi dicevo, come si fa a fare la vita che faccio». E quindi non può esserci un tennis senza essere nel frullatore? «Per me no, ma io mi ci sono ritrovato. Magari Federer è più abituato, il suo frullatore frulla un po’ meno. Il mio però va al massimo. E’ la vita che facciamo».

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Panatta 70: arte e incoscienza (Azzolini). Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Rossi)

La rassegna stampa di giovedì 9 luglio 2020

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Panatta 70: arte e incoscienza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono settanta Adriano… Auguri. A cosa ti fanno pensare? «Mah. Sono un mucchio… Direi un Mucchio Selvaggio. Tanti e sempre di corsa. Non mi lamento, ma un po’ mi girano. Nell’insieme me la sono cavata, sono stato fortunato e anche bravo, credo. I momenti belli sono stati più numerosi di quelli grigi. E gli amici in maggioranza rispetto ai nemici. E anche migliori. Però sì, mi girano. Un po’». […] Già. Settanta anni e un solo nemico… «Sì, uno». Lo dici tu? «Nessun segreto. La noia. Se mi annoio, la testa mi cappotta, come quei tennisti che per tentare una smorzata sono obbligati a eseguire un tuffo carpiato con avvitamento rovesciato, tanto è estrema l’impugnatura che utilizzano. Mi butto in qualsiasi impresa per sconfiggere la noia. Sono un cacciatore di noia». Nel tennis, il primo grande attaccante per noia… «È un’estremizzazione, ma c’è del vero. L’attacco era funzionale alla tattica, la presa della rete uno dei dettami del tennis che mi hanno insegnato, nel quale la prima sfida era cogliere le altrui debolezze, mentre oggi, lo sapete, è sommergere di botte l’avversario. Ma è vera una cosa: stare a fondo campo a spallettare mi faceva venire due… Come posso dire? Due…» Palloni pressostatici? Mongolfiere? Zeppelin? «Ecco, due mongolfiere grandi come dirigibili. E allora andavo avanti per vedere subito come finiva quel punto, e ricominciare da capo. All in… Tutto in uno. E non sono mai stato un giocatore di poker». All in… Anche a Parigi nel ’76, con Hutka. Sul match point hai attaccato sulla seconda di servizio, appoggiato una volée, annullato un pallonetto con la veronica e ottenuto il punto con una volée smorzata in tuffo. Arte o incoscienza? «Perché, l’una esclude l’altra? L’ho rivisto Hutka, proprio di recente. Ero al ritiro bagagli dell’aeroporto di Parigi, mi sento chiamare… Vedo un tipo bello, biondo, fascinoso. E tu chi sei, gli chiedo. Sono Pavel, mi fa. Ma chi, quel Pavel? Mi abbraccia e mi dice: quel match point me lo sono sognato per anni, poi l’ho rivisto di recente su internet e ho pensato che solo tu potevi giocarlo in quel modo. E stato un bel complimento». Con Kim Warwick è andata diversamente, mi sembra. «Situazione assurda, più unica che rara. Undici match point a Roma, primo turno del 1976. E vabbè, questa è storia nota… Lo incontro dopo un anno, al Queens, sull’erba, ottavi di finale. Vince il primo set e va avanti nel secondo. Arriva al match point e glielo annullo. Poi altri tre o quattro prima del tie break che si giocava sull’8 pari. Lì andiamo al faccia a faccia e mi costringe a fare i salti mortali. Alla fine, gli cancello altri undici match point. Ripeto… Undici. Incredibile. E vinco il tie break. Vedo Kim che si affloscia, come un bucatino stracotta Salgo 2-0 nel terzo set e lui ferma il gioco, mi chiama a rete. Mi fa.. «Io con te non gioco più». Ma dai, ma via, non te la prendere, siamo amici. Mi guarda con gli occhi vuoti. «Mai più», ripete quasi in lacrime, e se ne va dal campo. L’arbitro se la rideva, il pubblico non capiva. Chiesi se potevo tentare di riportarlo indietro. E mi precipito alla ruota di Kim. Dite, si è mai visto uno inseguire l’avversario per pregarlo di non ritirarsi? Niente, non volle sentire ragioni». L’hai più incontrato? «In campo no. Per sua fortuna». E fra i pallettari, il peggiore? «Higueras. Noioso e lamentoso. Al suo confronto Barazzutti aveva la verve di Jerry Lewis. Una volta in America terminai il mio match poco prima che i due scendessero in campo. Me ne andai al ristorante, mi intrattenni un po’ con gli amici, presi il caffè e l’ammazzacaffè. Quando tornai erano ancora sul 2-1 del primo set, e il pubblico tirava le lattine di Cola in campo». Che avversario fu Barazzutti? «Tosto. Era difficilissimo batterlo». Mai amici, però… «Mah, che vuoi che ti dica, siamo opposti per carattere e visione della vita, e gli anni hanno finito per depositare nuove scorie sul nostro rapporto. Non è stato mai l’amico del cuore, ma ci conosciamo fin troppo bene, eravamo parte di una squadra che si faceva rispettare. Una grande squadra. Non sono cose che si dimenticano. Una volta giocammo insieme anche in doppio…». Varsavia, 1919. Panatta/Barazzutti contro Fihak/Novicki «Vincemmo?» Sì, in quattro set. Ci fosse mai una volta che ti ricordi se un match l’hai vinto oppure no. Ci fai o ci sei? «Ci sono, ci sono… Ma guarda, è il mio antidoto. Con la complicità della memoria sbadata prendo le distanze dal tennis. Mi piace parlarne, ma a grandi linee, per massimi sistemi. Mi piace raccontarne le storie. E poi, nella mia vita ho fatto tante altre cose, per fortuna». La motonautica. A proposito di imprudenza… […] Settanta. Gli anni Settanta… «Troppo tennista per godermeli fino in fondo, ma anche troppo italiano per non avvertirne la carica negativa. La rabbia, le tensioni, la politica delle armi, la notte della Repubblica. All’inizio, pero, anni strepitosi, di inventiva e di voglie mai più sopite. Sentirsi liberi di costruire la propria vita. Un dono che, se solo potessi, farei alle generazioni di oggi. Il tennis era una piccola riserva indiana, ma con un privilegio, quello di offrirmi un passepartout per osservare un mondo che voleva cambiare, ovunque. Credo che le proteste degli anni Settanta siano state il primo movimento davvero globale, in tempi in cui la globalizzazione nemmeno esisteva sul vocabolario». Diciotto anni nel Sessantotto… «Sì, metà junior, metà già tennista, grandi pensieri e faccia da bambino. A Londra mi dicevano che somigliavo a Paul McCartney. Non era così vero, ma con le ragazze funzionava. Fu l’anno del cambiamento, l’inizio della cosiddetta Era Open. Lo sport dei ricchi apriva le porte alla popolarità, e lo faceva nel momento giusto. In fondo, nel sostituirsi ai re e all’aristocrazia come classe dirigente, la borghesia volle appropriarsi di un unico sport, il tennis, che simboleggiava uno status regale. L’Era Open fu l’ultimo passaggio, l’apertura definitiva alle masse». Per te furono anche gli anni di Formia. «Ogni tanto mi torna alla mente qualcosa e ci rido da solo. Dormivo all’Hotel Fagiano, in una stanzetta minima, due letti, l’altro era per Bertolucci. Di notte un freddo mai più sentito. Mettevamo la papalina e ci coprivano con le pagine dei giornali infilate sotto il pigiama. Di giorno, due campetti e tanto tennis, nel centro che ospitava anche gli azzurri dell’atletica. Mitici. Al grande Berruti quelli della velocità combinavano scherzi atroci. Un giorno riuscirono a parcheggiargli la macchina appena acquistata sopra un albero. Come abbiano fatto resta un mistero. Noi aspettavamo Pietrangeli, che di tanto in tanto si allenava con il gruppo. Io lo attaccavo e lui si spazientiva. “Aha, ariecchilo che m’attacca ‘st’impunito”. Poi urlava cercando Belardinelli, il nostro papà coach: “Belardaaa, questo m’attacca, glielo dici tu, o lo meno io?” Si rideva, e anche Nicola si divertiva». La tua prima vittima, Pietrangeli «Mah, era arrivato il momento. Fu un passaggio di consegne che prima o poi sarebbe giunto per vie naturali. Lui era un grande tennista, e io lo cercavo per batterlo. Nei tornei italiani chiedevo agli organizzatori di mettermi dalla sua parte del tabellone. Ma il match della svolta fu la prima finale agli Assoluti. Lo rimontai nel quinto set, lui gioco un match da leone e quando vinsi lo vidi triste e mi dispiacque. Ma abbiamo avuto sempre un tratto in comune, io e Nicola, non soffriamo di gelosie né di invidie. Zero, su tutta la linea. Negli anni successivi mi fece da chaperon in giro per tornei. Mi ha fatto conoscere attori, grandi personaggi, e anche il suo modo di vivere, un’autentica filosofia. Siamo amici da sempre, qualche volta ci sentiamo, ma ci vediamo giusto a Parigi, nei giorni del Roland Garros. Lui mi aspetta, perché vuole che lo porti in giro, nei locali che ama di più». E chi è stato… «Stai per chiedermi chi sia stato il più forte. Non farlo…» … Sì, invece. Chi? «Lui ha vinto di più in un tennis più facile del mio, e ha battuto grandissimi campioni. Io ho vinto di meno in un tennis più difficile del suo, e ho battuto grandissimi campioni. La conclusione? Non mi è mai fregato nulla di sapere chi sia stato il più forte, giuro. Di sicuro i miei anni hanno coinciso con l’affermazione del tennis in Italia. Credo di aver dato una mano, in quel senso». E il più forte di domani? Questo lo puoi dire. «Fognini ha ancora tempo per stupire, gioca un tennis di alto livello. Sinner è messo bene, anche di testa, cosa che alla sua età fa impressione. Occhio però all’eccessiva esposizione mediatica, data l’età, ma è forte e si vede. Piatti sta facendo un ottimo lavoro. Berrettini è la mia passione. Romano, bravo figlio, ma con l’aria di chi la sa lunga. Uno che gioca per migliorarsi, che poi è il segreto dei più forti. Sembra intenzionato ad andare di più a rete, e fa bene. Può ottenere punti facili e risparmiare un po’ di corse. Agli Us Open dell’anno scorso ho fatto un tifo becero per Matteo. Gli auguro di vincere molto più di me. Le doti non mancano». […] La questione Djokovic e i casi di Coronavirus. Ora lo chiamano DjoCovid… «Le regole si rispettano, punto. Altrimenti si fa la guerra al potere e si traggono le dovute conseguenze. Djokovic non ha fatto niente di tutto questo. Una brutta pagina. Peccato. Era una iniziativa benefica, ma si è trasformata in un disastro. Nole sembra assillato dall’idea di piacere a tutti i costi al pubblico, ma il confronto con Federer ormai è perso, gli appassionati hanno scelto Roger e al suo fianco pongono Nadal. Goat e bi-Goat. Nole è un grandissimo giocatore, ma alla fine, come sempre, non sarà decisiva la conta dei titoli vinti». Un consiglio ai ragazzi che cercano di ribaltare il vertice del tennis. «Si va in campo per vincere. E questo lo sanno benissimo. Ma lo spettacolo deve valere il prezzo del biglietto, e questo ogni tanto se lo scordano. Migliorare sempre, mettersi in discussione, è l’unica via». Chi ci riuscirà? Un nome solo… «Tsitsipas. Ha qualcosa in più». Alla fine, Adriano, la differenza sostanziale fra il tuo tennis e quello di oggi, qual è? «Sembrano due mondi differenti. Noi non scendevamo in campo per sopraffare l’avversario, ma per studiarlo, conoscerlo, e capire come batterlo. E poi, il Tour creava amicizie che durano ancora oggi. Con Bertolucci ho condiviso quasi tutto, con Nastase e Borg mi sento spesso al telefono, poi Tiriac, e Gerulaitis, povero Vitas, che dispiacere quando se n’è andato. Newcombe e Hoad, che mi dava del coglione perché non mi decidevo a vincere Wimbledon. Anche Dibbs. E Vilas, che ora non sta bene, per il quale provo un affetto grande così. Amici… Con cui condividevo storie bellissime e talvolta stupidissime». Ne racconti una? «Le conosci tutte, dai… Quella in Portogallo, con Nastase, Borg e Vitas, per esempio. Tornavamo in macchina dopo una serata parecchio folle, ed era ormai mattina. Il giorno dopo avevamo un’esibizione. Nastase era alla guida. Nel rimbecillimento generale, lo sento mugolare: se non faccio pipi, muoio. Vedo un posto, poco lontano, con un sacco di gente. Fermati lì, gli faccio. Ci fermiamo, chiediamo di indicarci il bagno, “Al secondo piano” dicono. Ci precipitiamo. C’era il cartello: bagno. Porta aperta con corrimano rosso. Però, che eleganza. Entriamo “Guarda questo pitale – ci dice Ilie sollevato, perché finalmente si liberava – ha perfino delle scene di caccia al cervo dipinte di lato”. Eravamo finiti nella residenza di campagna della famiglia reale, che era aperta al pubblico come museo». […]

Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Paolo Rossi, Repubblica)

[…] Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita? «Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli». Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza? «Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà chi. È bastato solo usare il cervello, sono sempre rimasto me stesso: quello che pensavo vent’anni fa lo penso anche adesso. Capisco che oggi basta vincere due partite e l’ultimo str**o va in televisione a pontificare. Ma non è mai stato il mio caso». Merito dell’educazione. O del carattere? «Sarà per l’educazione ricevuta dal miei genitori, ma anche per il mio modo di fare: non mi sono fatto travolgere, ho sempre parlato con tutti, con grande umiltà. Ripeto, non ho mai pensato di essere chissà chi perché tiravo delle palline all’incrocio delle righe». Suo papà, Ascenzio, cosa direbbe oggi? «Penso sarebbe orgoglioso di me, di quello che ho fatto. Oggi che la gente si ricorda ancora di me. Se penso a come veniva al Foro Italico a vedermi: sempre in maniera molto tranquilla, mai a vantarsi del figlio campione: lui si sedeva nella tribuna giocatori e, con grande discrezione, assisteva ai miei match». […] E oggi Ascenzio cosa direbbe di questo tennis moderno? «Sorriderebbe, vedendolo. Sì, credo proprio che avrebbe un sorriso un po’ ironico. Lo guarderebbe esattamente come lo guardo io. Così». Anche a lei non piace? «Non è questo. In fondo il tennis è cambiato per forza di cose: è, come definirlo, esasperato? Pieno di divismo. Guardate i giocatori, si muovono come stessero facendo chissà cosa». Invece le sue tante vite come sono state? «Vite? No, una sola e intensa. Una vita con tanti interessi, tanta voglia di curiosare e imparare a fare nuove cose. Perché non me n’è mai fregato niente di essere un campione, e non c’è niente di più faticoso di vivere la vita dell’ex campione. Per questo mi sono messo a fare altre cose: qualche volta ci sono riuscito, altre no». Come il suo tennis. «Esatto, lo esprimevo anche nel tennis. Ma perché c’è un motivo di fondo: io mi annoio facilmente, quindi ho bisogno di cose nuove, non sono un metodico. Ma capisco che ognuno ha il proprio carattere: io ho sempre voglia di mettermi in gioco, errori inclusi, come capita a tutti. È normale, no?». Il ciuffo ribelle le è rimasto. «Ribelle? Non so se è corretto. Ripeto, non ho mai finto di essere qualcun altro. Sono sempre stato così, per cui se per gli altri sono stato un ribelle va bene, ma io non sono mai cambiato e sono rimasto coerente a me stesso». Cosa ha lasciato al tennis? Quale eredità, o messaggio? «Spero in un bel ricordo, che la gente si sia divertita nel vedermi. Che si sia anche un po’ incazzata quando ho giocato sotto tono. Spero di aver lasciato un’emozione, perché penso che lo sport sia una forma di spettacolo e quindi quando esco vorrei andarmene con un’emozione. Come a teatro». […] Va bene: senta, ma tra il tennis e gli italiani che rapporto c’è? «Il tennis è perfetto per noi, che abbiamo estro e fantasia. Fattori che purtroppo oggi contano meno…». Ci fossero ancora le racchette di legno, chissà… «Sarebbe stato un altro gioco, completamente diverso. Ma probabilmente se i Federer, i Nadal e i Djokovlc avessero iniziato anche loro con il legno penso che sarebbero riusciti a trovare le soluzioni: ormai la palla si colpisce in maniera diversa». La sua soddisfazione più grande, Il Roland Garros? «L’essere nonno: ho figli e nipoti bellissimi, questa è la mia soddisfazione più grande». […] È il giorno del desideri: l’ultimo sfizio che vorrà togliersi? «Vivere gli ultimi anni della mia vita in serenità, umiltà, tranquillità e coerenza. In linea con quella che è stata la mia vita. Tutto qua».

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