Il tennis creato in laboratorio: come la scienza ha modificato il servizio di Medvedev

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Il tennis creato in laboratorio: come la scienza ha modificato il servizio di Medvedev

In un’intervista all’Equipe Gilles Cervara (allenatore di Daniil), ha raccontato l’esperienza del suo allievo nei laboratori dell’università di Rennes, tutto grazie al progetto di Caroline Martin

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Daniil Medvedev al servizio - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Non sono bastati 21 ace a Daniil Medvedev per venire a capo della fame di vittoria di Rafael Nadal. C’è un significativo lavoro, però, dietro i miglioramenti nel colpo di inizio gioco del russo. Il suo allenatore, il francese Gilles Cervara, da un paio d’anni ha scelto di fare affidamento ai più evoluti supporti tecnologici per migliorare il rendimento in battuta del suo assistito. Come raccontato da L’Equipe, presso l’università di Rennes esiste un laboratorio di scienze sportive (M2S Laboratory) unico in Francia, a cui si rivolge da tempo la locale squadra di calcio di Ligue 1 – l’equivalente della nostra serie A – per dei particolari test sugli atleti.

Nella stessa struttura è disponibile anche un sistema in grado di acquisire il controllo tecnico completo sul servizio, monitorandolo attraverso un’analisi biomeccanica high-tech per mezzo di elettrodi e 23 telecamere. La mente del progetto è Caroline Martin, 33 anni, ex tennista (ha giocato a livello ITF) e oggi ricercatrice che ha sviluppato il suddetto protocollo. Ne usufruiscono al momento un centinaio di giocatori francesi di vario livello e insieme a loro proprio Medvedev. La sperimentazione è stata avviata con attrezzature portatili durante il torneo di Metz del 2010, con Ivan Ljubicic come tester d’eccezione. Oggi invece tutto si svolge in un’apposita palestra nel campus universitario, dotata delle già citate telecamere e di apparecchiature che analizzano dati provenienti da 46 elettrodi posizionati sulle zone del corpo del tennista utili per il servizio (piedi, testa, schiena, spalle, gomiti e mani).

L’obiettivo è ricreare in 3D tutti i movimenti per poterli analizzare e migliorare. “Sarei curiosa di analizzare il servizio di Federer – ha raccontato la ricercatrice al quotidiano -, sono sicura che si accenderebbero molti led verdi a indicare la perfezione del movimento. Tra gli sviluppi previsti per questa tecnologia c’è anche la prevenzione degli infortuni, con un modello muscolo-scheletrico in grado di analizzare l’impatto del movimento su ogni tendine o muscolo al fine di ridurre il rischio di lesioni”.

Gilles Cervara nel box di Daniil Medvedev – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Dall’alto dei suoi 198 centimetri il russo ha nel servizio un’arma importantissima, un colpo che potrebbe dargli tanti vantaggi in più sulle superfici veloci, soprattutto quando – come dal 5-1 del terzo set con Nadal – dà segni di cedimento negli scambi da fondocampo. È nata così l‘idea di Cervara di portare Medvedev al centro M2S due anni fa: “Riflettevo sul servizio di Daniil. Volevo che facesse ulteriori progressi con quel colpo perché non lo trovavo abbastanza performante. Lo stavo accompagnando a tempo pieno e avevo in mente alcune indicazioni sull’evoluzione biomeccanica. Volevo confermare le mie impressioni e permettergli di constatarle in modo scientifico. Mi è stato raccomandato il lavoro di Caroline Martin. Daniil si è fidato di me e ci siamo andati”.

Ma come hanno lavorato sul servizio del numero 4 del mondo? “Durante il movimento è stato possibile valutare il lavoro dell’intero corpo di Daniilha continuato il suo coach. “Hanno fatto tutte le misurazioni del caso, calcolando la percentuale di attivazione di ciascun muscolo, l’impatto sui tendini e il grado di sollecitazione delle diverse zone. Ero molto interessato al movimento della sua racchetta. Volevo aumentarne l’ampiezza e aumentare così l’accelerazione con meno vincoli. A volte il suo lancio di palla è folle, anche questo va considerato”.

 

Dopo aver studiato a fondo la meccanica del servizio di Medvedev, sono arrivate delle risposte: Alla fine ho capito che un movimento troppo ampio potrebbe interferire con il trasferimento di peso. Perciò abbiamo dovuto costruire la traiettoria ottimale (braccio-racchetta, ndr), più ampio di prima, ma non troppo. Caroline ci ha dato un supporto eccellente secondo me. C’è voluto diverso tempo per assimilare il nuovo movimento. Servono molte ripetizioni. Ci sono stati dei passi indietro e facciamo ancora alcune micro-regolazioni. L’obiettivo è quello di stabilizzarlo il più possibile”. Con quella solidità da fondo e quell’intelligenza nella costruzione dello scambio, un servizio costantemente letale potrebbe portare Daniil ancora più in alto di così.

Articolo a cura di Pietro Scognamiglio e Antonio Ortu

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La passione di Maradona per il tennis, dai tempi di Gabriela Sabatini

Guillermo Vilas, del Potro, Safin, Coppa Davis. “El Diez” e il suo “secondo sport”, seguito con irrefrenabile trasporto.

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Diego Armando Maradona - Argentina vs Italia, Coppa Davis 2017 (foto Prensa AAT / Sergio Llamera)

Potete leggere l’articolo originale qui

Appena sette mesi fa, Diego Armando Maradona aveva rivolto pubblicamente un messaggio toccante di sostegno a Guillermo Vilas, da eroe a eroe: “Mio caro Willy, ti dobbiamo tante gioie ed emozioni; spero che ti venga riconosciuto SEMPRE [maiuscolo nell’originale, ndr] il rispetto e la dignità che tutti noi meritiamo, sia nei momenti migliori che in quelli peggiori. Che tutti possiamo essere in questo momento alla tua altezza. Ti mando un grande bacio, leggenda”. Di otto anni più anziano del Pibe, la salute del vincitore del Roland Garros 1977 era già chiaramente in declino – le voci che circolavano facevano riferimento a una lotta con l’Alzheimer.

Oggi, Guillermo è ancora vivo (seppur molto debole); Diego invece non c’è più. Vilas non è tuttavia la sola icona della racchetta per la quale Maradona nutriva tenerezza e ammirazione. “Adoro il tennis, è il mio secondo sport”, ha spesso ripetuto. Uno sport che praticava di destro e piuttosto goffamente, tanto che alcuni andavano dicendo che la mano di Dio “giocava con i piedi”, ma non ha importanza. È soprattutto uno sport dove ha messo tanto cuore e che l’ha riempito di emozioni nel corso di tutta la sua esistenza.

 

IN PRIMA FILA AD AMMIRARE SABATINI… NEGLI JUNIORES

Ha 23 anni ed è tra la fine del suo periodo al Barcellona e l’inizio della sua grande avventura napoletana, quando si concesse un grande regalo nella primavera del 1984: vivere da estatico spettatore l’ultimo fine settimana del Roland Garros. Il sabato si presentò in tribuna d’onore per seguire la finale tra Chris Evert e Martina Navratilova, ma non poté esimersi dal fare un giro sul campo numero 2 per assistere a un’altra finale, quella delle juniores femminili. Era la prima volta che partecipavo, a 14 anni, e Diego si era presentato durante la mia finale contro Katerina Maleeva”, ricorda Gabriela Sabatini. “Fu un’enorme sorpresa, non lo conoscevo ancora personalmente. Dopo la mia vittoria ho potuto parlare con lui e questo rimane un magnifico ricordo”.

Il giorno dopo, sempre in tribuna d’onore (ciao accrediti!), Maradona supportò fino alla fine John McEnroe, desideroso di vederlo completare il suo capolavoro offensivo contro Ivan Lendl. Abbattuto, tornò a scrivere la sua leggenda sui campi da calcio, ma da quel momento non perse più di vista il tennis, apparendo di tanto in tanto sugli spalti dei grandi tornei, in particolare al Roland Garros, ancora, nel 1988. Nell’ottobre del 1989, al contrario, fu Steffi Graf ad affrettare la fine del suo secondo turno del torneo a Zurigo (6-2, 6-1 contro Dinky Van Rensburg) perché ansiosa di andare a vedere subito dopo la partita di Diego, uno dei suoi idoli, che giocava in Coppa UEFA con il Napoli contro il Wettingen, una squadra locale.

GRANDE FAN DEI CAMPIONI

Dal termine della sua carriera, Maradona fu visto ancor più spesso nelle tribune di tutto il mondo, come al Master di Londra, dove scambiò due parole con Rafa Nadal e Andy Murray. A Buenos Aires, un anno, era riuscito a rendere estremamente triste l’italiano Potito Starace, battuto da David Nalbandian ai quarti di finale: “Sono di Napoli e dunque Maradona era il mio idolo. Ma è stato tutto il tempo ad insultarmi. Ero così deluso dal suo comportamento [Starace era andato a lamentarsi dall’arbitro dicendo, “o lo cacci o gli spacco la racchetta in testa”] che alla fine della partita sono corso direttamente in hotel senza neanche farmi la doccia”A Dubai, nel 2013, l’atteggiamento da fan insopportabile mutò in quello di un vero appassionato. Occupò il circolo durante tutto la durata del torneo. All’epoca ricopriva lo strano incarico d’ambasciatore dello sport di Dubai, così da avere qualcosa da fare fino al termine del suo contratto di due anni (a 24 milioni di euro) come allenatore dell’Al-Wasl, dal quale era stato esonerato qualche mese prima.

CON IL FIATO SUL COLLO DI DEL POTRO

Durante quel torneo ATP non smise per un attimo di inseguire dietro le quinte le star che amava. Era con il fiato sul collo di Juan Martìn del Potro dopo una vittoria, rubandogli una racchetta per scambiarsi qualche palla e tentando invano di ribattere ai suoi servizi, prima di terminare la sessione armando all’improvviso il suo divino piede sinistro per offrire la palla ad uno spettatore in trance sulle tribune. Qualche ora più tardi, mentre Novak Djokovic si dirigeva verso il campo centrale per la sua partita, Maradona si precipitò ingenuamente ad abbracciarlo come un bambino, perturbando la concentrazione del giocatore, cosa che infastidì non poco il team del serbo. La sera fu il turno di Roger Federer di ricevere le attenzioni argentine. Maradona gli pizzicò le guance e gli chiese notizie di Mirka, fece delle foto con lui e commosso gli disse: “Sei tu il numero uno”.

ANCORA IN COPPA DAVIS

Più che i giocatori, nel mondo del tennis è stata una competizione a colpire fortemente Maradona: la Coppa Davis. Ha spesso fissato la sua agenda in base agli incontri disputati dalla squadra argentina e non passava mai inosservato. Nel 2006, lo fece fino alla finale. Alla prima partita contro la Svezia, a Buenos Aires, mandò in piena gara un bacio a Robin Söderling, che stava affrontando David Nalbandian e che gli aveva appena comunicato di fermare le grida, gli insulti e i tentativi di destabilizzazione. Fatica sprecata evidentemente. Appena prima dei quarti di finale contro l’Australia, Maradona non si fece scrupoli a metter pressione a Lleyton Hewitt: “Pensava che stessimo vivendo ancora al tempo dell’arco e delle frecce, ora sa che l’Argentina è un Paese civilizzato. Bisogna rovinarlo, distruggerlo, schiacciarlo, ma sul campo… non altrove”.

E il viaggio a Mosca per la finale, a inizio dicembre, a -10 °C? Porque no? L’ITF aveva manifestato pubblicamente l’apprensione generata dalla presenza del Diez in Russia, temendone gli eccessi, e in effetti Maradona fece il bello e il cattivo tempo per tutto il weekend. Il primo giorno, ripristinò l’ordine (in realtà finse di farlo) quando alcuni tifosi cominciarono a intonare un coro tutt’altro che civile, facendo allusione alla presunta professione delle madri dei giocatori russi… alla fine fu la Russia ad avere la meglio e così Maran Safin dimenticò gli eccessi di Diego, concedendo l’onore delle armi. “È stato un grande onore per me stringere la mano con la quale aveva segnato un gol così famoso. Le ho strette entrambe”.

Il 2006 si chiuse dunque con una sconfitta, ma era scritto che Maradona sarebbe stato presente il giorno in cui, finalmente, l’Argentina (battuta in occasione delle finali del 1981, 2006, 2008 e 2011) si sarebbe aggiudicata la sua prima insalatiera. Bastò aspettare un decennio. Nel 2016, era ovviamente a Zagabria per il trionfo con la Croazia. La domenica, mentre l’Argentina era sotto 2-1 e Juan Martin Del Potro aveva appena perso i due primi set contro Marin Cilic, Maradona non fu il solo a gridare a pieni polmoni. Qualche ora più tardi, dopo la vittoria, in mezzo alle lacrime, Delpo, che si era fatto male al mignolo durante la partita, gli regalò la sua racchetta. Un fine settimana indimenticabile. “È la più bella emozione che abbia mai vissuto in questi ultimi anni”, disse Maradona. Una delle ultime, probabilmente.

Traduzione a cura di Chiara Ragionieri

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Uno contro tutti: lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008

Dopo quattro anni di assoluto dominio, Nadal spodesta King Roger grazie a una leggendaria finale di Wimbledon. Intanto si affaccia un nuovo campione…

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La classifica ATP del 31/12/2007 vede Roger Federer in vetta con 7180 punti, contro 5735 di Nadal e i 4470 di Novak Djokovic; quarto, molto staccato, è il russo Davydenko seguito da Ferrer, Roddick, Gonzalez e Gasquet. Quattro settimane più tardi, ovvero il giorno dopo la finale degli Australian Open, la situazione è decisamente cambiata, almeno per quanto riguarda le prime tre posizioni. Il 28 gennaio, infatti, lo svizzero è sempre primo ma adesso il suo distacco nei confronti dello spagnolo è sceso a 650 punti mentre il serbo, che a Melbourne ha battuto proprio il Re in semifinale per poi andarsi a prendere il suo primo Slam replicando in finale contro Tsonga (che nell’altra semifinale aveva sconfitto Nadal), è a poco più di 800 punti dal mancino e inizia a farsi minaccioso.

Nole, però, non ha ancora il fisico per resistere in altura e, nonostante faccia suo anche il 1000 di Indian Wells, è troppo altalenante per insidiare il trono. Dal canto suo, Federer dovrebbe mettere fieno in cascina sul duro per affrontare con più tranquillità la stagione sul rosso e invece a Dubai perde subito con Murray mentre a Indian Wells raccoglie appena cinque giochi in semifinale contro Mardy Fish. Sarà, questo, l’unico successo in carriera contro un numero 1 (a fronte di otto sconfitte) per lo statunitense, che dovrà interrompere la carriera a causa di una aritmia cardiaca non prima di aver raggiunto un best ranking da n.7 e aver giocato, perdendole, quattro finali nei Masters 1000 nonché la finale alle Olimpiadi di Atene 2004, persa al quinto set contro il cileno Nicolas Massu.

A proposito di americani, erano più di sette anni (e 11 incontri) che Federer non perdeva con Andy Roddick, ovvero colui che nel febbraio del 2004 gli aveva ceduto lo scettro. A Miami, nei quarti, il tennista del Nebraska ritorna ad assaporare la gioia della vittoria contro il grande rivale ma nel turno successivo si fermerà al cospetto di Davydenko, poi campione a spese di Nadal. Per cercare di trovare condizione e risultati, Federer intensifica la sua attività sulla terra rossa ma alla quantità non risponde altrettanta qualità e non è certo il successo portoghese a Estoril (dove rischia in semifinale con Gremelmayr e in finale beneficia del ritiro di Davydenko) a cambiare lo stato dei fatti.

A parte il “solito” Nadal, che lo batte nelle finali di Monte Carlo e Amburgo, il passo falso più preoccupante è quello di Roma, dove anche per il volitivo Radek Stepanek arriva il giorno di gloria che dà un senso a un’intera carriera, ovvero battere il primo giocatore del mondo. Il ceco si impone nei quarti aggiudicandosi entrambi i set al tie-break. Salito alla ribalta sul finire del 2004, quando è stato capace di conquistare la finale a Parigi-Bercy partendo dalle qualificazioni, le maggiori soddisfazioni Stepanek se le prenderà in doppio (vincendo due slam in coppia con Paes) e in Davis Cup (due insalatiere consecutive, nel biennio 2012/2013) ma anche in singolare non potrà lamentarsi arrivando a giocare la Masters Cup proprio nel 2008 come sostituto dell’infortunato Roddick.

Il Roland Garros potrebbe rappresentare per Federer il torneo del riscatto e invece, pur conquistando la terza finale consecutiva senza troppi affanni, il divario tra lui e il campione in carica Rafael Nadal si dilata ulteriormente: 6-1 6-3 6-0 per lo spagnolo che festeggia il poker con sobrietà, concentrato com’è sul prossimo futuro. Lasciata la terra, infatti, il maiorchino sull’erba ha meno certezze ma anche lì i suoi progressi sono evidenti e, mentre Federer passeggia ad Halle, Nadal è in Inghilterra a testare i suoi colpi al Queen’s contro avversari di tutto rispetto come Karlovic nei quarti (battuto al termine di tre tie-break), il quattro volte campione del torneo Andy Roddick in semifinale e infine Djokovic nell’atto conclusivo di una settimana che infonde a Rafa tanta fiducia e il primo trofeo “verde” della carriera.

A Wimbledon, però, Federer è campione da cinque anni e vorrebbe superare Bjorn Borg, che si fermò nel 1981 battuto da McEnroe. Lo svizzero accede alla finale senza cedere alcun set e superando ostacoli insidiosi come Hewitt, Ancic e Safin; l’iberico invece soffre con Gulbis al secondo turno e in generale ha un sentiero più facile da percorrere ma il giorno del giudizio fa capire di aver imparato molto dalle sconfitte rimediate nei due anni precedenti e fa sua una finale che si spegne praticamente al buio (a causa delle interruzioni per pioggia) dopo 4 ore e 48 minuti di emozioni: 6-4 6-4 6-7 6-7 9-7 lo score di quello che è un passaggio di consegne ancora simbolico ma che diventerà effettivo di lì a qualche settimana.

Sfrattato dal suo giardino, il numero 1 cerca rilancio nei due 1000 americani ma arrivano altre due scoppole pesanti sia per la classifica che per il morale: a Toronto perde subito con il francese Gilles Simon mentre a Cincinnati supera un turno prima di arrendersi a Ivo Karlovic. Il fondo, però, deve ancora arrivare e bisogna volare fino a Pechino, dove sono in programma i Giochi Olimpici, per toccarlo. Negli otto precedenti prima del match valido per i quarti di finale del singolare, James Blake contro il campione svizzero ha vinto appena un set; ma questo è un Federer spento, irritabile – a causa dell’atmosfera particolare che aleggia all’interno del Villaggio Olimpico – e forse anche sfiduciato.

Lo statunitense si impone 6-4 7-6 e questo è l’ultimo incontro del primo regno di Roger Federer, che si conclude ufficialmente il 17 agosto dopo una striscia record di 237 settimane consecutive con la corona in testa. A succedergli non può che essere Rafael Nadal, ventiquattresimo leader del ranking ATP, terzo del suo paese dopo Moya e Ferrero. Proprio Ferrero (e le vesciche ai piedi) è stato uno dei due tennisti capaci di batterlo negli ultimi quattro mesi, in cui Nadal ha messo in bacheca Monte Carlo, Barcellona, Amburgo, Parigi, Queen’s, Wimbledon, Canada Open e appunto il titolo olimpico; l’altro, nelle semifinali di Cincinnati, è stato Djokovic.

Il debutto di Nadal con la corona avviene agli US Open e le statistiche parlano chiaro: dei ventidue numeri uno che l’hanno preceduto (da questa particolare classifica è escluso Patrick Rafter, unico a non essere mai sceso in campo da leader del ranking), solo quattro hanno vinto il primo torneo a cui hanno partecipato dopo l’investitura. Si tratta di Jimmy Connors (Indianapolis 1974), Mats Wilander (Palermo 1988), Stefan Edberg (Long Island 1990) e infine Pete Sampras (Hong Kong 1993). Lo spagnolo, però, sembra invincibile nonché pronto – lui, abituato a festeggiare i titoli mordendo i trofei – a dare un morso anche alla Grande Mela, quella New York che fin qui gli ha riservato poche gioie, cinque eliminazioni in altrettante partecipazioni e un quarto di finale (2006) come miglior piazzamento.

Dopo tre vittorie abbastanza agevoli, contro gli statunitensi Querrey e Fish lo spagnolo perde un set ma nell’aria aleggia l’eventualità di un altro duello in finale con Federer. Invece lo svizzero, che ha ritrovato come d’incanto una condizione eccellente, nella recita finale si trova davanti Murray, che nel turno precedente ha regolato proprio Nadal in quattro set. Superati Querrey e Roddick sulla terra rossa stesa all’interno della Plaza de Toros Las Ventas di Madrid, per la semifinale di Davis tra Spagna e Stati Uniti, Nadal affronta l’ultima parte di una stagione per lui memorabile partendo dalla stessa capitale iberica per il Masters 1000 che si gioca ancora sul duro indoor della Madrid Arena.

Come a Flushing Meadows, anche qui la corsa del mancino di Manacor si ferma in semifinale, interrotta da un francese leggero quanto leggiadro, Gilles Simon, capace di un’impresa non proprio comune, ovvero battere due diversi numeri uno nella stessa stagione. Stanco e in condizione fisica non proprio perfetta, lo spagnolo supera due turni anche a Bercy ma sull’1-4 del primo set contro Davydenko il ginocchio richiede l’intervento del fisioterapista e due giochi più tardi lo costringe all’abbandono. Finisce così, mestamente, il meraviglioso 2008 di Rafael Nadal, costretto anche a saltare l’ultima edizione cinese della Masters Cup, che dal prossimo anno si giocherà a Londra e prenderà la denominazione di ATP World Tour Finals.

Per la cronaca, il torneo in questione lo vince Novak Djokovic e la classifica del 29/12/2008 (ovvero un anno dopo quella che abbiamo evidenziato a inizio articolo) fa registrare Nadal in testa con 6675 punti, seguito da Federer (5305) e lo stesso Djokovic (5295). Insomma, è l’inizio del triello, che continueremo a seguire la prossima settimana.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTUNESIMA PARTE

2008FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK57 36 67AUSTRALIAN OPENH
ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2008FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY76 36 46DUBAIH
2008FEDERER, ROGERFISH, MARDY36 26INDIAN WELLSH
2008FEDERER, ROGERRODDICK, ANDY67 64 36MIAMIH
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL57 57MONTE CARLOC
2008FEDERER, ROGERSTEPANEK, RADEK67 67ROMAC
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL57 76 36AMBURGOC
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL16 36 06ROLAND GARROSC
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 46 76 76 79WIMBLEDONG
2008FEDERER, ROGERSIMON, GILLES62 57 46CANADA OPENH
2008FEDERER, ROGERKARLOVIC, IVO67 64 67CINCINNATIH
2008FEDERER, ROGERBLAKE, JAMES46 67OLIMPIADI PECHINOH
2008NADAL, RAFAELMURRAY, ANDY26 67 64 46US OPENH
2008NADAL, RAFAELSIMON, GILLES63 57 67MADRIDH
2008NADAL, RAFAELDAVYDENKO, NIKOLAY16 RIT.PARIGI BERCYH

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal

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Ranking del 2020 per nazioni: Serbia davanti alla Russia, Italia nona guidata da Sinner

Nella “virtuale” classifica dei punti fatti dal 1° gennaio, solo cinque nazioni hanno quattro o più tennisti nei primi 50. C’è anche l’Italia, guidata da Sinner (20°)

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Concluso da pochi giorni il 2020 tennistico, quantomeno per il circuito maggiore, iniziamo a raccogliere i numeri che hanno caratterizzato la stagione. Oggi parliamo di un ranking speciale, quello delle nazioni, riferito ai soli risultati del 2020


9633  i punti guadagnati a partire da gennaio 2020 dai primi cinque tennisti serbi. Nella classifica virtuale che va a raggruppare per nazioni i punti ottenuti dai soli migliori 50 tennisti per risultati negli ultimi undici mesi, nessuna nazione ha fatto meglio di quella serba, che tra l’altro proprio lo scorso gennaio, si era imposta nella prima edizione della ATP Cup, superando in finale la Spagna di Nadal. Una indicazione piuttosto interessante perché la top 50 è la fascia di ranking che contiene tutti i protagonisti e i principali “comprimari” della stagione (tra chi ha vinto tornei quest’anno mancano solo Edmund, Seyboth Wild e Vesely, vincitori di piccoli ATP 250, giocati rispettivamente a New York, Santiago del Cile e Maharashatra).

Per la Serbia, oltre a Djokovic, troviamo Krajinovic (quarti a Cincinnati, semi a Rotterdam e Marsiglia), Lajovic (quarti ad Amburgo e Buenos Aires), Kecmanovic (titolo a Kitzbuhel e semi a Doha e New York) e Djere (vincitore a Santa Margherita di Pula e semifinalista a Kitzbuhel e Cordoba). Solo altre due nazioni hanno ben cinque giocatori presenti in questa virtuale top 50 del 2020: la prima è la Spagna che con Nadal, Carreno Busta e Bautista Agut vanta tre top 20 ai quali aggiunge due under 23 come Pedro Martinez (quarti a Rio, terzo turno al Roland Garros e tante qualificazioni centrate nei tornei che contano) e Davidovich Fokina (semi a Colonia 1 e ottavi a US Open e Bercy). Il tennis maschile iberico somma così complessivi 8094 punti, piazzandosi al terzo posto di questa virtuale classifica per nazioni.

Il terzo movimento ad avere cinque tennisti è quello degli Stati Uniti che però ha come migliore rappresentante Fritz, fermo solo al trentaduesimo posto per quel che concerne i risultati ottenuti nel 2020: la rappresentanza dei migliori tennisti a stelle e strisce non riesce – sommando anche i punti di Opelka, Sandgren, Tiafoe e Paul – ad andare oltre l’ottava posizione generale. Il secondo gradino del podio è invece prerogativa della Russia che ai punti guadagnati dalle tre punte di diamante Medvedev, Rublev e Khachanov (in tutto ben 8190) somma quelli di Karatsev, appena 111° nella classifica ufficiale, ma 47° in quella dei soli risultati del 2020 (in virtù della vittoria di ben tre Challenger).

I primi due posti occupati da Serbia e Russia – in questa classifica che analizza i risultati dei top 50 del 2020 raggruppandoli poi per nazioni – sembrano indicare come il tennis maschile tenda in questi anni a essere (insolitamente per la tradizione del nostro sport) predominio dell’est europeo. Al quarto posto assoluto troviamo un altro paese senza grande tradizione tennistica, il Canada, unica nazione ad avere tre top 15 nella classifica dei risultati ottenuti quest’anno: Raonic, nono in questo ranking virtuale con 1725 punti guadagnati da gennaio in poi, e Shapovalov e Auger-Aliassime, ai quali va aggiunto anche Pospisil che con il suo buon rendimento fa di quello canadese anche l’unico movimento a vantare quattro giocatori nella top 30.

Oltre alle nazioni già nominate, c’è solo un’altra ad avere quattro rappresentanti nella top 50 ed è l’Italia: a fare compagnia a Sinner – 20° miglior giocatore del 2020 grazie soprattutto ai quarti raggiunti al Roland Garros, al titolo a Sofia, agli ottavi a Roma e alla semi a Colonia 1 – abbiamo al 29° posto Sonego (piazzamento derivante in gran parte dagli ottavi allo Slam parigino e dalla finale a Vienna), al 38° Berrettini (che in una stagione per lui deludente ha pur sempre raggiunto gli ottavi a New York e i quarti a Roma) e al 49° Cecchinato (che sfrutta i punti della finale a Santa Margherita di Pula e quelli del terzo turno a Parigi).

Jannik Sinner – Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

Un nono posto – in questa classifica redatta a fini statistici per provare a capire un po’ meglio come sia andato per i principali movimenti tennistici un 2020 molto “particolare” – che per l’Italia rappresenta un buon traguardo, considerati anche i tanti infortuni occorsi ai primi due suoi giocatori a fine 2019, Berrettini e Fognini (senza dimenticare come con grande fiducia può essere osservato il dato che vede Lorenzo Musetti essere il 61° giocatore per risultati raggiunti nel 2020).

 

Classifica per nazione dei punti ottenuti dai 50 tennisti ad aver fatto più punti da gennaio 2020:

  1. Serbia (Djokovic, Krajinovic, Lajovic, Kecmanovic, Djere) 9633 punti
  2. Russia (Medvevdev, Rublev, Khachanov, Karatsev) 8717
  3. Spagna (Nadal, Carreno Busta, Bautista Agut, Martinez, Davidovich) 8094
  4. Canada (Raonic, Shapovalov, Auger- Aliassime, Pospisil) 4843
  5. Austria (Thiem) 4615
  6. Germania (Zverev, Struff) 4035
  7. Francia (Humbert, Monfils, Mannarino) 3005
  8. USA (Fritz, Opelka, Sandgren, Tiafoe, Paul) 2948
  9. Italia (Sinner: 1030, Sonego: 720, Berrettini: 595, Cecchinato: 511) 2856
  10. Grecia (Tsitsipas) 2425
  11. Argentina (Schwartzman) 2220
  12. Svizzera (Wawrinka, Federer) 1780
  13. Croazia (Coric, Cilic) 1665
  14. Australia (De Minaur, Millman) 1490

Seguono altre otto nazioni presenti con un solo rappresentante: Norvegia (Ruud: 1280), Cile (Garin: 1220), Bulgaria (Dimitrov: 970), Gran Bretagna (Evans: 950), Ungheria (Fucsovics: 677), Polonia (Hurkacz: 620), Giappone (Nishioka: 540), Sud Africa (Anderson: 510).

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