Intervista a Paolo Givri, presidente del Park Tennis Club di Genova

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Intervista a Paolo Givri, presidente del Park Tennis Club di Genova

Il tennis è fermo, ma non del tutto: domenica si giocano le semifinali di ritorno della Serie A1. Il Park proverà a rimontare Vigevano con la spinta del suo primo tifoso: il presidente Paolo Givri

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Lorenzo Musetti, in forza al Park Tennis Club da quando aveva dodici anni (foto Roberto Dell'Olivo)

A impregnare le malinconiche atmosfere dell’off-season di una parvenza di tennis giocato ci pensa una competizione spesso snobbata, invero l’unico epiteto che non ci sentiremmo di attribuire alla Serie A di tennis dopo averla tastata più da vicino parlando con uno dei protagonisti. Abbiamo intervistato telefonicamente Paolo Givri, notaio di Genova, la cui qualifica che più ci interessa è però quella di presidente del Park Tennis Club della città ligure, uno dei quattro team che si è qualificato per le semifinali dell’edizione 2019 del massimo campionato a squadre italiano.

La gara di andata non è andata benissimo per il Park, sconfitto 4-2 in casa del Selva Alta di Vigevano, ma Paolo Givri si è detto molto fiducioso sulla possibilità di ribaltare il risultato nella sfida di domenica 1 dicembre facendo leva sulla superficie favorevole – la terra battuta, a differenza del sintetico indoor di Vigevano – e sull’apporto del pubblico genovese. Pioggia permettendo: “Se giocassimo all’aperto ci sarebbero un migliaio di persone domenica, purtroppo le previsioni sono brutte e si dovrebbe giocare dentro ai palloni, così rischia di diventare un match neutro“.

Ero a Vigevano con la squadra, io sono sempre presente” ci racconta poi Givri. “Siamo consapevoli che Vigevano abbia la squadra più forte dopo la nostra. Senza peccare di presunzione, la nostra rosa fa impressione: Andujar, Bolelli, Mager, Musetti – e avevamo gente fuori, Giannessi e Arnaboldi che poi ha giocato il doppio. Andrea Basso per esempio, che si è rotto lo scafoide della mano destra a settembre, ha battuto Sinner in finale delle pre-qualificazioni al Foro Italico“.

 

Cosa è andato storto nel match di andata, allora? “Il problema di queste competizioni è che spesso ha la meglio chi arriva più preparato. Mager ha disputato una grande stagione ma adesso è un po’ giù di tono. Loro comunque hanno tre giocatori molto bravi, Baldi, Marcora e Hoang che è stato davvero una sorpresa anche se sapevamo fosse forte“. Il 24enne francese, numero 117 del mondo, ha battuto in due set Pablo Andujar, ma dalle parole del presidente genovese scopriamo come lo spagnolo fosse parecchio acciaccato. “Andujar è arrivato sabato sera dalla Francia, gioca la serie A anche lì per il Tolosa; fa il campionato a squadre anche in Spagna, e ci sono altri giocatori che giocano addirittura anche la Bundesliga tedesca. Ovviamente il volano è quello economico, poiché il gettone di presenza non è irrilevante per giocatori non di primissima fascia.

In Francia avrebbe dovuto giocare solo il singolare, un match che ha perso con doppio 6-3 dal duecento del mondo come non gli capitava da tempo“, racconta Givri. “Alla fine invece ha fatto anche il doppio ed è arrivato a mezzanotte a Malpensa, dove ha confessato di essere a pezzi. Lui però è un ragazzo d’oro, è con noi da sette anni e non si può non farlo giocare. Poi al mattino si è addirittura svegliato con la faccia gonfia per un allergia; si è riempito di antistaminici ma ha perso in due set contro Hoang. Non credo per via della superficie rapida: lo scorso anno ha battuto Berrettini in due set sul veloce, per esempio“.

Pablo Andujar – Serie A1 2019 (foto Park Tennis Club Genova)

Oltre che per le condizioni imperfette di Andujar, un pizzico di rammarico esiste per alcune decisioni arbitrali che avrebbero penalizzato il Park. “A dir la verità mi sono un po’ incavolato. Ho parlato anche con il giudice arbitro a lungo, ovviamente non credo possa esserci malafede, ma c’è stata tutta una serie di decisioni a senso unico. Nel doppio decisivo (si era sul 3-2 per Vigevano, Mager e Arnaboldi avrebbero potuto portare il punto del pareggio al Park, ndr) sul 3-2 per noi nel super tie-break, su un loro lungolinea out il giudice ha cambiato idea a punto concluso; nel singolare di Bolelli dopo trenta secondi da un break ottenuto da Simone per doppio fallo di Marcora l’arbitro li ha fatti tornare in campo per rigiocare… il punto successivo, quello del 30-40, e a quel punto Simone ha perso game e set“.

Non acredine né un tentativo di trovare una scusa per la sconfitta (ok, forse un pochino sì; ma leggendo questa ricostruzione dei fatti, come dargli torto?), ma una forte passione e la voglia di rivincita dopo una delusione sportiva animano le parole di Givri, che ci tiene a sottolineare come siano da rispettare i principi regolamentari della competizione sportiva. “Quando giochiamo in casa abbiamo cura che ci siano almeno cinque giudici di linea per campo, a Vigevano erano soltanto tre; con palle che viaggiano a 200 all’ora, come si può vedere la riga dalla parte opposta? Insomma, siamo tornati a casa con un magone pazzesco e i giocatori erano incavolati; ora mi scrivono tutti i giorni, anche Pablo dalla Spagna: “Stai tranquillo che al ritorno la ribaltiamo!“.

Quasi stupisce questo attaccamento dei giocatori a una competizione di cui, siamo pronti a scommettere, la maggior parte degli appassionati italiani ignora praticamente tutto. Givri invece si dimostra gestore assai interessato… e preparato, se è vero che conosce molto bene tutti gli avversari affrontati. “Baldi ha ottimi fondamentali ed è cresciuto molto ultimamente. Marcora anche mi piace tantissimo, gioca veramente bene. Loro penso che schiereranno gli stessi tre dell’andata, sono forti e in forma. Sulla nostra formazione per domenica c’è ancora qualche dubbio – il capitano mi uccide se vi svelo la formazione! – e bisogna vedere come sta Pablo, lui è fondamentale: se sta bene penso possa ribaltarla contro Hoang. Noi schierando Musetti da numero quattro abbiamo un bel vantaggio, perché lui se la gioca anche col numero 100 del mondo“.

Il regolamento della serie A infatti impone di schierare almeno due giocatori cresciuti nel vivaio del club: per Genova si tratta di Mager e Musetti, in forza al Park da quando aveva dodici anni. Givri conta proprio su questo vantaggio, poiché, accanto a Baldi, il secondo uomo del vivaio di Vigevano – Davide Dadda – è un giocatore di caratura inferiore ed è stato dominato da Musetti all’andata. Intanto, per spingere il Park verso la rimonta, il vice-capitano Pietro Ansaldo (campione europeo under 16, ha giocato in A fino a tre anni fa) ha redatto un comunicato d’incoraggiamento.

I ragazzi della squadra di A1 hanno da dirci qualcosa…Cari Socie e Soci, Come la maggior parte di voi saprà…

Pubblicato da Park Tennis Club Genova su Mercoledì 27 novembre 2019

Dovesse prevalere nel doppio confronto, il Park Tennis Club affronterebbe – da favorito – una squadra siciliana nella finale di Lucca(6-8 dicembre): il Match Ball Siracusa o il CT Vela di Messina, quest’ultimo forte del 4-2 ottenuto all’andata. “Siracusa non li conosco quasi per nulla, ma credo che Messina abbia qualcosa in più. Con loro c’è Gianluca Naso, che nel 2016 era con noi quando abbiamo vinto lo scudetto (unico della storia del Park, ndr): adesso ha sposato una ragazza genovese e si occupa dei nostri agonisti. Insomma, lavora da noi ma gioca la A con Messina: sarebbe bello incontrarci in finale“.

FUOR DI SERIE A: SPONSOR.. E RIVALITÀ

Dopo la lunga chiacchierata sul campionato in corso, Paolo Givri ci ha parlato a 360 gradi della gestione del circolo genovese, a partire dal cruciale aspetto economico. “Quest’anno abbiamo fatto il record di sempre con gli sponsor, ne abbiamo trovati 45; non senza difficoltà, anche perché è un compito che spetta principalmente a me e un paio di consiglieri. Sono principalmente imprenditori locali ma c’è anche Banca Carige. Noi abbiamo un brand importante, siamo in un quartiere ‘bene’ di Genova, il quartiere Albaro, come potrebbe essere Parioli a Roma. La stampa locale ci aiuta molto e per questo abbiamo un notevole risalto; quest’anno qualche sponsor ci ha cercato spontaneamente e non era mai successo“.

Nonostante la serie A costituisca un nucleo di uscite piuttosto oneroso, tra trasferte e gettone di presenza per i giocatori più importanti, Givri è felice di affermare che il ritorno economico degli sponsor riesce non solo a finanziare interamente la competizione per il Park ma addirittura a generare un piccolo tesoretto. “Questo è fondamentale perché non a tutti i soci piace la serie A. Poi abbiamo una scuola tennis con più di venti squadre e una quindicina tra maestri, preparatori atletici e fisioterapisti. Questo ci costa un sacco e ci perdiamo qualcosa, ma recuperiamo grazie alla Serie A. Agli sponsor piace il fatto che il loro nome possa rimanere poi in vista per tutta la stagione, non soltanto durante il campionato di serie A“.

La chiusura è stimolata da una nostra domanda sui rapporti con il TC Genova 1893, una realtà più piccola del Park che però quest’anno si è tolta la soddisfazione di raggiungere le semifinali della serie A1 femminile (ed è vicinissima alla finale, avendo battuto 4-0 il CT Lucca in trasferta all’andata). “Beh, se segui il calcio l’esempio perfetto è il rapporto tra Genoa e Sampdoria. C’è un rapporto di sana rivalità sin da quando giocavo io da ragazzino. Una quindicina di anni fa è stato istituita una cosa secondo me unica in Italia: lo chiamiamo ‘Challenger’, è una giornata – un anno da noi e un anno da loro – in cui si giocano una cinquantina di sfide di doppio, tutti i campi dalle otto del mattino alle sette di sere vengono riservati per queste sfide tra soci. Si accumulano i punti e a chi vince va una coppa… che è quasi sempre da noi, ma ogni tre-quattro anni passa anche da loro!“, dice Givri con un pizzico di soddisfazione.

Paolo Givri

Credo sia una gran bella iniziativa, alla fine si cena insieme, da noi o da loro. Con il loro presidente (Giovanni Mondini, anche presidente di Confindustria Genova e nipote di Edoardo Garrone, figlio di Riccardo storico patron della Samp, ndr) ho buoni rapporti e stiamo studiando una strategia per offrire ai soci di uno dei due club la possibilità di iscriversi anche all’altro club pagando il 50% della quota“. C’è sempre tennis, da qualche parte, in ogni momento dell’anno. Basta sapere dove cercare.

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Intervista a Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Quattro chiacchiere con il presidente del circolo pratese, tra soddisfazione e qualche proposta di riforma, quando sono appena iniziate le Finali di Serie A1 a Lucca

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Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Al Palatagliate di Lucca sono appena iniziate le finali di Serie A1 di tennis, competizione che accompagna gli appassionati della racchetta in questi mesi di letargo dei Tour ATP e WTA. Al femminile si affronteranno il TC Prato e il TC Genova, mentre al maschile la sfida-scudetto sarà tra lo Sporting Club Selva Alta Vigevano e il CT Messina. Alla vigilia del grande appuntamento abbiamo intervistato il presidente del TC Prato, Riccardo Marini, ovviamente molto entusiasta per i risultati delle proprie ragazze.

La squadra femminile è più amalgamata rispetto a quella maschile. Formata da ragazze molto legate tra di loro, si compensano e sono complementari. Indipendentemente da come andrà in finale penso che il bilancio sia estremamente positivo. Mi fa piacere non solo per i risultati tennistici ma anche proprio per questa unione tra le ragazze. Lo sport deve essere un veicolo per la vita, sia per il presente che per quello che faranno una volta terminata l’attività agonistica. Io credo che il bilancio dunque sia positivo sotto entrambi gli aspetti, agonistico e umano.”

Marini non vuole assolutamente far mancare il suo sostegno alla squadra e sarà sugli spalti a tifare insieme agli altri appassionati. “Sarò presente sia venerdì pomeriggio che sabato, anche se ovviamente sabato mi auguro di andarci con uno spirito un po’ più sollevato rispetto alla trepidazione per la prima giornata (ride, ndr)”. Il risultato di 1-1 maturato dopo le prime due sfide ha invece lasciato intatta questa trepidazione. Come il presidente, anche la città di Prato ha risposto presente all’appello, approfittando della vicinanza con la sede delle finali (il nostro inviato ci ha raccontato che i pratesi, nella prima giornata, hanno superato in numero i genovesi sugli spalti).Al circolo c’è molto fermento e molta attesa. Credo anche che ci sarà una grossa transumanza verso Lucca, visto che è facilmente raggiungibile per noi. Anche Genova non è lontana in realtà quindi il pubblico avrà sicuramente un peso importante”.

 
La squadra femminile del TC Prato, qualificata per le finali del campionato di A1

Se le ragazze sono riuscite a guadagnarsi la possibilità di portare a casa il sesto scudetto della storia del circolo, altrettanto bene non hanno fatto i componenti della squadra maschile, addirittura retrocessa in A2. Il punto fermo da cui ripartire però è già chiaro nella mente del presidente: puntare sui giovani del vivaio. “La squadra femminile è giovanissima e composta da molte giocatrici che vengono dal vivaio. Penso che possa avere ancora molta prospettiva davanti a sé, mentre di quella maschile dovremo discutere un po’. Forse è una squadra giunta a fine percorso, perciò per l’anno prossimo proveremo a mettere su una squadra giovane e di prospettiva, anche se magari non si vedranno i risultati nell’immediato.”

A spingere Marini verso questa direzione è anche una certa interpretazione “romantica” del campionato di Serie A, che dovrebbe, secondo lui, contare un po’ meno sull’apporto di professionisti di alto profilo, ingaggiati ad hoc. “Se devo muovere una piccola critica all’attuale sistema della Serie A, riguarda il sistema del reclutamento degli stranieri o di grandi nomi. A volte preferirei far giocare solo gente appartenente ai circoli. Quando si gioca per il circolo, credo l’attaccamento al circolo debba essere qualcosa di più del gettone che si riceve. Noi l’anno prossimo punteremo moltissimo sul vivaio, in modo da far giocare ragazzi che sono nati e cresciuti da noi.”

Più in generale, il presidente del TC Prato vorrebbe modificare un po’ l’attuale formula della Serie A, che rischia di non garantire sempre uno spettacolo opportuno e di alto livello, oltre ad impegnare i circoli in lunghe trasferte consecutive. “La formula forse è un po’ da rivedere. Viene fatta alla fine della stagione perché giustamente i giocatori e le giocatrici più forti sono impegnati nei tornei internazionali e ci sono poche alternative. Giocare incontri andata e ritorno, magari con trasferimenti anche lunghi, è pesante. Visto che spalmare gli incontri durante l’anno è difficile, si potrebbero organizzare dei gironi in sede neutra, come nella Davis di ora. Forse facendo così si attirerebbe più interesse. Altrimenti si rischia di trovarsi a giocare un incontro già certi di essere promossi o eliminati e allora si mandano le seconde linee invece dei giocatori più forti, anche lo spettacolo non ne beneficia. A me la nuova Davis piace, ovviamente bisogna aggiustare un po’ il tiro e sistemare alcune cose, ma concettualmente non mi dispiace. Probabilmente diciotto squadre sono troppe o sono troppi pochi i giorni, ma penso possa attirare più interesse rispetto a prima. La stessa formula si potrebbe applicare anche alla Serie A”.

Gestire un circolo e mantenere due squadre di alto livello richiede uno sforzo economico non indifferente e, nonostante il buon lavoro dell’amministrazione, gli sponsor non sempre sono sufficienti.Gli sponsor non coprono l’intero costo della Serie A. C’è da dire che noi quest’anno eravamo uno degli unici tre circoli in Italia ad avere due squadre di A1, femminile e maschile, il che moltiplica le spese. Il prossimo anno probabilmente sarà dunque un anno di transizione per noi anche perché la squadra maschile andrà rifondata, puntando molto sui giovani.”

Oltre all’attività in Serie A, il circolo pratese ospita anche un prestigioso torneo junior, che vanta nel suo albo d’oro nomi di assoluto valore, da Roger Federer a Kim Cljisters, passando per la finale del 2013 tra Sascha Zverev e Daniil Medvedev. Nel 2019, Marini e gli altri dirigenti hanno ritoccato un po’ la struttura dell’evento per contrastare la concorrenza degli altri tornei:L’edizione di quest’anno penso sia stata migliore delle precedenti, perché abbiamo modificato un po’ la formula. Abbiamo ridotto il tabellone da quarantotto giocatori a trentasei e abbiamo disputato le finali sabato anziché domenica. Essendoci molti tornei in settimane consecutive, i giocatori migliori sono magari portati più facilmente a saltare quelli della nostra categoria. Giocando un giorno in meno sono più invogliati a partecipare invece”.

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Il Club Nomentano di Roma, casa Pillot

Alla scoperta di uno dei circoli più belli e blasonati di Roma, il Club Nomentano.

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Se a Roma parli di tennis e dici a qualcuno che giochi al Nomentano, immediatamente l’interlocutore ribatte: “Ah, il circolo dei Pillot”. Raramente, nella Capitale, un circolo tennis viene associato in maniera così forte ad un cognome, come se l’uno non potesse esistere senza l’altro. È praticamente così per il Club Nomentano, che esiste grazie alla forte volontà del fondatore Umberto Pillot, trapiantato a Roma nell’immediato dopoguerra e che impiegherà pochi anni a capire che avrebbe dedicato gran parte della sua vita a costruire un circolo tennis.

Oggi, il Club è famoso per offrire tutti i servizi ai propri iscritti: tennis, calcetto, palestra, fitness, nuoto, acquagym, l’immancabile SPA e tanto altro, tutto quello che richiede sudore e un luogo dove praticarlo. D’estate, le due piscine del club, quelle dove piccoli e grandi imparano a nuotare e a diventare campioni sotto gli occhi del prof. Emanuele Sacchi, si liberano dai palloni tensostatici e diventano un punto di riferimento per chi non ha voglia di oltrepassare il raccordo per mantenere la tintarella e bagnarsi all’ombra dei pini secolari, che da oltre 40 anni svettano sulla collina come a proteggere il circolo.

Ma il Nomentano di oggi viene da molto lontano. Nel 1946 i Pillot arrivano dalla provincia di Udine e si stabiliscono a Roma. Umberto ha circa 15 anni e va in collegio dai Salesiani, a Monte Mario, nord di Roma. Scappa dopo due giorni. “Ero abituato a stare in campagna, in piena libertà, non ce la facevo a stare nel chiuso di quelle mura. E poi mia madre non aveva tempo per rimandarmici di nuovo”. Da allora, Umberto si dà da fare. “Eravamo poveri, come il resto d’Italia peraltro, e iniziai a fare praticamente tutti i lavori”. L’approccio col tennis arriva all’inizio degli anni ‘60, “quando avevo raggiunto non dico l’agiatezza, ma comunque un buon tenore di vita. Iniziai a giocare a tennis a Villa Fiorelli, dalle suore, e mi innamorai subito di questo sport. Allora provai a iscrivermi a un circolo ma non c’era verso: erano inavvicinabili. La retta mensile era troppo cara. Tramite un amico, però, io e altri amici riuscimmo a diventare soci al Tennis Roma, quartiere San Giovanni. Cominciai a giocare assiduamente, ero un tipo estroverso e diventai subito amico di parecchi giocatori forti, prime e seconde categorie”.

Umberto Pillot, il fondatore del Club Nomentano

Umberto Pillot, il fondatore del Club Nomentano

Umberto aveva moglie e due figli, Claudio il primo, Fabio nato tre anni dopo. Li iniziò al tennis, e fece bene. “Claudio e Fabio erano bravi, a me piaceva guardarli mentre imparavano a giocare, accompagnarli nei circoli per i tornei”. Forse fu proprio conoscendo gli altri circoli di Roma che Pillot senior cominciò a desiderare di averne uno tutto suo. Ed ecco che arrivò l’occasione. Su una collina verdeggiante nell’angolo in cui via Nomentana incrocia viale Immanuel Kant, ben dentro il raccordo anulare, c’era una casa diroccata che dei contadini avevano in gestione per conto della famiglia Farinacci, quella del gerarca fascista. “Avevo un’amica che giocava a tennis, mi disse che era appena entrata in affari con altri tre soci per costruire un circolo tennis su questa collina. Uno dei soci era in uscita, io subentrai praticamente all’inizio dei lavori di costruzione dei primi quattro campi da tennis, quelli della buca”.

“La buca”, come la chiama Umberto, è l’avallamento immediatamente sottostante la casa sulla collina e oggi ospita i campi numerati dall’1 al 4, quelli che hanno le tribune larghe dalle quali si vede viale Kant in lontananza. “Non c’era la piscina, non c’era praticamente niente. Iniziai a dedicare un paio di ore al giorno al circolo, ma ben presto mi ritrovai a passarci sempre più tempo. Serviva una presenza vigile e costante per terminare i lavori”. Fu così che Pillot lasciò il suo lavoro nel commercio di automobili per dedicarsi appieno al circolo tennis. Il suo impegno era totale, su ogni fronte.

Mentre parliamo passa un dipendente di lungo corso del circolo. Umberto lo saluta e gli chiede quando è venuto a lavorare per lui. “Nel 1984”. “Mi hai trovato che stavo seduto sulla piazzetta per caso?”. E lui: “No, quando ti ho visto avevi la zappa in mano”. Per dire del coinvolgimento di Umberto nel circolo che di lì a poco diventerà tutto suo rilevando le quote degli altri soci. “Il circolo lo sento mio: ho trasformato prati, baracche e terra incolta in campi da tennis e piscine”. E in clubhouse, ristoranti, bar, palestre e sale per attività fitness, che hanno beneficiato dell’allargamento degli spazi nel corso degli anni.

Siamo a metà degli anni ‘80, il circolo è oramai avviato e anche la scuola nuoto consolida il suo status di fucina di campioni fra le migliori di Roma sotto la guida del professor Sacchi, tecnico nazionale FIN. Per il club, è tempo di diventare famoso anche fuori Roma con il tennis. “Ci conoscevano in tutta Italia, al circolo erano arrivati tanti tennisti per fare squadre forti, compagni di Claudio e Fabio”. Claudio scala la classifica italiana, arrivano tanti e copiosi successi nelle gare a squadre e in quelle individuali. “Claudio era molto bravo. Ricordo che una volta stavo assistendo ad un suo allenamento al Tennis Roma, vicino a me era seduto Mario Belardinelli (ex tennista professionista, maestro e dirigente federale, per molti anni responsabile del centro tecnico FIT di Formia ndR). Ad un certo punto Mario mi fa: Ma te guarda ‘sto regazzino, de dritto vale poco ma non ho mai visto un giocatore che salta e smasha così, sale fino in cielo per colpire. Fabio era molto bravo, tecnicamente ineccepibile, ma non aveva la grinta di Claudio”. In seguito, Fabio diventerà maestro di tennis avviando al gioco sua figlia Carolina, giocatrice che gareggerà nel circuito WTA, mentre Claudio sceglierà di fare altro.

Intanto, nel corso degli anni, i tre campi di terra che fiancheggiavano viale Kant diventano di calcetto, arriva la seconda piscina nei primi anni 2000 e due campi da paddle inaugurati nel 2018, il tutto come pezzi di un puzzle che formano un mosaico che ha nel verde dell’erba il colore principale, e cioè i grandi e curati spazi ricreativi del club. “Nel periodo d’oro abbiamo avuto oltre trecento soci: il Club era un vero e proprio punto di riferimento. Si veniva al circolo per giocare ma anche per stare insieme, guardare le partite in tv, giocare a carte, a biliardo. Pensate che avevamo anche un giornale interno sul quale scrivevano i soci, più che altro per prendersi in giro”. Questa maniera di vivere il circolo è cambiata nel corso degli anni seguendo lo spirito dei tempi, ma è ancora lo stile di vita dei soci storici del Club, un luogo dove sono cresciuti e dove hanno fatto crescere i loro figli, certi che sotto la direzione di Umberto Pillot tutto sarebbe stato sotto controllo.

Una delle prerogative di questi soci e dei loro figli è certamente il saper giocare a tennis. La scuola tennis è diretta dal tecnico nazionale Fabrizio Zeppieri e conta diverse centinaia di allievi. Oltre a coordinare tutte le attività, “Zeppo” si occupa, insieme al maestro nazionale Federico Lucchetti, direttamente dell’attività agonistica e delle due squadre più importanti: la serie C maschile (fino a qualche anno fa serie B) e la serie A2 femminile. Diversi giocatori sono arrivati ad avere la classifica ATP e WTA – si pensi a Matteo Mosciatti, Carolina Pillot, Martina Caregaro e Federica Di Sarra – imparando o allenandosi al Nomentano, dove non solo gli agonisti hanno le attenzioni dei maestri di tennis.

Fabrizio Zeppieri, Tecnico Nazionale FIT

“Quel che a noi del Nomentano interessa, è che ci sia un concetto sano di tennis dal punto di vista didattico: il nostro obiettivo è sviluppare un settore agonistico che sia la conseguenza di questa buona base”. Ha le idee chiare il tecnico Zeppieri, consapevole di come dalla creazione e strutturazione di una buona base di atleti possa giovarsene il settore agonistico. “Chiaramente, delle volte questo lavoro si traduce in qualità di alto livello, come nei casi di Carolina Pillot o Matteo Mosciatti, ma si tratta di cicli che durano magari dieci anni e che poi terminano, e quindi il nostro compito è ridefinire il nostro assetto e ripartire. Oggi, ad esempio, può capitare che due fra le nostre giocatrici di punta, Federica Di Sarra e Martina Caregaro, giochino contro in un torneo ITF, o che uno dei nostri allievi diventi campione regionale under 11”.

I nuovi “prodotti” del circolo, talenti che si sono affinati e stanno perfezionando il proprio gioco al Nomentano, sono figli della qualità più grande del club dei Pillot: l’attenzione dei maestri. “Partendo da una buona base tecnica, bisogna avere un’attenzione alta per favorire la crescita degli atleti. Se si presta attenzione alla parte tecnica, a cicli la qualità dei giocatori prima o poi arriva”. Questa è una delle caratteristiche dei maestri del Nomentano, consapevoli che sono loro a determinare il buon nome della scuola tennis, più dei successi dei singoli o delle squadre. Un maestro che monitora da vicino e costantemente i progressi di ogni suo singolo allievo vale più di uno scudetto a squadre, che spesso si traduce solo in un ritorno d’immagine pure prezioso.

“L’importante è lavorare bene, perché se un giocatore non si trova a suo agio dove si allena, allora cambia senza pensarci tanto. Non conta il nome del circolo e se, all’interno di questo, ci siano giocatori forti: se non ti soddisfano le attenzioni dei maestri e il livello di allenamento allora cerchi un altro posto dove diventare forte”. Questo discorso, che sembrerebbe tarato sulle esigenze di chi vuole praticare agonismo, vale invece per ogni tipo di tennista, da quello che gioca solamente d’estate a chi frequenta il circolo nelle buie serate invernali per migliorare il proprio gioco.

Maestri e allievi del Club Nomentano

“Se sei un quarta categoria o hai la classifica ATP o WTA comunque devi essere seguito con attenzione. Noi abbiamo i nostri maestri, Katia, Angelico, Martina, Enzo, Simone e altri, che formano un nucleo di persone che trasmettono un certo tipo di messaggio formativo. Ovviamente, nel corso degli anni, può capitare di perdere per strada qualche allievo, ma l’importante è che il livello medio della scuola tennis rimanga riconoscibile”. Anche perché il maestro può molto ma non tutto. “La qualità del bimbo o della bimba è il fattore che fa la differenza, sempre. Non è detto che basti andare nelle accademie più famose al mondo per diventare un campione. Il nostro compito, come maestri, è quello di essere competenti e organizzati dal punto di vista strutturale. Insegnare tennis significa dotare i bambini di un buon bagaglio tecnico, la qualità poi arriva in base a chi abbiamo a disposizione”.

Fare questo, significa stare al passo dei tempi anche dal punto di vista dell’allargamento delle competenze specifiche per accompagnare i bambini nel percorso agonistico. Zeppieri racconta come, “di recente, abbiamo effettuato un raduno di bimbi nati fra il 2006 e il 2009, erano circa 40, e con loro abbiamo effettuato una mezza giornata di lavoro con la videoanalisi per la parte tecnica, con uno psicologo dello sport per gli aspetti mentali, di dialogo con un nutrizionista per quanto riguarda l’alimentazione e di esami con un optometrista per lavorare sulla visualizzazione in campo. Contiamo di ripetere appuntamenti del genere con maggior frequenza, vogliamo che fin da bambini i tennisti del domani lavorino con le figure di riferimento per un qualsiasi giocatore che abbia ambizioni di professionismo”.

Competenza e attenzione sono le grandi qualità della scuola tennis del Nomentano, dove l’atleta è al centro di tutto. “Abbiamo avuto tennisti che hanno fatto percorso di Grande Slam e una squadra di serie B maschile che è arrivata a un punto dalla promozione in A2, un team formato da tennisti cresciuti e che si allenavano nel nostro circolo, senza ingaggi esterni. Questo per noi funziona molto. Anche nel femminile: siamo partiti da una serie C capeggiata da Carolina Pillot (nipote del fondatore del club Umberto ndR) e siamo arrivati in serie A1 con Marina Shamayko ed Emily Stellato, per poi vincere lo scudetto nel 2012 con il solo innesto di Karin Knapp”.

E forse il segreto del successo di questo circolo sta proprio nella sua varietà, nel fatto di aver creato un luogo in cui convivono il tennis e il nuoto di alto livello e la vita del club a dimensione familiare. In campo si gioca la serie B a squadre e una famiglia pranza felice nella luminosa clubhouse dalle ampie vetrate, intanto i bimbi corrono nei viali del circolo e il bar esterno brulica di soci e appassionati che popolano ogni giorno il Club per godersi l’ombra dei pini per poi rilassarsi al pomeriggio, quando una leggera brezza rende piacevole la canicola romana. Sono gli stessi spazi verdi dove riposano i bambini dei centri estivi dopo le loro giornate all’insegna di sport e divertimento, correndo scalzi su prati talmente curati che a disegnarci linee di gesso ci si potrebbe giocare a tennis sopra, e dove capita spesso di incrociare Umberto a passeggio, perché qualcosa da migliorare e da rinnovare in questo storico club c’è sempre. Sotto il suo occhio vigile, in oltre 40 anni, il Club Nomentano si è fatto il nome.

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CT Rovigo, crescita sui giovani e attenzione al sociale

Il Presidente del CT Rovigo Andrea Rossi ci ha raccontato gli obiettivi del club veneto, il sogno della serie B e come i tornei sociali siano legati ad attività benefiche

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La favola del TC Sinalunga

Presidente Rossi, il CT Rovigo ha una lunga storia, può raccontarci alcuni passaggi salienti?
Il club è nato nel 1935, ed è sempre stato un punto di riferimento per l’attività tennistica della nostra provincia. Dopo i primissimi anni d’attività, ci fu una crescita nelle strutture dopo la seconda guerra mondiale. La memoria quindi ci riporta al 1964, l’anno in cui si è svolto il primo Trofeo delle Rose. Rovigo è conosciuta come la città delle rose, da qua viene il nome dell’evento principe del nostro club, un torneo Open. È sempre stato un torneo importante, molto seguito, e con un palmares di tutto rispetto per il livello dell’evento. Curiosamente il primo vincitore del Trofeo delle Rose fu Paolo Galgani, storico presidente della Federtennis. Nel ’64 partì una tradizione che continuiamo a mantenere anno dopo anno con grande impegno e passione. Negli ultimi anni abbiamo portato il montepremi a 5000 euro, ed abbiamo avuto vincitori illustri: Cobolli, Galvani, Ghedin. L’ultima edizione è stata vinta da Francesco Ferrari, un giovane promettente. Siamo felici del suo successo, visto che generalmente questo tipo di torneo viene vinto da giocatori “a fine carriera”.

Quella 2018 sarà la 38esima edizione, può anticiparci qualcosa?
Il nostro obiettivo è mantenere il format, visto che funziona. Abbiamo avuto la presenza di Supertennis, con dei video relativi alle edizioni 2016 e 2017. Quest’anno ci impegneremo per tenere lo stesso montepremi. Il passo successo sarebbe organizzare un ITF, ma non è una nostra priorità.

Come mai preferite non fare questo salto?
Vogliamo tenere questo standard e non oltre, perché è un bel torneo, più facilmente gestibile e che ci porta molte soddisfazioni. Arrivano al club ottimi seconda categoria, anche di prima fascia, quindi abbiamo sempre un bel livello tecnico.

Quali sono gli obiettivi dell’attuale dirigenza?
Sono diventato Presidente del CT Rovigo da un anno, ed il nostro obiettivo è quello di elevare il livello della nostra squadra di punta. Negli ultimi 20 anni, ma direi da sempre, non abbiamo avuto una squadra a livello di eccellenza. Mi sbilancio, dicendo che vorrei portare la squadra in serie B. Attualmente siamo in D1, quindi sarebbe un bel salto… Però abbiamo un ottimo vivaio, e questo è molto importante per il formato del campionato. Inoltre c’è un ragazzo di Rovigo, attualmente 26enne, che ha da poco terminato l’attività e che sarebbe molto lieto di venire a giocare da noi. Ci darebbe certamente una mano, fermo restando che il primo passo, verso la serie C, dovremmo farlo con le nostre gambe. Questo resta il primo nostro obiettivo per la stagione in corso.

Quindi salire di categoria puntando tutto sul vostro vivaio?
Esattamente, puntiamo a questo grazie ad una crescita non indifferente nelle nostre figure professionali. Siamo di base una Standard School, che non è poco. Da un anno abbiamo nel nostro staff un tecnico nazionale, Massimo Callegaro, direttore della scuola; poi c’è il maestro Nicola Martinolli ed anche il sottoscritto. Attualmente abbiamo 60 allievi, con gli elementi di spicco nelle categorie under 12, 14 e 16, più maschi che femmine.

A livello di promozione, attuate qualche campagna in particolare?
Abbiamo uno staff molto giovane, e siamo molto attivi sui canali social, che funzionano molto bene per diffondere le nostre notizie ed informazioni. Sono strumenti molto performanti, con tante visualizzazioni sui Facebook e simili. Inoltre siamo molto attivi con tornei giovanili.

Ci parli proprio di queste attività, a fine aprile vedo che ne organizzate uno.
Sì, il weekend 28/29 aprile, un evento giovanile del fine settimana. A metà giugno seguirà una tappa del circuito Kinder, che è un bellissima manifestazione e vede sempre ottime presenze e buon livello. A settembre invece ci sarà un torneo giovanile settimanale.

Quindi il lavoro sui giovani è predominante nelle vostre attività?
Sì, assolutamente. Ho accettato la sfida di diventare Presidente del club proprio per far crescere il movimento giovanile e la scuola tennis. Abbiamo già raccolto i primi frutti del nostro lavoro, raggiungendo il numero attuale di allievi, ma puntiamo ad arrivare anche a 100 ragazzi.

Come è composto il club come strutture? Quanti soci avete e quali sono le vostre attività sociali?
Abbiamo una struttura polivalente: due campi da calcetto, due campi da beach tennis, club house, ristorante. Per il tennis, disponiamo di 5 campi in terra battuta, tre vengono coperti in inverno con palloni pressostatici. In prospettiva pensiamo ad un investimento per altri due campi, in superficie veloce. Attualmente abbiamo circa 120 soci adulti. L’attività sociale? Al momento abbiamo riscontato una certa difficoltà nell’organizzare tornei sociali “classici”, tra settimana non è mai facile venire incontro alle esigenze di tutti… Per questo puntiamo particolarmente su tornei weekend, che hanno sempre un collegamento con attività benefiche. In questo momento abbiamo tre eventi, ognuno legato ad una causa. Il maggiore è legato a Telethon, poi un altro per la LILT, ed il terzo chiamato “torneo a sei zampe” a difesa degli animali, in particolare i cani randagi. Abbiamo inserito da poco un ulteriore iniziativa legata all’AIDO.

È una serie di iniziative molto interessanti, che vi fanno onore. Come è nata l’idea di legare i vostri eventi a cause benefiche?
Il gruppo di Giudici Arbitri del tennis Rovigo è molto affiatato, da sempre uno dei fiori all’occhiello del circolo, ed è composto all’80% da donne, 5 componenti su 7. L’idea ed il portare avanti queste iniziative è tutto merito loro. Sono iniziative non facili da gestire, per far combaciare le esigenze di tutti e far capire lo spirito. Cerchiamo sempre di concludere il torneo con un bell’evento tutti assieme, una cena o una “pizzata”. L’evento Telethon, che è quello di fine anno (legato a quello televisivo), lo facciamo in occasione della cena sociale, generalmente la prima settimana di dicembre.

D’estate organizzate qualcosa in particolare per i giovani, o delle iniziative per avvicinare al tennis i ragazzi?
Abbiamo messo in piedi otto anni fa un progetto che si chiama “Estate da tennisti”. È stato un volano alla crescita del numero dei ragazzi nel club. Prima di questa iniziativa, intorno al 2010, avevamo un numero di giovani davvero basso… era necessario fare qualcosa per crescere e far tornare i ragazzi al circolo. Con un lavoro assiduo siamo riusciti, un po’ alla volta, a far crescere di nuovo il numero degli allievi. Quest’anno inoltre abbiamo iniziato anche la strada delle Racchette di classe, il format che entra nelle scuole.

È un progetto interessante, far capire che il tennis può essere uno sport ottimo per i ragazzi. Che riscontro avete avuto?
Sono andato personalmente, insieme al preparatore fisico, ed è stato bello vedere quanto i bambini restano catturati dal tennis. Anche le maestre ci hanno confermato un entusiasmo superiore per il tennis rispetto agli altri sport. Dovremo sicuramente concentrarci in questo ambito, lavorare sulle scuole. Ho notato che il ritorno non è immediato, e tutto va finanziato dal club in modo gratuito per le classi, altrimenti è molto difficile “entrare nelle scuole”.

Marzo Mazzoni

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