I migliori e i peggiori outfit maschili del 2019

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I migliori e i peggiori outfit maschili del 2019

Un anno di moda sul circuito ATP. I colletti di Federer, un sacco di geometrie e scelte cromatiche molto rivedibili

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E anche un altra stagione è passata agli archivi sul circuito ATP. Di tennis? Macché di moda. In estrema sintesi. È stato un 2019 all’insegna delle linee geometriche. Mondrian avrebbe apprezzato molto questa tendenza. Ma non tutti ne hanno fatto un uso sapiente. Dopo anni e anni, i marchi di abbigliamento sportivo non si sono ancora messi in testa che viola, fucsia e rosa sono colori da maneggiare con cura. Federer ha preso definitivamente il controllo su ciò che si mette addosso ed era il momento che tutti aspettavano. Ecco qua il meglio e il peggio dei completi visti in questa stagione.

Top 5

5) Marin Cilic, Diego Schwartzman, John Isner – Fila (collezione Rolando)

 

Fila ha fatto la storia del tennis, basti pensare alle pinstripes sulla polo di Bjorn Borg nell’epica finale di Wimbledon del 1980 ma anche i completi di Guillermo Vilas e del nostro Adriano Panatta. E in questo 2019, il brand biellese oggi in mani sudcoreane, è andato proprio ad attingere nel passato tra i bozzetti del designer degli anni settanta Pierluigi Rolando, per trovare l’ispirazione per i suoi outfit. Il risultato è stato molto interessante. La collezione a lui intitolata si è distinta grazie alle sue trame geometriche, dal richiamo astrattista e bauhaus. Il completo più riuscito è stato probabilmente quello indossato da Marin Cilic durante gli US Open e Diego Schwartzman a Buenos Aires, due tornei cari ai rispettivi tennisti, con le linee colorate sui fianchi della maglietta e sui pantaloncini. Ma anche quelli “patriottici” di John Isner a Miami e ancora Schwartzmann alle finals di Davis erano notevoli. Non ci sono più i designer di una volta, viene da dire.

4) Novak Djokovic, Australian Open – Lacoste

Novak Djokovic – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

E ha giocato sulle geometrie anche Lacoste nella prima parte di stagione nei suoi outfit creati appositamente per Novak Djokovic. In effetti, questi completi rispecchiano a pieno lo stile Nole. Sobrio e semplice. Ma anche moderno, con colori dalle tonalità accese e sgargianti. Come il blu elettrico della polo utilizzata dal fenomeno serbo nella sua vittoriosa campagna all’Australian Open. Coordinato con dei pantaloncini bianchi a fare da spezzato e delle scarpe colorate in tinta con la maglietta. Un dettaglio quest’ultimo che Djokovic si porta dietro da anni. Insomma un outfit manifesto per lui: semplicità + geometria + rigore + attenzione ai particolari = vittoria.

3) Roger Federer, US Open – Uniqlo

Si entra nelle zone calde della classifica. Si entra dunque in zona Federer. Questo 2019 segnava la prima stagione del suo matrimonio con Uniqlo, marchio di abbigliamento giapponese a basso costo. Le aspettative erano alte anche perché probabilmente Roger non aveva mai avuto così tanta voce in capitolo nella creazione dei propri completi. Ma sono state assolutamente rispettate. Agli US Open ad esempio, il maestro di Basilea si è presentato con quella che potrebbe tranquillamente essere la miglior coreana delle tante viste in queste ultime anni, in termini di eleganza e pulizia. Il colletto è a contrasto e insolitamente lungo. I colori sono i classici bianco e nero, con dettagli in rosso, a richiamare il simbolo di Uniqlo. Le due strisce sulle maniche danno un tocco più sportivo. Tutto molto sofisticato, molto federeriano.

2) Alexander Zverev e Dominic Thiem, Wimbledon e tornei pre-US Open – Stella McCartney x Adidas

Mentre in molti guardano al passato, Adidas quest’anno ha deciso di proiettarsi verso il futuro. Un futuro sostenibile utilizzando materiali completamente biodegradabili a tutela della pulizia degli oceani. Un futuro fatto di colori vivaci, colletti alti con la zip e variazioni di trame. Questa è la sintesi della collezione creata per Wimbledon e i tornei successivi in collaborazione con la stilista Stella McCartney, figlia di Paul, che da tempo collabora con il brand tedesco delle tre strisce. A portarla sul campo sono stati due tennisti giovani, dal gioco assolutamente contemporaneo e pure germanofoni, ovvero Alexander Zverev e Dominic Thiem. La versione londinese in total white era interessante e metteva meglio in mostra i giochi di trame nella maglietta ma quelle in rosso e nero sono di maggiore impatto visivo e incisività.

1 ) Roger Federer, Australian Open – Uniqlo

Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Una normalissima polo bianca con dei pantaloncini blu avio al primo posto? Sì ma lo avete visto quel colletto in stile hawaiano? L’anno scorso c’erano camicie con quel colletto in tutti i negozi di abbigliamento fashion di ogni fascia di prezzo. Ma sul campo da tennis non si era mai visto a memoria. In più quel blu ha davvero una bella tonalità, tenue ma non troppo. Ah è l’outfit di Roger agli Australian Open? Ma che ve lo dico a fare. Leggenda, Icona, Trendsetter.

Flop 5

5) Mikhail Kukushkin e Martin Klizan, Australian Open e US Open – Sergio Tacchini

Il gradino più basso di questa cinquina degli orrori, in antitesi con quello delle meraviglie, va ad un altro brand storico, Sergio Tacchini. Quello delle strisce bianche e blu sulla polo di McEnroe nella già citata finale di Wimbledon tanto per dire. Ma anche degli esordi di Pete Sampras e della vittoria ai championships di Goran Ivanisevic. Invece di guardare al passato e puntare sul classico come Fila, Tacchini ha osato, sia in termini di colori che disegni sulle sue polo. Fin troppo verrebbe da dire guardando le polo appioppate ai due atleti principali tennisti sponsorizzati dal brand, ovvero Mikhail Kukushkin e Martin Klizan. I fashion crimes sono molto gravi: abbinare verde acqua e fucsia, mettere due motivi diversi assieme su tutti. Chi li ha disegnati meriterebbe una punizione severa. E noi meriteremmo anche una spiegazione del significato del disegno sulla polo nella foto in alto a sinistra. Quelle in basso sono delle montagne? Sopra ci sono delle fiamme? Cosa c’entrano insieme?

4) Rafael Nadal, Indian Wells – Nike

Da quando Nadal ha fatto la comparsa sul circuito, si sono formati due partiti tra i fashionistas: quelli che pensano che lo smanicato sia accettabile su un campo da tennis e quelli che non lo pensano e non si stancheranno mai di dirlo anche se lui è abbronzato e muscoloso. Chi scrive è iscritto a quest’ultima formazione. E questo vale come premessa. Ad Indian Wells, Rafa ha declinato quest’indumento che va bene giusto nello sport con la palla a spicchi in fucsia, colore con il quale un outfit maschile risulta un pugno nello stomaco nella maggioranza dei casi. E il fenomeno iberico non è nuovo all’uso di questo tipo di colori. I bordi arancioni aggiungono un secondo colore vivace ad un completo che lo era fin troppo. Rafa vuole portare la sua Maiorca in giro per il mondo. Ma magari l’abbigliamento da spiaggia potrebbe anche lasciarlo nel cassetto.

3) Collezione Nike, Roland Garros e tornei pre-Wimbledon – Nike

Nick Kyrgios – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Con l’uscita di scena di Federer, Nike ha deciso di rompere definitivamente con la tradizione quest’anno e dare un taglio streetwear alle sue collezioni. Che tanto di moda ora va tra i giovani. Gli esiti di questa operazione di rinnovamento sono stati alquanto discutibili. L’apice del kitsch il brand del baffo lo ha raggiunto al Roland Garros con una linea che metteva assieme stampe che non possono stare assieme (e che forse non dovrebbero nemmeno esistere in primo luogo su dei completi da tennis): fiori, api e persino scheletri con la racchetta in mano. Tutti rigorosamente in nero. La combinazione maglietta floreale, pantaloncini con le api e scarpe a contrasto gialle era forse quella più confusionaria e meno coerente vista nel circuito maschile in questa stagione. Sembra fatta da un adolescente ribelle che si veste a caso solo per infastidire i genitori. Se poi la indossa Nick Kyrgios allora tutto assume ancora meno senso (o forse lo assume in maniera definitiva).

2) Kei Nishikori, Roland Garros e US Open – Uniqlo

Se Uniqlo lascia ampia libertà creativa a Federer, dobbiamo supporre che lo faccia anche con Kei Nishikori. Peccato che il giapponese non abbia per nulla lo stesso senso dello stile del suo collega svizzero. In particolare Nishikori sembra avere un problema con la scelta e l’accostamento dei colori. I suoi abbinamenti sono schizofrenici. Al Roland Garros si è presentato con un outfit che includeva cinque (cinque!) colori: fucsia nella parte alta (fucsia è il caso di ripeterlo) della polo, bianco intervallato da una striscia nera, giallo canarino sul ventre e verde petrolio nei pantaloncini. Agli US Open i colori erano “solo” quattro: azzurro, ancora bianco e nero nella striscia della maglietta e poi un ocra veramente bruttino. Viene da chiedersi se sia daltonico. Noi però non lo siamo purtroppo.

1 ) Stan Wawrinka, finale di stagione – Yonex

Yonex e Wawrinka. Un sodalizio caratterizzato dalla vittoria, con tre titoli slam. Un sodalizio caratterizzato dal cattivo gusto. I pantaloncini a quadretti del titolo del Roland Garros del 2015 sono ancora impressi nell’immaginario collettivo come i più inguardabili degli ultimi anni. Ma anche il total fucsia con il quale ha alzato il trofeo degli US Open l’anno successivo era agghiacciante. In questa stagione sembrava che il marchio giapponese volesse risparmiare a Stan l’ennesimo obbrobrio. E invece, proprio sul finale di stagione, gli ha spedito questo completo, indossato ad esempio ad Anversa. La maglietta è rosa porcellino e ha una inspiegabile linea sul petto che prosegue anche dietro alla schiena. I pantaloncini sono color vinaccia. E, dulcis in fundo, le scarpe sono rosse. Rosa, vinaccia e rosso. Peggio di così non si poteva fare. Stan is not the man quando si tratta di stile.

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Opinioni

Cinque idee per migliorare il tennis

Dalla regola del quinto set negli Slam al controverso medical time out, passando per la distribuzione dei punti ATP: come può essere migliorato il tennis? Discutiamone insieme

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Rafa Nadal - Indian Wells 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Con lo sport ancora fermo ai box per chissà quanto tempo, il momento pare adatto per discutere su come cambiare il tennis in modo da renderlo più appetibile, televisivo, popolare. O anche, semplicemente, più coerente. Esistono infatti ancora aspetti del regolamento stesso del tennis che sono controversi e su cui non solo gli appassionati, ma anche gli stessi tennisti e direttori, dibattono. In questo articolo vogliamo andare dritti al sodo proponendo cinque aspetti del regolamento che potrebbero essere migliorati. Altri aspetti, legati ad alcune cattive abitudini connaturate al tennis, verranno analizzati in un articolo successivo nel fine settimana.

Tutte le sigle che governano il tennis in questi ultimi anni hanno tentato delle sperimentazioni, già implementate in alcuni tornei. La ATP ad esempio, come tutti sanno, sta sfruttando le NextGen Finals per testare alcune idee come il Fast4 (set brevi a chi arriva prima a quattro game, con tie-break sul tre a tre), il NoAd con punto secco sul 40 pari, il No Let che prevede di giocare lo scambio anche se la pallina tocca la rete sul servizio, e così via, fino al coaching libero e alla gestione degli asciugamani. Questi cambiamenti sono appunto già stati sperimentati e quindi non ce ne occuperemo in questo articolo. Andiamo invece di seguito a proporre cinque idee ancora poco (o per nulla) dibattute, elencandole a salire dalla meno alla più significativa.

5 – Cambio di campo durante i Super tie-break

Come detto, si tratta di una minuzia che non cambierà la storia del tennis, ma durante i Super tie-break non si dovrebbe cambiare campo ogni sei punti. La regola ha senso nei tie-break in formato classico: si cambia campo dopo il sesto punto per assicurarsi che entrambi i tennisti ne giochino almeno uno in ogni lato. Pensiamo ad esempio a condizioni di sole basso all’orizzonte che possono sfavorire chi gioca controsole, o di vento contro o a favore. Girando ogni sei punti si garantisce almeno un cambio campo nel corso del tie-break, e ulteriori se (e solo se) si proceda a oltranza. La norma è logica e corretta, ma proprio per questo motivo nel Super tie-break andrebbe adattata alla lunghezza di quest’ultimo, cambiando quindi ogni nove punti.

 

Con il cambio al sesto e dodicesimo punto infatti si va incontro a due problemi. Il primo è che il ritmo del gioco diviene estremamente frammentato, proprio in un momento clou dell’incontro. I Super tie-break in cui si giocano 12 punti o meno sono rarissimi, sotto l’uno per cento, il che significa avere quasi sempre due cambi campo, uno dei quali perfettamente evitabile. Il secondo problema è la regolarità stessa del Super tie-break. Essendo la durata media di questi intorno ai 17 punti, alla fine ogni tennista avrà giocato di norma 11 scambi in un lato del campo e sei nell’altro. Una discrepanza particolarmente accentuata.

Per spiegarci meglio, supponiamo per assurdo che eventi atmosferici rendano un lato del campo talmente vantaggioso che chi gioca da quella parte della rete, vinca il punto il 100% delle volte. Il sistema con cui i cambi campo sono costruiti al momento fan sì che fino al 6 pari, e anche durante il tie-break, nessuno possa vincere il set sfruttando quella condizione. Si procederà a oltranza in situazione di parità, come corretto. Con l’attuale sistema usato per il Super tie-break invece, questa condizione di giusto equilibrio viene interrotta, e il giocatore che ha la fortuna di servire per primo dal lato di campo favorevole, vincerà il game per 10-6. Ovviamente questa è un’esagerazione per spiegare meglio il principio, ma anche se il vantaggio di giocare da un lato fosse minimo, è comunque corretto che entrambi i giocatori ne approfittino ugualmente. Anche perché i Super tie-break decidono le sorti dell’intero incontro.

4 – Uniformità per il quinto set degli Slam

Di questo in realtà si sta parlando abbondantemente, da quando anche l’Australian Open e Wimbledon hanno abbandonato il concetto del quinto set a oltranza da vincersi con due game di vantaggio; molto probabilmente presto anche il Roland Garros, ultimo torneo al mondo dove si procede ad libitum, sarà costretto a rivedere le sue clausole. Piccola chiosa insignificante, chi scrive era ed è un fan dell’oltranza. Vero è che un match maratona può inficiare la prestazione del vincitore al turno successivo, ma si tratta comunque di un risultato del campo. Nulla di irregolare, saper battere il proprio avversario risparmiando più energie possibile fa parte del gioco.

L’oltranza ci ha regalato pagine epiche di questo sport. Basti pensare alle Olimpiadi di Londra con Tsonga, che dopo il 25-23 a Raonic sconfisse Lopez in due set al turno successivo, e la semifinale fra Federer e Del Potro, con l’argentino che nonostante la fatica e la sconfitta per 19-17, batté Djokovic nella finale per il bronzo, sempre in due set. Parlando poi dell’incontro cui tutti pensano, ovvero il celeberrimo 70-68 fra Isner e Mahut, certamente sarà stato una faticaccia. Ma fra 100 anni due saranno ricordati ancora per quella partita, mentre di altri tennisti con carriere simili solo il web conserverà memoria.

Tornando al punto principale, in ogni caso va ammesso che ormai la direzione intrapresa è quella del tie-break anche al quinto set. Fermo restando che non c’è nulla d’irregolare nel fatto che ogni Slam faccia come gli pare, sarebbe bello che l’ITF mediasse per avere una regola comune fra tutti. In quel caso il compromesso più accettabile, che nessuno ancora adotta, sarebbe il Super tie-break sul 12 pari. Giungere fino a dodici game nel quinto set è più corretto. Non stanca troppo i giocatori, dà comunque ai fan dell’oltranza un contentino, e tiene gli spettatori incollati ai teleschermi. L’ormai iconica finale di Wimbledon dello scorso anno avrebbe perso una buona fetta della sua epica con un tie-break sul 6 pari. E chissà quanti bei momenti di tennis ci saremmo potuti godere con qualche game in più agli US Open in queste ultime decadi.

Allo stesso modo, il Super tie-break, se proprio deve essere un game secco a decidere un match, è meno aleatorio di un tie-break normale e lascia più spazio a capovolgimenti di fronte. Purché, mi raccomando, si cambi campo ogni nove punti.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

3 – Definizione dell’inizio del punto

Altro aspetto di cui si parla stranamente poco riguarda il lancio della pallina nel movimento del servizio. Da regolamento nel tennis il punto inizia quando il giocatore al servizio comincia il movimento per impattare la pallina con la racchetta. Ne consegue che il lancio della stessa può essere ripetuto più volte. Per assurdo anche mille, senza incorrere in penalità, purché non si faccia il gesto di volerla colpire. L’idea di poter ripetere il gesto finché non ci si sente a proprio agio deriva da un periodo in cui il tennis era uno sport esclusivamente per gentiluomini e gentildonne, e di certo non si voleva litigare e discutere per una minuzia simile.

Ancora oggi una corretta etiquette del tennis fa sì che in generale gli atleti non si approfittino di questa opzione per distrarre l’avversario o irretirlo. Tuttavia, a volte è capitato, tantoché la USTA ha rilasciato dei suggerimenti nel proprio manuale del Fair Play anche riguardo a questo aspetto. In generale è sbagliato il concetto di base: il lancio della palla è un gesto tecnico tanto quanto un rovescio o uno smash, e non c’è motivo logico per cui dovrebbe essere ripetuto fin quando non riesce bene. Certamente le condizioni atmosferiche a volte possono renderlo molto difficile, ma è un principio che vale per ogni altro aspetto del gioco. Se poi appunto contiamo che ciò lascia spazio potenzialmente a furberie e irregolarità, soprattutto con l’avvento dello shot clock, la regola dovrebbe essere cambiata.

Un motivo a suffragio risiede anche nel fatto che una situazione simile si è già presentata nel mondo dello sport. Stiamo parlando della pallavolo, dove in passato, come nel tennis, il movimento del servizio poteva essere ripetuto (una sola volta) se il lancio della palla era venuto male. Successivamente si decise di eliminare il secondo tentativo, poiché da quando molti giocatori iniziarono a eseguire la battuta al salto, la concessione del doppio tentativo si era trasformata in una discreta perdita di tempo. Gli ‘abusi’ di questa libertà portarono dunque la Federazione Internazionale a modificare la norma. Nel campo del tennis invece l’unico torneo a introdurre questa regola in via sperimentale fu l’IPTL, esperimento della scorsa decade che proponeva diverse novità interessanti, ma che per ragioni di budget e logistica ha avuto vita molto breve.

2 – Ripartizione dei punti nei tornei

Premettiamo: la classifica ATP così come è congegnata è un gioiellino quasi perfetto. Non a caso quasi sempre il titolo di “Player of the Year” è andato a colui che anche il computer ha individuato come numero 1 del mondo secondo i punteggi assegnati nei vari tornei. Ciononostante qualche lifting nel corso degli anni se lo è permesso anche il sistema di ripartizione dei punti, l’ultimo nel 2009, al fine di migliorare sempre di più la coerenza dei dati del computer con ciò che si vede sul campo.

Il Ranking così com’è non fa felici tutti i giocatori. Più volte in passato Nadal ha proposto, senza successo, l’idea di una classifica su base biennale, come accade nel golf. Più sottovoce invece è passata una considerazione di Federer che merita altrettanta attenzione, ovvero che i punti assegnati nei tornei sono troppo sbilanciati a favore del vincitore. Nello specifico, 360 punti per i quarti di finale di uno Slam, ovvero poco più di quelli guadagnati da chi perde la finale in torneo ATP 500, paiono un po’ miseri se confrontiamo l’importanza dei due traguardi.

Anche la progressione dei punti sembra seguire una logica matematica che salta di colpo nei piani alti. Nei primi turni infatti i punteggi raddoppiano a ogni gradino: 45, 90, 180, 360, 720. Fino alla semifinale, ogni vittoria fa guadagnare esattamente i punti accumulati fino a quel momento. Tra semifinale e finale però c’è un declino netto. Da 720 a 1200, significa che la vittoria della semifinale porta in dote “solamente” 480 punti, pochi di nuovo se raffrontati ai 720 che dovrebbe valere se la regola del raddoppio continuasse.

Una progressione più corretta, fermo restando il principio che la vittoria finale valga 2000 punti, dovrebbe salire in maniera più lineare, abbandonando prima la regola del raddoppio e premiando di più traguardi di prestigio come il raggiungimento della seconda settimana, o il passaggio del primo turno. Una vittoria in una partita di uno Slam per molti giocatori significa la realizzazione di un sogno e non può avere il valore di una semifinale in un Challenger (45 punti). Senza nulla togliere ai giocatori che si sono onestamente costruiti una classifica da top 100 a suon di tornei ITF, chi ben figura negli Slam dovrebbe essere maggiormente premiato.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Una proposta su cui discutere potrebbe essere la seguente progressione: (10), 80, 160, 320, 560, 880, 1320, 2000. Sono numeri pensati anche per poter essere divisibili per otto, e quindi applicabili con la stessa progressione fin dai tornei ATP 250, cosa che con il sistema attuale non è possibile dovendo fare degli arrotondamenti.

1 – Medical Time Out

E veniamo al problema principale, il benedetto Medical Time Out. Una tradizione tutta tennistica generatrice di mille controversie. Per chi conoscesse il tennis marginalmente ripetiamo la norma in poche parole: a un giocatore è concesso chiedere una pausa dal gioco per usufruire di un intervento medico, ma solo nel caso in cui si tratti di un infortunio “occasionale”, e non di una condizione fisica dovuta a un cattivo stato di forma come, ad esempio, i crampi.

La regola è molto cervellotica e presenta diverse aree grigie e sfumature. Negli anni innumerevoli sono state le accuse di fan, pubblico, e a volte di tennisti stessi (ultimo Giannessi contro Duck He-Lee ai recenti Australian Open) verso atleti colpevoli di aver finto un infortunio solo per distrarre l’avversario, rifiatare, ottenere qualche consiglio tattico. Il Medical Time Out non fa davvero contento nessuno, è una norma troppo opinabile e francamente priva di una logica sportiva. Infortunarsi non fa piacere, ma è parte del gioco. Ovviamente negli sport di contatto occorre prevedere la possibilità che un infortunio possa essere causato dall’azione di un avversario, nel qual caso permettere la cura è logico e lecito. Il tennis però, non rientra fra questi.

Il problema ha due soluzioni. La prima è eliminare il Medical Time Out del tutto: chi non è più in grado di giocare si ritira e lascia strada all’avversario. Quella però che vogliamo proporre, probabilmente più giusta e semplice, è di togliere semplicemente la parola “Medical”, e di trasformarlo in un normalissimo Time Out, che già esiste in molti altri sport. In tante altre discipline il Time Out può essere richiesto e non c’è bisogno di addurre (o di fingere) nessuna motivazione particolare. Sport come basket, pallavolo, pallanuoto addirittura fanno del Time Out un’arte. Prendersi una pausa per far mente locale e allo stesso tempo far perdere il “momentum” all’avversario è più che lecito, anzi: è l’essenza stessa del Time Out.

L’arzigogolo per cui nel tennis debba essere considerato immorale, e debba per questo essere mascherato dietro alla motivazione (sovente fittizia) di necessità mediche, poteva forse avere un senso logico in passato, ma oggi di certo non ce l’ha più. In uno sport ad alta componente psicologica come il tennis, l’istituzione del Time Out, durante il quale magari permettere il coaching, può solo rendere lo sport più interessante, e certamente eliminare tante inutili controversie. Sulle modalità poi si può discutere separatamente: una proposta potrebbe essere un Time Out per incontro, più uno supplementare in caso di set decisivo, da chiamarsi sempre a cambio campo. Nel caso per qualsiasi ragione un giocatore voglia usufruire del Time Out in un altro momento, dovrà concedere tutti i punti fino al successivo cambio campo.

E ora la parola ai lettori. Siete d’accordo con le proposte elencate nell’articolo? Quali vi paiono più urgenti e sensate? Quali altri cambiamenti proporreste per modificare il tennis a livello di regolamenti? Sbizzarritevi nei commenti.

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Al femminile

Jamie Hampton era speciale

Si è definitivamente conclusa la carriera di una giocatrice tanto talentuosa quanto sfortunata. Una tennista difficile da dimenticare malgrado abbia giocato ad alti livelli per pochi mesi

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Jame Hampton - Australian Open 2013

La scorsa settimana Jamie Hampton ha chiuso con il tennis professionistico: ha annunciato il ritiro con un tweet pubblicato martedì 19 maggio. A prima vista sembrerebbe una modalità consueta per i nostri tempi, se non fosse per un “dettaglio” che rende il tutto quasi incredibile: la fine ufficiale è arrivata a distanza di oltre sei anni dall’ultima partita disputata.

Dobbiamo risalire al 3 gennaio 2014, ad Auckland, torneo di apertura del circuito WTA. Hampton è reduce da uno stop di tre mesi (ultimo match allo US Open 2013), ma sembra avere recuperato la condizione. Jamie sta per compiere 24 anni (è nata l’8 gennaio 1990) ed è diventata stabile Top 30. In Nuova Zelanda sconfigge Tamira Paszek, Kristyna Pliskova e infine Lauren Davis; in questo modo raggiunge la semifinale dove la aspetta Venus Williams.

È un incoraggiante avvio di stagione, ma il primo confronto della sua carriera contro Venus non si svolgerà mai: un problema all’anca la costringe a dare forfait. Spiega in conferenza stampa: “Stamattina stavo facendo il riscaldamento, e sul finire ho deciso di tirare ancora un paio di colpi; e semplicemente mi si è bloccata l’anca. Ho parlato con il fisioterapista e il dottore: se fossi scesa in campo ci sarebbe stata la possibilità di aggravare la situazione.
È incredibilmente deludente. Mi sarebbe piaciuto poter affrontare una campionessa come Venus, e magari avere l’opportunità di giocare una finale e vincere il mio primo titolo. Ma così vanno le cose, fa parte del gioco e dell’essere un’atleta. Fosse accaduto lo scorso anno, sarei stata devastata, ma ho fatto molta strada per quanto riguarda la maturità e ho intenzione di fare i passi giusti in vista dell’Australian Open”.

 

Lo Slam è alle porte, occorre essere prudenti per non comprometterlo. Il forfait sembra una scelta precauzionale, invece la situazione non migliora. Hampton deve prima rinunciare allo Slam, e poi affrontare non uno, ma addirittura due interventi all’anca. Lo svela Chris Evert con un tweet del 9 febbraio. L’anca è uno dei punti più critici per chi gioca a tennis, e una doppia operazione cambia la prospettiva sul rientro: non più qualche settimana, ma parecchi mesi.

Di rinvio in rinvio, termina il 2014. E non basta un secondo tweet di Chris Evert del gennaio 2015 (che annuncia la ripresa degli allenamenti nella sua Academy) a cambiare davvero la situazione: anche la prima metà del 2015 passa senza che Hampton torni a competere. Ci si chiede cosa stia succedendo, fino a quando, nel mese di agosto, Jamie rilascia una intervista al sito WTA che racconta dettagli medici preoccupanti: “Ho avuto un totale di sei interventi chirurgici. All’anca destra, all’anca sinistra, al tendine di Achille sinistro, al gomito destro, al tendine di Achille destro, e di nuovo all’anca destra. Il problema al tendine di Achille destro è emerso quando ero in stampelle dopo l’operazione al tendine sinistro. La terza operazione all’anca (la seconda a destra) si è resa necessaria perché avevo accumulato un sacco di tessuto cicatriziale. La parte sinistra ora va bene, i principali problemi sono stati a destra: anca e tendine di Achille”.

Si scopre così che l’anno e mezzo trascorso lontano dai campi non è stato un “normale” periodo di operazione e convalescenza, quanto un autentico calvario chirurgico. L’unico piccolo segnale di speranza si ritrova nella frase “It’s definitely not over”. È la frase che conclude la risposta alla domanda su cosa dire ai tifosi che si preoccupano per lei: “Ai tifosi dico che li amo, e che se avessi risposte certe sul mio futuro sarei felice di dargliele. Ma purtroppo non ne ho. Ma sono ancora concentrata sul tennis, ci sto ancora provando, e quindi di sicuro non è finita.

L’intervista dell’agosto 2015 lascia tutti sospesi, incerti su cosa pensare per il suo futuro, anche perché non si avranno più novità per molto tempo. Tanto per dare una idea: nel luglio 2016 (in pratica un anno dopo) a Wimbledon, dove ero presente come inviato, avevo provato a chiedere di lei a qualche giornalista americano, senza avere notizie. Allora ho chiesto aiuto a Ubaldo Scanagatta, confidando sulla sua sterminata rete di conoscenze internazionali. Niente anche dai suoi contatti; tutto fermo all’intervista del 2015.

Un minimo aggiornamento arriva finalmente da un’altra intervista del maggio 2017, rilasciata per un podcast del giornalista del New York Times Ben Rothenberg. Su 50 minuti di colloquio, Jamie dedica pochi secondi per spiegare la sua situazione medica. La sensazione è che non abbia molta voglia di parlarne. Rettifica alcune voci sbagliate e spiega in estrema sintesi: “Non è vero che ho avuto sei interventi chirurgici all’anca. In realtà ho avuto più di sei interventi, in diverse parti del corpo, ma non tutti all’anca. E anche se una operazione è sempre una operazione, alcune sono state operazioni “minori”, di facile recupero. Non voglio dire quante ne ho avute in totale, ma sono state più di sei”.

Significa quindi che fra il 2015 e il 2017 Jamie è tornata ancora sotto i ferri. Mentre per quanto riguarda il futuro non è cambiata la posizione: “Non so se giocherò ancora o no, ma non ho ancora deciso di abbandonare e passare oltre, verso qualcosa di diverso”.

È assolutamente legittimo che una giocatrice voglia tutelare la propria privacy, non entrando nel dettaglio delle vicissitudini mediche. Se racconto tutto questo è perché credo di non essere stato il solo interessato alle traversie di Jamie Hampton. Molti appassionanti hanno sperato che potesse tornare a giocare: malgrado il periodo vissuto ad alti livelli in WTA fosse stato molto breve, Hampton aveva suscitato una profonda impressione. È venuto il momento di provare a spiegare perché. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo.

a pagina 2: Gli inizi e l’affermazione

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Focus

Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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