Wozniacki e la discreta ricerca di un ruolo da protagonista

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Wozniacki e la discreta ricerca di un ruolo da protagonista

Numero 1 senza Slam (fino al 2018), comprimaria di lusso. Ha saputo cogliere la sua occasione per prendersi le meritate luci della ribalta. E scegliere il momento per ritirarsi

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Caroline Wozniacki - Australian Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Il ritiro di Caroline Wozniacki: dirà basta dopo l’Australian Open 2020

Il tennis è fatto anche di sliding doors. La finale del singolare femminile dell’Australian Open 2018 è stato uno di quei momenti in cui si aveva la sensazione che le carriere delle due tenniste in campo potessero girare a seconda del risultato. In cui un rovescio vincente, una palla corta calcolata male, un net beffardo potevano cambiare la percezione che il grande pubblico ha di due persone ancor prima che atlete. 

In quel match si affrontavano Simona Halep e Caroline Wozniacki, rispettivamente n.1 e n.2 del mondo. A dividerle un anno alla nascita: Wozniacki è nata nel 1990 e Halep nel 1991. Ad accomunarle, almeno fino a quel momento, l’etichetta di ‘perdenti di lusso’. Bruciando le tappe, la danese si era trovata appiccicata addosso questa nomea a soli vent’anni quando faceva incetta di vittorie e titoli nel tour ma non riusciva ad affermarsi negli Slam. Al primo exploit nella finale dello US Open 2009, erano seguite una serie di delusioni nei Major. Erano gli anni in cui Serena Williams aveva già cominciato a fare selezione di tornei e a vincere solo quelli che contavano. Erano gli anni in cui in giro c’era ancora una Sharapova degna competitor, oltre a Clijsters, Henin e Li Na. Wozniacki si trovò ad essere così una numero una sulla carta, premiata dai meccanismi del ranking più che dall’effettivo valore dimostrato nei tornei più importanti. 

 

Halep arrivava a quella finale di Melbourne esattamente con quella spada di Damocle. La numero uno slamless. L’ennesima dimostrazione che in una WTA senza Serena Williams tutte possono raggiungere la prima posizione mondiale. Compresa lei che aveva perso sulla amata terra rossa una clamorosa finale del Roland Garros nel 2017 contro la semi-sconosciuta lettone Jelena Ostapenko, dopo essere stata in vantaggio per un set a zero.

Per questo in ballo in quel match sulla Rod Laver Arena c’era qualcosa di più di uno Slam. Il primo Slam, quello agognatissimo, quello che può finalmente spazzare via ogni ragionevole dubbio sulla tua carriera, quello che da comprimaria ti fa diventare protagonista. A dispetto di questa tensione, palpabile, e della posta in palio, enorme, ne venne fuori una partita magnifica. Combattuta dal primo all’ultimo punto. Quasi tre ore di lotta. Alla rabbia e alla pressione senza quartiere dei colpi di Halep, Wozniacki contrapponeva pazienza e una strenua difesa. La porta girevole del tennis permise alla danese di uscirne vincitrice, per una volta quando contava davvero.

Simona Halep e Caroline Wozniacki – Australian Open 2018

“Nessuno mi potrà più chiedere quando vincerò il primo Slam”, affermò al termine del match, come se si fosse liberata di un peso. Lo stesso che continuava ad opprimere la sua avversaria sconfitta. Halep aveva concluso l’incontro ancora in lacrime, come a Parigi, e senza alcuna più alcuna energia, fisica e psicologica, tanto che sarebbe stata trasportata in ospedale per dei controlli. “Sono sicura che sia un momento molto duro per lei”, sottolineò Wozniacki. E lo sapeva perché anche lei ne aveva vissuti.

La differenza è che quasi nessuno se n’era accorto. A conferma degli stereotipi riguardo la freddezza nordica, anche se tutta la sua famiglia è polacca, Caroline ha saputo per lo più celare le sue emozioni. Quelle negative in particolare. Le ripetute e cocenti delusioni non hanno mai avuto quei contorni drammatici, che, ad esempio, hanno avuto nel caso della sua quasi coetanea rumena. Limitati i gesti di stizza, poche le lacrime versate di fronte al pubblico.

Di quanti pugni ai muri abbia dato e quanti fazzoletti abbia consumato negli spogliatoi non se ne sa nulla. Quello che si sa è che al termine di ogni sconfitta si avvicinava verso la rete e stringeva la mano dell’avversaria di turno, quella dell’arbitro e se ne andava, seguendo il grande copione del tennis. Che l’ha vista in tante occasioni importanti recitare la parte si sconfitta in un film non suo. E queste sue proverbiali grazia ed eleganza l’hanno resa molto apprezzata da tante colleghe. Inclusa Serena, una che di amiche non se n’è fatte tante sul circuito, per via dei suoi 23 Slam ma anche di una autostima debordante. Con Caroline però c’è stata vera amicizia, con inviti ai reciproci addii al nubilato e matrimoni. Con un bell’abbraccio al termine della finale degli US Open 2014, che segnava comunque la fine della crisi di Wozniacki. Come non amare una così onorevole perdente?

Caroline Wozniacki e Serena WIlliams – Finale US Open 2014

Che poi, all’indomani dell’annuncio del ritiro, anche questo aggettivo di perdente andrebbe ridiscusso. In 14 anni di carriera, Caroline ha conquistato 581 vittorie in totale nel tour e alzato al cielo ben 30 trofei. Per fare un paragone, Halep al momento è indietro di 200 lunghezze circa come match vinti e 11 come titoli. Non è per nulla detto che alla fine dei conti, in queste due voci, la riesca a superare. Ma probabilmente verrà percepita come molto più vincente nell’immaginario collettivo, anche grazie alla schiacciante vittoria in finale quest’anno ai Championships. A questi successi, Wozniacki aggiunge la conquista delle WTA Finals del 2017 e il ruolo da portabandiera per la Danimarca alle Olimpiadi di Rio 2016. E viene da dire che ce ne vorrebbero molte di più di perdenti così.

Ma probabilmente Caro non vuole entrare nuovamente in un dibattito che ha segnato e, in qualche maniera anche condizionato, la sua carriera. È a posto così con il tennis e con il circuito. Ha dato tutto quel che aveva durante gli allenamenti e le partite, con discrezione e senza clamore. Ha ricevuto molto, anzi moltissimo, anche in termini finanziari (il totale dei premi vinti a fine 2019 ammonta a $35.218.415), con discrezione e senza clamore. Ora a 29 anni, con le nuove generazioni di tenniste che emergono, un’artrite reumatoide diagnosticata oltre un anno fa che non le dà pace e una famiglia da costruire con l’ex cestista statunitense David Lee (sposato lo scorso giugno) appende la racchetta al chiodo. Le etichette sono state tutte tolte, il suo film da protagonista lo ha girato alla fine. È il momento giusto di voltare pagina. E siamo sicuri che lo farà con discrezione e senza clamore, come sempre. 

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Ciò che il golf ha capito del rapporto con i media, a differenza del tennis

John Feinstein, firma di punta di ‘Golf Digest’, svela il diverso approccio alla stampa dei due sport, e perché in prospettiva ATP e WTA potrebbero pentirsene

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Roger Federer - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

L’articolo originale può essere consultato qui

Quando il PGA Tour si è ufficialmente rimesso in moto al Colonial Country Club di Fort Worth, il mondo era un posto diverso – per usare un eufemismo – rispetto a quello in cui il termine COVID-19 non faceva parte del nostro lessico. Nessun tifoso sui green ed un numero limitato di funzionari del tour, e anche il personale televisivo al seguito dei golfisti era contingentato. Giocatori, caddies e personale del PGA Tour hanno dovuto fare i conti con i nuovi test sierologici, e la maggior parte di coloro che non giocavano o erano a stretto contatto coi golfisti dovevano comunque indossare delle mascherine.

Al torneo era comunque presente un altro gruppo ristretto: gli esponenti della carta stampata. Il numero dei giornalisti è stato ridotto e nessuno di loro ha avuto il consueto accesso agli spogliatoi o al putting green [l’area più vicina alle varie buche, ndr]. Allo stesso tempo non era consentito alcun contatto diretto con i giocatori e la distribuzione di coloro che lavoravano nel media center è stata organizzata in ottemperanza alle norme sul distanziamento sociale: in totale, erano presenti circa 35 giornalisti.

 

I giornalisti sono stati autorizzati a camminare intorno ai percorsi e, sebbene non potessero accedervi, la visibilità non è stata intaccata in alcun modo, vista la mancanza di spettatori. Le interviste sono state fatte da remoto, ma i reporters sono comunque stati in grado di fare domande ai giocatori. Una situazione tutt’altro che ideale ma si spera che anche l’accesso dei giornalisti possa tornare a qualcosa che si avvicini la normalità […] Le attuali restrizioni sono comprensibili e ragionevoli, ed il tour, che spesso può essere criticato a causa della poca trasparenza, ha comunque cercato di consentire ai giornalisti di occuparsi degli eventi nel miglior modo possibile.

Tre giorni dopo la vittoria di Daniel Berger al Charles Schwab Challenge, l’USTA ha annunciato a gran voce che, a partire dal 31 agosto, si sarebbe tenuto lo US Open al Billie Jean King National Tennis Center di New York. L’evento sarà disputato a porte chiuse e non ci saranno partite di qualificazione; inoltre, l’USTA ha annunciato che non ci saranno media in loco anche se, secondo voci non ancora confermate, alcune trattative in corso potrebbero far consentire l’accesso ai giornalisti delle testate più importanti.

A primo impatto l’USTA ha non sorprendentemente deciso di vietare l’ingresso a tutti tranne che ai suoi partner televisivi. So che a molte persone potrebbe non interessare se agli organi di stampa verrà data la possibilità di fare il proprio lavoro, indipendentemente dallo sport. Quando ho twittato mercoledì a proposito del veto posto dall’USTA nei confronti della stampa, ho ricevuto alcune risposte che recitavano: “Ehi, è in TV; questo è importante”, oppure “Smettila di piagnucolare. A nessuno importa se ci sei o no. Segui l’evento in TV come tutti gli altri”.

In primis, non ci sarei andato a prescindere. Non seguo da reporter in maniera sistematica il tennis da anni, ed uno dei motivi è la difficoltà di intervistare i giocatori. Ho scritto un libro sul tennis nel 1991, intitolato “Hard Courts”, e alla pubblicazione ero esausto, non per i viaggi, ma per le continue battaglie necessarie per ottenere l’accesso agli atleti. Sono stato fortunato perché avevo seguito il tennis come reporter per sei anni e conoscevo non solo i giocatori e gli agenti, ma anche i direttori dei tornei. Ciò significava che ero in grado di entrare negli hotel dei tennisti per parlare lì con loro piuttosto che sui campi, dove i media non avevano accesso agli spogliatoi e spesso mi veniva detto di non fare domande che si allontanassero da “dritto e rovescio” – ad essere onesti, molti organizzatori devono combattere coi tabloid britannici, soliti porre qualunque domanda inappropriata che potesse venir loro in mente.

Tuttavia, la maggior parte dei giocatori crede che un’intervista della durata superiore ai 15 minuti sia una richiesta oltraggiosa. Ricordo perfettamente la reazione di Henri Leconte, un francese molto volubile, quando gli dissi, in risposta a una domanda, che mi sarebbe piaciuto passare 20 minuti a intervistarlo. “Cosa?!”, sbraitò. “Venti minuti? Sei pazzo?”. Leconte era uno dei tennisti alla mano dell’epoca.

Quando ho iniziato a seguire regolarmente il golf nel 1993, sono entrato in un mondo in cui i media avevano accesso ovunque: accesso ai campi, al putting green e all’interno dei percorsi, con la possibilità di attraversare i campi con i giocatori. La mia prima lunga intervista per A Good Walk Spoiled è stata con Davis Love III. Due ore dopo, gli ho detto: “Come hai fatto a passare tutto questo tempo con me?”. Strinse le spalle e replicò: “Hai detto che stavi scrivendo un libro, così non ho preso impegni per il pomeriggio”. Ero morto e questo era il paradiso.

Ecco perché non sono rimasto affatto sorpreso quando l’USTA ha annunciato che la stampa non avrebbe avuto accesso allo US Open. L’Arthur Ashe Stadium può ospitare 20.000 persone. Senza fan ammessi, quanto sarebbe difficile raggiungere il distanziamento sociale? Il National Tennis Center non è esteso come un campo da golf, ma è enorme. Ho preso parte a molte edizioni, ovviamente con il pubblico, e riuscivo a guardare le partite su campi outdoor con pochi presenti.

Ci sarebbero alcune difficoltà per l’USTA? Certamente. Le interviste dei giocatori dovrebbero quasi certamente essere condotte da remoto, ma ciò non dovrebbe essere troppo complicato. Negli spogliatoi non è mai stato consentito l’accesso ai media, quindi nulla dovrebbe cambiare sotto questo punto di vista. Ci vorrebbe soltanto un po’ di pianificazione e, più importante, ci vorrebbe la volontà di farlo.

Il tennis è uno sport praticamente morto negli Stati Uniti. Sostanzialmente l’unico momento in cui qualcuno presta attenzione alla pallina verde è durante gli U.S. Open ed ai Championships. L’Australian Open si svolge ad un orario troppo scomodo per gli statunitensi, e solo i veri fanatici hanno la pazienza di guardare le partite di cinque ore sulla terra battuta del Roland Garros. Non aiuta il fatto che nessun americano abbia vinto uno Slam da quando Andy Roddick trionfò a Flushing Meadows nel 2003, e non c’è al momento nulla che faccia presagire ad un’inversione di rotta. Le donne hanno Serena Williams, che è probabilmente la più grande giocatrice di tutti i tempi, ma è anche l’unica vera star americana.

I problemi non finiscono qui. Poiché gli addetti ai lavori non hanno praticamente interazioni coi tennisti, pochi fan credono di conoscere al 100% i giocatori, a prescindere dal fatto che si tratti delle superstar o di giocatori di media classifica. Gli appassionati di golf hanno molte più informazioni sui giocatori perché la maggior parte di loro è disposta a sedersi per intrattenere i giornalisti a lungo.

Viviamo in un mondo in cui gli atleti e i loro agenti fanno valere i propri diritti ed influenzano ciò che viene scritto. Sempre di più, con la riduzione del numero di giornali e riviste, i giornalisti migliori si stanno occupando di lavori di scrittura per i siti web controllati da leghe: MLB.com, NFLNetwork.com, NHL.com e NBA.com, tutti hanno un numero di eccellenti ex giornalisti che lavorano per loro. Allo stesso modo, anche PGATour.com, LPGA.com ed anche NCAA.com possono vantare tra le proprie fila grandi penne. Non importa quanto talento possano avere gli scrittori, il messaggio che trasmettono è controllato dai poteri forti.

Un numero sempre più ampio di atleti comunica attraverso il proprio sito web ed attraverso piattaforme come ad esempio The Players Tribune, creata da Derek Jeter, che permette agli atleti di raccontare le loro storie senza alcuna domanda scomoda. Non si può tornare ai vecchi tempi quando Dan Jenkins e Bob Drum pranzavano con Arnold Palmer tra un round e l’altro dello US Open di golf del 1960 (quando disse loro che intendeva tirare un drive alla prima buca), o anche al 1993, quando misi letteralmente in fila negli spogliatoi i golfisti per parlare di A Good Walk Spoiled.

Ma il golf rimane uno sport in cui gli organizzatori sembrano ancora capire che i media sono importanti, che le storie che vanno oltre le semplici cronache di gara e ti fanno conoscere aspetti inediti dei giocatori sono importanti. Il tennis non ha mai veramente assimilato questo concetto. Ho seguito questo sport per la prima volta nel 1980 e sono rimasto sbalordito quando, dopo la finale dello US Open, fui l’unico reporter che cercò di parlare con John McEnroe dopo la sua vittoria in cinque set contro Bjorn Borg. Gli addetti alla sicurezza erano andati a casa, così entrai nello spogliatoio con McEnroe e passai 20 minuti da solo con lui. Mi parlò emotivamente di quanto fu doloroso sentire la folla che capeggiava per Borg in uno stadio distante 15 minuti dal posto dov’era cresciuto.

L’unico motivo per cui i giornalisti meritano l’accesso a qualsiasi evento sportivo è per poter riferire al pubblico le emozioni dei giocatori. Questo è il nostro lavoro. La pandemia ha ovviamente reso questo lavoro più difficile, ma nel golf ci viene permesso di fare il nostro lavoro al meglio. Nel tennis no, perché a nessuno importa davvero.

La grande popolarità che ha investito il golf, proprio a discapito del tennis, negli ultimi 40 anni è dovuta anche a questo. Non è solo merito di Tiger Woods. A Good Walk Spoiled è uscito un anno prima che Woods diventasse professionista. Era un bestseller del New York Times. Non voglio fare il presuntuoso, sto solo dicendo che l’accesso ai media nel golf, al contrario del non-accesso vigente nel tennis, ha reso possibile tutto questo. A distanza di quasi mezzo secolo, nulla è cambiato.

Traduzione a cura di Marco Tidu

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WTA Lexington: Serena si aggiudica il ‘derby’ con Venus

Vittoria in rimonta per Serena Williams che batte per la diciannovesima volta la sorella Venus

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Serena Williams a Lexington 2020 (foto Wilson/TSOpen)

Un’altra maratona per Serena Williams e un’altra vittoria in voltata al Top Seed Open di Lexington in Kentucky. Questa volta però l’affermazione è arrivata contro sua sorella Venus, nel trentunesimo confronto diretto tra le due giocatrici che hanno segnato un cambiamento epocale nel tennis e che nonostante l’anagrafe segni 39 anni per Serena e 40 per Venus (solo altri due match nella storia della WTA sono stati più “vecchi” di questo) continuano a regalare ottimo tennis ai loro tifosi.

La partenza è stata estremamente problematica per Venus Williams, che ha impiegato diversi games a trovare il suo movimento di servizio, leggermente modificato nel corso degli ultimi mesi senza tennis, andando subito sotto 0-2 e costretta a salvare tre palle per lo 0-3. Trovato il ritmo sulla battuta, però, nel primo parziale Venus ha fatto valere una maggiore consistenza da fondocampo, approfittando della mobilità sulla linea di fondo non ancora al meglio da parte di Serena.

Nel secondo set la 23 volte campionessa di Slam ha trovato molta più assistenza dalla sua battuta, con la quale ha ceduto solamente otto punti su 28 nel corso dei suoi turni di battuta, ottenendo l’unico break del set al sesto gioco (dopo ben quattro occasioni sfumate) e pareggiando i conti dopo 1 ora e 32 minuti di gioco.

 

Il terzo set ha visto ben quattro break nei primi sei giochi, con Serena molto più solida negli scambi da fondo, pronta a tenere il palleggio sulle diagonali e chiudere con il vincente alla prima occasione. Entrambe le giocatrici hanno messo sotto grande pressione la seconda di servizio dell’avversaria entrando appena possibile per chiudere subito il punto: nessuna ha avuto percentuali nemmeno vicine al 50% nei punti giocati con la seconda, e soprattutto Serena ha ottenuto un paio di punti molto importanti in questo modo durante il nono, decisivo game, nel quale ha strappato il servizio alla sorella per andare a servire per il match.

Ho dovuto aumentare il livello negli ultimi due giochi – ha spiegato Serena alla stampa – sentivo di doverlo fare per chiudere la partita. Non mi ero accorta di essere stata sotto 2-4 nel terzo set, e questo è un buon segno. Credo che la partita sia stata di alto livello, Venus sta giocando benissimo, il suo coach Eric ha fatto un gran lavoro con lei, ci sono stati molti scambi lunghi, a tratti abbiamo servito molto forte e poi abbiamo iniziato a spingere con la risposta. È la prima volta che sono a un torneo senza la pressione di vincere, non mi aspetto niente, ed è una sensazione strana”.

Ho giocato ad alto livello per tutta la mia vita, quindi mi aspetto di giocare bene – ha commentato VenusTutto considerato credo di aver giocato bene, è stato un buon inizio dopo una pausa così lunga”.

Serena Williams ha terminato la partita rimontando da 2-4 nel set finale, mettendo a segno 14 ace al suo attivo, e vincendo il centesimo match in carriera dopo aver perso il primo set (100 vinte e 110 perdute, 49,7%, la migliore percentuale del circuito) e conquistando i quarti di finale dove affronterà la connazionale Shelby Rogers che si è imposta in due set sulla qualificata canadese Leylah Fernandez.

Tutti i risultati:

J. Teichmann b. [5] Y. Putintseva 6-2 6-2
[1] S. Williams b. V. Williams 3-6 6-3 6-4
C. Bellis b. J. Pegula 6-3 6-2
[WC] S. Rogers b. [Q] L. Fernandez 6-2 7-5

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WTA

Halep a fatica se la cava di nuovo a Praga, solida Bouchard

La n. 2 del mondo accusa un dolore alla spalla ma vince in rimonta contro la wild card Krejcikova. Vittoria sofferta e convincente per Bouchard

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Simona Halep - Praga 2020 (via Twitter, @WTA)

Ancora il grande caldo a Praga, intervallato da forte folate di vento, ha caratterizzato la giornata di mercoledì dedicata ai secondi turni. È scesa di nuovo in campo la numero 1 del tabellone Simona Halep e come accaduto nel suo precedente incontro, ha trovato dall’altra parte della rete una tennista in grande forma e per avere la meglio ha dovuto far ricorso a tutte le sue energie. L’avversaria in questo caso è stata la ceca Barbora Krejcikova, attuale n. 118 ed ex numero 1 di doppio che ha fatto valere alla grande le sue doti sotto rete.

CHE FATICA HALEP – La tennista di casa ha effettuato un’ottima preparazione durante i torni di esibizione vincendo ben 10 partite sulla terra battuta, e contro Halep ha adottato uno stile molto aggressivo a partire dalla risposta. La romena raramente è riuscita a tenere in mano il controllo degli scambi e anche in difesa ha sofferto molto, sopratutto sul lato del rovescio. La wild card locale ha giocato una partita superba vincendo il primo set in un battibaleno, e anche nei momenti di difficoltà attraversati nel secondo set si è fatta valere. In quel caso Halep si era portata prepotentemente in vantaggio 5-2, ma la disinvoltura di Krejcikova mista ad un’eccessiva titubanza da parte della romena avevano riaperto i giochi. La consueta tenacia di Halep è stata fondamentale per riuscire a chiudere il secondo set alla sesta occasione ma è sempre stata la ceca a dettare il gioco e a sembrare molto più a suo agio in campo.

Col passare dei game è emerso anche un problema fisico per l’attuale n. 2 del mondo la quale, tra secondo e terzo set, ha fatto ricorso all’intervento della fisioterapista per un dolore tra la spalla destra e il collo (ripetuto poi al cambio campo successivo); la prolungata inattività interrotta bruscamente con due partite tanto dispendiose sicuramente non avranno giovato al suo fisico. Nel parziale decisivo c’è stata comunque un’ulteriore svolta nel match: tutto lasciava supporre un dominio della tennista ceca, ma una volta sfumata la chance del 3-0 per Krejcikova, l’indomita Halep si è rimessa sui binari giusti e con 6 game consecutivi ha portato a casa la partita dopo 2 ore e 7 minuti.

 

Se questo torneo deve essere l’ago della bilancia per decretare la presenza o meno di Halep agli US Open, al momento la sua preparazione non sembra ottimale. Mentalmente oggi è riuscita a ribaltare una partita che sembrava già persa ma sul piano fisico è apparsa ancora troppo incerta. Il terzo turno contro la lucky loser Magdalena Frech dovrebbe dargli un po’ più di respiro e sarà forse più facile fare una valutazione della sua condizione.

SOLIDA BOUCHARD – Ad aprire la giornata alle 11:00 era stata un’altra wild card, Eugenie Bouchard scesa attualmente alla posizione n. 322 del ranking. Dopo l’agevole vittoria nel primo turno, è arrivato un’altro successo convincente per lei ma questa volta molto più sudato. La canadese ha infatti battuto Tamara Zidansek per 7-6(2) 6-7(2) 6-2 in 2 ore e 52 minuti dopo un incontro sfiancante. Entrambe hanno impostato la loro partita col gioco da fondo e solo ogni tanto la slovena tentava delle variazioni con la smorzata di dritto. Il grande equilibrio – testimoniato anche dalla durata del primo set, 71 minuti – è svanito durante i due tie-break dominati rispettivamente il primo dalla canadese e il secondo dalla slovena. In più occasioni Bouchard ha sperperato un vantaggio tanto faticosamente conquistato, ma alla lunga è stata lei ad avere il maggior controllo delle operazioni e ha mostrato un atteggiamento decisamente positivo, supportato da un’ottima prestazione alla battuta. Ad ogni errore ha sempre reagito con determinazione e la sua superiorità è emersa nel parziale decisivo.

Risultati secondo turno:

[WC] E. Bouchard b. T. Zidansek 7-6(2) 6-7(2) 6-2
[LL] M. Frech b. A. Rus 6-3 2-6 6-4
[1] S. Halep b. [WC] B. Krejcikova 3-6 7-5 6-2
S. Sorribes Tormo b. L. Siegemund 6-2 6-3
I.C. Begu vs [LL] L. Kung 6-7(3) sospesa

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