2019, il tennis a ottobre è giovane con le imprese di Sinner e Gauff

Racconti

2019, il tennis a ottobre è giovane con le imprese di Sinner e Gauff

Nel mese di ottobre c’è aria di giovinezza grazie agli exploit di Jannik Sinner e Coco Gauff

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

In pieno autunno, nel mese delle foglie cadenti, per il tennis è tempo di primavera. C’è aria di freschezza e giovinezza ad ottobre, che vede sbocciare i giovanissimi Jannik Sinner e Coco Gauff. O meglio, i due teenager si erano già messi in luce nel corso dell’anno ma è soprattutto nel finale di stagione che riescono ad alzare ulteriormente il loro livello – già sbalorditivo – e a proseguire la scalata al successo.

Cominciamo dal nostro Jannik. Il 18enne di San Candido, allenato da Riccardo Piatti, si fa notare all’inizio dell’anno per la vittoria inaspettata del Challenger di Bergamo. È l’inizio di un percorso in cui, a piccoli passi, l’altoatesino continua a migliorare e a salire di livello. Supera così per la prima volta un turno in un torneo ATP, a Budapest, per poi issarsi nuovamente in finale al Challenger di Ostrava. Tennis intraprendente e determinazione di ferro sono le caratteristiche che cominciano a trasparire dalle performance in campo di Sinner che, a Roma (prima partecipazione a un Masters 1000), rende subito onore alla wild card ricevuta superando il primo turno dopo aver salvato un match point contro Steve Johnson. Viene fermato poi da Stefanos Tsitsipas.

Conquista un secondo titolo al Challenger di Lexington ma, soprattutto, supera le qualificazioni allo US Open per entrare così per la prima volta in carriera nel draw principale di un major, dove lo aspetta l’ex n. 3 del mondo e tre volte campione Slam Stan Wawrinka. Sinner dimostra di saper tenere testa anche a un giocatore di tale caratura, tant’è che trascina lo svizzero al quarto set. Alla fine è Stan a vincere (6-3 7-6(4) 4-6 6-3 lo score), ma l’esperienza a New York si rivela un momento chiave nella maturazione del giovane italiano.

 

Nel mese di ottobre, dunque, arriva il primo vero importante salto di qualità: Jannik scende in campo più determinato che mai e, ad Anversa, si regala perfino gli scalpi di Gaël Monfils e del dirompente Francis Tiafoe, per ritrovare Wawrinka in semifinale ed essere sconfitto nuovamente. Un risultato sorprendente che conferma ancora una volta il grandissimo margine di miglioramento e il vasto potenziale dell’allievo di Piatti. A fine febbraio Jannik si trovava intorno alla posizione n. 325; a fine ottobre entra in top 100. Ma non finisce qui. È tempo di NextGen Finals a Milano e Sinner vi partecipa con una wild card. Sarà un trionfo.

Jannik Sinner – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

L’azzurro è particamente perfetto in campo. Nel Round Robin supera Tiafoe (ancora), Mickael Ymer ma perde con Hugo Humbert. Poi, in semifinale, ha la meglio su Miomir Kekmanovic e, nel round finale, liquida senza colpo ferire la pratica De Minaur – n. 18 del mondo – con un perentorio 4-2 4-1 4-2. A 18 anni e due mesi – il più giovane degli otto NextGen in gara – è lui la stella di Milano. Eppure Sinner non si accontenta. Profilo basso, tanta voglia di lavorare e migliorare, sempre. Jannik non vuole dunque mancare l’ultimo appuntamento stagionale, a lui particolarmente caro, poiché si svolge nel suo Alto Adige. Al Challenger di Ortisei Jannik mette in campo un tennis ancora più maturo, che non smette di essere propositivo, tant’è che giunge alla finale senza concedere neanche un set. Domina Lucas Miedler, Roberto Marcora, Federico Gaio, Antoine Hoang e, in finale, Sebastian Ofner. Continua così la scalata verso l’eccellenza. Ora è n. 78 in classifica; nel 2018 era n. 763. Un exploit che l’ATP premia decretandolo “Newcomer of the Year. Non solo. Sinner è il più giovane giocatore a terminare l’anno nella top 80 dopo Rafa Nadal nel 2003, che chiuse la stagione da n. 47 a 17 anni. 

Gli ingredienti del successo di Sinner? Tempra invidiabile, calma serafica, un tennis da urlo, tanta educazione e umiltà, volontà di ferro e un sodalizio, quello con Riccardo Piatti, che funziona alla grande. E poi il buonumore. Il giovane azzurro, nonostante appaia molto serio, posato e timido, ha più volte rivelato un grande senso dell’umorismo, autoironia e voglia di scherzare. Lo dimostra il simpatico e imprevedivibile siparietto in cui Jannik e Maria Sharapova (che, insieme a lui, si allena da alcuni mesi nell’Accademia di Piatti a Bordighera) cantano e ballano per festeggiare l’arrivo del Natale, filmati dallo stesso Piatti. Insomma, l’anno 2019 si chiude col sorriso per Sinner. Ed è solo l’inizio. Il ragazzo è certamente destinato a sorridere e a cantare di gioia ancora a lungo.

NEL MONDO DI COCO

Anche il circuito femminile ha la sua ventata di giovinezza e Cori Gauff, detta Coco, ne è l’esempio più lampante. Un vero fenomeno (almeno per ora), Coco. La 15enne americana (nata il 13 marzo 2004 ad Atlanta), dal tennis devastante, “irriverente” eppure già solido, non ha paura di nulla, supportata da una condizione fisica e mentale impressionanti per la sua giovane età. Ma Coco è un personaggio anche fuori dal campo. Estremamente matura e umile nel gestire la pressione e perseguire la scalata al successo, Gauff diventa popolare in breve tempo, specie negli Stati Uniti, dove ancora si attende l’erede di Serena Williams. L’anno scorso si era messa in luce nei tornei juniores, dopo aver raggiunto la finale dello US Open nel 2017 e la vittoria al Roland Garros nel 2018. Nel 2019, a Wimbledon, un’ulteriore rivelazione, anche tra i grandi”. Per la prima volta nella sua carriera in erba, è proprio sui prati verdi di Church Road che riesce ad esordire nel tabellone principale di un major dopo aver superato le qualificazioni. Ed è un inizio col botto perché, al primo turno, dall’altra parte della rete c’è uno dei suoi idoli, la pluri-campionessa ed ex n. 1 del mondo Venus Williams. Ebbene, Coco non si scompone e le rifila un doppio 6-4.

Cori Gauff – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Verrà poi fermata agli ottavi dalla futura vincitrice del torneo, Simona Halep, in forma smagliante. Insomma, un inizio dei più promettenti, l’avvio di una carriera destinata a brillare a lungo. Allo US Open non sfigura. Anzi. Avanza fino al terzo turno, superata poi dalla campionessa uscente Naomi Osaka. Coco è bravissima anche nella disciplina del doppio, tant’è che vince già ben due titoli con l’amica e connazionale McNally, a Washington e a Lussemburgo.

Ma come nel caso di Sinner, è nel mese di ottobre che la sua crescita viene premiata dalla vittoria di un titolo, quello dell’Upper Austria Ladies di Linz. In Austria, Coco conferma il suo enorme potenziale fisico, tecnico e mentale. Entrata in tabellone come lucky loser, la statunitense non si lascia sfuggire una bella occasione e supera Voegele, Kozlova, la n. 1 del seeding Kiki Bertens, Petkovic in semifinale per poi ripetersi in finale, al terzo set, con la campionessa del Roland Garros 2017 Jelena Ostapenko. A 15 anni e 7 mesi, Coco Gauff può vantare già un primo titolo WTA. Per trovare una ‘prima’ vincitrice così giovane nel circuito bisogna tornare alla prima affermazione di Nicole Vaidisova, nel 2004 a Tashkent.

Anche per Coco Gauff sembra solo l’inizio. Il 2020 è alle porte e i giovanissimi, oltre ai semplici ‘giovani‘, sono in agguato.

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Storie di tennis: quando il tennis può fare male

Due storie legate al tennis: finite, purtroppo, con la morte del protagonista. Parliamo di due re e di molti, molti secoli fa…

Pubblicato

il

Carlo VIII di Valois, re di Francia

Evasione. Quella dello spirito in questi giorni oppresso da pensieri cupi. E cosa può esserci di più adatto di una bella storia di tennis per un’evasione spirituale domenicale, il giorno che in tempi normali è dedicato al riposo? Due storie di tennis. Quelle che vi proponiamo oggi.

La scienza medica ha autorevolmente affermato che il tennis è uno sport che fa bene alla salute. Purtroppo non è sempre così. Per dimostrarlo ci rechiamo alla corte del Re Enrico V d’Inghilterra, protagonista dell’omonima opera di Shakespeare nella quale il drammaturgo inglese gli fa pronunciare uno dei discorsi più celebri di tutti i tempi alla vigilia della battaglia di Azincourt, vinta dagli inglesi. Siamo quindi nella prima metà del 1400 e “le jeu de paume” – ovvero il gioco del palmo – grazie a Enrico V, che in gioventù ne era stato appassionato praticante, inizia a diffondersi in tutto il regno unito. Tale era l’amore giovanile di questo sovrano per l’antenato del tennis che il giorno prima della battaglia sopra citata i francesi per scherno gli inviarono un cesto pieno di palline da tennis; il re contraccambiò il regalo inviando ai francesi un cesto pieno di palle da cannone. Ma questa è un’altra storia.

Tornando alla nostra, scopriamo che dal 1406 sino al 1424 alla corte del re d’Inghilterra era presente un lontano discendente di Robert Bruce (il personaggio protagonista del film “Braveheart”), formalmente in qualità di ostaggio ma nella realtà in veste di ospite di riguardo: Giacomo I di Scozia. Nei 18 anni trascorsi a Londra egli divenne un fervente sostenitore dei costumi e della cultura inglese nonché un appassionato praticante del jeu de paume. In quell’epoca questo gioco si praticava con un guanto in cuoio o in pelle calzato sul palmo della mano mediante il quale si colpivano le palle a loro volta fatte di pellame animale e imbottite di piume. Le prime racchette da tennis giunsero un secolo dopo e le palline in gomma vulcanizzata quasi cinque secoli più tardi.

Giacomo I nel 1424 fece ritorno in patria dove continuò a praticare il gioco appreso alla corte d’Inghilterra e nell’inverno del 1437 si trovò a Perth con la consorte all’interno di un convento che – cosa non insolita per l’epoca – era dotato di uno spazio riservato al jeu de paume. In quei giorni Giacomo Primo vi si dedicò molto ma senza grandi risultati; perse una notevole quantità di palle mandandole per errore dentro una conduttura di scolo adiacente il campo e collegata con l’esterno del convento. Spazientito per l’inconveniente il sovrano impartì l’ordine che si rivelerà per lui fatale: murare l’estremità del condotto. Fu così che le palline furono salve e il re perduto.

Il 20 febbraio del 1437 intorno a mezzanotte Giacomo I stava giocando a scacchi con la regale consorte e alcuni amici quando vide il bagliore di numerose torce e udì i passi di uomini armati dirigersi rapidamente verso di loro. Il re mise al sicuro moglie e amici e poi cercò di mettersi a sua volta in salvo, ma commise un errore: cercare di uscire dal convento passando attraverso il cunicolo che tre giorni prima aveva fatto murare. Fu quindi costretto a tornare sui suoi passi dove fu circondato e ucciso a colpi di pugnale e di spada non senza avere opposto una fiera resistenza, come racconta nel suo diario la regina che, a differenza del re, si salvò. 

Per raccontare la seconda storia dobbiamo fare un piccolo salto nel tempo e nello spazio, prendendo atto che il quindicesimo secolo fu un periodo maledetto per i re del vecchio continente appassionati di giochi con la palla (da tennis). Protagonista è Carlo VIII di Valois, re di Francia dal 1483 al 1498 soprannominato “l’affabile” ma che con più precisione avrebbe dovuto essere chiamato “lo sbadato”, come presto vedremo.

Carlo VIII era nato nel 1470 nella valle della Loira nel castello di Amboise e in quel castello morì il 7 aprile del 1498. Quel giorno per volontà del re si disputava un torneo di jeu de paume organizzato allo scopo di distrarre la regina Anna di Bretagna dal doloroso pensiero di un recente parto non andato a buon fine. La mattina del 7 aprile per accedere al fossato in cui si sarebbe disputato il torneo Carlo VIII percorse a cavallo una stretta e buia galleria e, prima di uscire alla luce del giorno, colpì violentemente il capo contro un architrave in pietra.

Fu il prototipo di quella che secoli dopo Fantozzi definì “una craniata pazzesca” ma il monarca, forse imbarazzato per la figura poco regale, resistette in sella al cavallo e si accomodò al suo posto a fianco della consorte e dei suoi ospiti per assistere allo spettacolo come se nulla fosse capitato; alcune ore dopo, intorno alle 2 del pomeriggio, il monarca si accasciò improvvisamente al suolo a causa di un’emorragia cerebrale causata dall’infortunio. Le cure dei medici furono vane e nelle nove ore successive riprese conoscenza solo per pochi secondi subito prima di morire, duranti i quali chiese inutilmente a Dio e alla Vergine Maria di soccorrerlo. Spirò intorno alle 23.

Lo scorso secolo è stato teatro di un’altra tragica fatalità avvenuta nel 1983 allo US Open junior che costò la vita a un giudice di linea, che fu colpito all’inguine dal servizio di un giovanissimo Edberg e sfortunatamente, nel cadere per terra, batté fatalmente la testa. Ma mentre le prime due vicende sono così lontane nel tempo da poter essere viste e trattate con relativo distacco, non così si può dire della terza, sulla quale pertanto non ci sentiamo di aggiungere altro. A presto per un’altra storia di tennis.

Continua a leggere

Racconti

Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

Pubblicato

il

Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: Orantes-Vilas US Open ’75, la partita della vita

Andiamo a rivivere una partita storica giocata sulla terra verde di Forest Hills 45 anni fa: lo spagnolo vince una semifinale che sembrava perduta per poi andare a vincere il titolo

Pubblicato

il

Se qualcuno pensa che Roger Federer abbia l’esclusiva dei match point falliti in partite importanti, dopo aver letto questa puntata di “storie di tennis” dovrà ricredersi. Nella semifinale degli US Open del 1975, l’argentino Guillermo Vilas compì infatti suo malgrado un’impresa difficilmente eguagliabile, alla cui realizzazione diede un impagabile contributo il suo avversario, lo spagnolo Manuel Orantes. Ma andiamo con ordine.

La kermesse numero 94 del più importante torneo nord-americano si disputò a Forest Hills tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre. Fu un’edizione storica per due ragioni: l’introduzione delle sessioni notturne grazie all’uso della luce artificiale e la sostituzione della superficie in erba con la terra verde tecnicamente nota con il nome di har-tru, all’epoca molto in voga nel circuito statunitense. La velocità di questa superficie oggigiorno caduta in disuso era inferiore a quella dell’erba naturale e, quindi, almeno in teoria avrebbe dovuto aumentare la durata degli scambi e conseguentemente delle partite.

Per questo motivo gli organizzatori quell’anno decisero di fare disputare i primi tre turni sulla distanza dei tre set. Per la cronaca, tale formula rimase in uso sino al 1978 incluso, anno in cui l’har-tru venne definitivamente sostituito dal cemento.

Il programma del 6 settembre 1975 prevedeva la disputa delle due semifinali maschili e, nel mezzo, della finale femminile. Nella prima semifinale Jimmy Connors, campione in carica e numero 1 del mondo, sconfisse con un triplice 7-5 Bjorn Borg. La finale femminile fu vinta da Chris Evert in tre set contro l’australiana Evonne Goolagong. Nella seconda semifinale, iniziata poco dopo le 20, si affrontarono due mancini specialisti della terra rossa: Guillermo Vilas e Manuel Orantes, rispettivamente numero 3 e 9 della classifica ATP.

Era la dodicesima volta che i due giocatori di lingua spagnola si affrontavano e Orantes, classe ’49 e quindi di tre anni maggiore di Vilas, conduceva per sei vittorie a cinque. Le caratteristiche tecniche dell’argentino sono note ai più: un formidabile giocatore da fondocampo dotato di un fisico straordinario donatogli da mamma e papà e di una resistenza atletica derivante da una dedizione all’allenamento degna di un asceta. Tra le tante qualità di Vilas in campo, certamente la fantasia non era la più rimarchevole ed è quindi curioso segnalare che il tweener – il colpo più estroso che si possa vedere su un campo da tennis – fu “inventato” proprio dal giocatore argentino che, come lui stesso racconta, trasse ispirazione dalla visione di una clip pubblicitaria in cui un giocatore di Polo la eseguiva.

Meno note sono forse le caratteristiche di Orantes, nonostante nella prima classifica ATP della storia figurasse al secondo posto assolutoEra soprannominato “il piccolo Manuel” per distinguerlo dal suo più celebre connazionale: Manuel Santana. Il tennista spagnolo era meno potente e regolare di Vilas, ma gli era superiore sotto il profilo del tocco di palla e della fluidità nell’esecuzione dei colpi. All’epoca della semifinale di Forest Hills a livello di Slam il miglior risultato dei due contendenti era rappresentato da una finale a Parigi dove erano entrambi stati sconfitti da Borg: nel 1974 Orantes e l’anno successivo Vilas.

L’esito della loro sfida sulla carta era quindi molto incerto, anche se nel corso del torneo Orantes aveva smarrito due set mentre Vilas nei precedenti cinque turni era parso invincibile: 14 game complessivamente perduti. Durissima – in particolare – la lezione inflitta negli ottavi di finale a Jan Kodes e poco meno mortificante quella riservata nei quarti a Jaime Fillol: 6-2 6-0 6-0 al cecoslovacco e 6-4 6-0 6-1 al cileno. Sino al terzo game del terzo set Vilas continuò a sembrare invincibile; vinse il primo e il secondo set con il punteggio di 6-4 6-1 e si portò avanti di un break all’inizio del terzo.

A quel punto lo spagnolo ebbe un ritorno imperioso che gli permise di conquistare sei giochi consecutivi e di portare la partita al quarto set dove, però, si trovò presto a dovere affrontare una situazione di punteggio drammatica: 0-5 0-40. Tre match point consecutivi per Vilas. Con due volée e uno smash in qualche modo Orantes in quel frangente se la cavò ma nel game seguente dovette fronteggiare altri due match point consecutivi non potendo contare sul servizio. Evidentemente però la maledizione che in questa situazione di punteggio talvolta colpisce Federer non è esclusiva dello svizzero poiché anche Vilas non fu capace di chiudere l’incontro e da quel momento sino alla fine del set non riuscì neppure a procurarsi una singola palla game per tacere di una palla break, per la disperazione del suo coach, Jon Tiriac, che si sgolava invano dagli spalti.

Anni dopo in un’intervista l’argentino dichiarò di essersi leggermente lesionato un addominale alla fine del terzo set e di avere quindi giocato menomato per il resto dell’incontro ma, soprattutto, che lo choc derivante dalla perdita del quarto set non lo abbandonò più; con un sussulto d’orgoglio nel parziale decisivo riuscì a riportarsi sul 4 pari dopo essere stato in ritardo di un break ma poi perse nuovamente il servizio e infine la partita. Un suo passante in rete decretò la fine del match e la sua consegna alla storia del tennis.

L’incontro durò oltre quattro ore e terminò dopo la mezzanotte. Poche ore dopo il vincitore era atteso in finale da un avversario più riposato e che nei precedenti otto confronti lo aveva battuto sette volte. Ma quando si supera con successo una situazione come quella in cui si era trovato Orantes presumiamo si esca dalla sfera umana per entrare in quella divina e di questa trasfigurazione fece le spese Connors che dovette arrendersi a un Orantes in grado di disputare una partita che lo stesso statunitense definì qualitativamente sbalorditiva: 6-4 6-3 6-3 il punteggio a favore dello spagnolo, il secondo in grado di conquistare questo torneo dopo Santana che ci era riuscito nel ’65.

Manuel Orantes in seguito non seppe più ripetere l’exploit ma resta comunque uno dei giocatori europei più vincenti dell’era Open con 33 successi nel circuito. Guillermo Vilas vinse lo US Open nel 1977 superando a sua volta in finale Jimmy Connors che nei quarti si era vendicato di Orantes battendolo in tre set; a questo major aggiunse il Roland Garros nel medesimo anno, gli Australian Open nel ’78 e nel ’79 e altri 58 tornei che fanno di lui il nono tennista di sempre per numero di vittorie. Vilas, come Orantes, ha un best ranking ufficialmente rappresentato dalla seconda posizione assoluta, ma qualcuno sostiene che fu numero 1 del mondo non riconosciuto per alcune settimane. Questa però è un’altra storia e quella di oggi si conclude qui.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement