Novak Djokovic o “delle seconde che sono prime”

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Novak Djokovic o “delle seconde che sono prime”

Proponiamo di seguito una digressione su uno spunto di fivethirtyeight.com, che ha spiegato nei numeri i progressi della seconda di servizio del campione serbo

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nel saggio “Roger Federer both flesh and not” (inizialmente “Federer as religious experience”), David Foster Wallace riporta la risposta dello svizzero alla domanda su quanto contasse per lui essere un giocatore esteticamente piacente, che era stata, nelle parole di DFW, sintomatica in quanto non era una risposta definitiva ma rimaneva un insight di raro interesse. In sostanza, Federer aveva in qualche modo sminuito il tema della propria grazia ultraterrena (cosa che i suoi sponsor certamente non fanno), affermando che quell’aspetto è sì importante, ma allo stesso tempo è soltanto una prima impressione di chi guarda, e non ha un impatto significativo su come lui affronta la questione, piuttosto rilevante per un atleta, della vittoria e della sconfitta.

Un discorso simile potrebbe essere fatto per il servizio di Novak Djokovic, perennemente sottovalutato dal pubblico per l’apparente aporia davanti a cui ci pone il suo stile gioco: ciò che l’eye test degli osservatori trae dalle partite del serbo sono la flessibilità, la copertura di campo, le risposte fra i piedi dell’avversario, ma in poche parole ciò che si nota è la consistenza di Nole nello sbagliare dal poco all’infinitesimale, nonostante il suo sia tutto tranne che un gioco di rimessa, grazie ai continui anticipi con cui taglia gli angoli e pressa gli avversari, e grazie anche, in misura considerevole, proprio alla battuta – ricordiamo tutti le difficoltà a cui andò incontro per via delle condizioni vegetative del colpo causate dai problemi al gomito del 2017, quando fu costretto a modificare temporaneamente l’esecuzione del colpo per non stressare l’articolazione, perdendo velocità e spazzolata.

Infatti, quando nel 2018 il New York Times ha indetto un sondaggio fra giocatori e addetti ai lavori, sia la prima che la seconda di Djokovic sono risultate fra le migliori del circuito, guadagnandosi un posto appena fuori dalla Top 5 (in entrambe le categorie il quintetto top era Isner-Karlovic-Raonic-Federer-Anderson, in diverso ordine), e i dati sembrano confermarlo: stando al sito dell’ATP, Nole ha l’ottavo miglior serve rating’ dell’ultimo anno di tennis, un dato figlio soprattutto del settimo posto nella percentuale di game vinti e del quinto per punti vinti sulla seconda.

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Proprio sulla seconda si è focalizzata Amy Lundy di fivethirtyeight.com, che ha certificato nei numeri come il colpo abbia fatto un ulteriore salto in avanti durante gli Australian Open, rendendolo ancora meno giocabile – e non è che prima… Stando ai rilevamenti Infosys del torneo, il N.2 ATP ha aggiunto circa 10 chilometri orari alla sua seconda palla, attestandosi sui 167 all’ora, un dato non troppo lontano dai 190 della prima di servizio, e soprattutto più alta di quella di giocatori considerati molto più aggressivi con questo fondamentale, come Nick Kyrgios (anche se difficilmente Djokovic proverà mai a spingerla così tanto sul 5-5 del tie-break del terzo…).

L’autrice ha evidenziato maggiormente due dati. Innanzitutto, che all’aumento di velocità non è corrisposto un aumento dei doppi falli – 13 nei primi 6 match, lo stesso dato del 2018. E poi, ancora più significativamente, che non solo Djokovic ha reso più pesante il colpo, ma l’ha shakerato con un approccio tecnico non convenzionale in termini di spin: quasi tutti i giocatori optano per una prima piatta o slice, riservando il kick per le seconde, che hanno il vantaggio di un passaggio molto più alto sulla rete e generano un rimbalzo altrettanto elevato. Djokovic, però, sta servendo con frequenza lo slice sulla seconda, aumentando l’effetto sorpresa contro avversari usi a colpi lavorati ma non troppo rapidi, magari assumendo una posizione più avanzata che non dà il tempo di reagire a una diversamente prima di servizio.

Il tipo di effetto è poi legato a un piazzamento differente rispetto alla doxa delle seconde palle, predicata sulla ricerca del rovescio avversario: il box del servizio viene tradizionalmente diviso in tre fasce, esterna, al corpo, e all’incrocio delle righe, con le seconde generalmente a cercare l’incrocio da destra e soprattutto la linea esterna da sinistra, dove il kick diventa fondamentale per far colpire l’avversario all’altezza della spalla. Nole, ancora una volta, sta facendo il contrario, cercando il dritto avversario senza problemi grazie alla corposità del suo colpo: delle 40 seconde dal deuce court tirate nei primi quattro match, 22 sono state indirizzate verso l’esterno del campo, attaccando il dritto dell’avversario in tre di queste partite – fa ovviamente eccezione il terzo turno con il mancino Nishioka; discorso simile per la seconda da sinistra, con 28 su 45 tirate al centro.

Ma da dove si origina la teoria contro-intuitiva che ha portato a questo cambiamento tattico? Due cose vanno dette. Innanzitutto, al di là di ogni discorso specifico, la velocità della battuta di Djokovic è cresciuta in toto, e una grande prima favorisce rischi sulla seconda: nei primi tre turni, ha messo a segno più del doppio degli ace rispetto allo scorso anno, 47-23; a parità di match, e con meno turni al servizio giocati, ha messo a segno più ace di Federer, 70 a 66, e solo un paio in meno rispetto a Zverev; e nella prima settimana del torneo ha colpito il 61% delle sue seconde sopra ai 170 chilometri orari.

Per un’eziologia più precisa, invece, ci viene il soccorso ancora una volta Craig O’Shannessy, che lo scorso dicembre ha scritto un feature sugli ace di seconda messi a segno dall’attuale Top 10 nei Masters 1000 giocati fra il 2011 e il 2019, mostrando come l’84% di questi sia generato da servizi contro il dritto (47% da sinistra, 37% da destra). E chi guidava questa speciale classifica? Proprio Djokovic, che quindi sta portando nel mainstream del suo gioco uno schema indie che ha sempre avuto – è un po’ il Tommaso Paradiso dei servizi.

Novak Djokovic a Parigi-Bercy 2019 (foto Twitter @RolexPMasters)

Ora però deve arrivare la domanda pragmatica: e la Grecia, e la mitologia, e tagliamo la mela… ma intanto i 15 li porta a casa? La risposta pare essere un inequivocabile sì, perché nei quattro match di cui sopra Djokovic ha vinto il 74% dei punti sulle seconde tirate in queste direzioni, un dato Isneriano se pensiamo che nessuno va sopra il 61% di punti totali vinti con la seconda nel torneo, e che la sua percentuale di punti vinti sulla seconda fino agli ottavi è salita dal 57% al 60% – va ricordato che l’ottavo dello scorso lo vide affrontare un ribattitore come Medvedev, ma quello di quest’anno non gli ha portato più fortuna da questo punto di vista, opponendogli Diego Schwartzman, un altro dei migliori ribattitori del globo.

Obiezione: va sottolineato come negli ultimi match del torneo la frequenza della seconda anomala sia scesa, visti anche gli accoppiamenti con tre avversari dal dritto eccellente quali Raonic, Federer (mutatis mutandis per le sue condizioni, ovviamente) e Thiem, e scesa la frequenza è anche scesa la velocità media del colpo, seppur in maniera non troppo significativa: 158 all’ora con il canadese, 161 con Federer, mentre Thiem merita un discorso a parte.

Nell’atto finale, Djokovic ha servito la seconda a 151 km/h, rimanendo costante in tutti i set ad eccezione del primo, in cui delle percentuali di servizio stratosferiche (80% di prime in campo) gli hanno consentito di spingere oltremodo le sole cinque seconde avute a disposizione, per una media di 166 chilometri orari. È dunque evidente come questa nuova gestalt non sia ancora insita nella psiche tennistica del serbo, ma piuttosto qualcosa da usare quando tutto gira al massimo per infierire sui malcapitati che lo affrontano. In finale Djokovic ha chiaramente voluto mandare un messaggio di dominio territoriale, conscio della fatica e della poca familiarità del Dominator con la tipologia d’incontro, ma è evidentemente poi stato punto dalla caparbietà e sono-Diesel-come-Stan-ti-ricordi-quelle-duefinali dell’austriaco, per nulla intimidito da questo inizio esondante di Nole, costringendolo a tornare a schemi più tradizionali per domarlo di puro acido lattico.

Obiezione all’obiezione, però: il neo-N.1 ATP è forse il giocatore più raziocinante nella storia di questo sport, e quindi la minor frequenza della seconda al dritto non si è tradotta in una sua minor efficacia: 53% con Raonic (in un match in cui ha avuto solo il 48% sulla seconda); 67% con Federer (54% totale); e 57% in finale contro 51. Contro l’austriaco, tre slice da destra sono da sottolineare per indicare l’importanza del colpo: il primissimo punto, la palla break salvata sul 4-4 15-40 del primo set, e una che forse gli ha vinto la partita, sul 4-3 30-30 nel quinto, quando Jacopo Lo Monaco di Eurosport ha commentato lapidario che Thiem dovesse aspettarsi quel colpo, vista la sua efficacia lungo l’arco del torneo e in punti importanti, aspetto discusso anche da Wilander nel pre-partita.

 
Novak Djokovic e Dominic Thiem – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Sembra chiaro, dunque, che quest’arma non sia solo un atout da usare per sorprendere l’avversario, ma piuttosto una bona fide freccia in faretra che verrà usata con continuità, certamente anche grazie all’input di Goran Ivanisevic, che di servizio si intende parecchio. Chissà che ciò non sia parte di un disegno più offensivo, similmente a quanto fatto da Nadal con Moya per ridurre i carichi nel crepuscolo della carriera. Se così fosse, più che di crepuscolo si dovrebbe parlare di Aurora Boreale, che ormai per Nole consiste in un solo grande obiettivo, il Doppio Sorpasso.

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Binaghi sulla stessa linea di Gaudenzi: “Roma a settembre/ottobre”

Il presidente della FIT, parlando con l’ANSA, ha confermato i piani del Chairman dell’ATP, ma non ha escluso che il torneo si possa giocare indoor in un’altra città se necessario

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Si inizia a vedere una maggiore unità d’intenti nel tennis, e questo non può che far piacere. Durante una conference call con il sito dell’ANSA, infatti, il presidente della FIT Angelo Binaghi ha corroborato le parole di ieri di Andrea Gaudenzi, confermando i piani dell’ATP e della WTA sulla riprogrammazione della stagione al termine dell’emergenza Covid-19 – nell’intervista si è concentrato sugli Internazionali d’Italia, ça va sans dire, ma le sue parole hanno lasciato trasparire l’esistenza di un piano più ampio e dettagliato per la ripresa.

Binaghi (che ci ha tenuto a sottolineare ancora una volta che gli Internazionali sono “sospesi e rinviati”, quindi non cancellati) si è dunque mostrato ottimista sulla possibilità che Roma si svolga nel 2020: “Ci sono ottime probabilità. Siamo in stretto contatto con le istituzioni internazionali, in particolare con l’ATP, che ha un presidente e un amministratore delegato italiani. Credo che ci sia una convergenza molto forte fra giocatori e interessi della FIT e dei tornei Master 1000 in generale. La fortuna del tennis è quella di non essere uno sport di squadra né di contatto, oltre a quella di essere praticato all’aria aperta, il che significa che non appena si vedrà la luce in fondo al tunnel sarà possibile riprogrammare sia a livello locale che internazionale, partendo proprio dai Master 1000″.

Interrogato sulle date in cui il torneo potrebbe svolgersi, Binaghi ha espresso una preferenza mantenendosi però flessibile: “Non mi sento di dare una data precisa, anche se il nostro obiettivo sarebbe di giocarlo a Roma fra settembre e ottobre, prima o dopo Parigi, visto che la terra dovrebbe essere riprogrammata in modo unitario, ma pur di farlo possiamo considerare anche l’ipotesi residuale di organizzarlo anche fra novembre e dicembre sul veloce, magari indoor. Non sarebbe la prima volta che il torneo viene spostato, Pietrangeli li vinse una volta a Torino (nel 1961, edizione svoltasi in Piemonte per il centenario dell’unità nazionale, ndr), ma la nostra priorità resta Roma a settembre/ottobre. Per certi versi ci sembra che come periodo sia addirittura migliore rispetto a quello in cui il torneo viene programmato solitamente“.

 

Il presidente FIT ha anche commentato l’annullamento di Wimbledon, definendolo “inevitabile”: “La curva epidemiologica è in ritardo nel Regno Unito rispetto alla nostra, quindi è lecito aspettarsi che la risoluzione del problema arrivi altrettanto in ritardo. Inoltre va considerato che lì c’è l’erba, su cui si può giocare solo in quel determinato periodo dell’anno. Loro non possano riprogrammare in un periodo con un numero di ore di luce inferiore al necessario, a differenza nostra”.

Infine, un appello e un ringraziamento al Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: “Il 2019 è stato un anno straordinario per il nostro tennis maschile, il migliore dal 1976. Alla ripresa, però, tutto dipenderà da quanto i nostri atleti avranno potuto sfruttare la pausa per allenarsi. Ho perciò chiesto al Ministro che alle nostre punte di diamante venga data la possibilità di ricominciare ad allenarsi il prima possibile, e penso in particolare a Berrettini che difende la semifinale allo US Open. L’impatto economico di questa emergenza imprevedibile è lo stesso che ha colpito altre discipline, diciamo svariate decine di milioni di euro, ma non è quantificabile. Voglio ringraziare il Ministro e il Governo per l’assistenza che stanno garantendo ai nostri 10.000 maestri di tennis e riprogrammando la ripresa. Spadafora ha fatto pervenire più fondi per lo sport italiano dall’inizio del suo mandato, e ora sta agendo tempestivamente con tutto l’esecutivo”.

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La lettera aperta di Mouratoglou: “Bisogna aiutare i giocatori fuori dalla top 100”

Il coach di Serena denuncia la difficile situazione dei tennisti più indietro in classifica: “Trovo rivoltante che il centesimo miglior giocatore di uno degli sport più popolari del mondo riesca a malapena a mantenersi”

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Il tennis è fermo e questo ormai lo sappiamo. Molti top player si trastullano con challenge sui social o si prodigano per raccogliere fondi, donando anche loro in prima persona. C’è però un microcosmo di giocatori che ha moltissimo da perdere da questa pausa forzata, non in termini di risultati o di stato di forma, ma proprio di guadagni. Parliamo dei tennisti che gravitano fuori dalla top 100 e che faticano a chiudere in pari i bilanci alla fine dell’anno.

La sospensione del tennis ha riportato l’attenzione su questo tema, sempre molto dibattuto. Stavolta in prima linea si è schierato Patrick Mouratoglou, allenatore di Serena Williams, sempre molto diretto nelle proprie esternazioni. Il coach francese ha diffuso sui social una lunga lettera aperta con la quale invita gli organi che reggono il tennis a rivalutare seriamente la questione. Di seguito la traduzione integrale:

Cara comunità del tennis,
il nostro sport è grande. Però il difficile periodo che stiamo affrontando sottolinea quanto sia disfunzionale. I giocatori fuori dalla top 100 a malapena riescono a pareggiare i bilanci e molti di loro sono costretti a finanziare le proprie carriere per continuare a giocare a livello professionistico. Le loro vite sono piene di problemi economici.

 

Al contrario dei giocatori di basket e dei calciatori, i tennisti non sono coperti da salari annuali fissi. Sono liberi professionisti. Pagano loro i viaggi. Pagano stipendi fissi al proprio staff, mentre il loro stipendio dipende dal numero di partite che riescono a vincere. Si tratta di un sistema meritocratico – il che va benissimo per me. I top player meritano al 100% i propri guadagni. Però trovo rivoltante che il centesimo miglior giocatore di uno degli sport più popolari del mondo – si stima che sia seguito da circa un miliardo di appassionati – riesca a malapena a mantenersi.

Stando a quanto dice Tim Mayotte, ex top 10, ‘dovresti guadagnare circa 200.000$ tutti gli anni di montepremi e/o sponsor per mantenerti’. Per Noah Rubin, ‘chi è fuori dalla top 50 o dalla top 100 non ha molti sponsor fuori dal campo e, se ce li ha, sono piccoli e non puoi vivere di quelli. Se non lavori, non vieni pagato’.

Quindi cosa accade quando i giocatori sono costretti a non lavorare per un indefinito periodo di tempo? Non vengono pagati. Alcuni di essi stanno rinunciando ai propri sogni e la chiamano carriera. È stato così per troppo tempo. Anche se abbiamo fatto fuori la ben radicata supremazia maschile nel campo finanziario, il tennis mantiene uno dei più elevati livelli di disuguaglianza tra tutti gli sport.

Il fatto è che il tennis ha bisogno di loro per sopravvivere. Non può reggersi solo sulle proprie elite. Il circuito si atrofizzerebbe. La riforma ITF dell’anno scorso che fortunatamente è stata cancellata pochi mesi dopo essere stata approvata, ha reso la situazione dei tennisti fuori dalla top 100 quasi insopportabile. Molti di loro hanno deciso di abbandonare il tennis semplicemente perché non c’erano altre opzioni.

Al momento stanno affrontando un’altra sfida: dal momento che il circuito è in pausa per i motivi che tutti sappiamo, non hanno nessun introito e, a differenza di molti top 100, non hanno soldi dagli accordi con gli sponsor per andare avanti. È il momento di pensare a questi giocatori e aiutarli, prima nell’immediato e poi nel lungo periodo.

Per questa ragione, mi piacerebbe molto vedere ATP, WTA, ITF e gli Slam seduti allo stesso tavolo (ovviamente virtualmente) per cercare di trovare una soluzione sostenibile. Ci affidiamo tutti a questi organi di governo che hanno il potere di proteggere l’economia del tennis professionistico e hanno anche responsabilità sociali.

Mi piacerebbe che queste istituzioni dicessero BASTA. Non possiamo più lasciare indietro i tennisti con un ranking più basso. Non è giusto. Il tennis ha bisogno di un cambiamento. Sfruttiamo questo tempo per iniziare un dibattito“.

Il messaggio è ovviamente giustissimo e riflette una realtà molto spesso evidenziata dai media e dai giocatori stessi. Il problema è appunto quello di trovare una soluzione nel breve e poi nel lungo periodo. In questo senso Mouratoglou non dà grande aiuto e si limita alla denuncia dell’ingiustizia, senza però proporre alcunché. Una prima piccola mossa l’ATP l’ha fatta recentemente, destinando ai tennisti più bisognosi (anche se non si è capito bene con che modalità) i fondi raccolti con il Mutua Madrid Open Virtual Pro, la versione virtuale del torneo madrileno. Il manager Morgan Menahem, ha avanzato un paio di proposte per tamponare nell’immediato l’emergenza: fornire una sovvenzione una tantum attingendo dal fondo pensionistico dell’ATP o ripartire il montepremi delle ATP Finals ai primi 300 tennisti del ranking (qui l’articolo completo). Il problema è ovviamente ancora apertissimo. La speranza è che questi continui sassi gettati nello stagno smuovano finalmente le acque.

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Soderling dietro la racchetta: “Il tennis offusca la percezione della realtà”

Il palcoscenico e una carriera sempre in rampa di lancio, poi la malattia e la necessità di ritrovare una dimensione reale. “L’agonismo è una minima parte delle nostre vite. Tutto è vago, tutto sembra enorme”

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Si ride e si scherza ma il tempo che Robin Soderling ha già passato lontano dal circuito professionistico avvicina pericolosamente i dieci anni. Concluse a casa, a Bastad, peraltro sollevando un trofeo anche se il dato potrebbe sembrare secondario, e in effetti lo è. Quando si pensa all’ultimo grande giocatore prodotto dalla storica scuola svedese, la cui crisi è stata forse infine resa reversibile dai discreti risultati prodotti nell’ultimo anno dai fratelli Ymer, si tende un po’ a dimenticare che quando Soderling ha appeso la racchetta al chiodo le sue primavere erano solo ventisette.

Ospite di turno nel salotto di Noah Rubin, l’ex numero quattro delle classifiche mondiali conferma la percezione distorta della vita che la prolungata frequentazione del palcoscenico può provocare nei campioni e in coloro che li ammirano. “Tutto è vago, tutto sembra enorme,” ha voluto sottolineare il povero Robin sul taccuino digitale di Behind the Racquet, “gli atleti famosi incarnano ciclicamente l’emblema degli esseri immortali destinati a giocare per sempre, invece dura poco. Ho smesso da quasi dieci anni e sembra passata una vita. Ma fa ancora più impressione il fatto che ho mollato tutto a ventisette anni: per l’agonismo non sei lontanissimo dall’imboccare la via del tramonto, ma per la vita reale sei un ragazzino obbligato a pensare al futuro senza tennis, ed è giusto che sia così“.

Il suo percorso si è interrotto sul più bello, come si dice, ma aveva iniziato a essere accidentato molto prima che il ragazzo si decidesse ad alzare bandiera bianca. “Ho cominciato ad avere i primi problemi nel 2009. Giocavo, mi allenavo e facevo una fatica tremenda a recuperare. Mi sentivo stanco, spossato e anche spaesato, perché non mi era mai capitato prima“. Fu a quel punto che iniziò il tour dei medici e delle cliniche specializzate. “Ho fatto centinaia di esami che restituivano immancabilmente esiti rassicuranti, i medici dicevano che era tutto a posto ma nell’intimo sapevo che qualcosa non andava. Alla fine la verità venne a galla: il mio sistema immunitario non funzionava a dovere e questo grave problema, unito al sovrallenamento al quale mi sottoponevo per tentare di uscire dal tunnel, ha sconfitto ogni resistenza del mio corpo. Quando ho scoperto di avere la mononucleosi tutto è andato definitivamente a rotoli“.

 
https://www.instagram.com/behindtheracquet/?hl=it

Non che Robin non le abbia provate tutte, per trovare una quadra con il suo organismo in ribellione. “Staccavo per qualche giorno e mi sentivo meglio, provavo allora ad allenarmi a fondo e tornavo uno straccio. Dopo l’ultimo torneo a Bastad, e almeno tre tentativi di tornare al top andati a vuoto, mi sono detto che non aveva senso continuare“. A volte le porte della vita, per soggetti che non hanno conosciuto altro che l’agonismo, iniziano a girare proprio in questi momenti. “Non subito, però,” ha tenuto a specificare Soderling, “perché le sensazioni sono state alquanto strane. Per i primi sei mesi dopo il ritiro del tennis non mi è interessato nulla, anzi ero sollevato. Solo dopo, quando guardavo dal divano giocare avversari che pochissimo tempo prima sfidavo e battevo, sono tornato a provare il desiderio di tornare in campo“.

Il treno, tuttavia, aveva lasciato la stazione da un po’: “Ho impiegato cinque anni a liberarmi di ogni sintomo connesso alla mononucleosi, e a quel punto era tardi per tornare a giocare seriamente. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che ero stato uno stupido, che avevo pensato troppo al tennis, che non ero mai stato capace di staccare la spina tra un torneo e l’altro. Che avrei dovuto studiare qualcosa passati i vent’anni, perché la carriera dura molto meno di quanto ci si aspetti e occorre avere altre competenze, altre conoscenze, una cultura più vasta. Anche perché distogliere l’attenzione dal lavoro, nel tennis come in ogni altro campo, aiuta a sentire meno la pressione“.

Consuntivi a parte, comunque sintomatici di un essere pensante di un certo spessore, occorre dire che fintanto che è durata, la carriera di Robin ha toccato livelli piuttosto alti. In un particolare frangente, siamo costretti a dire, quello che tutti conoscono e nessuno perde occasione di ricordargli: “La vittoria contro Nadal a Parigi nel 2009 resta un grande risultato, il più famoso. Ci ho messo diverso tempo a realizzare, a mettere le cose nella giusta prospettiva. Dopo la stretta di mano mi sembrava di aver vinto la finale, considerato l’incredibile caos generato da quel match, invece erano solo ottavi. È stato difficile tenere i piedi per terra: quando sono tornato negli spogliatoi ho trovato circa trecentocinquanta messaggi sul telefono, ma mi sono dovuto imporre una certa calma. Non volevo essere ricordato come il tizio che ha battuto per la prima volta Nadal al Roland Garros e ha perso la partita successiva“.

Come si diceva, molto sta nell’osservare i fatti dalla giusta angolazione. “In tantissimi si sono complimentati per quell’incontro, in parecchi lo fanno ancora oggi. Ma il clamore seguito a quella vittoria è solo merito di Nadal: non nascerà mai più un tennista capace di vincere per dodici volte lo stesso torneo dello Slam“.

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