Tsitsipas si avvicina a Rotterdam: "Mi prendevo troppo sul serio"

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Tsitsipas si avvicina a Rotterdam: “Mi prendevo troppo sul serio”

In vista del suo esordio nell’ATP 500 olandese, il numero 6 del mondo ha parlato al sito dell’ATP di come sta cambiando il suo approccio. “Devo rilassarmi di più e godermi il gioco”

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Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nelle battute iniziali di Spotlight, Miglior Film agli Oscar del 2016 (e oggi è giornata di Oscar anche per noi, come si è visto), al direttore del Boston Globe viene fatta questa domanda: “Vuole veramente mettersi contro la Chiesa Cattolica? Quelli pensano in secoli!”. Ecco, questo è il modo in cui si devono sentire i vari Thiem, Tsitsipas, Zverev di questo mondo (un po’ meno per Medvedev, che non era annunciato a questi livelli da anni), che si trovano a fronteggiare il corrispettivo tennistico di questa visione, ovvero campioni che pensano, ormai, in decine di Slam. Perciò è normale che molte giovani star del tennis maschile contemporaneo siano accomunate dalla pressione di dover fare la storia a tutti i costi.

A questo poi sono annesse critiche su critiche quando, puntualmente, non riescono a portare via gli Slam ai Big Three, anzi, nel caso del tedesco e del greco gli strali li bersagliano perché non ci vanno nemmeno vicini – entrambi hanno fatto una sola semifinale Slam, con il greco che l’ha persa nettamente e Sascha che si è spento dopo un gran primo set, peraltro contro Thiem e non contro i dioscuri.

Non pare allora casuale che i contenuti della recente intervista di Stefanos al sito dell’ATP abbiano dei toni molto simili alle dichiarazioni di Zverev a Melbourne, in particolare riguardo alla sopracitata pressione che loro per primi si mettono addosso: Credo di dovermi rilassare di più e di dovermi godere il gioco. Penso anche di non poter giocare ogni punto al massimo. Ho avuto una grande annata nel 2019, e sarà ancora più dura farlo quest’anno, ma con una formula differente. Non voglio replicare quanto fatto, voglio fare meglio – voglio sempre avere di più dal mio tennis”.

Per lui un cambiamento era necessario, soprattutto dopo il periodo buio vissuto fra Wimbledon e lo swing asiatico, quando, Washington a parte, ha perso cinque volte all’esordio, una fase di stanca che lui attribuisce a diverse cose: “Ho avuto un brusco calo la scorsa estate. Cercavo di migliorare, e invece ho iniziato ad andare indietro – succede di lavorare e sforzarsi tanto da ottenere l’effetto opposto da quello voluto. Per cambiare ho avuto bisogno di rilassarmi e abbassare le mie aspettative. Dovevo solo divertirmi, non pensare a stravincere, perché non si può fare tutto alla perfezione. Il ‘burnout’ è un insieme di fattori, come lo stress prima e dopo le partite, o il desiderio di raggiungere gli obiettivi a tutti i costi. Di sicuro è più mentale che fisico, e nel mio caso in particolare viene dal fatto che mi prendessi troppo sul serio, che mi aspettassi troppo, che pretendessi troppo da me stesso. La chiave dovrebbe essere di trovare un buon equilibrio dentro e fuori dal campo, e di vedere il tennis come un gioco, e non come un lavoro. Ora gestisco meglio le energie, so quando spingere e quando essere più saggio”.

L’intervista è stata rilasciata alla vigilia del torneo di Rotterdam, dove Stefanos non ha mai vinto un match in tre partecipazioni, e dove esordirà contro Hubert Hurkacz. La foto da Prima Comunione in apertura è del suo esordio nel torneo, datato 2017, e proprio di quella partita il greco ha parlato: Ho giocato qui il mio primo match ATP, contro Tsonga, e l’ho perso, anche se ricordo di essere partito bene. Fino a quel momento avevo fatto quasi solo Futures, neanche Challengers, e Richard Krajicek mi diede un’opportunità enorme con una wildcard per un 500. Fu la mia prima esperienza contro grandi giocatori, e Jo andò a vincere il torneo dopo avermi battuto. Mi sentivo una superstar a giocare qui, all’epoca mi vedevo ancora come un junior. Ero elettrizzato e volevo capire come giocassero i migliori. Visto adesso sembra una vita fa, ma in realtà non è passato moltissimo tempo. Di sicuro, però, vedo uno Stefanos molto diverso da quello di tre anni fa, perché imparo di settimana in settimana”.

Stefanos Tsitsipas at 2017 ABN Amro World Tennis Tournament (© Henk Koster)

Il match di primo turno contro il polacco, con cui ha giocato quattro volte lo scorso anno, servirà a Tsitsipas per riportare la stagione sulla retta via, dopo una sconfitta al terzo turno a Melbourne contro Milos Raonic, sorteggio peraltro sfortunatissimo contro uno che vale molto più del suo attuale ranking. E proprio a testimonianza di un approccio atto ad evitare lo stesso grado di surmenage, di sovraccarico da eccessivo allenamento, il N.6 ATP si è fermato in Australia per un paio di giorni dopo la partita, tornando solo successivamente in Francia per allenarsi. Vedremo se la sua nuova filosofia (e chi lo segue su Instagram sa che la filosofia, ancorché quella dei truismi, non gli manca) lo aiuterà a confermare successi come quello delle ATP Finals. Nel frattempo, c’è uno zero nella casella delle vittorie a Rotterdam da cancellare.

 

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Tennisti al verde: l’ATP pensa a una “cassa integrazione”?

La pausa si prolunga e c’è chi reclama a gran voce un intervento dell’ATP. Un anticipo sulla pensione o sui prize money futuri la soluzione?

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Lo stop forzato dei circuiti ATP e WTA sta causando immensi grattacapi a tutti coloro che gravitano nell’orbita del tennis professionistico. C’è ancora un grosso punto interrogativo su quando sarà possibile ritornare a una parvenza di normalità e nel frattempo tutti i componenti del circo tennistico cominciano a fare due conti, a partire dai giocatori.

I tennisti sono liberi professionisti, i cui introiti sono strettamente legati alla possibilità di competere e di vincere: se non ci sono tornei, gli introiti si riducono a zero, almeno per quel che riguarda i montepremi ufficiali. Qualcuno può contare su rendite da sponsorizzazioni, le quali però tendono a essere legate alle apparizioni nei tornei, soprattutto quelli importanti, soprattutto nei turni avanzati. Più si scende nel ranking, più le cifre garantite dagli sponsor e non legate ai risultati ottenuti in campo si fanno più basse. E poi bisogna considerare anche le persone che fanno parte dei vari team: gli allenatori, i preparatori fisici, i fisioterapisti, i quali sono stipendiati dai giocatori stessi (qualche volta da più di uno, dato che non sono rari i casi di condivisione) e che anch’essi spesso e volentieri hanno una parte “variabile” dello stipendio legata alle vincite del giocatore assistito.

Il quotidiano francese l’Equipe ha parlato con Morgan Menahem, 45 anni, ex agente di sportivi di alto livello come Jo Wilfried Tsonga, Julien Bennetteau e il cestista Tony Parker, il quale ha suggerito un intervento da parte dell’ATP (non ha parlato del Tour femminile) che potrebbe attivarsi distribuendo una sorta di contributo una-tantum, in funzione della durata dello stop, che potrebbe essere ricavato dal fondo pensione dell’ATP.

 

Attualmente, ogni anno 165 giocatori (125 in singolare e 40 in doppio) beneficiano di un versamento a loro nome nel fondo pensione pari a una somma fissa uguale per tutti decisa dall’ATP a fine anno. Fino al 2018 un giocatore doveva aver ottenuto il diritto al contributo per almeno cinque anni prima di poter aver diritto alla pensione, mentre ora anche con tre o quattro anni di “contributi” si può beneficiare di una parte della somma versata. I giocatori che hanno maturato il diritto possono iniziare a ricevere la loro “pensione” a partire dal cinquantesimo compleanno.

In questo periodo si potrebbero utilizzare il denaro dei fondi pensione per elargire un contributo ai giocatori momentaneamente disoccupati, e la somma potrebbe essere restituita sotto forma di una pensione leggermente più bassa per gli aventi diritto oppure attraverso un “rabbocco” da effettuare in un futuro più immediato quando la situazione si dovesse normalizzare.

La possibilità concreta che i tornei del Grande Slam possano non disputarsi rappresenta uno spauracchio non di poco conto per tutti quei giocatori che navigano al di sotto del 120°-130° posto nel ranking, che rappresenta un po’ lo spartiacque tra chi riesce a guadagnare con il tennis e chi invece va in perdita ogni anno, secondo quanto rivelato diverso tempo fa da tennisti, tecnici e allenatori (potete farvi un’idea leggendo questo pezzo). Il solo montepremi delle qualificazioni dei tornei dello Slam rappresenta un introito irrinunciabile da parte di quelli che normalmente frequentano tornei Challenger e ITF: un terzo turno nel tabellone cadetto al Roland Garros, per esempio, elargisce un montepremi di 24.000 Euro (meno le tasse), più eventuali bonus derivanti dalle sponsorizzazioni che possono ammontare anche loro a svariate migliaia di Euro. Si tratta di somme indispensabili per poter affrontare tutte le spese della stagione agonistica, tra viaggi, alberghi, spese per gli allenatori e le incordature. Si calcola che un giocatore europeo in tabellone al Masters 1000 di Indian Wells (poi cancellato) e che si fosse recato in California con il proprio team prima del torneo abbia già speso almeno 15.000 euro tra voli, spese e stipendi per il proprio team.

Indian Wells (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Chiaramente non ci sono soluzioni semplici a questo problema difficilmente anticipabile e del quale non si intravede la fine. Sempre parlando a l’Equipe, il tennista francese Elliot Benchetrit, n. 208 della classifica, propone una soluzione che vedrebbe i tornei dello Slam anticipare il prize money del primo turno di qualificazione a tutti gli aventi diritto, per poi sottrarre la somma alla data effettiva di svolgimento della competizione. “L’ATP deve trovare una soluzione, anche se capisco che si trovi invischiata in una situazione molto complicata. Credo si dovrebbe decidere a chi eventualmente pagare un contributo in base alla media del ranking degli ultimi anni, non solamente in base all’ultima classifica. Per quel che mi riguarda mi va abbastanza bene perché ho fatto dei buoni risultati negli ultimi tornei dello Slam e quindi sono riuscito a monetizzare [è arrivato al secondo turno del Roland Garros 2019 partendo dalle qualificazioni, riuscendo poi ad entrare in tabellone sia a Flushing Meadows sia all’Australian Open n.d.r], ma in questo periodo è necessario risparmiare il più possibile”.

C’è anche un’altra idea, ancora più radicale, avanzata sempre da Menahem: utilizzare una parte del montepremi delle ATP Finals per distribuendolo a tutti i primi 300 della classifica. “Se l’ATP distribuisse 15.000 dollari ai primi 300 del ranking, la spesa complessiva non arriverebbe nemmeno a un terzo del montepremi totale delle ATP Finals”. La kermesse di fine anno del circuito maschile è l’unico evento controllato direttamente dall’ATP, e dal quale l’associazione ricava buona parte del proprio fatturato, attraverso sponsorizzazioni e diritti TV. “I primi otto giocatori del mondo che arriveranno a Londra – continua Menahem – dovrebbero aver già guadagnato vicino ai 5 milioni di dollari una volta arrivati alle finali [ammesso e non concesso che si giochi almeno metà stagione n.d.r], senza contare tutto quanto guadagnato in sponsorizzazioni e gettoni presenza”. Potrebbero quindi essere nella posizione migliore per fare un sacrificio a favore di tutti gli altri che invece navigano in acque molto meno tranquille dal punto di vista finanziario.

In un mondo fortemente orientato al principio del “winner takes it all” come il tennis, dove il prize money totale è concentrato principalmente nelle mani di un numero molto ristretto di giocatori, questa mossa “assistenzialista” da parte dell’ATP (che dovrebbe necessariamente passare per l’approvazione da parte dei Top 10 e del Players’ Council) potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza quantomai opportuna in questo momento di grande incertezza. Per non rischiare di trasformare il circuito professionistico in un circuito itinerante di una dozzina di persone come ai tempi di Jack Kramer.

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evidenza

Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

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Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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