Djokovic, che spavento. Salva 3 match point poi va in finale a Dubai (Cocchi). Perché già ci manca Sharapova (Mecca). Fenomenale anche senza la racchetta (Crivelli). La madre di tutte le fuoriclasse (Cocchi)

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Djokovic, che spavento. Salva 3 match point poi va in finale a Dubai (Cocchi). Perché già ci manca Sharapova (Mecca). Fenomenale anche senza la racchetta (Crivelli). La madre di tutte le fuoriclasse (Cocchi)

La rassegna stampa del 29 febbraio 2020

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Djokovic che spavento. Salva 3 match point poi va in finale a Dubai (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Si è preso un bello spavento Novak Djokovic, che nella semifinale sul cemento di Dubai ha dovuto salvare tre match point contro Gael Monfils. Dopo aver perso il primo parziale 6-2, con il francese che sembrava in stato di esaltazione e galvanizzato dal tifo della collega fidanzata Svitolina in tribuna, Nole ha cercato di reagire nel secondo. Spinto dal pubblico, che tifava per lo spettacolo, al tie break Djoker si è trovato a un soffio dalla sconfitta. Tre palle per approdare in finale non sono però bastate al funambolico francese, che ha ceduto il secondo set al numero uno al mondo con un doppio fallo. Nel terzo set Monfils non ne aveva più, tra dolori e flato corto, in compenso Djokovic, scampato il pericolo, ha scatenato la sua ferocia chiudendo il match 2-6 7-6 6-1. […] Sconsolato il francese: «Davvero, non ho idea di come si possa fare a battere Novak Djokovic… Stavolta ci sono andato davvero vicino». Il numero 1 al mondo anche in striscia positiva da 20 match, la settima più lunga della carriera. Ma ha rischiato grosso: «In quei momenti, quando íl tuo avversario ha un match point, è come trovarti sul bordo del precipizio ha raccontato Nole dopo la partita -. Non puoi tornare indietro, quindi devi saltare e trovare il modo di sopravvivere. Bisogna crederci fino in fondo, solo così puoi trovare risorse che non pensavi di avere». C’è Tsitsi Oggi, nella corsa al quinto titolo di Dubai, si troverà contro Stefanos Tsitsipas che ha battuto Daniel Evans: «Sono molto impressionato dalla qualità del mio gioco – ha commentato il greco – e spero di salire ancora nella prossima partita». Effettivamente il campione delle Atp Finals 2019, che ha confermato il titolo di Marsiglia vincendo la settimana scorsa la finale contro Aliassime, sembra molto solido: «Ma contro Djokovic non c’è mai niente di semplice – ha detto Stefanos -. È da tempo in serie positiva, sta esprimendo un tennis incredibile. Dovrò servire al meglio delle mie possibilità ed essere più aggressivo che mai»

Perché già ci manca Sharapova (Giorgio Mecca, Il Tempo)

 

[…] Maria Sharapova però non scendeva in campo per fare la volontà dello spettacolo, voleva vincere, dei baci e degli abbracci non sapeva che farsene. Fidanzatina di Russia? Neanche per sogno. La tennista siberiana, 33 anni il 19 aprile, stava pensando al ritiro da tempo. Le sue spalle e i suoi avambracci erano diventati un massacro: interventi, fisioterapia, antidolorifici, inutili ultrasuoni, c’erano giorni in cui non riusciva nemmeno a reggere il peso della racchetta tra le mani. Ha capito che era il momento di dire addio l’anno scorso a New York quando, al primo turno degli Us Open ha perso 6-1 6-1 da Serena Williams, la sua avversaria di sempre, che ha voluto umiliarla ulteriormente non lasciando scoccare nemmeno l’ora di gioco. […] La russa è stata l’ultima regina del tennis. Wimbledon incoronò lei, le sue grida e il suo broncio nel luglio del 2004, la giocatrice aveva diciassette anni ed era piena di grandi speranze per il futuro. Da allora ha conquistato altri quattro titoli del Grande Slam, Us Open (2006), Australian Open (2008), Roland Garros (2012 e 2014), la Fed Cup con la Russia nel 2008, un argento alle Olimpiadi di Londra del 2012, la prima posizione nella classifica mondiale nel 2005. È stata anche l’ultima giocatrice a conquistare il Career Grande Slam, un elenco di cui fanno parte soltanto dieci giocatrici, tra cui Billie Jean King, Chris Evert, Martina Navratilova, Stetti Graf e Serena Williams. In diciotto anni di carriera, oltre alle vittorie ci sono state anche cadute, accuse e condanne, una sospensione di 15 mesi per doping. Si è rialzata nel 2017 e no, al suo ritorno non era la stessa di prima. Fiato corto, poche gambe, trent’anni che si fanno sentire. […] La rabbia, la fame, la voglia di rendere orgoglioso papà Jurij che l’ha accompagnata per una vita, anche. Era ciò di cui aveva bisogno il tennis. Non bastano missili di rovescio e vittorie a casaccio, serve solidità, impegno, perseveranza, “la mia qualità migliore”, come ha detto lei stessa. Serve rispetto per la terra che stai calpestando. Cento del mondo, trecento, non importava: rimaneva comunque Maria Sharapova, la sua presenza valeva il prezzo del biglietto. Non era soltanto percezione del pubblico, piuttosto marketing: nel 2019 ha giocato 18 partite, quanto bastavano per accaparrarsi 6 milioni di dollari di sponsor (in totale, ne ha guadagnati 325). Lo scorso settembre a New York era in svantaggio di un set, a un game dalla sconfitta continuava a gridare e ad aggredire la palle come se non fosse ancora tutto finito. Ecco perché piaceva cosi tanto agli sponsor, e agli spettatori. “So che da noi volete l’amore per il gioco, se lo amiamo vi divertite di più, ma noi non lo amiamo. E non lo odiamo. È solo una realtà, esiste ed è sempre esistito”. Ha scritto così la ormai ex giocatrice nella sua autobiografia, Inarrestabile (Einaudi). “Ho dato la mia vita a questo sport e questo sport mi ha dato la vita”, ha scritto nella lettera a Vanity Fair in cui annunciava il ritiro. Da adesso in poi il tennis le mancherà e lei mancherà al tennis, uno sport che sta perdendo tutte le sue regine e le sue corone, ed è costretto a farsi bastare principesse occasionali.

Fenomenale anche senza la racchetta (Riccardo Crivelli, SportWeek)

Federer è un’altra cosa. Di più: è unico. E non soltanto perché sta riscrivendo i libri di storia del tennis. La sua unicità è bipolare: da un lato, ha riportato il suo sport all’eleganza dei primordi, alla raffinatezza dei gesti bianchi, alla bellezza dell’equilibrio e del talento purissimo; dall’altro, ha colpito i cuori per la semplicità dei comportamenti quotidiani, dentro e fuori dal campo, un amore sconfinato che trae costantemente linfa dalla discrasia apparentemente inspiegabile tra la popolarità mondiale che ha acquisito e la semplicità di una vita privata che scorre uguale in pratica da sempre e non concede nulla alla curiosità più morbosa. Da quindici anni, Roger è ciclicamente inserito tra i personaggi più influenti del pianeta, dal 2003 ininterrottamente vince il sondaggio indetto dall’Atp sul tennista più ammirato dai tifosi, eppure nonostante un’esposizione mediatica che avvicina e talvolta gli fa oltrepassare la visibilità dei più importanti capi di Stato, nessuno più di lui rifugge il gossip e fornisce meno materiale a chi campa di pettegolezzi.[…] E merito dell’educazione che hanno saputo dargli papà Robert, dirigente di una compagnia farmaceutica, e mamma Lynette, impiegata nella stessa azienda, se uno degli sportivi più amati e straordinari di tutte le epoche, anziché far calare dall’alto la spocchia dell’eroe inavvicinabile, arriva a ripetere tutta l’intervista post partita per salvare la giovane ed emozionata giornalista radiofonica che si era dimenticata di accendere il registratore. E conta molto anche il melting pot culturale e geografico di cui alla fine Roger risulta il prodotto: perché cresce con i genitori e la sorella Diana a Münchenstein, una cittadina di poco più di diecimila abitanti nei dintorni di Basilea, in un ambiente ovattato che lo preserva da tensioni e tentazioni, ma al tempo stesso la provenienza sudafricana della madre (con lontani antenati olandesi e perfino tra gli ugonotti francesi) gli schiude subito gli orizzonti su altri mondi, rendendolo trilingue (tedesco, francese e inglese) e aperto ad altre influenze fin dalla culla. Le radici australi, peraltro, si riverbereranno su un’insolita passione, da lui stesso più volte confessata: «Da piccolo mi piacevano tutti gli sport con la palla, ma avevo un debole molto marcato per il cricket. Anzi, se fossi nato e cresciuto in Sudafrica, probabilmente sarei diventato un giocatore professionista di quello sport». Non mancano, come la natura del personaggio lascia intuire, le mille iniziative benefiche di cui si fa promotore, anche da ambasciatore dell’Unicef. Innanzitutto con la Roger Federer Foundation, che si occupa di progetti per l’infanzia sfortunata, in particolare nel Sudafrica di mamma Lynette. E poi con l’impegno in prima linea per le vittime dello tsunami del 2004 e dell’uragano Katrina, o ancora del terremoto di Haiti e delle alluvioni e gli incendi del Queensland.[…] Eppure, se gli chiedete quando è davvero felice, vi risponderà che le cose più emozionanti della vita sono giocare con i quattro figli, rimanere seduto in riva al mare, giocare a carte oppure ai videogame con Nadal come avversario virtuale. Un fenomeno con il candore di un ragazzo. Unico

La madre di tutte le fuoriclasse (Federica Cocchi, SportWeek)

La maternità le ha scombinato un po’ i piani. Se da un lato le ha regalato la gioia di avere la sua bambina tra le braccia, dall’altro ne ha frenato bruscamente la rincorsa all’immortalità sportiva, al record di Margaret Court, vincitrice di 24 titoli del Grande Slam. Ma poco importa, perché se anche la Court e le sue idee retrograde dovessero rimanere lassù, al posto più alto nella classifica delle vincitrici major, Serena resterà comunque nella storia come la più grande. […] Tra numero di settimane al n. l e vittorie pesanti ha sbaragliato la concorrenza. Una fame insaziabile, una testa costantemente concentrata sul risultato, tanto da essere la prima tennista a vincere in quattro decenni diversi. Dal primo successo della carriera, l’Open di Francia indoor 1999 a Parigi, alla vittoria di Auckland a gennaio sono passati più di 20 anni e lei ha potuto lasciare la sua impronta sugli Anni 90, 2000, 2010 e 2020. Un titolo specialissimo quello di quest’anno in Nuova Zelanda, perché è arrivato dopo tre anni di “delusioni” con la sconfitta in due Wimbledon e due Us Open tra 2018 e 2019. È arrivato dopo tre annidi digiuno e, soprattutto, è stato il primo torneo conquistato da quando è mamma di Olympia Alexis, che ha compiuto 2 anni a settembre e non l’aveva ancora vista sollevare un trofeo. Il tempo trascorso tra quel primo titolo del ’99 e l’ultimo, il 73°, è un arco temporale da record. Basti dire che Serena ha superato anche Martina Navratilova, da sempre il punto di riferimento per la longevità nel tennis femminile. Per Martina trascorsero quasi 20 anni tra il primo e l’ultimo titolo in singolare: da settembre 1974 a febbraio 1994, ma alla fine della sua storia agonistica è arrivata a contare 167 titoli, una enormità impensabile per la Williams, considerando che ha 38 anni compiuti. […] In principio la rivale ce l’aveva in casa, la sorella maggiore Venus, che a quasi 40 non ha ancora appeso la racchetta al chiodo. “Venere” è stata anche l’ultima rivale battuta in una finale Slam. Era lei dall’altra parte della rete nella finale Australian Open 2017, vinta da Serena che portava già in grembo la piccola Alexis Olympia. «Ogni giorno mi ispiro a mia sorella Venus», ha detto recentemente la minore delle Williams. «Credo sia una donna che ha attraversato molte cose nel corso della nostra vita e semplicemente continua a farlo, senza arrendersi mai e combattendo sempre. È una persona incredibile. Ma traggo ispirazione anche da mia mamma. Ogni giorno ho imparato qualcosa di nuovo da lei». La grandezza di Serena va al di là del tennis: è una icona globale, donna, madre, business woman e campionessa che, con la sua fama, ha intrapreso e sta conducendo tante battaglie per la parità di genere e contro il razzismo. Dopo la sconfitta in finale a Wimbledon dello sorso anno, Billie Jean King, icona del tennis del passato e sempre in prima linea per i diritti della comunità gay, le consigliò di dedicarsi di più al tennis e meno all’impegno fuori dal campo. La risposta della Williams è stata emblematica: «Il giorno in cui smetterò di lottare per l’uguaglianza e per tutte le persone come te e me sarà il giorno in cui sarò nella tomba». Ecco a voi Serena, la più grande di questo secolo, aldilà di numeri e record

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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