Sessant'anni di Ivan Lendl, il primo della specie

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Sessant’anni di Ivan Lendl, il primo della specie

Cosa ha rappresentato il fuoriclasse naturalizzato americano per il tennis mondiale?

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Approcciare la figura di Ivan Lendl, che oggi compie 60 anni (tanti auguri, by the way), è incredibilmente complicato, specialmente per chi per motivi anagrafici non l’ha mai visto giocare mentre era in attività.

La natura di questo problema è data da diversi fattori, ma il nodo fondamentale si ritrova in una contraddizione di fondo che forse è l’aspetto più intrigante del nativo di Ostrava. La contraddizione di cui si parla è legata al modo in cui Lendl viene solitamente rappresentato, e cioè come entità monolitica, e a ciò che ha fatto e dovuto affrontare nel corso della sua carriera, e per certi versi anche dopo, che ci restituiscono una figura molto più sfaccettata. Jack McCallum, autore del meraviglioso “Dream Team”, racconto dell’omonima squadra americana di basket alle Olimpiadi di Barcellona, sostiene, probabilmente a ragione, che in quanto spettatori appiccichiamo un epiteto ai migliori giocatori, che li definisce come persone oltre che come atleti, ma trattandosi di qualcuno che è stato cristallizzato dalla notorietà planetaria, ci si aspetta che rimangano uguali per sempre, forse perché non le vediamo come persone in carne ed ossa, e sembra che Lendl sia l’epitome di questo concetto.

La narrativa sulla figura di Lendl, soprattutto per una frangia particolarmente romantica del tifo tennistico (tutta pro-McEnroe, o eventualmente pro-Connors), si sviluppa sui binari della monotonia e del cinismo, sia personali (ricordiamo quando Jimbo gli diede del “chicken”, che noi traduciamo pollo ma in questo caso vuol dire coniglio, per aver sostanzialmente perso apposta una partita al Master) che tecnici, per essere stato il padre dell’iper-professionismo contemporaneo, fondato sulla dieta ferrea del dottor Haas, sull’imperscrutabilità, e su strumenti sempre più potenti e arrotanti, che lo rendevano pressoché ingiocabile sulle superfici dal rimbalzo più regolare, vale a dire cemento e sintetico – in sostanza il nuovo power tennis sembrava cucito di misura sul suo gioco.

Proprio in quest’ottica ho riguardato un’intervista di qualche tempo fa di Adriano Panatta per promuovere “Il tennis è musica”, il testo in cui ha sublimato il misoneismo tennistico. Durante la conversazione, il miglior italiano dell’Era Open dice che la morte del suo ideale di gioco è stata “tutta colpa di Borg“, in quanto fautore di un gioco che si allontanava dai colpi piatti e rettilinei che avevano contraddistinto il primo secolo di gioco. Ora, Panatta cita esclusivamente l’Orso Svedese (un po’ perché suo contemporaneo, un po’ perché probabilmente gli fa piacere ricordare di essere l’unico ad averlo battuto nel suo regno parigino), ma ci sono pochi dubbi che al secondo posto della sua lista di apostati non possa che esserci l’uomo che ha proiettato questo nuovo stile nel mainstream del tennis mondiale (visti anche i trascorsi poco felici in Davis), vale a dire proprio Lendl, il primo, autentico attaccante da fondo, quello che aveva capito che il colpo in tospin poteva diventare un’arma di offesa, sovvertendo i preconcetti vigenti.

E a questo disprezzo si aggiungeva inizialmente lo scherno. Lendl non era bello come Borg (sia fisicamente che per il famoso dritto a sedia, nonchè per doti di volo rivedibili, che lo spinsero a incanalare l’aggressività stando lontano dalla rete), e soprattutto sembrava un perdente: solitamente si ricordano il buco nel palmarès a forma di Wimbledon e tutte quelle finali perse negli Slam (quattro prima del successo di Parigi 84, 11 in totale su 19 giocate), e quasi sempre la memoria è accompagnata dalla Schadenfreude, perché in fondo vedere la macchina che si inceppava sul più bello era divertente e per certi versi rassicurante. Eppure sembra che ci sia sempre qualcosa che manca in queste descrizioni da “sì, era forte, però…”. Innanzitutto, il valore del giocatore è fuori discussione: senza addentrarsi nei numeri, Ivan Lendl ha di fatto preso possesso della città di New York per una decade, raggiungendo otto finale consecutive a Flushing Meadows e nove (sempre di fila) al Master del Madison Square Garden, ed è tuttora il giocatore con più finali Slam giocate nell’Era Open all’infuori dei Big Three.

 

Ma c’è anche dell’altro. Ancora una volta, come in tante altre circostanze in cui si cerca di capire il gioco, David Foster Wallace ha trovato la descrizione perfetta, scrivendo di lui che vederlo era “fantastico ma non bello […] era come guardare ‘Il Trionfo della volontà in 3-D’“, e rimarcando che lo stile di cui è stato il pioniere è ancora una volta “fantastico, ma in modo brutale […] come vedere un filmato sovietico di una ribellione che viene sedata”. In queste similitudini c’è tanto di ciò che ha reso Lendl unico, umano, e per l’appunto tridimensionale, che gli piacesse o no, sia dal punto di vista estetico che per il rapporto con i totalitarismi.

Qualche giorno fa, ha rilasciato un’intervista a “La Stampa”, e ha confessato di essere stato “addestrato a competere per tutta la […] vita”, scelta lessicale che a mio parere ci racconta tanto di come fosse la vita di un prospetto atletico nell’Est Europa dell’epoca (basti pensare allo scandalo delle atlete della Germania Est costrette a cambiare sesso), e di quanto sia stato difficile per lui divenire fondamentalmente un esule dal 1981 in avanti in America, dove venne inizialmente ospitato dal polacco Fibak. In questo senso Lendl ha avuto una traiettoria opposta a quella di Martina Navratilova, di fatto scacciata da quella stessa Cecoslovacchia che non voleva lasciar andare un uomo che apparentemente incarnava lo sportivo ideale di Lobanovski, tutto esecuzione e volontà.

E allora forse si spiegano così quelle finali perse, che riviste oggi ci restituiscono la figura di un uomo diviso, che era stato programmato per dominare da quelle stesse persone da cui si era staccato in maniera violenta, tanto violenta da richiedere la cittadinanza nel 1987 solo per poter rappresentare il suo nuovo Paese alle Olimpiadi – i cecoslovacchi non avrebbero fornito i documenti, piccati, e la nazionalità sarebbe arrivata solo a Muro caduto, nel 1992. Ivan si sarebbe sfogato sull’altro grande cecoslovacco dell’epoca, quel Miloslav Mecir che era il contrario di lui (esteta e slovacco), e a cui avrebbe lasciato 12 giochi in due finali Slam. Chissà che allora il cambio di passo non dovesse avvenire proprio contro il più americano di tutti, Johnny Mac nato in una base militare USA in Germania, borghese, punk, geniale, urbano, popolare, sregolato, e infine rimontato in quella finale di Parigi 84, grazie anche al fischio di un microfono – forse serviva l’imponderabile per esercitare il controllo di uno che di imponderabile non aveva niente.

Si può aggiungere un ultimo elemento che secondo me complica l’assunto-Lendl. Fortuna serendipity racchette . Rivedendo su YouTube due finali di inizio carriera, una vinta in cinque contro Borg a Basilea, e una persa malamente contro Vilas a Kitzbuhel, entrambe del 1980. Ciò che colpisce è che fosse già tutto lì, grezzo, nonostante la vetusta Kneissl con cui si accompagnava: l’aggressività da fondo, l’atletismo, un proto-dritto inside-in, persino i marchiani errori a rete che non riuscì mai a correggere.
Viene allora da pensare che Lendl non sia stato progettato per il nuovo tennis in carbonio e grafite, ma bensì che il nuovo tennis sia stato una serendipity occorsa ad un ragazzo che aveva scavato uno stile personale attorno ai propri difetti. Ivan fu per certi versi fortunato, quindi, ma fu anche bravo a perfezionare un modello che ha fatto scuola – basti pensare che durante un cambio di campo con Vilas, a 20 anni, beveva Pepsi, alla faccia di Haas!

Il resto del mondo del tennis sembra condividere l’immagine di Lendl non come robot, ma come individuo che si è dato il coraggio necessario per raggiungere la vetta, e i suoi protetti di maggior spessore certamente incarnano questo identikit, ovvero Andy Murray, con cui il rapporto è stato proficuo ancorché discontinuo (derivante dal fatto che Ivan aveva già dato con le trasferte ed è uno molto affezionato al suo tempo libero, mentre Sir Andy l’avrebbe sempre voluto affianco), e Sascha Zverev, con cui è stato discontinuo e basta, se non addirittura disastroso, fra accuse reciproche di pigrizia e superficialità.

Al momento non è dato sapere se Ivan Lendl tornerà a calcare, per interposta persona, i palcoscenici del tennis mondiale. L’impressione è che sia più il tennis a volere lui che lui a volere il tennis, anche perchè il lascito principale, oltre ai soldi che lui ha gestito mercanteggiando arte, sono i dolori all’anca che lo tengono sveglio la notte, come detto nell’intervista al quotidiano torinese di cui sopra. Probabilmente a lui non interessa più di tanto la sua collocazione nel pantheon del gioco, passando gran parte del suo tempo fra Connecticut e Florida, circondato dalle sue cinque figlie e dai campi da golf, dove si alimenta il suo fuoco competitivo, ma la speranza è che la sua grandezza e la sua influenza di tennista, quasi sempre sottovalutate, trovino più apprezzamento in futuro. Tanti auguri, Ivan!

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Maltese (FFT) in difesa del Roland Garros: “Wimbledon e US Open avrebbero fatto lo stesso”

Lionel Maltese, docente di strategia d’impresa e consigliere della FFT, spiega a L’Equipe le ragioni dello Slam parigino. “La cancellazione costerebbe 260 milioni di euro, ma le ricadute sarebbero globali”. E spinge per salvare la stagione

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Il campo Simonne Mathieu - Roland Garros

Lionel Maltese, docente di strategie d’impresa e membro del Comitato esecutivo della Federazione francese, ha preso la parola su L’Equipe spiegando le ragioni del Roland Garros. Lo Slam parigino si trova infatti in questo momento sotto il fuoco incrociato di chi – dopo l’annullamento imposto dall’emergenza sanitaria – non ha condiviso lo spostamento unilaterale in autunno, deciso senza tener conto degli altri interessi in gioco. L’ultimo fronte è stato aperto dal vicepresidente della federazione tedesca Dirk Hordorff che (sempre al quotidiano francese) ha anticipato la probabile cancellazione di Wimbledon sostenendo l’impossibilità per il Roland Garros di disputarsi nelle nuove date (dal 20 settembre al 4 ottobre) e appoggiando la minaccia avanzata dall’ATP di togliere valore per il ranking allo Slam francese.

FRONTE APERTO – Maltese, da fondo campo, risponde colpo su colpo. “Hordorff è molto vicino a Vasek Pospisil, che da membro dell’ATP Players Council conduce una battaglia personale, sostenendo la Laver Cup che (nelle stesse date, dal 25 al 27 settembre, ndr) spera si possa giocare a Boston. Rafael Nadal ha recentemente sostenuto il fatto che il Roland Garros possa aver luogo regolarmente nel momento in cui le condizioni di salute pubblica e sicurezza lo consentiranno. Credo che Hordorff non abbia ben presenti le conseguenze che avrebbe il mancato svolgimento del Roland Garros a settembre, nel momento in cui lo sviluppo dell’epidemia dovesse consentirlo. Annullare il torneo comporterebbe una perdita di 260 milioni di euro, a cui aggiungere i 100 che ogni anno vengono donati alla FFT per la diffusione del tennis a tutti i livelli in Francia. Senza Roland Garros, la federazione dovrebbe indebitarsi per mantenere il livello di occupazione garantito oggi nel complesso, anche a livello amatoriale. Abbiamo la responsabilità di intere famiglie. Ci siamo mossi su date che sarebbero state nel mirino anche di Wimbledon e dello US Open, senza trascurare il Masters 1000 di Miami che ci stava pensando. Sapevamo anche che posizionarci in anticipo rispetto agli altri ci sarebbe costato critiche a livello mediatico“.

CONSEGUENZE – La ricaduta di una cancellazione, aggiunge Maltese, non sarebbe soltanto locale. “Per il bene del tennis mondiale – spiega – servirebbe unità a livello politico. Questa al momento non c’è, ma credo che provare a mantenere in calendario gli Slam rappresenti una priorità per l’intero movimento. Non solo per una questione tecnica, ma anche di impatto sociale ed economico. Nell’emergenza e con la stagione devastata, i quattro Slam hanno il compito di far sì che il tennis continui a mantenere una dimensione globale. Dovrebbero ragionare all’unisono, invece ognuno coltiva il proprio interesse. Più nell’immediato, non ho timori per i top 50: i giocatori di primissima fascia sono aziende che resisteranno anche a questa crisi. C’è però il rischio di vedere allargato il divario economico con tutti gli altri tennisti e anche a discapito dei tornei, quelli non supportati dalle grandi banche. ATP e WTA sono strutturati in modo da poter proteggere i loro circuiti, l’ITF con meno sponsor rischierebbe e con lei anche la nuova Coppa Davis“.

 

RIPARTIRE – L’esigenza sottolineata da Maltese è quella di dare, in ogni caso, un senso al 2020 del tennis. “Se saltasse per intero la stagione – tiene a puntualizzare -, soprattutto se dovessero saltare gli Slam, si rischierebbe un crollo con un pericoloso effetto domino. Già alcuni Masters 1000 sono in seria difficoltà, perché una clausola assicurativa contro un’eventualità del genere avrebbe avuto un costo spropositato. Faccio un esempio, in scala: sono nel Comitato organizzatore dell’ATP 250 di Marsiglia, che si è potuto disputare a febbraio prima dello stop. Per un evento del genere, la cancellazione avrebbe rappresentato un fallimento totale dal punto di vista economico, senza paracadute per i posti di lavoro e i fornitori. L’unica soluzione sarebbe stata vendere i diritti di quella settimana a un’altra città“.

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Cosa rimane del 2020: e se si giocasse in off-season?

Stagione a metà: da agosto ad ottobre. Con la missione impossibile del recupero dei tornei. Internazionali a settembre o ottobre? Indian Wells prima o dopo le Finals?

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Federer e Nadal - Match in Africa 6

L’emergenza legata alla pandemia di COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, ha letteralmente sconvolto la stagione del tennis. Dapprima è saltato il Sunshine Double, ovvero i prestigiosissimi tornei di Indian Wells e Miami. Poi, dopo qualche esitazione soprattutto da parte della WTA, è stata annullata l’interra tournée sulla terra rossa europea, ricca di eventi di grande importanza e tradizione come Montecarlo, Madrid, Roma e Stoccarda, e necessaria preparazione per il secondo Slam stagionale, il Roland Garros – che nel frattempo ha traslocato a fine settembre. A breve, stando alle rivelazioni di una fonte ben informata, il vice-presidente della federazione tedesca Dick Hordoff, probabilmente verrà annunciata anche la cancellazione della stagione sull’erba, incluso ovviamente Wimbledon.

E quindi cosa rimane? Si possono fare delle ipotesi basate su un possibile calendario ridotto che vada da luglio fino alla fine dell’anno, intendendo letteralmente la fine dell’anno solare. Secondo Cristopher Clarey, noto giornalista del New York Times, nel caso in cui si decida di provare a riprendere quest’anno ATP e WTA potrebbero voler recuperare più eventi possibili, cancellando di fatto la off-season. Tra quelli che non hanno ancora annullato l’edizione 2020, la priorità andrebbe presumibilmente ai tornei più importanti, partendo dunque da Slam, Masters 1000 e Premier nei rispettivi circuiti per poi considerare tutti gli altri. Peccato che alcuni tornei, per quanto importanti, non possono essere disputati in altri periodi, in primis per questioni climatiche. Ad esempio come lo stesso Hordoff ha suggerito, giocare Wimbledon in autunno non è possibile. 

Quindi per immaginare come si potrebbe svolgere una tale mini-stagione e quali tornei si possano effettivamente sistemare in altre collocazioni bisogna tenere conto di due criteri: l’importanza del torneo e la possibilità effettiva che il torneo possa avere luogo in altre date. Proviamo a farlo. 

Al momento, per quanto ne sappiamo, la carovana del tennis dovrebbe ripartire ad inizio luglio. Sembra difficile che la stagione riparta già in piena estate considerando l’aumento esponenziale della diffusione del virus a livello globale. Inoltre, va sottolineato come di solito luglio sia un mese di transizione nel calendario del tennis, con una serie di eventi non di primissimo piano che renderebbe meno doloroso un ulteriore rinvio della stagione. Il circuito ATP si divide tra tornei sulla terra rossa europea in mezzo ai quali spicca il 500 di Amburgo, un appuntamento di grande tradizione ma che negli ultimi anni ha perso enormemente appeal, e un paio di tornei americani su cemento. La WTA segue un percorso simile e non c’è nemmeno un Premier in programma. L’evento clou dovevano essere le Olimpiadi di Tokyo ma sappiamo come è andata a finire. E anche per questo viene da pensare che questi tornei abbiano i giorni contati. 

E così si piomba ad agosto. Ovvero il mese della tournée americana sul cemento, composta da due grandi combined (Rogers Cup e Cincinnati) e altri eventi di rilievo (Washington e San José su tutti), che va a concludersi con gli US Open, terzo Slam stagionale. Insomma, un periodo molto intenso e ricco di tornei che contano molto per il ranking, per gli sponsor, per le televisioni: per tutti. E che non possono essere rimpiazzati da altri. Se la stagione 2020 ripartirà, è presumibile e naturale che riparta da agosto. Peraltro, è il mese in cui si presume ricomincino i principati campionati di calcio, tanto per dire. Se il tennis non ripartirà da qua, allora potrebbe veramente non ripartire più. O quantomeno ci si interrogherebbe sul senso di una stagione in cui non vengono più giocati Slam nel loro periodo prestabilito. 

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Scartando questi scenari più pessimistici, si arriverebbe a settembre inoltrato. Il mese della discordia. Iniziata dal Roland Garros, che in maniera totalmente unilaterale, ha deciso di riprogrammarsi a fine mese, nelle settimane che vanno dal 20 settembre al 4 ottobre. Nessuno può impedire al presidente della FFT, Bernard Giudicelli, di organizzare l’evento, se non le autorità pubbliche francesi. Al massimo ATP e WTA possono decidere di non attribuirgli punti. Come è ben noto, le nuove date del Roland Garros coincidono con quelle della Laver Cup, mega evento di esibizione organizzato da Roger Federer, che mette di fronte i migliori giocatori europei contro quelli del resto del mondo. Tramite un comunicato ufficiale, la Laver Cup ha comunicato l’intenzione di non muoversi da quelle date e da Boston, la sede designata per la quarta edizione.

Inoltre, mentre il calendario ATP è abbastanza povero di tornei importanti, in quelle settimane la WTA è già nel pieno del suo asian swing, con ad esempio il Premier 5 di Wuhan, l’epicentro del coronavirus, curiosamente. Considerando il clima di guerra che c’è tra le istituzioni del tennis e Giudicelli, Steve Simon, chairman della WTA, non vorrà rinunciare alla sua gallina (orientale) dalle uova d’oro. E così i top player potrebbero ritrovarsi a scegliere tra (da una parte) Roland Garros e Laver Cup/Asian Swing (dall’altra). L’Open di Francia può giocare la carta del prestigio di uno Slam, ma pagare a caro prezzo l’eventuale mancanza di punti così come la transizione sulla terra. 

E poi c’è la “questione romana”. Angelo Binaghi, presidente della nostra federtennis, sembra determinato a mettere in piedi gli Internazionali d’Italia ad ogni costo. Nella loro forma attuale, sulla terra rossa, avrebbero senso in preparazione al Roland Garros ma c’è sola una settimana di break tra gli US Open e il Roland Garros nelle nuove date. Inoltre, se Parigi potrebbe valere la messa (il cambio repentino di superficie da US Open a French Open) per alcuni giocatori, per Roma il trade-off è meno convincente. Infine, anche qua viene da chiedersi: ATP e WTA ingoieranno il rospo di un grosso combined ‘sacrificato’ come evento in preparazione di un Roland Garros che potrebbero voler boicottare? Tanto dipenderà quindi anche dallo sviluppo di questi delicati rapporti politici tra istituzioni, attualmente ai minimi termini. Insomma, l’ipotesi degli Internazionali d’Italia a settembre sembra assai poco percorribile.

Il campo Pietrangeli, al Foro Italico di Roma

A pagina due (clicca QUI per leggere) l’ipotesi di giocare in off-season: pro e contro

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“Wimbledon non si farà. E nemmeno il Roland Garros nelle nuove date”

Dirk Hordorff, vice presidente della federtennis tedesca, rivela a L’Equipe la decisione di cancellare Wimbledon. L’ATP e tutto il tennis contro Il Roland Garros. La decisione di “Napoleone” Giudicelli sarà la sua Waterloo

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I grounds di Wimbledon (foto AELTC/Chris Raphael)

Il vice presidente della Federazione tedesca di tennis Dirk Hordorff, non è nuovo a dichiarazioni bomba alla stampa: ricordiamo infatti che poco più di un anno fa aveva attaccato sulle pagine dei giornali il Transition Tour della ITF, quello che poi venne ribattezzato il World Tennis Tour e abbandonato dopo solamente pochi mesi.

Quest’oggi il membro del Consiglio dell’ITF ha fornito alcune anticipazioni al quotidiano francese l’Equipe secondo le quali il torneo di Wimbledon verrà cancellato nel 2020 a causa dell’emergenza Covid-19, e anche il Roland Garros non verrà disputato nelle nuove date (20 settembre – 4 ottobre) così celermente occupate dalla Federazione Francese.

L’edizione 2020 di Wimbledon sarà annullata?
Sì. I tornei sull’erba hanno già deciso di annullare tutti gli eventi, si attende l’annuncio di Wimbledon mercoledì prossimo. Non si tratta di voci: verrà annunciato l’annullamento del torneo. È senza dubbio l’unica decisione possibile. Non ci sarà uno spostamento. Si può giocare il Roland Garros a settembre-ottobre, ma non Wimbledon perché è troppo umido per poter giocare sull’erba. E inoltre, si discute di ricominciare a giocare in ottobre, ma non siamo sicuri.

 

E il Roland Garros? Avrà luogo nelle date annunciate tra il 20 settembre e il 4 ottobre?
No. I dirigenti dell’ATP e della WTA sono stati chiarissimi: il modo di agire del Roland Garros è stato inaccettabile. Wimbledon e lo US Open si sono uniti all’ATP per fare un comunicato comune contro l’iniziativa presa dai francesi. Non c’è nulla contro il Roland Garros, che è un torneo molto importante. Se c’è una possibilità che si possa giocare, saremo tutti contenti. Ma il loro modo di fare l’annuncio, l’assenza delle qualificazioni, le date… Se tutti cominciano ad agire in questo modo, il tennis è morto. Non è il tradizionale modo di fare dei francesi, che solitamente si basano sulla solidarietà e sull’unità. È invece il modo di fare del presidente Bernard Giudicelli, è disgustoso. Per il tennis e per la Francia. Sono sicuro che si sia fatto prendere dal panico a causa delle imminenti elezioni (per la presidenza FFT nel febbraio 2021). Ha cercato di segnare qualche punto contro il suo avversario Gilles Moretton. Oggi l’idea è di provare a fare il Roland Garros in ottobre, e di avere una breve stagione sulla terra battuta prima.

L’ATP può veramente mettere in atto la sua minaccia e togliere i punti al Roland Garros?
Non è una minaccia: l’ATP l’ha comunicato al Roland Garros e alla FFT: ‘Se continuate con questa idea, non vi assegneremo punti per la classifica’. E non finirà con l’edizione di quest’anno: niente punti non solo questa stagione ma anche la prossima. Non mi piacciono le guerre, ma non rimane altro da fare che combattere in questo momento. È una follia. Bisogna preoccuparsi soprattutto di sconfiggere il virus, di salvaguardare la salute della popolazione, bisogna smetterla con questi giochini del gatto con il topo all’interno della nostra organizzazione. Bisogna fare quello che è meglio per il tennis. Andrea Gaudenzi (il nuovo presidente dell’ATP) vuole mettere d’accordo tutti quanti, è questo il suo obiettivo. Ma non è il caso di preoccuparsi per lui, è molto forte, è tranquillamente capace di dar seguito alla minaccia e togliere i punti al Roland Garros. L’ATP è stata chiarissima.

Sembra che lei consideri Giudicelli come il principale responsabile della situazione.
Bernard sa di aver commesso un grosso errore. Pensava di poterla scampare, ma non ha alcun supporto. Sperava di avere l’ITF dalla sua parte, è per quello che ha eliminato le qualificazioni, per dare un contentino a David Haggerty (il presidente ITF) e alla sua Coppa Davis. Ma le cose non funzionano così. Non è una persona molto intelligente. Ieri (sabato) un dirigente mi ha detto: ‘Quello che ha fatto sarà la sua Waterloo’. Prima di annunciare lo spostamento del torneo a settembre, aveva tenuto una conference call con il management di ATP e WTA, e credo fosse presente anche Haggerty. Tutti gli hanno detto: ‘Non puoi fare una cosa del genere. Troveremo una data, troveremo una soluzione, ma dobbiamo farlo tutti insieme’. E durante questa conversazione ha premuto il pulsante per pubblicare il suo comunicato stampa per annunciare lo spostamento di data. Nel bel mezzo della discussione! Steve Simon (CEO della WTA) gli ha urlato contro… Il Roland Garros merita tutto il nostro rispetto, nessuno lo mette in discussione, tutti vogliono che si svolga, ma non puoi fare una cosa del genere. Stiamo tutti parlando di date, ma non si può fare che chi primo arriva meglio alloggia. Non si può fare un calendario in questo modo.

Il Roland Garros ha la forza per poter vincere questo braccio di ferro?
Credo che la Federazione Francese sia perfettamente consapevole della situazione. Sa di essersi messa contro tutto il mondo del tennis, compresi i giocatori. Non ha alcuna chance di vincere questa battaglia. Non si può vincere da soli contro tutti. Questo modo di pensare e di agire (quello di Giudicelli) non fa parte dei valori della Francia o di un Paese europeo. Non si può lavorare così. Bisogna avere rispetto reciproco, essere consapevoli che si fa parte di una comunità, non essere egoisti e non pensare solamente ai propri interessi.

Lei come si immagina il resto della stagione?
Andrea (Gaudenzi) l’ha sempre detto: i tornei più importanti sono quelli del Grande Slam. Facciamo del nostro meglio perché si giochino. Poi i Masters 1000. Poi vedremo. Ma al momento non si può sapere quando la stagione potrà riprendere. Non sappiamo se potremo giocare ancora a tennis nel 2020. Secondo me, se non si trova un vaccino o una cura, la stagione è finita. Vi immaginate la gente viaggiare da una parte all’altra del mondo per andare ai tornei di tennis? Gli spettatori, i giocatori, gli allenatori, i fisioterapisti, gli arbitri… Al momento ci sono cose più importanti del tennis. Per lo US Open, bisogna vedere come sarà la situazione a New York. Ma non ho delle buone sensazioni. Si può sperare in una stagione sulla terra battuta nelle date successive a quelle dello US Open. Forse all’inizio di settembre, oppure a metà settembre, forse in ottobre. Ma è impossibile sapere ora cosa accadrà.

Il tennis è in pericolo dal punto di vista economico?
Il mondo intero è in pericolo dal punto di vista economico. Al momento non si sa quale danno verrà provocato all’economia mondiale da questa epidemia. E il tennis fa parte dell’economia mondiale. Ma se vuole la mia opinione, non credo che un giocatore nei primi 100 possa avere problemi di sopravvivenza. Forse alcuni dovranno vendere la propria Mercedes e comprare una Peugeot! Ma nessuno avrà problemi seri. Da una decina d’anni a questa parte il tennis sta molto bene, i prize money non fanno che aumentare. Mi ricordo, quando Reiner Schuettler ha disputato il Roland Garros per l’ultima volta, nove anni fa, ha vinto 13.000 euro. Oggi il premio più basso è 40.000 o 50.000 euro. I premi sono aumentati talmente tanto che i giocatori sono portati a pensare che non possa essere altrimenti. Il tennis sopravviverà. Tuttavia ci potranno essere dei problemi con alcune aziende che non vorranno più sponsorizzare i tornei per concentrarsi sul benessere dei propri dipendenti. L’economia del tennis cambierà dopo la crisi. Non so come, ma sarà diversa.

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