Dieci sfumature (fashion) di Maria Sharapova

Focus

Dieci sfumature (fashion) di Maria Sharapova

Ripercorriamo la carriera della campionessa russa tramite i suoi outfit più significativi. Ve lo ricordate quello della prima vittoria a Wimbledon? E il servizio fotografico del Roland Garros 2014?

Pubblicato

il

Maria Sharapova - US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Non ce lo nascondiamo: Maria Sharapova è stata qualcosa di più di una tennista. È stata, da certi punti di vista, una rivoluzionaria. È stata colei che più di ogni altra ha saputo abbinare i successi sul campo ad un’immagine di donna indubbiamente avvenente, con quel suo fisico statuario, i capelli biondi e gli occhi verdi, per la gioia degli sponsor e del suo conto in banca. Certo prima di lei c’era stata la connazionale Anna Kournikova. Ma mentre Kournikova è presto diventata una modella prestata al tennis piuttosto che il contrario, Sharapova ha sempre saputo (e voluto) tenere al centro del suo brand milionario le vittorie con la racchetta, rispetto alle copertine delle riviste.

Tante vittorie. Cinque Slam negli anni 2000, nessuna come lei a parte le sorelle Williams e Justine Henin, 36 titoli complessivi, la posizione n.1 al mondo, la medaglia d’argento ai giochi di Londra nel 2012. Ma appunto la sua popolarità ha trasceso il tennis, grazie ad una bellezza fuori dal comune che con gli anni si è accompagnata ad uno stile sempre più sofisticato e ricercato, a segnare il passaggio da determinata ragazzina emigrata dalla Siberia che vuole battere tutte le avversarie a donna matura e poliedrica. Ripercorrere la carriera di Masha tramite i suoi outfit più significativi, in quel rettangolo diviso da una rete così come sui tappeti rossi più prestigiosi del globo terrestre, è dunque fondamentale per capire quello che ha rappresentato per il tennis.

Wimbledon 2004: il primo Slam

Valerio Vignoli. Una appena 17enne Sharapova spacca il mondo del tennis battendo Serena Williams, n.1 e assoluta dominatrice del circuito femminile, alla sua prima finale Slam, a Wimbledon, il tempio sacro del tennis mondiale. Lo fa con un abitino naturalmente bianco candido, griffato Nike, sponsor che la seguirà per tutto il resto della carriera. Il marchio del baffo forse non aveva ancora intuito che razza di potenziale avesse quella altissima adolescente russa. O forse Maria non gliene aveva dato il tempo. Fatto sta che l’outfit è molto basic, fin troppo. Uno scollo simil canotta, una aggancio dietro alla schiena molto banale. Unica nota degna di interesse un piccolo spacco esterno in fondo, a evidenziare anzitempo uno stacco di gamba con pochi eguali sul circuito. Nel complesso un abito che la Maria di oggi manco si metterebbe in allenamento. Ma Nike impiegherà ben poco tempo riservarle qualcosa di meglio per i suoi incontri.

 

US Open 2006: if you can make it in New York…

Valerio Vignoli. E infatti l’abito con cui due anni più tardi conquista i suoi primi e unici US Open, quasi lo Slam di casa per lei, è tutt’altra storia. Assolutamente sontuoso. Forse il migliore in assoluto tra quelli indossati nelle sue vittorie Major. Il colore è il nero: quello giusto per le serate newyorkesi più cool, quelle in cui brillano i flash delle fotocamere, quelle in cui Maria molto raramente è uscita sconfitta dall’Arthur Ashe Stadium. Il taglio retrò rimanda a le mise che hanno reso celebre Audrey Hepburn, con quel girocollo rotondo abbellito dalle paillettes che si va ad incastrare con il resto del vestito lasciando libere le spalle, la profonda scollatura sulla schiena e il fiocco che sormonta il nastro per tenere assieme parte anteriore e posteriore. La lunghezza è immancabilmente molto limitata. Insomma un outfit manifesto per una Sharapova che nonostante la giovane età era già una stella nel firmamento del circuito WTA.

La copertina di Sports Illustrated del 2006: bellezza da spiaggia

Laura Guidobaldi. Maria Sharapova è famosissima per i successi in campo ma anche per il suo corpo statuario. Le copertine delle riviste di sport, glamour e fashion fanno a gara per avere scatti della bella Masha che ne risaltino appunto la perfezione. Ebbene, anche quando indossa un bikini, la siberiana punta alla semplicità con un due pezzi senza fronzoli particolari, color panna, una tinta d’effetto e delicata al tempo stesso sullo sfondo celeste del mare.

Australian Open 2008: il tris di Masha

Valerio Vignoli. Ci sono delle regole non scritte su come una tennista dovrebbe vestirsi nei grandi Slam: al Roland Garros sofisticata, a Wimbledon classica, agli US Open vistosa. Ma agli Australian Open che si fa? Chissà se proprio questa indecisione metteva in difficoltà la bella siberiana che probabilmente se dovesse indicare il Major che meno preferisce direbbe quello che si gioca sui campi di Melbourne Park. Nel suo unico successo australiano, arrivato grazie alla vittoria in finale contro la serba Ana Ivanovic, in una sfida tra pin-up del tennis, una bionda e l’altra bruna, Masha aveva indosso una semplicissima tunica bianca, con delle increspature verticali davanti e dietro come unico fronzolo. Per meglio affrontare le torride temperature, il tessuto è particolarmente leggero e la gamba ancora più scoperta del solito. Il colore bianco però non rende giustizia ad una Sharapova che ha sempre preferito il lavoro sul campo da tennis alla tintarella in spiaggia.

Roland Garros 2012: regale anche sulla terra

Laura Guidobaldi. Perfetto l’abito indossato da Maria per il suo primo trionfo parigino, nel 2012. Una linea classica in tutto, dalle spalline, lo scollo, al taglio della gonna. Eppure è un outfit dalla spiccata personalità, proprio come quella di Maria Sharapova. Innanzitutto, il total black – che si sposa bene ad una chioma bionda – spicca magnificamente sull’ocra del Philippe Chatrier e simboleggia la grinta, la potenza e la determinazione della campionessa russa. E poi quella variante appena accennata sulla parte alta del corpetto, con una sfumatura leggermente più leggera del nero e dal tessuto più luminoso, conferisce all’abito quel tocco di finezza che da sempre caratterizza la bella Masha.

Roland Garros 2014: l’ultimo Slam


Laura Guidobaldi. Totalmente diverso lo stile in cui Sharapova va a vincere il secondo trofeo francese, nel 2014, ma altrettanto vincente. Se il taglio e lo stile assomigliano a quello dell’outfit indossato due anni prima, la versione 2014 presenta una scelta cromatica più delicata, in tema con la primavera parigina: abbinamento arancione e rosa decisamente azzeccato, con la tinta orange sulla parte alta dell’abito e per i pantacourts per rendere omaggio all’amata terra rossa e il rosa delicato che richiama i fiori che ornano Parigi e il Bois de Boulogne ai primi di giugno. Ma non finisce qui.

Maria “stende” tutti anche quando si presenta al consueto photo shooting con il trofeo. Arriva al Trocadero con una mise insolita ma folgorante. L’abito è mini, che mette in risalto le gambe lunghissime della campionessa; il corpetto è abbastanza semplice, nero, ma dalle linee geometriche che mettono in luce la perfezione del busto, delle spalle e della schiena di Maria (nella foto non si vede ma la parte posteriore del corpetto è alquanto scollata), un corpetto nero che si appoggia ad una gonna cortissima, svasata a trapezio dall’effetto dorato, che le conferisce quel tocco glamour e prezioso che non la abbandona mai. Il tutto accompagnato da scarpe nere col tacco a spillo. Maria ha appena vinto il suo quinto slam, a Parigi. Sullo sfondo la Tour Eiffel e lei, vincente e sfavillante, ha tra le braccia la meravigliosa coppa Suzanne Lenglen, in uno stile da far invidia alle grandi star di Hollywood. Insomma, cosa si può volere di più?

La conferenza stampa dopo lo scandalo Meldonium, 2016: cala il sipario

Valerio Vignoli. Non è un caso che spesso nella sua carriera Maria si sia vestita di nero. Un colore che simboleggia eleganza, quella che riservava ai suoi ammiratori, e paura, quella che incuteva alle sue sfidanti. Ma il nero, almeno nella cultura cristiana, significa anche lutto. Sharapova, non poteva dunque che adottare questa scelta cromatica anche in quel 3 marzo 2016 che ha segnato oggettivamente il crepuscolo della sua carriera tennistica. Con addosso una sobrissima combinazione tailleur e camicia, i capelli mossi e leggermente scompigliati, un trucco sottilissimo, la russa si è presentata di fronte ai giornalisti per giustificare la propria positività al Meldonio, sostanza considerata dopante dalle autorità competenti. Un look appunto che può vagamente ricordare quello di una vedova ad un funerale. Nonostante un outfit appropriato, Maria però non risultò così convincente nella parte della vittima e sull’orlo dei trent’anni si vide appunto privata della sua compagna di una vita, la competizione.

Agli Oscar 2017: una star hollywoodiana

2017

Valerio Vignoli. Durante il suo esilio forzato dal circuito, Masha ha così preso al balzo l’occasione di accrescere ulteriormente quello che dall’altra parte dell’oceano chiamano stardom. E quale miglior vetrina per farlo dei red carpet degli Oscar? A quelli del 2017, Maria si presenta con un fantastico abito blu scuro impreziosito da delle piccole borchie metalliche, firmato dallo stilista londinese di origine georgiana David Koma. Lo spacco laterale e i tacchi vertiginosi mettono la tennista siberiana su un pianeta tutto suo. I capelli legati aggiungono un che di iconico. Se non fosse per i muscoli costruiti in due decenni di allenamenti che debordano dalle spalline, si potrebbe scambiare Sharapova tranquillamente per Nicole Kidman.

Al lancio del suo brand di caramelle 2017: Sharapova businesswoman

Laura Guidobaldi. Non dimentichiamo che Masha è anche un’abilissima donna d’affari. E allora, per il lancio delle sue caramelle Sugarpova Maria sceglie lo stile serioso ma decontracté. Solo che questa volta la scelta della camicia ampia a righe non convince del tutto. La camicia a righe – che lei sembra apprezzare particolarmente poiché la indossa spesso in varie situazioni – non è un capo sempre vincente e a volte risulta difficile da abbinare. La brillantezza e la luminosità del raso chiaro è elegante ma questa camicia nell’insieme è forse un po’ spenta. Seppure in versione working girl, Sharapova avrebbe potuto certamente fare di meglio.

Nella foto della sua autobiografia, 2018: unstoppable

Laura Guidobaldi. E sinceramente convince poco anche la mise scelta per la copertina della sua autobiografia. Maria opta questa volta per un abito nero a sottoveste, abbinato ad una giacca ampia, anch’essa nera. Inoltre, avrebbe potuto curare un po’ di più lo stile dell’acconciatura. Probabilmente la campionessa ha voluto puntare sull’essenzialità e su un pizzico di sensualità e stile sbarazzino. Giusto, ma questa volta le scelte estetiche non rendono pienamente giustizia al fiuto fashion di Masha che ha caratterizzato finora parte della sua vita.

Sharapova, favola senza lieto fine: “Troppo dolore, è ora di smettere”
Maria Sharapova lascia il tennis. Il ritiro arriva a 32 anni

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

Pubblicato

il

Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

Continua a leggere

Flash

Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

Pubblicato

il

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

Continua a leggere

Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

Pubblicato

il

La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement